in collaborazione con INTERNOTIZIE
 
 

.DIARIO A PARTIRE DAL 11-12-2020

.

 

 47° GIORNO DI GUERRA---11-04-22

I separatisti filo-russi: “Preso il porto di Mariupol”. Borrell: “Servono più armi che l’embargo su energia”. Il cancelliere austriaco da Putin: “Colloquio duro”.

Il surplus commerciale della Russia vola sopra i 58 miliardi di dollari. Mosca, spinta verso il default, avverte: “Avvieremo cause legali”

Il sindaco di Mariupol: "Oltre 10mila civili uccisi". Il porto in mano alle milizie filorusse. Kiev: "La città resiste"

 

LA POLEMICA

La Cina invia aerei e missili alla Serbia alleata di Mosca

 Un tank con i contrassegni delle forze russe o filorusse in una strada di Mariupol

 

Diretta Il sindaco di Mariupol: "Oltre 10mila civili uccisi". Il porto in mano alle milizie filorusse. Kiev: "La città resiste". Usa: Mosca ammassa truppe a Est

 

 

46° GIORNO DI GUERRA---10-04-22

Chernobyl, ‘rubate 133 sostanze altamente radioattive’“Almeno 50 corpi sulla strada da Buzova verso Kiev”. Tank russi a Kharkiv. Distrutto l’aeroporto di Dnipro. Non solo Bucha. La lista di massacri di civili da parte delle forze russe si allunga. Nelle immagini satellitari la lunga colonna di blindati verso la seconda città ucraina.

Defence Intelligence map update

 

 

 

 

45° GIORNO DI GUERRA--- 09-04-22

Aleksandr Dvornikov, chi è il generale russo scelto da Mosca come comandante unico dell’operazione militare in Ucraina.

Un solo comandante per coordinare l’invasione dell’Ucraina. Dopo 44 giorni, la Russia ha deciso di scegliere un generale che tenga insieme tutti i fronti e supervisioni quella che per Mosca è un “operazione militare speciale”. Il prescelto, racconta la Bbc, è il generale Aleksandr Dvornikov, già a capo della spedizione in Siria. La scelta è ricaduta su di lui nei giorni in cui si fanno sempre più insistenti le voci di un “attacco finale” nel sud e nell’est del Paese per ‘riunire’ Crimea e Donbass e poter dichiarare di aver raggiunto un obiettivo militare, se non proprio la vittoria.

“Ci aspettiamo che il comando e il controllo complessivo delle operazioni migliorino”, ha affermato la fonte interpellata dalla tv pubblica inglese. La riorganizzazione è stata fatta appunto nel tentativo di migliorare il coordinamento tra le varie unità, poiché i gruppi russi erano stati precedentemente organizzati e comandati separatamente, ha affermato il funzionario. “Una persona deve avere la responsabilità di tutto: deve coordinare il fuoco, dirigere la logistica, adoperare le forze di riserva, misurare i successi e gli insuccessi delle differenti ali del fronte e, in base a quello che vede, modificare la strategia”, ha spiegato il funzionario alla Bbc.

Tutto questo finora non è avvenuto in Ucraina, anzi – secondo la fonte – le truppe impegnate sui fronti diversi si sono contese mezzi, equipaggiamenti e uomini. E diversi generali sono scesi “on the ground”, alcuni dei quali perdendo anche la vita. Sono sei – secondo gli ucraini – quelli uccisi dall’inizio della guerra. Un numero enorme per gli standard di guerra. Dvornikov ha 60 anni e finora era a capo del Distretto militare del sud. Formatosi nell’accademia Frunze di Mosca, Dvornikov è un “Eroe della Russia” grazie proprio al successo dell’operazione in Siria. La scelta ricaduta su di lui riporta alla mente la strategia già portata avanti in quel conflitto, ovvero la “tecnica Grozny”, precedentemente usata anche nella capitale cecena. Raid a tappeto, senza distinguere obiettivi civili e militari, così da aprire la strada all’esercito affinché possa prendere possesso delle città.

 

‘A Mariupol situazione 10 volte peggiore che a Bucha’. Kiev denuncia: ‘A Makariv torture e stupri, 133 morti’. Johnson vede Zelensky: da Gb 120 blindati e missili.

Cnn: in stanze usate dai russi a Chernobyl “radiazioni alte”. Nyt: “Toccavano le scorie a mani nude”.

La Russia ha scelto un comandante unico per coordinare l’invasione: è il ‘siriano’ Aleksandr Dvornikov

Ucraina, la guerra merita di essere condannata ma bisogna raccontarla tutta la storia.

Come diceva qualcuno, in guerra la prima a morire è sempre l’informazione. I media occidentali lo stanno tragicamente confermando. Nella massima parte, essi figurano come megafoni della voce del padrone a stelle e strisce: sono portatori di una visione a tal punto di parte, a tal punto sfacciatamente ideologica, che sembrerebbe impossibile accettarla anche in minima parte. Eppure i più, letteralmente, se la bevono.

I monopolisti del discorso non vi dicono che la Ue ha già dichiarato guerra alla Russia. Ha inviato in Ucraina sistemi d’arma non solo difensivi ma offensivi, la Nato sta pensando di mandare gli aerei da combattimento. Inviare armi difensive a un paese in guerra non è un atto di guerra contro il suo nemico, lo è però l’invio di armi offensive. Gli Usa stanno conducendo una strategia bellica indiretta, usando l’Ucraina come “bastone contro la Russia” (Giulietto Chiesa). E, insieme, usando la Ue come “prima linea” del conflitto, inducendola a mandare armi offensive in Ucraina: e ciò del tutto contro l’interesse della Ue stessa, che in questa guerra ha solo da perdere. Lo scopo di tutto ciò? Difendere l’Ucraina e la sua sovranità? Nemmeno per sogno! Avete sentito Draghi? Dobbiamo batterci perché l’Ucraina entri in Ue, ha asserito: altro che neutralità e sovranità ucraina! Lo vuole il popolo, dicono i media nostrani: ne siamo sicuri? Perché il guitto Zelensky – un attore Nato, è il caso di dire – limita i partiti d’opposizione, allora? Che cosa desiderano realmente gli ucraini?

A mio avviso l’obiettivo vero per gli Usa e per la loro colonia Ue è a) annettere l’Ucraina nella propria area d’influenza e b) provocare il regime change in Russia: detto altrimenti, sostituire Putin con un “fantoccio” atlantista, modalità Eltsin che svendeva il paese a Washington e rotolava ubriaco di vodka. E ciò di modo che la Russia, un poco alla volta, si normalizzi, fino a diventare colonia di Washington tra le tante.

Sembrava, in effetti, che quello fosse il suo destino dopo il 1989: piegarsi, umiliarsi, genuflettersi al cospetto della civiltà del dollaro. Tutto cambiò con Putin, che iniziò a dire di no: no all’espansionismo Nato, no all’atlantizzazione degli spazi post-sovietici, no alla cultura del nulla di marca globalista. Per quello, Putin è da anni tra i nemici principali della “globalizzazione”, vale a dire della americanizzazione coatta del pianeta. Nel 2014 gli Usa dirigono da dietro le quinte un golpe in Ucraina (velvet revolution), noto come Euromaidan: e vi insediano un “governo fantoccio” a loro gradito, atlantista e filo-Ue. Tale governo inserisce in Costituzione la volontà di entrare nella Nato. Nel 2021 Usa e Ue armano pesantemente le forze armate ucraine. Il guitto Zelensky nasce in quel contesto: come prodotto in vitro di serie televisive hollywoodiane, letteralmente recitando un copione scritto in terra americana. Da attore a presidente del suo paese in un attimo, con un solo obiettivo: favorire il transito dell’Ucraina verso la Ue e verso la Nato, di fatto portando le basi militari Usa ai confini con Mosca.

Nessuno – almeno, non io – vuole giustificare o magari glorificare il gesto di Putin, ossia l’invasione dell’Ucraina: la guerra, ogni guerra, merita di essere condannata, a partire da quelle del proprio paese (l’Italia sta sciaguratamente mandando armi in Ucraina, come sappiamo, con una retorica guerrafondaia stomachevole e orwelliana, appellano “missione di pace” l’invio di mitraglie pacifiche e di missili democratici).

Si tratta però di raccontarla tutta la storia: e se vogliamo, come vogliamo, condannare la guerra, dobbiamo condannarla a partire dal suo reale cominciamento e dalle sue reali cause, vale a dire, appunto, dall’espansionismo della Nato verso Oriente, verso le aree post-sovietiche. Detto altrimenti, con parola cara a Lenin e obliata dalle sinistre fucsia – la nuova “sinistrash” postmoderna, interscambiabile con la destra bluette –, la causa primissima è l’imperialismo made in Usa. Rammentiamo che, nel 2008, a Bucarest, la Nato aveva proclamato senza perifrasi che Ucraina e Georgia, presto o tardi, sarebbero entrate nella Nato stessa. Se si vuole condannare una rissa, si condanna non solo il contegno – certo criticabile – di chi ha tirato l’ultimo pugno, ma anche, ovviamente, di chi ha assestato i colpi precedenti, e magari anche di chi l’ha avviata.

“Cargo colpito nel porto di Mariupol cercava di evacuare battaglione Azov”

 

Le forze russe hanno colpito un cargo ucraino denominato Apache che nella sera di ieri ha cercato di evacuare via mare da Mariupol cittadini ucraini. A riferirlo, secondo quanto riporta l’agenzia russa Tass, è il rappresentante ufficiale del Ministero della Difesa della Federazione Russa Igor Konashenkov sottolineando che “il regime di Kiev non abbandona i tentativi di evacuare da Mariupol i leader del reggimento nazionalista Azov e mercenari stranieri. I precedenti tentativi di evacuazione aerea con elicotteri sono falliti”.
Il cargo Apache, battente bandiera maltese, ha cercato di raggiungere il porto di Mariupol ma è stato bloccato dalla flotta russa del Mar Nero, sostiene Mosca. Una nave di pattuglia della Flotta del Mar Nero e le navi della guardia di frontiera, spiega Konashenkov, ha dovuto aprire il fuoco sulla nave per fermarla. “Come risultato di un colpo diretto sulla nave, un incendio è scoppiato a poppa della nave”, sottolinea Konashenkov. La nave, aggiunge, “è andata alla deriva, l’equipaggio ha contattato le navi di frontiera con una richiesta di cessate il fuoco e ha confermato la loro disponibilità a soddisfare tutti i requisiti dei marinai russi. Nessun membro dell’equipaggio è stato ferito“. Dopo l’ispezione, la nave e il suo equipaggio sono stati scortati verso il porto di Yeysk.

 

invasione_russa_ucraina_7aprile_22

Carta di Laura Canali - 2022 (dettaglio)

 

https://www.youtube.com/watch?v=UVieUUZRHS4

 UCRAINA COME VIETNAM RUSSO??

LA GUERRA DEGLI USA [di Niccolò Locatelli]

Al termine della quarta settimana di guerra in Ucraina, la Russia ha parzialmente ottenuto uno degli obiettivi impliciti dell’invasione: coinvolgere gli Stati Uniti. Il problema per il presidente Vladimir Putin è che la visita del suo omologo Joe Biden in Europa ha allontanato piuttosto che avvicinare la prospettiva di un negoziato pubblico tra Mosca e Washington sul futuro di Kiev ma soprattutto sugli equilibri strategici nel Vecchio Continente.
Gli incontri di Biden con i vertici dell’Ue, del G7 e della Nato indicano che la superpotenza è ancora interessata a raccogliere i dividendi di un conflitto che non la minaccia direttamente. Le priorità statunitensi sono: mantenere il fronte occidentale compatto contro la Russia, evitare fughe in avanti degli alleati-satelliti europei, imbarazzare la Cina, rispolverare la retorica dei diritti umani. Se poi c’è la possibilità di aiutare i membri dell’Ue a ridurre la dipendenza energetica da Mosca vendendo loro gas naturale liquefatto americano (gnl), tanto meglio.
La nuova tornata di sanzioni; le forniture militari all’Ucraina; l’aumento dei contingenti Nato in Est-Europa; il rifinanziamento dell’assistenza umanitaria e la promessa di accogliere fino a centomila rifugiati dal paese in guerra; la menzione della Cina (invitata esplicitamente a non aiutare la guerra della Russia e a non agevolare l’evasione delle sanzioni occidentali) nel comunicato dell’Alleanza Atlantica; i sussidi ai media che “combattono la disinformazione e le violazioni dei diritti umani”; l’accordo per fornire all’Ue 15 miliardi di metri cubi di gnl statunitense o degli alleati internazionali nel 2022; l’impegno della Commissione Europea a creare le condizioni per l’acquisto di 50 miliardi di metri cubi made in Usa all’anno almeno fino al 2030: tutte le decisioni annunciate o rivendicate a Bruxelles rispondono agli obiettivi degli Stati Uniti.
Rimane in prospettiva la questione del riarmo tedesco, che preoccupa anche la Polonia – probabile che Biden ne discuta con i vertici polacchi durante le tappe a Rzeszów e Varsavia.

IL FRONTE MILITARE [di Mirko Mussetti]

L’offensiva scatenata dalla Russia contro l’Ucraina prosegue ormai da un mese. L’avanzata su tre fronti – nord, est, sud – non pare essersi arrestata, ma procede a rilento da ormai due settimane.
L’imminente capitolazione di Mariupol, città portuale sul Mar d’Azov, potrebbe consentire un’accelerazione del processo di occupazione dell’ex paese sovietico. L’assedio delle città richiede infatti l’impiego di un numero enorme di unità militari (diverse decine per ogni via di accesso al centro urbano), soprattutto per conglomerati urbani di medio-grandi dimensioni. La caduta definitiva della martoriata Mariupol, quasi 500 mila abitanti prima della guerra, consentirebbe alle Forze armate russe di trasferire gran parte dei militari moscoviti e delle truppe ausiliarie ivi dispiegate (milizie del Donbas e kadyrovtsy ceceni) su altri fronti sensibili.
Con gran parte dell’esercito ucraino tenuto impegnato dall’accerchiamento militare delle metropoli Kiev e Kharkiv, gli strateghi russi potrebbero decidere per una convergenza a tenaglia su Dnipro (ex Dnipropetrovs’k), città da un milione di abitanti ubicata sul corso del grande fiume Boristene che taglia in due da nord a sud l’Ucraina. Procedendo gradualmente in tal senso, le truppe di Kiev dispiegate sulla linea di contatto del Donbas sarebbero costrette a una dolorosa scelta: sfruttare l’unica via ancora libera per ripiegare a ovest del Dnepr oppure lasciarsi chiudere in una sacca priva di rifornimenti bellici e carburante. Mosca non può dar per certo che le truppe ucraine optino per la prima scelta (apparentemente più logica); potrebbero decidere di sacrificarsi per tenere impegnato a lungo l’esercito russo nel bacino del Donec, concedendo tempo prezioso alle regioni occidentali per il ritiro di nuove forniture militari occidentali.

GLI OBIETTIVI RAGGIUNTI DALLA RUSSIA [di Mirko Mussetti]

In questi primi trenta giorni, l’esercito russo ha raggiunto pochi obiettivi, ma dalla discreta importanza strategica.
La quasi completa distruzione degli assetti dell’aeronautica ucraina toglie a Kiev il controllo dei cieli nazionali e permette ora a Mosca un maggiore, seppur cauto, impiego di velivoli militari nelle operazioni belliche.
Il controllo della centrale nucleare di Enerhodar (Zaporižžja) – la più grande d’Europa con sei reattori attivi – amplifica ulteriormente la leva energetica della Russia sul paese aggredito, con l’aggiunta del giustificato terrore della cittadinanza di una dispersione radioattiva dolosa nel bassopiano sarmatico ucraino.
Il controllo stabile di Kherson e dei territori circostanti – tra cui l’importante invaso idrico di Kakhovka che rifornisce di acqua dolce la Crimea – permette una doppia possibilità operativa: spingere verso ovest fino alla città portuale di Odessa per sottrarre all’Ucraina l’accesso al Mar Nero; muovere verso nord-est costeggiando la sponda sinistra del fiume Dnepr, inteso come sbarramento difensivo naturale tra la Russia e i territori più nazionalisti dell’Ucraina.
L’ottenimento di un corridoio terrestre in fase di consolidamento tra il Donbas e la Crimea trasforma il piccolo Mar d’Azov in un “lago russo”, consentendo collegamenti logistici futuri più sicuri tra la Federazione e la grande penisola eusina.
La cattura dell’Isola dei serpenti emargina il porto di Odessa, impedendo qualsiasi collegamento navale tra l’Ucraina e la confinante Romania. Inoltre inibisce qualsiasi intervento di polizia aerea dell’alleanza atlantica sui cieli dell’Ucraina sud-occidentale. Al termine del conflitto, le zone economiche esclusive nel ricco quadrante nord-occidentale (risorse offshore) del Mar Nero potrebbero essere ridisegnate in favore di Mosca.
Nonostante i numerosi affanni logistici e le considerevoli perdite umane, non si può affermare che il primo mese di combattimenti sia stato foriero di soli insuccessi o irrimediabili sconfitte per Mosca. Qualsiasi paragone con le numerose guerre asimmetriche combattute negli ultimi anni dalle potenze occidentali appare fuori luogo; questa è una guerra convenzionale contro un esercito ben addestrato e armato, la prima combattuta da una superpotenza da diversi decenni. La Russia non ha (ancora) perso.


 

 

 

 

 

44° GIORNO DI GUERRA---08-04-22

https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/il-martello-di-stalin-colpisce-kiev/410645/411351?ref=RHTP-BS-I339021822-P7-S7-T1

LA MANIFESTAZIONE DELLA QUARTA TEORIA POLITICA DI DUGIN:

Karaganov, consigliere di Putin: “È una guerra esistenziale con l’Occidente. Colpire obiettivi in Europa? È possibile, se va avanti così”.

 

Ammette che il suo Paese ha colpito per primo, ma lo ha fatto “prima che la minaccia (ucraina, ndr) diventasse ancora più letale”. Una “guerra esistenziale” che per l’autore della ‘dottrina Putin‘ ha provocato – e tuttora provoca – non solo morti, ma la perdita della “superiorità morale” dei russi: “Ora siamo sullo stesso terreno dell’Occidente. L’Occidente ha scatenato diverse aggressioni. Ora siamo sullo stesso terreno morale. Ora siamo uguali, stiamo facendo più o meno come voi“. Inutile far riferimento ai tentativi diplomatici che avrebbero potuto far desistere la Russia dall’invadere il paese confinante: “Dagli occidentali abbiamo avuto promesse di tutti i tipi in questi trent’anni. Ma ci hanno mentito o le hanno dimenticate”.

L’unico grande errore commesso dalla Russia, nella visione di Karaganov, fu accettare nel 1997 il ‘Founding Treaty‘ sulle relazioni Russia-Nato, che prevedeva l’allargamento dell’Alleanza Atlantica. “Firmammo perché eravamo disperatamente poveri, al collasso – afferma – ma questo allargamento è quello di un’alleanza aggressiva. È un cancro e noi volevamo fermare questa metastasi. Dobbiamo farlo, con un’operazione chirurgica”.A suo avviso, “le uccisioni di massa in Kosovo (contro i serbi, ndr) sono avvenuti dopo lo stupro della Serbia. Fu un’aggressione indicibile. E il processo a Milosevic è stato un triste e umiliante spettacolo di meschinità europea“. Oltretutto, il dittatore serbo fu giudicato dal Tribunale penale internazionale, il cui diritto non è riconosciuto dalla Russia, come l’ordine europeo emerso dopo la caduta del muro di Berlino: “Non dobbiamo riconoscere un ordine costruito contro la Russia. Abbiamo cercato di integrarci, ma era una Versailles 2.0. Dovevamo distruggere quest’ordine. Non con la forza, ma attraverso una distruzione costruttiva rifiutando di parteciparvi. Ma quando la nostra ultima richiesta di fermare la Nato è stata respinta, si è deciso di usare la forza”.

Sull’obiettivo della guerra in Ucraina, il capo del Consiglio di politica estera e della difesa ha le idee chiare: “La maggior parte delle istituzioni sono, secondo noi, unilaterali e illegittime. Minacciano la Russia e l’Europa orientale. Noi volevamo una pace giusta, ma l’avidità e la stupidità degli americani e la miopia degli europei ci hanno rivelato che questi attori non la vogliono. Dobbiamo correggere i loro errori“. Ascoltando le sue parole, la possibilità che il conflitto possa allargarsi e coinvolgere anche altri Paesi non è da escludere del tutto, perché “se va avanti così, gli obiettivi in Europa potrebbero essere colpiti o lo saranno per interrompere le linee di comunicazione”.

Un’ipotesi, quest’ultima, che non considera i recenti fallimenti dell’esercito russo, come il ritiro delle truppe dalla capitale ucraina. “E se l’operazione su Kiev avesse lo scopo di distrarre le forze ucraine dal teatro principale a sud e sud-est? – domanda retoricamente – Tra l’altro le truppe russe sono state molto attente a non colpire obiettivi civili, abbiamo usato solo il 30-35% delle armi”. I massacri avvenuti negli scorsi giorni e documentati dai media internazionali non fanno testo, nella visione di Mosca: “La storia di Bucha è una messinscena, una provocazione”.Karagarov ignora le prove. Ma ignora anche le risorse e le persone perse in 44 giorni di guerra: i russi sono “pronti a sacrificare tutto ciò per costruire un sistema internazionale più vitale. Vogliamo costruire un sistema internazionale più giusto e sostenibile. Diverso da quello emerso dopo il crollo dell’Unione Sovietica e che, a sua volta, ora sta crollando. Ora ci stiamo tutti fondendo nel caos. Vorremmo costruire la Fortezza Russia per difenderci da questo caos, anche se per questo diventeremo più poveri”. Per evitare tutto ciò, per ottenere un cessate il fuoco, “l’Ucraina deve diventare neutrale e completamente demilitarizzata: niente armi pesanti, qualsiasi parte dell’Ucraina rimanga. Ciò dovrebbe essere garantito da potenze esterne, compresa la Russia, e nessuna esercitazione militare dovrebbe aver luogo nel paese se uno dei garanti è contrario. L’Ucraina dovrebbe essere un cuscinetto pacifico”.

Per Sergej Karaganov, ex consigliere di Putin, quella in Ucraina è una guerra contro l’Occidente. Intervistato dal Corriere della Sera, il capo del Centre for Foreign and Defense Policy di Mosca ha spiegato che il conflitto era a suo avviso inevitabile perché l’Ucraina “è stata riempita di armi e le sue truppe sono state addestrate dalla Nato, il loro esercito è diventato sempre più forte”. Inoltre, stando alle sue parole, c’è stato “un rapido aumento del sentimento neonazista in quel Paese. L’Ucraina stava diventando come la Germania intorno al 1936-‘37“. La versione di uno degli uomini più ascoltati da Putin è quella che Mosca continua a propagandare dall’inizio del conflitto, da un lato negando massacri e dall’altro addossando alla Nato le mosse che hanno portato all’invasione dell’Ucraina.

La mappa aggiornata della guerra russo–ucraina

Sono trascorsi più di 40 giorni dall'invasione russa dell'Ucraina che ha provocato lo scoppio della guerra tra Mosca e Kiev. Scoppiata il 24 febbraio 2022 con il casus belli dell'indipendenza del Donbass e della "denazificazione" – secondo Putin – dell'Ucraina, l'offensiva del Cremlino ad oggi si sviluppa su quattro fronti: Kiev, Kharkiv (Luhansk e Donetsk Oblasts), Mariupol e Kherson. L'invasione russa dell'Ucraina è il punto d'arrivo della crisi russo-ucraina che dal 2014 contrappone i due Paesi, e che ha subito una escalation prima tra il marzo e l'aprile del 2021, poi all'inizio del 2022 con l'invasione militare. Una delle cause principali del conflitto risiede nella svolta europeista del governo ucraino, e nella sua volontà di aderire alla NATO, osteggiata da Mosca.

Gli attacchi russi hanno colpito moltissime città, tra cui anche le aree più a ovest, vicine al confine Ue, come Leopoli. Ad oggi le città più martoriate sono Kharkiv, Mariupol, Kherson, che hanno subito numerosi bombardamenti e sono state rase al suolo. Man mano che gli ucraini riconquistano le città precedentemente occupate dai russi, emergono testimonianze su crimini di guerra commessi contro i civili, come nel caso della città di Bucha, in cui si è dato il via a un vero e proprio massacro.

Contemporaneamente all'offensiva russa sul campo, continua la guerra economica da parte dell'Occidente, che ha varato cinque pacchetti di sanzioni contro Mosca. Il conflitto ha provocato la maggiore crisi di rifugiati in Europa dallo scoppio della seconda guerra mondiale: sul sito di UNHCR è possibile vedere i dati aggiornati sui rifugiati ucraini.La guerra sta coinvolgendo molti Paesi nel mondo e, come spiegato dall'ONU, ha un impatto a livello globale. L'Occidente – Unione Europea, Stati Uniti e NATO – non è intervenuto militarmente in Ucraina, ma ha rafforzato le difese militari al confine con l'area NATO, ha inviato armi e imposto durissime sanzioni a Putin. Dal canto suo, il capo del Cremlino ha firmato un decreto che impone il pagamento del gas russo in rubli, ha vietato l'ingresso nel Paese ai leader europei e ha emanato delle contro-sanzioni nei confronti dell'Occidente. Turchia e Israele si pongono come mediatori del conflitto e interlocutori di Mosca, mentre la Cina è sospettata di stare aiutando militarmente il Cremlino nella prosecuzione dell'offensiva.

 

Kramatorsk, attaccata la stazione usata per fuggire: almeno 50 morti e accuse incrociate Ucraina-Russia. 



 

43° GUERRA DI GUERRA---07-04-22

L’Onu sospende Mosca dal Consiglio dei diritti umani. Cina: “Benzina sul fuoco”. Ci sono 24 no e 58 astenuti. Ora il Cremlino ammette “ingenti perdite” tra i soldati.CHERNOBYL – Trincee russe nella zona radiottiva.

Ma l’embargo al carbone rischia di slittare e l’Asia fa incetta di greggio russo

Wagner, la prima foto in Donbass

Wagner, la prima foto in Donbass

Finora i mercenari di Mosca non erano mai comparsi. E adesso la compagnia privata potrebbe avere un nuovo ruolo: reclutare una legione straniera per la guerra di Putin


 

Dopo esseri ritirati dalla regione di Kiev verso la Bielorussia e i confini a nord dell’Ucraina, le forze armate russe si stanno riposizionando a est del Paese dove si stanno concentrando ora i combattimenti con le forze ucraine. Secondo gli analisti, lo spostamento di truppe indica che il nuovo obiettivo di Mosca potrebbe essere la città di Slovyansk, nel sud est dell’Ucraina, proprio nella zona di confine con Donbass occupato dai russi. In effetti, come dichiarato dal Cremlino a più riprese, abbandonata l’idea di prendere Kiev dove le truppe ucraine hanno riconquistato quasi tutto il territorio portando alla luce anche terribile crimini coma a Bucha, ora l’obiettivo è il sud e l’est dell’Ucraina dove i combattimenti sono intensi.

La Russia cerca di unire i due fronti sud ed est
L’idea di Mosca sarebbe quella di unire i due fronti sud ed est in un unico blocco chiudendo in una morsa le forze armate ucraine che resistono ormai da oltre un mese e togliendo definitivamente all’Ucraina ogni possibilita di riconquistare uno sbocco al mare. La battaglia infatti imperversa ancora nella città portuale di Mariupol che però i russi stanno cercando di oltrepassare con offensive alle sue spalle. Si combatte anche nei dintorni di Kharkiv, nell’est, e di Izyum, conquistata e persa a più riprese dai due eserciti. Le truppe russe si stanno preparando anche per un attacco a Slovyansk che, se portato a temine, potrebbe voler dire l’accerchiamento di molte unità ucraine nel Donbass.

Si combatte anche nel Sud dell'Ucraina
Secondo il ministero della Difesa del Regno Unito, le forze russe si stanno consolidando e riorganizzando nella regione sud est dell’Ucraina con l’ausilio di nuove truppe e mercenari ma è improbabile che le truppe che si sono ritirare dal nord di Kiev possano essere operative in breve tempo visto che richiedono una significativa riorganizzazione prima di essere disponibili. Al momento comunque l’avanzata russa al sud sembra rallentare. Le forze russe, che inizialmente hanno ottenuto rapidi avanzamenti, ora guadagnano terreno con molta fatica. Anche ad ovest, dove i russi avevano tentato di spingersi verso Odesa, con l'obiettivo di bloccare l'accesso dell'Ucraina al Mar Nero, l’ avanzata si è bloccata a Mykolaiv, dove un contrattacco delle truppe ucraine ha respinto le forze russe verso la città di Kherson anche se le infrastrutture di  Odessa continuano ad essere bombardate e l’accesso al mare da parte dell'Ucraina è praticamente impossibile per il blocco navale della marina militare di Mosca.

 

 

 

42° GIORNO DI GUERRA --- 06-04-22

I massacratori di Bucha in fila per spedire a casa i beni razziati ai morti

Le telecamere di un ufficio di spedizioni in Bielorussia hanno ripreso i militari di Mosca mentre si preparavano a inviare il bottino dei saccheggi: televisioni, vestiti, casse audio e tavoli

 

 

“Esecuzioni a Trostianets, 400 spariti da Hostomel”. Kiev invita popolazione a evacuare tre regioni dell’Est. La Nato: “Prepararsi a lungo scontro con la Russia”

 

 

 

 

41° GIORNO DI GUERRA---05-04-22

Sanzioni a Mosca: nel mirino carbone, legno, chimica. Ipotesi stop all’import per appena 10 miliardi l’anno. Putin valuta “limiti all’export di cibo nei Paesi ostili”.

Zelensky all’Onu: “Una Norimberga per Putin. Se siete parole vuote, scioglietevi”. Borodyanka, “200 civili morti sotto macerie”

 

Imboscata alle porte di Kiev: il tank ucraino sorprende la colonna di blindati russi--Periferia di Kiev. Un tank ucraino T64 nascosto tra le case riesce a sorprendere una colonna di blindati russi BTR 82A. Il carro armato centra un mezzo nemico e in pochi istanti si genera un conflitto a fuoco. Successivamente si verificano delle esplosioni probabilmente provocate da un improvviso attacco dell'artiglieria ucraina. La battaglia è stata ripresa dalla telecamera di un drone.

Siamo a Nova Basan, un villaggio a est della capitale al centro di numerosi scontri: alcuni casali stanno bruciando già prima della battaglia. Lungo la strada c’è una colonna delle forze di invasione che si sta ritirando: sono carri armati T72 e blindati Btr82, il più moderno veicolo russo di questo tipo con un cannoncino a tiro rapido. Insomma è uno schieramento potente, ma cieco: nessuno sorveglia cosa succede sui fianchi. Non ci sono i piccoli droni che la Nato impiegava in Iraq e Afghanistan, né gli elicotteri previsti dalla tradizione sovietica. Altrimenti avrebbero avvistato le tracce lasciate sul terreno fangoso dai cingoli di un tank ucraino T64B, che si è nascosto tra le abitazioni.
 
Il carro armato si sposta dal suo rifugio e apre il fuoco distruggendo un blindato. A quel punto, la colonna russa reagisce in maniera caotica. I mitraglieri sparano a caso perché non conoscono la posizione del nemico; i fanti scendono dai mezzi e si disperdono, senza tentare un contrattacco. Il convoglio sotto attacco rallenta. Proprio quello che volevano gli ucraini: in quel momento iniziano a cadere i proiettili dell’artiglieria, che da chilometri di distanza dirige i colpi sulle coordinate indicate dal drone.
 
Dopo la fine della battaglia sulla strada sono stati fotografati almeno due veicoli russi carbonizzati – altre fonti parlano di cinque mezzi distrutti – e numerosi corpi. Dal punto di vista militare, l’imboscata è da manuale: l’azione coordinata tra un singolo tank e l’artiglieria ha permesso di infliggere gravi danni senza avere perdite. Per i generali russi invece si tratta dell’ennesima lezione sull’arretratezza dei loro metodi di combattimento

 

Ucraina, ha un nome e un volto il macellaio di Bucha. Un quarantenne alla guida di 1600 ventenni provenienti dalle regioni interne della Mongolia. Senz'altro imbevuti fino alla cime dei capelli di Rodnoveria  ed Iper-Nazionalismo esoterico, tuttavia meri esecutori di carnefici esperti in torture e  sevizie, ovvero i reparti Specsnaz Ceceni.

Kiev pubblica su Telegram l'elenco dei soldati russi coinvolti, anche il nome del comandante e il suo indirizzo.

Ha un nome e un volto il comandante delle truppe russe che il 31 marzo hanno smobilitato da Bucha lasciandosi alle spalle cadaveri di civili per strada, nelle fosse comuni, ucraini giustiziati con un colpo alla nuca e le mani legate.I volontari del progetto InformNapalm hanno trovato e pubblicato su Telegram i dati del comandante dell'unità militare 51460, 64/a brigata di fucilieri motorizzati, coinvolta in crimini di guerra a Bucha, nella regione di Kiev. Lo riferisce l'Agenzia Unian. "Siamo riusciti a trovare anche l'indirizzo di casa del boia russo". Si tratta del tenente colonnello Omurbekov Azatbek Asanbekovich. Su Telegram è stato pubblicato anche l'indirizzo email e il numero di telefono di Asanbekovich. Di Asanbekovich, comandante dell'unità militare 51460, 64ma brigata di fucilieri motorizzati, è stata pubblicata anche la foto: giovane, in tuta mimetica, un carrarmato alle spalle, le labbra carnose, gli occhi allungati dei buriati, la più grande minoranza etnica di origine mongola della Siberia. Da dove è partita per muovere guerra all'Ucraina l'unità 51460, esattamente da Knyaze-Volkonskoye, nel territorio di Khabarovsk, nell'estrema Russia orientale. 

