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" Era il 1986 quando,impostando un tema con le parole di Dalla,prendevo uno dei più alti voti della mia vita scolastica..."(01-03-2012)

 
 

SE LA CINA SI FERMA

Cina, il grande processo
e il nuovo potere rosso

 

Il XVIII Congresso del Partito comunista cinese si terrà in ottobre. Ma la lotta è già iniziata. Mentre la moglie di Bo Xilai va alla sbarra accusata di aver avvelenato il suo amante inglese. E i dirigenti del Pcc, in conclave segreto, decidono i membri del prossimo politburo

 

"La crisi che ci ha colpiti dall’estate dell’anno scorso e la conseguente recessione di quasi tutti i Paesi europei ha comportato una caduta verticale delle importazioni e di questo ha fatto le spese in primo luogo la Cina. Si sta fermando l’economia mondiale. E’ estremamente pericoloso perché questa dinamica può colpirci molto seriamente." Aldo Giannuli

 

Saluto gli amici del blog di Beppe Grillo. Sono Aldo Giannuli, insegno Storia del mondo contemporaneo presso la facoltà di Scienze Politiche dell’università Statale di Milano. Dopo essermi occupato per molto tempo di strategia dell’attenzione e Storia degli anni ‘70 sono andato maturando altri interessi, in particolare della globalizzazione e di analisi dell’attuale crisi economico/finanziaria in atto.
Quattro anni fa iniziò la crisi finanziaria che viviamo tutt’ora: per la verità era iniziata l’anno prima, noi ci accorgemmo della crisi nel settembre del 2008 per il fallimento della banca Lehman Brothers. Dalla crisi si disse che si stava uscendo - ma in realtà si trattava di una tregua – grazie agli interventi della Banca Centrale Americana, la Fed, che concesse moltissima liquidità a bassissimo costo alle banche che erano in pericolo di fare la stessa fine della Lehman Brothers e della Banca Centrale Cinese, che stanziò ben 608 miliardi di dollari per rilanciare la produzione nel Paese e sostenere la domanda aggregata mondiale. Questo è un punto che richiede qualche spiegazione: il funzionamento dell’economia è strettamente correlato al dato della domanda aggregata mondiale? Vuol dire che non è importante, o è relativamente importante che cali la domanda di beni e di servizi in un singolo Paese, se negli altri Paesi c’è un aumento che compensa quella flessione e produce ulteriore domanda, ugualmente l’economia si rimette in moto; vuol dire che il Paese in crisi consumerà di meno, ma cercherà di esportare di più, quindi il dato fondamentale è quello della domanda aggregata di tutti i Paesi a livello mondiale. La Cina in questi anni ha funzionato come il grande motore, la locomotiva che ha continuato a tirare tutti gli altri: producendo, la Cina ha continuato ad avere un’elevata domanda di materie prime e di tecnologie, materie prime prese prevalentemente da Paesi in via di sviluppo o da Paesi tradizionalmente più poveri come l’Africa, tecnologia presa dai Paesi invece più avanzati (Stati Uniti, Germania etc.). Questo in qualche modo ha permesso di tirare un respiro per un anno, fra il 2009 e il 2010. Dopo un momento d’incertezza, la crisi è ripresa. Che cosa significa questo? Significa che siamo allo stesso punto di quattro anni fa? No, stiamo peggio perché la Cina, la grande locomotiva che cercava in qualche modo di sopperire al disastro complessivo, comincia a fermarsi. La Cina ha avuto in questi trent’anni, soprattutto negli ultimi venti, tassi di crescita assolutamente straordinari, con una crescita del Pil che ha toccato talvolta l’11 /12% e che non è mai stata inferiore all’8% ritenuto dalla Cina una soglia di sicurezza irrinunciabile. Questo può sembrare un dato assolutamente sconvolgente a noi, che quest’anno addirittura siamo in crescita negativa, ma che negli anni migliori non abbiamo mai superato il 2% di crescita. È vero che la Cina partiva da livelli più bassi, però ormai ci ha abbondantemente sorpassati.
Il punto è questo: la Cina ha bisogno di un incremento di quel tipo soprattutto per ragioni sociali interne. La Cina ha 20 milioni di contadini che ogni anno si riversano nelle città e occorre dare loro un lavoro, un reddito, una sistemazione: diversamente le città diventerebbero rapidamente ingovernabili e si arriverebbe a una situazione di implosione sociale molto grave. quindi la condizione per poter assicurare ai 20 milioni di cinesi che arrivano nelle città il reddito necessario, le condizioni di vita minime necessarie, per quanto basso possa essere il salario, è quella di una crescita intorno all’8% e di un reinvestimento della metà circa dei profitti. È qualcosa DI assolutamente straordinario rispetto agli altri Paesi. Un Paese di un miliardo e 300 milioni di abitanti, uno dei Paesi più poveri del mondo, nel giro di circa quaranta anni è diventato la seconda economia mondiale, con una velocità di crescita incomparabile. Quest’anno le cose si stanno mettendo male: il governo cinese ha fissato al 7,5% la soglia di crescita. Una crescita inferiore a quella soglia di sicurezza. I tassi di crescita del primo semestre sono allarmanti; se questa tendenza dovesse confermarsi neppure il 7,5% sarebbe raggiunto. Anzi, c’è chi parla addirittura di un incremento inferiore al 7%: questo avrebbe un impatto psicologico molto grave, perché per la Cina è un momento molto delicato.
Quest’anno ci sarà il congresso del Partito Comunista cinese, nel quale ci sarà l’avvicendamento tra il gruppo dirigente uscente Hu Jintao-Wen Jabaoe col nuovo gruppo dirigente: Presidente della Repubblica e Segretario del partito dovrebbe diventare Xi Jinping e capo del governo Li Keqiang. Bisogna tenere presente una cosa: il Partito Comunista cinese è un partito molto particolare nel quale sono consolidate vere e proprie correnti all’interno del gruppo dirigente; c’è il cosiddetto Gruppo di Shangai, il più dichiaratamente liberista, più legato alla finanza internazionale e per il quale fa apertamente il tifo la Banca Mondiale, c’è il gruppo dei Tuanpai, degli ex Giovani Comunisti degli anni ‘80 che ha una coloritura più nazionalista, c’è poi il gruppo dei cosiddetti Principi Rossi, gli eredi dei grandi eroi della Grande Marcia, i figli e i nipoti dei dirigenti del partito durante il periodo rivoluzionario. Mentre il gruppo dirigente precedente era fatto essenzialmente da Tuanpai, dalla corrente nazionalista (sia Hu Jintao che Wen Jabao appartengono a quel gruppo), dovrebbe esserci invece un avvicendamento: quello che doveva essere un avvicendamento scontato sta diventando uno scontro drammatico; non perché siano in discussione le due maggiori cariche, quella di Presidente del Partito e quella di Capo del Governo, ma perché la composizione del nuovo ufficio politico condizionerà i due leader e la battaglia non è combattuta solo con le armi della dialettica politica. La drammatica caduta di quello che era il cavallo scosso della politica cinese, il solista che in qualche modo sparigliava i giochi, Bo Xilai il capo della Provincia di Chonqing destituito per uno scandalo è un primo segnale, ma se ne sono aggiunti altri, come la morte in uno strano incidente di auto del figlio di uno dei maggiori esponenti del gruppo dei Principi Rossi e si parla di rinvio del congresso - qualcuno dice - a novembre, a gennaio o forse addirittura a febbraio, tutti segnali di grande tensione, di grande nervosismo. È il momento in cui bisogna fare delle scelte decisive per il futuro della Cina: continuare a puntare su un modello tutto basato sulle esportazioni, accumulare dollari nei forzieri della Banca Centrale Cinese, oppure puntare sullo sviluppo del mercato interno? Tutte e due le scelte presentano inconvenienti notevoli. Puntare sulle esportazioni è diventato molto difficile da quando è partita la crisi del 2008, ma soprattutto con questa seconda ondata di crisi che ha travolto l’Europa. L’Europa è il principale mercato, la principale area commerciale del mondo, quella che assorbe la maggior quantità di beni a livello mondiale. La crisi che ci ha colpiti dall’estate dell’anno scorso e la conseguente recessione di quasi tutti i Paesi europei ha comportato una caduta verticale delle importazioni e di questo ha fatto le spese in primo luogo la Cina. Ecco il perché di quella caduta della crescita a cui accennavo all’inizio. Per la verità non ha colpito solo la Cina: un crollo drammatico l’ha avuto anche l’India che, dagli obiettivi del 9 %, è scesa a un modesto 5% di crescita, ha colpito il Brasile, uno dei massimi esportatori mondiali di materie prime e anche la Russia. Tutti i Paesi emergenti stanno segnando il passo o un deciso calo dei loro tassi di sviluppo. Si sta fermando l’economia mondiale. E’ estremamente pericoloso perché questa dinamica può colpirci molto seriamente.
Quella che mantiene in piedi l’economia mondiale è la domanda aggregata mondiale. Dopo la crisi del 1929 non è mai successo che la domanda aggregata mondiale nel suo complesso calasse; ci sono stati momenti, in particolare con la crisi del 73 /74, in cui siamo andati molto vicini alla parità, o piccolissime perdite, ma non è mai successo che ci fosse una recessione generalizzata, dopodiché si spalancano le porte al rischio che la recessione diventi vera e propria depressione economica. E’ quello che inizia a profilarsi, una crisi molto seria. Se si ferma anche la locomotiva cinese la situazione è drammatica per tutti.
La prospettiva del gruppo dirigente cinese quale può essere? Esportare in questa situazione diventa difficile, puntare sul mercato interno è certamente una soluzione più razionale e preferibile, ma non è una soluzione semplice e indolore. La Cina ha vissuto un momento di grande febbre dell’inflazione in questo periodo. Inflazione molto contenuta rispetto ai tassi che abbiamo vissuto noi in Europa negli anni ‘80, quando l’inflazione in Italia superava il 20%. In Cina dal 2010 fino alla metà del 2011 c’è stata un’inflazione sul 6 /7%, però bisogna sempre rapportarsi alla realtà storica e sociale di ogni singolo Paese. In Italia un’inflazione del 20%, pur essendo una patologia economica piuttosto preoccupante, era qualcosa che poteva essere sostenuto dati i nostri livelli di consumo. In Cina, dove una larga parte della popolazione è ancora sul limite delle economie di sussistenza, un’inflazione del genere, che significa un aumento dei generi di prima necessità come il riso e il maiale tra il 14 e il 16%, significa minacciare le condizioni minime di alimentazione della gente, perciò la Banca Cinese è stata costretta in un primo momento a tirare le redini, a restringere il credito, sia per fermare l’inflazione, sia perché nel frattempo stava partendo una bolla immobiliare del tutto simile a quella americana. Questo ha provocato effetti assolutamente indesiderabili di altro tipo: è esplosa la finanza grigia, quella che in Italia chiamiamo più semplicemente usura o finanza dei cravattari, come dicono a Roma. Molte aziende hanno iniziato a chiudere o a rallentare fortemente e allora la Banca Cinese ha cercato nuovamente di allargare i cordoni della borsa, ma questo fa rinascere i rischi d’inflazione e di gonfiare nuovamente la bolla edilizia oltre i limiti della sopportabilità. A maggio la Banca Centrale Cinese si è accorta che gli obiettivi della crescita al 7,5% difficilmente sarebbero stati raggiunti e ha fatto un’immissione di liquidità alle banche, concedendo denaro a bassissimo tasso d’interesse nella speranza di riattivare il ciclo produttivo. Invece nel mese successivo, a giugno, è successa una cosa paradossale: nonostante questi stimoli le banche hanno concesso 180 miliardi di Renminbi di prestiti in meno del mese precedente, al punto che la Banca Centrale Cinese i primi di luglio ha fatto una nuova immissione di liquidità e questo è un bruttissimo segnale.Significa che gli stimoli di liquidità non stanno avendo effetto. Nel linguaggio degli economisti si chiama “trappola della liquidità” esaminato da un economista famoso, Minsky negli anni ‘60 e ’70-. E’ il momento in cui ogni stimolo di liquidità non produce effetti nell’economia reale. Perché? Si dice nel linguaggio della finanza che, quando viene emessa liquidità, si porta a bere il cavallo: “E’ il momento di dare da bere al cavallo”… però ci sono momenti in cui il cavallo dell’economia reale non beve perché la situazione è così incerta che l’investitore non trova prudente investire nell’economia reale e accade che il prestito si prende per reinvestirlo in titoli finanziari. Prendo denaro alla BCE allo 0, 50% (io banca, naturalmente), dopodiché lo reinvesto in titoli di Stato giapponesi, per fare un esempio qualsiasi, che rendono un’1, 6 /1, 7% (annuo. Quando scadono i titoli rimetto a posto il denaro, restituisco il denaro alla Fed o alla BCE allo 0, 50% dell’interesse pattuito e mi metto in tasca pulito pulito quell’1 /1, 2 /1, 5% di differenza assicurata. questo significa che ho riscosso credito a quegli interessi, ma non l’ho concesso alle famiglie e alle imprese, alle quali continuo a fare mutui dal 7, al 9, all’11%. Quello è il momento in cui si determina gradualmente un blocco, una trappola della liquidità: il denaro per l’economia reale costa troppo, non c’è fiducia riguardo la possibilità che gli affari vadano bene e l’economia reale si ferma. Questo drammaticamente sta succedendo in Europa, ma che drammaticamente sta iniziando anche in Cina. Se dovesse proseguire la situazione economica potrebbe diventare estremamente grave nel 2013,
La prima cosa da fare sarebbe prendere coscienza della crisi, capire la drammaticità della situazione in cui ci troviamo e imporre politiche adeguate, che non sono quelle che si stanno adottando in questo momento. La prima cosa da fare è diffondere la consapevolezza di quello che sta succedendo: questi sono i dati, passate parola!

 

LE RAGIONI DELLA JUGOSLAVIA (NON DELLA SERBIA)

 

"Questo Paese ormai è diventato una fogna, una cloaca destinato a scomparire nella miseria più nera a passi di marcia, e con esso la gran parte dei suoi cittadini. Non mi restano che due scelte: o trasferisco me e la mia famiglia in luoghi più civili (ho abitato per alcuni anni nella profonda Serbjia di Milosevjc e vi garantisco che anche allora, in pieno conflitto europeo con gli aerei di d'Alema che sfrecciavano tra una città e l'altra bombardando i civili, si stava meglio di come si stia in questo fottutissimo Paese di merda; oppure combatto per sterminare parassiti e maiali di Stato fancazzisti che giorno dopo giorno stanno succhiando la linfa vitale di quello che ho considerato uno dei Paesi più belli del mondo baciato dalla grazia divina di colui che lo costruì, e non parlo naturalmente di quel merdoso di Garibaldi o del piemontese massone!. Credo non vi siano altre scelte; tra le tasse che hanno raggiunto livelli spropositati e costi del vivere quotidiano sopportabili solo da chi guadagna non meno di 3000 euro per il cittadino comune è rimasta solo un'alternativa: RIBELLARSI!!! Ma chi di voi sarebbe disposto a dare la VITA per la causa nella quale crede?".

 

STORIA DELLA GUERRA DI JUGOSLAVIA(1990-2001)

Chi vi scrive ha sempre rispettato l'esercito jugoslavo, quello con la stella rossa a cinque punte sull'elmetto, perchè combatteva bene sul campo, faccia a faccia, senza droni teleguidati a 15.000 km di distanza. La stessa Jugoslavia era uno straordinario esperimento di "comunismo elastico", decisamente poco incline alle formule fossilizzate sovietiche e proteso invece ad una forma organica vitale. I guai economici non li aiutarono, tuttavia il fatto che uno stato comunista terzomondista si mantenesse in Europa, dava fastidio. Così ecco il foraggiamento a pseudonazionalismi dichiaratamente destrorsi, come in Croazia e Slovenia, che avevano legami storici col nazi-fascismo uscito distrutto dalla seconda guerra mondiale. Paradossale che un intellettuale destrorso ,come MASSIMO FINI, abbia posizioni decisamente più evolute del "comunista" DALEMA, che da presidente del consiglio, nel 1999, tra LA MASSA DI STRONZATE DA LUI COMPIUTE SOTTO IL SUO, PER FORTUNA,BREVE GOVERNO, COME REGALARE LE FREQUENZE TELEVISIVE A MEDIASET IN CAMBIO DI UN OBOLO ALLO STATO DELL'1% DEL FATTURATO SBATTENDOSENE DEL CONFLITTO DI INTERESSI, DATO CHE IL CAPO DELL'ALLORA OPPOSIZIONE ERA ED E' IL PADRONE ASSOLUTO DI QUELLE TELEVISIONI, OPPURE COME REGALARE A DEBITO LA TELECOM AI CAPITANI CORAGGIOSI GUIDATI DA COLANINNO, CHE POI INTASCARONO UNA PODEROSA PLUSVALENZA DALLA SUCCESSIVA VENDITA A TRONCHETTI PROVERA, LASCIANDOGLI COLOSSALI DEBITI ED IL COLPO DI GRAZIA FINALE AD UNA AZIENDA OGGI RIDOTTA ALL'OSSO, AUTORIZZO' L'UTILIZZO DELLE BASI AMERICANE DI AVIANO PER TEMPESTARE DI BOMBE ALL'URANIO IMPOVERITO LA SERBIA che allora si chiamava Jugoslavia.

 Nel 1997, ad un anno dalla conclusione di combattimenti in Bosnia,nella più pura illegalità le forze della Nato stavano chiudendo il cerchio intorno a Radovan Karadzcic, l’ex leader dei serbi di Bosnia, per portarlo davanti alla Corte internazionale delI’ Aja nelle vesti di criminale di guerra. Com’è costume gli occidentali si servono del solito Quisling che nella fattispecie è interpretato da Biljana Plavsic, presidente della Repubblica dei serbi di Bosnia. La Plavsic, un fantoccio in mano agli americani, è stata sfiduciata dal proprio Parlamento? Poco importa: la signora ha sciolto il Parlamento. La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo lo scioglimento? Ecchisenefrega della Corte Costituzionale: la signora Plavsic continua a fare il presidente.

Così le forze della Nato hanno circondato a Banja Luka cinque edifici dove ci sono importanti insediamenti della polizia locale e, per usare l’eufemistica formula del Corriere della Sera, «hanno «agevolato» l’uscita dai commissariati dei poliziotti serbo-bosniaci nemici della Plavsic, disarmati e sconfitti» (Corriere 21/8). Questa operazione totalmente illegale è stata giustificata dal vice-comandante della polizia Nato, Werner Schum, col fatto che «l’arsenale ammassato nelle sedi della polizia indica che forse i «falchi» stavano per preparare un atto di forza contro la Plavsic». Come se fosse un ‘inquietante stranezza che nella sede centrale della polizia, nella scuola di polizia e in tre commissariati si trovino delle armi. In realtà l’atto di forza è servito alla signora Plavsic per nominare i nuovi vertici delle forze dell’ordine. Ma il ministero dell’Interno della Repubblica serba di Bosnia ha fatto notare che, «la Plavsic non ha la facoltà di destituire o nominare quadri delle forze dell’ordine». Ma anche questo non importa, ciò che conta è mettere le mani, in un modo o nell’altro, sui «criminali di guerra» Radovan Karadric e Ratko Mladic, considerati gli unici responsabili del conflitto bosniaco.
Il che è una menzogna. I principali responsabili stanno altrove. Come ricordava Aleksandr Solgenitsyn in un mirabile articolo pubblicato dalla Repubblica (21/8) «l’onorabile compagnia dei leader delle principali potenze occidentali...sono stati loro a mettere in moto l’estenuante guerra civile». Il perché è presto detto.

 Quando i Paesi occidentali e il Vaticano riconobbero nel giro di 48 ore l’autoproclamazione d’indipendenza (sacrosanta, s’intende) della Croazia e della Slovenia dalla Jugoslavia sapevano benissimo che ciò avrebbe immediatamente aperto il problema Bosnia, anche perchè l'esercito jugoslavo portava le sue offensive su VUKOVAR a nord, e sulla SLAVONIA a sud dalla "piattaforma girevole" Bosnia, il tutto allo scopo di chiudere in una tenaglia la Croazia. La manovra non funzionò, ma l'esercito jugoslavo era comunque forte e poteva mantenere l'iniziativa partendo dalla Bosnia. Per la Croazia spalleggiata da USA e Germania era un grosso problema. Altresì una Bosnia multietnica, a guida musulmana, aveva  senso solo all’interno di una Jugoslavia multietnica. I serbi di Bosnia chiesero quindi a loro volta di proclamare la propria indipendenza o di riunirsi alla Serbia. Ma la comunità internazionale, manovrata dagli Stati Uniti e dalla Germania, rifiutò ai serbi di Bosnia quella autodeterminazione che avevano invece riconosciuto ai croati e agli sloveni, anche perchè come detto, militarmente la Bosnia sarebbe divenuta un micidiale cuneo. E i serbi scesero in guerra. In questa guerra, combattuta dalle milizie ma appoggiata dalle popolazioni di tutte e tre le etnie in lotta (serba, croata e musulmana) si sono avuti, oltre che atti di valore, anche delle atrocità inutili e odiose. Come in ogni guerra. Ma queste atrocità sono state compiute da tutte le forze in campo. Ricorda ancora Solgenitsyn: «i cadaveri di civili fatti a pezzi scoperti in Bosnia appartengono a tutti i campi». Ma davanti al Tribunale dell’ Aja sono stati mandati quasi esclusivamente serbi, qualche croato (tanto per mantenere in piedi la finzione della neutralità) e nessun musulmano (i musulmani di Bosnia non sono integralisti e sono quindi molto graditi all’Occidente). In particolare i serbi (un milione dei quali era stato massacrato durante l’ultima guerra mondiale dagli hitlerocroati) sono stati accusati di aver praticato la pulizia etnica. Ma non sono stati i soli. Anzi, se si va a ben guardare, la più colossale «pulizia etnica», e anche la meno giustificata, è stata fatta dai croati quando hanno invaso la Krajina e ne hanno scacciato, in un sol colpo, 200 mila serbi uccidendone a mucchi. Ma nessuno pensa seriamente di portare il presidente Tudjman davanti al Tribunale dell’ Aja. In realtà quello che si sta mettendo in piedi alI’ Aja è il classico processo dei vincitori ai vinti, sulla scia di Norimberga. Precedente sciagurato perché fa coincidere il diritto con la forza: la forza dei vincitori. Nel caso slavo la cosa è particolarmente iniqua perché erano stati i serbi a vincere sul campo. Ma poi è intervenuto lo sceriffo americano che ha voluto diversamente e ha deciso che tre etnie che hanno ottime ragioni per odiarsi convivano in uno Stato inesistente: la Bosnia Erzegovina.

Ma andare a mettere il dito negli ingranaggi della guerra è sempre foriero di tempesta. Perche la guerra ha una sua ecologia e una sua funzione: risolvere un conflitto una volta per tutte. E i morti e i lutti che una guerra provoca trovano almeno una ragione nel raggiungimento di questo obbiettivo. Invece aver voluto comprimere la guerra, dandole un corso e uno sbocco diversi da quelli che naturalmente aveva avuto, ha reso solo quel conflitto latente, a covar minacciosamente sotto le ceneri. E si può star certi che, come qualsiasi artificiale compressione della natura, prima o poi ritorna indietro come un boomerang, così prima o poi quel conflitto riesploderà in maniera ancor più devastante. Rendendo beffardamente inutile, invece che fecondo, il sangue che è già stato versato.

13 ottobre 2010, Genova

Per capire cos’è successo martedì sera a Genova bisogna rifare un po’ di storia. Non del calcio. Della politica.

Nei primi anni ’90, dopo la disgregazione della Jugoslavia, si creò in Kosovo, considerato da Belgrado “la culla della Nazione serba” (un po’ come per noi il Piemonte francofono), un forte indipendentismo albanese. Negli ultimi decenni, per ragioni demografiche, in Kosovo si era formata una maggioranza albanese che pretendeva la separazione da Belgrado. Dall’altra parte lo Stato serbo voleva conservare una regione che era sempre stata, storicamente e giuridicamente, sua. Gli albanesi facevano guerriglia non disdegnando l’uso del terrorismo, com’è inevitabile in ogni lotta partigiana, la Serbia reagiva con le maniere forti, con l’esercito, con la polizia, con le milizie paramilitari di cui i giovani che hanno impedito la partita Italia-Serbia sono gli eredi.