"Siamo riusciti a trovare anche l'indirizzo di casa del boia russo", hanno scritto i volontari di InformNapalm, citati da Unian, annunciando la pubblicazione di dati, archivi e spiegazioni su come trovare il comandante russo. "Ogni ucraino dovrebbe conoscere i loro nomi. Ricordate. Tutti i criminali di guerra saranno processati e assicurati alla giustizia per i crimini commessi contro i civili dell'Ucraina", si legge nella dichiarazione della Direzione principale dell'intelligence del Ministero della Difesa dell'Ucraina, pubblicata sul suo sito. E a seguire l'elenco dettagliato di 87 pagine con i nomi degli oltre 1.600 soldati russi ritenuti coinvolti nel massacro di Bucha. Truppe che in parte rispondono al tenente colonnello Asanbekovich. "Macellai", come li ha definiti oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nell'elenco i soldati sono identificati con grado militare, nome e cognome, data di nascita ed estremi del passaporto. Per molti di loro solo l'indicazione 'soldato semplice'. Tra i cognomi anche alcuni tra i più diffusi in Cecenia. Alcuni dei loro volti si vedono nelle foto pubblicate in rete, ragazzi, occhi a mandorla, sorridenti davanti all'obiettivo: 'la banalità del male', forse Hannah Arendt quella frase la ripeterebbe. Per gli attivisti, in base alle informazioni che hanno avuto, sono stati proprio i militari di questa unità a commettere "scioccanti crimini di guerra nelle città di Bucha, Gostomel e Irpen, nella regione di Kiev". I residenti di Bucha dal canto loro hanno raccontato al sito di news Obozrevatel che i soldati russi sono "semplicemente andati di cortile in cortile sparando a tutti gli uomini e ai ragazzi. Tra di loro abbiamo riconosciuto buriati con gli occhi stretti e lunghi". Per Mosca invece quei cadaveri abbandonati sono solo propaganda, una messa in scena dell'Occidente e dell'Ucraina. Ma tra la realtà e la propaganda il confine può essere sottile solo se si tratta di parole. A Bucha parlano i corpi senza vita e senza sepoltura di cittadini inermi.

LA RAPPRESAGLIA PER LA PERDITA DEL 331° REGGIMENTO PARA'

 

 

 

40° GIORNO DI GUERRA---04-04-22

 LA 64A BRIGATA ACCUSATA DEL MASSACRO DI BUCHA

Guerra Russia-Ucraina, chi è Omurbekov Asanbekovich: il colonnello della 64esima brigata accusato del massacro di Bucha

Bucha: foto e testimoni del massacro di civili. Il sindaco denunciò cadaveri in strada e fosse. Ecco chi sono i militari accusati delle uccisioni: di etnia buriati, Estrema Siberia orientale, jacuzia.

 

Una lista di oltre 1.600 soldati, con nomi, cognomi, facce e in alcuni casi indirizzi e recapiti telefonici. Tutto contenuto in 87 pagine diffuse sul sito della Direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa dell’Ucraina. Un unico appellativo: “Tutti criminali di guerra”. Si tratta dei giovani soldati russi che secondo l’intelligence di Kiev erano di stanza nella cittadina alle porte della capitale nei giorni in cui sono stati perpetrati i terribili crimini contro la popolazione civile, con uomini, donne, bambini e anziani che sono stati legati e giustiziati sommariamente, abbandonati in fosse, gettati nei pozzi o per strada, con diverse persone torturate. A guidare le truppe durante la mattanza nella quale si calcola siano morte almeno 400 persone c’era colui che è già stato ribattezzato Il boia di Bucha, nonostante Mosca neghi ogni responsabilità del proprio esercito: il comandante dell’unità militare 51460 della 64esima brigata di fucilieri motorizzati, il 41enne colonnello Omurbekov Azatbek Asanbekovich. Faccia pulita, la sua, almeno dalle poche immagini circolate online grazie al lavoro dei volontari del progetto InformNapalm che le hanno scovate e pubblicate online. Così come pulite sono le facce dei suoi soldati, tutti ragazzi apparentemente molto giovani, da quello che si può vedere, che però, secondo le accuse, si sono resi responsabili dei terribili crimini commessi a pochi chilometri dalla capitale ucraina. “Siamo riusciti a trovare anche l’indirizzo di casa del boia russo“, hanno annunciato i volontari di InformNapalm. “Tutti i criminali di guerra saranno assicurati alla giustizia per i crimini commessi contro la popolazione civile ucraina”, assicurano invece dal ministero della Difesa ucraino.

Nell’elenco di nomi della “64esima brigata di fanteria motorizzata separata della 35esima armata”, i soldati sono identificati con grado militare, nome e cognome, data di nascita ed estremi del passaporto. Per molti di loro, al posto del grado militare è scritto semplicemente ‘privato’, ad indicare, forse, gruppi di volontari o addirittura di paramilitari provenienti da milizie private. Tra questi figura anche qualche nome proveniente da diversi distretti della Cecenia.

Intorno ai fatti di Bucha si è intanto scatenato il solito scambio di accuse tra le parti. Se il governo di Kiev chiede al blocco Nato-Usa provvedimenti severi nei confronti della Russia, da Mosca viene negata qualsiasi responsabilità dell’accaduto, con il ministro degli Esteri, Serghej Lavrov, che parla di “messinscena dell’Occidente” e dell’Ucraina sui social network: una versione, la sua, che però contrasta con le dichiarazioni di numerosi testimoni sentiti dai media internazionali, con l’Unione europea che con il suo portavoce Peter Stano ha ribadito che un’indagine sarà necessaria, aggiungendo però che “queste aree di cui parliamo sono state sotto l’occupazione, sotto il controllo dell’aggressore, delle truppe russe, o sono state bombardate dall’aggressore. Quindi, naturalmente, non c’è nessun altro che avrebbe potuto commettere queste atrocità”.

 Il reparto accusato del massacro

L'ANALISI

L'orrore di Bucha ripreso dai satelliti: la tecnologia svela i crimini di guerra

Gli spietati comandanti ceceni avvistati a Bucha

Ci sono due comandanti ceceni che hanno operato nella zona di Bucha, entrambi famosi e crudeli. Uno è Hussein Mezhidov, comandante del battaglione Sud della Rosgvardia cecena. L’altro è Anzor Bisaev, meno famoso e con lo stesso compito di ''pulizia'' del territorio. Il primo è stato geolocalizzato lì dall’inizio dell’invasione, perché ha preso parte alla riconquista dell’aeroporto di Hostomel. poi, secondo alcune fonti si sarebbe spostato in Donbass intorno al 25 marzo. Bisaev è arrivato nella zona ai primi giorni di marzo e sarebbe rimasto più a lungo. Il 23 marzo infatti c’è stato un summit tra i comandanti ceceni, in cui si è deciso – stando a Kadyrov – di renderli parte della liberazione dell’intera Ucraina, ossia il trasferimento in altre zone dove sarebbero stati più utili: Donbass e Mariupol. Alla riunione erano presenti Mezhidov, Bisaev, Magomed Tushaev e il grande capo Sharip Delimkhanov. Ci sono numerosi video che mostrano Mezhidov e Bisaev nei sobborghi di Kiev. In alcuni fanno operazioni umanitarie, aiutando vecchi e bambini.

 

 

GLI ALLEATI DI PUTIN

 

 

 

39° GIORNO DI GUERRA---03-04-22

Kiev: "A Bucha massacro deliberato, fermate import di gas". Ue: "Atrocità russe". Missili su Mykolaiv, nuovo attacco a Odessa | Video L'inviato : "Distrutti depositi di petrolio"

 

Stalin e la questione ucraina: così Lenin si pentì di averlo nominato segretario generale del Pcus

Il 3 aprile 1922 Iosif Stalin diventa Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, una carica creata da Vladimir Lenin per l’uomo che, in quel momento, ritiene essere un suo fidato luogotenente. Lenin è ancora il leader riconosciuto, ma le sue condizioni di salute, dal maggio del 1921, sono precarie in seguito a un ictus che non gli consente più di dedicarsi a tempo pieno all’attività politica e di governo. Il ruolo offerto a Stalin deve fungere anche da copertura a Lenin. L’Ufficio politico del partito ha il compito di controllare la salute del leader, aspetto che per Lenin diventa una indesiderata gabbia poiché gli sono limitate le letture dei giornali e gli incontri.

Il 1922 è un anno di precari equilibri sia per lo stato che per il partito, diviso e solo formalmente unito nel nome di Lenin. Da segretario, Stalin accumula potere e attraverso la gestione delle nomine, delle promozioni e dei trasferimenti crea un corpo di quadri dirigenti a lui fedeli. Stalin non ha lo spessore dei grandi rivoluzionari bolscevichi: non ha il carisma del capo dell’Armata Rossa Lev Trockij, al quale va il merito di avere vinto la guerra civile, ma non ha nemmeno il prestigio di Lev Kamenev, il presidente del Soviet di Mosca, o di Grigorij Zinovev a capo del Comintern, l’Internazionale comunista sorta nel 1919. Kamenev e Zinovev sono in grado di affrontare Lenin sul piano politico e teorico mentre Stalin appare più un uomo con competenze organizzative.

Stalin è anche ministro del primo governo sovietico, delegato alla spinosa questione delle nazionalità. L’Unione Sovietica nasce ufficialmente il 30 dicembre 1922 come frutto di un trattato tra la Repubblica federale russa e le tre repubbliche di Bielorussia, di Ucraina e di Transcaucasia (Armenia, Azerbagian e Georgia). L’Urss sorge e si dissolve – il 31 dicembre 1991 – attorno al tema delle nazionalità, un aspetto fonte di tensione anche nella fase di impianto. Nel maggio del 1923 Sultan Galeev, che voleva realizzare una repubblica nazionale tataro-baskira unendo tutti i musulmani di Russia, è il primo alto dirigente che viene processato per “deviazione nazionalistica”.

In questo quadro anche l’Ucraina esce frustrata dal suo desiderio di indipendenza, in contrasto con i principi di autodeterminazione dei popoli sanciti nel 1918 dalla Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore. L’Ucraina era stata la regione più ricca dell’ex impero zarista e avrebbe potuto godere dell’indipendenza sulla base degli accordi del 1917 (rivelatisi temporanei) di Brest-Litovsk, godendo dell’appoggio della Germania – poi sconfitta nella Prima guerra mondiale – della Francia, troppo lontana per esercitare la sua influenza, e della Polonia, a sua volta intervenuta e sconfitta nell’ambito della guerra civile russa. L’Ucraina resta un’osservata speciale perché animata da forti tensioni controrivoluzionarie durante la guerra civile.

Lenin accusa Stalin di muoversi, nella gestione delle nazionalità, sulla base del precedente nazionalismo zarista russo, un aspetto che ripugna il capo della rivoluzione. Nel febbraio del 2022 il presidente della Russia, Vladimir Putin, ha attribuito a Lenin la colpa dell’esistenza dell’Ucraina ponendosi in linea di continuità con lo sciovinismo zarista e con Stalin.

Molto presto, già a dicembre del 1922, Lenin si rende conto che Stalin non è la persona adatta al ruolo, ammettendo di avere compiuto un errore. Lenin formula la proposta di allontanare Stalin dalla segreteria, ma inutilmente: il potere del leader è ormai solo formale, i suoi articoli vengono pubblicati a distanza di mesi. Eppure la capacità di riflettere sul corso dell’esperienza rivoluzionaria porta Lenin a nuove e più realistiche considerazioni che lo allontanano dall’iniziale intransigentismo, ma la sua riflessione non è più seguita dai membri del partito, ormai incentrati sulle manovre di successione al leader malato. In una lettera, testamento al partito, Lenin esprime le sue più severe critiche a Stalin, avvisando del pericolo gli altri dirigenti, ma la lettera non viene pubblicata e non influisce nelle manovre di successione.

Da straordinario manipolatore, Stalin si presenterà come il più fedele continuatore di Lenin e contro la volontà del leader della rivoluzione, che non voleva cerimonie e mausolei, renderà il corpo di Lenin reliquia ufficiale del regime ribattezzando poi Pietrogrado in Leningrado. Nel corso degli anni, Stalin farà eliminare tutti gli esponenti del partito che potevano metterlo in ombra, compresi Kamenev e Zinovev che l’avevano sostenuto nella fase di successione. Assieme a loro il terrore staliniano – secondo i calcoli dello storico Aleksej Timofejchev – provocherà la morte di oltre sette milioni di persone.

38° GIORNO DI GUERRA---02-04-22

“Mosca sta spostando truppe in Transnistria per attaccare l’Ucraina da Sud-Ovest”. Per la prima volta gli Usa trasferiranno carri armati.

Ucraina come sponda per un nuovo ordine mondiale? Le ambizioni di Cina e Russia oltre la guerra a Kiev. “Xi vuole rompere lo schema americanocentrico”Russia e Cina continuano a parlare con una sola voce negli affari globali, con l’obiettivo di andare verso un ordine mondiale multipolare, giusto e democratico”. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, al termine dell’incontro con il suo omologo russo, Serghej Lavrov, tornano su un tema caro a Pechino. Ma se negli anni la questione del “nuovo ordine mondiale” è stata sollevata ciclicamente nelle dichiarazioni della Repubblica Popolare, questa riproposizione nel corso di un conflitto, quello in Ucraina, che vede coinvolte a diversi livelli tutte e tre le principali potenze mondiali, Stati UnitiRussia e Cina, assume un significato diverso.Secondo Paolo Magri, direttore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), il messaggio di Pechino è rivolto “soprattutto agli Stati Uniti e al loro braccio militare, ovvero la Nato. Quindi, Pechino fa riferimento a un ordine che preveda più spazio per la Cina che intende mettersi alla guida dei Paesi in via di sviluppo. La Nuova Via della Seta e i Brics sono tutti esempi che esprimono lo stesso concetto, ossia ‘anche noi vogliamo partecipare alla definizione delle regole del gioco, soprattutto in campo economico’”. Una visione, questa, condivisa anche da Vittorio Emanuele Parsi, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’università Cattolica di Milano, che vede però il messaggio cinese più indirizzato “a chi crede che il mondo sotto l’egemonia americana abbia portato più danni che benefici. Gli esempi nella storia recente abbondano, dall’invasione dell’Iraq alla gestione del ritiro dall’Afghanistan, ma anche della crisi economica del 2008. Ciò che stanno dicendo è che vogliono una gestione dell’ordine diversa”, che si allontani da quella americanocentrica.

 NAZIONAL-ESOTERISMO, iper-tradizionalismo (RODNOVERIA), Evola e scontro tra Mondi escatologici:la mostruosa fusione dell'ideologia che muove Putin. Dugin e LA QUARTA TEORIA POLITICA:un'Idra ideologica capace di inghiottire estrema destra, terzoposizionismo ed iper-bolscevismo anti-materialista.

Tra la fine degli anni 1980 e il 1992, Dugin visse a Parigi dove stabilì contatti con Alain de Benoist, il principale ideologo della Nouvelle Droite francese; i due si distanziarono dal 1993, poiché De Benoist non condivideva le mire imperiali dell'eurasiatismo, anche se rimane il pensatore più simile a Dugin in Europa occidentale.[24] Nel 1992 Dugin iniziò a pubblicare il suo giornale, Elementy, il cui titolo riproduceva quello del giornale Élements della Nouvelle Droite debenostiana.[25]

Nel 1990-1991 Dugin fondò l'Associazione Arktogaia, che nel 1993-1994 confluì come nucleo ideologico nel Partito Nazional-Bolscevico che lo stesso Dugin fondò insieme allo scrittore Ėduard Limonov.[23] Negli stessi anni Dugin si dedicò allo studio delle origini dei movimenti nazionali e alle attività dei gruppi esoterici a essi correlati insieme al giornalista di estrema destra Christian Bouchet all'epoca membro dell'Ordo Templi Orientis.[26] Celebrò sia lo zarismo sia la prassi politica di Stalin, oltre a Julius Evola,[7] e fu uno dei collaboratori più prolifici al settimanale Den (Il giorno), uno dei centri ideologici dell'anti-cosmopolitismo russo, attraverso il quale disseminò le teorie eurasiatiste.[23]

In quegli anni Dugin studiò la semiotica geopolitica e le teorie esoteriche del controverso pensatore tedesco Herman Wirth (1885–1981), co-fondatore della Ahnenerbe. Il risultato confluì nel libro La teoria iperborea (1993), in cui Dugin supporta le teorie di Wirth come base per la sua visione eurasiatica che propone come possibile soluzione per colmare il vuoto ideologico lasciato dall'esaurimento di comunismo, liberalismo e democrazia in Russia.[27] Dugin inoltre contribuì alla diffusione della leggenda secondo cui Wirth avesse scritto un'opera fondamentale sulla storia degli Ebrei e sull'Antico Testamento, il cosiddetto Palestinabuch, che avrebbe cambiato la storia del mondo se non fosse andato perduto.[28]

Le differenze ideologiche con Limonov si fecero nel frattempo incolmabili e portano Dugin a uscire dal Partito Nazional-Bolscevico insieme ai militanti più accesamente nazionalisti. Dugin si spostò quindi ancora più a destra, con la fondazione di organizzazioni anti-liberali e anti-progressiste che sempre mantennero un basso profilo, tra le quali il Fronte Nazionale Bolscevico. Dopo la rottura con Limonov, nel 1998 Dugin si avvicinò a Evgenij Primakov e, in seguito, alla cerchia di Vladimir Putin.[29]

Anni 2000: il Movimento Internazionale Eurasiatista[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2000 Dugin fondò un nuovo movimento, il Partito Politico Panrusso Eurasia, che nel 2003 divenne organizzazione non governativa con il nome di Movimento Internazionale Eurasiatista (Mezhdunarodnaye Evraziyskoye Dvizhenie, MED). Ha insegnato all'Università statale di Mosca dal 2008 al 2014, dove era a capo del Dipartimento di Sociologia delle Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Sociologia, mentre dal 2018 ha insegnato all'Università Fudan di Shanghai, in Cina.[30]

Dugin è stato descritto dalla francese Marlène Laruelle, storica dell'eurasiatismo, come senza dubbio il principale ideologo dell'eurasiatismo contemporaneo o neo-eurasiatismo.[31] Nei primi anni 1990 condivise tale primato con Aleksandr Panarin; in un primo momento i due erano in opposizione, in quanto Panarin criticava l'approccio pagano dell'eurasiatismo dughiniano, il quale vede l'uomo come principalmente integrato nel mondo naturale e la civiltà urbana come organismo tendenzialmente parassitario distaccato dal mondo naturale.[31] Panarin si riavvicinò a Dugin nei primi anni 2000, poco prima di morire di malattia, entrando nel Partito Eurasia e scrivendo un preambolo al libro Political Philosophy di Dugin.autore=Matteo Luca Andriola|

Nel 2019 Dugin e Bernard-Henri Lévy — considerati esponenti ideologici di spicco degli opposti sovranismo e mondialismo — si confrontarono sul tema di quella che è stata definita "la crisi del capitalismo" e l'insurrezione dei populismi nazionalisti.[32]

Filosofia di Dugin[modifica | modifica wikitesto]

Fonti da cui Dugin attinge e che sintetizza e supera sono:[33] 1) il tradizionalismo integrale o perennialismo (GuénonEvola e anche il cosiddetto tradizionalismo "morbido" di Eliade e Jung[34]); 2) l'esoterismo occidentale, mediato dall'esperienza del Circolo Yuzhinsky (con MamleyevGolovin e Dzhemal), inclusa l'ariosofia neopagana germanica (specialmente Wirth[35]); 3) Nietzsche e la rivoluzione conservatrice (HeideggerJüngerNiekischSchmitt); 4) il postmodernismo francese (Deleuze e GuattariLacanBaudrillardFoucault); 5) la teologia ortodossa eurasiatista anti-occidentalista (Leont'evDanilevskiGumilëv, Alexeyev); 6) autori di sociologia e antropologia (ŠirokogorovWeberTönniesSombartBoasDurkheimLévi-StraussDurand).[33]

Il pensiero di Dugin è in molti aspetti simile a quello di Alain de Benoist, spesso citato da Dugin stesso, e della Nouvelle Droite francese, e i due ebbero dei contatti tra la fine degli anni 1980 e i primi anni 1990; grandi differenze constano nel fatto che De Benoist non condivide l'idea di un "impero eurasiatico" che saldi l'Europa occidentale alla Russia, e si appoggia solo parzialmente al tradizionalismo integrale, che è invece fondamento imprescindibile per Dugin.[25] Oltre che principale ideologo dell'eurasiatismo contemporaneo,[36] Dugin è elencato tra i circa trenta più influenti ispiratori della rodnoveria (neopaganesimo slavo-russo).[37] Jafe Arnold, uno dei principali studiosi accademici del dughinismo e delle sue radici esoteriche, ha definito il filosofo russo come il pioniere della giunzione tra eurasiatismo, tradizionalismo e geopolitica geofilosofica risultante in un capitolo del tutto nuovo nella storia del tradizionalismo integrale,[38] parte di quello che lo studioso Pavel Nosachev ha definito un nuovo "tradizionalismo russo".[39] Lo studioso Michael Millerman ha messo in luce la centralità del pensiero filosofico-politico di Heidegger nell'opera di Dugin, ritenendo l'heideggerismo il vero cuore del dughinismo a cui eurasiatismo e tradizionalismo sarebbero ancillari.[40] Lo studioso Mark Sedgwick ha definito al contempo il dughinismo come una prassi che unisce in sé sia il tradizionalismo "duro" (orientato all'azione politica radicale; à la Evola) che il tradizionalismo "morbido" (orientato alla contemplazione; degli altri autori tradizionalisti).[41]

Dugin è stato variamente definito da accademici e giornalisti dell'Occidente come il "filosofo più pericoloso al mondo",[42] "uno dei più pericolosi esseri umani sul pianeta", tra i cento "maggiori pensatori al mondo", nonché il "cervello di Putin", il "Rasputin di Putin", il "folle mistico russo", il "guru del Cremlino", e con vari altri epiteti definiti dalla Laruelle come indice di una "ossessione dell'Occidente nei suoi confronti".[43] Il giornalista americano Charles Clover lo ha definito nel suo libro Black Wind, White Snow, basato su un'ampia intervista a Dugin stesso, come "inventore, architetto e impresario del'Eurasia" che ha contribuito alla concezione e alla costruzione della politica russa contemporanea orientandola verso una "conquista della realtà".[44]

Nazionalbolscevismo e quarta teoria politica (4pt)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Nazionalbolscevismo e Partito Nazional Bolscevico.
 

Il 4, simbolo del Dio del Cielo, Dyeus, e simbolo astronomico di Giove, usato come simbolo della 4pt.

«Il regno del nazional-bolscevismo, il Regnum, l'Impero della Fine ... È il ritorno degli angeli, la resurrezione degli eroi, l'insurrezione del cuore contro la dittatura della ragione. Questa Ultima Rivoluzione è compito dell'acefalo, il portatore senza testa di croce, falce e martello, coronato dal sole dello svastika eterno.[45]»

Nel nazionalbolscevismo, "nazione" è da intendersi, come ben esplicito nel russo narod, come un ente integrale, organico, per sua essenza refrattario a qualsiasi suddivisione anatomica, dotato di un suo destino particolare e di una sua struttura unica. Nella dottrina tradizionale ogni nazione è manifestazione di un principio divino, sprituale, angelico. Esso è "al di fuori del tempo e dello spazio" e "purtuttavia costantemente presente nelle vicissitudini storiche della nazione", è un essere di luce, un "pensiero di Dio", la cui "struttura è visibile nelle realizzazioni storiche della nazione, nelle istituzioni sociali e religiose che la caratterizzano, nella sua cultura", nei re divini, nei grandi eroi, nei pastori, nei santi. Esso è l'Assoluto particolarizzato.[45]

"Bolscevismo" è da intendersi come il "marxismo di destra" o "comunismo di destra", "le cui origini risalgono alle antiche società iniziatiche e alle dottrine spirituali di età remote", che conserva le basi mistiche, spirituali, e gnostiche presenti in Marx ma non nel marxismo successivo. Esso è al contempo scevro delle componenti decadenti del marxismo successivo, quali progressismo e umanismo. Tale bolscevismo trovò terreno fertile in Russia e presso altri popoli tradizionali non ancora "alienati dallo Spirito", come la Cina.[45]

Più di recente (dalla pubblicazione di La quarta teoria politica nel 2009), Dugin ha utilizzato il nome di "quarta teoria politica" (abbreviato "4pt") per la sua idea. Quarta in quanto oltrepassante le tre teorie politiche precedenti, che si sono alternate plasmando il mondo moderno—fascismo, comunismo e liberalismo—; quarta in quanto "il numero 4 è il segno di Giove, il pianeta dell'ordine e della monarchia. È un simbolo indo-europeo patriarcale del Dio del Cielo — DyausZeusDeus".[46]

«La Quarta Teoria, nelle parole stesse di Dugin, è un recupero del nazionalbolscevismo che rappresenta "il socialismo senza materialismo, ateismo, modernismo e progressivismo". È altresì un recupero della Tradizione spirituale gnostica ed esoterica originaria e un invito al dialogo costruttivo fra la sinistra radicale e la Nuova Destra debenostiana, oltre che con i vari movimenti Verdi ed ecologisti, superando vecchi steccati ideologici ed approdando a nuove sintesi ideali.[47]»

Secondo Dugin stesso, i sistemi politici-culturali dell'Iran e della Cina odierni sono già delle manifestazioni storiche della quarta teoria politica.[48]

L'asse del sacro e il ciclo escatologico[modifica | modifica wikitesto]

«... la meccanica del processo ciclico, nel quale la corruzione dell'elemento terra (e della corrispondente coscienza umana), la desacralizzazione della civiltà ed il moderno "razionalismo" con tutte le sue logiche conseguenze, sono considerati come una delle fasi della degenerazione.[45]»

Per Dugin, "il centro di gravità della Tradizione si colloca entro una sfera non soltanto non razionale, ma persino non umana"; esso è l'"asse del sacro". L'anello di giunzione tra tradizionalismo e ideologie anti-liberali (molte delle quali storicamente furono anti-tradizionaliste, prefiggendosi la distruzione non solo dei rapporti capitalistici ma di tutte le istituzioni tradizionali — monarchia e chiesa), per Dugin (e per il nazional-bolscevismo) si trova nella concezione tradizionalista della ciclicità delle ere, per cui nella modernità tutte le istituzioni tradizionali "perdono la loro forza vitale, e pertanto l'auto-realizzazione metafisica deve trovare metodi e vie nuove".[45]

Dugin stesso paragona il nazionalbolscevismo e l'eurasiatismo alla filosofia di Julius Evola, alla via della mano sinistra dell'esoterismo occidentale, nonché al buddhismo esoterico e al tantra delle tradizioni di matrice indiana, ossia alle vie di "trascendenza distruttiva", utili per una purificazione del mondo dalla corruzione data dalla degenerazione dell'Occidente liberale-globalista, per una cosciente azione di distruzione delle istituzioni degenerescenti, in un'ottica accelerazionista della fine dei tempi.[45]

Dugin fa proprio il misticismo escatologico indo-ariano conservato dalle tradizioni dell'India e non solo, relativo alla discesa dell'umanità prisca (ariana, successivamente divisasi in rami indoeuropei e turanici) dall'Iperborea (il polo nord, il cui primo centro spirituale fu in Russia, nelle regioni settentrionali della Siberia e degli Urali, da cui gli Ariani si propagarono in tutta l'Eurasia),[53] la corruzione demonica e degenerazione bestiale dell'umanità nell'era corrente (Kali Yuga) determinata da un'apertura, in seno all'apparato tecnocratico della civiltà occidentale, dell'"uovo cosmico" non più dalle altezze del Cielo (polo nord) che permea il mondo con gli spiriti divini, ma dalle bassezze della Terra (polo sud) che permea il mondo con forze ctonie dissolutrici,[54] e il ristabilirsi futuro della giustizia celeste sulla Terra per opera di una nuova incarnazione del Dio supremo del Cielo (il Kalki indù, il Maitreya buddhista, la seconda venuta dell'escatologia cristiana, e la figura equivalente in tutte le altre tradizioni):

«Nella tradizione indo-aria la fine dell'era corrente assisterà al ritorno di Dio sulla Terra. Una nuova gloriosa Età dell'Oro sorgerà. La Sua venuta inizierà una Grande Guerra, dopo la quale Egli fonderà il suo regno millenario. Questa sarà l'era descritta come Krita Yuga negli antichi testi indù — un'età di giustizia, dovere, virtù e felicità; un tempo nel quale il "Grande Dio Bianco" del Cielo regnerà supremo sulla Terra. Nella religione indù sarà il decimo e finale avatāra del Signore ViṣṇuKalki il Distruttore.[55]»

L'escatologia indiana degli yuga è equivalente ad altre escatologie indoeuropee quali la teoria delle ere della tradizione greca formulata da Esiodo e il Ragnarǫk della tradizione germanico-scandinava (eddica).[56] Dugin compara e combina le tradizioni indo-ariane anche con l'escatologia biblica, di derivazione mesopotamica (e quindi essa stessa di matrice ariana, per linea turanico-sumera[57]), per cui secondo Dugin l'era contemporanea rifletterebbe gli eventi narrati nell'Apocalisse di Giovanni, per cui l'Occidente guidato dagli Stati Uniti sarebbe il "Regno dell'Anticristo" guidato da Babilonia la Grande, la Bestia, madre di tutte le prostitute e gli abominii della Terra.[58]

«Gli USA sono una cultura chimerica, anti-organica, trapiantata che non ha né tradizioni statali sacrali né una base culturale, ma che, tuttavia, cerca di imporre il suo modello "babilonico" anti-etnico, anti-tradizionale, anche in altri continenti.[58]»

Ortodossia, cristianesimo e paganesimo[modifica | modifica wikitesto]

Nel solco di altri pensatori tradizionalisti, in una linea di pensiero già tracciata in Russia — rappresentata tra gli altri da Konstantin Nikolaevič Leont'ev —, il cristianesimo, specialmente quello occidentale (cattolico e protestante), è per Dugin e per i pensatori della quarta teoria politica causa e veicolo dell'utilitarismo economico e moralistico e delle forze dissolutorie dell'Occidente morente, per cui Leont'ev affermava che "per noi Russi è più conveniente una fusione con i popoli asiatici e di religione non-cristiana per il semplice fatto che tra di essi non è ancora irrimediabilmente penetrato il moderno spirito europeo".[59] Dugin afferma che le radici dell'ideologia individualista liberale-globalista e del mondo che ha prodotto siano da trovarsi nel nominalismo che prese piede nella teologia cristiana scolastica medievale (cattolica e poi protestante), vale a dire l'idea che i nomi degli enti e delle categorie di enti siano "suoni vuoti" e non rappresentazioni di essenze collettive, prevalendo sul realismo, ossia l'idea che i nomi siano rappresentazioni di essenze spirituali reali che generano gli enti e le categorie di enti.[60]

Il cristianesimo occidentale è vuota "anti-tradizione", a differenza dell'ortodossia russa che ha conservato una tradizione iniziatica esoterica;[61][62] secondo Dugin l'ortodossia russa preserva una connessione con l'antica religione russa, slavo-ariana, con le linee iniziatiche pre-cristiane, che la rendono una continuazione cumulativa di tutta la tradizione spirituale russa che sia pre-cristiana, cristiana o post-cristiana, una tesi sostenuta anche da Mircea Eliade nei suoi ripetuti riferimenti a una "religione cosmica popolare" persistente nell'Europa orientale.[63] Teologicamente, l'ortodossia russa ha mantenuto una visione "manifestazionista" della realtà che permette la continuità tra umano e divino, e la possibilità di deificazione dell'umano, al contrario della visione "creazionista" della realtà che è prevalsa nel cristianesimo occidentale portandolo all'esaurimento.[64] Dugin è per questo vicino sia al movimento della rodnoveria — il recupero neopagano della fede slava indigena — che ai vecchi credenti ortodossi, dei quali è anche un membro iniziato.[62] I vecchi credenti sono quegli ortodossi russi che si distaccarono dalla Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo perché contrari alle riforme occidentalizzanti operate dal patriarca Nikon (1605–1681), che volle allineare la Chiesa russa, nella dottrina e nella pratica, alla Chiesa ortodossa greca, sceverandola dai suoi elementi slavo-russi paganizzanti; secondo Dugin entro l'ortodossia russa sarebbero quindi i vecchi credenti i rappresentanti più genuini della continuità della tradizione spirituale russa, slavo-ariana, integrata con la gnosi escatologica del cristianesimo originario che identifica i Russi come la "Terza Roma" e il Katechon che contrasta l'Anticristo.[65] Secondo la Laruelle, Dugin propone una fusione dell'ortodossia russa con il neopaganesimo in modo tale che la prima si separi definitivamente dal cristianesimo occidentale e si identifichi con la forza nazionale del paganesimo ancorato alla terra russa.[62]

Nel suo testo The Metaphysical Factor in Paganism (1990/1999), Dugin, che segue in ciò Julius Evola, ritiene che siano le religioni pagane (gentili, etnico-indigene; in russo yazychestvo, che letteralmente significa "pratica della lingua [nativa]"), e non le tre religioni monoteistiche, le più adatte a realizzare l'idea imperiale, in quanto permettono quella coesistenza di unità e molteplicità, la molteplicità degli dèi, spiriti o angeli, visti come emanazioni o espressioni dell'Uno cangiante, e quindi la complementarità di immanenza e trascendenza, che è necessaria in un sistema di tipo imperiale.[66]

La Siberia e la restaurazione della civiltà celeste[modifica | modifica wikitesto]

La Siberia è prevista da Dugin avere un ruolo centrale nella nuova identità e nel destino della Russia eurasiatica imperiale; terra di irradiazione nel mondo degli Ariani, ultimo "impero del Cielo" dopo Thule-Iperborea, la Siberia è rimasta "cuore immacolato" dell'Eurasia ai margini dello sviluppo della storia del mondo verso la civiltà occidentale e la sua degenerazione finale assorbita dalla saturazione del polo sud della Terra, preservandosi da essa, e le sue popolazioni, "teofore" (portatrici di Dyeus, TengriDingir), hanno conservato intatta la sapienza estatica originaria degli Ariani,[68] pronte a re-irradiarla e riattivarla nel mondo mentre essa è scomparsa in Occidente, si è indigenizzata in India con l'assorbimento degli Ariani nelle popolazioni nere dravidiche, e si è isolata in un solipsismo contemplativo nell'autosufficienza collettiva della civiltà cinese.[49] I re-sacerdoti dei popoli ariani (indoeuropei-turanici) sono tali per diritto divino, "figli del Cielo", in quanto nascono da madri vergini fecondate dallo Spirito di Dio procedente dal polo nord, o discendono da linee di sangue con tali origini, e sono caratterizzati da capelli biondi o fulvi (biondo-rossi) e occhi azzurri.[49] La Siberia è per Dugin il centro spirituale della Russia-Eurasia dove avviene la messa a terra delle forze del polo nord, la giuntura tra Cielo e Terra; prevalentemente nordica nella genealogia e prevalentemente orientale nella religione, la Russia centrata in Siberia ha per Dugin il destino cosmico di risvegliare tutti i popoli alla rivolta contro l'Occidente e al recupero delle proprie tradizioni religio-politiche, imperiali e indigene,[69] in alleanza con la Cina, con il mondo dell'Islam (specialmente quelle frange, soprattutto sciite iraniane ma anche sunnite turche, che hanno chiaramente identificato il nemico di Dio della fine del mondo, il Dajjal, nell'Occidente), e potenzialmente con l'India, e con un'America meridionale e un'Africa decolonizzate e reintegrate nelle loro essenze autentiche.[70]

La quarta teoria politica apre una lotta escatologica contro tutto ciò che l'Occidente liberale-globalista incarna di nefasto, e apre al recupero di tutto ciò che non è moderno né occidentale: "il pre-moderno, il post-moderno, l'anti-moderno, l'Asia, la tradizione romana".[48] Dugin teorizza la possibilità di una riorganizzazione della società nell'antica tripartizione indoeuropea di sacerdoti, guerrieri e contadini, affinché il Cielo riconquisti la Terra,[6] in quello che identifica come un "socialismo indoeuropeo",[48] o un verticale "platonismo politico".[33] Si tratterebbe di invertire "il processo della modernità che iniziò con il posizionare, all'opposto, il materiale al di sopra dello spirituale, la Terra sopra il Cielo".[6] Come identificate da Georges Dumézil, le caste tradizionali sono tre, mentre la quarta casta, le moderne masse urbane, borghesi nel loro dualismo tra capitalisti e proletari, sono il frutto dell'unione dei rifiuti delle caste tradizionali.[48]

Dasein e Geviert[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Dasein.
 

Dioniso consegnato alla ninfa Nisa, di Jacques Francois Courtin. Dioniso è dualità tra Cielo e Terra, e mediatore tra i due principii, e in quanto tale per Dugin è (come poi Gesù Cristo) un simbolo della modalità propria del Dasein.[71]

Il Dasein rappresenta il futuro nuovo centro per un nuovo inizio di civiltà, nuovo axis mundi, punto di congiunzione tra Cielo e Terra, che nascerà in Eurasia (nonostante, per Dugin come per Evola, il mondo a occidente giungerà prima rispetto all'Oriente all'instaurazione del nuovo ciclo di civiltà, in quanto l'Occidente è giunto ormai al fondo finale della degenerazione[48]), e allo stesso tempo l'uomo nuovo che lo indicherà.[59] "Riflettendosi, il Dasein si fa popolo", lingua, storia, spazio e tempo.[48]

«Il Dasein impone la trasfigurazione dell'uomo ed il suo ricongiungimento alla dimensione del sacro: una conquista e riappropriazione dell'ordine sovrannaturale attraverso l'identificazione di Essere e divenire. ... Egli è un Soggetto partecipe del Divino, ed in quanto tale, di fronte alla constatazione dell'allontanamento dalla norma, tende a ristabilire l'ordine; a riappropriarsi della dimensione del sacro, e dunque a preparare la via per il nuovo Avvento.[59]»

«L'Esserci in Heidegger, rileva Dugin, è in stretto rapporto con il Geviert, il Quadrato che consente di intendere, oltre la comprensione impostasi con la metafisica, la relazione Essere-Evento. In tal senso il Dasein è l'uomo reintegrato nelle sue possibilità originarie, l'uomo tradizionale aperto al cosmo e all'influenza delle potestates che lo animano, oltre il dualismo razionalista soggetto-oggetto.[5]»

Il Dasein è anche "una forma esistenziale di comprendere il popolo, che si oppone alle teorie dei liberali, con la loro idea vuota e insignificante di individuo; alle teorie dei comunisti, basate su classi e collettività, concetti altrettanto vuoti che non si oppongono affatto a quelli liberali, poiché questo tipo di collettività è solo un agglomerato di atomi individuali, come già detto; e, infine, alle teorie dei nazionalisti, che si rifanno al concetto di Stato nazionale, altra idea borghese antitetica all'impero e all'idea del sacro".[48]

Il Dasein e il Geviert in cui si manifesta, nella post-modernità "liquida" risultata dall'involuzione delle caste sono completamente occultati e operanti nel nascondimento, sono funzione di ciò che Dugin chiama il "Soggetto Radicale" (o, secondo una traduzione migliore che lui stesso ha proposto, il "Sé Radicale"[56]), corrispondente all'"Individuo Assoluto" o "Uomo Differenziato" di Evola. Il Dasein è l'essenza ed esperienza più radicale dell'uomo, "pura presenza dell'intelletto", ciò che rimane dell'uomo quando è liberato da qualsiasi forma storica secondaria, e non è né individuale né collettivo. Tale pura presenza dell'intelletto si schiude solo quando l'uomo si trova di fronte alla morte. E "tale Risveglio non è un'idea trascendente, ma un'esperienza immanente, che deve tornare a essere la radice della politica".[48] Dugin compara il Soggetto Radicale anche alla "Persona Assoluta", forma dell'Assoluto personificato, del pensiero indiano, il Param Atman, che in quella che definisce "trascendenza immanente" è sempre centro anche laddove non è possibile averne uno, come nel mondo liquido postmoderno, dove non v'è simmetria che dia forma.[48]

Il Soggetto Radicale si manifesta "quando è saltata la trasmissione regolare delle forme del sacro" e, non trovando altro che il nulla intorno a sé, ossia il mondo liquido dato dal dissolversi di tutte le forme tradizionali, punta a una nuova fondazione.[48] Dugin valorizza ai massimi livelli un'azione storico-politica che assuma tratti poietici, magico-rituali, demiurgici, come tipico della tradizione slavofila.[5]

«Noi non vogliamo restaurare alcunché, ma far ritorno all'Eterno, che è sempre fresco, sempre nuovo: questo ritorno è dunque un procedere in avanti, non a ritroso. Il Soggetto Radicale, inoltre, si manifesta tra un ciclo che finisce e uno che nasce. Questo spazio liminale è più importante di tutto ciò che sta prima e di tutto ciò che verrà dopo.[48]»

Diversamente dalla parcellizzazione riduzionista e analitica della realtà promossa dalla modernità razionalista e liberale, per Dugin come per la tradizione originale platonica e indo-europea, ed eurasiatica tutta, v'è "unità fondamentale delle strutture della conoscenza, della società e del cosmo", quindi l'uomo è veicolo di trasporto della "trascendenza nell'immanenza inverando il Cielo sulla Terra":[33]

«... l'uomo è un anello della catena degli dèi. Egli è teso tra le due origini (nachala), e compie da sé, con la sua esistenza, il trasferimento dell'una nell'altra, come un demiurgo, un dio ... Egli crea l'ordine del cosmo, organizza le copie, e dissolve i fenomeni nella contemplazione delle idee.»

 

37° GIORNO DI GUERRA---01-04-22

Guerra Russia-Ucraina, ucciso miliziano italiano nel Donbass: è stato colpito da una bomba a mano. Combatteva con i separatisti

https://www.youtube.com/watch?v=gUuSy9MhIS4

Un miliziano italiano di 46 anni, Edy Ongaro, combattente con le forze separatiste del Donbass, è rimasto ucciso il 30 marzo in battaglia, nel villaggio di Adveedka, a nord di Donetsk. È stato colpito da una bomba a mano. La notizia, diffusa la sera del 31 marzo con un post dal Collettivo Stella Rossa Nordest, è stata confermata all’Ansa da Massimo Pin, amico di Ongaro, in contatto con esponenti della ‘carovana antifascista’ che si trova nell’Oblast.

Lo ricorda lo stesso Collettivo Stella Rossa – Nordest su Facebook: “Si trovava in trincea con altri soldati quando è caduta una bomba a mano lanciata dal nemico. Edy si è gettato sull’ordigno facendo una barriera con il suo corpo. Si è immolato eroicamente per salvare la vita ai suoi compagni”. Ongaro, di Portogruaro (Venezia) combatteva con le forze separatiste filo-russe e si trovava nel Donbass dal 2015. Il “martirio” di Edy Ongaro “serva a rompere il castello di bugie di questa guerra, ma soprattutto a rilanciare la lotta antifascista e internazionalista. Il sacrificio di Edy mostri la forza del proletariato che saprà portare al trionfo del comunismo”, proseguono i compagni del miliziano italiano: “Era un compagno puro e coraggioso ma fragile ed in Italia aveva commesso degli errori. In Donbass ha trovato il suo riscatto, dedicando tutta la sua vita alla difesa dei deboli e alla lotta contro gli oppressori. Ha servito per anni nelle fila di diversi corpi delle milizie popolari del Donbass fino alla fine dei suoi giorni. Ti salutiamo Compagno Partigiano con il motto che ti era tanto caro: ‘Morte al fascismo, libertà al Popolò”, si conclude il post.

Nel 2015 Ongaro parlava in un’intervista della propria decisione di raggiungere la regione per unirsi alle forze filo-russe contro l’Ucraina. “Mi chiamo Edy Ongaro, nome di battaglia Bozambo. Vengo dalla provincia di Venezia, Giussago di Portogruaro, un piccolo paesino come tanti in mezzo alla campagna”, diceva nell’intervista a Spasidonbass.ru riproposta all’epoca da Antenna 3.
“Con molto orgoglio e molto onore posso dire di essere parte della Prizrak, questo battaglione internazionalista, mi sento dal primo momento tra compagni e compagne. In ogni Stato, in ogni parte del globo c’è qualche minoranza, qualche etnia che viene calpestata e allora bisogna reagire”, dice nell’intervista. A spingerlo nel Donbass “Il rispetto verso se stessi e verso gli altri: questo dovrebbe portare molte persone, soprattutto per chi come me era in condizioni deplorevoli, scandalose per uno stato che si dice civile”, a fare la stessa scelta di ‘Bozambo’. “A queste persone dico; se potete, venite qui“, diceva. “Finché ci sarà aria nel mio corpo e finché sangue scorrerà, da qui non uscirò mai. La mia scelta è restare qui, sto cercando di avere la cittadinanza in queste repubbliche”.Ongaro era stato implicato in una rissa in un bar di Portogruaro, dove aveva colpito l’esercente con un calcio all’addome, scagliandosi alla fine anche contro un carabiniere. Concessi i termini a difesa, Ongaro era stato rimesso in libertà dal giudice in attesa del processo, ed era sparito. Da allora di lui erano arrivate solo notizie via social. In Donbass, già all’epoca, si era arruolato con i separatisti della brigata Prizrak, composta soprattutto da foreign fighter. Per i filo-russi era diventato una specie di eroe, incurante di rischiare la vita sotto le bombe per combattere contro il governo di Kiev, a fianco “di tutti i civili neo-russi che hanno visto l’inferno in terra”. “Questo è il nostro giorno” aveva scritto quando Vladimir Putin aveva firmato in diretta tv il decreto col cui la Russia riconosceva l’indipendenza dall’Ucraina delle repubbliche del Donbass. Il suo nome di battaglia,”Bozambo“, era stato scelto in ricordo di un partigiano della seconda guerra mondiale, e sosteneva che a spingerlo alla lotta con i ribelli filo russi delle repubbliche di Donetsk e Luhanskm sarebbe stato il ricordo delle violenze inferte dai fascisti alla sua famiglia. (Foto: dal profilo Fb del Collettivo Stella Rossa Nordest)

 

 

Scontri a nord e a est di Kiev, “Bucha è stata liberata”. Nuovo scambio di prigionieri con l’esercito russo. Croce rossa: “Impossibile evacuare civili da Mariupol”.

Guerra Russia-Ucraina, da Irpin all’inferno di Bucha: la battaglia a nord-ovest di Kiev per allontanare i tank di Mosca dalla capitale

Dal trionfo di Irpin all’inferno di Bucha. Lunedì, attorno alle 16,30, è stato lo stesso sindaco della cittadina alle porte di Kiev a dare la positiva notizia per il fronte ucraino attraverso il suo canale Telegram al termine di una giornata campale. La capitale ha respirato i combattimenti, specie la parte a nord-ovest, proprio in direzione dei due centri della cintura, distanti tra loro una manciata di chilometri e a venti minuti di macchina da Maidan. Il messaggio postato dal sindaco-combattente, Oleksandr Markushin, è stato ripreso in fretta dagli altri canali Telegram e poco dopo è arrivata la conferma. Le battaglie decisive per evitare lo sfondamento dei tank russi con la Z sul ferro si sono sviluppate proprio in quel fazzoletto di terra.

Negli ultimi giorni i combattimenti si sono fatti più intensi. In realtà la cacciata dei russi da Irpin era stata annunciata verso la metà della passata settimana, ma la conquista non era stata totale. Di riflesso, mentre a Irpin il primo cittadino celebra la notizia sulle ceneri di una cittadina che in sostanza non esiste quasi più, a pochi chilometri a nord la situazione resta drammatica: “Colpi contro le case dei civili, infrastrutture distrutte, fuoco sui cittadini in fase di evacuazione: l’esercito russo sta commettendo crimini inenarrabili su Bucha. Non li perdoneremo”, è il commento di un portavoce militare di Kiev rilasciato nel pomeriggio.

Stando a quanto riferito da una delle due parti coinvolte nel conflitto, la situazione a Bucha sarebbe drammatica. A una ventina di chilometri in linea d’aria, l’eco dei bombardamenti e dei colpi di artiglieria è stata una fedele compagna per tutto il corso della giornata. I ripetuti boati alternati al suono delle sirene che oggi hanno riecheggiato tre volte nel corso della giornata su Kiev. Una situazione divenuta una prassi ormai. La capitale è ridotta a uno scheletro vuoto, soprattutto nella zona periferica a nord-ovest. Gli abitanti della zona sembrano ormai rassegnati e a ogni suono della sirena nessuno reagisce con particolare ansia. Eppure le bombe e i proiettili cadono a pochi chilometri.

Se l’esercito ucraino dovesse riuscire a respingere le truppe russe ancora più indietro, verso nord e verso il confine bielorusso, a Kiev si aprirebbe una nuova partita e soprattutto si allenterebbe la morsa. La città ha un aspetto spettrale, le strade sono semivuote e tutti i negozi, gli uffici e le attività sono chiuse. Solo nella zona centrale tra il quartiere olimpico e piazza Indipendenza, lungo via Shota Rustaveli, alcuni caffè e ristoranti sabato hanno timidamente riaperto i battenti. Soprattutto i giovani ne stanno approfittando. Servizi attivi anche all’interno della stazione ferroviaria con i convogli da e per Leopoli e Kharkiv operativi, ma per il resto, a parte farmacie, qualche ‘magazin’, un paio di banche e i venditori ambulanti, tutte le saracinesche sono abbassate. L’attesa normalità è ancora lontanissima.

 

Mosca accusa: colpito deposito di petrolio in Russia. Difesa ucraina: “Non siamo stati noi”. Perché Belgorod è una zona cruciale per Kiev.

 

 

36°  GIORNO DI GUERRA---31-03-22

Putin: gas pagato in rubli da domani o stop a contratti. Scholz: “Si usa l’euro, gli ho detto che resterà così”. Francia e Germania “pronte al blocco delle forniture”

“Non c’è un cessate il fuoco a Mariupol, la città è ancora sotto attacco. Il cessate il fuoco riguarda i corridoi umanitari, il segmento che va da Berdyansk a Zaporizhzhia“. Lo ha detto la vicepremier ucraina con delega alla Reintegrazione dei Territori Occupati, Iryna Vereshchuk, incontrando in videocollegamento i media internazionali a Leopoli. Inoltre, ha spiegato, “non abbiamo un mediatore, non ci sono organi terzi che possono verificare l’eventuale violazione del cessate il fuoco

”.

Putin firma decreto per coscrivere 134.500 persone

Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto sulla coscrizione primaverile per “effettuare dal 1 aprile al 15 luglio 2022, la coscrizione di cittadini russi di età compresa tra 18 e 27 anni che non sono nella riserva (…), per un totale di 134.500 persone“, si legge nel testo del documento pubblicato sul portale Internet ufficiale di informazioni legali, come riporta l’agenzia russa Ria Novosti.

 

35° GIORNO DI GUERRA---30-03-22

Ministero difesa ucraino: “Nessun ritiro di truppe russe da Kiev e Chernihiv”

 

A differenza di quanto annunciato da Mosca, non c’è nessun ritiro su vasta scala dei russi dalle aree di Kiev e Chernihiv ma solo movimenti limitati. Lo comunica Oleksandr Motuzyanyk, portavoce del ministero della Difesa ucraino. “Il nemico ha ritirato le unità che hanno subito le perdite maggiori per rifornirle”, rende noto Motuzyanyk, aggiungendo che “l’assedio di Chernihiv continua, come missili e colpi di artiglieria lanciati dalle forze russe”.

L'aggiornamento militare sulla guerra in Ucraina: Putin cerca una via  d'uscita?- Corriere.it

34° GIORNO DI GUERRA---29-03-22

Immagine

 

Colloqui Russia-Ucraina, c’è una bozza dell’accordo. Neutralità e ingresso in Ue: cosa prevede il testo.

 

Ucraina, l’offensiva russa compie il suo primo mese. Le campagne precedenti: dai 40 giorni in Iraq ai quattro anni dell’assedio di Sarajevo

Ucraina, l’offensiva russa compie il suo primo mese. Le campagne precedenti: dai 40 giorni in Iraq ai quattro anni dell’assedio di Sarajevo

Le armate di Vladimir Putin sono ferme da giorni sulla stessa linea di combattimento e non hanno ancora conquistato le principali città, nonostante la massiccia campagna di bombardamenti: il piano di completare l'intera operazione in 15 giorni appare sempre più irrealistico. Se si guarda indietro ai conflitti degli ultimi decenni, prendere il controllo di uno Stato a suon di bombe non si è mai rivelata un'operazione rapida per chi ci ha provato. Ecco i precedenti

La guerra russa in Ucraina sta per compiere un mese e non sembra vicina a interrompersi. Secondo le informazioni del Pentagono le armate di Vladimir Putin sono ferme da giorni sulla stessa linea di combattimento e non hanno ancora conquistato le principali città (qui la mappa dell’invasione), nonostante la massiccia campagna di bombardamenti e attacchi missilistici. Col senno di poi sembra ancora più irrealistica la tabella di marcia contenuta in presunti documenti russi – la cui autenticità non è mai stata confermata – secondo cui l’intera operazione si sarebbe dovuta completare in 15 giorni. Il governo di Mosca ha forse peccato di ottimismo pensando all’offensiva in Crimea del febbraio 2014, quando alle milizie bastarono poco più di cinque giorni (23-28 febbraio) per prendere il controllo delle sedi istituzionali: in quel caso però si trattava di una sola regione a maggioranza russofona che non venne difesa (o quasi) dall’esercito di Kiev. Se invece si guarda indietro alle campagne militari degli ultimi decenni, prendere il controllo di uno Stato a suon di bombe non si è mai rivelata un’operazione rapida per chi ci ha provato, cioè – in quasi tutti i casi – l’alleanza occidentale a guida statunitense.Afghanistan – L’operazione Enduring freedom iniziò il 7 ottobre del 2001 con i bombardamenti di Usa e Regno Unito contro Al Qaeda e i Talebani. All’inizio furono colpite Kabul e Kandahar (dove risiedeva il leader talebano, il Mullah Omar) poi gli obiettivi di comando, controllo e comunicazione. Nell’attacco vennero utilizzate tutte le migliori tecnologie a disposizione: i Talebani peraltro possedevano una debolissima contraerea, il che permetteva ai velivoli di operare senza grandi pericoli. Nonostante ciò, fino all’inizio di novembre i guerriglieri islamici conservavano ampie porzioni di territorio: per piegarli vennero lanciate quasi settemila tonnellate di bombe BLU-82, tra le più potenti al mondo. Il 12 novembre le forze talebane abbandonarono Kabul, il 26 cadde Kandahar. Solo dopo la battaglia di Tora Bora (12-17 dicembre) fu possibile instaurare il governo provvisorio con a capo Hamid Karzai, che giurò il 22 dicembre. Ma gli attacchi aerei sulle sacche di resistenza continuarono per tutto l’anno successivo: solo il 1° marzo del 2003 il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dichiarò la “fine dei combattimenti”, che di fatto però non si realizzò mai del tutto fino al 2021, con la riconquista del Paese da parte dei talebani.
Durata dell’offensiva: 510 giorni (7 ottobre 2001 – 1° marzo

 2003)Iraq  Il rovesciamento di Saddam Hussein da parte degli Usa – considerata un’operazione molto rapida – impiegò quaranta giorni per realizzarsi. La guerra iniziò la mattina del 20 marzo del 2003 con l’invasione del Paese. Già in serata le forze britanniche e i marines avevano occupato il porto di Umm Qasr, impossessandosi dei giacimenti petroliferi del sud, e si trovavano in prossimità di Bassora, che però fu presa solo il 6 aprile. Gli iracheni opposero resistenza per alcuni giorni nei pressi di Hilla e Karbala, aiutati da una tempesta di sabbia e dalla necessità americana di rifornire i propri mezzi. Il 9 aprile, tre settimane dopo l’inizio dell’invasione, gli americani entrarono nella capitale irachena con la battaglia di Baghdad. Di lì a poco le rimanenti difese irachene crollarono: il 10 aprile i curdi entrarono a Kirkuk e il 15 aprile cadde anche la città natale del rais, Tikrīt. Il 1º maggio 2003 il presidente Bush atterrò sulla portaerei Abraham Lincoln e vi tenne un discorso avendo alle spalle uno striscione con la scritta mission accomplished (missione compiuta). La cattura di Saddam però risale solo al 13 dicembre successivo.
Durata dell’offensiva: 42 giorni (20 marzo 2003 – 1° maggio

 2003)Libia  L’intervento militare mirato a deporre Muammar Gheddafi durante la prima guerra civile libica fu inaugurato il 19 marzo 2011 dalla Francia con un attacco aereo diretto contro le forze terrestri del raìs attorno a Bengasi. Seguirono offensive di altri Stati, dapprima portate avanti in autonomia e poi unificate il 25 marzo sotto l’operazione Unified protector a guida Nato. La coalizione – composta inizialmente da Belgio, Canada, Danimarca, Italia, Francia, Norvegia, Qatar, Spagna, Regno Unito e Usa – si ampliò fino a comprendere 19 Paesi. Le missioni aeree e i lanci di missili Tomahawk della Nato miravano siti militari, antiaerei e forze lealiste di terra, con particolare impegno dell’aeronautica francese e britannica. In soli due giorni, dal 31 marzo al 2 aprile, le forze Nato condussero 178 operazioni e 74 attacchi aerei in Libia, potendo contare su una forza complessiva di 205 aerei e 21 navi. Le operazioni portarono – momentaneamente – alla conquista di Tripoli, Sirte e di quasi tutta la Libia. Il 20 ottobre 2011 Gheddafi venne ucciso dai ribelli mentre si nascondeva e alla fine del mese le forze alleate si ritirarono.
Durata dell’offensiva: 251 giorni (19 marzo 2011 – 20

 ottobre 2011)  Bosnia – L’assedio di Sarajevo, il più lungo nella storia bellica della fine del XX secolo, si protrasse dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Vide scontrarsi le forze del governo bosniaco sostenuto dalla Nato, che aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, contro l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache, che miravano a distruggere il neo-Stato indipendente della Bosnia ed Erzegovina. Tra aprile e maggio 1992 Sarajevo fu completamente isolata dai serbi: le principali strade che conducevano in città furono bloccate, così come anche i rifornimenti di viveri e medicine. I servizi come l’acqua, l’elettricità e il riscaldamento furono tagliati. Nella seconda metà del 1992 e nella prima metà del 1993 l’assedio raggiunse il suo apice: i rapporti indicano una media di 329 esplosioni al giorno, con un massimo di 3.777 bombe sganciate il 22 luglio 1993. Quando i serbi effettuarono un raid contro un sito armi dell’Onu, i jet della Nato iniziarono l’operazione Deliberate Force attaccando depositi di munizioni serbi e altri obiettivi militari strategici. Nell’ottobre 1995 fu raggiunto il cessate il fuoco e il 14 dicembre fu firmato l’accordo di Dayton sui confini e l’assetto del nuovo Stato. Il governo bosniaco non dichiarò la fine dell’assedio di Sarajevo fino al 29 febbraio 1996.
Durata dell’offensiva: 1425 giorni (5 aprile 1992-29 febbraio 1996)

32° GIORNO DI GUERRA

Ucraina, nuovo round di negoziati: si terrà in Turchia. Il sindaco di Mariupol: ‘Russi controllano le periferie’. Armi, Zelensky insiste: ‘All’Occidente manca coraggio’

Bosnia, la “piccola Jugoslavia” dove torna la paura della guerra. L’Onu teme la nascita di un esercito separatista serbo, ma anche i croati puntano alla spartizione---Oltre le pareti vetrate della grande sala stampa del Parlamento bosniaco, il rappresentante speciale degli Stati Uniti per i Balcani occidentali, Gabriel Escobar, lunedì mattina ha rassicurato tutti. “La Bosnia-Erzegovina resterà un Paese sovrano e indipendente”, ha detto il diplomatico di fronte a decine di giornalisti impegnati a prendere appunti sulle sorti del loro stesso Paese. Le sue dichiarazioni sul fatto che “una guerra non ci sarà” sarebbero state scontate fino a qualche mese fa. Ma hanno smesso di esserlo negli ultimi giorni, ossia da quando il membro serbo della presidenza tripartita, Milorad Dodik, ha arricchito la sua retorica secessionista di progetti concreti per realizzare istituzioni indipendenti in ambito militare, giuridico e fiscale. Settimana scorsa era diventato un caso internazionale il rapporto in cui l’Alto rappresentante Onu per il Paese, Christian Schmidt, sottolineava che se i separatisti serbi, storici alleati dei russi, arriveranno alla creazione di un proprio esercito sarà “molto realistica” la prospettiva di un ritorno al conflitto. Come rappresaglia, la Russia aveva minacciato di porre il veto all’estensione della missione militare Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina (il dispiegamento di forze internazionali che dal 2004 hanno il compito di mantenere la pace nel Paese), se nel testo da adottare non fossero stati tolti tutti i riferimenti al report di Schmidt. Alla fine, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità il prosieguo della missione, ma alle condizioni imposte dai russi, che sono così riusciti a minare l’autorità dell’Alto rappresentante. E a dare implicitamente credito alla politica separatista del leader del partito nazionalista Snsd Dodik, che ha emanato dallo scorso luglio centinaia di proposte per smantellare pezzo dopo pezzo i propositi unitari degli accordi di Dayton, i trattati di pace siglati nel 1995 e sulla cui fragile e anacronistica architettura si basa la stabilità della Bosnia-Erzegovina. Anche se le crepe più profonde sembrano avere epicentro in Republika Srpska (entità a maggioranza serba che compone il Paese insieme alla federazione croato-musulmana), tutte le parti in causa hanno le proprie responsabilità. “La Bosnia Erzegovina intesa come Stato sovrano non raggiungerà mai la normalità se non verrà messa fine a questa crisi – racconta a Ilfattoquotidiano.it Zlatko Dizdarević, giornalista e intellettuale bosniaco di fama internazionale – Il problema è che in questo Paese il nazionalismo, l’odio, la preparazione al conflitto rientrano in un progetto politico portato avanti dai leader di tutte e tre le parti. Le ambizioni e le idee di questi politici sono diverse, ma l’obiettivo finale è lo stesso”.

 

 

 

L'AVANZATA

 

Mariupol, i tank russi all'assalto finale

Il patto tra Hezbollah e la Wagner: "800 mercenari dalla Siria combatteranno con i russi in Ucraina". Ecco lo scenario

La notizia diffusa da una tv araba e rilanciata da Novaya Gazeta: i primi 200 uomini sarebbero già atterrati a Gomel, in Bielorussia. Obiettivo è la guerra casa per casa, per spezzare la resistenza delle città occupate. Ma mancano conferme indipendenti

Ucraina, nuovi raid russi su Kiev, Leopoli e Chernihiv

 

31° GIORNO DI GUERRA---26-03-22

Ucraina, la Russia rivendica un attacco dal mare nella regione di Zhytomyr: il video del lancio dei missili

 

30° GIORNO DI GUERRA--- 25-03-22

Missili russi sul comando dell’aviazione dell’Ucraina. Mosca: “Il controllo del Donbass l’obiettivo minimo”. Xi a Johnson: “Creare condizioni per arrivare a pace”

Secondo quanto riferito da Roman Tsymbaliuk, ritenuto l’ultimo giornalista di Kiev ad aver lasciato la Russia a gennaio, il colonnello Yuri Medvedev, comandante della 37/ma brigata fucilieri motorizzati, è stato travolto da un suo sottoposto con un tank. Sarebbe stata una protesta per via dell’alto numero di perdite della sua unità nel conflitto. Dei circa 1.500 componenti con cui il suo battaglione aveva iniziato la guerra, tra morti e feriti ne avrebbe perso la metà.

Le immagini del comandante trasportato in un ospedale in Bielorussia con gravi ferite alle gambe hanno fatto il giro dei social, dopo essere state condivise anche da un account del leader ceceno Ramzan Kadyrov, fedelissimo del presidente Vladimir Putin. Fonti russe hanno elogiato l’alto ufficiale, cui sarebbe stata promessa una medaglia al valore e un risarcimento in denaro. Ma ad alcune ore dall’incidente, l’intelligence occidentale, citata da media britannici, ne avrebbe confermato la morte. Non ci sono invece informazioni sulla sorte del militare che lo ha investito. La ricostruzione arriva mentre appaiono sempre più forti le tensioni tra le truppe di Putin. Le notizie sulle perdite in battaglia sono sempre più gravi: Mosca ha confermato oggi 1.385 soldati uccisi e 3.825 feriti, mentre per Kiev e la Nato i morti sono dieci volte di più, tra cui decine di alti ufficiali, come in dieci anni di guerra in Afghanistan. I russi avrebbero poi lasciato sulle strade dell’Ucraina anche decine di tank e altri mezzi corazzati. Dei 115-120 Gruppi tattici di battaglione con cui aveva iniziato la guerra, almeno una ventina sarebbero fuori dai giochi. Una situazione di difficoltà che anche gli alti comandi di Mosca sembrano propensi a riconoscere: l’orizzonte del 9 maggio per la fine del conflitto – giorno simbolico della vittoria sovietica sul nazismo – potrebbe servire anche a calmare le truppe con una data-limite per il ritorno a casa.

 

29° GIORNO DI GUERRA - - - 24-03-22

Kiev, militari ucraini distruggono nave russa nel porto occupato di Berdyansk: le prime immagini

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate ucraine sostiene di aver colpito e distrutto la nave da sbarco russa "Orsk" ancorata nel porto di Berdyansk. Da stamane ci sono fiamme nel porto della citta' occupata dai russi nella provincia di Zaporizhzhia, situata circa 70 chilometri a sudovest di Mariupol, sul mare di Azov. Sui social si vedono foto con densi pennacchi di fumo nero che si levano dalle banchine. "Ce ne saranno altre", assicurano da Kiev.   Leggi gli aggiornamenti.

SUL TERRENO

"Irpin torna nostra": gli ucraini allontanano i russi dalla capitale

 

 

28° GIORNO DI GUERRA ---23-03-22

Putin: “Entro una settimana pagamenti per gas solo in rubli”. La valuta russa si rafforza. La Ue propone una task force per l’acquisto comune. Mentre a Mariupol si combatte casa per casa, cresce la tensione a livello diplomatico. La Polonia espelle 45 funzionari russi, il Cremlino replica. Intanto Biden, in volo verso l’Europa, dice che l’uso di armi chimiche è minaccia reale. Giovedì vertici con Nato e Ue –

Carta di Laura Canali - 2022

27° GIORNO DI GUERRA---22-03-22

Cresce la pressione sull'Ovest dell'Ucraina, aumentano i timori di un ingresso in guerra della Bielorussia

Le sanzioni fanno paura a Putin? Non molto, in realtà, grazie alla sua finanza parallela occulta triangolare

Fanno davvero paura le sanzioni occidentali a Putin? In realtà, non molto. Ma paventarle, serve come “merce” di scambio nelle trattative. Ci sta, nella cinica visione geopolitica putiniana. D’altra parte, incombe sull’Europa che sta condannando Putin il rischio di una grave crisi finanziaria, anche tenendo conto della storica e viscerale avversione degli investitori alle misure di ritorsione che toccano ineluttabilmente l’economia reale. Lo scopo del Cremlino è evidente: destabilizzare le potenze occidentali grazie al ricatto energetico, ossia colpendo il polmone delle loro economie. E obbligandole ad una nuova ripartizione delle risorse mondiali, e anche di quelle tecnologiche (tra le conseguenze della guerra in Ucraina, vi è quella che coinvolge i servizi informatici, dagli acquisti on line alle prenotazioni alberghiere, dalle operazioni di sorveglianza alle operazioni bancarie: parecchie multinazionali hanno parte delle loro società basate nell’Europa dell’Est, in ballo ci sono un milione di dipendenti e sviluppatori). Per fronteggiare strategicamente le sanzioni, la Russia dispone di riserve in valuta al momento di poco sopra i 630 miliardi di dollari, di cui una parte è bloccata in certi paesi. Inoltre vanta la quinta riserva aurea mondiale, pari a 2361,64 tonnellate d’oro depositate nei caveaux della Banca Centrale russa: gli Stati Uniti ne hanno 8134, la Germania 3362, l’Italia 2452 e la Francia 2436. Dal 2008, dopo la crisi finanziaria mondiale, la Russia ha cominciato ad acquistare oro regolarmente e in modo massiccio. Allora, il suo stock era di 500 tonnellate. Nel 2012 aveva superato la barriera delle 800 tonnellate, nel 2014 – in concomitanza con le sanzioni comminate per l’annessione della Crimea – i depositi di oro russo hanno raggiunto quasi mille tonnellate. Ma la vera accelerazione si è avuta nel biennio successivo: 1500 tonnellate nel 2016, 1900 nel 2018, 2300 nel 2020. Negli ultimi cinque anni Mosca ha sviluppato all’estero quella che molti analisti occidentali hanno definito “shadow finance”, una vera e propria finanza ombra, parallela a quella dei mercati principali ma che opera clandestinamente o quasi, sfruttando l’uso delle cyber valute e del denaro sporco, sulla falsariga delle esperienze condotte per esempio dall’Iran e dalla Corea del Sud, o dalla grande criminalità organizzata, ma anche dai talebani o dall’Isis (che si finanziava col contrabbando del petrolio, col traffico della droga e dell’arte rubata).