C’erano quindi due ragioni, entrambe valide, a confronto: l’indipendentismo albanese e il diritto di uno Stato all’integrità dei propri confini, perché una terra non appartiene solo a chi in quel momento ci vive e ci abita ma anche alle generazioni che vi hanno vissuto, abitato e lavorato nel passato. Era quindi una questione che serbi e albanesi avrebbero dovuto risolvere fra di loro, secondo i reali rapporti di forza, o al massimo con l’intermediazione diplomatica dell’Onu. Ma gli Stati Uniti, che foraggiavano la guerriglia, decisero che le ragioni stavano solo dalla parte degli indipendentisti. Per tre mesi si misero a bombardare una grande capitale europea come Belgrado, facendo 5500 morti,per non parlare di tutta la dorsale industriale serba lungo la vallata del Danubio disintegrata dalle tonnellate di uranio impoverito sganciato, finché la Serbia dovette arrendersi. Il tutto con l’appoggio degli europei e con l’Italia di D’Alema nella poco onorevole posizione del “palo” (i bombardieri partivano da Aviano).

Era una guerra ingiusta, non autorizzata dall’Onu (ma si sa che ci si richiama all’Onu quando serve, come in Afghanistan, quando non serve la si ignora). Era una guerra contro l’Europa e particolarmente “cogliona” per l’Italia come dissi al presidente D’Alema a Ballarò senza che lui osasse replicare. Noi non abbiamo mai avuto contenziosi con la Serbia, caso mai con la Croazia che per decenni ha vessato i nostri profughi in Istria. Anzi con la Serbia avevamo storicamente degli ottimi rapporti. Ma ci sono anche ragioni più attuali. Il “gendarme Milosevic”, con alle spalle una Serbia forte, checché se ne sia detto e scritto in contrario, era un fattore di stabilità dei Balcani. Ora in Kosovo (dove c’è, guarda caso, la più grande base militare Usa), in Montenegro, in Macedonia, in Albania sono concresciute grandi organizzazioni criminali che vanno a concludere i loro sporchi affari nel Paese vicino più ricco, cioè l’Italia. Come se non bastasse ai serbi è stata inflitta l’ulteriore umiliazione di portare Slobodan Milosevic, che non era un dittatore ma un autocrate (a Belgrado esisteva un’opposizione che faceva opposizione più di quanto la si faccia, oggi, in Italia) davanti al Tribunale internazionale dell’Aja come “criminale di guerra“. Il processo iniziò con gran clamore ma a poco a poco non se ne parlò più perché Milosevic, uno dei protagonisti della pace di Bosnia quale firmatario degli accordi di Dayton, aveva troppe buone carte nelle sue mani. Poi è provvidenzialmente morto d’infarto. Dico, incidentalmente, che aver avallato da parte della cosiddetta Comunità internazionale l’indipendenza del Kosovo è un insidioso precedente per tutti. Poniamo che fra 50 anni in Piemonte ci sia una maggioranza di cittadini musulmani che reclamino l’indipendenza di quella regione dall’Italia. Cosa potremmo rispondergli?

Comunque sia i duemila serbi che sono calati martedì sera a Genova non c’entrano nulla con un discorso sportivo, hanno usato un avvenimento sportivo, come è accaduto altre volte, per manifestare la loro umiliazione, la loro frustrazione, la loro rabbia per i soprusi che la Serbia ha dovuto subire negli ultimi vent’anni. Io – e non solo io – ero sentimentalmente con loro.

di Massimo Fini

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Se fossi ancora pm accuserei Napolitano':DI PIETRO MANDA AFFANCULO BERSANI!!! L'IDV ESCE DAL CENTRO-SINISTRATI MENTALI. NEL FRATTEMPO NON ACCENNA A SCENDERE LO SPREAD: ANCORA QUOTA 511 !! I TEDESCHI NON VOGLIONO I MAFIOSI BERLUSCO

BERSANIANI AL GOVERNO !!!

Draghi ha messo fine alle fregole da liceali con un discorso semplice e chiaro: la Bce intima ai governi di approvare  le riforme strutturali di cui si parla da anni,

Non solo, ma l’acquisto di titoli sovrani avverrà eventualmente solo dopo che i governi in difficoltà invieranno formale richiesta di sostegno all’EFSF o all’ESM (sempre che a quest’ultimo venga dato il via libera dalla Corte Costituzionale tedesca) e si impegneranno in un memorandum ad un preciso scadenzario di riforme e di interventi di finanza pubblica sotto la tutela della Bce e dell’Ue.

Insomma una sconfessione su tutta la linea di chi vorrebbe che Bce togliesse le castagne dal fuoco ai governi incapaci (ai loro elettori e alle loro clientele, OVVERO LA MERDA MAFIOSA FORZAITALIOTAPIDIOSSINA E LA MERDA ISPANICA MODELLO LASCASAS).

Il governo tedesco ma soprattutto l’opinione pubblica e l’elettorato tedesco (incluso quello di sinistra) non hanno alcuna intenzione di farsi trascinare nelle follie fiscali mediterranee,  soprattutto dopo l’aiuto fornito a piene mani alla Grecia, senza che i governi facessero alcunché di serio per meritarlo. Quindi dopo aver ceduto di fronte ai salvataggi di Irlanda e Portogallo e aver progressivamente accettato di aumentare le dotazioni dei fondi salva stati e salva banche, hanno deciso a dicembre 2011 che su Spagna ed Italia si doveva cambiare registro non fosse altro perché non ci sono i soldi per tenere a galla due zavorre di tal calibro. A Berlino sanno che se i cordoni della borsa si allentassero, un minuto dopo ritornerebbero a spadroneggiare Berlusconi ed i suoida soli o in combutta con Bersani o Casini (con l’aggiunta di Vendola) a seconda delle convenienze. Quindi la strategia prevede che la pressione sui governi italiani e spagnoli (il purgatorio luterano) venga mantenuta finché non si spezza l’architrave del consenso che ruota intorno a quella che noi chiamiamo casta e a Berlino considerano alla stregua di una delle tante mafie attive in Italia. In questa difficile partita tuttavia c’è il rischio che per un qualche motivo imprevedibile, si generi uno shock che possa far saltare l’euro. Questo per Berlino sarebbe un disastro sia per le ripercussioni economiche, ma soprattutto per il capitale politico e gli impegni che sono stati profusi in 60 anni per creare un’Europa che avesse un qualche peso mondiale.

Pertanto in caso di emergenza seria è gia’ deciso che la Bce userà davvero il bazooka (per meglio dire una rete di protezione) ricorrendo a tutte le misure ordinarie e straordinarie per evitare il collasso trumatico di un paese. Questo ha inteso dire Draghi a Londra senza che a Roma e altrove capissero. La Bundesbank recalcitra un po’ perché sente di dover recitare la parte in commedia, un po’ perché vuole che i contorni delle situazioni di emergenza siano precisamente delineati e il tipo di interventi stabilito in anticipo. In altri termini, Weidemann vuole evitare che con la scusa dell’emergenza qualcuno si appresti a inscenare il furbetto del Quirinalino. En passant, su questa linea c’è l’accordo pieno di Hollande, il quale passate le elezioni ha ripreso esattamente lo stesso ruolo di Sarkozy a parte un po’ di belletto post elettorale su qualche misura marginale. Avete più sentito parlare di misura per la crescita? Udite forse il suono magico della parola eurobond? In sostanza, Draghi, in piena sintonia con i paesi euroforti, ha ribadito che per il momento il bazooka non ha colpi in canna e la Bce al massimo comprerà titoli pubblici per non far precipitare le situazione. Ma con calma. Forse fra qualche settimana, dopo che si saranno discusse le linee guida (campa cavallo). Monti dal canto suo invece di andare in giro per l’Europa, dovrebbe prepararsi per gli esami di riparazione imparando a far di conto senza troppi Grilli per la testa.

 

 

Piazza Affari sprofonda e cede il 4,4%
Spread a quota 500 punti, Btp oltre 6%

Gli investitori temono il rischio contagio all'interno della zona euro soprattutto dopo l'allarme arrivato ieri da Madrid: "Abbiamo finito i soldi". Oggi il via libera agli aiuti da 100 miliardi. Debole la moneta unica

 

MILANO - Seduta pesante per le Borse europee, e in particolar modo per quelle mediterranee, che accelerano al ribasso dopo il via libera dell'Eurogruppo 1al prestito da 100 miliardi di euro per le banche le spagnole. La situazione però non è ancora fluida, soprattutto dopo che il governo di Madrid ha ammesso di non avere più "soldi per pagare i servizi" 2spiegando che senza l'intervento della Bce la Spagna sarebbe fallita. "Per il mercato la situazione continuerà a essere di cambiamento", spiega a Bloomberg Tv Steven Sun, equity strategist di Hsbc: "Le banche centrali stanno allentando la politica monetaria per abbassare la volatilità dei mercati finanziari ed evitare la crescita del rischio".

A Milano Piazza Affari sprofonda e perde il 4,38% trainata in rosso dalla banche (Bper e Mps -9%). A scatenare le vendite le parole del presidente del Consiglio, Mario Monti 3, secondo cui è in corso il contagio all'interno dell'Eurozona. Londra arretra dell'1,09%, Francoforte dell'1,9%, Parigi cede il 2,14%, mentre Madrid precipita del 5,79%. Chiude in territorio positivo Wall Street: il Dow Jones perde lo 0,92% a 12.824,84 punti, il Nasdaq cede l'1,37% a 2.925,30 punti mentre lo S&P 500 lascia sul terreno lo 0,98% a 1.362,97 punti. 

Sul fronte obbligazionario torna di nuovo sopra i 500 punti base lo spread, il differenziale tra i titoli di Stato italiani e tedeschi con i Btp che sono scambiati al 6,13% sul mercato secondario contro l'1,16% del bund. Lo spread calcolato sui Bonos spagnoli vola al nuovo record storico di 602 punti, oltre 100 punti sopra il differenziale italiano, con il tasso al 7,18%, sopra la soglia d'allarme che ha costretto altri paesi a chiedere un piano di salvataggio. Euro al nuovo minimo da due anni sotto quota 1,2150 dollari. La moneta unica, in linea col peggioramento dei mercati azionari, è arretrata fino a toccare un minimo a 1,2144 dollari prima di chiudere a 1,2173.

Sul fronte macroeconomico, i prezzi alla produzione in Germania nel mese di giugno hanno rallentato fortemente raggiungendo il tasso di crescita annuale più basso in oltre due anni, sopratutto per il forte calo dei prezzi energetici. Secondo i dati resi noti dall'ufficio federale di statistica (Destatis), i prezzi alla produzione in giugno sono scesi dello 0,4% su base mensile portando il tasso di crescita annuale all'1,6%, il più basso dal maggio 2010. Il dato è inferiore alle stime degli analisti, che si aspettavano un -0,2% su mese e un +1,8% su anno. In maggio i prezzi erano scesi dello 0,3% su mese e saliti del 2,1% su anno.

Deboli, in mattinata, le Borse di Asia e Pacifico sui timori che la crisi dell'Eurozona non abbia termine nel breve e che ci possa essere un effetto domino tra i Paesi del Vecchio Continente, nonostante le misure di stimolo messe in atto per rivitalizzare l'economia. Sul fronte asiatico l'indice d'area Msci viaggia a ridosso della parità con Tokyo che lascia sul terreno quasi un punto e mezzo. Sul Nikkei pesano le vendite di Nec (-3,8%) con Moody's che ha tagliato l'outlook da stabile a negativo, Nomura (-3,7%), Olympus (-3,6(%), Panasonic (-3,51%). Cali, tra le singole Piazze, anche di Hong Kong, Shanghai e Sidney.

Petrolio in calo a New York, dove le quotazioni perdono l'1,7% a 91,04 dollari al barile. L'oro è in crescita dello 0,2% a 1.585,25 dollari sui mercati asiatici.

Egitto, Morsi annulla 
lo scioglimento del Parlamento

Vertice d'emergenza del Consiglio supremo miitare

Egitto, Morsi annulla  lo scioglimento del ParlamentoIl presidente della Repubblica, appena eletto, ribalta il verdetto della Corte costituzionale egiziana che aveva annullato l'elezione di una parte dei deputati. Il Parlamento resterà in carica fino al varo della nuova Costituzione

Messico, Obrador contesta le elezioni
"Il Pri ha comprato un milione di voti"

 

Messico, Obrador contesta le elezioni "Il Pri ha comprato un milione di voti" Il principale sfidante del candidato più votato, Enrique Peña Nieto, non accetta la sconfitta e, come già fece sei anni fa quando fu battuto da Calderon, denuncia brogli. Intanto prima manifestazione di piazza contro il neopresidente

 

CINQUANTA

MILA MORTI IN MESSICO!!

 

NELLA COLONIA MERIDIONALE DEGLI USA, LA GUERRA DEI NARCOS HA PRODOTTO NEL SOLO 2012BEN CINQUANTAMILA MORTI: GENTE TORTURATA, DECAPITATA E FATTA A PEZZI IN UNA SPIRALE DI VIOLENZA INAUDITA SENZA TREGUA, ALIMENTATA DAI CARTELLI DELLA DROGA E DALLE INDUSTRIE DI ARMI  TARGATE STELLE E STRISCE

IIl “killer di Denver” vestito da cattivo di Batman dopo aver massacrato dodici persone (dodici e non 12, perché il numero dei morti, come scrive Erri De Luca, merita di essere scritto per esteso, non sono mele) si è guadagnato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Tutti parlano di lui. È una tragedia, una barbarie, un fatto sconvolgente.

Leggo di lui analisi psicologiche, molti colleghi si inerpicano nel difficile terreno della sociologia senza avere gli strumenti per farlo.

E io sto qui in Messico e penso. Vivo e lavoro in un paese in cui qualche mese fa hanno trovato quarantanove cadaveri decapitati lungo una strada vicino a Monterrey, la città più ricca del Messico e una delle più ricche di America latina.

A settembre del 2011 hanno lasciato per strada in pieno giorno trentacinque corpi torturati, nudi, incaprettati a Veracruz. Ogni giorno aprendo il giornale sono più le teste mozzate che gli annunci pubblicitari.

Mi chiedo come mai fa notizia se un mitomane prende un fucile e comincia a sparare sulla folla aDenver e non fa notizia che qui sono sei anni che migliaia di persone vengono fatte a pezzi e buttate qua e là, torturate, fatte sparire a migliaia, anzi a decine di migliaia, e ciò non meriti che una breve ogni tanto.

Dice, vabbè, ma sono gli Stati Uniti, il Messico non è poi così importante. Ma è un paese del G20, ha 120 milioni di persone, qui si producono le macchine della FIAT, un sacco di 500 si producono.

Ma evidentemente i morti continuano a non essere tutti uguali.

Vivo in un paese che è diventato uno scannatoio. Qui stragi come quella di Denver sono una ragazzata. Qui se non tagli teste e le appendi per strada come piñatas non sei nessuno.

Magari ci fa orrore solo quello che percepiamo come più prossimo a noi. E sottovalutiamo il fatto che in un paese in cui chiunque può andare al supermercato e comprarsi un AK-47, magari statisticamente qualcuno a un certo punto lo userà.

Su History Channel c’è un programma ambientato in un negozio di armi, dove i commessi si sfidano per vedere chi riesce a vendere più armi da guerra dell’altro. Non è fiction. È entertainment. Il negozio è vero, i commessi pure, i clienti anche.

E qui in Messico le armi arrivano a camionate dagli Stati Uniti manco fossero arance. E succede che vengano usate. 

Non è una gara tra chi può vantare più stragi, più decapitazioni o più sequestri. È una riflessione su come funzionano i nostri media, e come viene confezionata l’informazione.
Non trovo una risposta ma penso che dovremmo leggere più a fondo la realtà e ampliare il nostro sguardo, prima che senza sapere come né da dove, la “barbarie” ci travolga. 

 

Egitto, vincono i Fratelli musulmani
Morsi presidente, feste in piazza

L'annuncio: rapporti più intensi con l'Iran

 

Egitto, vincono i Fratelli musulmani Morsi presidente, feste in piazza Il primo capo dello Stato democraticamente eletto. Un boato nel luogo simbolo della rivoluzione. Hamas applaude. Israele: "Rispettiamo l'esito del voto". Il neo-presidente: "Terremo fede ai trattati". Ma apre subito a Teheran. Congratulazioni di Obama

Abbattuto aereo turco
La Siria rivendica
"Siamo stati noi"

 

 

 

f4turco_strillo nuova

I militari di Damasco: "I radar siriani hanno individuato verso le 11:40 di ieri un obiettivo non identificato che è penetrato nello spazio aereo. La difesa anti-aerea ha ricevuto quindi l’ordine di aprire il fuoco". Ankara non esclude di coinvolgere la Nato

 

 

 

In coincidenza con la Conferenza di Ginevra sulla Siria, trapela da Damasco una clamorosa indiscrezione. Il presidente siriano Assad potrebbe resistere più a lungo di quanto si pensi – e per di più con il consenso tacito degli occidentali ansiosi di assicurarsi nuove vie del petrolio e del gas verso l’Europa prima della caduta del regime. Secondo una fonte vicina al partito Baath, americani, russi ed europei stanno negoziando un accordo che consentirebbe ad Assad di rimanere alla testa della Siria per altri due anni almeno in cambio di concessioni politiche all’Iran e all’Arabia Saudita sia in Libano che in Iraq.

La Russia, dal canto suo, conserverebbe la base militare di Tartous in Siria e un rapporto solido con qualunque governo dovesse insediarsi a Damasco con il sostegno dell’Iran e dell’Arabia Saudita. Il recente ammorbidimento della posizione di Mosca sulla Siria rientra nel quadro di una nuova intesa in virtù della quale l’Occidente potrebbe essere disposto a tollerare la presidenza di Assad pur di evitare una sanguinosa guerra civile.

Secondo fonti siriane al momento l’esercito di Assad è sottoposto ad una forte pressione da parte dei ribelli che annoverano forze islamiste e nazionaliste, con battaglie che provocano diverse decine di morti ogni giorno. Da quando la rivolta ha avuto inizio, circa 17 mesi fa, sarebbero stati assassinati o caduti in azione almeno 6.000 soldati. Circola anche voce che combattenti siriani vengano addestrati da mercenari giordani in una base utilizzata dalle autorità occidentali.

Le trattative Russia-Usa hanno una importante conseguenza politica: il riconoscimento da parte delle due superpotenze dell’influenza dell’Iran sull’Iraq e dei rapporti con gli alleati di Hezbollah in Libano mentre l’Arabia Saudita e il Qatar verrebbero incoraggiati a garantire maggior diritti ai musulmani sunniti in Libano e Iraq. Bagdad, divenuta l’epicentro del potere sciita nella regione, rappresenta da tempo una preoccupazione per l’Arabia Saudita che appoggia la minoranza sunnita in Iraq.

Ma il vero obiettivo dei colloqui riguarda l’intenzione dell’Occidente di garantirsi la sicurezza degli approvvigionamenti di petrolio e gas dagli Stati del Golfo, via Siria, senza dover dipendere da Mosca. “La Russia potrebbe chiudere il rubinetto in qualunque momento e questo le conferisce un enorme potere politico”, dice una fonte che desidera conservare l’anonimato. “Stiamo parlando di due oleodotti diretti in Occidente: uno proveniente dal Qatar e dall’Arabia Saudita attraverso la Giordania e la Siria; un altro proveniente dall’Iran attraverso l’Iraq meridionale a prevalenza sciita e la Siria. Entrambi sono destinati a raggiungere il Mediterraneo e l’Europa. Per questo sono disposti a lasciare Assad al suo posto per altri due anni, se necessario”.

Naturalmente i diplomatici che stanno portando avanti questo negoziato dovrebbe essere trattati con un pizzico di scetticismo. Non facciamo che ascoltare sfuriate dei leader occidentali contro il regime siriano colpevole di torture e massacri e poi veniamo a sapere che i diplomatici occidentali sono disposti a chiudere un occhio sull’altare della realpolitik che in Medio Oriente significa semplicemente petrolio e gas.

In altre parole gli europei sono disposti a tollerare la presenza di Assad fino alla fine della crisi. Gli Stati Uniti sono dello stesso parere mentre anche la Russia si è convinta che la stabilità è più importante di Assad.

È chiaro che Assad avrebbe dovuto riformare profondamente il paese alla morte di suo padre Hafez nel 2000. A quell’epoca l’economia siriana era in condizioni assai migliori della Grecia di oggi. Ma i moderati furono messi a tacere. “Assad non ha più alcun controllo personale su quanto avviene in Siria”, dice una gola profonda del regime. “Il fatto è che non ha alcuna voglia di viaggiare per il Paese e parlare con la gente”.

Secondo molti ufficiali dell’esercito siriano, Assad continua a sperare in una “soluzione all’algerina”. In Algeria, dopo l’annullamento delle elezioni democratiche, l’esercito negli anni ’90 scatenò una guerra spietata contro i ribelli e i guerriglieri islamisti ricorrendo alla tortura e ai massacri e facendo oltre 200.000 vittime. La guerra civile algerina aveva molte cose in comune con quella che si combatte oggi in Siria: neonati con la gola tagliata, famiglie massacrate da misteriosi “gruppi armati” paramilitari, città intere bombardate dalle forze governative.

Ma ciò che dà più speranza ad Assad è il fatto che l’Occidente non smise di sostenere il regime algerino fornendo armi e appoggio politico pur continuando a blaterare di diritti civili. Le riserve petrolifere e di gas dell’Algeria si rivelarono più importanti delle centinaia di migliaia di civili morti.

I siriani dicono che Jamil Hassan, comandante dei servizi segreti dell’Aeronautica, è diventato l’uomo forte del regime al posto di Maher, fratello di Bashar, che comanda la Quarta Divisione dell’esercito. Un interrogativo non ha ancora avuto risposta: Assad è consapevole della straordinaria importanza politica di quanto sta accadendo in Siria? C’è chi ne dubita.

 

 

Alfano, ultimatum alla Minetti
"Lunedì deve dimettersi,il mio padrone assoluto non la vuole piu' tra i coglioni"

  RISPONDE

 LA POMPADOUR:

"ALFANO

 E' SOLAMENTE IL

CAGNOLINO SCODINZOLANTE DEL MIO

 EX PAPPONE

 E QUINDI QUELLO CHE LUI VUOLE NON CONTA ASSOLUTAMENTE UN CAZZO !!!"