L’export russo di gas e petrolio incide oltre il 55 per cento del bilancio statale, una risorsa vitale in valuta. Coi nostri soldi Putin ha riorganizzato ed ammodernato le forze armate. Per aggirare il taglio delle forniture all’Occidente – sempre che ci sia… – Mosca avrà considerato sbocchi alternativi, magari incoraggiando nuovi clienti con tariffe concorrenziali (vedi Cina, India, Turchia). Senza dimenticare che le sanzioni decise nel 2014 non sono state poi così efficienti come qualcuno potrebbe credere: da quel momento, la Russia ha progressivamente diversificato le sue relazioni commerciali, rafforzando l’autonomia della sua produzione industriale, ed aggirando il boicottaggio con sistematiche triangolazioni, tramite società ombra (con sedi sociali e nazionalità straniere), società dalle quali dipendeva e continua a dipendere un fitto reticolo di transazioni elaborate all’estero per gestire il commercio formalmente proibito dalle sanzioni ma violato allegramente da nugoli di imprenditori poco scrupolosi che coi russi hanno così fatto lucrosi affari: un segreto di Pulcinella, peraltro a cui ha fatto allusione lo stesso Putin quando ha messo in guardia l’Italia nel caso applicasse le sanzioni decise da Washington e da Bruxelles.

Ma non è solo un peccato italiota. Le Monde, la scorsa settimana, ha pubblicato cinque puntate (ognuna una pagina intera) di un’inchiesta sulle grandi aziende francesi che hanno mantenuto, nonostante le sanzioni, ottimi rapporti con la Russia e che non intendono (per esempio Total e Renault) rinunciare al ricco e indispensabile mercato russo. Aspettiamoci, poi, l’ennesima beffa delle “compensazioni” per i presunti mancati affari degli imprenditori nostrani con la Russia, quando venderanno lo stesso i loro prodotti a società intermediarie (in Serbia, in Cina…) che li gireranno a Mosca. Tanto paga Pantalone.

Guerra Russia-Ucraina, gli ultimi giornalisti rimasti a Mariupol raccontano i 20 giorni nella città bombardata: il reportage dell’AP

Venti giorni a Mariupol. Venti giorni fatti di bombe, di connessioni difficili, se non impossibili. Venti giorni di “morti in ospedale, cadaveri nelle strade e di dozzine di corpi spinti in una fossa comune”. L’ultimo video-giornalista rimasto a Mariupol Mstyslav Chernov, insieme con il fotografo Evgeniy Maloletka, ha raccontato in un lungo reportage dell’Associated Press i suoi giorni nella città ucraina assediata dai russi. Dalla partenza verso il porto che affaccia sul Mar d’Azov alla fuga “forzata” dalla città.

I russi ci stavano dando la caccia. Avevano una lista di nomi, inclusi i nostri, e si stavano avvicinando. Eravamo gli unici giornalisti internazionali rimasti nella città ucraina di Mariupol e da più di due settimane ne documentavamo l’assedio da parte delle truppe russe. Stavamo registrando all’interno dell’ospedale quando uomini armati hanno iniziato a perlustrare i corridoi. I chirurghi ci hanno dato dei camici bianchi da indossare per camuffarci. Improvvisamente, all’alba, una dozzina di soldati hanno fatto irruzione: ‘Dove sono i giornalisti, cazzo?'”. Inizia così il racconto di Chernov che spiega anche di aver guardato le fasce indossate dai militari e, nonostante l’ipotesi che fossero russi travestiti, di essersi fatto avanti. I soldati erano lì, nell’ospedale dove il video-giornalista e il fotografo stavano raccogliendo immagini, “per tirarli fuori di lì”. L’ordine era chiaro: portare i giornalisti via da Mariupol.

Lasciare indietro “medici che ci avevano ospitato, donne incinte e persone che dormivano per i corridoi”, scrive il giornalista dell’Ap, lo ha fatto sentire malissimo. Usciti dall’ospedale i militari insieme con i reporter hanno percorso per “nove minuti, forse 10”, comunque “un’eternità” il percorso “attraverso strade e condomini bombardati”. Quindi l’arrivo “in un seminterrato buio” dove video-giornalista e fotografo hanno capito come mai i soldati avessero rischiato la vita per portarli fuori dall’ospedale. “Se ti beccano (i russi ndr.) ti porteranno davanti alla telecamera e ti faranno dire che tutto ciò che hai filmato è una bugia. Tutti i tuoi sforzi e tutto ciò che hai fatto a Mariupol saranno vani“, ha spiegato loro un poliziotto. Gli stessi poliziotti che, pochi giorni prima come si scopre più avanti nel reportage, avevano chiesto loro proprio di raccontare al mondo cosa stesse accadendo a Mariupol.

Chernov ha lasciato la città il 15 marzo. Prima, insieme a Maloletka, ha passato 20 giorni a Mariupol e, per un lungo periodo, è rimasto l’unico giornalista internazionale a raccontare l’assedio della città.

Il suo viaggio, racconta, è cominciato il 23 febbraio. Originario di Kharkiv, Chernov aveva già raccontato guerre in Iraq e in Afghanistan: “Sapevo che le forze russe avrebbero visto la città portuale di Mariupol come un punto strategico per la sua posizione sul Mar d’Azov, così la sera del 23 febbraio sono andato là con il mio collega, Malotelka, fotografo ucraino per The Associated Press, nel suo furgone Volkswagen bianco”. I primi giorni dopo l’invasione, iniziata il 24 febbraio, solo un quarto dei residenti di Mariupol hanno lasciato la città. Gli altri sono rimasti, convinti che “la guerra non fosse in arrivo”. Bomba dopo bomba, si legge nel reportage, “i russi hanno tagliato l’elettricità, l’acqua, le scorte di cibo, e infine, soprattutto, i ricevitori dei telefoni cellulari, delle radio e della televisione”. Senza informazione, scrive Chernov, si raggiungono due obiettivi: “Il primo è il caos, le persone non sanno cosa sta succedendo e vanno nel panico”. Il secondo “è l’impunità“. “Senza informazioni provenienti dalla città, senza immagini degli edifici demoliti e dei bambini in punto di morte, le forze russe potevano fare ciò che volevano”. Per questo, dice, lui e il collega si sono presi questi rischi, per “inviare al mondo ciò che vedevamo”, tanto da finire nel mirino dei russi.

Il racconto quindi prosegue con le descrizioni dei bombardamenti. Uno dopo l’altro i bambini sono morti. E “le ambulanze hanno smesso di raccogliere i feriti perché le persone non potevano chiamarle senza segnale” e perché era difficile muoversi “per le strade bombardate”. A volte, racconta, “correvamo fuori per filmare una casa in fiamme e poi tornavamo tra le esplosioni”. I posti dove era possibile connettersi in città, scarseggiavano. “C’era un solo posto, fuori da un negozio di alimentari saccheggiato in Budivel’nykiv Avenue”. Anche lì, però, il segnale internet “è svanito il 3 marzo”. Quindi Chernov e il collega si sono spostati al settimo piano dell’ospedale. Da lì hanno visto “disfarsi gli ultimi brandelli di Mariupol”.

“Per diversi giorni, l’unico collegamento che abbiamo avuto con il mondo esterno è stato tramite un telefono satellitare”, si legge ancora nel reportage. A quel punto, scrive ancora, “avevo assistito a morti in ospedale, cadaveri nelle strade e dozzine di corpi spinti in una fossa comune”.

Il video-giornalista e il fotografo erano lì anche quando è stato colpito l’ospedale materno-pediatrico. “Quando siamo arrivati i soccorritori stavano ancora tirando fuori dalle rovine donne incinte insanguinate”. Erano senza batterie e senza collegamento internet. È stato allora che hanno conosciuto un agente di polizia che li ha portati a una fonte di alimentazione e ha provveduto alla connessione internet: “Questo cambierà il corso della guerra”. E così, in effetti, è stato per l’attacco all’ospedale. Per mandare tutti i file, foto e video, “ci sono volute ore, ben oltre il coprifuoco”. “I bombardamenti sono continuati, ma gli ufficiali incaricati di scortarci attraverso la città hanno aspettato pazientemente”.

Poi Chernov e Maloletka sono tornati in un seminterrato, senza connessione. Non sapevano che fuori, intanto, le loro foto erano state spacciate per false dai canali di informazione russi. Intanto a Mariupol “non funzionava alcun segnale radiofonico o televisivo ucraino”. Solo una radio filorussa che diffondeva un unico messaggio “Mariupol è circondata, consegna le tue armi”.

L’11 marzo, tre giorni prima di lasciare la città, “l’editore ci ha chiesto di trovare le donne sopravvissute all’attacco all’ospedale materno-pediatrico, per dimostrare la loro esistenza”. Così i due hanno ritrovato in un altro ospedale le donne che avevano fotografato, i cui scatti hanno fatto il giro del mondo. “Siamo saliti al settimo piano per inviare il video e da lì ho visto un carro armato dopo l’altro avvicinarsi all’ospedale. Avevano la lettera Z diventata emblema russo della guerra. Eravamo circondati, decine di medici, centinaia di pazienti e noi”.

Solo allora, dopo ore passate nell’oscurità, sono arrivati i soldati ucraini che li hanno portati via. “Non sembrava un salvataggio”, scrive Chernov che ammette di essersi “vergognato” per essere partito. Anche il racconto del viaggio per lasciare Mariupol è dettagliato. I due dell’Associated Press hanno dovuto attraversare quindici posti di blocco russi. Con loro in auto anche una famiglia di tre persone. “A ogni posto di blocco – scrive ancora Chernov – la madre seduta davanti pregava furiosamente”. Solo allora ha capito che l’esercito ucraino non sarebbe entrato a Mariupol, dovendo affrontare così tanti posti di blocco equipaggiati con “soldati e armi pesanti”.

“Mentre ci fermavamo al sedicesimo posto di blocco, abbiamo sentito delle voci. Voci ucraine. Ho provato un enorme sollievo. La madre davanti all’auto è scoppiata a piangere. Eravamo fuori”, dice ancora Chernov. Lui e Maloletka erano gli ultimi giornalisti a Mariupol. “Ora non ce ne sono più”.

Lui, conclude, avrebbe saputo come raccontare sia l’attacco aereo al teatro di Mariupol, dove si erano rifugiate centinaia di persone, sia il bombardamento alla scuola d’arte della città. “Ma ora non possiamo più arrivarci”.

26° GIORNO DI GUERRA --- 21-03-22

Truppe russe pronte per nuova offensiva a Mariupol. Colpito impianto chimico a Sumy. Distrutto un centro commerciale a Kiev, otto morti. Ma i russi: “Era deposito di razzi”. Nuove accuse a Mosca: “Deportati in Russia 2400 bambini”. Spese militari fino al 2% del Pil: più soldi per bombe e soldati. Tutti signorsì, tranne ex M5s e Sinistra italiana (di W. Marra e G. Salvini).

Il petrolio venduto all’Ue vale per Mosca molto più del gas: la spesa militare è legata all’export di greggio. L’Europa discute le nuove sanzioni

25° GIORNO DI GUERRA ---20-03-22

Il punto sulla guerra tra Ucraina e Russia: le ultime notizie - Esteri -  ilgiorno.it

I russi: tregua e resa di Mariupol entro le 12 di lunedì. Zelensky: “Parlare con Putin o terza guerra mondiale”. E dice: “È una Shoah”. Israele: paragone è oltraggioso

 

23° GIORNO DI GUERRA --18-03-22

Nuovi attacchi anche su Kiev, dopo Kharkiv e Leopoli. A Mariupol si combatte in centro.

Bombardamenti nella zona dell’aeroporto di Leopoli. Mosca annuncia: “Si combatte nel centro di Mariupol”. Pentagono: “Minaccia nucleare se guerra si trascina”

Guerra Russia-Ucraina, “la Fsb ha arrestato Gavrilov”: è il vice comandante della Guardia nazionale, che ha subito ingenti perdite

Il vice comandante della Guardia nazionale in Russia (Rosgvardia), il generale Roman Gavrilov, “è stato arrestato dall’Fsb“. A riportarlo è Christo Grozev, direttore esecutivo del sito di giornalismo investigativo Bellingcat, citando tre diverse fonti. L’intelligence di Mosca sarebbe intervenuta a causa della “fuga di informazioni militari che ha portato alla perdita di vite umane”, ha spiegato una delle fonti. La notizia dell’arresto non è confermata, ma l’agenzia di informazione russa Ura.ru riporta che Gavrilov è stato licenziato. La certezza è che la Rosgvardia, corpo creato nel 2016 che risponde direttamente al presidente Vladimir Putin, nell’invasione russa in Ucraina ha subito ingenti perdite. Gavrilov quindi potrebbe aver pagato le difficoltà dell’avanzata di Mosca. Già settimana scorsa, infatti, è stata diffusa la notizia dell’arresto del generale Sergei Beseda e del suo vice, Anatoly Bolukh. I due erano a capo del dipartimento dell’Fsb per l’intelligence estera, quello che si è occupato di raccogliere informazioni per preparare l’invasione. Secondo Grozev, è chiaro che Putin riconosca come quella che lui definisce “operazione speciale in Ucraina” non stia andando come aveva previsto.Gavrilov in precedenza aveva lavorato per il Servizio di protezione del Presidente (Fso), come Viktor Zolotov, il numero uno di Rosfvardia. Secondo il portale Ura.ru, a licenziare Gavrilov sarebbe stato lo stesso Zolotov “per ragioni sconosciute, forse compromettenti“, ha detto all’agenzia una fonte delle forze dell’ordine. Tuttavia, c’è anche chi nega tutto. Il deputato della Duma Alexander Khinshtein ha definito la notizia dell’arresto assolutamente falsa: “Ho appena parlato io stesso con il generale Gavrilov”, ha scritto su Telegram.

Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono parte della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via come moscerini”

 

22° GIORNO DI GUERRA

Assedio di Mariupol, Kiev stima 20mila civili morti. ‘130 superstiti nel teatro’. Stasera alle 20 riunione del Consiglio sicurezza Onu, domani telefonata Biden-Xi---

 

21° GIORNO DI GUERRA

Negoziati, Mosca annuncia: Kiev è disponibile a status neutrale come Austria e Svezia. Lavrov dopo l’apertura di Zelensky: “Vicini ad accordo, anche su sicurezza”--16-03-22

 Bombardate Odessa e Mariupol, i principali porti ucraini, esplosioni anche a Kiev e a Kharkiv. Ottimismo da entrambe le parti sui colloqui. Il presidente ucraino: “Ora sono più realistici”. Il ministro di Putin: “Compromesso possibile”

Lo spettro del ’98: “Soldi come carta straccia, li buttavamo via”

Sanzioni, oggi scade il debito. Se Mosca paga in rubli sarà default

Ventiquattro anni fa la crisi e la svalutazione dei risparmi aprì la strada al primo mandato di Putin.

Primo rimborso di obbligazioni in dollari: un test sulle misure dell'Occidente

La Russia versa i 117 milioni di dollari per pagare gli interessi sui suoi bond. Ma non si sa se i soldi finiranno ai creditori

La Russia avrebbe pagato regolarmente e in dollari le cedole da 161 milioni dovute oggi su bond governativi denominati nella valuta statunitense. “Il pagamento è arrivato alla banca americana di riferimento, che è titolare del nostro conto in valuta estera”, ha detto il ministro delle finanze russo Anton Siluanov. “Attualmente il pagamento è in fase di elaborazione e finora non abbiamo avuto indicazioni sul fatto che sia andato o meno a buon fine. Ma sappiamo che la banca è in contatto con l’Ofac e ci ha chiesto le informazioni necessarie sullo scopo del pagamento. Quindi stiamo aspettando informazioni dalla nostra banca”. Ieri l’agenzia di rating statunitense Fitch ha ribadito che un pagamento in rubli anziché in dollari (ipotesi prospettata da Mosca) avrebbe determinato l’avvio della procedura di default che prevede un “periodo di grazia” di 30 giorni. Data chiave sarà ora quella del prossimo 4 aprile quando arrivano a scadenza bond per 2 miliardi di dollari.L’ammontare complessivo dei titoli governativi russi denominati in dollari è relativamente modesto, circa 40 miliardi di dollari. Ce ne sono altri 105 che fanno a capo a società per lo più a controllo pubblico. In testa il colosso del gas Gazprom, circa 30 miliardi, che di recente ha lanciato messaggi rassicuranti ai creditori. Debiti in dollari per alcuni miliardi di dollari a testa fanno capo a Russian Railways, Lukoil, Rosneft oltre che alla prima banca russa Sberbank. Non sembra che Mosca non sia al momento a corto di valuta estera. Le riserve della banca centrale russa, equivalenti a 640 miliardi di dollari sono in parte bloccate ma il paese incassa 800 milioni di dollari al giorno in fora di pagamento per l’export di gas, petrolio e carbone.
 

Macchine carbonizzate e crateri enormi: Kharkiv ridotta a un cumulo di macerie

La vicepremier Iryna Vereshchuk: "Il dolore diventerà acciaio e sarà la spada che trafiggerà il nemico"

Gli ucraini: "Ucciso Oleg Mityaev, è il quarto generale russo morto"

Oleg Mityaev sarebbe il quarto a essere caduto dall'inizio dell'invasione. Mosca non conferma

 

La foto del suo cadavere è stata postata dal reggimento ucraino Azov. Il giornale ucraino Telegraf ricorda che il generale Mityaev aveva guidato le truppe russe nel 2015 nel Donbass.

Gli altri generali russi uccisi sarebbero Andrei Sukhovetsky il 3 marzo, il generale Andrei Sukhovetsky il 7 marzo vicino a Kharkiv e Artem Vitko l'11 marzo. Mosca ha confermato la morte di solo uno dei quattro graduati.

Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono parte della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via come moscerini”

“Non sto affatto giudicando quelli che hanno una villa a Miami o in Costa Azzurra, che non possono fare a meno del foie gras, delle ostriche o delle cosiddette libertà di genere. Questo non è assolutamente il problema, ma, ripeto, il problema è che molte di queste persone sono mentalmente lì e non qui, non con il nostro popolo, non con la Russia. Questo è, secondo loro – secondo loro! – un segno di appartenenza a una casta superiore, a una razza superiore. Queste persone sono pronte a vendere le loro madri per avere il permesso di sedersi nell’anticamera di questa casta molto alta”. È il gelido messaggio che il presidente russo Vladimir Putin rivolge in diretta tv ai cosiddetti “oligarchi“, i ricchissimi imprenditori vicini al potere politico i cui beni e conti correnti all’estero sono stati tra i primi bersagli delle sanzioni economiche degli Stati occidentali.Queste persone – dice in un discorso alla nazione incentrato proprio sull’economia russa – vorrebbero essere come gli occidentali, “imitandoli in ogni modo possibile. Ma dimenticano o non capiscono affatto che questa cosiddetta casta superiore, se ha bisogno di loro, è solo per usarli come materiale sacrificabile per causare il massimo danno al nostro popolo. L’Occidente collettivo sta cercando di dividere la nostra società, speculando sulle perdite militari e sulle conseguenze socio-economiche delle sanzioni, per provocare una guerra civile in Russia e cerca di raggiungere l’obiettivo usando la sua “quinta colonna”. E c’è solo un obiettivo, la distruzione della Russia“, avverte. “Ma qualsiasi nazione, e soprattutto il popolo russo, sarà sempre in grado di distinguere i veri patrioti dalle canaglie e dai traditori, e li sputerà semplicemente fuori, come un moscerino che gli è volato accidentalmente in bocca”.

Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono parte della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via come moscerini”

Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono parte della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via come moscerini”

"Molte di queste persone sono mentalmente lì e non qui, non con il nostro popolo, non con la Russia. Queste persone sono pronte a vendere le loro madri" per sentirsi parte dell'Occidente . È il gelido messaggio che il presidente russo rivolge ai ricchissimi imprenditori vicini al potere i cui beni e conti correnti all'estero sono stati tra i primi bersagli delle sanzioni economiche

20° GIORNO DI GUERRA--15-03-22

 

Zelensky: “Non entreremo nella Nato, va ammesso”

 

Bisogna ammettere che l’Ucraina non entrerà a far parte della Nato. È questo il concetto espresso dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky in una riunione online dei leader della Joint Expeditionary Force, secondo quanto riportano l’agenzia di stampa russa Ria Novosti, ma anche l’agenzia di Kiev Unian. “L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo”: queste le parole di Zelensky.

Il leader ceceno Kadyrov: "Sono vicino a Kiev, arrendetevi o vi finiremo". Ex parlamentare ucraino promette casa a chi lo uccide

Il 'Martello di Stalin' colpisce Kiev

Forze ucraine del battaglione nazi AZOV aprono il fuoco contro un blindato russo a Mariupol

La giornalista che ha interrotto in diretta il tg russo: "Mi vergogno di aver fatto propaganda per Putin"

Putin cerca in Siria nuove forze per l'attacco alle città ucraine: mille dollari al mese per andare a combattere

Notte di missili sui palazzi di Kiev: almeno 4 morti. Imposto il coprifuoco per 36 ore: “Momento difficile”. I premier polacco, ceco e sloveno vanno da Zelensky

 

19° GIORNO DI  GUERRA

Profughi a quota 5 milioni

Negoziati in corso, Kiev vuole cessate il fuoco e ritiro russo. Mosca: “Pronti a prendere il controllo totale delle città ucraine”. Iniziato incontro Usa-Cina a Roma --- 14-03-2022

 

 

18° GIORNO DI GUERRA

L’attacco russo alla base al confine polacco: 35 morti. Lunedì i negoziati, Kiev ottimista: ‘Mosca più sensibile alla nostra posizione’. L’Ue rimanda ancora le sanzioni-- 13-03-22

Nel raid feriti dei soldati olandesi (video). Il ministero russo: “Uccisi mercenari stranieri”. Bombe a Mykolaiv, scuola rasa al suolo: “Almeno due vittime”. Si tenta di evacuare Mariupol. Il negoziatore: “Ci aspettiamo risultati concreti”.

Proteste contro la guerra in decine di città russe: a Mosca 300 arresti, “oltre 14.200 da inizio conflitto”

Dal gruppo Wagner al battaglione Azov, ecco le milizie parallele di Mosca e Kiev. Il caso dei ceceni: gruppi schierati su entrambi i fronti

“Mosca ha chiesto assistenza militare alla Cina”

 

La Russia ha chiesto alla Cina assistenza militare per sostenere l’invasione dell’Ucraina. Lo riporta il Financial Times citando fonti americane, secondo le quali Mosca avrebbe chiesto attrezzature militari e altra assistenza militare a Pechino fin dall’inizio dell’invasione. La richiesta ha suscitato preoccupazione all’interno della Casa Bianca, sollevando timori sulla possibilità che Pechino metta a rischio gli sforzi per aiutare le forze ucraine a difendere il paese.
Gli Stati Uniti si sono “preparati a mettere in guardia gli alleati sulla situazione alla luce delle indicazioni che la Cina potrebbe aiutare la Russia”, mette in evidenza il Financial Times, riferendo che alcuni funzionari americani hanno ricevuto indicazioni di alcune carenze nelle armi delle forze russe.

 

La guerra in Ucraina è il primo banco di prova dell’asse Mosca-Pechino

Dal 1989 la narrativa occidentale non è cambiata: è rimasta trionfalista. Anche davanti all’offensiva militare russa in Ucraina, l’atteggiamento dei leader occidentali è vittorioso. La lotta è tra il bene e il male, noi siamo il bene, Putin è il male e l’esito è certo: vinceremo noi. Nessuno si domanda come sia possibile che la dicotomia degli anni Trenta e Quaranta sia tornata a tormentarci, nessuno ha il coraggio di fare autocritica e chiedersi dove abbiamo sbagliato, dal momento che non siamo riusciti a contenere o a rimuovere il male sul crescere. I media giustamente celebrano l’eroismo e il patriottismo degli ucraini, ma si guardano bene dall’analizzare gli errori di politica estera commessi dalla peggiore classe politica dell’era moderna da quando il blocco comunista è imploso. Non c’è nulla di meglio di un po’ di storia per confrontarci con la realtà.

Non è la prima volta che Vladimir Putin attacca militarmente un’altra nazione – il male non si materializza in poco tempo: se incontrastato cresce, si rafforza, si consolida. Lo ha fatto nel 2008 in Georgia, ad esempio. Non è neppure la prima volta che l’esercito russo letteralmente rade al suolo intere città: è successo in Siria nel 2012. Vi ricordate le immagini di Aleppo dove non era rimasto in piedi neppure un edificio? Chi pensate che guidasse i carri armati russi e chi dava gli ordini? Certo non l’esercito siriano. È successo anche durante la seconda guerra in Cecenia, iniziata nel 1999 con la repressione brutale dei moti di indipendenza.

In tutte queste nazioni, come in Ucraina oggi, colonne di milioni di profughi si sono mosse come formiche sul mappamondo. Mentre marciavano, spesso l’aviazione russa radeva al suolo le loro case, gli ospedali, le scuole, le chiese, le moschee. Edificio dopo edificio, tutto veniva centrato dai missili e si trasformava in macerie. La tattica di Putin è sempre stata la stessa: radere tutto al suolo, fare tabula rasa, cancellare il passato. Queste offensive militari si sono materializzate sotto gli occhi del libero e democratico Occidente, il blocco di nazioni che ha vinto la guerra fredda ma che non ha saputo gestire la pace. E così le guerre di Putin si sono moltiplicate intorno a noi, avvicinandosi sempre di più. Guerre in cui l’esercito russo agiva come i barbari di Attila. A volte, come nel caso dello Stato Islamico, queste guerre ci hanno anche fatto comodo e segretamente siamo stati contenti delle vittorie di Putin. Inebriati dall’euforia della vittoria della guerra fredda, come scrisse Francis Fukuyama, ci siamo davvero illusi che la storia fosse finita, che eravamo riusciti ad annientare la guerra. E così negli ultimi quindici anni non ci siamo accorti che, mentre Putin vinceva le sue guerre di conquista territoriale, molte cose cambiavano sullo scacchiere mondiale. Nonostante l’espansione della Nato verso est, ad esempio, l’immagine degli Stati Uniti quale potenza mondiale, il cui compito è garantire i principi democratici e la libertà nel mondo, si è via via lacerata. Le menzogne per invadere l’Iraq, gli insuccessi in Siria e Libia e, più recentemente, l’abbandono dall’Afghanistan hanno offerto a nuovi dittatori come Putin una potente narrativa politica antiamericana, diversa da quella della guerra fredda: una narrativa moderna. All’ombra del declino americano, che culmina con l’assalto al Congresso del 6 gennaio dietro incitamento del presidente uscente Trump, questa narrativa ha permesso alla Russia e alla Cina, potenze autoritarie, di avvicinarsi, di formare un blocco ideologico-politico che contrapponga alla decadenza del modello democratico americano la stabilità di quello autocratico.La risposta dell’Occidente è stata di spingere Putin e Xi fuori del circolo magico dell’élite politica internazionale e di accerchiarli con alleanze e patti a carattere militare. Anche la Cina, dunque, negli ultimi dieci anni è stata allontanata da Washington. La politica diretta a tenere a distanza Pechino, iniziata da Obama, è culminata nella guerra tariffaria di Donald Trump, seguita dal divieto di accesso delle imprese cinesi alle tecnologie più innovative americane. Nonostante le pressioni cinesi, Joe Biden non ha rimosso le restrizioni di Trump, né ha abbandonato il piano strategico dei suoi due predecessori, e cioè di creare la versione asiatica della Nato, che va dall’India al Pacifico.

Invece di seguire il motto romano divide et impera, l’Occidente trionfalista ha fatto di tutto affinché i nemici si coalizzassero, un’unione che ha funzionato bene per una serie di motivi. A livello economico le due nazioni sono complementari: la Russia produce materie prime di cui necessita la Cina e la Cina prodotti ad alta tecnologia, oltre a investire in un settore di cui la Russia ha bisogno. Tra i progetti, ad esempio, la produzione di aerei che faranno concorrenza a Boeing e Airbus. Tutto ciò spiega perché nel 2021 il commercio tra le due nazioni è cresciuto del 37%.

Tra i due leader esiste anche un’intesa, una simpatia a carattere personale che scaturisce dalla condivisione di un’infanzia dura e dal desiderio comune di riportare le proprie nazioni alla gloria del passato. Obiettivo di Putin, lo zar, e di Xi, l’imperatore, è costruire un nuovo ordine mondiale di cui Russia e Cina siano le incontrastate icone. La guerra in Ucraina è il primo banco di prova dell’asse Mosca-Pechino: se la Russia riesce a sopravvivere economicamente grazie al mercato e all’economia cinese, una volta che tutti i legami con l’Occidente saranno recisi, allora accanto alle macerie delle città ucraine ci saranno anche i detriti di molte multinazionali occidentali. E chi pensa che Putin e Xi non abbiano pianificato a tavolino la loro strategia è ancora affetto dalla sindrome del trionfalismo occidentale.

Zelensky: ‘Nuovi colloqui solo dopo il cessate il fuoco’. Macron e Scholz: ‘Mosca non vuole fermarsi’. E il Cremlino minaccia gli Usa per le armi fornite a Kiev. Ieri bombardamenti anche a Ovest, a pochi km dall’Ue. Che blocca l’export dei beni di lusso verso Mosca. Combattimenti nell’oblast di Kiev, deputato ucraino: “Per loro sarà un’altra Stalingrado”. Pronte le contro sanzioni russe all’Occidente.

I dirigenti lasciano Aeroflot, la più grande compagnia aerea di Mosca: “La vecchia vita è finita”. Chelsea: la Premier League squalifica Abramovich, mentre il governo gli nega ogni profitto della vendita della squadra.

Porto, arrestato rabbino: “Prove false sulla discendenza di Abramovich per la cittadinanza”.

Macron e Scholz sentono Putin: "La Russia non vuole fermare la guerra". In corso nuovi colloqui tra Mosca e Kiev video.

16° GIORNO DI GUERRA

 

La mappa della Nuova Russia secondo Putin

11-03-2022

Ucraina, la guerra arriva anche a ovest. Kiev denuncia: “La Bielorussia potrebbe invaderci stasera”. L’Onu: “Credibili i report sulle bombe a grappolo di Mosca”

I raid di Mosca si allargano a Dnipro, Lutsk e Ivano-Frankovsk. Mariupol completamente circondata. Rapito il sindaco di Melitopol. Sirene nella capitale. Biden: “Putin aggressore, deve pagare un prezzo” | ORA PER ORA 

Iran, “pausa” nei colloqui sul nucleare. La Russia non vuole il petrolio di Teheran sul mercato

“Putin scontento del Fsb: arrestati i capi del reparto che ha raccolto le informazioni per l’invasione”..“16mila miliziani dal Medio Oriente pronti a sostenerci. Molti combatterono contro l’Isis”

Dovevano fornire informazioni in vista dell’invasione, comprendere quale situazione politica i russi avrebbero trovato sul campo, una volta invasa l’Ucraina. E le cose non sarebbero andate proprio com’erano state prospettate. Per questo motivo, secondo i noti giornalisti investigativi Andrei Soldatov e Irina Borogan, adesso Vladimir Putin avrebbe dato il via alle epurazioni. Ad essere colpiti, finendo agli arresti domiciliari, sarebbero stati due operativi della quinta divisione della Fsb, il reparto dei servizi segreti russi incaricati di raccogliere informazioni in Ucraina. I due giornalisti citano fonti interne agli 007 di Mosca.

La notizia raccolta dall’analista russo specializzato nei servizi di intelligence, che non ha ancora avuto alcuna conferma ufficiale, è stata rilanciata anche dal sito dissidente Meduza. Dopo due settimane di guerra, la tesi dei due analisti è che Putin si sia finalmente reso conto di essere stato fuorviato: l’intelligence, temendo di far arrabbiare il leader, gli avrebbe fornito ciò che lui stesso voleva sentire. Quindi i due sarebbero stati fermati per uso improprio dei fondi stanziati per le operazioni, nonché per le scarse informazioni di intelligence.

Ai domiciliari – secondo Soldatov e Borogan – sono finiti il capo della quinta divisione della Fsb Sergei Beseda e il suo vice Anatoly Bolukh. Beseda è un ufficiale di primo livello dei servizi russi, da tempo considerato nel cerchio più ristretto dei fidati del Cremlino, tanto da essere inserito negli elenchi dei sanzionati da Ue e Usa fin dal 2014 perché sarebbe stato tra i protagonisti dei tentativi di Mosca di fermare la rivoluzione ucraina del 2014. Beseda è responsabile dell’intelligence sull’Ucraina, Bolukh della disinformazione.

Da giorni diversi media internazionali continuano a ribadire che Putin è infuriato per le informazioni erronee raccolte dalla Fsb, tra gli eredi del Kgb, in vista dell’invasione dell’Ucraina. Il direttore della Cia William Burns negli scorsi giorni ha detto di ritiene che alcune delle ipotesi messe sul campo da Putin si sono rivelate false, incluso il pensare che l’Europa sarebbe stata distratta dalle prossime elezioni in Francia e dal cambio della leadership in Germania. E definendolo come determinato a controllare l’Ucraina, il numero uno della Cia ha detto che il presidente russo sta “ribollendo nella combustibile combinazione di rancore e ambizione”.

Ucraina, perché la hitlerizzazione del nemico è un pericoloso strumento che giustifica la guerra (

La locuzione latina Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur significa mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata (Tito LivioStorie, XXI, 7, 1).

La citazione esatta sarebbe Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur. Questa frase non è pronunciata dagli ambasciatori di Sagunto per chieder l'aiuto di Roma nello sforzo di respingere l'assedio che nel 219 a.C. il generale cartaginese Annibale Barca aveva posto alla città, ma è l'amaro commento di Livio alla situazione (cfr. Livio, XXI, 7, 1). Roma tergiversò, sicché dopo otto mesi di combattimenti la città si arrese e Annibale la rase al suolo. Questo attacco fu il casus belli della seconda guerra punica.)

Ucraina, perché la hitlerizzazione del nemico è un pericoloso strumento che giustifica la guerra

In primis, siffatto dispositivo produce una destoricizzazione integrale dei rapporti di forza, ai quali sostituisce la metafisica sovrastorica del male assoluto. La concretezza storica e il diagramma dei rapporti di forza politici e geopolitici, economici e sociali, spariscono d’incanto, sostituiti dalla metafisica del male assoluto che individua di volta in volta l’avvento imprevedibile del nuovo Hitler sempre in agguato nella penombra sovrastorica. E così, per limitarci al caso specifico della situazione ucraina, sparisce di scena la lunga storia che dagli anni Novanta ci porta al nostro tormentato presente, con l’espansione irresponsabile della Nato e con l’egualmente irresponsabile accerchiamento della Russia, ossia le condizioni reali che ci hanno condotti a questa sporca guerra. Essa va condannata, certo: ma va condannata tutta, dall’espansionismo Nato al gesto di Putin.