L'UOMO MERDA STA TORNANDO

Il maggiordomo Pdl sbava sul ritorno del Padrone Berlusconi. "Genuflessia assoluta prima dell'ambizione". E scarica immediatamente la maitresse lombarda del Bunga Bunga, oggi un lontano ricordo da cancellare anche nella mente degli italioti, cosa molto facile, che però resiste. Nel partito c'è aria di diaspora. Gli ex An avvertono: se torna Forza Italia, andiamo via

 

CON IL PARTITO DEI DEFICENTI SMANDRAPPATO TRA IL COMUNISMO FILOSOFEGGIANTE BASATO SUL NULLA DI VENDOLA, L'EBETINO RENZI E GLI UOMINI CHE C'ENTRANO IN UN GABINETTO, ASSUEFATTOSI A RATIFICARE SEMPLICEMENTE LE LEGGI DEVASTANTI DEL GOVERNO TECNICO, CHE IN 9 MESI HA CANCELLATO PENSIONI ED ARTICOLO 18 COL VOTO DEI PARTITI "RESPONSABILI" E MAI E POI MAI E' ANDATO ADDOSSO A PRIVILEGI, ENTIZZAZIONE DELLO STATO,SPRECO, SUSSISTENZA FINANZIARIA A TUTTI I VARI CLUB ITALIOTI,SEMPRE GRAZIE ALLA COALIZIONE DEI "PARTITI RESPONSABILI", L'UOMO MERDA STA FIUTANDO LA CRONICA DIMENTICANZA ITALIOTA MENTRE LA NAZIONALE E MONTI RIESCONO A SPOSTARE IN LA' LA REDDE RATIONEM DI UNA NAZIONE CHE CONTINUA AD AVERE 2000 MILIARDI DI EURO DI DEBITI ED UN PESO SUL PIL DEL 120%. TRA I REFERENDUM DEL 2011 SUL LEGITTIMO IMPEDIMENTO, IL NUCLEARE E L'ACQUA PUBBLICA, E LE AMMINISTRATIVE DEL 2012, IL PARTITO DELLE TROIATE IN LIBERTA' SI E' RIPIEGATO SUL 15%. ORA IL SUO SCOPO E' BALCANIZZARE AL MASSIMO IL PARLAMENTO IMPASTANDO LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA E QUELLO DELLA PUBBLICA INFORMAZIONE AD UN SUO USO SPECIFICO: OVVERO DISINFORMARE E BLOCCARE I SUOI PROCESSI (NASTRO FASSINO-CONSORTE, CONCUSSIONE-PROSTITUZIONE MINORILE RUBY SU TUTTI, I RESTANTI FINIRANNO IN PRESCRIZIONE (FRODE FISCALE MEDIASET). LO FARA' CON DEI PAGHERO' POLITICI, VISTO CHE LE FINANZE VERE E PROPRIE SCARSEGGIANO ANCHE PER L'UOMO MERDA: MEDIASET -60%, -75% DI UTILI PER MEDIOLANUM, 7 MILIONI DI EURO DI CONSOLIDATO CONTRO I 160 DEL 2010 PER FININVEST. UNA WATERLOO ECONOMICA CLAMOROSA NASCOSTA ENTRO IL RECINTO DI UN PAESE SPAPPOLATO TRA FORTILIZI RICCHISSIMI CHE SI MESCOLANO IN UNA PRATERIA CHE SI STA TRASFORMANDO, LENTAMENTE MA PROGRESSIVAMENTE, IN SAVANA A CAUSA DELLA PROGRESSIVA SCARSITA' DI "ACQUA". IL TEMPO A DISPOSIZIONE GLIELO HA  DATO, COME NEL NOVEMBRE 2010 DI FRONTE AL VOTO DI SFIDUCIA CHIESTO DA FINI, LA MUMMIA EGIZIA DEL QUIRINALE: NIENTE ELEZIONI POLITICHE IN AUTUNNO. SI STA INVENTANDO TUTTA QUELLA MERDA DI SIMBOLI TARGATI MARKETING SOCIALE DA AFFIANCARE AL SUO PREDELLINO IN VIA DI DECOMPOSIZIONE DA PUNTELLARE CON UNA BELLA E NUOVA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE CHE VADA A FAVORIRE LE LISTE PIU' PICCOLE IN MODO DA AMMORTIZZARE UNO SCONFITTA ROVINOSA: CON MARONI A CAPO DELLA LEGA DELL'EX ALLEATO BOSSI E CON CASINI CHE HA LANCIATO L'ALLEANZA CON "OH, RAGASSI ,SIAMO PASSI !!!", L'UOMO MERDA E' RIMASTO ISOLATO: SE SI VOTASSE CON IL PORCELLUM ALL'ARMATA DEL MERDA RIMARREBBERO GLI STRAPUNTINI. QUINDI "IL CAZZONE IN CAPO" CHE SI CANDIDA AL MINISTERO DEL TESORO IN "TEAM" COL SUO SEGRETARIO DI CUI E' PRESIDENTE IN UN GOVERNO NEL QUALE SAREBBE IL PRESIDENTE DEL PRESIDENTE....AL COMANDO DEL CONCORDIA AFFONDATO SUGLI SCOGLI. LA SUA MARA CARCAGNA AVEVA VENTILATO LE PRIMARIE PER SANCIRE ANGELINO JOLIE CANDIDATO PREMIER: ORA INVECE SI FARANNO LE "SECONDARIE" UNA VOLTA CONSTATATO CHE SENZA IL MERDA NON VA DA NESSUNA PARTE. IL MERDA HA DATO IL SUO IMPRIMATUR: LISTA RIVOLUZIONE CON SGARBI(!!!), LISTA DEL FARE(CON BERTOLASO DETTO SALARIA SPORT VILLAGE), LISTA DELL'APPARIRE( TARGATA SATANCHE'), LISTA FILO MERIDIOS, LISTA PARA-LEGA-GNOSTA, MA E' SEMPRE FORZA ITALONIA L'ETERNO RITORNO MAFIO DELLUTRIANO A RIDESTARE L'ENCEFALOGRAMMA OBLIQUO DELL'UOMO MERDA!!

Sisma, in Emilia torna il panico
nella notte tremano Friuli e Veneto ,08-06-2012

Gli esperti: rischio nuove scosse / video
Storia Il Carpi calcio sfollato si gioca la B foto

La terra trema

 anche a Ravenna -

 mappa

Scossa 4,5.

Sismologi: faglia diversa -
 

Forte scossa di

 terremoto in Emilia

 e nel Nord,

Forte scossa

 in Emilia 5,1, nessun ferito
Crolla la Torre di Novi,3 giugno 2012

29-05-2012,a

 10 giorni

dalla forte

scossa di

 Finale Emilia.

 MAPPE SISMICHE

 

Partito delle Libertà

circondariali,

Lega di

 merda

e Partito

 della Diossina:

SCOMPARSI!!!

UNA PERSEPOLI

 A PALERMO e PARMA

 

CROLLO TOTALE:

PDL MACERIE

(07-05-2012)

RIPOSIZIONAMENTO DEL POTERE IN ITALIA

In B !!

Il 13 gennaio 2012 l'Italia finisce in serie B.

Si aggrava posizione della Costa "Norme di sicurezza trascurate"

 

Si aggrava posizione della Costa
"Norme di sicurezza trascurate"

Oggetti della Cemortan
nella stanza di Schettino

Recuperati affetti della ragazza moldava nella cabina del comandante. Intanto la Francia apre un'indagine preliminare sul disastro della Concordia

 

 

Cermortan seguita da Schettino in plancia

 

Oggetti della Cemortan nella stanza di Schettino

Alcuni oggetti personali della 25enne moldava, Domnica Cemortan, sono stati trovati dai sub nella cabina del comandante della Costa Concordia Francesco Schettino. È Proprio a proposito di questi oggetti gli inquirenti ieri hanno chiesto spiegazioni nel corso dell'interrogatorio che è andanto avanti per sei ore, in una caserma di Marina di Grosseto. Domnica Cemortan, ai pm Navarro e Pizza, che l'avevano sentita come persona informata sui fatti, ha confermato di essere stata in plancia di comando la sera del 13 gennaio, quando avvenne l'urto con lo scoglio nei pressi dell'Isola del Giglio.

La donna, con l'aiuto di una interprete, ha ricostruito su richiesta della procura, tutto ciò che ha visto e sentito quella sera. Grazie alle sua dichiarazioni ora gli investigatori pensano di poter aggiungere nuovi particolari. La donna ha, infine, ribadito di essere imbarcata regolarmente con biglietto per questo gli investigatori le hanno chiesto di spiegare perché alcuni suoi effetti personali erano stati trovati nella cabina del comandante. La ragazza ha ammesso la sua vicinanza al comandante Schettino difendendolo come "eroe" per la manovra che ha permesso alla nave di arenarsi sugli scogli molto vicino alla riva subito dopo l'impatto.
 
 La procura ha intenzione a breve di sentire la donna, identificata come avvocato, che la mattina del 14 aveva incontrato il comandante Scettino all'Hotel Bahamas  dell'Isola del Giglio. Il comandante aveva con sè alcuni oggetti prelevati dalla nave e fra questi, in un sacchetto rosso un computer.

 
Indagine Francia. La procura di Parigi ha annunciato l'apertura di un'indagine preliminare sul naufragio della Costa Concordia, e ha chiesto alla gendarmeria marittima di interrogare "l'insieme dei passeggeri francesi sopravvissuti" per determinare circostanze del naufragio e gestione dei soccorsi.

 

A ridosso dell'Isola del Giglio affonda "Costa Concordia", 114.000 tonnellate extra lusso scarsamente equipaggiata...purtroppo ben 17 morti e 21 dispersi. Concordia, il video shock
Caos in plancia di comando
dopo l'urto sugli scogli

 

La Costa Concordia era partita alle 19 da Civitavecchia per un giro del Mediterraneo.  A bordo 4.229 persone, a terra ne risultano 4.179. "Un boato poi il black out" (VIDEO). Una enorme falla nella fiancata. Le vittime sarebbero annegate (AUDIO). 40 feriti, due sono in gravi condizioni. Mistero sulla dinamica: doveva passare a cinque miglia dalla costa, ma si è incagliata sugli scogli a un miglio da riva (MAPPA INTERATTIVA). Inchiesta per naufragio, disastro e omicidio colposo. L'armatore sotto accusa: "Tragedia che sconvolge" (FOTO). All'Isola del Giglio sono finiti i farmaci / MANDATE VIDEO E FOTO,14-01-2012

 

 

2012

 

 

 


 

?FINITA

 

Berlusconi da Napolitano: "Non ho più la maggioranza, DIMETTITI!!"12-12-11

Calciopoli, piovono condanne
Cinque anni per Luciano Moggi
 

Oltre all'ex dg della Juventus sono stati condannati in primo grado gli ex designatori Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto. il pm Stefano Capuano: "Non è stato un processo farsa" 8/11/11
di Dario Pelizzari

 

Pdl-Lega sconfitti in Aula: solo 308 i voti - video 08/11/11

 

BARILLARO,MORTO AMMAZZATO

Il 25 luglio 2012 un camion si scontra frontalmente con una Land Cruiser che si dirige verso Otijwarongo in Namibia. I tre occupanti dell'auto muoiono sul colpo, tra loro c'è il giudice Michele Barillaro. Il conducente del camion si salva. Qualche settimana prima, il 9 luglio, il ministero dell'Interno aveva tolto la scorta a Barillaro, gip presso il tribunale di Firenze. In seguito, il 16 luglio, Barillaro aveva ricevuto delle minacce contenute in una lettera recapitata all'Adnkronos. Una lettera non firmata e non rivendicata, scritta in rosso: "Compagni!!!! BARILLARO senza SCORTA Senza PIU' celerini che lo guardano come un bambino idiota: CHE REGALO!! Grazie ai neri burocrati suoi degni compari che l'hanno giustiziato con le loro mani!! Ladro di stato era ora! Fascista e impunito!! Gli scrivani del popolo diventano giustizieri della storia I Compagni lo manderanno a far compagnia a un altro fascista vent'anni dopo via d'amelio BARILLARO è il nostro regalo di compleanno". A chi gli chiese se aveva paura delle minacce, Barillaro rispose con un sorriso.
Chi era Barillaro? E' stato consigliere applicato alla Corte d'Assise d'Appello di Caltanisetta dove ha redatto la sentenza nel processo Borsellino ter sulla strage di via D'Amelio e la sentenza nel processo a Totò Riina e altri per l'attentato all'Addaura contro Giovanni Falcone. Per la sua attività gli fu assegnato il premio internazionale "Rosario Livatino". Su Borsellino disse "Ora tutti lo osannano, ma a quei tempi era stato lasciato solo". A Firenze, Barillaro si era occupato del pericolo degli anarco insurrezionalisti, ma soprattutto delle infiltrazioni mafiose e delle loro relazioni con l'enorme riciclaggio verso la Cina, che denunciò pubblicamente. L'11 luglio la Guardia di Finanza eseguì 111 perquisizioni sequestrando 47 milioni di euro in un'operazione sul trasferimento di soldi dall'Italia alla Cina.
L'operazione, firmata da Barillaro, era la terza del genere. Per il flusso di denaro illegale, in totale, sono stati scoperti 4,5 miliardi di euro, 24 persone arrestate e 581 denunciate. Numeri pazzeschi per un giudice a cui era stata tolta la scorta. Il 25 luglio, lo stesso giorno della morte di Barillaro, Ingroia veniva ufficialmente trasferito in Guatemala, il giorno successivo moriva Loris D'Ambrosio di infarto fulminante senza che ne fosse disposta l'autopsia. Spariva così il custode delle suppliche di Mancino, imputato al processo di Palermo per i collegamenti mafia - Stato. Ingroia si guardi dai camion. Ci vediamo in Parlamento. Sarà un piacere.

Motori fermi. Ducati in vendita
Sarà straniera
(colosso indiano)
,altro pezzo d'Italia che viene colonizzato (dopo Parmalat (sotto la francese Lactails), Edison (sotto il colosso energetico francese EDF), Fiat (sotto la statunitense Crysler), Bulgari (sotto la francese Lyhm-Arnaud), Alitalia (SOTTO Air France), UNICREDIT (sotto scalata dagli arabi di Abu Dhabi), Ferretti (ad un colosso cinese)....)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Bonomi ha dato l'annuncio al Financial Times: il prezzo è un miliardo di euro. Trattative già avviate con Bmw e l'indiana Mahindra. Si tratta, dunque, di un altro pezzo del nostro made in Italy che se ne
 

 
 
 
Finmeccanica crolla
E dopo Borgogni
rischia Guarguaglini
: il suo rischio è stata una buonauscita da 5 MILIONI DI EURO !!! DAL COINVOLGIMENTO DEI VERTICI DI FINMECCANICA NELLA LOGGIA MASSONICA P3 E NEL CASO LAVITOLA-TARANTINI, CON LE OSCURE COMMESSE PANAMENSI, ALLE COMMESSE SIRIANE PRO REGIME DI ASSAD....

MILIARDI DI EURO ALLA SUPER DIFESA

 ITALIOTA

Nel 2009 il delirante ministro della difesa La Russa bruciava 350 milioni di euro, all'indomani della tragedia de L'Aquila, per sbattere in orbita il SICRAL 1B COSMO -SKY MED, oggi, in pieno governo Tecnico, abbiamo 12 MILIARDI DI EURO di spese per decine di F-35 targati Star and Shit.

Dicono che non potevamo farne a meno. Che per essere al passo con i tempi e con le esigenze della guerra aerea elettronica, l’Italia non potesse rinunciare a due Gulfstream 5, superjet che sono come la Ferrari dei cieli e che in proporzione costano anche quanto una Ferrari: 750 milioni di dollari in totale, compreso il supporto logistico necessario. Una bella cifra, soprattutto in momenti come questi di magra e di quaresima militare. Proprio in queste settimane il governo sta decidendo di mandare a casa migliaia di soldati, compresi gli avieri dell’Aeronautica.

Il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, ha inoltre in programma altre spese ingenti: l’acquisto, per oltre 12 miliardi di euro, di 90 esemplari di F35 Lockheed Martin, gli aerei più costosi della storia dell’aviazione, un’operazione contestatissima, su cui il Parlamento esita a dare il suo assenso proprio per l’impegno finanziario previsto. Infine pure sui voli militari di Stato è scattato un piano di risparmi all’osso. Su indicazione del presidente del Consiglio, Mario Monti, è stato ridotto al lumicino l’uso degli aerei del 31esimo Stormo (3 Airbus, 5 Falcon e 2 elicotteri Agusta Westland) per il trasporto degli alti dignitari della Repubblica. Rispetto a un anno fa, quando per i ministri del governo di Silvio Berlusconi volare con i jet militari faceva status ed era un passatempo in voga, ora solo il presidente del Consiglio, quello della Repubblica e i presidenti di Camera e Senato possono usare senza particolari restrizioni gli aerei dell’Aeronautica. Tutti gli altri, compresi i ministri, devono mettersi in coda, presentare regolare domanda al sottosegretario di Palazzo Chigi, Antonio Catricalà, comunicargli il motivo dello spostamento, i dettagli della trasferta e attendere l’ok o anche l’eventuale diniego.

Il nuovo regime ha colto in pieno lo scopo: da novembre alla fine di giugno i voli autorizzati sono stati circa 200, a prima vista tanti, ma molti, molti meno rispetto a prima, con una riduzione di oltre il 37 per cento e un risparmio di 5,2 milioni di euro, secondo fonti governative. La riduzione è stata così drastica che ora c’è addirittura chi teme possa risultare eccessiva e controproducente rendendo necessario un surplus di manutenzione per evitare che l’inattività forzata possa trasformare in fretta quei velivoli in ferrivecchi. E c’è chi prevede che per il basso numero di ore volate, i 5 piloti e i 10 tra tecnici ed assistenti del 31esimo Stormo possano addirittura essere costretti a fastidiose verifiche periodiche con l’Enac, l’ente nazionale dei voli, per mantenere aggiornati i brevetti. In questo clima austero, l’acquisto dei due Gulfstream ha il sapore di una festa per il giorno dei morti. Il Gulfstream 5 è un executive, un aereo decisamente di lusso, in Italia finora in esercizio ce n’era solo uno, usato da Alba, una compagnia di aerotaxi per banchieri, finanzieri e industriali di primo livello. Porta al massimo 19 passeggeri, è in grado di traversare l’Atlantico senza scali e in un quindicennio nel mondo ne sono stati prodotti appena 200 esemplari, 23 dei quali usati dai capi di Stato e di governo. Opportunamente attrezzato e dotato, può essere impiegato anche per le contromisure di guerra elettronica, per disturbare le centrali nemiche e proteggere le proprie, ed è proprio a questo scopo che, secondo le fonti ufficiali, i due Gulfstream sarebbero stati acquistati dall’Aeronautica italiana. L’operazione avviata 16 mesi fa dal sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto del Pdl, presenta aspetti inconsueti. Pur essendo prodotti dalla statunitense Grumman con il contributo della Nasa, i Gulfstream non sono stati forniti dagli americani, ma dal governo israeliano nell’ambito di una serie di accordi al massimo livello politico tra Italia e Israele.

Il comunicato ufficiale emesso dal ministero della Difesa italiano non parla del prezzo d’acquisto dei velivoli e nemmeno cita esplicitamente i Gulfstream, limitandosi a fornire qualche cenno sui vantaggi che l’intesa arrecherebbe al nostro paese, in particolare alla sua industria bellica, cioè la Finmeccanica. Per reperire le cifre relative ai Gulfstream (750 milioni di dollari) bisogna leggere il comunicato di Israel Aerospace Industries (Iai) nel quale si dà conto anche della fornitura di un satellite di osservazione a Telespazio (182 milioni di dollari). In base a questi accordi Alenia-Aermacchi, Telespazio, Selex ed Elsag, tutte aziende del gruppo Finmeccanica, acquisiscono a loro volta contratti con il governo israeliano per un totale di 850 milioni di euro. In particolare la Alenia-Aermacchi fornirà 30 jet M346 per l’addestramento avanzato dei piloti israeliani.

Forse per la contemporanea tragedia che ha colpito l’Abruzzo, forse per un tardivo senso del pudore dei nostri militari (con la crisi economica, i 350 milioni di euro investiti sono proprio tanti), pochissimi italiani sono stati informati che a 36.000 chilometri dalla terra c’è adesso un secondo satellite da guerra che sfoggia il tricolore, testimonial delle sciocche ambizioni di potenza imperiale di qualche politico e generale.

Il nuovo satellite del programma “SICRAL” (Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate e Allarmi) “amplierà le potenzialità di comunicazione in base alle nuove esigenze operative delle forze terrestri, aeree e navali”, fa sapere il Ministero della difesa. “Il sistema – aggiunge - sarà in grado di garantire l’interoperabilità tra le reti della Difesa, assicurando le comunicazioni strategiche e tattiche sul territorio nazionale e nelle operazioni fuori area”. Il SICRAL 1B assicurerà inoltre le trasmissioni delle forze NATO in banda UHF (ultra-high frequency) ed SHF (super high frequency), in base ad un Memorandum firmato nel 2004 da Italia, Francia, Gran Bretagna e Alleanza Atlantica. Se necessario, il satellite supporterà “le comunicazioni nella sicurezza pubblica, nell’emergenza civile e nella gestione e controllo delle infrastrutture strategiche negli interventi della Protezione Civile, delle unità militari intervenute nelle attività di disaster relief”, quasi a volere riaffermare simbolicamente che in tema di terremoti e disastri vige la totale subalternità del civile al militare.

La fase di lancio e posizionamento orbitale del satellite è stata coordinata dal Centro Spaziale del Fucino in Abruzzo (megaimpianto di Telespazio Spa con 90 antenne disseminate in una superficie di 370.000 m2); successivamente il controllo del satellite è stato trasferito al Centro Interforze di Gestione e Controllo SICRAL di Vigna di Valle, frazione del comune di Bracciano a pochi chilometri da Roma. Vigna del Valle è uno dei maggiori centri strategici del sistema di guerra nazionale ed alleato. L’installazione “top secret” sorge all’interno di una vecchia infrastruttura dell’Aeronautica Militare, accanto agli impianti del “ReSMA”, il reparto AMI dedito alle “Sperimentazioni Meteorologia”.

Dotata di avanzate e complesse tecnologie elettroniche, informatiche e telematiche, la stazione interforze opera in funzione del collegamento ed integrazione tra un centinaio di terminali terrestri, aerei e navali che compongono la principale rete di telecomunicazioni delle forze armate, con diversi sistemi satellitari. Tra essi c’è il SICRAL 1, l’altro satellite militare italiano presente in orbita dal febbraio del 2001, dopo un lancio dal centro spaziale di Kourou, nella Guyana francese. Meno costoso (“solo” 300 milioni di euro) e meno sofisticato del SICRAL 1B, il satellite ha avuto un ruolo chiave nelle operazioni delle forze armate italiane in Iraq e Afghanistan, pur evidenziando qualche “piccolo problema” ai sensori di stabilizzazione. Sino al prossimo anno opererà congiuntamente al nuovo arrivato; poi completerà il suo ciclo vitale per trasformarsi in uno dei tanti relitti ad altissimo rischio ambientale che vagano dello spazio. Andrà meglio – forse - con il SICRAL 1B, progettato per avere una vita operativa di 13 anni. Per continuare a partecipare attivamente e in autarchia alla spasmodica corsa alle “Guerre Stellari”, i vertici della Difesa puntano comunque allo sviluppo e alla realizzazione di una nuova generazione di satelliti, i SICRAL 2, il primo dei quali dovrebbe entrare in orbita per la fine del 2012.

Si è dunque di fronte ad una dispendiosissima ossessione spaziale che l’entourage del ministro La Russa giustifica profetizzando incommensurabili ritorni di ordine finanziario per l’economia italiana. Con occhio più attento, si scopre però che d’“italiano” nei sistemi di telecomunicazione satellitare SICRAL c’è poco, molto poco. Il SICRAL 1B è stato realizzato attraverso una “Public-Private Partnership” fra la Difesa e la “Thales Alenia Space Alliance”, un consorzio creato dal colosso dell’industria bellica francese Thales (67%) e da Finmeccanica (33%). Una partnership dove il “pubblico” (dicasteri alla Difesa e allo Sviluppo economico) assume più del 75% dei costi, circa 270 milioni di euro, mentre il “privato” incamera gli eventuali profitti. Con il SICRAL 1B, infatti, Telespazio Spa, joint-venture in mano a Finmeccanica e per un terzo del capitale all’immancabile Thales, potrà vendere circa un quarto della capacità del satellite a clienti istituzionali, quali la NATO, o ad altre nazioni che hanno bisogno di comunicazioni riservate (sino ad oggi si sono fatte avanti Bulgaria, Romania e Sud Africa).

“Thales Alenia Space” è ormai una società leader in Europa nel settore spaziale, delle telecomunicazioni e dei sistemi radar e vanta ben 11 siti industriali in 4 paesi (Francia, Italia, Spagna e Belgio). È tuttavia nel paese transalpino che sono state realizzate le componenti d’eccellenza del SICRAL 1B. A Cannes sono state fatte pure le prove ambientali del sistema. All’Italia (gli impianti di Torino e L’Aquila) è toccato l’assemblaggio e le operazioni integrative del satellite. Era andata certamente meglio con il satellite di prima generazione. Il SICRAL 1 fu infatti costruito dal consorzio “SITAB”: Alenia Spazio (70%), Avio (20%) e Telespazio (10%). Ancora a Telespazio fu affidata la realizzazione del Centro Interforze di Gestione e Controllo di Vigna di Valle.