In luogo di queste condizioni storicamente determinate, resta solo la figura metafisica del nuovo Hitler che ancora una volta torna alla ribalta e che come il diavolo in terra combina disastri per via della sua intrinsecamente malvagia natura. Destoricizzazione completa della situazione, come si diceva. Forze metafisiche del male contro forze metafisiche del bene: manicheismo 2.0.

In secondo luogo, la hitlerizzazione dell’avversario nega in forma apriorica ogni possibile via del negoziato, della diplomazia e della possibile risoluzione pacifica delle contese. Con l’avversario si può trattare pacificamente, cercando accordi diplomatici. Con Hitler bisogna invece necessariamente intraprendere la guerra totale, senza mediazione possibile. In tal guisa, la hitlerizzazione dell’avversario diventa un pericoloso strumento per giustificare la guerra totale, vuoi anche la guerra mondiale che troppo spesso è stata disinvoltamente evocata da più parti in queste settimane. Lo schema del nuovo Hitler rende sempre giustificabili i disastri più osceni, presentati di volta in volta come risposte dolorose ma necessarie al male assoluto.

Semplificando, ubi Hitler, ibi Hiroshima. Se l’avversario non è tale, ma è direttamente il nemico assoluto, il male sulla terra, in una parola il nuovo Hitler, allora ogni reazione è giustificata e, di più, doverosa. Perfino, in casi estremi, la bomba atomica, ciò che dovrebbe destare particolare preoccupazione nel tempo in cui continuamente si evoca la possibile guerra nucleare. Queste considerazioni, si badi, non sono affatto volte a giustificare la presunta bontà di Putin. Essa è inesistente, come inesistente è quella di Biden, di Xi Jinping e di chiunque si trovi sulla plancia di comando della politica (basterebbe aver letto Machiavelli).

Semplicemente, queste considerazioni aspirano a mettere in guardia rispetto a un dispositivo, quello della reductio ad hitlerum, che viene ormai apertamente ammesso e utilizzato a ogni latitudine senza una debita considerazione critica, senza una approfondita riflessione su presupposti e conseguenze. Dunque, nel più totale trionfo del dogmatismo. Un siffatto dispositivo, oltretutto, sta sempre più contribuendo a mettere pubblicamente alla berlina le sacrosante ragioni di chi oggi, in Europa e in Italia, sostiene le ragioni della pace, ben sapendo che abissale è la differenza tra il giusto invio di sostegno al popolo ucraino e il pericoloso invio di armi e militari in Ucraina. “Forse volete sostenere Hitler?”, si domanda indignati a chi osi oggi – ed è il caso del sottoscritto – sostenere le ragioni della pace.

 

12° GIORNO DI GUERRA

A Kiev l’ennesimo fallimento dei corridoi umanitari. Turchia ospiterà incontro tra ministri russi e ucraini. “Carri armati di Mosca tra i condomini della capitale”--07-03-22

I russi aprono sei corridoi umanitari, ma Kiev rifiuta di evacuare i civili: “Portano in Russia e Bielorussia”.  Alle 15 il terzo round dei negoziati in Bielorussia. Il ministro degli Esteri turco annuncia che il 10 marzo ospiterà un incontro tra Lavrov e Kuleba. La Cina si propone come mediatrice |

Mosca vara la lista di “Paesi ostili”: c’è anche l’Italia. Cosa prevede il decreto sui pagamenti in rubli

Gli Usa ora trattano col nemico Maduro: “Biden vuole isolare Putin e riprendersi il petrolio di Caracas”

L’altra emergenza, prezzi del grano ai massimi. A rischio le forniture per paesi che dipendono da Kiev

La Russia ha approvato la lista di “Paesi ostili”: così verranno pagati tutti i creditori esteri. Aumentano i timori per un default di Mosca

 

’ipotesi di uno stop al petrolio russo trascina Piazza Affari e le altre Borse europee in rosso. La benzina sfonda i due euro anche al self

L’altro volto della guerra in Ucraina: “Nei villaggi le forze di Mosca abbandonano molti mezzi”

Un carro armato russo e il suo pilota fermati dalla resistenza ucraina a nord di Kharkhiv (reuters)

Un racconto della resistenza. I servizi britannici danno credito ai report dei partigiani di Kiev. “Ora l’esercito invasore sembra stanco e demotivato”. Il tentato golpe a Leopoli e in altre quattro regioni occidentali...

Solo 50 profughi ucraini accolti (in Italia sono 17mila): governo Johnson nella bufera

 

DECIMO GIORNO DI GUERRA-05-03-22

Ucraina, riprende l’offensiva dei russi su Mariupol. Israele prova a mediare: Bennett va da Putin a Mosca, poi vola da Scholz e telefona a Zelensky e a Macron--tentativo di cessate il fuoco temporaneo: stop ai corridoi umanitari. Scambio di accuse tra Mosca e Kiev, mentre riprende l’offensiva russa a Mariupol. Lunedì terzo round dei negoziati. Putin: “Sanzioni? Dichiarazione di guerra”. La Cina agli--

L’analista: “Tregua? Solo il preludio dei raid a tappeto. Putin non vuole i colloqui adesso”.

SETTIMO GIORNO DI GUERRA

Ucraina, Mosca annuncia: “Presa la città di Kherson”. Altre bombe su Kiev, a Kharkiv assaltato un ospedale. Biden: “Putin un dittatore. Deve pagare o ci sarà caos” 02-03-22 Raid anche sui quartieri residenziali. Sventato l’omicidio di Zelensky per mano dei ceceni. Improbabili nuovi negoziati oggi.

L'avanzata a Sud |

nonostante le forti perdite dei russi. Altre bombe su Kiev, a Kharkiv assaltato un ospedale. Biden: “Putin un dittatore. Deve pagare o ci sarà caos” 02-03-22 Raid anche sui quartieri residenziali. Sventato l’omicidio di Zelensky per mano dei ceceni. Improbabili nuovi negoziati oggi.

 

SESTO GIORNO DI GUERRA

 Città sotto attacco. Distrutta la sede del governo a Kharkiv Video | Colonna di mezzi russi lunga 60 km verso Kiev, missili su Mariupol

Missili su Kharkiv e Mariupol. Zelensky a Usa e Ue: "Non è un film, date un segnale"

-1-03-22

 

BORODIANKA

Il cameraman filma la battaglia da un palazzo: il carro armato gli spara contro

La contestazione della giornalista ucraina contro l'immobilismo Nato ammutolisce Johnson

https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/ucraina-bombardamento-a-chuhuiv-l-esplosione-forma-un-gigantesco-fungo/409579/410283?ref=vd-auto&cnt=1

 

Ucraina, colpita torre tv a Kiev: le drammatiche immagini subito dopo il raid russo

desc img

QUINTO GIORNO DI GUERRA

Al via i negoziati, Kiev chiede cessate il fuoco e ritiro. Zelensky: “Ucraina nell’Ue”. Ma Bruxelles ora frena. “Kharkiv, decine di civili morti sotto le bombe”.Vertice tra delegazioni a Grodno, al confine con la Bielorussia. Al tavolo anche l’oligarca Abramovich. Unhcr: “Oltre 500mila profughi”.28-02-22

L'ex patron del Chelsea Abramovich al tavolo dei negoziati: “Unico tra gli oligarchi ad aver detto di sì”L'Onu parla di 102 civili uccisi tra cui 7 bambini, dall'inizio degli scontri, ma il numero potrebbe essere molto più alto. Il presidente Zelensky ha riferito invece che i minori deceduti a causa dei combattimenti sarebbero 16 e 45 i feriti. Secondo l'Onu sarebbero 102 i civili morti, tra cui 7 bambini, dall'inizio degli scontri in Ucraina, ma il bilancio reale delle vittime potrebbe essere molto più alto. Le autorità di Kiev parlano infatti di 352 morti tra cui 14 bambini.

Mentre 304 sarebbero i feriti in Ucraina dopo l'inizio dell'attacco russo: lo ha detto l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet parlando a Ginevra in occasione del Consiglio dei diritti umani. 'La maggior parte di loro sono deceduti a causa dalle armi esplosive ad ampio raggio', ha aggiunto.

Per quanto riguarda i bambini invece il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha riferito che nei combattimenti in Ucraina negli ultimi quattro giorni ne sono morti 16 e 45 sono rimasti feriti.

Sul fronte russo invece sarebbero circa 5.300 i morti dall'inizio dell'invasione, secondo il bilancio fornito da parte ucraina e riportato dal Guardian, che sottolinea come non sia possibile verificare i dati in modo indipendente. Il bilancio dei militari di Kiev parla anche di 191 tank, 29 velivoli, altrettanti elicotteri e 816 blindati distrutti.

Nel frattempo rende noto su Facebook Anton Herashchenko, consigliere del ministro degli Interni di Kiev, che  "decine di civili sono stati uccisi e centinaia di altri feriti durante i pesanti bombardamenti russi della città di Kharkiv, nell'Ucraina orientale". Le truppe di Mosca, aggiunge, hanno bombardato le aree residenziali con missili Grad. "Il mondo intero deve vedere questo orrore! Morte agli occupanti!", conclude.

Mentre sono oltre 368mila le persone che sono fuggite dal conflitto in corso in Ucraina per dirigersi nelle vicine Moldavia, Polonia, Ungheria e Romania. A riferirlo tramite Twitter è stato l'alto commissario delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), Filippo Grandi.

Invece i 13 soldati ucraini dell'isola Zmiinyi nel Mar Nero, l'Isola dei serpenti, creduti morti in seguito a un bombardamento russo, sono vivi e tenuti prigionieri. Lo riferisce la Marina ucraina su Facebook. Le 13 guardie di frontiera sono note per aver risposto 'fottitì a una nave da guerra russa che ordinava loro di arrendersi.

QUARTO GIORNO DI GUERRA

Ucraina, Putin mette in allerta il sistema di deterrenza nucleare. Stati Uniti e Nato: ‘Irresponsabile escalation’. Kiev accetta i negoziati. Nuove sanzioni dall’Europa-

Diretta Da domani colloqui coi russi. Esplosioni a Kiev, il sindaco: "Siamo circondati". Di Maio: "Impossibile evacuare gli italiani".

27-02-22

desc img

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/27/guerra-russia-ucraina-battaglia-a-30-chilometri-da-kiev-una-colonna-di-mezzi-militari-del-cremilino-distrutta-fra-le-case-a-bucha/6509616/

TERZO GIORNO DI GUERRA:

Ucraina, ancora raid russi su Kiev, Kharkiv e Leopoli. Trincee e cartelli divelti: guerra urbana nella capitale. Germania, Belgio e Olanda inviano artiglieria e missili.26-02-22OFFENSIVA A TUTTO CAMPO’ – Il Paese affronta la quarta notte di guerra. Imposto coprifuoco dalle 17 fino a lunedì mattina. Il Cremlino: “Il governo ha rifiutato il negoziato”. Kiev: “Falso”. Per l’Unhcr già 150mila persone hanno lasciato il Paese. Biden: “Oltre le sanzioni c’è solo la terza guerra mondiale”

Da comico-presidente a capo della resistenza: storia di Zelensky, presidente che sfida Putin: ci si prepara al combattimento all'abbraccio casa per casa. In campo aperto non esiste un esercito ucraino.

 

Ucraina, Kiev: assalto russo al ministero della Difesa

Ucraina, carro armato russo distrutto sulla riva del Dnepr: i corpi dei soldati giacciono a terra

Kiev sotto assedio, Putin si rivolge all’esercito ucraino: ‘Prendete voi il potere’. E ora Mosca minaccia Svezia e Finlandia: conseguenze militari se entrano nella Nato-25-02-22

Pioggia di missili su Kiev nella notte: sentite forti esplosioni nella Capitale dell'Ucraina

 Ora Zelensky vuole trattare. Il Cremlino accetta, ma insulta: “Banda di drogati e neonazisti”. Messaggio ai soldati: “Per voi più semplice trovare un accordo con noi”

Putin: "Non mi aspetto di raggiungere accordi con una banda di drogati e neonazisti"

Kiev, struttura evacuata d’urgenza: non fermiamo le cure per i bambini con il cancro. La raccolta della Fondazione del Fatto – dona

 

La Russia ha iniziato l’invasione: manovra a tenaglia, blitz da Bielorussia e Crimea, missili su Kiev – La ricostruzione dell’attacco-24-02-22

  • 23:19

    Truppe di fanteria russe sbarcate a Mariupol

     

    Le truppe di fanteria della Marina russa sono sbarcate nei pressi di Mariupol e stanno incontrando decisa resistenza, mentre a Odessa controllano l’aeroporto e non intendono entrare nel centro abitato, almeno per il momento. Una colonna meccanizzata cerca di farsi strada su costa verso Mariupol per ricongiungersi alle truppe sbarcate. Lo apprende l’AdnKronos da fonti di intelligence occidentali.

     

  • 23:17

    Fonti intelligence: colonne militari russe nei sobborghi di Kiev

     

    Le colonne russe in marcia verso Kiev sono giunte nei sobborghi della capitale. Lo rendono noto all’AdnKronos fonti dell’intelligence occidentali, sottolineando che per il momento non sono entrate in città, ma finora hanno trovato scarsa o nulla resistenza. C’è stato uno sbarco in elicottero di truppe aviotrasportate all’aeroporto di Hostomel, a pochi chilometri dalla città, che da questo pomeriggio è sotto il controllo russo.

L’annuncio di Vladimir Putin, probabilmente registrato già lunedì, è stato trasmesso poco dopo le 4 italiane (le 6 a Mosca) mentre a New York era in corso per la seconda volta in tre giorni un Consiglio di sicurezza dell’Onu di cui la Russia è presidente di turno. “Ho deciso per un’operazione militare speciale. La possibilità che l’Ucraina abbia armi tattiche nucleari costituisce una minaccia strategica per la Russia”, ha sostenuto il presidente russo dando ufficialmente il via all’invasione dello Stato nel cuore dell’Europa orientale che a sua detta è “parte integrante della storia russa”. L’attacco è partito da più fronti, con una manovra a tenaglia su larga scala a differenza di quanto ci si aspettava nei giorni scorsi. I media locali hanno riferito che forze russe sono entrate nel Paese sia dal confine russo sia da Bielorussia e Crimea. Forti esplosioni sono state sentite nei maggiori centri, da Kharkiv a Leopoli a Mariupol e nella capitale Kiev, su cui sono stati lanciati missili prendendo di mira i caccia ucraini in un aeroporto fuori Kiev ma colpendo anche palazzi e strutture commerciali.La Cnn – citando fonti del governo di Kiev – ha dato notizia di “centinaia di vittime” tra feriti e morti. Al momento, intorno a mezzogiorno ora italiana, si contano alcune decine di morti tra la capitale (una quarantina di vittime) e Odessa (18). Mentre suonavano le sirene, auto della polizia con i megafoni hanno invitato i passanti nel centro di Kiev “a rifugiarsi nei sottopassi” e poi rientrare immediatamente nelle proprie case, racconta l’Ansa. Secondo Bloomberg la Russia ha usato “armi di alta precisione per distruggere infrastrutture militari ucraine”. Il ministero della Difesa russo ha poi fatto sapere che “le difese aree dell’Ucraina sono state soppresse“. Le forze armate di Kiev dal canto loro rivendicano di aver abbattuto 5 aerei russi e un elicottero. Mosca smentisce. Navi da guerra russe pattugliano le acque al largo di Odessa .L’annuncio di Putin durante il Consiglio di sicurezza Onu – Per giustificare l’attacco, Putin ha detto che Mosca vuole “smilitarizzare e de-nazificare” l’Ucraina. La responsabilità dello spargimento di sangue a suo dire sarà nelle mani del “regime ucraino“. I soldati ucraini sono stati invitati a deporre le armi e a tornare a casa. “I vostri padri e i vostri nonni non hanno combattuto per poter aiutare poi i neo-nazisti”, la sua esortazione. L’obiettivo dichiarato dell’invasione di un Paese è “proteggere la popolazione” del Donbass separatista “che per otto anni è stata soggetta a maltrattamenti e genocidio”, stando alla versione di Mosca. Poi il presidente ha avvertito gli altri paesi che qualsiasi tentativo di interferire con l’azione russa porterebbe a “conseguenze che non hanno mai visto“. Secondo il Guardian il messaggio era registrato. I metadati mostrano infatti che il file del video è stato caricato sul sito del Cremlino il 21 febbraio. Putin appare nella stessa posizione e con gli stessi abiti che indossava durante il discorso di lunedì durante il quale ha annunciato il riconoscimento delle repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk.

Putin riconosce in diretta tv il Donbass: “Ucraina non è un Paese, ma parte della nostra storia”. Accuse alle Nato: “Russia obiettivo dei loro missili”21-02-22

Donetsk e Luhansk, le due auto-proclamate repubbliche del Donbass che Putin ha riconosciuto

Nel Donbass oltre 770mila ucraini hanno il passaporto russo e negli anni sono cresciute le pulsioni secessioniste. Nel 2014 iniziò il conflitto, mai veramente cessato, che ha già causato almeno 14mila morti. Nemmeno le intese sottoscritte a Minsk sono state risolutive

 

Vladimir Putin ha riconosciuto le Repubbliche separatiste del Donbass. Il capo del Cremlino ha anticipato la decisione in una telefonata con Olaf Scholz e Emmanuel Macron comunicando di voler “firmare a breve” un decreto. Cosa che poi ha fatto in diretta televisiva, dopo un lungo discorso alla nazione. Un nuovo passo che sostanzialmente apre le porte all’ingresso delle truppe di Mosca nei territori, in quanto non ritenuti dell’Ucraina, e quindi fa scivolare la crisi verso una possibile guerra. “L’Ucraina non è un Paese confinante, è parte integrante della nostra storia, cultura, spazio spirituale. È stata creata da Lenin”, ha detto Putin nel suo discorso alla nazione, accusando anche l’ambasciata statunitense di “controllare direttamente alcuni giudici” e affermando che “l’Ucraina ha già perso la sua sovranità”, definendola serva dei “padroni occidentali”. Altro che incontro imminente tra Joe Biden e il presidente russo, la tensione nell’est Europa vive un’altra giornata di fibrillazioni, iniziata con l’annuncio di un “imminente” bilaterale Usa-Russia, secondo l’Eliseo, e trasformatasi nel nuovo punto più basso della crisi con il Cremlino che ha riconosciuto gli indipendentisti del Donbass. L’annuncio ha scatenato la reazione immediata di GermaniaFrancia e Ucraina che hanno convocato un vertice d’urgenza e in aggiunta Macron riunirà in serata il Consiglio di difesa francese. La Casa Bianca, dove Biden ha riunito il Consiglio di sicurezza nazionale, ribadisce che un attacco “estremamente violento contro l’Ucraina è possibile nei prossimi giorni o ore”. Poi ha fatto sapere che il presidente “firmerà presto un ordine esecutivo che proibisce nuovi investimenti, attività commerciali e finanziarie da parte degli americani per, da o nelle cosiddette regioni separatiste dell’Ucraina”. Dopo il discorso di Putin, Biden si è intrattenuto in una telefonata lunga 35 minuti col presidente ucraino Zelensky. Kiev, da parte sua, chiede una riunione urgente del Consiglio di sicurezza Onu. D’altra parte col discorso di questa sera Putin mette chiaro che per il momento non retrocede dai suoi intenti. Già nel corso nel corso della seduta straordinaria del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, aveva spiegato che gli accordi di pace di Minsk non hanno “nessuna prospettiva” di applicazione, almeno per il momento. Quindi aveva scongiurato l’adesione dell’Ucraina alla Nato: in questo caso Kiev “potrebbe iniziare a riprendersi la Crimea, e la Nato stessa si unirebbe a questi eventi”. E ancora, soprattutto, aveva annunciato una decisione imminente sul riconoscimento richiesto dalle repubbliche autoproclamate del Donbass.Poi anticipata a Scholz, con il cancelliere tedesco che ha “condannato i piani per riconoscere le cosiddette Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk come Stati indipendenti”. Un passo in palese contraddizione con gli accordi di Minsk sulla composizione pacifica del conflitto nell’Ucraina orientale e costituirebbe una violazione unilaterale di tali accordi da parte della Russia, ha spiegato Scholz. “L’Unione ribadisce il suo incrollabile supporto all’indipendenza, alla integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina nell’ambito dei confini internazionalmente riconosciuti. L’Ue reagirà con sanzioni dirette nei confronti di chi è coinvolto in quest’azione illegale”, si legge in una dichiarazione congiunta della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio Ue Charles Michel. Il tweet con cui Michel ha espresso la prima reazione Ue al riconoscimento del Donbass da parte di Mosca è condiviso dall’alto rappresentare Ue Josep Borrell e dalla presidente del Pe, Roberta Metsola. Di fronte ai repentini sviluppi Borrell ha annunciato: “Se c’è un’annessione, se c’è un riconoscimento, ci sono le sanzioni, tenendo presente della procedura” necessaria. “Io presenterò un pacchetto di misure, che vanno approvate dal Consiglio Affari Esteri Ue all’unanimità”, ha chiarito. Quindi ha aggiunto: “In Ucraina la Russia ha creato la più grande minaccia alla pace e alla stabilità in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”. Per Borrell, “siamo ad un bivio critico: tutto quello in cui crediamo, le regole internazionali, i principi di progresso raggiunti dopo la fine della Guerra Fredda, tutto questo viene messo in discussione”. Se un attacco dovesse essere condotto attraverso la Bielorussia, lo stesso discorso legato alle sanzioni varrà anche per Minsk, ha chiarito: “È stata trascinata in questa crisi: sta perdendo la sua sovranità, con un dispiegamento non trasparente delle forze russe. La Bielorussia sta perdendo la sua neutralità nucleare, con un processo di ‘satellitizzazione’ rispetto alla Russia”.Lo situazione della crisi ucraina, dunque, rischia di precipitare. Il discorso dell’inquilino del Cremlino alla nazione, infatti, potrebbe rappresentare un punto di non ritorno. Non solo per le parole usate da Putin per descrivere l’Ucraina, ma anche per le accuse all’Occidente. “L’adesione dell’Ucraina alla Nato – ha detto – porrebbe una minaccia diretta per la sicurezza della Russia. In Ucraina le armi occidentali sono arrivate con un flusso continuo, ci sono esercitazioni militari regolari nell’ovest dell’Ucraina, l’obiettivo è colpire la Russia“. Il presidente russo ha accusato l’Occidente di voler attaccare il suo Paese: “Se questo è il modo in cui Nato e Usa vogliono comportarsi anche in territorio ucraino, l’obiettivo siamo noi. I missili Tomahawk possono raggiungere facilmente Mosca, in poco più di 30 secondi. Proprio come hanno fatto negli anni, dispiegando armamenti sempre più vicini alla frontiera e ignorando le nostre preoccupazioni. Non hanno fatto che fare ciò che volevano e presumo continueranno. Non sono d’accordo con questo e mai lo sarò”. Putin ha definito gli impegni presi dalla Nato nel corso degli anni come “parole vuote”. “Sull’espansione a Est della Nato – ha detto – ci hanno ingannato, parole vuote, hanno detto che non lo avrebbero fatto e invece è quello che è successo. Queste infrastrutture militari sono arrivate alle porte della Russia, sui nostri confini”.Le tensioni sul campo intanto continuano: a Donetsk è stato proclamato lo stato d’emergenza, a Lugansk è stato firmato un decreto che indice la mobilitazione volontaria degli uomini di oltre i 55 anni. L’agenzia russa Tass scrive che “cinque sabotatori” ucraini che avevano violato il confine con la Russia sono stati “eliminati”. Kiev smentisce. Nel pomeriggio (ora italiana) è inoltre entrata in vigore una no-fly zone dichiarata dalla Russia sul Mar d’Azov, ovvero una sezione settentrionale del Mar Nero. Dura insomma solo poche ore l’entusiasmo delle diplomazie internazionali per un incontro imminente tra Biden Putin. In mattinata, l’Eliseo aveva annunciato che i due leader avevano dato l’ok all’organizzazione di un summit bilaterale, grazie alla mediazione del presidente Macron, che sarebbe poi stato esteso a “tutte le parti in causa”. Ma dal Cremlino arriva una secca smentita: “Un incontro è al momento prematuro”, fanno sapere. Parole che riportano gli osservatori internazionali a preoccuparsi per l’aumento della tensione tra le parti, con l’esercito ucraino e i ribelli filo-russi del Donbass che sono tornati a scontrarsi con un’intensità simile a quella del conflitto del 2014, nel corso del quale persero la vita 14mila persone. Mosca comunque non chiude la porta ai colloqui tra le parti ma afferma che al momento non ci sono piani in tal senso. “Naturalmente noi non escludiamo” la possibilità di tenere dei colloqui, “se necessario certamente i presidenti di Russia e Usa in ogni momento possono prendere la decisione di avere dei contatti per telefono o di persona. Questa sarà una loro decisione”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. “L’incontro – ha aggiunto – è possibile se i leader dei due Paesi lo riterranno opportuno, al momento vi è chiara comprensione sulla necessità di continuare il dialogo a livello di ministri”. Intanto giovedì il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov incontrerà il segretario di Stato americano Antony Blinken a Ginevra.E nel frattempo la tensione non si spegne: nelle ultime ore i servizi di sicurezza di Mosca hanno accusato Kiev di aver distrutto, con una granata, un valico di frontiera. L’agenzia Tass cita una nota del Servizio federale per la sicurezza russa, secondo la quale un proiettile sparato dal territorio ucraino ha colpito un avamposto delle guardie di frontiera russa nella regione di Rostov: “Il 21 febbraio alle 09:50, un proiettile di un campione non identificato sparato dal territorio dell’Ucraina ha completamente distrutto un posto di controllo delle guardie di frontiera dell’Fsb della Russia nella regione di Rostov, situato a una distanza di circa 150 metri dal confine russo-ucraino”, si legge nella nota. Il segretario del Consiglio di sicurezza dell’Ucraina ha respinto le accuse. Nel Donbass, dove si trovano le autoproclamate repubbliche separatiste filorusse, 266 lavoratori di una miniera di Donetsk sono stati evacuati dopo che l’impianto di aerazione era stato danneggiato da un bombardamento delle forze armate ucraine. Nessun minatore risulta ferito.Sempre a Donetsk è stato proclamato lo stato d’emergenza: oltre 21mila persone sono rimaste senz’acqua a causa di un altro bombardamento, che ha colpito un impianto idrico. Anche l’ospedale della città sarebbe stato danneggiato da colpi di mortaio sparati dall’esercito di Kiev. Situazione complicata anche nella zona intorno a Mariupol, sempre sul confine: “I militanti della 36a brigata hanno attaccato le postazioni delle unità della Milizia popolare (di Donetsk) nell’area di Kominternovo. C’è una battaglia vicino al confine con la Federazione Russa”, riferisce su Telegram il leader dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk Denis Pushilin. “A seguito di colpi di mortaio e artiglieria, un militare della Milizia popolare è stato ucciso, diverse persone sono rimaste ferite”, ha aggiunto Pushilin. E proprio da loro parte l’agenzia locale Tass, secondo la quale cinque “membri di un gruppo di sabotatori” ucraini che avevano violato il confine con la Russia sono stati “eliminati”. L’agenzia Ria Novosti aveva detto che due veicoli della fanteria ucraina – entrati in territorio russo per evacuare il gruppo di sabotatori – sono stati distrutti. Kiev smentisce tutto tramite il portavoce della Guardia di frontiera ucraina, Andriy Demchenko. Mentre l’esercito ucraino ha accusato i separatisti filo russi di aver compiuto 80 violazioni del cessate il fuoco. La compagnia aerea Air France ha fatto sapere di aver annullato i suoi voli previsti per il 22 febbraio fra la capitale francese e quella ucraina. La decisione francese segue quella – uguale – della tedesca Lufthansa e dell’associata Swissair, oltre a quella del vettore austriaco Austrian Airlines.

UN PO' DI STORIA

Conoscere la storia di solito serve a poco, perché la politica sembra sempre esserle superiore. Ma ci sono dei momenti in cui la politica si rifà, volutamente, alla storia per giustificarsi. Il discorso con cui Putin si è rivolto al mondo, ma soprattutto al suo popolo, per giustificare il riconoscimento dei secessionisti del Donbass e minacciare l’Ucraina è intriso di storia. Di una storia vista con gli occhi di Mosca, certo. Ma poiché di storia si tratta, e non di politica, si può provare a determinare se ciò che ha detto sia vero. E in buona parte lo è. Non mancano le fonti cui abbeverarsi, l’ultima e più aggiornata da noi è la Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi di Giorgio Cella.Il legame millenario tra le popolazioni slave dell’attuale Ucraina e dell’attuale Russia è incontestabile. Anzi, come lo stesso Putin ha ribadito in un suo lungo articolo di qualche settimana fa, la Russia è figlia del Rus di Kiev, la prima configurazione statale in quelle terre, il luogo dove la religione cristiano-ortodossa sostituì i culti precedenti, con un significato culturale analogo a quello, ad esempio, della conversione dei Franchi in occidente. A spezzare in parte quella unità, in parte a spingerla a risalire a settentrione verso gli attuali centri nevralgici della Russia fu la spinta mongola che nel 1240 di fatto distrusse Kiev, già indebolita dalla medievale tendenza alla frammentazione dinastica e nobiliare. Ci vorranno secoli in quelle immense pianure, i cui unici punti di riferimento geografico su cui ancorare i confini sono i fiumi, perché si riformasse una parvenza di stato, orientale ma non asiatico. Che non fu ucraino, ma piuttosto baltico.Terra di conquista per i polacco-lituani, cristiani che scendevano dal nord, e dei turchi, islamici che risalivano dal sud, più o meno contemporaneamente alla vera nascita della Russia, quando i principi di Mosca si trovarono ad ereditare l’immenso prestigio culturale di capi del mondo ortodosso per la caduta di Costantinopoli. Mosca diventava la terza Roma, e i principi, divenuti zar, i “protettori” di quell’ecumene e, latamente, dell’intero mondo slavo. Per avere qualcosa di ucraino, almeno in senso geografico, indipendente, gli hetmanati cosacchi, tocca aspettare i tempi dei Promessi sposi. Un esempio che non scelgo a caso, dato che nel libro si parla di una Lombardia spagnola, tanto per dire di quanto lontana “politicamente” sia quella situazione, dall’oggi o dal secolo scorso.

È, libro per libro, il tempo di Taras Bulba, E di lì a poco i capi cosacchi compiranno una scelta che, storicamente, ci porta ai nostri tempi. Sceglieranno di allearsi con gli svedesi di Carlo XII contro i russi di Pietro il grande. Già, gli svedesi. Chi ricorda oggi che c’erano loro, laggiù nel territorio ucraino, a Poltava, a battersi coi russi per il controllo dell’Europa orientale? E a perdere. Avete presente Pietro Micca? Oggi la storia non si studia più per episodi edificanti, ma siamo lì, in un lontanissimo inizio del Settecento. E come da quelle vicende savoiarde prende il via la storia che porta pezzetto per pezzetto all’unità d’Italia, così da quelle altre vicende prende il via la storia che porta alla definizione dell’Impero Russo nei suoi confini sempre più vasti.

Per due secoli l’unione dei due rami slavi della storia diventa un fatto compiuto. Compiuto? Qui entrano in gioco mille fattori culturali. E’ compiuta l’unità d’Italia, se ancora oggi abbiamo i neoborbonici e prima i leghisti, esaltatori di una Padania con molte meno radici storiche dell’Ucraina? E’ compiuta quella spagnola? E la Scozia? E il Belgio, allora, esiste davvero. La storia ci dice sì, forse. Per adesso.Un errore Putin lo commette, volutamente credo, quando con ceffo da boss minaccia gli ucraini di dargliela lui la decomunistizzazione. Perché richiama la nascita comunista dell’Ucraina, con i confini che oggi vediamo sugli atlanti. Chissà se vi ricordate la pubblicità di quello che si vendeva all’inizio degli anni Novanta, il cosmonauta russo che tornava a terra felice di rimettere i piedi sul suolo russo e la vecchia contadina che gli diceva “ma che Russia, Ucraina!”. Quei confini fissati da Lenin nella creazione dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche, una delle quali era appunto l’Ucraina. Una finzione burocratica, una “soluzione” affidata, pensate, a Stalin, al problema di come può la Russia comunista liberarsi della contraddizione nel prendere il posto di un Impero. Come si può proclamare la rivoluzione e il sovvertimento del vecchio ordine sociale, senza lasciare ai popoli, che quell’Impero ha colonizzato e conquistato, la loro libertà e autodeterminazione. Tanto per dire: gli Stati Uniti hanno risolto il problema di coscienza con qualche casinò per i nativi americani, non certo con il rispetto dei trattati sui territori indiani.Per un movimento che pensava di creare l’uomo nuovo in nome dell’internazionalismo proletario, confini e etnie erano, ovviamente, retaggi del passato destinati a svanire nel sol dell’avvenire. Ma ecco dove Putin sbaglia. Su una ideale carta geografica in tempo reale l’Ucraina appare prima delle scelte leniniste. La disegnano i generali prussiani dopo aver sconfitto prima l’esercito zarista, poi quello di Kerenski, infine la neonata Armata Rossa. In una anticipazione del Lebensraum hitleriano, Ludendorff porta i confini degli stati vassalli della Prussia più o meno là dove arriveranno anche le armate con la svastica. I paesi baltici, Estonia, Lituania, Lettonia, così come l’Ucraina fino al Don sono sotto il diretto controllo economico di Berlino, i turchi si riprendono ciò che hanno perso nel corso dell’Ottocento lungo il Caucaso, la Crimea diventa, o meglio dovrebbe diventare – non si fa in tempo – un repubblica tatara dove mandare in vacanza i tedeschi.

La Russia è privata di un terzo della popolazione suddita dello zar. L’Ucraina, quella Ucraina, è il simbolo dell’umiliazione della Russia. I piani per il nuovo ordine europeo con l’elmo a chiodo naufragano sui campi di Francia. Ma quella Ucraina resta nemica di Mosca. Sotto il controllo dei controrivoluzionari del generale Denikin, già che c’erano, le sue truppe si diedero ad un classico di quelle zone: le stragi di civili ebrei costituiscono una delle tre branche della controffensiva che con l’aiuto di Inglesi, Americani, Francesi, Giapponesi, Tedeschi, Polacchi, Cechi (perfino qualche centinaio di italiani dalle parti di Vladivostok) voleva cancellare subito dalla faccia della terra la Russia comunista. Non ci riuscirono. Poco più di vent’anni dopo, come sappiamo, le cose si ripeterono in modo esponenzialmente più drammatico.