Non c’è l’ombra di aziende italiane nel sistema di lancio utilizzato per il nuovo apparato militare. La base mobile nell’Oceano Pacifico è gestita infatti dalla “Sea Launch Company”, società con sede a Los Angeles, California, che ha pure curato le operazioni e i test pre-lancio del SICRAL 1. La “Sea Launch Company” è una holding con capitali statunitensi, russi ed ucraini, costituita nel 1995 dai colossi militari mondiali Boeing Commercial Space Co., RKK Energiya, Kvaerner Maritime AS ed NPO Yuzhnoye. Di fabbricazione russo-ucraina il vettore che ha portato in orbita il satellite “italiano”, lo Zenit 3SL, frutto di un programma industriale che ha ricevuto ingenti finanziamenti dalla Chase Manhattan Bank (400 milioni di dollari), dalla Banca Mondiale (175 milioni), dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (65 milioni) e dai governi di Russia (100 milioni) ed Ucraina (75 milioni).

Il SICRAL non è l’unico oggetto dei deliri stellari dei militari italiani. C’è ad esempio pure il programma Cosmo SkyMed (Constellation of Small Satellites for Mediterranean basin Observation), avviato congiuntamente all’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana, con il lancio, nel biennio 2007-08, di tre satelliti radar per l’osservazione terrestre (il produttore, è ancora una volta, Thales Alenia Space). Rapporto super consolidato quello tra la Difesa e l’agenzia spaziale. “Le forze armate stanno consolidando la loro dimensione spaziale con la collaborazione dell’ASI realizzando mezzi che possano assolvere sia alle esigenze militari e contemporaneamente a quelle civili e alle emergenze ambientali”, ha dichiarato recentemente l’onorevole Marco Airaghi, responsabile del settore spaziale al ministero della Difesa.

Il 12 febbraio 2009, il capo di stato maggiore delle forze armate, generale Vincenzo Camporini, e il commissario straordinario dell’agenzia spaziale italiana, Enrico Saggese (già vicepresidente Finmeccanica ed ex amministratore delegato di Telespazio), hanno sottoscritto un nuovo accordo di collaborazione nell’ambito del programma di ricognizione Cosmo-SkyMed di seconda generazione. L’accordo prevede lo sviluppo, la realizzazione e la messa in orbita nel biennio 2014-2015 di “satelliti duali radar SAR” destinati alle forze armate di Italia, Belgio, Francia, Germania, Grecia e Spagna. L’ennesimo programma militare a cui vengono destinati fondi in budget di ministeri nati con ben altre finalità.

L’ASI, nello specifico, è un’agenzia che dipende interamente dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, quello diretto da Mariastella Gelmini.

 

 

La7, arriva l'offerta di Sposito (altro ex Fininvest) COL fONDO pRIVATE eQUITY cLESSIDRA
Con in più "l'opzione" Mentana

 

 
La7, arriva l'offerta di Sposito Con in più "l'opzione" Mentana

L'ex manager Fininvest presenta una proposta allettante per rilevare la tv di Telecom con il Fondo Clessidra. Indiscrezioni sul coinvolgimento del giornalista, che ammorbidirebbe l'impatto politico dell'eventuale acquisizione

La7, fuori Mediaset, dentro Murdoch. Mediobanca ago della bilancia

Le pressioni e le indiscrezioni del finesettimana sul processo di vendita di La7 fanno buon gioco, in Borsa, al titolo di Telecom Italia Media, la società di Telecom Italia che controlla...

Dopo le voci di un possibile acquisto delle infrastrutture trasmissive di Telecom da parte di Mediaset, ora si rincorrono voci su un possibile acquisto della stessa La7 da parte dell’azienda di Silvio Berlusconi. Sarebbe possibile? La risposta è si!

Negli scorsi giorni ho parlato della necessità di una riforma della legge Gasparri, sostenendo che fino a che le sue norme non fossero state superate in Italia si sarebbe continuata a porre una ”questione televisiva”. Qualcuno ha sorriso. Dopo quest’ultima notizia dovrebbe farlo un pò meno. In base all’articolo 43 della legge Gasparri Mediaset puó acquistare La7 in quanto il limite antitrust indicato è che nessun soggetto puó avere ricavi superiori al 20% del totale del sistema integrato delle comunicazioni (cd Sic). Mediaset detiene nel calderone infinito del Sic circa il 13% dei ricavi per cui ben potrebbe in base alle vigenti norme acquisire la televisione del gruppo Telecom, che, visti i suoi ricavi, poco inciderebbe sull’incremento del 13% e comunque in una misura largamente inferiore alla soglia del 20%. Questo dice la legge Gasparri e le quantificazioni del Sic fatta dall’Autorità per le garanzienelle comunicazioni (dati indicati da Agcom nell’ultima relazione al Parlamento).

Esiste poi un problema di concentrazione limitativa della concorrenza affidato alla vigilanza dell’Autorità Antitrust. Ma visti i precedenti non c’è da stare allegri. Per l’Agcm come per l’Agcom non é esistito in Italia un problema di posizioni dominanti nel mercato della televisione. Quanto al limite contenuto nello stesso articolo 43 della Gasparri sul numero dei programmi irradiabili (non più del 20% del totale), dopo le interpretazioni di Agcom sul monte complessivo dei canali,  praticamente è come se non ci fosse. Neppure le abbondanti soglie massime per la raccolta pubblicitariasarebbero ostative, giacchè nel Sic non si è individuato tra i mercati che lo compongono quello pubblicitario (stavolta davvero Sic!). Infine, ci sarebbe il limite massimo dei cinque mux per ciascun operatore. Ma c’è un dubbio mai chiarito: questo limite riguarda i soggetti che partecipano alla gara per l’assegnazione delle ulteriori frequenze (attualmente è scritto nelle norme sul beauty contest) ovvero è diventato un principio di sistema?

Della Valle contro Fiat: “Gesto pericoloso. Se ne stanno andando alla chetichella”, IL NOBILE DELLA VALLE SCOPRE L'ACQUA CALDA. LA FIAT, DOPO ANNI DI BALLE RACCONTATE, SI STA TRASFERENDO ARMI E BAGAGLI NEGLI USA, ALL'ITALIA RIMARRA'....LA RUBENTUS....

Eletto il cda di Premafin
Paolo Ligresti si ribella a Ugf,ENTRATA IN FONSAI

L'assemblea di Premafin ha eletto il nuovo cda che sarà composto da 12 rappresentanti del socio di maggioranza Unipol, nominando alla presidenza Pierluigi Stefanini. Luigi Reale sarà il 13esimo componente del board quale rappresentante dei soci di minoranza Canoe e Limbo, holding dei Ligresti. Oltre a Stefanini, nel consiglio siederanno in rappresentanza del gruppo bolognese: Carlo Cimbri (ad Unipol), Piero Collina, Roberto Giay, Marco Pedroni, Ernesto Dalle Rive, Milo Pacchioni, Claudio Levorato, Vanes Galanti, Germana Ravaioli, Rossana Zambelli e Silvia Cipollina. L'assemblea ha anche approvato a maggioranza l'esonero dal divieto di concorrenza per gli amministratori proposto da Unipol.

La Limbo, holding lussemburghese di Paolo Ligresti, aveva dichiarato di voler impugnare l'esito della votazione per la nomina del cda di Premafin se Ugf avesse partecipato al voto. "Limbo ritiene che Ugf non possa votare su candidati che sono anche suoi amministratori e su quelli eletti in conflitto di interesse. Se Ugf partecipa, Limbo esprime ogni più ampia riserva di impugnazione", ha detto Paolo Ligresti prendendo la parola all'inizio dell'assemblea. In precedenza un rappresentante legale di Unipol aveva proposto la mozione di poter votare gli amministratori in concorrenza.

"Prendo atto di tale eccezione (sollevata da Limbo, ndr), ma non rientra nei miei poteri di presidente escludere il socio Unipol dal voto, fermo restando il diritto di impugnare la delibera ove sussista". Lo ha detto la presidente di Premafin, Giulia Ligresti, alla ripresa dell'assemblea della holding per la nomina del nuovo cda, rispondendo all'intervento del fratello Paolo, cui fa capo Limbo, dopo una pausa per una consultazione con i legali. Limbo ha sollevato l'eccezione di conflitto di interesse sul voto in assemblea da parte di Unipol in relazione all'articolo 2390 del codice civile che prevede il divieto di assumere incarichi in società in concorrenza. Limbo, la holding lussemburghese di Paolo Ligresti, è socia di Premafin con l'1,974%.

"Sento la necessità di dire che verrà fatto quanto necessario per il rispetto degli impegni presi verso i soci di minoranza per la liquidazione delle loro quote, trattandosi di impegni leciti, validi ed efficaci. Se da questo deriverà da Ugf un'opa obbligatoria è assolutamente benvenuta". Lo ha detto Jonella Ligresti, prendendo la parola all'assemblea di Premafin chiamata a eleggere il nuovo cda. L'accordo siglato a gennaio tra i Ligresti e Ugf prevedeva il diritto di recesso e la manleva. A maggio Consob aveva stabilito che tali indicazioni non potevano figurare nell'accordo. La famiglia Ligresti però evidentemente non intende rinunciare a quanto era stato stipulato in origine. In una nota congiunta il 25 giugno Unipol e Premafin avevano indicato che si adeguavano alle indicazioni di Consob in merito alla manleva, di cui avrebbero beneficiato i Ligresti e al diritto di recesso.

Fonsai-Ligresti, battaglia su Mediobanca
la Consob in campo contro Bollorè

Un testo di 63 cartelle, più 23 pagine di allegati, firmato dal presidente Vegas è stato appena consegnato ai magistrati. Si cerca di sciogliere il nodo dell'Opa

 

di MASSIMO GIANNINI
CONSOB-Ligresti-5/8/2012. "Una brutta pagina di storia per il capitalismo italiano". Al piano nobile della sede di Piazza Verdi della Consob (il quinto, dove "alloggiano" il presidente Giuseppe Vegas e l'intero board della Commissione) si respira un'aria pesante. Lo scandalo Ligresti è molto più che "degradante", come lo definiscono eufemisticamente i garantisti a contratto della scandaleide berlusconiana. È invece potenzialmente devastante, per quel poco che resta del Salotto Buono che fu, ai tempi del Grande Vecchio Enrico Cuccia.

La bancarotta dell'impero di Don Salvatore, che attraversa gli ultimi quattro anni della parabola declinista dell'asfittica e autoreferenziale finanza tricolore, sta travolgendo i già precari equilibri della Galassia del Nord. Chiama pesantemente in causa Mediobanca (e di riflesso Generali e tutti i "satelliti" del sistema) che è ormai nel mirino delle indagini di Vigilanza e delle inchieste giudiziarie. Nasconde una guerra di potere feroce, che si combatte dal 2009.

E che in un vortice di geometrie variabili vede alternarsi, nel ruolo di carnefici e vittime, i principali protagonisti di un establishment ormai compromesso: non solo Ligresti e i suoi figli, ma anche Cesare Geronzi e Vincent Bolloré, Alberto Nagel e Renato Pagliaro, Giovanni Perissinotto e Alessandro Profumo. Una partita mortale, che si è giocata e si gioca in due tempi diversi.

L'AFFARE GROUPAMA-FONSAI
Il primo tempo della partita, sul quale stanno indagando la magistratura e la Vigilanza, si gioca tra la primavera del 2009 e l'autunno del 2010. A ricostruire quel match è la Consob, nel documento riservato trasmesso la settimana scorsa alla Procura della Repubblica di Milano. Un testo di 63 cartelle, più 23 pagine di allegati, firmato dal presidente Vegas, che ricostruisce per filo e per segno i passi compiuti in quell'anno dal finanziere bretone Vincent Bolloré, per "manipolare i corsi azionari" dei titoli Premafin, la holding dei Ligresti che ha in pancia Fonsai, e per consentire l'ingresso massiccio nel capitale dei francesi di Groupama.

L'atto d'accusa, sottoscritto da Vegas, recita, a pagina 62: "Sussistono elementi in base ai quali è ragionevole concludere che Vincent Bolloré abbia posto in essere una manipolazione del mercato delle azioni Premafin, nella forma di acquisti di tali azioni effettuati tramite Financiere de l'Odet SA e Financiere du Perguet SAS nel periodo 22 settembre-22 ottobre 2010 con modalità e in tempi idonei a produrre un aumento del prezzo delle azioni Premafin da 0,8 euro a livelli prossimi a 1-1,1 euro, ottenendo l'effetto di stabilizzarlo intorno a 1 euro, nell'ambito della preparazione di un accordo tra Groupama e il gruppo Ligresti che prevedeva, tra l'altro, l'acquisizione da parte di Groupama di una partecipazione in Premafin tramite un aumento di capitale con emissione di nuove azioni al prezzo di 1,1 euro. Potrebbe essere, pertanto, configurabile l'illecito di manipolazione del mercato previsto dall'articolo 185 del decreto legislativo numero 58/1998".

La Consob documenta fino in fondo il gran lavoro di Bolloré, per raggiungere i suoi scopi. "Dal 2009  -  si legge nel documento  -  il gruppo Ligresti ha manifestato difficoltà economiche, con connesse tensioni finanziarie, aggravatesi nel 2010". Nella sostanza, il crac della famiglia comincia lì, e il finanziere bretone ne approfitta per entrare in campo.

Comincia a rastrellare azioni Premafin, e intanto prepara il terreno per l'operazione con Groupama. Una rete fitta di incontri serve allo scopo. "Il 23 giugno 2010 ha incontrato Jean Azema, discutendo con lui della situazione finanziaria di Premafin e Fondiaria-Sai". "Il 25 giugno ha incontrato Jonella Ligresti... Cinque giorni più tardi, il 30 giugno 2010, presso la sede di Unicredit, socio rilevante di Mediobanca e finanziatore di Sinergia e Premafin, ha incontrato Alessandro Profumo, al quale ha presentato un documento" nel quale si delineava già l'operazione Groupama.

In autunno un'altra girandola di incontri, il 14, il 19 e il 20 ottobre, di nuovo con Azema, con Profumo, poi a Parigi con la famiglia Ligresti al gran completo. Il tutto, per mettere a punto il piano che, come spiega il documento Consob, gli avrebbe permesso di "affiancare Groupama, quale partner con un rapporto privilegiato, in un'operazione che consentiva a Groupama di costituire una forte posizione in funzione dell'acquisizione in futuro del controllo di Premafin e, conseguentemente, di Fondiaria-Sai".

Ma perché era importante questa acquisizione, per Bolloré e per i francesi? Questo la Consob non lo dice, ma la risposta è sempre la solita: entrare nel business traballante dei Ligresti è il passpartout per accedere al Tempio della finanza italiana, cioè la nota filiera Mediobanca-Generali-Unicredit-RCS-Telecom. In quel Risiko il finanziere bretone non gioca in proprio: c'è un sistema che, in quel momento, lavora per lui, e lui lavora per quel sistema. Ligresti vuole farlo entrare, è Ligresti vuol dire Silvio Berlusconi, in quella fase presidente del Consiglio. Geronzi è suo amico da sempre, e in quel momento è presidente di Mediobanca.

Questa ragnatela che mescola politica e finanza ha interesse a rafforzarsi e crescere sempre di più nella Galassia. Le autorità di controllo, in quel momento, lasciano fare. Alla Consob in quel periodo c'è Lamberto Cardia, gran ciambellano della corte di Gianni Letta (Vegas arriverà solo nel novembre 2010). Cardia non vede, non sente, non parla. Tutto torna. L'operazione non va in porto, perché di lì a poco tutto cambia e tutto precipita. Ligresti tracolla, Geronzi subisce un'altra condanna e trasloca in Generali, a Mediobanca si impongono gli "alani " di Maranghi, Nagel e Pagliaro. Ma il sospetto dell'illecito resta.

Per questo venerdì scorso il direttore generale della Consob Gaetano Caputi ha firmato la contestazione di illecito amministrativo da notificare a Bolloré. Toccherà alla Procura valutare l'atto d'accusa della Commissione, e decidere se avviare l'azione penale.

L'AFFARE FONSAI-UNIPOL
Il secondo tempo della partita è oggi. Il cratere gigantesco creato dai Ligresti è ancora aperto. Bisogna riempirlo, senza caderci dentro e senza sporcarsi le grisaglie. L'obiettivo è quello di sempre, perseguito da Cuccia con i buoni uffici di una politica gregaria e ancillare di fronte ai cosiddetti Poteri Forti, o ai loro simulacri: blindare la cassaforte del capitalismo nazionale, possibilmente senza scucire un euro e scaricando i costi sui piccoli azionisti e sul parco buoi dell'apposita Borsetta italiana. Ora, per raggiungere l'obiettivo, Mediobanca persegue il noto schema: Fonsai, quinta compagnia d'assicurazione italiana tecnicamente fallita grazie all'opera di sfruttamento e svuotamento massiccio operato da Don Salvatore e dai suoi picciotti, va salvata ad ogni costo perché altrimenti Mediobanca ci rimette 1 miliardo di prestiti che negli anni gli ha generosamente concesso, e Unicredit ci rimette 170 milioni per aver seguito pedissequamente la ruota.

L'Unipol di Carlo Cimbri, la stessa esecrata Unipol alla quale nell'estate dei Furbetti fu impedito ad ogni costo di scalare la Bnl, ha fatto un'offerta. Sensata, sul piano industriale, anche se un po' accidentata sul piano finanziario.

In un Paese normale, di fronte a un crac enorme come quello di Fonsai, o si sarebbe commissariata subito la compagnia, o sarebbe arrivata un'Opa del cavaliere bianco di turno. In Italia non se ne parla neanche. Dunque, via libera a Unipol, che entra nel Salotto Buono senza disturbarne le gerarchie. Via libera a qualunque costo. Compresi i sospetti 45 milioni da liquidare ai Ligresti, per accompagnarli senza danni alla porta, e con tante grazie. Oggi Alberto Nagel, amministratore delegato di Piazzetta Cuccia, è sulla graticola per questo. Vive le sue ore più difficili.

Martedì è stato ascoltato per sei ore dalla Procura di Milano, ed è uscito dall'interrogatorio- fiume con la qualifica ufficiale di indagato.

"Ostacolo alle autorità di Vigilanza", è l'ipotesi accusatoria del sostituto procuratore Luigi Orsi. Deve spiegare la natura del "papiello" di due cartelle, con il quale il 17 maggio ha consentito, con tanto di sigla di suo pugno, a liquidare quella buonuscita al finanziere di Paternò e al suo clan. Il manager sostiene che si trattò della sigla su "un foglio scritto da Jonella solo come presa di conoscenza di una serie di desiderata della famiglia". La magistratura sospetta invece che si possa trattare di un vero e proprio "patto para sociale", che come tale doveva essere comunicato entro cinque giorni al mercato in base all'articolo 122 del Testo Unico della Finanza.

Anche la Consob vorrebbe vederci chiaro. La scorsa settimana Vegas ha mandato tre suoi emissari alla Procura di Milano, per portare documenti e per acquisirne altri. Il paradosso è che tra quelli da acquisire manca proprio il famigerato "papiello": la Procura non può darlo, perché formalmente è coperto da segreto istruttorio. Nel frattempo è uscito sui giornali, ma questo fa parte delle anomalie italiane. Fatto sta che la Commissione vuole procedere, a prescindere dalle mosse della magistratura.

Fare luce su quella cartucciella siglata da Nagel e Ligresti è fondamentale. Se si accertasse che si tratta di una scrittura ufficiale e vincolante per i firmatari, per Mediobanca sarebbe un disastro. La Consob, e a Piazza Verdi questa ipotesi non si esclude affatto, potrebbe a quel punto imporre l'obbligo dell'Opa su Fonsai, che aveva escluso nei mesi scorsi proprio a condizione che non vi fosse alcun esborso a favore dei Ligresti. Se questo accadesse, salterebbe l'operazione Unipol, il commissariamento di Fonsai sarebbe inevitabile, e la filiera Mediobanca-Unicredit vedrebbe sparire d'incanto dalle sue casse 1,2 miliardi di euro.

LA MORALE DELLA FAVOLA
Anche per questo Nagel è sulle spine. Oltre che ai magistrati e alla Consob, che lo ha sentito più volte in questi mesi, potrebbe essere chiamato a riferire ai suoi consiglieri in un cda straordinario convocato a settembre. E potrebbe addirittura dover rendere conto ai suoi soci, all'assemblea già fissata per il 28 ottobre. Ma è improbabile che questo accada. In genere cane non mangia cane. Tutti gli affari progettati o realizzati dalla Galassia, almeno un tempo, erano intrecciati e dunque vincolati in un giro micidiale di patti di sindacato e di conflitti di interesse, che oggi si definiscono, con più "fairness", operazioni "con parti correlate". Ma adesso, come questa intera vicenda dimostra, neanche i Poteri Forti sono più quelli di una volta. Sembrano piuttosto Poteri Morti, che tuttavia si disputano ancora, senza alcuna pietà, le spoglie del tesoro di un tempo.

Perché, infatti, Nagel è ora nell'occhio del ciclone? Quali oscure truppe si muovono, nell'ombra della battaglia, per ribaltare ancora una volta i vecchi equilibri? Difficile dirlo. Ma un grande banchiere mi fa notare: "Su Mediobanca si sta consumando una vendetta... ". L'impeachment di Nagel, cioè, potrebbe essere il "secondo tempo di un'altra partita", comunque collegata a quella giocata su Fonsai. Il manager, in altre parole, potrebbe pagare il peccato di "ubris" compiuto su Generali, quando pochi mesi fa ha fatto rotolare la testa dell'amministratore delegato Perissinotto, "colpevole" di aver appoggiato i suoi amici Arpe e Meneguzzo, capifila della cordata Sator-Palladio, schierati contro Unipol per la conquista di Fonsai.

Cavalcando l'intervento della magistratura, qualche socio forte della Galassia potrebbe essere tentato di prendersi una rivincita su Nagel, troppo giovane e troppo potente. I segnali di insofferenza, verso le ambizioni "cucciane" di Mediobanca, sono ormai tanti. Troppi. Dal fallimento delle mire su Bpm e Burani a quello ancora più clamoroso su Impregilo.

Questa, in fondo, è la morale della favola. Piazzetta Cuccia è gravemente indebolita. Come ricordava Alessandro Penati sabato scorso su questo giornale, in un anno ha perso in Borsa il 60% del suo valore. Il suo amministratore delegato è seriamente "ferito". Presto potrebbe cominciare la caccia. Sarebbe interessante capire cosa pensano Monti e qualche suo ministro, come Corrado Passera, di questa "brutta pagina di storia ". Ma per ora, tra i tecnici, tutto tace. 

L'unica cosa certa è che la Consob, stavolta, sembra intenzionata a non mollare la presa. Tanto che a Piazza Verdi qualcuno si è meravigliato del fatto che il pm Orsi, sabato scorso, abbia salutato tutti e sia partito per le ferie. In una fase tanto calda, ci sarebbe molto da fare e molto da indagare, sulle troppe miserie del capitalismo italiano.

Unipol raddoppia l'utile netto semestrale 
Blackrock entra al 5%, S&P taglia il rating

MILANO - Unipol archivia il primo semestre con un utile netto consolidato di 121 milioni di euro, in crescita del 112,3% rispetto ai 57 milioni di euro del primo semestre del 2011. La gestione migliora, come conferma l'indice tecnico combined ratio, sceso al 95,5% nonostante l'impatto del sisma in Emilia, stabile rispetto a fine 2011 ma in calo rispetto al 99% del giugno scorso. Anche il margine solvibilità si rafforza, salendo a circa 1,6 volte i requisiti regolamentari. Anche il patrimonio sale, a 3,36 miliardi, principalmente per via dell'apprezzamento dei titoli governativi italiani detenuti (pari a 10,3 miliardi), la cui riserva si è apprezzata di 174 milioni. Si apprezzano di 45 milioni invece le riserve sinistri del ramo Rc auto, il cui importo complessivo "risulta in linea con il valore centrale determinato in base alle stime individuate dall'attuario incaricato e verificate dall'attuario revisore nelle relazioni sulle riserve tecniche dell'esercizio 2011". Una risposta, indiretta, all'Isvap, organismo di vigilanza che il 3 luglio aveva inviato una lettera alla cooperativa bolognese rilevando una sottoriservazione nel settore Rc auto e natanti per almeno 210 milioni, esortando a darne conto nella semestrale. La compagnia sembra reclamare la bontà della propria metodologia contabile, pur diversa da quella dell'Isvap, e starebbe dialogando con l'autorità per far valere le proprie tesi.
 