Ancora una volta l’Ucraina era il simbolo della umiliazione russa e, stavolta, sovietica. L’immensa sacca di Kiev, le centinaia di migliaia di prigionieri. Il ripetersi dei pogrom in versione genocida, estranei, noi italiani compresi. con gli stivali sul suolo della rodina, la madrepatria, la santa Russia su cui ieri Putin ha di nuovo fatto leva. E poi per la terza volta in un secolo, col collasso dell’Urss, la separazione. Legale e legittima, anche se bizzarra. Votano, visto che esiste la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, solo gli Ucraini sulla loro indipendenza. Un po’ come vorrebbero i Catalani. In Spagna, sembra, non vale. Se votassero tutti insieme con i russi, finirebbe come nel 1860, in America: secessione, non indipendenza. Con tutto il diritto di Lincoln di imporre a ferro e fuoco la riunificazione.

A quello allude, cinico e pericoloso, Putin ironizzando “ve la do io la decomunistizzazione”. Così come il Donbass assomiglia davvero al Kosovo, rispetto alla Serbia. Là bombe, anche nostre, per garantire l’autodeterminazione e la modifica dei confini, qui sanzioni, per ora, anche nostre per impedirla. Separazioni definitive. Definitive? Ogni principe di Kiev, ogni Zar, ogni Atamano, ogni generale ha pensato che il suo equilibrio fosse definitivo. Mentre, come abbiamo visto, nulla è definitivo. La spinta centrifuga dei popoli che vogliono sfuggire il giogo di Mosca, contro la attrazione gravitazionale di quella che è, e resta, la forza dominante di quelle terre. Quando i giornali scrivono che Putin vuole ricostruire l’Urss provano ad inserire – gli serve per non doversi dire antirussi – uno spin anti-comunista, in una vicenda che col comunismo non ha più nulla a che spartire, più vecchia di nove secoli, più giovane di trent’anni.

Quel che Putin mette in gioco col discorso in tv è la Russia, l’Impero, lo zarismo come forma “naturale” del potere a Mosca. Roba di lunghissima durata, roba su cui si sono costruite identità millenarie. Ignorarle può portare ad errori fatali.

 

 

05-04-22

Il bollettino: 96.365 nuovi casi e 197 morti. Tasso di positività al 15% | Mappe e grafici---22-03-22

 

Il bollettino: 32.573 nuovi casi e 119 morti. Il tasso di positività scende al 14,9% | Mappe e grafici--- 21-03-22

Dati – Oltre 85mila contagi nelle ultime 24 ore: +41% rispetto alla settimana scorsa. Il tasso di positività sale al 14,5%. Altre 180 vittime---15-03-22

48.483 nuovi contagi: oltre il 30% in più rispetto a una settimana fa. Altre 156 vittime---09-03-22

 

Oltre 60mila casi in 24 ore: 322 morti. Via le restrizioni per gli arrivi extra Ue dall’1 marzo: stop alle quarantene. Ecco cosa cambia-22-02-22

 

Coronavirus, 59.749 nuovi casi e 278 decessi. Si svuotano gli ospedali: -475 ricoverati con sintomi e -46 in terapia intensiva.16-02-22

Sono 59.749 i nuovi casi di infezione da Sars-Cov-2 accertati nelle ultime 24 ore a fronte di 555mila tamponi processati, di cui 406.477 test antigenici rapidi, con un’incidenza pari al 10,8%. I decessi riportati sono 278, di cui 38 degli scorsi giorni ma comunicati solo oggi. Continuano a svuotarsi i reparti degli ospedali: il saldo ingressi-uscite dell’ultimo giorno è -475 ricoverati con sintomi in area medica e -46 pazienti Covid in terapia intensiva, dove si sono registrati 75 ingressi.

Da lunedì a mercoledì sono stati individuati 159.231 casi, circa 65mila in meno dei 224.378 degli stessi tre giorni della scorsa settimana. Il confronto degli altri indicatori conferma il netto miglioramento della situazione, pur restando i decessi su livelli drammatici (947 in tre giorni, erano stati 1.125). Risultano in calo infatti sia gli ingressi in terapia intensiva, da 259 a 225, sia il saldo ingressi-uscite dai reparti ordinari, con 933 posti letto occupati in meno. Una netta accelerazione rispetto al -533 degli stessi giorni della settimana precedente.

Ad oggi sono quindi 15.127 i pazienti positivi ricoverati nei reparti e altri 1.073 vengono assistiti in rianimazione. Numeri in calo continuo e sempre più rapido, con circa 5mila posti letto in più disponibili rispetto a fine gennaio. Altre 1.463.913 persone positive si trovano invece in isolamento domiciliare, quindi il totale degli attualmente infetti è 1.480.113. Da inizio pandemia i casi confermati di infezione sono stati 12.265.343: escluso chi è contagiato in questo momento, i guariti-dimessi sono 10.633.268 e in 151.962 sono deceduti.

 

Covid, i dati: 133.142 nuovi casi e 427 morti. Continua il calo dei contagi (-30% da martedì scorso), restano alti i decessi---01-02-22

Altri 434 morti: mai così tanti da aprile scorso. Nuova impennata dei contagi: sono oltre 228mila--18-01-22

Dati: 180mila casi e 308 morti. Incidenza cala al 14,8%. Emilia-Romagna, ok agli autotest a casa: ora le regioni cercano di accelerare sulla liberazione dei positivi--15-01-22

Nei prossimi tre mesi tutti faremo il Covid? Alla fine dell’ondata Omicron ci sarà chi si è vaccinato e chi si è infettato e chi, purtroppo, è morto come conseguenza dell’infezione Covid”. Così Andrea Crisanti, ospite di ‘Accordi&Disaccordi’, il talk politico condotto da Luca Sommi e Andrea Scanzi in onda su Nove, ha commentato le parole del professor Matteo Bassetti, che aveva dichiarato: “Nei prossimi tre mesi chi non ha fatto il Covid fino ad oggi lo farà. Ci saranno alcuni che lo faranno bene, ci saranno alcuni che lo faranno meno bene e ci saranno alcuni che lo faranno molto male. E tutti ne pagheremo le conseguenze”. “Questo è un virus che ha un indice di trasmissione elevatissimo, paragonabile al morbillo – ha detto il microbiologo – Non penso che abbia raggiunto il massimo possibile di trasmissione per un patogeno, quindi è chiaro che ci troviamo di fronte a una novità assoluta. E guardi, con un virus che ha questo indice di trasmissione, che chiaramente rende impossibile anche qualsiasi attività di tracciamento, perché capisce bene che è impossibile tracciare potenzialmente 15 contatti e poi tutta la catena dei contatti dei contatti. E’ talmente alto l’indice di trasmissione di questo virus che magari è passato senza troppi commenti il fatto che Australia e Nuova Zelanda abbiano abbandonato la politica di zero Covid, proprio per le caratteristiche di questo virus, quindi è chiaro che è difficile non essere d’accordo con l’affermazione di Bassetti”, ha concluso il professore.

Covid, i dati – Ancora record: 189.109 contagi in 24 ore e con meno tamponi. 231 le vittime (con riconteggi) e 452 ricoveri-5-01-22

Anche oggi si registra un nuovo record di contagi da Covid 19 in Italia nelle ultime 24 ore. I nuovi positivi sono 189.109. Ieri erano stati 170.844. In calo il numero delle vittime: sono 231 rispetto alle 259 di ieri, ma comprendono anche diversi “riconteggi” comunicati dalle regioni. Sale però il tasso di positività: i tamponi effettuati sono stati infatti 1.094.255, quasi 200mila in meno rispetto ai 1.228.410 di ieri. Il tasso di positività cresce così al 17,28%, ieri era al 13,9%.

Guardando al numero di ricoveri i dati indicano 36 ingressi in terapia intensiva in un giorno, contando il saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri sono invece 132. Crescono anche i ricoverati con sintomi nei reparti ordinari: sono 13.364, 452 in più rispetto a ieri. In totale in Italia ci sono quasi un milione e mezzo di attualmente positivi, per l’esattezza 1.421.117.

Gli ultimi dati sono anche frutto di alcuni riconteggi delle regioni. L’Abruzzo fa sapere che il totale dei tamponi processati con test molecolare, persone testa e positivi, comprendono anche alcuni dati del periodo dall’1 gennaio non precedente comunicati, così come un decesso, riferito ai giorni scorsi. Anche in Campania 15 vittime non vanno riferite alle ultime 24 ore, ma a un periodo precedente compreso tra l’8 dicembre e il 2 gennaio. Dal conteggio dei positivi, invece, l’Emilia Romagna elimina 8 casi, comunicati nei giorni precedenti ma non riferibili a contagi Covid, csì come il Friuli Venezia Giulia che elimina 12 casi conteggiati erroneamente nei giorni precedenti. Anche la Sicilia va sapere che dei 32 decessi riportati oggi, 8 sono da riferire al 4 gennaio, 19 al 4 gennaio, uno al 2 gennaio, uno all’1 gennaio, 2 al 31 dicembre e 1 al 27 dicembre.

Covid Italia, il bollettino del 24 dicembre: 50.333 nuovi casi su oltre un milione di tamponi

In un giorno 44.595 nuovi casi: mai così tanti. Morti in 168. Mille ricoverati in più in 4 giorni.
Iss: “Omicron al 28% e raddoppia ogni 48 ore”--23-12-21---

Discoteche, la chiusura decisa dal governo alla vigilia delle feste e senza fare cenno ai ristori. I gestori: “Pietra tombale, cosa diciamo ai nostri lavoratori?”

Il bollettino di oggi: balzo del contagio, 36.293 nuovi casi, 146 decessi. Il tasso di positività al 4,7%, +1% in 24 ore | Mappe e grafici--22-12-21

I dati: 28.632 nuovi contagi, mai così in tutto il 2021. De Luca “riapre” le terapie intensive in Campania. Veneto, Zaia anticipa le misure della zona gialla--17-12-2021

ITALIA:

9.503 nuovi casi e 92 morti: tasso positività al 3,2%. I ricoverati con sintomi in netto aumento: +282--6-12-21

Covid, il contagio vola nell’Est Europa: pochi vaccinati, salgono i morti. La Russia chiude per 9 giorni, in Bulgaria arriva il green

Russia e Ucraina registrano nuovi picchi di morti, con numeri record da inizio pandemia. Lo stesso accade in Romania, dove sono stati superati i 500 decessi in un giorno. I contagi da Covid volano nell’Europa dell’est, dove molti Paesi devono fare i conti con una percentuale di vaccinazioni molta bassa e una conseguente impennata dei casi man mano che l’autunno avanza. Anche il presidente russo Vladimir Putin si è arreso alla crescita dei contagi e ha annunciato che a causa della situazione epidemiologica saranno dichiarati “giorni non lavorativi” quelli dal 30 ottobre al 7 novembre ma col mantenimento della retribuzione. Per 9 giorni, quindi, chiudono tutte le attività. In Bulgaria, maglia nera in Ue per tasso di immunizzati, da giovedì 21 ottobre invece entrerà in vigore l’obbligo di green pass. E pure la Repubblica Ceca, dove comunque più della metà della popolazione è vaccinata, valuta nuove restrizioni dopo che nelle ultime 24 ore ha superato i 3mila casi.Russia e Ucraina registrano nuovi picchi di morti, con numeri record da inizio pandemia. Lo stesso accade in Romania, dove sono stati superati i 500 decessi in un giorno. I contagi da Covid volano nell’Europa dell’est, dove molti Paesi devono fare i conti con una percentuale di vaccinazioni molta bassa e una conseguente impennata dei casi man mano che l’autunno avanza. Anche il presidente russo Vladimir Putin si è arreso alla crescita dei contagi e ha annunciato che a causa della situazione epidemiologica saranno dichiarati “giorni non lavorativi” quelli dal 30 ottobre al 7 novembre ma col mantenimento della retribuzione. Per 9 giorni, quindi, chiudono tutte le attività. In Bulgaria, maglia nera in Ue per tasso di immunizzati, da giovedì 21 ottobre invece entrerà in vigore l’obbligo di green pass. E pure la Repubblica Ceca, dove comunque più della metà della popolazione è vaccinata, valuta nuove restrizioni dopo che nelle ultime 24 ore ha superato i 3mila casi.Nella vicina Romania, penultimo Paese per vaccinazioni tra gli Stati Ue, la situazione è simile. Martedì sono stati comunicati il nuovo record di morti e casi di Covid: 574 morti e 18.863 nuovi positivi in 24 ore. Al momento il sistema sanitario romeno è alla sua capacità massima con più di 1.800 pazienti in terapia intensiva. Per questo motivo, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha annunciato che invierà un esperto nel Paese per aiutare a rafforzare la sua risposta pandemica e ha promesso 34mila test rapidi e 200 concentratori d’ossigeno per i pazienti Covid. La settimana scorsa, diversi pazienti sono stati inviati in Ungheria (dove invece la percentuale di vaccinati si avvicina al 70%) per essere ricoverati in terapia intensiva.

Coronavirus, i dati – 4.598 nuovi casi (+896 rispetto a una settimana fa). Salgono ancora i ricoveri (+11), stabili le intensive. Altri 50 morti,27-10-2021

 

Regno Unito, nuovo record di morti da marzo a causa del coronavirus: sono 223 in 24 ore

In Gran Bretagna torna preoccupante il numero delle vittime giornaliere per Covid. Mentre fino a oggi era tornato molto alto il numero di contagi, ma con ricoveri e decessi che rimanevano comunque limitati a causa dell’azione dei vaccini, i dati diffusi dal governo mostrano che nelle ultime 24 ore sono 223 le persone che hanno perso la vita a causa del coronavirus, un record dal marzo scorso, anche se il numero tiene conto anche del consueto recupero statistico di parte dei dati ritardati relativi weekend.

Sulle possibili cause, non si è ancora espressa la comunità scientifica britannica. Certo è che da una parte va registrato l’alto numero di contagi, che nell’ultima giornata hanno comunque fatto registrare un calo (43mila circa, oltre la soglia dei 40mila per il settimo giorno consecutivo ma comunque sotto il picco di quasi 50mila di ieri), dall’altra la minor copertura offerta da AstraZeneca riguardo alla variante Delta, oltre al fatto che il Paese, dove proprio oggi è stata annunciata la scoperta di una nuova mutazione discendente dalla Delta e battezzata con la sigla AY.4.2, ha eliminato da mesi qualsiasi tipo di restrizione.

Proprio la variante, però, non è responsabile dell’aumento dei contagi, specificano gli esperti. Solo il 6% dei casi Covid sequenziati sono ora di un nuovo tipo e in un Paese che sequenzia moltissimo il dato può essere considerato più che affidabile e non sottostimabile.

In questo momento, riporta la Bbc online, sono in corso test per capire quanto possa effettivamente rappresentare una minaccia il nuovo mutante intercettato. I virologi ritengono improbabile che decolli o sfugga ai vaccini attuali. La nuova mutazione di Delta non è ancora considerata una variante di preoccupazione o una variante sotto indagine.

 

Crisanti ad Accordi&Disaccordi (Nove): “La variante Delta? Preoccupante, dimostra che il virus continua a mutare”

“La variante Delta ci deve preoccupare”. Così il direttore di Microbiologia dell’Università di Padova Andrea Crisanti, ospite di ‘Accordi&Disaccordi’, il talk politico condotto da Luca Sommi e Andrea Scanzi, con la partecipazione di Marco Travaglio, in onda tutti i mercoledì alle 21.25 su Nove sulla nuova mutazione del Coronavirus che sta creando allerta in Gran Bretagna e in Europa. “Penso ci debba preoccupare per due ragioni fondamentalmente: primo perché ha una capacità di trasmissione molto elevata, se possibile addirittura superiore a quella inglese e poi per il fatto, ormai acclarato, che il vaccino Astrazeneca in dose singola non protegge dall’infezione, almeno per quanto riguarda la positività”, ha detto il professore. Inoltre, “la variante Delta ci fa capire che la capacità del virus di adattarsi e di generare nuove mutazioni sicuramente non è finita. Io penso che il futuro si gioca fondamentalmente su due aspetti: primo, la durata della protezione indotta dal vaccino; secondo, la protezione dalle varianti tramite il sequenziamento“. Purtroppo, su quest’ultimo aspetto, secondo Crisanti “l’Italia ha un approccio amatoriale e assolutamente non in linea con quelli che sono Paesi come la Germania, l’Inghilterra o gli Stati Uniti”.

‘Accordi&Disaccordi’ è prodotto da Loft Produzioni per Discovery Italia e sarà disponibile in live streaming e successivamente on demand sul nuovo servizio streaming discovery+ nonché su sito, app e smart tv di TvLoft. Nove è visibile al canale 9 del Digitale Terrestre, su Sky Canale 149 e Tivùsat Canale 9.

Uk, la variante Delta al 90% di prevalenza. “In tutto 42 decessi, 12 erano stati vaccinati”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/11/uk-la-variante-delta-al-90-di-prevalenza-in-tutto-42-decessi-12-erano-stati-vaccinati/6227190/

Eutanasia, parte la raccolta firme per il referendum: “Agire di fronte a un Parlamento paralizzato e sordo”. La storia di Daniela che non è stata libera di scegliere

Sono passati due anni da quando il Parlamento lasciò scadere il tempo concesso dalla Corte costituzionale per riempire il vuoto normativo sul suicidio assistito, prima di pronunciarsi sul caso di Marco Cappatofinito a processo per aver aiutato a morire l’ex dj Fabo accompagnandolo in Svizzera. Ma se allora la Lega si mise di traverso, facendo arenare la discussione sulla proposta di legge sull’Eutanasia legale (cinque, in realtà, i testi presentati alla Camera), oggi parte la raccolta di firme per un referendum promosso dall’associazione Luca Coscioni di cui Cappato è tesoriere. Il testo, depositato il 20 aprile scorso in Corte di Cassazione, prevede una parziale abrogazione dell’articolo 579 del codice penale (omicidio del consenziente), che impedisce la realizzazione di della cosiddetta “eutanasia attiva”. “In caso di approvazione – spiega l’associazione – si passerebbe dal modello della ‘indisponibilità della vita’, sancito dal codice penale del fascismo nel 1930, al principio della ‘disponibilità della vita’ e dell’autodeterminazione individuale, già introdotto dalla Costituzione repubblicana, ma che ora deve essere tradotto in pratica. Il referendum, come aveva spiegato a ilfattoquotidiano.it Marco Cappato, punta a tutelare “anche i pazienti che non siano dipendenti da trattamenti di sostegno vitale, come i malati di cancro, per i quali è comunque già intervenuta la Consulta”. C’è tempo fino al 30 settembre per raccoglierne 500mila firme: i primi tavoli a Milano (angolo tra Corso Garibaldi e via Statuto) e Roma (Largo Argentina), mentre entro il 30 giugno saranno allestiti in tutta Italia.Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta presso la sala stampa della Camera dei Deputati, è stato trasmesso il video messaggio di Daniela. Trentasette anni, pugliese, affetta da una grave forma di tumore al pancreas, avrebbe voluto poter scegliere di porre fine alle sue sofferenze: “Ho vissuto una vita da persona libera. Vorrei essere libera di morire nel migliore dei modi”. Non ha fatto in tempo ad andare in Svizzera per ricorrere al suicidio assistito. Aveva contattato l’Associazione Luca Coscioni e a febbraio aveva chiesto alla Asl di Roma, dove viveva, e al relativo Comitato Etico, la verifica e l’attestazione delle condizioni necessarie per poter ricorrere al suicidio assistito, in applicazione della storica sentenza 242/2019 emessa dalla Corte Costituzionale, proprio nell’ambito del processo a Cappato. Una sentenza secondo cui non è punibile “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Daniela, però, aveva dovuto impugnare una risposta negativa. Alla fine, era ricorsa d’urgenza al Tribunale di Roma per ottenere le verifiche previste, ma l’udienza era stata fissata al 22 giugno. Considerata la situazione, è stato chiesto di anticipare la decisione, ma nessuno ha mai risposto. Daniela è morta il 5 giugno.Con l’intervento referendario l’eutanasia attiva sarebbe consentita nelle forme previste dalla legge sul consenso informato e il testamento biologico e in presenza dei requisiti introdotti dalla sentenza della Consulta, mentre rimarrebbe punita se il fatto è commesso contro una persona incapace o contro una persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia o contro un minorenne. Ad oggi, invece, in Italia l’eutanasia attiva è vietata sia nella versione diretta (se il medico somministra il farmaco alla persona che ne faccia richiesta, violando l’articolo 579 del codice penale), sia nella versione indiretta (se qualcuno prepara il farmaco che viene poi assunto in modo autonomo dalla persona) e, in questo caso, si incorre nel reato di istigazione e aiuto al suicidio (articolo 580 del codice penale), fatte salve le cause di esclusione introdotte nel 2019 dalla Consulta. Forme di eutanasia passiva, ovvero praticata astenendosi dall’intervenire per tenere in vita il paziente in preda alle sofferenze sono già considerate penalmente lecite, soprattutto quando l’interruzione delle cure ha lo scopo di evitare l’accanimento terapeutico. “Ma molti casi ambigui creano condotte ‘complesse’ o ‘miste’, che non consentono spesso di distinguere con facilità se si tratti di eutanasia mediante azione od omissione e, soprattutto – spiega l’associazione – pongono il problema di una possibile disparità di trattamento ai danni di pazienti gravi e sofferenti affetti però da patologie che non conducono di per sé alla morte per effetto della semplice interruzione delle cure. Da qui l’esigenza di ammettere l’eutanasia a prescindere dalle modalità della sua esecuzione concreta (attiva e omissiva)”.Dopo la conferenza, l’appuntamento è proseguito in Largo Argentina per l’avvio della raccolta nella Capitale. C’era anche Mina Welby, ma moglie di Piergiorgio Welby, attivista e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni affetto da distrofia muscolare, per il quale non solo fu negata la richiesta dei legali di porre fine all’accanimento terapeutico (a staccare il respiratore fu il medico, poi assolto dall’accusa di omicidio del consenziente), ma gli furono anche negati i funerali con rito religioso. La funzione non religiosa, è bene ricordarlo, fu celebrata davanti alle porte chiuse della parrocchia che, anni dopo, avrebbe invece accolto quelli trionfali del boss dei Casamonica. Tra le altre persone malate assistite dall’associazione c’è anche Mario (nome di fantasia). Ha 43 anni, abita in un paesino delle Marche e a causa di un grave incidente stradale che gli ha provocato la frattura della colonna vertebrale con la conseguente lesione del midollo spinale, è tetraplegico con altre gravi patologie da 10 anni. Le sue condizioni sono irreversibili. Si era visto negare da ASL e tribunale la possibilità di accedere all’iter previsto dalla sentenza 242, ma proprio in questi giorni, con una nuova ordinanza storica (la prima del genere in Italia) il Tribunale di Ancona ha ribaltato la decisione del giudice precedente, imponendo alla ASL di verificare le condizioni del paziente per accedere al suicidio assistito, attuando di fatto la sentenza della Consulta.“Mario ci ha messo 10 mesi passando per 2 udienze 2 sentenze, per vedere rispettato un suo diritto, nelle sue condizioni” commenta l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’associazione, secondo cui “non è possibile costringere gli italiani a una simile doppia agonia. Occorre una legge. Per questo – aggiunge – a fronte di un Parlamento paralizzato e sordo persino ai richiami della Corte costituzionale è necessario un referendum”. Da qui alle prossime settimane sarà possibile aderire alla campagna anche presso avvocati e notai registrati. “Il loro ruolo – spiega Cappato – è fondamentale nell’ambito della raccolta firme, perché hanno la facoltà di autenticarle, insieme a cancellieri, parlamentari, sindaci, assessori, consiglieri comunali, consiglieri regionali e dipendenti comunali”. Fanno già parte del comitato promotore del referendum Radicali Italiani, Partito Socialista Italiano, Eumans, Volt, Più Europa, Possibile, Sinistra italiana e Federazione dei Verdi. Il Comitato è aperto all’adesione di associazioni, partiti, movimenti sindacati e altre organizzazioni e, tra primi sostenitori, ci sono l’ARCI nazionale e la CGIL nuovi diritti.

Calo demografico, Istat: “Nel 2020 il Covid ha peggiorato la tendenza. Oltre all’aumento dei decessi, nuovo minimo storico di nascite”.

Nel 2020 si registra un nuovo minimo storico di nascite dall’unità d’Italia e un massimo storico di decessi dal secondo dopoguerra. Gli effetti negativi prodotti dal Covid hanno amplificato la tendenza al declino di popolazione in atto dal 2015. Lo rileva l’Istat nel report “La dinamica demografica durante la pandemia covid-19- anno 2020”, in cui l’Istituto segnala che al 31 dicembre 2020 la popolazione residente è inferiore di quasi 384mila unità rispetto all’inizio dell’anno, come se fosse sparita una città grande quanto FirenzeDal 1 gennaio al 31 dicembre 2019 la popolazione residente in Italia era diminuita di quasi 189mila unità. Nel 2020 le nascite sono diminuite del 3,8%: quasi 16mila nati in meno rispetto all’anno precedente. Sono stati iscritti in anagrafe per nascita 404.104 bambini. Il report evidenzia anche il crollo dei movimenti migratori internazionali: -66,3% durante la prima ondata.

I decessi in totale ammontano invece a 746.146, il numero più alto mai registrato dal secondo dopoguerra, con un aumento rispetto alla media 2015-2019 di oltre 100mila unità (+15,6%). Dall’inizio della crisi sanitaria (marzo 2020) a fine anno si è osservato un eccesso di morti del 21% rispetto alla media dello stesso periodo dell’ultimo quinquennio. I decessi Covid sono stati quasi 76mila, il 10,2% dei decessi totali a livello medio nazionale (il 70% dell’eccesso complessivo), spiega l’Istat.

Il Nord, con il 14,5% sul totale dei morti, registra il maggior peso percentuale, il doppio rispetto al Centro (6,8%) e al Mezzogiorno (5,2%). La Lombardia, sottolinea l’istituto, sperimenta il bilancio più pesante in termini di decessi nel 2020: +111,8%. Per tutte le altre regioni del Nord l’incremento dei morti del periodo marzo-maggio è compreso tra il 42% e il 53%. Solamente il Veneto e il Friuli Venezia Giulia si distinguono per un surplus di decessi più contenuto (rispettivamente +19,4% e +9,0%). Al Centro spiccano le Marche che, con il +27,7% di eccesso di morti, si discostano in modo rilevante dall’incremento medio della ripartizione (+8,1%). Nel Mezzogiorno solo l’Abruzzo e la Puglia (+11,6% entrambe) fanno rilevare valori ben al di sopra di quello medio dell’intera area (+5,1%).“L’impatto differenziale dell’epidemia sulla mortalità (maggiore al Nord rispetto al Mezzogiorno) e la contrazione dei trasferimenti di residenza“, sottolinea l’Istat, spiegano anche le differenze geografiche nel calo della popolazione, che di conseguenza è più accentuato al Nord-ovest. Nel corso del 2020 il Nord-ovest registra una perdita dello 0,7% e il Nord-est dello 0,4%. Il Centro vede raddoppiare in termini percentuali il deficit di popolazione (da -0,3% del 2019 a -0,6% del 2020) mentre il Sud e le Isole, più colpite nella seconda ondata (da metà settembre), subiscono una perdita dello 0,7%, simile a quella del 2019, per effetto della tendenza allo spopolamento già in atto da diversi anni. Anche la provincia autonoma di Bolzano, tradizionalmente caratterizzata da incrementi di popolazione, vede ridurre il saldo totale percentuale. All’opposto le regioni del Mezzogiorno, anche quelle con il primato di saldo totale negativo (Molise -1,3% e Basilicata -1,0%), hanno perdite percentuali più contenute rispetto al 2019. Il report evidenzia anche il crollo del numero dei matrimoni celebrati: 96.687, -47,5% sul 2019 (-68,1% i matrimoni religiosi e -29% quelli con rito civile).Nel corso del 2020 si contano in totale 1.586.292 iscrizioni in anagrafe e 1.628.172 cancellazioni. Le ripercussioni della pandemia sono state molto rilevanti sui movimenti migratori internazionali. Le iscrizioni dall’estero (220.533 nell’anno 2020), già in calo nel 2019 per la componente straniera, mostrano una diminuzione nei primi due mesi dell’anno (-8,8%) per poi crollare durante la prima ondata (-66,3%) e recuperare lievemente (ma sempre con una variazione negativa) nel corso dell’anno (-23,3% nella fase di transizione e -18,2% nella seconda ondata). Le cancellazioni verso l’estero (141.900 in totale), invece, evidenziano uno slancio di partenze nella fase pre-Covid (+20%), una consistente riduzione durante la prima ondata (-37,3%), una lievissima ripresa durante la fase di transizione (+0,8%) e un ulteriore crollo in corrispondenza della seconda ondata (-18,4%).

CureVac, il terzo vaccino a mRna che può far svoltare l’Ue. L’azienda: “Produrremo 300 milioni di dosi nel 2021. Si conserva a 5 gradi”

L'azienda di biotecnologie di Tubinga, in Germania, spera di avere l'approvazione dell'Ema entro giugno. L'amministratore delegato Haas a ilfattoquotidiano.it: "Questa tecnologia consente lo sviluppo di vaccini sicuri ed efficaci. A differenza di altri, non utilizziamo alcun mRNA modificato chimicamente". Ci sarà una rete europea di produzione e distribuzione: "Il problema è la fornitura delle materie prime, per via dei blocchi alle esportazioni".

Tubinga sperano che il mese buono sia quello di giugno: circa sei mesi dopo il via libera a Pfizer/Biontech, dalla città universitaria tedesca potrebbe arrivare il terzo vaccino a Rna messaggero contro il Covid, quello sviluppato dall’azienda di biotecnologie CureVac. Il processo di approvazione da parte dell’Ema è già cominciato a febbraio: “Il candidato vaccino di CureVac, CVnCoV, è in una fase avanzata della sperimentazione clinica a seguito di ampi studi sulla sicurezza e sulla tollerabilità. Ci aspettiamo nuovi dati nel corso del secondo trimestre e li utilizzeremo come base per far avanzare il processo di approvazione del nostro vaccino che è già iniziato“, spiega a ilfattoquotidiano.it Franz-Werner Haas, amministratore delegato di CureVac. Per l’Unione europea e l’Italia l’autorizzazione sarebbe una boccata d’ossigeno nella campagna di vaccinazione: il candidato vaccino tedesco utilizza la tecnologia dell’Rna messaggero come quelli Pfizer o Moderna, che finora hanno avuto altissime performance in termini di efficacia e creato meno grattacapi dal punto di vista della sicurezza. Inoltre, come confermato dall’azienda, il vaccino di CureVac non utilizza mRna modificato chimicamente: i vantaggi sono l’impiego di un dosaggio inferiore e la possibilità di una conservazione a una temperatura di 5 gradi per almeno tre mesi. Un fattore che facilita notevolmente la gestione delle fasi di trasporto e stoccaggio.“Prevediamo una produzione fino a 300 milioni di dosi nel 2021 e un miliardo di dosi il prossimo anno”, afferma Haas. L’accordo con la Commissione europea è già stato firmato, in Italia dovrebbero arrivare in totale quasi 30 milioni di dosi. Il piano stilato a inizio marzo dal commissario all’emergenza Francesco Paolo Figliuolo ne prevede 7,3 già entro giugno: un obiettivo difficile da raggiungere, ma entro settembre è previsto l’arrivo complessivo di 14 milioni di dosi. Le altre 16 saranno a disposizioni, salvo intoppi, tra fine anno e il primo trimestre 2022. Il fattore tempo, come sappiamo, è determinante: il piano vaccinale italiano all’origine prevedeva l’arrivo di 2 milioni di dosi del vaccino di CureVac già entro marzo. Ora la speranza è riuscire a scongiurare ulteriori ritardi, dopo che già le altre aziende farmaceutiche hanno avuto seri problemi nell’approvvigionamento delle materie prime, nella produzione e infine nella consegna delle dosi. “La fornitura delle materie prime è davvero una sfida perché le catene di approvvigionamento globali sono interrotte dalla pandemia”, ammette l’amministratore delegato dell’azienda di Tubinga. “Ad esempio – spiega Haas – a volte non è possibile ottenere l’attrezzatura o i materiali necessari per la produzione di vaccini, in quanto soggetti a divieti di esportazione. Il governo tedesco e la Commissione europea ne sono a conoscenza e si stanno impegnando per aiutarci“.L’azienda tedesca ha già siglato accordi di collaborazione per la produzione del vaccino con Bayer e GlaxoSmithKline, ma anche con Fareva, Rentschler e Wacker: l’obiettivo è istituire una rete europea per la produzione delle dosi. L’Unione europea dovrebbe anche essere la principale area di distribuzione del vaccino: “Oltre al fatto che la Germania è partner di CureVac – sottolinea Haas – abbiamo ricevuto fondi per lo sviluppo e la produzione del nostro vaccino, con un finanziamento di 252 milioni di euro dal governo tedesco. Abbiamo anche firmato un contratto con la Commissione europea per la fornitura di dosi di vaccino, che ci ha a sua volta fornito un sostegno finanziario per lo sviluppo del vaccino”. “Senza questo finanziamento, non saremmo stati in grado di gestire gli investimenti associati allo sviluppo del vaccino”, ammette l’amministrato delegato di CureVac, che in passato aveva indicato proprio nella carenza di fondi la causa del “ritardo” rispetto a Pfizer/Biontech. Inoltre, l’azienda sta sviluppando insieme a Tesla una “mini-fabbrica mobile e flessibile di m-Rna”, chiamata The RNA Printer®. Questa tecnologia consentirà alle stesse strutture sanitarie di produrre dosi di vaccino: “L’obiettivo è utilizzare The RNA Printer® in tutto il mondo, ad esempio direttamente sul luogo di un focolaio locale, per riuscire a riportarlo rapidamente sotto controllo. Allo stesso tempo, The RNA Printer® può anche implementare rapidamente le modifiche necessarie al vaccino a causa di eventuali varianti”, spiega Haas.CVnCoV, il candidato vaccino di CureVac, è come detto un vaccino a Rna messaggero: una tecnologia innovativa che consiste nell’utilizzare la sequenza del materiale genetico del coronavirus, ossia l’acido ribonucleico (Rna), che rappresenta il messaggero molecolare che contiene “le istruzioni” per costruire la proteina Spike del virus, contro la quale si vuole scatenare la reazione del sistema immunitario. “La tecnologia Rna consente lo sviluppo di vaccini sicuri ed efficaci“, assicura Haas. La “rolling review” dell’Ema, come detto, è cominciata a febbraio, ma sull’efficacia del vaccino di CureVac ancora non esistono dati: “La sperimentazione clinica è ‘in doppio cieco‘ (sia i soggetti esaminati che gli sperimentatori ignorano le informazioni fondamentali, ndr) e quindi non sappiamo chi dei soggetti testati ha ricevuto un placebo o il nostro vaccino”. Per questo, spiega l’amministratore delegato, “non siamo ancora in grado di rilasciare alcuna dichiarazione sull’efficacia del vaccino”.La grande differenza ad esempio con il vaccino Pfizer e Moderna sta invece nell’approccio tecnologico: “A differenza di altri, non utilizziamo alcun mRNA modificato chimicamente”, chiarisce Haas. “Attraverso una ottimizzazione della sequenza la produzione di proteine ​​può essere migliorata, così possiamo lavorare ad esempio con basse dosi di mRNA e generare comunque una risposta immunitaria equilibrata”. In pratica, il vaccino contiene un dosaggio di Rna molto inferiore. Infine, il Ceo di CureVac assicura che l’azienda è già al lavoro anche sul contrasto alle varianti del Covid: “Stiamo conducendo studi in vitro mirati sulle varianti critiche per confermare l’efficacia del nostro attuale candidato vaccino. Recentemente siamo stati in grado di dimostrare nei test preclinici che è efficace contro la variante sudafricana“, afferma Haas. Che poi evidenzia un altro vantaggio della tecnologia a mRna: “Offre la flessibilità di adattare i futuri candidati vaccini alle varianti“.