"Lavoriamo intensamente sui fondamentali del core business e i buoni risultati realizzati, in linea con le previsioni annuali, riflettono le politiche di gestione degli ultimi tre anni" ha detto l'ad Carlo Cimbri. "Selezione dei rischi e partnership agenti-impresa sono gli elementi essenziali per affrontare un contesto economico complicato che si riflette soprattutto nelle difficoltà del settore vita, inteso come forma di risparmio". 

Il manager, reduce da un incontro con le prime linee di Fondiaria-Sai, sta iniziando a lavorare all'integrazione, il cui avvio formale è previsto a inizio 2013. "Unipol ha già avviato le fasi che porteranno nei prossimi mesi all'integrazione con Fondiaria-Sai, lavorando fianco a fianco con i manager delle nuove compagnie del gruppo per realizzare le importanti sinergie potenziali alla base della creazione di valore per gli azionisti".

L'aumento di capitale propedeutico alla fusione è ancora in corso (manca l'asta dei diritti inoptati, pari al 28% delle ordinarie) ma al di fuori dell'operazione, nei giorni scorsi, è entrato nell'azionariato Blackrock, leader statunitense del risparmio gestito che ha comunicato alla Consob una quota del 5,03% acquistata tramite i propri fondi comuni. Un segnale di incoraggiamento per Unipol, cui si contrappone quello di Standard & Poor's, che ha tagliato di un livello il rating a Unipol Gruppo Finanziario (da BBB- a BB+) e alla controllata operativa Unipol Assicurazioni (da BBB+ a BBB) "riflettendo l'impatto negativo sul profilo di rischio dell'investimento in Fonsai". I rating restano sotto osservazione con implicazioni negative. Di contro, l'agenzia ha innalzato il merito di credito di Fonsai e delle sue controllate da B a B+, in seguito alla chiusura dell'aumento di capitale che ha ripristinato "un'adeguatezza patrimoniale" al di sopra del minimo regolamentare.

 

Telecom ha venduto Virgilio a Libero.it
Nasce il più grande player italiano del web

 Telecom Italia completa la vendita di Matrix, società che controlla tra l'altro Virgilio, a Libero. Dall'operazione nasce la più grande società italiana del settore internet. Il gruppo fondato da Paolo Ainio era stato acquisito nel 2001, ai tempi della bolla, da Lorenzo Pellicioli, allora a capo della Seat Pagine Gialle. Ora l'ha comprato il finanziere egiziano Naguib Sawiris: con un esborso di 88 milioni l’ex patron di Wind (e uno dei soci del gruppo che ora è controllato dai russi di Vimplecom) rileverà Matrix per farla confluire dentro il suo portale Libero.it. A fine 2011 il gruppo aveva registrato un fatturato di 96 milioni e dava lavoro a 280 persone. Il perfezionamento dell'operazione è atteso intorno alla fine di novembre. Oltre che nel settore internet con Virgilio, Matrix è tra i player italiani leader nel mercato del digital advertising sia a livello nazionale sia locale. Inoltre con il servizio '1254' è attiva nel mercato della directory assistance.

Libero spiega che con l'acquisizione di Matrix nascerà il primo player italiano del mercato internet. La realtà combinata Libero-Virgilio "rappresenta la più importante internet property italiana, con oltre il 60% di market reach, corrispondente a 18 milioni di visitatori unici mensili, oltre 3,5 miliardi di pagine viste mese e 14 milioni di email account attivi". 

La leadership indiscussa è quella di Google (che ha l'88% di market reach), ma il nuovo guppo Libero-Virgilio diventa un gigante tricolore, anche se è controllato da un imprenditore egiziano. "Insieme a Virgilio cresceremo e potremo realizzare importanti sinergie - spiega Antonio Converti, presidente e ad di Libero.it - la fotografia di fine 2011 delle due aziende unite insieme darebbe un gruppo da 150 milioni di fatturato con un ebitda leggermente positivo. Libero ha meno ricavi di Virgilio, ma è più profittevole".

Per Telecom si tratta di un'operazione positiva, anche perché l’obiettivo del gruppo di qui a fine anno è ridurre i debiti di circa 2,5 miliardi. La società presieduta da Franco Bernabè a fine giugno aveva 30,3 miliardi di passività e per fine anno l'obiettivo è di arrivare a 27,5 miliardi a cui andrebbero aggiunti i circa 300 milioni spesi per l’asta delle frequenze di quarta generazione in Brasile. Per centrare l’obiettivo, oltre a Matrix, Telecom conta di chiedere entro fine anno la vendita de La7 e dei multiplex digitali del gruppo. Ma il grosso della cifra arriverà grazie ai flussi di cassa, stimati in 2,4 miliardi.

 

Esselunga, Caprotti vince il lodo contro i figli. E si assicura le azioni per la catena distributiva italiana da 6 miliardi di euro

 

La guerra per il controllo del gruppo sarebbe iniziata a febbraio 2011, quando si scopre che il patron ha intestato a sè le quote che a fine degli anni '90 aveva assegnato in tre parti uguali agli eredi di primo letto Giuseppe e Violetta, e a Marina, avuta dalla seconda moglie

 

Inossidabile allo scorrere degli anni e altrettanto fermo nelle sue convinzioni, l’ottantaseienne Bernardo Caprotti non ci sta a perdere il controllo della sua Esselunga, la più importante catena italiana di supermercati non cooperativa. Neanche se ad acquisirla siano i figli, per la verità mai troppo amati. L’autore del best seller ‘Falce e Carrello’, che si scagliava contro il sistema Coop e per il quale è stato condannato per “illecita concorrenza a causa di denigrazione ai danni di Coop Italia”, ha invece vinto una battaglia per lui ben più importante: il lodo arbitrale attivato lo scorso aprile che lo vedeva contrapposto agli “eredi” Violetta e Giuseppe, avuti dalla prima moglie Giulia Venosta.

Il collegio arbitrale, presieduto dal giurista Ugo Carnevali e composto da Pietro Trimarchi per Caprotti senior e Natalino Irti per i figli, ha dato ragione alle sue pretese, che il patron dell’impero dei supermercati da oltre 6 miliardi di fatturato ha tenuto a sottolineare con un comunicato che non è sbagliato definire muscolare, se si pensa che è rivolto a parte della sua famiglia. “Bernardo Caprotti -si legge – è il dominus di Esselunga e della stessa può disporre nel rispetto delle leggi che governano il Paese”. E ancora: Bernardo Caprotti “ha esercitato i suoi diritti secondo i patti sottoscritti con i figli”. Che non hanno tardato nel rispondere: “Il lodo è impugnabile ed è stato pronunciato a maggioranza con una ferma e durissima presa di posizione dell’arbitro Natalino Irti, il quale ha evidenziato gravi violazioni processuali nonché giudizi arbitrali contrari a principi di ordine pubblico”.

Giuseppe e Violetta Caprotti hanno annunciato di ricorrere alla giustizia ordinaria per tentare di annullare l’esito di questo lodo e in ogni caso pende già un giudizio separato presso il tribunale di Milano con l’udienza che dovrebbe tenersi il prossimo 23 ottobre. La guerra per il controllo del gruppo avrebbe inizio a febbraio 2011, quando si scopre che il patron di Esselunga, senza darne comunicazione e senza versare alcun corrispettivo, ha intestato a sè le azioni che a fine degli anni ’90 aveva assegnato, attraverso la fiduciaria Unione Fiduciaria (gruppo Bipiemme), in tre parti uguali ai figli di primo letto Giuseppe e Violetta, e a Marina, avuta dalla seconda moglie, con l’usufrutto del padre su circa un terzo delle quote. Si trattava del 92 per cento di Supermarket italiani, la holding che controlla per l’appunto Esselunga. Per sé aveva tenuto il restante 8 per cento. Quote che, dopo il lodo sono tornate in possesso del fondatore dell’impero.

Il mistero è fitto sui motivi che hanno indotto Caprotti a sparigliare le carte e riappropiarsi di tutto. Non è ancora chiaro quale sarà il futuro della catena di supermercati, che da molto tempo è oggetto di attenzioni di potenziali acquirenti, tra i quali anche le odiate cooperative oltre a giganti esteri come l’americana Wal Mart. Il fondatore non mai voluto cedere alle avances, e forse aveva capito che i figli, in possesso della nuda proprietà avrebbero potuto accettare qualche offerta a lui sgradita? O forse egli stesso vuole trattare in via esclusiva con un possibile compratore? C’è anche chi pensa che non veda di buon grado il passaggio di gestione ai figli, con Giuseppe che fu estromesso dalla direzione nel 2005 dopo due anni da amministratore delegato per presunte incapacità gestionali. Forse a ottobre se ne saprà di più.

 

Mediobanca: l’ad Alberto Nagel indagato per l’affaire Ligresti

La Procura di Milano lo accusa di ostacolo all’attività di vigilanza nell'inchiesta sul dissesto di Premafin e Fonsai. Al centro il presunto accordo segreto per la "buonuscita" di 45 milioni di euro al costruttore siciliano. Consultazioni per valutare la sostituzione del manager. L'autodifesa: "Ho solo firmato per conoscenza un appunto con i desiderata della famiglia

L’affaire Ligresti inguaia anche l’amministratore delegato di Mediobanca. Alberto Nagel, infatti, sarebbe  da alcuni giorni indagato per ostacolo all’attività di vigilanza nell’ambito dell’inchiesta del pm Luigi Orsi su Premafin e Fonsai. La notizia è emersa in serata a poche ore dall’avvio dell’interrogatorio del manager che ha orchestrato il “salvataggio” dell’ormai ex galassia Ligresti da parte di Unipol che si è svolto in una caserma della Guardia di Finanza, a Milano.

Tema dell’interrogatorio durato oltre sei ore, il presunto accordo segreto firmato con Salvatore Ligresti per garantire l’uscita di scena della famiglia del costruttore siciliano in cambio di una ricca buonuscita  di circa 45 milioni di euro cui si aggiungono tutta una serie di benefit per il patriarca e  i suoi tre figli Paolo, Jonella e Giulia già beneficiari di imbarazzanti pagamenti da parte di Fondiaria Sai. E cioè un ufficio, un autista, una segretaria e una cascina per Salvatore, una liquidazione per Jonella e il mantenimento delle posizioni in Francia e Svizzera per gli  Giulia e Paolo.

Un patto segreto che Mediobanca ha fino ad ora vigorosamente  smentito, ma che secondo le testimonianze (e le registrazioni) dei Ligresti sarebbe stato siglato il 17 maggio scorso e sulla cui esistenza la Procura sta indagando da almeno da dieci giorni, quando la famiglia del costruttore siciliano, ha iniziato a vuotare il sacco con Jonella che, a supporto delle sue dichiarazioni, ha portato a Orsi la registrazione effettuata di nascosto di una sua conversazione con l’avvocato Cristina Rossello nel corso della quale verrebbe confermata l’esistenza di un accordo firmato da Ligresti senior e da Nagel. Eppure martedì scorso, quando la Procura ha disposto il sequestro del documento presso lo studio dell’avvocato, che è anche segretaria del patto di sindacato che controlla Mediobanca, si è trovata in mano un foglio di due pagine non firmato. E mentre le ricerche dell’eventuale originale proseguono, la lista degli indagati che vede Ligresti nel mirino del pm per per aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza si è quindi allungata con il banchiere che secondo le indiscrezioni delle ultime ore avrebbe agito in concorso con il costruttore di Paternò. 

 Un bel guaio per Nagel, che mette in difficoltà l’istituto già provato dalle ripercussioni di operazioni infelici, a partire dagli esosi finanziamenti concessi agli stessi Ligresti che per la sola Fondiaria Sai ammontano complessivamente a oltre 1 miliardo di euro in prestiti subordinati. Naturale, quindi, che in queste ore, come sostiene l’Adn Kronos, siano  in corso colloqui e contatti tra vertici e azionisti della società che sarebbero orientati a propendere per le dimissioni del manager, la cui poltrona peraltro vacillava già da qualche mese.   

Al termine dell’interrogatorio, che si è svolto nella sede del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, a Milano, il manager non ha rilasciato dichiarazioni e si è allontanato su un’auto con i vetri scuri.

In tarda serata Mediobanca ha diffuso un comunicato, inviato anche a Borsa e Consob. “Alberto Nagel conferma di non aver stipulato alcun accordo o patto con la famiglia Ligresti inerente l’integrazione Unipol-Premafin”, si legge. “In data 17 maggio 2012, su richiesta di Jonella Ligresti, Alberto Nagel ha siglato, esclusivamente per presa di conoscenza, la fotocopia di un foglio di carta dalla stessa manoscritto che riportava un elenco di desiderata della famiglia Ligresti. Richieste in parte note e non destinate a Mediobanca, che non è parte di alcun accordo con la famiglia in questione, né quindi impegnative per l’Istituto”. Un elenco che, conclude il comunicato, “tenuto conto anche della risposta della Consob al quesito di Unipol del 24 maggio 2012, non si è mai tradotto in alcuna ipotesi di accordo con Mediobanca, Unicredit o Unipol Gruppo Finanziario”. 

 

Fonsai, sequestrata lettera di Ligresti: “Lascio Premafin per 45 milioni”

 

La missiva è relativa al presunto accordo tra l'ingegnere di Paternò e l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, per la cessione del controllo della galassia assicurativa al gruppo Unipol. Se l'esistenza di questo patto fosse confermato, rischierebbe di cadere l'intero piano di riassetto del gruppo assicurativo messo a punto con la banca perché contrario alle disposizioni della Consob 

Spuntano nuove prove sul presunto accordo fra Salvatore Ligresti e il gruppo Unipol. Dopo la notizia dell’interrogatorio (da parte dei Pm di Milano) del patron di Permafin in compagnia della figlia Jonella proprio sul progetto “Grande Unipol”, ora il gip Roberto Arnaldi, ha disposto il sequestro di una lettera ’compromettente’. Nella missiva, datata il 17 maggio scorso, si legge che Ligresti ha accettato di cedere la holding Premafin a Unipol, in cambio di 45 milioni di euro per sé. La corrispondenza è avvenuto fra Ligresti e Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca.  Ma l’istituto bancario smentisce tutto: “Non c’è nessun accordo con i Ligresti e nessun documento è mai stato firmato”.

La buona uscita dell’ingegnere di Paternò sarebbe stata discusso in una riunione tra Ligresti, la figlia, Nagel, e Cristina Rossello, segretario del patto di sindacato di Mediobanca, nella sede di Compass. Non avrebbero preso parte all’incontro l’amministratore delegato di Unipol, Carlo Cimbri, e quello di Unicredit, Federico Ghizzoni, che lo avrebbero, però, sottoscritto. Se l’esistenza di questo accordo fosse confermata, rischierebbe di cadere l’intero piano di riassetto del gruppo Fonsai messo a punto con Unipol. La Consob, infatti, ha concesso alla compagnia bolognese l’esenzione da obbligo di offerta pubblica di acquisto “a cascata” (sul totale delle azioni ordinarie delle società quotate di cui si arriva a detenere indirettamente una partecipazione superiore alla soglia del 30%) su Premafin, Fonsai e Milano Assicurazioni, a patto che fossero stralciati tutti i premi alla famiglia Ligresti. Nel frattempo, però, Unipol ha già finalizzato l’ingresso in Premafin e ne detiene oggi l’81 per cento.

Il manoscritto è stato sequestrato dalle Fiamme gialle negli uffici dell’avvocato Rossello a Milano. Il pubblico ministero milanese Luigi Orsi l’ha interrogata per due ore, al termine del colloquio non ha voluto rilasciare ai giornalisti alcuna dichiarazione

 

Fonsai, Salvatore e Jonella Ligresti dai pm per l’operazione Unipol

 

Nell'interrogatorio si è approfondita l'accordo raggiunto tra il gruppo assicurativo e la compagnia bolognese. Intanto il gruppo assicurativo si trova senza consiglio di amministrazione dopo le ennesime dimissioni in massa. Il patron della Permafin è indagato anche per aggiotaggio e ostacolo all'attività di vigilanza della Consob  

 

Salvatore e Jonella Ligresti

 

 

 

Salvatore Ligresti,  EX azionista di maggioranza del gruppo Permafin, indagato per aggiotaggio e ostacolo all’attività di vigilanza della Consob nell’inchiesta sulla holding omonima (con Giancarlo De Filippo)  è stato interrogato con la figlia Jonella (vice presidente di Fonsai) per diverse ore dal pubblico ministero milanese Luigi Orsi. Il colloquio è avvenuto giovedì scorso, ma è trapelato solo ora e le conseguenze non si sono fatte aspettare: il consiglio di amministrazione della Fonsai è decaduto dopo le dimissioni di 8 componenti. Hanno comunicato di aver lasciato il cda il presidente Cosimo Rucellai, l’amministratore delegato Emanuele Erbetta i consiglieri Nicolò Dubini, Vincenzo La Russa, Valentina Marocco, Enzo Mei, Giorgio Oldoini e Antonio Talarico. Tenuto conto delle precedenti dimissioni di Andrea Broggini, Maurizio Comoli, Graziano Visentin, Roberto Cappelli, Ranieri de Marchis e Salvatore Militello, le dimissioni di cui sopra hanno determinato il venir meno della maggioranza degli amministratori nominati dall’assemblea.

Secondo gli inquirenti Ligresti avrebbe “manipolato” il titolo Premafin grazie alle partecipazioni detenute da enti controllati da due società fiduciarie con sede alle Bahamas. In sostanza, le due fiduciarie, riconducibili per l’accusa a Ligresti, avrebbero acquistato le azioni Premafin per sostenere il titolo in Borsa. Ad “aprire le porte” per gli altri reati di natura fallimentare invece è il crac di Sinergia e Imco, provocato proprio da una richiesta del magistrato. La Procura di Milano ha puntato negli ultimi tempi sull’operazione tra Unipol e Fonsai. L’ultimo interrogatorio di Ligresti si è concentrato sull’accordo raggiunto tra il gruppo assicurativo e la compagnia bolognese. Il pm Orsi ha chiesto precisazioni riguardo all’operazione che, dopo cinque mesi di trattativa, ha portato alla cosiddetta “Grande Unipol”. Quindi nell’ultimo faccia a faccia con l’imprenditore non vi sarebbero state domande né sui trust off-shore, né sul fallimento delle holding Imco e Sinergia.

L’assemblea di Permafin dello scorso 12 giugno, quella che ha dato via libera all’aumento riservato a Unipol,  non è stata una passeggiata: Paolo e Jonella Ligresti, la cui presenza in assemblea era indispensabile per approvare l’operazione con il gruppo bolognese, si sono presentati solo dopo alcune ore, in un clima di grande tensione, e pur votando a favore di Unipol hanno invitato il Cda a impegnarsi per trovare offerte migliorative rispetto a quella di Bologna. Paolo Ligresti ha pesantemente attaccato anche Mediobanca e Unicredit, le banche che hanno sponsorizzato l’operazione con Unipol, accusandole di averlo costretto al sì a Bologna dietro la minaccia di procede per via legale per il pegno sulla quota di Premafin in Fonsai, causando così il default della holding. Il magistrato Orsi ha condiviso l’iniziativa del custode giudiziale che ha chiesto a Premafin di bloccare l’aumento riservato a Unipol fino a una nuova deliberazione dell’assemblea che permettesse di valutare anche l’offerta alternativa dei fondi Sator e Palladio. Un’iniziativa che però non è stata accolta da Premafin che, la scorsa settimana, ha eseguito la ricapitalizzazione. 

 

RESPINTO IL RICORSO SATOR-PALLADIO AL TAR DEL LAZIO CONTRO L'OK DELL'ISVAP ALLA FUSIONE UNIPOL-FONSAI

 Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso d'urgenza di Sator Palladio sull'autorizzazione dell'Isvap all'operazione Unipol-Fonsai. I due fondi, autori di un'offerta alternativa a quella della compagnia bolognese su Fonsai, avevano richiesto di bloccare con una procedura d'urgenza l'ok che l'istituto di vigilanza aveva dato a Finsoe-Unipol ad acquisire il controllo di Premafin e delle sue controllate. Nell'ordinanza del Tar del Lazio presieduto da Luigi Tosti, si legge inoltre che "sul piano sostanziale emerge che l'istituto ha condotto le valutazioni di propria competenza, in particolare circa la capacità patrimoniale delle società coinvolte nel progetto di aggregazione dei gruppi Unipol e Fonsai, espressamente confutando anche le argomentazioni dell'esposto Sator-Palladio mercè il rinvio alle analisi compendiate nella relazione tecnica". Dunque, conclude il tribunale "non esistono i presupposti per la concessione di misure cautelari", cioè della sospensiva richiesta da Sator-Palladio. Inoltre i giudici amministrativi hanno stabilito che "per la definizione dell'istanza cautelare, non appare necessaria l'istanza istruttoria verbalizzata nel corso della discussione" (Sator e Palladio avevano chiesto di acquisire in giudizio ulteriore documentazione da Isvap)

Fusione Unipol-Fonsai
Il giudice blocca l'aumento Premafin:IL 40% DI QUEST'ULTIMA E' IN MANO AI GIUDICI !!!

Il custode giudiziale del 20% che fa capo a due trust offshore sequestrati dai magistrati in quanto società occulte riconducibili ai Ligresti, quindi fuori legge, ha chiesto alla holding di convocare un'assemblea straordinaria per riesaminare l'aumento di capitale riservato da 400 milioni, funzionale all'arrivo di Unipol nella compagine azionaria

 

MILANO - Nuova, pesante tegola sul cammino verso la fusione a quattro tra Premafin, Unipol, Fonsai e Milano Assicurazioni. E' forse presto per giudicare se si tratti di uno stop definitivo ma certo l'ostacolo ha avuto l'effetto di una valanga: con una lettera (di cui è stata data notizia in nottata) il custode giudiziale del 20% di Premafin che fa capo ai trust offshore The Heritage e The Ever Green, ha chiesto alla holding di convocare con urgenza un'assemblea straordinaria per riesaminare - ed eventualmente revocare - la delibera del 12 giugno che ha approvato l'aumento di capitale riservato da 400 milioni, funzionale all'arrivo di Unipol nella compagine azionaria e, successivamente, alla sottoscrizione dell'aumento di capitale della controllata Fonsai.
Il custode del pacchetto (nominato lo scorso 21 giugno e che dunque nell'assemblea scorsa non aveva votato), ricorda nella lettera che l'assise dello scorso 12 giugno non era stata messa in condizioni di raffrontare serenamente e in modo compiuto le due proposte sul tavolo  -  quella di Unipol e quella di Sator Palladio  -  e dunque invita la società a riconvocarne un'altra, con la massima sollecitudine, e nelle more "suggerisce" di
non dar luogo al suddetto aumento di capitale riservato. Un suggerimento che, provenendo da un custode nominato dal giudice, suona quasi come un ordine. Dunque, quell'assemblea non era stata messa in condizione di fare una scelta equilibrata e, aggiunge il custode giudiziale, si possono rilevare "profili di invalidità" nelle deliberazioni assunte. Il professionista (Alessandro Della Chà) chiede di allegare la propria relazione alla proposta all'ordine del giorno della convocanda assemblea.
Dal canto suo Premafin, ricevuta la lettera, si è comunque riservata "ogni più opportuna valutazione sul merito della medesima comunicazione, anche con riferimento alle circostanze di fatto in essa riportate". Ed ha a sua volta chiesto al custode di trasmettere la relazione illustrativa preannunciata, in modo da poter deliberare "avvedutamente" entro il prossimo 29 giugno, quando peraltro è previsto un nuovo cda Premafin.
A questo punto si prefigura una situazione di difficoltà anche procedurale per Premafin. Rispetto all'assemblea del 12 giugno, c'è un nuovo "azionista", cioè il custode giudiziale, che ha in consegna il 20% della holding parcheggiato da anni nei paradisi fiscali e ritenuto dalla Consob riconducibile ai Ligresti (il tribunale, dal canto suo, l'ha sequestrato); non basta, un altro 20% sempre di Premafin è in mano ai curatori fallimentari di Sinergia-Imco (dichiarate fallite dal tribunale due giorni dopo la medesima assemblea dell'aumento di capitale riservato ad Unipol). Quando insomma si tornerà a votare, il quadro di Premafin sarà diverso: ci sarà ancora il 5% di Bollorè, e il 30% in mano ai tre fratelli Ligresti, ma ci sarà anche un 40% che fa riferimento ai magistrati. Ieri, intanto, un cda fiume in Fonsai aveva ulteriormente reciso i legami con la famiglia Ligresti, votando all'unanimità (voto a favore anche di Jonella e di Paolo): il Cda ha convocato un'assemblea ordinaria entro il 25 settembre con all'ordine del giorno l'azione sociale di responsabilità. La mossa chiamerà in causa la famiglia azionista, coinvolta nelle operazioni con parti correlate finite sotto scrutinio del collegio sindacale e da ultimo dell'Isvap.

 

L'Isvap chiede a Unipol
di adeguare le riserve

La semestrale sarà più pesante per 350 milioni. Vertice in procura con Consob e il custode. Oggi il consiglio di amministrazione Fonsai dovrà deliberare sui concambi e fare il punto con Mediobanca

MILANO - Nuovo colpo di scena nella battaglia per il controllo di Fonsai. L'Isvap - ancora guidata da Giancarlo Giannini nonostante il suo mandato quinquennale sia scaduto - il 3 luglio scorso ha inviato una lettera a Unipol rilevando una sottoriservazione nel settore Rc Auto e natanti per circa 350 milioni, di cui la compagnia dovrà tenere conto nella semestrale 2012. Inoltre entro dieci giorni Unipol dovrà fornire documentazioni e chiarimenti utili all'autorità e con riferimento ai sinistri con costo atteso inferiore a 100mila euro, ed entro 30 giorni una relazione da parte della funzione internal audit sulle varie fasi del processo di riservazione. Stupisce che il provvedimento dell'authority di vigilanza sul settore assicurativo arrivi appena 13 giorni dopo il via libera che la stessa Isvap ha messo in calce all'operazione di fusione tra Unipol, Premafin, Fonsai e Milano assicurazioni e che dovrà portare a lanciare due aumenti di capitale sul mercato per un totale di 2,2 miliardi.

Tuttavia la procedura di analisi delle riserve di Unipol va avanti da molto tempo, almeno dall'inizio di febbraio, cioè da quando la divisione di Vigilanza 1 dell'Isvap guidata da Giovanni Cucinotta aveva inviato la prima richiesta di documentazione. Altre domande sono state inviate il 2 e il 29 maggio, a cui la compagnia ha risposto il 18 maggio e il 29 giugno. E ora la lettera sugli adeguamenti necessari a pochi giorni dalla eventuale partenza degli aumenti delle società interessate alla fusione.

I nuovi rilievi Isvap non sembra vadano a impattare sulla procedura autorizzativa, dalla quale peraltro Cucinotta era stato escluso forse proprio per i dubbi che nutriva sul bilancio del "salvatore" di Fonsai che lo hanno portato a non firmare la delibera autorizzativa. Ora la lettera inviata da Giannini suona come uno scarico di responsabilità se insorgeranno problematiche future alla solidità del nuovo gruppo anche se gli aumenti di capitale proposti sono stati pensati di taglia superiore al dovuto, in modo da far confluire 600 milioni nella pancia della società di Bologna.

Tutto ciò accade mentre si sta decidendo la partenza o meno degli aumenti di capitale di Premafin, Fonsai e Unipol già deliberati ma, almeno il primo, contestato dal custode giudiziale del 20% di azioni Premafin. Ieri la procura di Milano che sta indagando per aggiotaggio ha convocato i funzionari Consob per capire alcuni snodi delicati delle operazioni, in particolare le valutazioni delle diverse società che hanno portato a definire i termini di concambio delle future fusioni. Il custode Alessandro Della Chà ha invece incontrato le banche creditrici che hanno approvato la ristrutturazione del debito Premafin e sostenuto con grande vigore l'operazione Fonsai-Unipol. In serata, secondo indiscrezioni, c'è stato un nuovo vertice in procura con il pm Luigi Orsi per fare il punto della situazione e studiare le prossime mosse.

Oggi il cda Fonsai dovrebbe rifare le delibere sui concambi e ricevere da Mediobanca una conferma sulla formazione del consorzio di garanzia per gli aumenti. Ma senza un nuovo via libera della Consob la grande operazione di creazione del nuovo polo assicurativo non può ancora partire.

Salvare il privato con i soldi pubblici: Governo soccorre Monte dei Paschi, con altri 2 miliardi

 Il Governo italiano ha dato parere favorevole alla delibera di circa 2 miliardi di euro in strumenti finanziari di patrimonializzazione assimilabili a obbligazioni e simili ai Tremonti bond in favore della Banca Monte dei Paschi di Siena.

La proposta del Tesoro ha condotto il Cdm ad attuare alcune misure in favore di MPS, anche in seguito alla raccomandazione dell'Eba (Autorità bancaria europea) che invitava ad assicurarsi che i principali istituti bancari europei aumentassero la propria dotazione patrimoniale attraverso la costituzione di una somma di capitale, eccezionale e temporaneo, tale da portare, entro il 30 giugno 2012, il coefficiente Core Tier 1 al 9%, anche per potersi così difendere da nuove possibili intemperie e scosse di mercato.
La decisione di aiutare la banca è stata presa dal Consiglio dei ministri su proposta di Mario Monti “in attuazione della dichiarazione dei capi di Stato e di Governo dell'Ue del 26 ottobre 2011 sulle misure di rafforzamento del settore bancario”.

Palazzo Chigi ha reso noto che: “s'è reso necessario per rispettare l'impegno preso dall'Italia con i partner”, dopo che Montepaschi ha dichiarato che non avrebbe potuto ricorrere a “soluzioni private” di rafforzamento patrimoniale. 
Il comunicato del Governo prosegue affermando che
La Banca d'Italia ha ritenuto opportuno, considerata l'incertezza delle operazioni in corso di realizzazione, che lo strumento legislativo contemplasse un importo massimo di 2 miliardi. Sarà poi Banca Mps, in prossimità dell'emissione, a stabilire la cifra effettivamente necessaria. La sottoscrizione pubblica, conclude il comunicato, sarà soggetta al via libera della Commissione europea sulla compatibilità delle misure decise con il quadro normativo dell'Unione in materia di aiuti di Stato e alla presentazione di un piano di ristrutturazione da parte di Banca Mps”.

E così, il nuovo sostegno pubblico a Mps arriverà fino a 2 miliardi, che sommati agli 1,9 miliardi dei Tremonti-bond ricevuti nel 2009, porta a quota 3,9 miliardi l'esposizione potenziale del gruppo bancario nei confronti dello Stato. Mps
è dunque una banca tecnicamente fallita visto che capitalizza più o meno la metà dei Bond in rinnovo.
In sostanza, dato ch e  il mercato non ha consentito al Mps di terminare con soddisfazione il piano di dismissioni e il ricorso a un aumento di capitale sarebbe stato per il momento imprudente, il Governo ha deciso di sostenere finanziariamente la terza banca del Paese. E pensare  che, per i danni del terremoto in Emilia, va meno della metà: come sempre una storia tutta italiana.

Ligresti: "Le banche ci hanno minacciato"
"L'offerta di Sator e Palladio è migliore di Unipol"

Con una lettera di fuoco, Paolo Ligresti chiede di convocare l'assemblea di Premafin, la holding che controlla Fondiaria Sai. Si scaglia contro le banche che starebbero pilotando la fusione con la compagnia bolognese a scapito dell'offerta di Matteo Arpe. "Alcuni amministratori di Premafin sono in conflitto", se ne devono andare. La Russa e Librio si dimettono

MILANO - Paolo Ligresti attacca le banche e il consiglio di amministrazione di Premafin. Con una lettera 1di fuoco, in qualità di azionista di Premafin attraverso la lussemburghese Limbo (10% di Premafin) ha stigmatizzato il comportamento del cda che nell'ambito del salvataggio di Fondiaria Sai non hai mai preso in considerazione l'offerta dei fondi Sator (riconducibile a Matteo Arpe) e Palladio (del duo Meneguzzo e Drago) alternativa a quella della compagnia bolognese Unipol. E le banche, perché con la minaccia di escutere il pegno sui titoli Premafin, hanno di fatto costretto i Ligresti a votare in assemblea a favore dell'accordo Unipol.

"All'assemblea del 12 giugno - mettere nero su bianco il figlio di salvatore Ligresti - sotto la minaccia di escussione dei pegni da parte delle banche, al solo fine di non pregiudicare la continuità aziendale, la scrivente si è trovata suo malgrado costretta a votare in favore della delibera di aumento di capitale riservato a Ugf, insistendo tuttavia in tale sede con vigore affinché il consiglio di amministrazione valutasse operazioni di investimento alternative e ottenendo in proposito l'impegno di tutti i consiglieri, poi disatteso". Le banche sono soprattutto Unicredit e Mediobanca.
Eppure, dice Paolo Ligresti nella sua lettera "le ultime proposte di Sator e Palladio, pur rivolte a Fondiaria Sai, a parere della scrivente appaiono consentire una migliore valorizzazione, rispetto all'accordo Ugf, delle partecipazioni in Premafin di tutti gli azionisti, compresi quelli di minoranza, posto che non par oggi dubbio che la definitiva attuazione dell'accordo Ugf comporterebbe una valorizzazione irrisoria delle azioni Premafin".

Ora sarebbe giunto il momento di far cadere l'esclusiva con Unipol, convocare una nuova assemblea ed allargare il campo di battaglia per il controllo di Fondiaria anche ai fondi Sator e Palladio. La lettera chiede quindi di chiamare di nuovo a raccolta i soci con all'ordine del giorno la revoca degli amministratori in carica e la nomina di un nuovo consiglio di amministrazione. Del resto, viste le decisioni prese dall'attuale board, alcuni amministratori in carica sono in aperto conflitto di interessi con Unipol, perché la compagnia bolognese ha promesso loro (attraverso la manleva) di non chiamarli in causa per eventuali azioni di responsabilità.

Le parole di Ligresti sono pesantissime, anche se giungono un po' tardive. Arrivano infatti solo dopo la richiesta di convocazione di una nuova assemblea avanzata dal custode giudiziale Alessandro Della Chà, nominato dal giudice di Milano per gestire il 20% di Premafin sequestrato ai fondi offshore dal pm Luigi Orsi, un 20% della holding che per anni è stato manovrato dai Ligresti, senza che questi abbiano mai informato la Consob o il mercato che anche quella quota in Premafin era riconducibile a loro.

Il consiglio di amministrazione tornerà a riunirsi lunedì 2 luglio per esaminare, insieme agli advisor, la documentazione inviata dal custode giudiziale. Nel frattempo è stata deliberata la cooptazione di Luca Cagnoni al posto del dimissionario Giuseppe De Santis. Inoltre dal consiglio si sono dimessi due amministratori, Samanta Librio e Geronimo la Russa. In serata è arrivata anche la risposta di Unipol, affidata a un comunicato stampa. Unipol "Richiama" Premafin agli obblighi contrattuali e sottolinea, che la posizione di Ugf e della cordata Sator-Palladio "non sono tra loro in alcun modo comparabili" e che un eventuale differimento dei tempi per procedere al completamento dell'operazione arrecherebbe "a Ugf e Premafin danni gravissimi e irreparabili".  L'invito è  "a portare a compimento l'aumento di capitale" deliberato lo scorso 12 giugno sottolineando che qualora ciò non avvenisse si verificherà "un grave inadempimento".

 

Gabetti e Grande Stevens tornano a processo
per aggiotaggio informativo sul convertendo Fiat DEL 2005.

La Cassazione ha annullato le assoluzioni accordate ai due ex vertici di Ifil ed Exor nell'ambito del procedimento per aggiotaggio informativo. Ma la prescrizione è prevista per febbraio 2013. IL CASO: nel settembre 2005, segretamente, la IFIL controllata Agnelli comprava il 10% delle azioni FIAT dalla altrettanto controllata EXOR che le deteneva attraverso un equity swap, ovvero una cessione di pacchetti azionari attraverso un prezzo concordato futuro allo scopo di tutelarsi da eventuali oscillazioni dell'azione stessa. Ogni azione acquistata dalla IFIL pesava 6,5 euro quando sul mercato l'azione valeva 8 euro. In questo modo gli Agnelli, con quel 10% di azioni rastrellate fuori mercato,mantenevano quel 30% di controllo azionario necessario per mantenere la maggioranza a fronte di un prestito di 3 miliardi di euro chiesto alla banche nel 2002 che, a scadenza, nel settembre 2005, si sarebbe convertito in azioni di proprietà delle banche che avrebbero messo gli Agnelli in minoranza. L'operazioni di derivati così disegnata naturalmente di per se' non e' fuorilegge, ma è illegale diramare un comunicato stampa, il 24 agosto 2005, nel quale IFIL(Agnelli) dichiarava, in virtù della scadenza del prestito bancario, che non c'erano in vista operazioni finanziarie tali per il mantenimento della maggioranza azionaria. In virtù di quel comunicato stampa l'azione crebbe in maniera artificiosa determinando in tal modo un risparmio notevole agli Agnelli messi alle strette, scongiurando altresì una eventuale OPA da parte di concorrenti.

 

MILANO - La Cassazione ha annullato le assoluzioni accordate a Gianluigi Gabetti e a Franzo Grande Stevens nell'ambito del processo Ifil-Exor per aggiotaggio informativo. In particolare, la quinta sezione penale, accogliendo il ricorso della Procura di Torino, della Procura generale e della Consob nei confronti di Gabetti, di Grande Stevens, della Ifil Investments e della Giovanni Agnelli Sapaz, ha disposto un rinvio alla Corte d'Appello di Torino per il giudizio di secondo grado.

Il presunto reato, in ogni caso, dovrebbe risultare prescritto già nel febbraio del 2013. La decisione della Cassazione non riguarda la terza figura chiamata in causa, Virgilio Marrone, per il quale l'assoluzione resta dunque confermata. Tuttavia saranno processate anche due "persone giuridiche", la Exor (ex Ifil) e l'accomandita Giovanni Agnelli Sapaz. La vicenda è legata all'equity swap Ifil-Exor, la complessa operazione finanziaria che nel settembre del 2005 permise a Ifil di conservare il controllo della Fiat. Il processo, nel quale viene ipotizzato l'aggiotaggio informativo, riguarda soltanto un comunicato diffuso da Torino (su richiesta della Consob) il 24 agosto di quell'anno in cui veniva spiegato che, pur essendo in vista del convertendo con le banche, non erano in programma o allo studio iniziative particolari sul titolo Fiat.

 

 

Il tribunale di Milano dichiara fallimento di Imco e Sinergia di Salvatore Ligresti,azionisti di riferimento di Premafin. Dopo il blocco dell'anti-trust rallenta ancora la fusione UNipol-SaiFondiaria: Dopo l'aggiotaggio ,bancarotta fraudolenta per i Ligresti??

 

Nessun salvataggio è stato possibile per la galassia dell’imprenditore Salvatore Ligresti. Il tribunale Fallimentare di Milano ha dichiarato il fallimento di Imco e Sinergia, le holding personali della famiglia. Il buco che ha portato i giudici, coordinati dal presidente Filippo Lamanna, ammonterebbe a circa 110 milioni di euro (400 di indebitamento e 290 di attivi, ndr). Ieri i legali delle due società avevano chiesto ai giudici due settimane di tempo per presentare un piano di ristrutturazione del debito, ma il tribunale, con i giudici Roberto Fontana e Filippo D’Aquino, ha bocciato l’istanza. Ligresti è indagato per concorso in aggiotaggio nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta manipolazione delle azioni Premafin 

La Procura di Milano,  che aveva chiesto fallimento per le due holding dei Ligresti poco meno di due mesi fa, ieri si era opposta alla richiesta di tempo da parte di Ligresti, spiegando in sostanza che c’era incertezza riguardo agli investitori che avrebbero dovuto, secondo la bozza del piano di salvataggio, sottoscrivere le quote del fondo immobiliare Hines, il quale avrebbe dovuto accollarsi 243 milioni di debiti e versare 50 milioni cash. Inoltre, il pm aveva avanzato seri dubbi su alcune operazioni sospette ancora in atto, a suo dire, da parte di Imco e Sinergia con parti correlate, e avrebbero drenato risorse soprattutto da Milano Assicurazione.  Bocciata dunque la richiesta di rinvio per il piano di salvataggio, è scattato il fallimento delle due holding. Dovuto, secondo quanto scrivono i giudici nel provvedimento, anche alle “banche creditrici non si sono dimostrate disponibili a finanziare direttamente” l’accordo “di ristrutturazione” del debito di Imco. I magistrati spiegano inoltre che l’accordo con le banche creditrici “non è stato per nulla raggiunto”. Ma non solo, secondo i giudici c’erano “rischi di inquinamento dei valori di mercato delle partecipazioni e di aggiotaggio relativo alle società collegate, alcune delle quali quotate in borsa”. Anche per questo, secondo il collegio, non si è potuto concedere “un ulteriore differimento”, considerando anche il fatto che “la richiesta di rinvio” non era supportata “da sufficienti elementi di serietà”.

Il fallimento non dovrebbe avere conseguenze sul riassetto del gruppo Fondiaria-Sai previsto con il piano Unipol e la prevista fusione. “Le due cose – ha spiegato l’ad di Unicredit, Federico Ghizzoni prima della notizia del fallimento  sono legate dal filo conduttore della famiglia, ma le aziende sono separate”.

Premafin dice sì ad Unipol
e si salva dal fallimento sbugiardando i Ligresti

Al termine di un Cda durato sei ore la Holding che controlla Fonsai smentisce gli azionisti di riferimento, i Ligresti, ed accetta il concambio proposto dal gruppo bolognese

 

MILANO - Premafin accetta la proposta di Unipol e si salva, almeno per ora, dal fallimento. Al termine di un cda durato quasi sei ore e terminato a notte fonda la holding che controlla Fonsai ha scelto di 'vivere' nonostante la decisione dei suoi azionisti di riferimento, la famiglia Ligresti, di rompere con Bologna per puntare sull'offerta di Sator e Palladio, mettendo a rischio la continuità aziendale.

"Sono stati confermati i concambi che assegnano a Premafin lo 0,85% del nuovo gruppo. Premafin va avanti con Unipol" ha riferito un consigliere al termine della riunione. Scegliendo di stare con Bologna, Premafin può ancora sperare nella ristrutturazione del debito da parte delle banche creditrici, condizione necessaria per poter approvare nell'assemblea in programma martedì il bilancio nel presupposto della continuità aziendale. Pur "in un contesto estremamente fluido" e "pur continuando a sussistere plurime incertezze", tra cui la decisione di Paolo e Jonella Ligresti di non rinunciare alla manleva e al recesso, la holding, si legge in una nota emessa su richiesta della Consob, non ritiene che vi siano "elementi di novità incontrovertibili tali da indurre a mutare risolutivamente parere" in tema di continuità aziendale.

Superato il primo esame ora il piano di integrazione con Unipol deve passare al vaglio dei cda di Fonsai e Milano Assicurazioni in programma domani. Decisivo, oltre al parere dei board, sarà quello del comitato degli indipendenti che ha il potere di

bocciare la proposta arrivata da Bologna. Una proposta che ha confermato i concambi avanzati dalle tre società dei Ligresti ma che ha respinto alcune delle richieste aggiuntive apposte da Fonsai e Milano Assicurazioni. Intanto le banche creditrici di Premafin tengono alto il pressing sulla holding. Gli istituti confermano l'intenzione di procedere all'escussione del pegno sulla quota in Fonsai qualora il piano di integrazione con Unipol, sponsorizzato da Mediobanca e Unicredit, non dovesse andare per qualche ragione in porto. In caso contrario gli istituti, a valle dell'assemblea di Premafin in agenda martedì, sono pronti a firmare la ristrutturazione del debito indispensabile per approvare il bilancio sul presupposto della continuità aziendale.

Perchè ciò avvenga, oltre alle delibere dei cda, è necessario che l'assemblea di Premafin dia il via libera all'aumento di capitale da 400 milioni riservato a Unipol. In quella sede si vedrà se i Ligresti stanno bluffando o se porteranno il loro azzardo fino alle estreme conseguenze bocciando la ricapitalizzazione e condannando Premafin al fallimento. Per ora la famiglia si è detta unita, nonostante solo Paolo e Jonella abbiano comunicato la loro decisione "irrevocabile" di non voler rinunciare a manleva e recesso.

Ma, secondo alcune voci, Giulia Ligresti, presidente di Premafin, inizierebbe a nutrire dei dubbi sulla scelta dei fratelli, anche in ragione dei rischi legali che correrebbe in caso di default di Premafin. Infine il cda della holding, in risposta alla richiesta di Fonsai, ha deliberato "di verificare in tempi rapidi con quest'ultima e con il sistema bancario" la proposta di Sator e Palladio dando mandato a Giulia Ligresti e al consigliere indipendente Luigi Reale per gli approfondimenti. In ogni caso, ha ribadito oggi Unipol con una lettera, per la holding resta il vincolo di esclusiva con Bologna.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
       
 

 

 

 

Corte europea condanna Italia a pagare
10 milioni a Di Stefano per Europa 7
. QUELLE FREQUENZE SONO ANCORA OGGI OCCUPATE DA RETE 4 DEL LICENZIATO CAGNOLINO FEDE.

 

 

 

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L'imprenditore, proprietario dell'emittente, aveva ha chiesto ai giudici europei di riconoscergli un maxi indennizzo di due miliardi per non aver potuto trasmettere perché non aveva frequenze su cui farlo  sostenendo che le scelte non erano dovute a impedimenti tecnici ma politici. 

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non avere concesso per dieci anni le frequenze all’emittente televisiva Europa 7 di Francescantonio Di Stefano. La Corte ha riconosciuto all’imprenditore 10 milioni di euro per danni materiali e morali contro una richiesta di due miliardi di euro. L’imprenditore, da anni, si batte, a suon di carte bollate, per farsi riconoscere i suoi diritti. Dopo aver vinto la gara per l’assegnazione delle frequenze ormai dieci anni fa, spendendo circa un milione e mezzo di euro per mettere insieme gli studi più grandi d’Europa, ma Rete4 destinata al satellite è tuttora in onda. 

Secondo la Corte, nel non assegnare le frequenze a Europa 7 le autorità italiane non hanno rispettato “l’obbligo prescritto dalla Convenzione europea dei diritti umani di mettere in atto un quadro legislativo e amministrativo per garantire l’effettivo pluralismo dei media”. L’Italia è stata quindi condannata per aver violato il diritto alla libertà d’espressione. All’emittente televisiva è stato quindi riconosciuto il diritto a un risarcimento di 10 milioni di euro per danni morali e di 100 mila euro per le spese legali sostenute per presentare il ricorso a Strasburgo.

Arriva così al suo epilogo una storia cominciata nel luglio del 1999 quando Europa 7, in base alla legge n.249 del 1997, ottenne la licenza per trasmettere attraverso tre frequenze per la copertura dell’80% del territorio nazionale. Tuttavia l’emittente ebbe l’effettiva possibilità di iniziare a trasmettere solo nel 2009 e su una sola frequenza. Nel condannare l’Italia la Corte ha sottolineato come, avendo ottenuto la licenza, Europa 7, potesse “ragionevolmente aspettarsi” di poter trasmettere entro massimo due anni. Ma non ha potuto farlo perchè le autorità hanno interferito con i suoi legittimi diritti con la continua introduzione di leggi che hanno via via esteso il periodo in cui le televisioni che già trasmettevano potevano mantenere la titolarità di più frequenze. Di Stefano, proprietario dell’emittente, aveva ha chiesto ai giudici europei di riconoscergli il maxi indennizzo per non aver potuto trasmettere per anni perché non aveva frequenze su cui farlo. Con la sentenza i giudici hanno innanzitutto stabilito che negando le frequenze a Europa 7 le autorità italiane hanno violato il diritto alla protezione della proprietà privata e quindi causato un danno economico all’emittente.  Durante l’udienza pubblica che ha avuto luogo lo scorso ottobre i difensori dello Stato italiano avevano sottolineato che Di Stefano è stato già risarcito nel 2009, quando il Consiglio di Stato gli ha riconosciuto una compensazione di un milione di euro. Oltre alla questione strettamente economica, i giudici dovevano stabilire tra l’altro se le scelte del governo siano state dovute a reali impedimenti tecnici, oppure, come sostenuto da Di Stefano, da motivazioni politiche.