 

 

Il bollettino: 2.897 nuovi casi nelle ultime 24 ore e 62 morti. Il tasso di positività all'1,2%. Ancora in discesa i ricoveri mappe e grafici 2-06-21

Tutta Italia tranne la Valle d'Aosta in bianco dal 21 giugno

4.147 casi con 243.967 test: l’incidenza è all’1,7%. Morti in 171. Da lunedì 3 Regioni in zona bianca--27-05-21

 

Il bollettino: 5.741 nuovi casi e 164 vittime. Il tasso di positività sale al 2,3%,20 05 21

Il bollettino: 7.582 nuovi casi e 262 morti. Tasso positività scende al 2,5%, calano ancora i ricoveri Mappe e grafici,12-05-2021

 

Coronavirus, i dati – 9.116 nuovi contagi con oltre 315mila tamponi: tasso di positività scende al 2,9%. Altre 305 vittime, 4 maggio 2021

La vulgata dominante è che è tutto passato, come se non fosse successo assolutamente niente, adesso il mood sono i vaccini per le vacanze. La crisi non esiste, sono tutte stronzate televisive, A MEMENTO tuttavia noi mettiamo in evidenza, in tempi non sospetti, ciò che afferma il tanto vituperato Crisanti:  La "previsione" per maggio "Di questo passo non è pessimistico pensare che a fine maggio ci sarà una nuova ondata, ma assai realistico", ha affermato Andrea Crisanti, Professore ordinario di Microbiologia all'Università di Padova che mette subito in guardia dall'eccesso di euforia per le riaperture. "È iniziato già dal weekend scorso e non era difficile da prevedere. Mi permetta un altro pronostico facile: nelle prossime settimane ci sarà chi dirà 'Avete visto, la curva dei contagi non risale nonostante le riaperture'". Il microbiologo, conosciuto per il suo proverbiale pessimismo, spiega che se da un lato le restrizioni che abbiamo appena superato potranno frenare l'avanzata del virus, dall'altro sarà inevitabile l'arrivo di nuovi contagi per tutte le situazioni in cui avverranno gli scambi sociali, ossia aperitivi, scuole, visite agli amici "i cui risultati rimarranno invisibili per qualche tempo ed esploderanno a fine maggio. La dinamica del virus è complessa", dice l'esperto.

Vaccini, 26 milioni di dosi Astrazeneca in arrivo in estate con gli over 60 già immunizzati: ecco perché Figliuolo vuole ridare Astrazeneca ai giovani. Il commissario sostiene che, stando agli ultimi studi, l'attuale raccomandazione sul siero può essere rivista. Pena un rallentamento della campagna di massa. Tra maggio e giugno si attendono infatti 6 milioni di dosi, una parte delle quali destinate ai richiami e il resto a coprire i 60-79enni che mancano all'appello. Poi arriveranno altre 26 milioni di fiale. Cosa farne? Gli altri Paesi Ue però non intendono fare retromarcia. Anzi, secondo Reuters persino Londra sta pensando di stringere ulteriormente le maglie sul siero anglo-svedese.5 maggio 2021

Superati i 120mila morti da inizio pandemia. Dati – In un giorno 13.385 casi e 344 decessi. L’incidenza sale al 4%, ricoverati sotto 20mila,28-04-21

Il bollettino: 16.232 nuovi casi nelle ultime 24 ore e 360 morti. Il tasso di positività sale dal 3,9% al 4,4% - mappe e grafici,22-04-21

Vaccini, Crisanti critica la scelta di Figliuolo: "Per la distribuzione servono professionisti"

Il microbiologo dell'Università di Padova si scaglia contro il nuovo commissario all'emergenza. "Se avessimo dieci milioni di vaccini non sapremmo distribuirli"

Andrea Crisanti, il microbiologo che ebbe un ruolo di primo piano nel contenimento della pandemia in Veneto lo scorso marzo, critica in maniera decisa il nuovo commissario all'emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo.
"Due mesi fa avevo detto che il Governo" per la distribuzione dei vaccini anti-Covid "doveva consultare quelli di Amazon. Non lo avevo detto a caso, Amazon è un gigante nella logistica. Con tutto il rispetto, il nostro generale del Genio, in confronto agli ingegneri di Amazon, è un apprendista", ha affermato Andrea Crisanti intervenendo a ''ilcafFLEdelmercoledì'', rubrica settimanale della Fondazione Luigi Einaudi.Amazon "è in grado di movimentare miliardi di pacchi al giorno e distribuirli capillarmente su tutto il territorio - ha argomentato il microbiologo - Il fatto che Figliuolo sia un Generale ha un grosso impatto mediatico e di comunicazione, ma vi assicuro che per distribuire i vaccini probabilmente ci volevano esperti in ingegneria e informatica che stanno in Amazon non nell'Esercito. Se avessero preso lo chief executive officer di Amazon sarei stato più tranquillo".Crisanti ha criticato in generale il piano vaccinale italiano: "Se oggi avessimo dieci milioni di dosi non sapremmo come distribuirle. Abbiamo iniziato la vaccinazione con quella "pagliacciata" del "vaccination day", illudendo tutti gli italiani. Fino ad ora non si era fatto nulla ed era stato programmato pochissimo, senza rendersi conto delle difficoltà logistiche di una vaccinazione di massa con un vaccino come quello di Pfizer, che ha problemi giganteschi di logistica".

Sono 526 i britannici morti dopo avere ricevuto il vaccino anti-Covid fra l'8 dicembre e il 7 marzo scorso. L'autorità di vigilanza sul farmaco inglese ha infatti diffuso i dati aggiornati degli eventi avversi che vengono registrati senza indagine alcuna se non quella statistica dal sistema sanitario nazionale.Gli eventi avversi inseriti nelle “yellow card” che i medici inviano al sistema nazionale sono stati 329.146, la maggiore parte dei quali (228.337) dopo avere ricevuto una dose di Astrazeneca, ma comunque 100.809 dopo avere ricevuto una dose di Pfizer/BioNtech.Complessivamente le reazioni avverse sono sfociate in 526 decessi, di cui 289 dopo AstraZeneca e 237 dopo Pfizer/ BioNtech: si tratta come specificato solo di morti registrate dopo la vaccinazione, perché nessuna indagine è stata compiuta sulla relazione fra dosi ed eventi avversi letali. In ogni caso le morti rappresentano la percentuale dello 0,0022% rispetto alle  23.600.000 dosi erogate. Un po' più alta la casistica di AstraZeneca: 0,0024% delle 11,7 milioni di iniezioni fatte. Ma non così dissimile quella di Pfizer/BioNtech: 0,0019% rispetto alle 10,9 milioni di prime dosi e al milione di seconde dosi erogato.Sono stati solo due però gli eventi letali per quella tromboembolia che ha spaventato il resto di Europa: uno dopo AstraZeneca e uno dopo Pfizer/BioNtech. In realtà per la maggiore parte degli eventi letali è stata registrata solo la morte e non la sua causa apparente o appurata con le autopsie: non spiegate quindi 154 morti dopo AstraZeneca e 116 dopo Pfizer/BioNtech. Per entrambi i vaccini la principale causa di morte dopo l'erogazione è stata per problemi cardiaci: 38 casi dopo AstraZeneca e 27 dopo Pfizer/BioNtech.Dopo la vaccinazione sono morti di coronavirus 15 vaccinati AstraZeneca e 26 Pfizer/BioNtech. Con entrambi i vaccini decine di casi di svenimento nelle ore successive con un a persona per vaccino che cadendo si è ferita mortalmente.

Galli: “Sul Covid Draghi non ne ha azzeccata una. Liberi tutti ma ci sono ancora pochi vaccinati”

“Ci saranno un milione di infezioni attive in Italia o pensate che tutti i positivi si fanno il tampone e vengono a saperlo?”. È furibondo per le annunciate riaperture generalizzate dal 26 aprile il professor Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive al “Sacco” di Milano e docente alla Statale, da più di un anno impegnato […]L’annuncio delle riaperture dal 26 aprile mentre i dati di morti e contagi da Covid restano alti e la campagna di immunizzazione resta condizionata ai ritardi nelle consegne dei vaccini e all’organizzazione delle somministrazioni da parte delle regioni, preoccupa gli esperti, contrari alla ripresa di attività che consentono anche un parziale ritorno alla vita sociale. Netta la posizione di chi non opera all’interno del governo, come Andrea Crisanti, professore ordinario di Microbiologia a Padova e Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive al “Sacco” di Milano e docente alla Statale, ma anche gli esperti del Comitato tecnico-scientifico – tra cui Fabio Ciciliano e il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Giovanni Rezza – avvertono che l’epidemia, con l’allentamento delle restrizioni, può ripartire. Un punto che peraltro è stato calcato anche dal ministro britannico Boris Johnson lo scorso 12 aprile, giorno delle riaperture di pub e attività non essenziali in Inghilterra. Da ricordare però che nel Regno Unito a oggi oltre il 13% della popolazione risulta completamente vaccinata, per un totale di più di 41 milioni di dosi somministrate. In Italia invece questi numeri sono rispettivamente del 7,2% con 14 milioni di inoculazioni.

Crisanti poi torna sull’affermazione di Draghi che ha parlato di “rischio calcolato”. “Ma come? – dice -. Di calcolato vedo ben poco e il vero rischio è giocarci l’estate. Allora diciamolo chiaramente: la scommessa è riaprire ora per vedere se a giugno dobbiamo richiudere tutto”, rimarca il microbiologo, che non ha dubbi: “riaprire ad aprile è una stupidaggine epocale”. Lontana poi l’ipotesi dell’immunità di gregge che, dice, “penso che sfioreremo soltanto. Bisognerebbe vaccinare 40 milioni di italiani entro l’autunno, senza contare i giovani e i dissenzienti, e poi ci sono le varianti, il problema della durata dell’immunità, i richiami”. Un punto, quello delle vaccinazioni, sul quale insiste anche Massimo Galli, che parlando al Fatto si è detto fermamente contrario alle riaperture ad aprile, senza nascondere il suo giudizio, impietoso, sul governo in tema di pandemia: “Draghi non ne ha azzeccata una”. Quanto invece alle isole Covid-free, sulle quali si sono scontrate regioni e il ministro del turismo leghista Garavaglia, per Crisanti “hanno molto senso turistico e qualche senso sanitario. Per non fare entrare davvero il virus però bisogna fare i tamponi prima e dopo e quarantene di 5 giorni”. Ma allo stesso tempo mette in chiaro che il rischio che l’epidemia possa ripartire c’è. “Nel momento in cui allenti è normale che l’epidemia possa ripartire, a meno che non intervengano fattori esterni, come l’allargamento della vaccinazione. Abbiamo ancora oltre 300 morti e 15mila casi al giorno, stiamo facendo delle riaperture in un momento in cui la curva sta flettendo leggermente. Il rischio c’è. Quello accettabile per un epidemiologo è zero, per un economista può essere invece 100 e per chi campa con un’attività che ha dovuto chiudere è ancora più elevato. È legittimo che la politica trovi una sintesi, dopodiché nessuno oggi può escludere che facendo ripartire scuole e altre attività la curva risalga”.

I contesti più pericolosi, ricorda Rezza, “sono quelli al chiuso, dove si sta senza mascherina. Per quello è prevista solo la ristorazione all’aperto, con il distanziamento. All’interno dei locali senza aerazione naturale e senza un idoneo distanziamento il rischio si corre. Certo, nei musei anche al chiuso la situazione si gestisce benissimo. Alcune attività all’aperto, come il calcetto e gli sport da contatto, un rischio lo comportano, anche se ci sono ricerche che comunque non le considerano così pericolose”.

Al Corriere della Sera invece parla Fabio Ciciliano, dirigente medico della Polizia e membro del Cts, che ammette: “Aprire tutto e subito sarebbe una vera sciagura, in questo momento. Significherebbe vanificare gli sforzi dolorosi che il Paese ha compiuto fino ad ora”. Allo stesso tempo sottolinea che “bisogna lavorare perché le riaperture siano incanalate in binari di sicurezza per evitare una nuova crescita dei contagi. Ciò che mi lascia perplesso è che talvolta le diverse anime politiche che promuovono le riaperture lo fanno in maniera incompleta, badando magari ad un singolo settore senza avere una visione complessiva. Ma forse alla politica ciò non è richiesto”. Ciciliano poi sottolinea che il Paese “è sfinito da un anno difficilissimo dove una importante fetta della popolazione non riesce quasi più a sopravvivere. L’azzeramento di alcuni interi settori di attività economiche ha impedito in molti casi addirittura il minimo sostentamento. Condivido pienamente – conclude – la posizione del presidente del ConsiglioMario Draghi con una visione di riapertura progressiva come risultato di un ‘rischio calcolato’ per il Paese”.

 

 

Virus, l'allarme dei medici: "Ospedali pieni, non si allentino ora le misure"

L'appello del comitato intersindacale dei camici bianchi: "Terapie intensive ben oltre le soglie, la mortalità resta elevata: la politica ascolti il nostro grido. Meno restrizioni solo con contagi giornalieri sotto i 5mila"

"Il personale sanitario, impegnato quotidianamente - 7 giorni su 7, di giorno e di notte - e da oltre un anno nella lotta contro la pandemia  - sottolinea il comunicato - si trova ad affrontare ancora per tutto il 2021 criticità di ogni tipo dovute al sovraffollamento degli ospedali, che con la terza ondata interessa in successione tutta la nostra penisola, anche aree precedentemente risparmiate, come dimostra il caso Sardegna. Ogni prematuro allentamento delle restrizioni potrebbe mettere a rischio tanto la vita dei pazienti affetti da Covid, costringendo per carenza di posti letto gli operatori a scelte strazianti sotto il profilo etico, come il triage inverso, quanto la salute dei pazienti con altre patologie, la cui prevenzione e cura rischia di essere ancora una volta sacrificata a causa della sottovalutazione del rischio di una persistente elevata circolazione del virus, sulla quale i medici e i dirigenti del servizio sanitario nazionale lanciano da tempo, inascoltati, tutti gli allarmi possibili".Secondo i sindacati dei medici, un rallentamento delle restrizioni sarà possibile solo con contagi giornalieri al di sotto di 5mila casi, mantenendo una larga capacità di testing e riprendendo il contact tracing per il controllo della diffusione dell'epidemia, i ricoveri in area Covid medica e intensiva largamente al di sotto delle soglie critiche, rispettivamente 40% e 30%, e la vaccinazione completata almeno per i soggetti fragili e gli ultra 60enni, categorie a più alto rischio di ricovero e mortalità.I camici bianchi chiedono "alla politica di ascoltare le decine e decine di migliaia di colleghi che da 13 mesi lavorano senza tregua nell'emergenza territoriale e negli ospedali, e che non nascondono la loro perplessità e amarezza per il dibattito in corso su riaperture che, sotto le pur comprensibili esigenze economiche e sociali, celano una non corretta valutazione del rischio di un prolungamento della pandemia e di una persistente elevata mortalità tra i cittadini non ancora protetti con la vaccinazione. Senza una soluzione duratura della crisi sanitaria non vi potrà essere una ripresa economica nè un ritorno in sicurezza alle normali relazioni sociali".

Covid, il crollo dei contagi a Piacenza finisce sotto al microscopio: ipotesi immunità di gregge


 

Usa, la Fda chiede la sospensione del vaccino Johnson&Johnson dopo 6 casi di trombosi. L’azienda: “Ritardiamo le consegne in Europa”La Food and Drug Administration ha chiesto di fermare immediatamente le somministrazioni del vaccino monodose negli Stati Uniti: segnalati 6 casi in donne di età compresa fra i 18 e i 48 anni, una di loro è morta. Il composto di J&J è a vettore virale come quello sviluppato da AstraZeneca. L'annuncio della multinazionale: "Abbiamo deciso di ritardare in modo proattivo il lancio del nostro vaccino in Europa"

Vaccino Astrazeneca, la Regione Lombardia: “Adesioni 75-79enni inferiori al previsto”. Da Potenza a Messina, la mappa delle defezioni

Il direttore generale al Welfare di Regione Lombardia, Giovanni Pavesi: "Apriamo ai 70enni perché, dopo un primo giorno molto promettente, la prenotazione è inferiore al previsto". A Potenza nel week end il 40% di rinunce, il direttore della Asl di Caserta ne segnala "moltissime". E nell'hub di Messina: "Chi deve farlo si presenta con documentazione medica che comprova choc anafilattici e diverse patologie". La Lombardia che apre ai 70enni perché nella fascia più anziana della popolazione l’adesione è inferiore al previsto. L’hub di Potenza nel quale si registra una percentuale di defezioni molto alta, un fenomeno simile a quello registrato dalla Asl di Caserta. Messina e Palermo dove serpeggia diffidenza e in molti chiedono informazioni o si presentano con documentazione medica per tentare di “schivare” la somministrazione di AstraZeneca. Il giorno seguente il pronunciamento di Ema sulla correlazione tra il farmaco anti-Covid anglo-svedese e i casi rari di trombosi, seguito dall’inoculazione in via “preferenziale” agli over 60 di cui ha parlato Franco Locatelli, iniziano a vedersi gli effetti del caos ingenerato attorno al vaccino.

 

AstraZeneca, verso raccomandazione uso preferenziale over 60. Al via il vertice tra governo e Regioni

L'uso del vaccino AstraZeneca potrebbe essere raccomandato sopra i 60 anni. "Considerando i dati sulla letalità (per coronavirus) che confermano che le vittime perlopiù sono anziani, l'idea anche per Italia è di raccomandare l'uso preferenziale oltre i 60 anni". A chiarire la posizione dell'Italia è Franco Locatelli durante l'incontro Governo-Regioni. "Non abbiamo elementi per scoraggiare la somministrazione della seconda dose", ha aggiunto. La decisione è arrivata dopo il responso dell'Ema e dopo un confronto tra governo e responsabili del Cts. Alle 20 è iniziata la riunione tra il governo e le Regioni, Comuni e Province, con il commissario all'emer

genza Francesco Figliuolo per fare il punto sul piano vaccinale anti-Covid, in particolare sul caso AstraZeneca, specificando che "non ci sono casi di trombosi dopo la seconda dose" e annunciando che "da domanipotrà essere somministrato anche nella fascia che va dai 60 ai 79 anni". Alla riunione partecipano anche la ministra agli Affari regionali Maria Stella Gelmini e il ministro della Salute Roberto Speranza.

Astrazeneca, Ema: “C’è legame vaccino-trombosi rare. Benefici superano rischi, nessuna restrizione all’uso”. Ma l’agenzia britannica: “Sconsigliato agli under 30”7  aprile 2021

I “coaguli uniti a bassi livelli di piastrine” sono un effetto “molto raro” di Vaxzevria. Questa la conclusione dell’Ema illustrata dalla direttrice Emer Cooke (leggi). Intanto a Londra anche l’Mhra ha preso posizione: l’agenzia inglese ha sconsigliato l’uso nei più giovani dopo i 19 decessi registrati su circa 20 milioni di dosi inoculate

Coronavirus, 13.708 nuovi contagi e 627 morti.Dall'inizio della pandemia sono 3.700.393 i casi accertati di Sars-Cov-2 in Italia. In 3.040.182 sono guariti o sono stati dimessi (+20.927), mentre 112.374 sono deceduti. Gli attualmente positivi sono 547.837: in 29.316 sono ricoverati con sintomi in area medica e 3.683 vengono assistiti in terapia intensiva

 

Astrazeneca, Figliuolo: “Alcune regioni come il Lazio non hanno avuto rinunce. In altre c’è stato il 20% o il 10%”

Vaccini, Draghi: “Se il coordinamento Ue funziona bene, se no bisogna andare per conto proprio”. E sulle Regioni: “Troppo in ordine sparso, è un problema”.

Iss: “Rt stabile, incidenza ancora in aumento”. Sardegna e Molise in zona arancione da lunedì. Dati: quasi 26mila contagi e 386 morti in 24 ore.19-03-21

 

L'Ema dà via libera ad AstraZeneca. Da oggi ripartono le vaccinazioni

"Il vaccino AstraZeneca è sicuro, efficace, i benefici sono superiori ai rischi ed escludiamo relazioni tra casi di trombosi" e la somministrazione dei sieri. Lo ha affermato la direttrice di Ema, Emer Cooke, argomentando il via libera al vaccino. E ha continuato: "Il Comitato per la valutazione dei rischi per la farmacovigilanza dell'Ema "è giunto a una chiara conclusione scientifica che questo è un vaccino sicuro. La protezione delle persone dal Covid-19 e dai rischi associati e ospedalizzazioni superano i possibili rischi".

Infatti, per Cooke, vaccinando "milioni di persone, è inevitabile" che si verifichino "casi inattesi", precisando che la situazione verificatasi con AstraZeneca "non è imprevista". "Sono stati riportati 25 casi" di eventi tromboembolici rari "su 20 milioni di vaccinati" con AstraZeneca.
 

Tuttavia non può essere escluso un legame con i rari casi tromboembolici e perciò occorre avvertire di queste possibilità, ha spiegato la direttrice dell'Ema, Emer Cooke. Quindi, il foglietto illustrativo del vaccino AstraZeneca "deve essere aggiornato: è importante che venga comunicato al pubblico e agli operatori sanitari perché apprendano meglio queste informazioni, permettendo loro di mitigare questi effetti collaterali", ha aggiunto Sabine Straus, a capo della commissione sulla sicurezza dell'Ema.
 

I casi di trombosi dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca "sono inferiori" a quelli che avvengono tra la popolazione non vaccinata, ha detto Sabien Straus, presidente del Prac (Commissione di farmacovigilanza) , nella conferenza stampa dell'Ema, senza però specificare se si riferisse alla popolazione tedesca e della Unione europea in generale.

In quanto alla possibilità che una parte della produzione di Astra Zeneca, Sabine Straus, ha affermato che "la commissione sulla sicurezza dell'Ema non ha trovato prova di problemi di qualità o sui lotti".

Ema: incidenza maggiore dei casi tra giovani donne​

La ricerca condotta dall'Ema sui casi sospetti collegati alla somministrazione del vaccino AstraZeneca "ha mostrato una predominanza in alcuni gruppi" di pazienti e "in particolare nelle donne più giovani di età", ma
"è ancora piuttosto prematuro concludere rischio maggiore su un gruppo molto specifico" perchè "il rischio di base di trombosi può essere diverso anche all'interno di questo gruppo". Lo ha detto la dottoressa Sabine Straus, presidente del Comitato per la valutazione dei rischi per la farmacovigilanza (Prac) dell'Ema, nel corso della conferenza stampa sul vaccino AstraZeneca. Quello che serve è "un'ulteriore valutazione" alla luce della quale "se verranno identificate possibilità di minimizzazione del rischio, queste saranno ovviamente comunicate".

Comunque l'Ema sta approfondendo casi rari di trombosi dopo la vaccinazione con AstraZeneca di questi, "sette in Germania, tre in Italia, uno in Spagna; due in Norvegia; due in India, tre in Gran Bretagna". Ha aggiunto Sabine Straus che ha osservato: "C'è sempre una distinta possibilità" di eventi tromboembolici "per le donne che assumono la pillola anticoncezionale. Indagheremo il legame tra l'uso della pillola e la possibilità di un aumento dei rischi di casi avversi per chi viene vaccinato".
 

Italia, domani ripartono le vaccinazioni Astra Zeneca
 

Il primo ministro Mario Draghi ha fatto sapere che la somministrazione di AstraZeneca in Italia ripartirà domani. Tra gli amministratori regionali, questo pomeriggio, non c'era infatti chiarezza se occorresse un nuovo via libera anche dell'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, oppure la possibilità di ripartire sia automatica dopo il pronunciamento dell'Ema. Poi dal ministero della Salute è arrivato il via libera, a partire dalle 15 di domani venerdì 19 marzo.
 

Intanto, subito dopo la conclusione della conferenza stampa delle autorità dell'Ema, questo pomeriggio, in
Francia sono riprese le vaccinazioni con AstraZeneca
. Gli ambulatori dei medici di base che avevano bloccato le liste dopo l'annuncio di Emmanuel Macron, che martedì aveva sospeso per precauzione le vaccinazioni, hanno richiamato i pazienti. Anche le farmacie hanno ripreso a vaccinare i pazienti in lista con
AstraZeneca.
 

"Siamo pronti a ripartire riattivando le sedi vaccinali già domani mattina con tutti coloro che sono prenotati per la somministrazione del vaccino Astrazeneca. Siamo in attesa che Aifa si pronunci per rimuovere il divieto di utilizzo del vaccino Astrazeneca dopo il pronunciamento da parte di Ema. Ora non si perda altro tempo". Lo dichiara l'assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato.
 

"Se l'autorizzazione dell'Ema alla ripresa delle vaccinazioni con AstraZeneca non richiede ulteriori passaggi, questa sera stessa faremo le riconvocazioni: dobbiamo recuperare circa 15 mila dosi". Così il governatore del Piemonte, Alberto Cirio, che ha sottolineato come le dosi non somministrate nella Regione a causa dello stop siano in realtà 20 mila. Ma circa 5 mila appartengono ai lotti sequestrati, per cui non sono per il momento recuperabili.

Anche "la Toscana è pronta per ripartire, ma dobbiamo attendere il via libera anche da parte dell'Agenzia italiana del farmaco. Appena avviene darò tutte le informazioni". Così su Facebook il governatore toscano Eugenio Giani dopo il via libera dell'Ema. "Appena possibile comunicherò come riprenderanno le
vaccinazioni". Se arriverà l'ok da Aifa, la Regione già stasera è pronta a far partire gli sms di conferma del vaccino: per domani erano 5.404 le prenotazioni per il vaccino Astrazeneca.

"Da lunedì prossimo in Liguria riprenderanno le prenotazioni e le vaccinazioni nelle 23 sedi messe a disposizione dei medici di medicina generale su tutto il territorio: chi ha già la prenotazione a partire da lunedì 22 marzo può presentarsi regolarmente all'appuntamento. Al contempo, siamo già al lavoro per riprogrammare gli appuntamenti che sono saltati questa settimana (dal 16 marzo a domenica 21 marzo): si tratta di circa 11mila appuntamenti che saranno riprogrammati a partire da lunedì prossimo, 22 marzo, entro i successivi 15 giorni". Lo dichiara in una nota il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti
 

Le reazioni

"Personalmente non fossi vaccinato mi vaccinerei istantaneamente". Così Roberto Burioni, virologo dell'università Vita-Salute San Raffaele di Milano, su twitter riportando le conclusioni dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, sul vaccino AstraZeneca, illustrate in conferenza stampa: "il vaccino AstraZeneca è efficace, sicuro e ha un ottimo rapporto rischio-beneficio, ma le rarissime trombosi cerebrali riportate
potrebbero essere dovute al vaccino. Nessun effetto sulla coagulazione. Le trombosi cerebrali potrebbero essere legate al vaccino, ma sono state 18 (diciotto) su 20 milioni (ventimilioni) di vaccinazioni". (Secondo Emer Cooke i casi tromboembolici sono stati 25, vedi sopra, ndr).

"Meno male, hanno prevalso il buon senso e l'evidenza dei dati. Sicuramente adesso la vigilanza non deve mai venire meno", ha dichiarato all'Adnkronos Andrea Crisanti, direttore del dipartimento Microbiologia e Virologia Azienda Ospedaliera Padova, dopo il via libera dell'Ema.


 

 

L’Aifa ferma il vaccino di Astrazeneca in tutta Italia. Stop precauzionale in Germania, Francia e Spagna. Ema convoca per giovedì una riunione straordinaria,15-03-21

Prima la Germania, poi l’Italia e quindi anche la Francia e la Spagna. A pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, alcuni tra i principali Paesi europei hanno deciso di sospendere “per precauzione” la somministrazione del vaccino prodotto da Astrazeneca. Lo stop, a quanto si apprende, è stato concordato a livello europeo in attesa delle riunioni dell’Ema, che giovedì dovrebbe esprimere un nuovo parere alla luce della vaccinovigilanza di queste settimane.

A Berlino, riportano i media tedeschi, il governo federale si è basato su una raccomandazione dell’Istituto Paul Ehrlich, come riferito da un portavoce del ministero della Salute, che ritiene necessarie “ulteriori indagini” dopo le segnalazioni di casi di trombosi in relazione alla vaccinazione in diversi Stati membri, compresa la stessa Germania. In Francia l’annuncio è stato dato direttamente dal presidente Emmanuel Macron. Nei giorni scorsi le iniezioni di Astrazeneca erano state sospese in DanimarcaNorvegiaIslanda e a seguire in BulgariaRomaniaIrlanda, Austria e Paesi Bassi, proprio in vista di nuovi accertamenti dell’Ema.

Il Comitato per la sicurezza dell’Ema esaminerà ulteriormente le informazioni riguardo alle tromboembolie “domani, martedì, e ha convocato una riunione straordinaria giovedì 18 marzo per concludere su quanto raccolto e su qualsiasi ulteriore azione che potrebbe essere necessaria”, annuncia l’Agenzia Ue in una nota in cui spiega che “sta lavorando a stretto contatto con l’azienda, con esperti in malattie del sangue e con altre autorità sanitarie”, tra cui l’ente regolatorio britannico, Mhra, per “la sua esperienza con circa 11 milioni di dosi somministrate del vaccino”.
L’indagine, aggiunge l’Ema, “è proseguita nel fine settimana e nei prossimi giorni verrà condotta un’analisi rigorosa di tutti i dati relativi agli eventi tromboembolici” segnalati. Gli esperti, conclude l’Agenzia Ue, stanno esaminando nel dettaglio “tutti i dati disponibili e le circostanze cliniche” che riguardano “i casi specifici per determinare se il vaccino potrebbe aver contribuito o se è probabile che l’evento sia stato dovuto ad altre cause”.

Mentre è in corso l’indagine, l’Agenzia europea del farmaco “rimane attualmente dell’opinione che i benefici del vaccino AstraZeneca nella prevenzione di Covid-19, con il rischio di ospedalizzazione e morte associato” alla malattia, “superano i rischi di effetti collaterali” eventualmente correlabili al vaccino stesso. “La pandemia di Covid-19 è una crisi globale con un impatto sanitario, sociale ed economico devastante – sottolinea l’ente regolatorio Ue – e continua a rappresentare un grave fardello per i sistemi sanitari dell’Unione Europea”. I vaccini anti-Covid, prosegue l’Ema, “aiutano a proteggere le persone dal contrarre la malattia, in particolare gli operatori sanitari e le categorie vulnerabili come gli anziani o i malati cronici”.

“Conosciamo la portata di questa decisione che non è stata presa a cuor leggero. Ma è una decisione fattuale e non politica”, ha detto il ministro della Salute tedesco Jens Spahn, ribadendo che la sospensione è per “pura cautela”. Quindi ha sottolineato che “per mantenere la fiducia nel vaccino dobbiamo dare ai nostri esperti il tempo di verificare i nuovi casi” e “sgomberare il campo da eventuali rischi”, ha continuato. “Al momento sono stati riportati 7 casi di trombosi venose cerebrali su 1,6 milioni di vaccini somministrati in Germania”. Si tratta di un “rischio molto basso. Ma se dovesse rilevarsi un collegamento con il vaccino, sarebbe superiore alla media“.I timori legati a casi sospetti di trombosi sono condivisi anche in Francia. “Sulla base della raccomandazione del nostro Ministro della Salute”, ha spiegato Macron, “è stata presa la decisione di sospendere in via precauzionale la vaccinazione con AstraZeneca, sperando di riprenderla rapidamente se il parere dell’Ema lo consentirà”. Lo stop, ha aggiunto, per ora è fissato fino a “domani pomeriggio“. Fonti citate dall’Ansa riferiscono però che gli esperti Ue potrebbero anche non arrivare a un risultato domani, ma risposte definitive sono attese in settimana. A chiarire che c’è stato un coordinamento a livello europeo è stata una nota del ministero della salute italiano. “Durante la giornata Speranza ha avuto colloqui con i ministri della Salute di Germania, Francia e Spagna“. E infatti anche Madrid nel tardo pomeriggio ha adottato la stessa linea dopo la riunione d’urgenza il Consiglio Interterritoriale della Salute.

Germania, Francia, Spagna e Italia sono quindi i primi grandi Paesi a imporre uno stop, dopo aver deciso in un primo momento di proseguire con la campagna. Tra i primi a chiedere alle autorità sanitarie di fare chiarezza è stato Markus Soeder, leader della Csu e presidente della Baviera. La mancanza di chiarezza potrebbe portare ad un “problema di accettazione” del vaccino da parte dei cittadini: “Il vaccino è buono o no? Ora serve una dichiarazione sul fatto che questo vaccino sia efficace e che funziona”, aveva detto Soeder. Il farmaco sviluppato dall’università di Oxford, ha ribadito il governo britannico, è “sicuro ed efficace”, secondo i dati della somministrazione in corso nel Regno Unito, dove oltre 11 milioni di persone hanno già ricevuto il siero e non è stato osservato “alcun incremento di trombosi”.