”La condanna che arriva dalla Corte europea dei diritti umani sul caso Europa 7 è solo la conferma dei danni prodotti da Berlusconi e dal suo governo” afferma in una nota il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. L’ex presidente del Consiglio ha utilizzato a proprio uso e consumo le istituzioni, piegandole ai propri interessi e calpestando la democrazia e l’informazione. L’Italia dei Valori, che per prima ha portato avanti la battaglia per ristabilire le regole sull’attribuzione delle frequenze, continuerà a battersi affinchè nel nostro Paese venga affermato lo stato di diritto e risolto una volta per tutte il conflitto d’interessi. L’emittente televisiva Europa 7 è stata vittima di un vergognoso abuso perpetrato per anni e per questo nessun risarcimento sarà mai abbastanza”. 

 

 

 

SNAI IN FORTE CRISI: MEZZO MILIARDO DI EURO DI DEBITI

San Siro, in vendita l'area dell'ippodromo
Snai costretta a cedere, vale 160 milioni

I terreni e le piste di trotto e di allenamento di Trenno saranno venduti al miglior offerente. Snai, la proprietaria, entro un anno dovrà restituire ai creditori 250 milioni. Ora, fallita la strada di un bond, resta solo la cessione. In bilancio gli immobili valgono 90 milioni, ma si spera di farli fruttare quasi il doppio

di Sara Bennewitz

 

Ora che è fallito anche l’ultimo tentativo di reperire nuovi finanziamenti sul mercato, Snai è costretta a vendere i suoi gioielli. Il gruppo delle scommesse ippiche entro un anno dovrà rimborsare ai suoi creditori circa 250 milioni di euro e così ora le banche fanno pressione sulla società affinché venda il prima possibile i terreni e le aree adiacenti allo stadio di San Siro.

Per mesi il gruppo guidato da Maurizio Ughi aveva provato a cercare una soluzione alternativa. A metà dicembre la società aveva interrotto le trattative con il fondo di private equity Bridgepoint per cedere l’attività dei giochi, mentre questa settimana dopo lunghe trattative è sfumata anche la possibilità di reperire sul mercato 350 milioni attraverso il lancio di un’obbligazione ad alto rischio. Il costo di questa emissione era lievitato a un interesse del 10,5 per cento (37 milioni all’anno), e tale da assorbire circa un terzo dei margini generati dal gruppo dei giochi. Troppo.

Le banche, dunque, hanno preferito accantonare l’idea del bond e studiare un nuovo piano per risolvere l’emergenza debito. E così, dopo aver provato invano a trovare una soluzione alternativa, a questo punto la strada migliore per risolvere i problemi finanziari di Snai è vendere i terreni del parco di Trenno e tutte le strutture adiacenti allo stadio di San Siro (tranne quella del galoppo, che è vincolata). In bilancio gli immobili hanno un valore di circa 90 milioni, ma potrebbero fruttare quasi il doppio e permettere alla società di dimezzare la sua esposizione con le banche. Un vecchio accordo tra Snai e un partner immobiliare valutava queste attività 260 milioni. Ma oggi, secondo le banche creditrici, sarebbe impossibile realizzare una simile somma, anche perché Snai ha poco tempo per chiudere l’operazione e quindi non può aspettare né i tempi della burocrazia, né quelli di un’e ventuale ripresa del mercato immobiliare che ancora scricchiola. Ma facciamo un passo indietro. Il 15 maggio del 2007 Snai stipulò un accordo con un advisor immobiliare, Varo, e una società di sviluppo, Losito & Associati, dandogli un’esclusiva per trattare la vendita e offrendogli anche un diritto di prelazione ad acquistare queste aree al prezzo di 260 milioni. Era inteso che, se fosse cambiato il piano regolatore milanese e Snai avesse ottenuto l’edificabilità di parte di questi terreni, Losito & Associati avrebbe pagato 1.500 euro in più per ogni metro quadro edificabile. Ma così non è stato. Il contratto firmato due anni fa avrebbe dovuto scadere con la fine del 2012.

Snai non può aspettare tanto, tuttavia, e il prezzo pattuito con Losito & Associati è comunque fuori mercato. Per questo Unciredit, banca di riferimento del gruppo dei giochi, vorrebbe chiudere il vecchio accordo sugli immobili e nominare un nuovo advisor di livello internazionale per gestire la vendita il prima possibile e al miglior prezzo. A questo proposito, il partner ideale di Snai potrebbe essere Cushman & Wakefield, società americana che è controllata dalla Exor della famiglia Agnelli. Data l’esperienza e la clientela di riferimento a cui si rivolge Cushman & Wakefield, i tempi della trattativa potrebbero accorciarsi notevolmente e consentire a Snai di chiudere l’operazione entro il marzo 2011, quando la società dovrà rimborsare alle banche e agli altri creditori 250 milioni di debito.

 

Concentrati sullo spread, abbiamo perso di vista il Pil. Ma il dato diffuso dall’Istat ieri ricorda che l’Italia ha un problema più urgente del costo del debito pubblico, la recessione. Nel secondo trimestre del 2012, tra marzo e giugno, la ricchezza prodotta è diminuita dello 0,7 per cento rispetto al trimestre precedente. E di ben il 2,5 per cento nel confronto con lo stesso periodo del 2011. Se il Pil rimanesse immobile fino a dicembre avremmo comunque un crollo del 1,9 per cento (la “variazione acquisita”). Purtroppo, invece, il Pil continuerà a scendere. Le cose non andavano così male dal 2009, quando la crisi travolse l’economia reale italiana, con un tracollo del 5 per cento. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Viscoha già avvertito che la crescita resterà negativa anche per tutto il 2013.

Al Presidente del Consiglio Mario Monti restano tre opzioni: continuare come se niente fosse, annunciare una nuova manovra correttiva o chiedere gli aiuti europei, come hanno fatto Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo e Cipro. Nel Def, il Documento di economia e finanza presentato in aprile, il governo ha impostato la politica economica su un Pil ben diverso: -1,2 per cento. Già allora sembrava un eccesso di ottimismo , ma il premier aveva la necessità contabile di salvare almeno formalmente l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 (il deficit è cifrato a -1,7 nel 2012 e -0,5 nel 2013). “L’impatto dell’aggravamento della recessione sul deficit sarà di circa un punto: nel 2013 sarà 1,4 invece che zero virgola”, spiega Stefano Fantacone, economista del Centro Europa Ricerche. Quindi, se Monti volesse rispettare gli obiettivi che ha preso con i mercati, dovrebbe trovare circa un punto di Pil, 16 miliardi.

Ma fare un’altra manovra rischia di peggiorare le cose, nuovi tagli e nuove tasse aggraverebbero la crisi. “La recessione del 2009 dipendeva soprattutto dal crollo delle esportazioni. Che poi si sono riprese. Questa volta sono i consumi delle famiglie che si stanno riducendo drasticamente, scenderanno del 2,5 per cento, forse del 3 per cento” avverte Fantacone. Il governo ha comunque pronte le leve per agire su entrate e uscite, con il taglio delle agevolazioni fiscali (che per molti significherebbe un aumento delle imposte) e con il rapporto elaborato dal professor Francesco Giavazzi sulla riduzione dei sussidi pubblici alle imprese. Ma, se può, Monti eviterà altri interventi recessivi. Il governo – anche se non può ammetterlo – sta riconoscendo che il rigore imposto dalla Germania aggrava problemi già seri.

Restano le altre due opzioni. Monti ancora non ha scelto, sono entrambe ad alto rischio. La richiesta di aiuti al fondo europeo salva Stati Efsf per ridurre lo spread diventa più probabile con il precipitare della recessione: gli aiuti non andrebbero all’economia reale, ed è probabile che la troika Ue-Fmi-Bce imponga altri sacrifici in cambio del sostegno (anche se il premier sta facendo di tutto per limitare queste “condizionalità”). Ma una riduzione del costo del debito, grazie all’acquisto di titoli di Stato già in circolo o direttamente alle aste, potrebbe limare la spesa per interessi (circa 85 miliardi all’anno) quel tanto che basta da rendere non più necessarie le temute manovre correttive. Nell’intervista di ieri al Wall Street Journal, Monti dice: “Quello che chiediamo è che le autorità europee certifichino la buona condotta dell’Italia traducendola in interventi per tenere gli spread entro limiti ragionevoli”. In ogni dichiarazione pubblica Monti si avvicina sempre più alla richiesta esplicita di sostegno, soltanto un mese fa diceva che il “meccanismo anti-spread” all’Italia non sarebbe servito.

La terza ipotesi è la più rischiosa, ma anche con i benefici maggiori, se le cose vanno bene: restare immobili e aspettare. Sempre al Wall Street Journal Monti assicura che “non ho dubbi che la notte prima della disintegrazione dell’euro la Bce farebbe quello che serve per salvare l’euro”. Ovvero: se c’è l’emergenza, Mario Draghi comprerà debito italiano (e spagnolo) con o senza la richiesta di aiuto posta oggi come condizione (con il conseguente memorandum di impegni da firmare). Ci vogliono nervi molto saldi, però, e sperare che tutto vada liscio. A giudicare dalla gaffe di ieri e dalla successiva smentita – “con il governo precedente lo spread sarebbe a 1200” – anche quelli di Monti cominciano a risentire dello stress.

 

Sfruttava manodopera cinese, condannato il nuovo proprietario dell’Omsa

 

Secondo l'accusa i lavoratori venivano sottoposti a turni di 18-20 ore al giorno senza sicurezza né tutele. Il tutto arriva mentre per l'ex stabilimento di Faenza ancora molti aspetti sono in alto mare. Per le operaie in attesa di essere ricollocate e i sindacati è una doccia gelida. "Speriamo che non saltino gli accordi presi"

 

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È stato condannato in primo grado Franco Tartagni, presidente della Atl Group di Forlì, che poi sarebbe il nuovo proprietario dell’Omsa. La “sentenza storica”, come l’hanno definita Elena Ciocca e Manuela Amadori, le piccole imprenditrici che denunciarono gli illeciti, è stata emessa dal giudice Giorgio Di Giorgio nei confronti di 4 imprenditori cinesi e 4 italiani, implicati nell’inchiesta sulla Divanopoli forlivese.

Nella lista dei condannati italiani, 1 anno a testa, spicca oltre a Silvano Billi, Luciano Garoia ed Ezio Petrini (delle ditte Polaris e Cosmosalotto) il nome di Tartagni, titolare della Tre Erre, un grande mobilificio confluito nella Atl Group che ha recentemente acquisito il sito produttivo dell’Omsa di Faenza.

L’indagine degli inquirenti prese il via nel 2009 e iniziò a far luce su diverse irregolarità compiute ai danni di piccoli imprenditori contoterzisti, i cui diritti venivano violati, favorendo la manodopera cinese a basso costo, per abbattere i costi di produzione dei mobili.

È l’ennesima doccia fredda per le 140 ex operaie dell’Omsa che in questi mesi sono impegnate in un periodo di formazione professionale con la Atl Group. L’azienda con l’aiuto delle istituzioni (dal Ministero dello sviluppo economico, alla Regione Emilia Romagna, al Comune di Faenza) ha potuto rilevare i due grandi capannoni di via Pana, appartenuti per decenni alla multinazionale Golden Lady. Ora che le donne dell’Omsa iniziavano cautamente a tirare il fiato si sentono finite dalla padella alla brace: il fatto che l’azienda sia stata comprata da un condannato è tutto meno che un buon biglietto da visita.

“Secondo me questa è una sentenza importantissima, dal punto di vista del diritto – ha commentato il pubblico ministero Fabio Di Vizio che da tre anni segue la vicenda. Lo è per la tutela della garanzie dei lavoratori. Il profilo etico-sociale è importante, ma qui oggi ha vinto il diritto”.

La condanna è arrivata in seguito all’accertamento di una strutturale violazione delle norme della sicurezza sul lavoro. Nell’intesa criminale tra imprenditori forlivesi e cinesi l’imperativo categorico era abbattere i costi di produzione, bypassando le disposizioni più elementari sui diritti degli operai in fabbrica: ciò significa turni di lavoro da Inghilterra del ‘700: gli operai, perlopiù cinesi, erano costretti a lavorare per 18-20 ore, in ambienti spesso inadeguati, senza servizi igienici, né tutele di alcun tipo. La pausa pranzo ovviamente era un optional.

Tra le condanne comminate ai cinesi quelle di 2 artigiani: un anno e nove mesi per loro. Altri 2 se la sono cavata con un anno e mezzo e 9 mesi. I quattro uomini sono stati riconosciuti colpevoli di rimozione e omissione dolosa delle cautele atte a prevenire infortuni sul lavoro.

Il giudice Di Giorgio ha disposto anche, per i soli imputati forlivesi, che rifondano le spese legali: 1800 euro per ciascuna delle parti civili costituitesi a processo: si tratta dei Comuni di Forlì, Bertinoro e Castrocaro e della Camera di Commercio. Il valore economico del danno da loro subito verrà stabilito in un secondo tempo dal giudice di parte civile.

Intanto il pool dei 4 avvocati della difesa (Marco Martines, Guido Magnisi, Massimo Beleffi e Filippo Poggi) prepara il ricorso in appello. La loro tesi è che non ci sia mai stata una sinergia delittuosa tra italiani e cinesi: sostengono infatti che i loro assistiti fossero semplici committenti dei cinesi, che avrebbero gestito autonomamente le fabbriche.

“Per noi questa sentenza è la vittoria più importante” dichiarano le imprenditrici Ciocca e Amadori, due donne che hanno aperto gli occhi a un’intera città, costringendola a guardare. “Ci serve a dare uno schiaffo a chi non ci ha creduto e si è permesso di dire che davamo la caccia alla streghe”.

Intanto è forte la preoccupazione tra chi si è battuto da sempre a fianco delle operaie ex-Omsa. “La Regione, quando si discusse dell’acquisizione, si era fatta garante e la vicenda della TreErre non sembrava nulla di preoccupante” ammette Samuela Meci della Filctem Cgil di Faenza. “Dovremo stare attenti e vigilare, oggi più che mai, affinché non ci siano ripercussioni negative per le lavoratrici che stanno svolgendo il loro training all’Atl”.

“Non conoscendo ancora le motivazioni della sentenza non esprimo giudizi sull’aspetto legale” – commenta Antonio Cinosi, segretario Cisl per la provincia di Ravenna. “In un momento delicato come è questo – continua – la notizia non può certo favorire il prosieguo regolare della riconversione produttiva. L’auspicio è che non salti, anche per l’insorgenza di eventuali motivi giuridici ostativi, un processo lungo che abbiamo seguito per due anni”.

 

Iran: embargo all'italiana

 

L'Italia senza petrolio si fermerebbe. I primi cinque Paesi da cui lo importiamo sono Arabia Saudita, Azerbaijan, Iran, Libia e Russia. L'Italia era il partner principale della Libia, dove, dopo la guerra a Gheddafi (oggi è presidente un suo ex-ministro...) conta come il due di picche. L'influenza commerciale sull'area si è spostata a Washington e a Parigi. Con la Libia ci siamo comportati né più né meno come nelle guerre mondiali. Abbiamo bombardato un Paese con cui avevamo stipulato un trattato di pace. Voltagabbana per vocazione. Adesso è il turno dell'Iran dal quale l'Italia importa il 13% del greggio annuale e con cui l'ENI fa da sempre buoni affari.
Alla Farnesina, qualche giorno prima di Natale, mentre ci si occupava di amenità come il prelievo massimo in contanti dei pensionati, si è tenuta una riunione con la presenza, tra gli altri, dei rappresentanti di Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia (c'era anche un funzionario della UE a fare da tappezzeria) per discutere delle sanzioni all'Iran. Una barzelletta, rappresentanti dei Paesi europei che discutono con la UE che li rappresenta. La UE in politica estera dovrebbe avere una sola voce.
In sostanza le
sanzioni all'Iran si traducono in un embargo. Non si compra più il suo petrolio in modo che non possa investire i profitti nel riarmo. L'Italia però, pur aderendo, ha invocato il "pregresso", i crediti che ha nei confronti dell'Iran che quindi le consentirebbero di importare greggio anche durante l'embargo. Chapeau!
L'Iran non ha digerito le sanzioni che strangolerebbero la sua economia e ha minacciato la chiusura dello
stretto di Hormuz dal quale transitano 17 milioni di barili al giorno, pari al 20% del petrolio mondiale che viene commerciato e, per sicurezza, ha fatto dei test per missili a largo raggio. Gli Stati Uniti hanno replicato con l'invio della
portaerei USS John C. Stennis. Il Pentagono ha spiegato che "Si tratta di spostamenti che avvengono regolarmente per garantire la stabilità della Regione". Se venisse bloccato anche solo temporaneamente lo stretto di Hormuz, il prezzo del barile schizzerebbe a 150 dollari (la media del 2011 è stata di 100). Gli americani stabilizzano i Paesi dove sono presenti i loro interessi. Il pianeta è cosa loro. La Ue invece, come le stelle fisse, resta a guardare. Cina e Russia hanno dichiarato che non potranno tollerare un intervento degli Stati Uniti contro l'Iran. Hormuz come Danzica? L'Italia non deve preoccuparsi, è senza una politica estera, ma vanta "crediti pregressi".

 

ipotesi reato
corruzione e finanziamento illecito
. I 4/5 del massimo organo regionale sotto inchiesta per reati gravissimi.

Nessuno si leva dai coglioni

 

 

P4, Luigi Bisignani patteggia
un anno e sette mesi

Il lobbista è stato condannato per dieci capi di imputazione, tra cui associazione per delinquere, favoreggiamento, rivelazione di segreto e corruzione. Non potendo beneficiare della sospensione della pena, quando la sentenza passerà in giudicato, l'uomo d'affari, che ora è libero, dovrà essere di nuovo arrestato.

L'uso del termine P4, con cui è ormai nota l'associazione a delinquere, non è soltanto frutto del mondo del giornalismo, che pure, per ovvie esigenze, si è sentito autorizzato a richiamare alla mente dei lettori un termine già noto (quello, cioè, della loggia massonica Propaganda Due, detta P2, di Licio Gelli), ma si deve anche all'esplicita connessione di uno dei più rilevanti protagonisti della stessa P4, Luigi Bisignani, alla loggia di Gelli alla quale è stato iscritto, come risulta dagli elenchi rinvenuti a Castiglion Fibocchi[1]

 

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MARIO MONTI: "ADESSO SIAMO PIU' SERENI PER IL FUTURO" BONOS A 575 PUNTI, SUPERANO I BTP IRLANDESI A 571, E QUESTO PERCHE' C'E' SERENITA'...
La Grecia ha deciso: "Stiamo in Europa:LA CRISI NON ESISTE"

COME DICIAMO DA ANNI: LA CRISI NON ESISTE!!! DISOCCUPAZIONE,CROLLO DELLA PRODUTTIVITA', SONO TUTTE STRONZATE. O MEGLIO: ESISTE SOLO QUANDO NE VIENI COLPITO PERSONALMENTE, ALTRIMENTI, NON ESISTE UN CAZZO DI NIENTE, SONO TUTTE PUTTANATE!!Oggi Syriza si candida ad essere il primo partito di Grecia e a vincere le elezioni di domenica, probabilmente le più delicate della storia dell’Unione Europea. Alex Tsipras, il giovane leader del partito (38 anni), ha promesso di mantenere la Grecia nell’Europa e nell’Euro, ma vuole discutere da capo il “memorandum” che detta la linea alla politica ellenica in cambio dei finanziamenti che servono a evitare la bancarotta. I sondaggi parlano di un testa a testa con i conservatori di Nuova Democrazia di Antonis Samaras. I sostenitori di Syriza ci credono e come il loro leader, allontanano scenari apocalittici: “Se vinciamo non sarà la fine dell’euro”, commenta un ragazzo, “ma l’inizio di un nuovo corso di liberazione per i popoli europei”. Di certo, non è la prospettiva del default a mettere paura: “Cosa significa fallire?”, chiede Aris, ingegnere civile di 29 anni, disoccupato. “Noi siamo già falliti, come paese: abbiamo 2 milioni di disoccupati, 25 mila persone che vivono in strada solo ad Atene, migliaia di persone che avevano un lavoro e una vita stabile e oggi per mangiare devono fare la fila alle mense pubbliche”(18 giugno 2012)

Egitto: sciolte le Camere, l'esercito
riprende il potere legislativo

 

 

egitto_rullo nuova

"Abbiamo ripreso il controllo del potere in Egitto". A dare l'annuncio è il Supremo Consiglio delle forze armate dopo le pronunce della corte Suprema che ha ritenuto incostituzionali le scorse elezioni e l'esclusione degli ex di Mubarak dalla competizione elettorale

GUERRA CIVILE IN SIRIA

 

Siria, esercito bombarda Hula
"100 morti, 25 sono bambini"

 

siria_rullo

Un nuova strage di civili ha insanguinato la Siria nel 63esimo venerdì di proteste contro il regime. A Hula, nella provincia ribelle di Homs, le forze di sicurezza del regime di Bashar al-Assad hanno ucciso un centinaio di persone nel corso di un bombardamento (26-05-2012)

Ancora terrore a Damasco
40 morti, molti bambini
vd

Audio Il nostro inviato
"Cratere come a Capaci"
Foto

Ancora terrore a Damasco  40 morti, molti bambini   vd

Kabul, 17 ore di scontri. Uccisi 36 talebani - foto

Voci sotto le bombe - audio Video Combattimenti in strada
Audio Il testimone : "Pallottole sulla nostra testa" - video

Kabul, 17 ore di scontri. Uccisi 36 talebani -   foto Si è conclusa la pesante offensiva nella capitale e varie province dell'Afghanistan: 47 vittime in totale. Attacchi ad ambasciate, Parlamento e Isaf. Il racconto di Andrea Cucco: "Sparatorie ovunque". La rivendicazione: "Vendetta per profanazioni marines" / Mappa
 

Macedonia, 11 anni dopo la guerra
si riaccende il conflitto interetnico
 

L’escalation di violenze nei primi mesi del 2012 dovrebbe far riconsiderare la definizione di frozen conflict con cui è stato definito il contesto macedone, circa due milioni di abitanti un quarto dei quali albanesi stabiliti principalmente nel nord. Con un tasso di disoccupazione del 30%
di Alessandro Cesarini

 

Finanza, via il colonnello Rapetto
Sua la supermulta ai videopoker

 

umberto rapetto_strillo mezzo

Polemico addio su Twitter del colonnello che ha inflitto 98 miliardi di multa alle concessionarie del gioco d'azzardo di Stato. Sue anche le principali inchieste delle Fiamme gialle sul cyber crime. "Cancellati 37 anni di sacrifici, momento difficile e indesiderato"

 

Scontro su De Gregorio:IL PAPPONE CHE SI INTASCAVA I FINANZIAMENTI PUBBLICI DE "L'AVANTI" DI LAVITOLA SALVATO DAL PARTITO DELLA DIOSSINA(quello che dovrebbe essere l'alternativa con il nuclearista-acquaprivata-tolgoicostidiricarica Bersani)
Maroni e Id
v contro il Pd

 

Accuse incrociate dopo il voto che ha salvato il senatore dagli arresti domiciliari. il leghista: "Abbiamo votato compatti, si guardi tra dc e vecchi compagni". Di Pietro polemico coi democratici. Saviano: "E' scambio". La replica della Finocchiaro: "E' offensivo"

 

Tolosa, killer ucciso durante blitz tre agenti feriti, uno è grave -   foto

Tolosa, killer suicida durante blitz. Le teste in culo francesi falliscono:tre agenti feriti, uno è grave - foto

Colpito da un proiettile alla testa / vd - audio
L'inviato: "Alla fine ha vinto lui" / Le polemiche

Sparatoria nell'appartamento dove l'assassino della scuola ebraica era asserragliato da oltre 30 ore. Ha resistito fino all'ultimo. Sarkozy aveva detto: "Lo voglio vivo".....povero scemetto, si spera vivamente che questa gentaglia messa al potere senza arte ne parte venga spazzata via, dal voto naturalmente. Per quanto riguarda lo stragista, troppi lati oscuri non fanno pensare ad un terrorismo tout court solo ed essenzialmente incagliato nella jihad. La prossimazione e la pochezza dell'informazione, non solo in generale, ma anche di intelligence, non fa che ghettizzare un malessere interno che a noi risulta inspiegabile...

Strage Tolosa, assedio al killer - Diretta
'Sono di Al Qaeda, vendico i palestinesi'

E' un franco-algerino. Agenti feriti nel blitz Foto 20 marzo 2012
 

Conflitto a fuoco e tre agenti feriti nella notte in un edificio non lontano dalla scuola ebraica. La polizia è certa che il giovane di 24 anni sia il responsabile dell'attacco di martedì. Arrestato il fratello. La svolta dall'omicidio del primo parà. La Francia si è fermata per i funerali dei 3 bambini e del rabbino (Foto - Video)

 

La Cassazione: "Berlusconi pagò
e Dell'Utri mediò con la mafia"

Nel dispositivo della sentenza che ha annullato con rivio la condanna per concorso esterno del senatore la suprema Corte dice che è stato lui a trattare con le cosche per assicurare la protezione della famiglia del Cavaliere che tirò fuori "cospicue somme"

 

ROMA - Silvio Berlusconi pagò ("cospicue somme") le famiglie mafiose per assicurarsi protezione e Marcello Dell'Utri fece da mediatore nella trattativa. Questo scrivono i giudici della Cassazione nelle motivazioni della sentenza 1 che ha annullato con rinvio la condanna per concorso esterno a Dell'Utri. Spiegano i supremi giudici - nella sentenza 15727 di 146 pagine - che in maniera "corretta" sono state valutate, dai giudici della Corte d'Appello di Palermo, le "convergenti dichiarazioni" di più collaboratori sul tema "dell'assunzione, per il tramite di Dell'Utri, di Mangano ad Arcore, come la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di Cosa Nostra". Provata anche la "non gratuità dell'accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore della mafia".

Per quanto riguarda l'assunzione del mafioso Mangano come stalliere alla villa di Arcore, ad avviso della Suprema Corte il dato di fatto "indipendentemente dalle ricostruzioni dei cosiddetti pentiti, è stato congruamente delineato dai giudici di merito come indicativo, senza possibilità di valide alternative, di un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell'Utri che, di quella assunzione, è stato l'artefice grazie anche all'impegno specifico profuso da Cinà".

E se nel periodo in cui lavorò con Berlusconi il rapporto con la mafia, secondo i giudici, va provato il concorso esterno in associaizone mafiosa nel periodo che va dal 1977 al 1982 quando Dell'Utri lavorava con Rapisarda.

 

'Se mi uccidono cercate in queste carte'
I segreti del memoriale Gotti Tedeschi

In casa dell'ex presidente della banca del Vaticano, carabinieri e pm trovano un dossier riservato per
gli amici: "Se mi dovesse succedere qualcosa qui c'è scritto il perché. Ho visto cose da far paura" 

 

gotti tedeschi papa pp

Ettore Gotti Tedeschi temeva di essere ucciso e aveva preparato – come polizza sulla vita – un memoriale sui i segreti dello Ior. L’ex presidente della cosiddetta banca vaticana, dal settembre 2009 al maggio 2012, aveva consegnato un paio di esemplari del dossier agli amici più fidati, con una postilla a voce: “Se mi ammazzano, qui dentro c’è la ragione della mia morte”. Martedì scorso, una copia del dossier è stata trovata dagli uomini del capitano Pietro Raiola Pescarini, il comandante del Nucleo Operativo del Noe, quando i Carabinieri hanno perquisito l’abitazione di Gotti su delega della Procura di Napoli. Proprio per approfondire il contenuto del dossier sullo Ior ieri sono decollati alla volta di Milano (leggi) i vertici della Procura di Roma di Marco Lillo

Vaticano, il “corvo” è stato arrestato: “cameriere” del Papa sotto accusa

L’indagine della Gendarmeria vaticana sulla diffusione di documenti segreti “ha permesso di individuare una persona in possesso illecito di documenti riservati”. A dichiararlo il capo della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, spiegando che questa persona “si trova ora a disposizione della magistratura vaticana per ulteriori approfondimenti”. E’ l’esito della “attività di indagine avviata dalla Gendarmeria secondo istruzioni ricevute dalla Commissione cardinalizia e sotto la direzione del Promotore di Giustizia” spiegano da Città del Vaticano. Informato dell’accaduto Benedetto XVI si è detto “addolorato e colpito”, come riferisce una fonte vicina al Papa, che sottolinea come “si tratti di vicende dolorose” e come il Pontefice, “consapevole della situazione” mostri “partecipazione” e sia appunto “addolorato e colpito”.

Si tratta di Paolo Gabriele, ‘aiutante di camera’ della famiglia pontificia, in sostanza il cameriere del papa. Questa mattina Gabriele è stato ascoltato in un interrogatorio dal promotore di giustizia vaticano, Nicola Picardi. Gabriele, conosciuto come ‘Paoletto’ in ambienti vaticani, è uno dei laici ammessi all’interno delle stanze degli appartamenti papali. Definito come una persona semplice e molto devota al pontefice, fa parte della selezionatissima cerchia di persone che lavorano a contatto con Benedetto XVI. Nello staff di collaboratori del Papa figurano anche quattro laiche, coordinate da una suora tedesca. 

Benedetto XVI aveva incaricato a fine aprile i cardinali Herranz, presidente emerito della Pontificia Commissione per i testi legislativi, Tomko, prefetto emerito della Congregazione dell’Evangelizzazione dei popoli, e Salvatore de Giorgi, arcivescovo emerito di Palermo, di far luce sulle ripetute fughe di documenti riservati dagli archivi del Papa. Il promotore di giustizia della Città del Vaticano, competente sul territorio, è il professor Nicola Picardi.

stata anticipata la pubblicazione di un libro di Gianluigi Nuzzi (Sua Santità). Il Vaticano aveva risposto duramente: “E’ un furto – recitava una nota – i giornalisti ne risponderanno”. Secondo lo Stato della Chiesa “sono ‘atti criminosi’ e i responsabili dovranno darne conto davanti alla giustizia”.

Secondo Il Foglio.it, i cardinali Julian Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi sarebbero infatti “insospettiti principalmente del fatto che molti leaks usciti dal Vaticano sono lettere riservate del Papa”. Anche se, aggiunge il quotidiano online, “secondo molti egli sarebbe vittima della volontà del Vaticano di trovare in tempi brevi un colpevole di una carenza di governance che non sa gestire. Insomma, un capro espiatorio in mancanza di meglio”.

Una mole ingente di documenti riservati tuttavia è stata trovata dalla Gendarmeria Vaticana in un appartamento di via di Porta Angelica, dove Gabriele abita con la moglie e i tre figli. Romano, poco più che 40enne, l’uomo lavora nell’appartamento pontificio dal 2006, ed è stato inserito nella “famiglia” del Papa dopo essere stato a servizio del prefetto della Casa Pontificia, monsignor James Harwey. Ieri pomeriggio Gabriele è stato prima fermato dagli agenti comandati dall’ispettore generale Domenico Giani e poi interrogato dal promotore di giustizia (cioè una sorta di pm), Nicola Picardi, che lo ha dichiarato in arresto. A quanto si è appreso, i sospetti sul maggiordomo sono stati raccolti dalla Commissione Cardinalizia che indaga sulle fughe di notizie direttamente nell’appartamento del Papa. E se anche qualcuno ora si domanda in Vaticano se si tratti del “Corvo” o di un “capro espiatorio”, sembra molto difficile che l’arresto sia stato compiuto con leggerezza trattandosi di un “familiare” del Papa.

Qualcuno infatti deve pur aver trovato ieri il coraggio di avvertire Benedetto XVI di quanto stava accadendo prima a casa del suo collaboratore e poi nella caserma della Gendarmeria. E si può ben supporre che tali informazioni siano state presentate al pontefice con prove assolutamente inoppugnabili. Anche se, ovviamente, resta da capire se Gabriele, che finora godeva di unanime stima in Vaticano e anche tra i giornalisti che lo conoscevano, abbia agito da solo, mosso da un malinteso senso di giustizia, come accredita Gianluigi Nuzzi nel libro “Sua Santita’”, dove sono pubblicate le “carte segrete” sottratte all’archivio del Papa, oppure è parte di una più ampia cospirazione, volta a indebolire il Papa e i suoi collaboratori. In proposito è da registrare che ieri venivano fatte filtrare notizie su un possibile coinvolgimento del presidente uscente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, nella fuga dei documenti riservati. Si e’ trattato probabilmente di un cortocircuito mediatico, essendo in corso nelle stesse ore, a poche decine di metri di distanza, l’interrogatorio di Gabriele e la drammatica seduta del Consiglio di Sovrintendenza dello Ior che ha sfiduciato Gotti Tedeschi.

Il sito Korazym.org, sempre molto attento a quel che avviene alla banca vaticana, ipotizza oggi gli scopi di un eventuale mandante di Gabriele: “La manovra – scrive – è chiara. Si vuole far vedere che la Curia è in balia del vento, che il Papa non riesce a governare, che il segretario di Stato è inutile e via di seguito. Ma i fatti invece dimostrano il contrario. I problemi quando ci sono vengono affrontati direttamente e senza paura. E vengono risolti: per ora – infatti – quello che è certo è che la sicurezza vaticana ha svolto con efficienza l’indagine e che la commissione cardinalizia voluta dal Papa ha saputo fare le dovute ricerche con discrezione ed efficacia”.

Non è la prima volta che un membro della “famiglia pontificia” si macchia di una simile infedeltà. E’ noto infatti il caso del dottor Riccardo Galeazzi Lisi, il medico di Pio XII, che veniva “stipendiato” da alcuni vaticanisti affinché li tenesse informati sulla salute del Papa, come ha raccontato in un libro l’attuale decano della Sala Stampa della Santa Sede, Benny Lai. Pio XII, una volta scoperto che Galeazzi Lisi lo tradiva, non lo rimosse, semplicemente si limito’ a non rivolgergli più la parola. “Se vuole stare in Vaticano che stia, ma faccia in modo che io non lo veda”, disse Papa Pacelli, che non immaginava però fin dove sarebbe arrivato, l’”archiatra corrotto” arrivato a fotografarlo sul letto di morte.

 

Processo Antonveneta, pene ridotte per tutti. Due anni e mezzo per Fazio

 

La condanna più pesante è per l'ex governatore di Bankitalia. Un anno e 8 mesi ai vertici di Unipol, Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, e un anno all'ex leader della Banca lodigiana, Giampiero Fiorani. Assolto il senatore del Pdl Luigi Grillo

 

 

Parmalat, 18 anni
di condanna
a Calisto Tanzi

 

I giudici hanno confermato le accuse e la pena emessa dal tribunale in primo grado per l'ex re del latte di Collecchio. In aula il 73enne aveva chiesto scusa alle persone che aveva contribuito a rovinare
di Nicola Lillo 

 

Falsa testimonianza sul G8 di Genova Per De Gennaro arriva la sentenza definitiva

Il verdetto di Cassazione previsto per il 22 novembre. Lo "zar" dei servizi segreti italiani è stato condannato in appello per aver indotto alla falsa testimonianza nel processo Diaz l'ex questore di Genova Colucci. Tra i processi principali sulle violenze di dieci anni fa è il primo ad avviarsi alla conclusione. Ancora bloccato "per problemi di notifica" quello sulla sanguinosa irruzione nella scuola occupata dai "no global", sempre più a rischio prescrizione

 

Arriva il momento della verità per Gianni De Gennaro, ex capo della polizia e “zar” dei servizi segreti italiani come direttore del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. E’ prevista domani l’udienza nella quale la Corte di Cassazione deciderà se confermare o meno la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per istigazione alla falsa testimonianza in relazione ai fatti del G8 di Genova.

Secondo l’accusa, l’allora capo della polizia avrebbe spinto l’alto dirigente di Ps Francesco Colucci, questore del capoluogo ligure durante il G8 del 2001, a modificare la la sua testimonianza al processo sulla sanguinosa irruzione alla scuola Diaz, avvenuta la notte del 21 luglio. Una pressione, di cui Colucci parla diffusamente in telefonate intercettate, tesa ad allontanare da sé qualunque responsabilità nella catena di comando dell’operazione che si concluse con oltre sessanta feriti su 93 arrestati, tutti poi risultati estranei all’accusa di appartenere al “black bloc”, che era stato protagonista di due giorni di devastazioni.

Insieme a De Gennaro – difeso dal professor Franco Coppi – è stato condannato, per lo stesso reato, a un anno e due mesi, anche l’ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola, attualmente capo della polizia ferroviaria di Torino, dopo la nomina a questore. De Gennaro e Mortola hanno scelto il rito abbreviato, mentre Colucci ha scelto l’ordinario. Per entrambi la condanna è stata sospesa dalla condizionale e a nessuno dei due è stata inflitta la pena accessoria della sospensione temporanea dai pubblici uffici. L’ex capo della Digos ha anche un’altra condanna in appello, a tre anni e otto mesi, per l’irruzione alla Diaz.

Il processo De Gennaro potrebbe dunque essere il primo a concludersi tra i procedimenti principali scaturiti da quelle giornate caratterizzate da violenti scontri di piazza e da gravi abusi delle forze dell’ordine sui manifestanti. Oltre dieci anni dopo gli avvenimenti, infatti, sono ancora fermi alla sentenza d’appello il processo contro i manifestanti per gli incidenti durante i cortei (dieci condannati), il processo per i maltrattamenti inflitti nel centro di detenzione di Bolzaneto (44 condannati) e, appunto, quello sull’irruzione alla Diaz (25 condannati).

Su quest’ultima, che dalla ricostruzione processuale emerge come una pagina nera della polizia italiana, si è innescata una polemica che riguarda proprio i tempi del giudizio in Cassazione. Un mese fa è emerso che gli atti giacciono ancora alla Corte d’appello di Genova, nonostante la sentenza risalga al 18 maggio 2010. Il problema starebbe nella difficoltà di notificare la sentenza e gli atti a tutte le parti coinvolte nel procedimento. Quindi tutto è fermo. Le associazioni vicine al movimento denunciano che lo stallo potrebbe far scattare la prescrizione prima della sentenza definitiva, “salvando” i 25 poliziotti condannati, e in particolare gli alti dirigenti come Franco Gratteri, Gianni Luperi, Gilberto Caldarozzi, Vincenzo Canterini. Timori rilanciati anche da Magistratura democratica, che invita i colleghi genovesi ad accelererare le pratiche per “sgombrare il campo da ogni sospetto”.

 

Scontri dopo una partita di calcio
almeno 73 morti e centinaia di feriti

Le violenze al termine della partita tra la squadra locale e l'Al Ahli del Cairo. Invasione di campo e poi una vera e propria battaglia. Scene simili nella capitale, senza vittime. "Rinviati a data da destinarsi" tutti i match del campionato maggiore. Arrestate 47 persone. I Fratelli Musulmani accusano i sostenitori di Mubarak

 

IL CAIRO - Almeno 74 persone persone hanno perso la vita e centinaia sono rimaste ferite nelle violenze scoppiate dopo una partita di calcio a Port Said, nel Nord-Est dell'Egitto. Gli scontri sarebbero esplosi per motivi calcistici, dopo un'invasione di campo, al termine della gara di campionato tra la squadra del posto, l'Al Masri, e l'Al Ahli, formazione del Cairo.

LA GALLERIA FOTOGRAFICA 1 - IL VIDEO 2

Secondo la ricostruzione fornita dalla tv Al Arabiya, alla fine del match vinto per 3-1 dall'Al Masri, i tifosi locali sono entrati in campo per inseguire i giocatori dell'Al Ahli spingendosi fino al tunnel che porta agli spogliatoi. A quel punto si è scatenata una vera e propria battaglia, sia con i tifosi avversari che con le forze dell'ordine. Ci sono stati fitti lanci di bottiglie e pietre. I tafferugli sono proseguiti anche fuori dall'impianto. "Lo spogliatoio si è trasformato in un obitorio", ha raccontato un testimone. Un altro dei presenti ha riferito che prima del fischio d'inizio il clima era buono, ma poi durante l'incontro ci sono stati scambi di insulti tra le due tifoserie e ogni gol era seguito da un'invasione di campo. In città è stato schierato anche l'esercito che ha inviato i suoielicotteri per portare via dallo stadio giocatori e tifosi della squadra ospite.

Il ministro dell'Interno Mohamed Ibrahim ha reso noto che molte delle vittime sono morte nella calca e che dopo gli incidenti sono state arrestate 47 persone.

La scena si è ripetuta al Cairo, dove l'arbitro ha sospeso l'incontro una volta avuta notizia delle violenze di Port Said. Una decisione cui i tifosi hanno reagito appiccando il fuoco ad alcuni settori dello stadio. In questo caso per fortuna non ci sono state vittime.

Dopo questi gravissimi episodi la Federcalcio egiziana ha deciso di "rinviare a data da destinarsi" tutte le partite del campionato maggiore e il Parlamento è stato convocato per domani in seduta straordinaria.

I Fratelli Musulmani, la maggiore forza politica nell'Egitto del dopo-Mubarak, non credono che gli incidenti siano scoppiati soltanto per la follia di gruppi di ultrà e accusano i sostenitori del presidente deposto un anno fa dalla protesta di piazza. "Gli eventi di Port Said sono stati pianificati e sono un messaggio dei sostenitori dell'ex regime", ha affermato il deputato Essam al-Erian in un comunicato pubblicato sul sito internet del Partito della libertà e della giustizia (Plj), la formazione politica della Fratellanza.

 

Bpm, arrestato Ponzellini
Mazzette per 5,7 milioni

 

Bpm, arrestato Ponzellini Mazzette per 5,7 milioni

Tentata scalata Unipol-Bnl
Assolti in appello Fazio Caltagirone e Cimbri

La Corte esclude per tutti
il reato di aggiotaggio

Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti gli unici  condannati, per le accuse minori, al processo di secondo grado. Nel primo l'ex governatore della Banca d'Italia aveva avuto tre anni e sei mesi di reclusione

 

P4, Luigi Bisignani patteggia
un anno e sette mesi

Il lobbista è stato condannato per dieci capi di imputazione, tra cui associazione per delinquere, favoreggiamento, rivelazione di segreto e corruzione. Non potendo beneficiare della sospensione della pena, quando la sentenza passerà in giudicato, l'uomo d'affari, che ora è libero, dovrà essere di nuovo arrestato.

L'uso del termine P4, con cui è ormai nota l'associazione a delinquere, non è soltanto frutto del mondo del giornalismo, che pure, per ovvie esigenze, si è sentito autorizzato a richiamare alla mente dei lettori un termine già noto (quello, cioè, della loggia massonica Propaganda Due, detta P2, di Licio Gelli), ma si deve anche all'esplicita connessione di uno dei più rilevanti protagonisti della stessa P4, Luigi Bisignani, alla loggia di Gelli alla quale è stato iscritto, come risulta dagli elenchi rinvenuti a Castiglion Fibocchi[1]

L'indagine è stata avviata dalla Procura della Repubblica di Napoli grazie ai PM Francesco Curcio e Henry John Woodcock. Secondo gli inquirenti Luigi Bisignani, uomo chiave dell'associazione a delinquere e sottoposto dal 15 luglio 2011 a detenzione domiciliare per favoreggiamento e rivelazione del segreto d'ufficio, avrebbe instaurato, grazie alla intricata rete di amicizie potenti sulla quale e per mezzo della quale operava, "un sistema informativo parallelo"[2] che riguarda - secondo la Procura di Napoli - "l'illecita acquisizione di notizie e di informazioni, anche coperte da segreto, alcune delle quali inerenti a procedimenti penali in corso nonché di altri dati sensibili o personali al fine di consentire a soggetti inquisiti di eludere le indagini giudiziarie ovvero per ottenere favori o altre utilità".

Le amicizie di Bisignani [modifica]

Come si accennava, Luigi Bisignani sarebbe riuscito a tessere la sua tela criminale grazie a un nutrito gruppo di amici potenti. Lo stesso Bisignani è stato compagno dell'attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Daniela Santanchè; è inoltre definito come un grande amico di Gianni Letta e Italo Bocchino, vicepresidente di Futuro e Libertà per l'Italia, il partito del Presidente della Camera Gianfranco Fini. Tra i suoi conoscenti anche Denis Verdini, esponenti importanti dell'Eni e della RAI, oltre che diversi vertici dei servizi di sicurezza.[3]

Le intercettazioni [modifica]

Dopo averlo intercettato, gli investigatori si sono presi cura di trascrivere il contenuto delle intercettazioni.

  • Il 9 agosto 2010 Bisignani parla con Enrico Cisnetto, editorialista del Giornale di colui che a quel tempo era direttore del quotidiano, Vittorio Feltri. In questa intercettazione - e precisamente dalle parole di Cisnetto - si viene a sapere che Feltri avrebbe intenzione di prendere il posto di Silvio Berlusconi. A detta di Cisnetto, inoltre, parte dell'operato di Feltri è finalizzata a destabilizzare il premier (che "sarebbe svenuto" se avesse sentito ciò che Feltri diceva di lui a cena).[4]

  • Il 18 agosto 2010 una telefonata a Flavio Briatore rivela il parere di Bisignani sul sottosegretario Santanché, che viene descritta come un'opportunista. Nei giorni successivi Bisignani la definirà come una "stronza". [4]

  • Il 12 settembre 2010 in una telefonata con il figlio Renato, Bisignani parla del ministro del Turismo Brambilla in modo poco lusinghiero definendola "stronza, brutta, un mostro, mignotta come poche, la più mignotta di tutte".[4]

  • Il 14 ottobre 2010 l'allora direttore generale della RAI Mauro Masi riceve da Bisignani la lettera di licenziamento per Michele Santoro e, al telefono, esulta con lo stesso faccendiere affermando che ormai il conduttore di Annozero "è morto" e che "je stamo a spaccà er culo"[4]

  • Una delle preoccupazioni del faccendiere è legata anche alla possibilità che la Gabanelli "faccia puttanate"[4]

  • Il 2 dicembre 2010 il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo si lamenta con Bisignani del fatto che tutti, nel centrodestra, sono referenti di Berlusconi.[4]

  • Il 27 gennaio 2011 Bisignani si congratula con Masi, dopo che questi ha appena litigato in diretta con Santoro. "Sei stato bravissimo", dice a Masi, "io lo avrei preso a schiaffi".

Il "potere istituzionale" di Bisignani [modifica]

Dalle parole dello stesso Bisignani, emerge chiaramente la sua sfera di influenza politico-istituzionale. Basti pensare al caso della Santanchè, che, trovatasi in seria difficoltà dopo che Fini l'aveva esautorata di ogni potere all'interno di Alleanza Nazionale, accettò il consiglio del faccendiere di iscriversi a La Destra di Francesco Storace, con la speranza di ottenere così una maggiore visibilità. Fallito il tentativo (La Destra infatti non superò la soglia di sbarramento per approdare in Parlamento, la Santanchè era, oltretutto, candidata premier per quel partito), Bisignani operò al fine di riavvicinare la Santanché al PDL. Una nuova collaborazione governativa era allora una prospettiva piuttosto lontana per l'attuale sottosegretario, a causa del veto posto da Fini, che non tollerava il rientro nelle file del governo di un'avversaria. Il veto cadde grazie alla mediazione di Bisignani, che, sempre secondo le sue parole, convinse i finiani contattando La Russa, Ronchi e Bocchino. Durante un pranzo a Montecitorio, alla presenza di Berlusconi e Fini, Bocchino annunciò infine la caduta del veto.

Da segnalare come i rapporti fossero stretti anche con Italo Bocchino, il quale si era rivolto al faccendiere per chiedergli una mano per ripristinare i finanziamenti al quotidiano il Roma, che erano stati sospesi da Berlusconi tramite il responsabile dell'editoria Elisa Grande.

Tra gli altri contatti di Bisignani troviamo: Lorenzo Cesa, Raffaele Fitto, Mario Baccini, Salvatore Nastasi, Alfonso Papa, Elisabetta Gardini, Denis Verdini, Michaela Biancofiore, Alberto Michelini, Clemente Mastella, Giuseppe Galati, Roberto Sambuco, Franco Frattini. [5]

Il ruolo del maresciallo La Monica [modifica]

Nell'inchiesta sulla P4 è anche coinvolto il Maresciallo dei Carabinieri Enrico La Monica