Una spinta per proseguire con la vaccinazione è arrivata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità: “Sfortunatamente, le persone muoiono di trombosi ogni giorno, la chiave è se questo abbia qualche legame con il vaccino. Al momento non abbiamo riscontrato che ci sia una relazione tra il vaccino e i casi di trombosi rilevati. Infatti, le percentuali di trombosi tra i vaccinati sono addirittura inferiori a quelle della popolazione nel suo complesso. Nessun farmaco è sicuro al 100%, ma bisogna tenere conto dei vantaggi di vaccinare la popolazione”, ha detto Soumya Swaminathan, scienziato capo dell’Oms, nel briefing da Ginevra.

Oggi 21.315 nuovi casi e 264 morti. Il tasso di positività sale al 7,78%. Superati i tremila ricoveri in terapia intensiva mappe e grafici,14-03-21

Coronavirus, il bollettino di oggi 3 marzo: 20.884 nuovi casi e 347 morti

A fronte di 358.884 tamponi effettuati, il tasso di positività, che ieri si era attestato al 5,15%, sale al 5,8%. Ieri c'erano stati 17.083 nuovi casi e 343 morti. Sono in crescita le terapie intensive: 84 più di ieri

Coronavirus, il bollettino di oggi 24 febbraio: 16.424 nuovi casi e 318 vittime

Sono 340.247 i test effettuati, con un tasso di positività del 4,8% (ieri era stato 4,4%). Nelle 24 ore precedenti erano stati registrati 13.314 nuovi casi e 356 vittime


 

 

Coronavirus, i dati: 24.009 nuovi casi con 206mila tamponi. I morti oggi sono 814,4 dicembre 2020

Sono 24099 i nuovi casi di coronavirus accertati oggi in Italia su 206059 tamponi effettuati. I morti registrati oggi sono 814, leggermente in calo rispetto ai 993 decessi accertati ieri: il record da inizio pandemia. Dopo che negli ultimi due giorni l’incidenza delle nuove persone risultate positive rispetto al numero di test effettuati era rimasta stabile al 10 per cento, oggi torna leggermente a salire all’11,7%.

Il confronto del trend settimanale però resta incoraggiante: tra lunedì e venerdì i casi accertati sono 103.760, i primi 5 giorni della scorsa settimana erano stati 129mila. Il calo di positivi accertati rispetto alla media dell’ultimo mese è del 33%. Il confronto con 7 giorni fa dice il tasso di positività è calato di un punto percentuale (era al 12,7%), mentre il numero dei decessi è rimasto costante.

CLIMA E MUTAZIONE

Clima, sulle Alpi meridionali l’inverno più mite e secco dal 1864: temperature medie più alte di 1,8 gradi rispetto alla norma.

Sul versante meridionale delle Alpi non si vedeva un inverno così mite e secco da più di 150 anni: per la precisione dal 1864. Lo sostiene l’ufficio federale di meteorologia MeteoSvizzera, che ha comparato i dati di questo gennaio con quelli degli ultimi 158 anni.

Il risultato dell’analisi è netto: l’inverno meteorologico a Sud delle Alpi – che dura per i mesi di dicembregennaio e febbraio – quest’anno finirà con una temperatura media a di 1,8 gradi centigradi “superiore alla norma 1991-2020, mentre il totale di precipitazione sarà inferiore a un quarto del valore normalmente atteso, più precisamente risulterà pari al 22% di esso”. In pratica ha piovuto il 78 percento in meno.

Sempre in base alle analisi di MeteoSvizzera, quindi, “a sud delle Alpi una combinazione di temperature così elevate e precipitazioni così scarse non si era mai verificata durante la stagione invernale”. Non ne era stata registrata neppure una “temperatura media superiore alla norma di 1 grado e precipitazioni inferiori alla metà di quelle attese”. Le cause sono principalmente due. Innanzitutto le “condizioni anticicloniche persistenti caratterizzate da aria molto mite in quota, che ha contribuito a far registrare temperature miti soprattutto in montagna”.

Poi le “frequenti giornate con favonio“, cioè il foehn, vento caldo e secco, “che hanno innalzato le temperature anche alle basse quote”. MeteoSvizzera riporta inoltre i dati relativi alle stagioni invernali con valori più inconsueti. “Con un’anomalia termica di oltre 2 gradi rispetto alla norma 1991-2020, l’inverno più mite della serie storica – analizza il servizio meteorologico nazionale della Confederazione Svizzera – è stato quello del 2006/07, in cui la precipitazione fu però un pò più abbondante del normale. Al contrario, l’inverno più freddo risale al 1894/95, con un’anomalia di oltre 4 gradi rispetto alla norma e precipitazioni di poco inferiori alla media. L’inverno 2013/14 è stato in assoluto il più ricco di precipitazioni e ha fatto registrare una temperatura media stagionale di circa 1 grado superiore alla norma. Il meno piovoso è stato invece l’inverno 1980/81, che ha fatto registrare solo il 3% della precipitazione normale”.

 

 

 

 

 

 

ECONOMIA E SOCIETA'

 

 

 

Altro che “eroi” in camice: 66 mila esodati del post-Covid. Contratti scaduti e zero assunzioni

 

Ucraina, la Russia ritira parte delle truppe. Putin vede Scholz: ‘No ad allargamento Nato’. Kiev denuncia: hacker contro banche e Difesa.

Ucraina, la Russia risponde agli Usa: “Senza garanzie di sicurezza reagiremo militarmente”. Kiev: “I ribelli hanno bombardato un asilo”

Crisi ucraina, l’America non ha nessuna voglia di una nuova guerra. Rimane solo una spiegazione.

La stragrande maggioranza degli americani non solo non sta seguendo l’acuirsi della tensione tra Washington e Mosca, non potrebbe neppure individuare dove si trova l’Ucraina sul mappamondo. Riflettiamo su questa verità, siamo noi europei in prima linea in questo battibecco politico che rischia di degenerare in un conflitto.

L’assurdità della ‘questione ucraina’ ha molte sfaccettature. In primis, gli accordi stipulati poco prima della disintegrazione dell’Unione Sovietica, accordi che si riferivano alla riunificazione della Germania, stabilivano che la Nato non si sarebbe espansa nell’Est europeo. Corollario di questa rassicurazione era il mantenimento della neutralità dell’Ucraina, paese limitrofo tra Russia ed Europa, ma anche paese di passaggio dei gasdotti russi che approvvigionano l’Europa.

 
 

Per l’Europa poi, nel bel mezzo di una crisi energetica che rischia di farci rivivere i tempi duri degli anni 70, questo è il momento peggiore per chiudere i rubinetti energetici russi. Diversa è la situazione degli Stati Uniti, dopo esserci ritirati dall’Afghanistan lasciando il paese in mano ai terroristi, adesso vogliono iniziare una nuova guerra dietro casa nostra usando la Nato. Stiamo scherzano? Una nazione che dopo 20 anni ha capitolato contro l’ex esercito degli ‘straccioni talebani’ adesso apre un nuovo fronte in Europa? Contro la Russia? Che probabilità hanno gli Stati Uniti, anche con le forze Nato, di sconfiggere l’esercito russo se non sono riusciti a vincere in 20 anni i Talebani in Afghanistan?Prima di essere trascinati nell’ennesimo conflitto da nuova guerra fredda, noi europei dovremmo pensare alla nostra sicurezza, ai nostri interessi. Quando Biden era vice-presidente gli americani hanno appoggiato l’intervento in Libia, poi a cose fatte se ne sono andati lasciando nel caos una nazione dalla quale ci separa un tratto di mare, diventato il cimitero dei migranti che non riescono a raggiungere le nostre coste. Quando Assad ha usato le armi chimiche in Siria, il presidente Obama non ha rispettato la promessa che sarebbe intervenuto, e tutti sappiamo cosa è successo dopo. Gli attentati terroristici a raffica condotti dagli affiliati all’ISIS hanno colpito il vecchio continente, le vittime erano europei. Ma la storia non finisce qui. Kim Jong-un continua a testare missili ed a progredire con il suo progetto nucleare. La Casa Bianca è totalmente indifferente. È questa la super potenza che muove la Nato sullo scacchiere mondiale? Non dovremmo avere un po’ di paura?Come interpretare la politica estera di Biden, il testa a testa con Putin? Chi pensa che il clima della guerra fredda sia positivo per la sua popolarità, ormai bassissima, sbaglia. L’America non ha nessuna voglia di iniziare una nuova guerra. E’ possibile che tutto questo sia un bluff? Certo, potrebbe esserlo, ma a che fine? Cosa ci guadagna Biden ed il partito che lo manovra? Anche ipotizzando che Putin decida di lasciare che l’Ucraina diventi parte della Nato, questa non è una vittoria da brandire in campagna elettorale. Gli americani sono più preoccuparti del tasso d’inflazione, del caro vita che dei domini territoriali della Nato, molti non sanno neppure cosa sia.

Rimane l’unica possibile spiegazione, quella che fa davvero paura. In questa guerra di parole ed accuse si è perso il motivo dello scontro. Certo non può essere l’annessione della Crimea, sono passati troppi anni per iniziare una guerra. Neppure l’espansione della Nato per proteggerci dalla Russia giustifica una guerra con la Russia adesso. In ogni caso per giustificare un conflitto c’è bisogno di un’aggressione, ed ecco spiegato perché si grida al lupo al lupo quando questo è accucciato oltre i confini, in territorio russo.

La politica moderna è talmente imbevuta di propaganda mediatica che si è perso il senso della misura, della realtà. Invece di smorzare gli animi, di trovare un accordo, una pacificazione i nostri leader minacciano l’intervento armato contro un nemico storico, in fondo la Nato venne creata per proteggere l’occidente contro l’Unione Sovietica. Biden, Johnson, Macron dovrebbero rileggersi le pagine di storia sulla costruzione del muro di Berlino e sulla crisi dei missili a Cuba. Allora l’intelligenza e l’abilità di chi guidava l’occidente hanno evitato lo scontro nucleare, quelli erano dei veri leader, politici al servizio dei propri cittadini non dei pavoni che vogliono solo fare la ruota.

 

Mani pulite, cosa resta trent’anni dopo. Colombo e Davigo: “Oggi la corruzione non indigna. Pnrr? C’è il rischio Tangentopoli”

Eutanasia, per la Consulta referendum inammissibile: “Non preserva la tutela necessaria della vita umana”.15-02-22

Concessioni balneari, ok all’unanimità in cdm. Ma la Lega: “Lo cambieremo in Parlamento”. La riforma | Tutele a chi non ha altri redditi.

Abolizione Severino e ladri liberi: cosa c’è nei referendum della Lega. La Consulta in camera di consiglio

 

PRESIDENZIALI FRANCESI:Zemmour, l’outsider per l’Eliseo annuncia la “Riconquista”. Scontri tra suoi militanti e antirazzisti---6-12-21

Più libri più liberi, Padellaro: “Berlusconi al Colle? Vergogna”. Scanzi: “Grave solo parlarne”---6-12-21

 

Evergrande, si (ri)avvicina "l'ora X”. 82 milioni da pagare entro la mezzanotte o sarà default---6-12-21

Manovra, Cgil e Uil proclamano lo sciopero generale. “Insoddisfatti su fisco, pensioni, scuola e precarietà”. Ma la Cisl si sfila: “Sbagliato radicalizzare il conflitto”----6-12-21

Un compito per Super-Mario: tagliare le tasse alle famiglie per evitare inflazione e crescita zero

Secondo i fautori della Modern Monetary Theory (MMT), la pandemia rappresenta una grande opportunità per riformare il sistema fiscale e monetario al fine di ridurre le diseguaglianze e dare nuovo impeto all’economia. Queste affermazioni poggiano su alcuni postulati della MMT: l’aumento del debito pubblico attraverso la creazione della moneta corrisponde ad un aumento della ricchezza della nazione, e naturalmente la riduzione ad una contrazione del denaro in circolazione; l’aumento del debito può tradursi in opere pubbliche necessarie per la crescita. Naturalmente, ciò è vero solo per le nazioni che hanno mantenuto la sovranità monetaria come Stati Uniti, Regno Unito o Giappone.

La sovranità monetaria fa sì che lo Stato che la possiede sia l’emittente del denaro e la popolazione, le imprese, ed anche il governo siano gli utenti, coloro che lo usano. Nei momenti di grande crisi, come appunto la pandemia, lo Stato che possiede la sovranità monetaria produce denaro elettronicamente e lo deposita nel bilancio della banca centrale che lo invia a chi serve, negli Stati Uniti nel 2008 nei bilanci delle istituzioni finanziarie e nel 2020 nei conti degli individui e delle imprese. Questi soldi sono serviti ad evitare una contrazione dell’economia simile a quella del 1929.

Il debito pubblico è come una fisarmonica, si apre e si chiude a seconda delle note che vogliamo suonare. Quando l’economia cresce troppo velocemente ed i prezzi iniziano a gravitare è il momento di ridurlo, lo si può fare in vari modi, ad esempio aumentando le tasse. Aumentare le tasse riduce il denaro disponibile di famiglie e imprese, queste spenderanno meno, allentando così la pressione sui prezzi. Dai tempi di Clinton, gli Stati Uniti de facto perseguono questa politica, anche se ufficialmente nessun presidente ha mai menzionato la MMT. Ed infatti da Clinton in poi il debito pubblico è aumento con tutti i presidenti.La MMT in Italia non può funzionare per un semplice motivo: gli euro sono prodotti dalla Banca centrale europea non dalla Banca d’Italia. L’Italia li prende in “prestito” e dunque li deve restituire. I dollari, le sterline e gli yen prodotti elettronicamente o, come si faceva in passato, stampati, sono di proprietà degli Stati Uniti, del Regno Unito e del Giappone, rispettivamente, quindi non c’è bisogno di restituirli. Lo si farà solo quando l’inflazione minaccia la stabilità del sistema, ma non perché lo Stato ne ha bisogno, perché questa è una manovra tecnica antinflazionista.

Lo Stato che detiene la sovranità monetaria non ha bisogno delle nostre tasse per pagare la costruzione di ponti, scuole, ospedali o per sovvenzionare le forze armate. Questo Stato quando ne ha bisogno produce il proprio denaro. È successo con il Giappone negli ultimi 25 anni e con gli Stati Uniti dal 2008 e 2020. I 5mila miliardi di dollari immessi digitalmente nell’economia americana durante i piani di salvataggio della crisi dei mutui subprime e quelli pompati a causa della pandemia non hanno prodotto un’impennata dell’inflazione. Il Quantitative Easing (QE) ha funzionato.

Sbaglia chi pensa che l’attuale aumento dell’inflazione nel Regno Unito sia dovuto all’espansione della massa monetaria prodotta dal Q&E nel 2020. la causa è lo squilibrio tra domanda ed offerta energetica, squilibrio che era prevedibile.

Anche se nazioni come l’Italia non possiedono la sovranità monetaria, rimane valida la regola della MMT di non imporre politiche di austerità quando l’economia è debole. Aumentare le tasse per contenere le spinte inflazioniste dovute alla crisi energetica o per ridurre il debito pubblico, e dunque restituire i soldi presi in prestito dalla Bce potrebbe produrre un fenomeno sconcertante: la stagflazione, inflazione con crescita zero. È successo negli anni Settanta, potrebbe succedere di nuovo.

I dati dell’Istat dimostrano che, nonostante gli aiuti monetari, la pandemia ha spinto 333mila famiglie, il 20 per cento in più rispetto al 2019, nell’area della povertà assoluta e non ha frenato la pressione fiscale che, anzi, è cresciuta ancora di più. La pressione fiscale generale in Italia, pari al 43,1 per cento, è aumentata di 0,7 punti di Pil, mentre quella delle famiglie, pari al 18,9 per cento, è cresciuta di 1 punto di Pil. Più che un amento della pressione fiscale c’è bisogno di un riequilibrio del gettito fiscale a favore delle famiglie, lo si poteva fare durante la pandemia, ma non è stato fatto, adesso si può ancora fare.

 

Cop26, un fantasma su Glasgow: è l’energia nucleare. Le pressioni della Francia, le aperture dell’Europa e la tassonomia verde come cavallo di Troia per l’atomo.

 Mentre Parigi – nuclearista convinta – cerca sponde in Ue

 e consegna un documento informale per superare le divisioni, Cingolani ha detto di attendere le decisioni di Bruxelles su “cosa può essere definito realmente verde”. E l’energia atomica ha un ruolo non secondario in questa partita


 

 

Eurovision Song Contest, il trionfo dei Maneskin a Rotterdam. E anche Palazzo Chigi twitta le congratulazioni

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/23/eurovision-song-contest-il-trionfo-dei-maneskin-a-rotterdam-e-anche-palazzo-chigi-twitta-le-congratulazioni/6207080/

 

Ddl Zan, il Vaticano impugna il Concordato. Divorzio e aborto: interventismo della Chiesa. Pd: “Sì al dialogo, ma sostegno alla legge”

Governo Draghi, sempre dalla parte dei ricchi e dei potenti

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/19/governo-draghi-sempre-dalla-parte-dei-ricchi-e-dei-potenti/6201120 /

Fare più figli aumenterebbe inquinamento e povertà. Le popolazioni non possono espandersi all’infinito

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/17/fare-piu-figli-aumenterebbe-inquinamento-e-poverta-le-popolazioni-non-possono-espandersi-allinfinito/6200082/

 

Rinascita-Scott, un maxiprocesso ignorato dai media: eppure la ‘ndrangheta è dappertutto.

È sconcertante che il processo “Rinascita Scott”, che da gennaio è in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme, sia sistematicamente ignorato dai media e dall’opinione pubblica. Pochi sanno di cosa si tratta, perciò è necessario rinfrescare la memoria.

La procura di Catanzaro, Nicola Gratteri in primis, ha portato a giudizio 355 imputati, tutti affiliati alle cosche calabresi. È il più importante processo a un’organizzazione criminale mai celebrato in questo paese dopo il maxi processo a Cosa Nostra dell’86. La cortina di silenzio scesa su questo evento epocale però non stupisce. Per esperienza personale, una drammatica esperienza personale, so che da anni la mafia interessa poco alla politica. Tutto l’interesse è stato riversato sull’immigrazione e sulla possibile infiltrazione di terroristi islamici, un’attenzione ingigantita dai politici nostrani. Gli sforzi si sono ridotti solo al contrasto di un’immigrazione ormai ai minimi storici.Poi sono arrivati il Covid-19, gli attacchi dei dioscuri omonimi, i due “Matteo”, la crisi di governo. Ma, Covid a parte, i problemi veri, reali, sono altri. Si chiamano mafie, corruzione, evasione fiscale. La mafia è dimenticata, ma intanto i clan sottraggono 100 miliardi di euro all’anno alle casse dello stato. I mafiosi non si vedono, non si sentono, la gente tace per paura: evocare la mafia non è utile nelle cabine elettorali. Ci si preoccupa solo quando Cosa Nostra mette bombe in autostrada o nelle città mirando alla strage di uomini e donne dello stato.

Per il resto sono considerate quasi un fenomeno tipico italiano, folcloristico, qualcosa di cui quasi non possiamo fare a meno. Il padrino di Coppola, il camorrista di Gomorra, il boss calabrese che brucia santini per dare la Santa, i gangster foggiani che buttano giù negozi e persone a suon di bombe e AK47.

La politica snobba la lotta alla mafia, soprattutto quella calabrese. Questa è silente, ombrosa, impenetrabile, non fa chiasso, non uccide, non mette bombe, e non perché questi metodi non facciano parte del suo Dna, ma per una precisa strategia: meno si mostra, più viene ignorata. E la totale assenza di interesse pubblico per il processo Rinascita Scott dimostra che è una strategia purtroppo vincente.

La forza morale di un paese consiste nel riuscire a colpire anche le ombre, se sono pericolose. L’Italia ci riesce? Per quello che ho appena detto ci riesce poco, ma è già un ottimo risultato che, nonostante il generale blackout mediatico, comunque c’è un processo in atto: lo stato non ha ancora abdicato alla propria funzione. È vero che non se ne parla, ma ciò che è importante è che il processo sia in corso.

La procura di Catanzaro è riuscita a portare alla sbarra gli affiliati dividendoli in vari filoni: quello principale presso il Tribunale di Vibo Valentia e che si terrà nell’aula bunker di Lamezia Terme (345 imputati), poi Tribunale di Catanzaro (6 imputati), Cosenza (4 imputati), Corte d’Assise di Catanzaro (13 imputati) e i riti abbreviati (91 imputati). Uno sforzo gigantesco di cui bisogna dare merito al procuratore Gratteri. Nicola Gratteri è uno che fa bene il suo mestiere, senza tirarsi indietro e sfidando le minacce. Oggi, in questo mondo di penosi Grandi fratelli e Live D’Urso, fare fino in fondo il proprio dovere ti fa spiccare, ti fa diventare quasi un eroe.

E allora diciamo pure senza retorica che Nicola Gratteri è un eroe. Un eroe della normalità: facendo il suo dovere è riuscito a portare alla sbarra parte della ‘ndrangheta, e non l’Italia, ma il mondo intero dovrebbe ringraziarlo. Perché? Perché forse tu che leggi non sai cos’è davvero la ‘ndrangheta. Perciò ora mettiti comodo e permettimi di spiegarti come funziona l’Onorata Società calabra, che ho conosciuto personalmente. Poi ne riparliamo.Dopo la norma che nel ’92 bloccò i pagamenti dei seque­stri di persona, i calabresi decisero di investire i miliardi acquisiti con i rapimenti nell’acquisto di coca dal Sudamerica. La vera origine dell’impero creato dalla mafia calabrese ha questa data precisa. Gli affari cominciarono ad andare bene, e la ‘ndran­gheta invase l’Italia di cocaina. Conquistò la piazza di Mi­lano, poi di Torino, diventò monopolista in tutta l’Europa.

La via privilegiata da cui passa la droga fra Messico ed Eu­ropa è il mare. Le navi partono dal Sudamerica, in partico­lare dal Venezuela, e puntano ai porti di Gioia Tauro e Rot­terdam. A Gioia Tauro spesso lasciano sequestrare cento o duecento chili di coca per distrarre i controllori, poi ne fanno passare a tonnellate in altri porti. Da mafia che odorava di formaggio, quella calabrese si è trasformata nella prima mafia europea e, forse, mondiale, grazie al predomi­nio nel traffico di stupefacenti. Dopo il periodo dei sequestri di persona, ai figli dei boss bastò poco per intuire che il futuro era nella droga, e in particolare nella cocaina.

Dopo il ’92 alcuni di loro si recarono in Sudamerica dove, con abi­lità commerciale, cominciarono a intrattenere rapporti sempre più privile­giati con i gangster dei cartelli colombiani e messicani, fino a portare la mafia calabrese a quello che è oggi. Hanno vissuto in ville dorate in Messico, in Uruguay e altrove. Vivendo in zona potevano gestire i traffici in modo sicuro. La ‘ndrangheta ha inviato in pianta stabile dei broker in Messico per gestire le continue richieste di coca. Uno di questi è Bruno Fuduli, che poi ha collaborato con la giustizia. Altri due sono Pasquale Locatelli, bergamasco, e Roberto Pannunzi, ro­mano. Entrambi sono in carcere, ma certamente ce ne sono altri che non conosciamo.La ‘ndrangheta non ha broker solo in Messico e in Colombia. Ne ha anche in molte città italiane per trattare le compravendite di partite importanti di cocaina. Oggi la mafia calabrese è ovunque. A Milano pos­siede bar, ristoranti, alberghi, agenzie, centri commerciali, ed è infilata nella sanità, nelle banche, nelle bische, gestisce lo scambio di voti alle elezioni politiche e amministrative. Fra le sue file ha uomini delle istituzioni, banchieri, notai, commercialisti, avvocati, diplomatici. D’altronde l’organizzazione originaria, che ha le basi in Calabria e comanda attraverso il crimine, non riu­scirebbe mai a muovere certe somme di denaro e fare acqui­sti nell’edilizia di mezzo mondo se non si affidasse a pro­fessionisti qualificati.

Le indagini hanno accertato che gli ‘ndranghetisti hanno stanze piene di banconote e passano le notti a contare soldi, ma poi quei soldi in qualche modo li devono ripulire. Perciò si met­tono nelle mani di commercialisti e avvocati, spesso setten­trionali, gente in grado di gestire il riciclaggio dei miliardi provenienti dalla cocaina. L’Onorata società calabrese – gli affiliati la chiamano così, non ’ndrangheta – adotta la strategia di vivere sott’acqua e di non farsi mai vedere. Non uc­cidono e non organizzano stragi, a meno che non sia stret­tamente necessario. E se devono farlo, lo fanno in silenzio: sparisci nel nulla e ti sciolgono nell’acido.

Il fatto eclatante, come avvenne a Duisburg del 2007, con sei morti, è deciso solo in casi estremi, come in una faida. Perché nelle faide i morti non si nascondono, si esibiscono: l’onore si vendica con il sangue, e il sangue si deve vedere scorrere. Il sistema della ‘ndrangheta or­mai va oltre la pura criminalità. I processi hanno dimo­strato che, quando fra il ’92 e il ’94 i calabresi diedero una mano a Cosa nostra nella strategia stragista dell’epoca, die­tro di loro c’era un impianto che andava al di là di Palermo e Reggio Calabria, e arrivava fino a Roma. Per pulire il fiume di denaro che introitano con la coca, i boss comprano tutto quello che pos­sono comprare. Investono in aziende che producono beni, e non solo a Milano e a Torino, ma in tutto il mondo. In Svizzera, Germania, Canada, Australia e Sudafrica, per fare alcuni esempi.

I messicani la temono, ritengono che la mafia calabrese sia l’organizzazione più affidabile con cui combinare affari. Gli ‘ndranghetisti continuano ancora a praticare l’estorsione a negozi e a imprese, ma lo fanno solo per mantenere il con­trollo del territorio. Con i soldi introitati grazie alla droga, i duecento euro del ristorante dei Navigli o i cento dollari della pizzeria di Montreal per loro sono zero. Ma ri­scuotere il pizzo serve a incutere terrore e far sapere a tutti che loro, comunque, ci sono. Serve all’immagine. Le associazioni ma­fiose vivono anche del consenso del popolo, ol­tre che del timore che incutono.

I boss costrui­scono case, campi sportivi, attività ricreative e molti li adorano. Non è un caso che i mafiosi calabresi siano i soli cui i cartelli sudamericani ricono­scono l’appellativo di “Don”. Sono gli unici par­tner davvero affidabili – ha detto una volta Joaquín Archi­valdo Guzmán Loera. Il nome dice poco, probabilmente dice di più il suo soprannome: in Messico e negli States lo chiamano El Chapo, ed è il capo del cartello di Sinaloa, il più potente del globo.

Una delle frasi-spot registrate nelle intercettazioni telefoniche dei boss calabresi è: “Il mondo si divide in due parti: quella che è Calabria e quella che lo diventerà”. E i calabresi per bene, che sono la stragrande maggioranza, sono i primi a desiderare che ciò non avvenga mai: non hanno nessuna voglia di dividere con chicchessia quella loro meravigliosa terra.

Assalto alla Cgil, 12 arresti: anche Castellino e Fiore (Forza Nuova) e l’ex Nar Aronica. Conte e Letta coi sindacati: “Sciogliere gruppi neofascisti”10-10-21

Dodici arresti dopo gli scontri alla manifestazione no Green pass: Castellino, sorvegliato speciale, ha violato numerose prescrizioni, c'è anche Aronica, tra i fondatori dei Nar, e Biagio Passaro, leader di IoApro. Trentotto agenti feriti: in due hanno fratture a costole e al volto. I segretari confederali: "È il momento di affermare e realizzare i principi e i valori della Costituzione. Invitiamo tutti a mobilitarsi". Ma Forza Italia e Lega fanno sapere che non scenderanno in piazza

Il giorno dopo gli scontri nel centro di Roma durante la manifestazione contro il Green pass e l’assalto alla sede della Cgil guidato dagli esponenti di Forza Nuova, arriva la notizia che i leader della formazione neofascista Giuliano Castellino e Roberto Fiore sono stati arrestati insieme ad altre 10 persone, tra cui l’ex Nar Luigi Aronica detto ‘Er Pantera’ e il leader dei ristoratori di IoApro, Biagio Passaro, che si era ripreso dentro gli uffici del sindacato dopo l’irruzione. E mentre in migliaia si riuniscono in Corso d’Italia per il presidio democratico prima dell’assemblea generale della Confederazione, i sindacati e parte dello schieramento politico – dal Pd al M5s – chiedono lo scioglimento di tutti i movimenti dichiaratamente neofascisti. “Domani presenteremo una mozione urgente alla Camera“, annuncia il deputato Pd Emanuele Fiano partecipando al presidio di solidarietà davanti alla Camera del lavoro di Milano. La stessa richiesta, anticipata ieri dal segretario Enrico Letta, arriva dal presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni (M5s) e dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e PierPaolo Bombardieri. Che per sabato 16, il giorno dopo l’entrata in vigore dell’obbligo di green pass nei luoghi di lavoro, hanno annunciato “una grande manifestazione nazionale e antifascista per il lavoro e la democrazia”. Fratelli d’Italia attraverso il capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida, presente al presidio Cgil, si limita a far sapere che spetta alla magistratura decidere se e come agire “nei confronti di queste associazioni”, mentre la leader Giorgia Meloni dice di “non conoscere la matrice” dell’assalto. Che nella notte ha conosciuto un’ultima coda con l’irruzione nel pronto soccorso dell’ospedale Umberto I da parte di 40 persone nel tentativo di liberare un manifestante ricoverato in stato di fermo: un’azione che ha provocato 4 feriti. I fermi e le accuse – Oltre ai vertici di Forza Nuova, tra i 12 arrestati per gli scontri in piazza c’è anche il leader di IoApro, Biagio Passaro, un ex appartenente ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari, organizzazione terroristica di ispirazione fascista. Si tratta, a quanto apprende Ilfattoquotidiano.it, di Luigi Aronica, detto Er Pantera, già condannato a 18 anni per una catena di reati legato alla sua militanza nei Nar. I fermati sono accusati, a vario titolo, di danneggiamento aggravato, devastazione e saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. La posizione di queste persone è al vaglio della Procura di Roma. In sei sono stati arrestati in flagranza e altre sei, fra i quali appartenenti a Forza Nuova, nella notte con arresto differito. E la questura spiega che sono in corso ulteriori attività di indagine e di verifica dei filmati registrati dal personale della Polizia Scientifica, per altre condotte penalmente rilevanti. In totale sono 38 gli agenti feriti negli scontri, tra questi un dirigente della questura che ha riportato la frattura di una costola e un operatore della polizia scientifica a cui è stato fratturato uno zigomo.

L’assalto alla sede del sindacato ha richiamato alla memoria gli attacchi alle Camere del lavoro del 1920 e 21 e ha suscitato manifestazioni di solidarietà bipartisan, anche se con sfumature molto diverseGiorgia Meloni e Matteo Salvini hanno sottolineato di essere solidali anche nei confronti dei manifestanti “scesi in piazza per protestare legittimamente contro i provvedimenti del governo e di cui nessuno parlerà per colpa dei delinquenti”. E la leader di Fratelli d’Italia, ospite a Madrid dell’ultradestra di Vox, ha detto di non sapere quale sia la matrice dell’attacco al sindacato, pur essendo presenti sulle scale d’ingresso della sede della Cgil i leader di Forza Nuova come dimostrano diversi video.

Landini: “Offesa alla Costituzione nata dalla Resistenza” – “Quella di ieri è una ferita democratica, un atto di offesa alla Costituzione nata dalla Resistenza, un atto che ha violentato il mondo del lavoro e i suoi diritti”, ha scandito Landini aprendo l’assemblea generale del sindacato. “Vorrei che fosse chiaro che se qualcuno ha pensato di intimidirci, di metterci paura, di farci stare zitti, deve sapere che la Cgil, il movimento dei lavoratori sono quelli che hanno sconfitto il fascismo in questo Paese, hanno riconquistato la democrazia: non ci intimidiscono, non ci fanno paura. In un Paese che rischia di perdere la memoria bisogna sapere cosa ha portato il fascismo nel nostro paese: guerra e disperazione”. E quello di ieri è stato un “disegno preordinato e coordinato” di matrice “squadrista e fascista, non ci sono altre definizioni, la scelta di colpire la Cgil e il mondo del lavoro è un atto inaccettabile”. Di qui il nuovo appello: “Tutte quelle formazioni che si richiamano al fascismo vanno sciolte e questo è il momento di dirlo con chiarezza”.

 

“Consegna di mobili fino a 12 ore di fila senza pause. La nostra paga? Ci danno 47 euro al giorno. Lordi”LA MERDA SCHIAVISTICA DI MONDO CONVENIENZA CHE SI UNISCE ALL'ALTRA MERDA SCHIAVISTICA AMAZON E RIDER DELLE SOCIETà CHE CONSEGNANO CIBO. UN'EMERGENZA SOCIALE TOTALMENTE IGNORATA DAL GOVERNO DELLE BANCHE E DELLE FINANZIARIE.

Dalla disputa sulle case ai razzi su Tel Aviv: come nasce la crisi che infiamma il Medio Oriente | Lo speciale La mappa video

Scozia, vincono gli indipendentisti. Sturgeon: "Ora nessuno ci potrà rifiutare un referendum" Video

Snp avrebbe ottenuto 63 seggi al Parlamento di Edimburgo, 2 in meno della maggioranza assoluta---8-05-21

 

Spagna, crisi migratoria nelle enclave di Ceuta e Melilla: lo sgarbo del Marocco a Madrid per aver curato il leader sahrawi

Ceuta e una crisi migratoria senza precedenti grazie alla passività della polizia e delle autorità marocchine. A Rabat non è piaciuta l’accoglienza del leader del Fronte Polisario offerta dalla Spagna per delle cure in gran segreto. Nelle ultime 24 ore circa 6mila migranti, per la quasi totalità giovani marocchini, sono riusciti a entrare all’interno dell’enclave spagnola nel nord del Marocco raggiungendo così l’Europa a nuoto o con mezzi di fortuna senza trovare alcun ostacolo. Circa 2.700 di loro, fanno sapere le autorità, sono già stati espulsi. Le autorità di Madrid che hanno schierato l’esercito a sostegno della polizia, mentre si registra il lancio di sassi dal lato marocchino contro agenti della Guardia Civil che hanno risposto con spari in aria dissuasori e fumogeni.Il numero degli arrivi va aggiornato di ora in ora, visto che una folla mai vista prima di persone si sta ammassando al di qua del muro eretto dal governo di Madrid nei due punti fisici in cui Ceuta è sigillata: il primo all’altezza del varco frontaliero principale, Tarajal II, il secondo sul lato opposto del mega reticolato eretto e potenziato nel corso degli anni, a Benzù, sotto la cosiddetta montagna della Madre Morta (Jebel Moussa). Inoltre, un altro centinaio di persone, nel momento in cui si scrive, sono riuscite a entrare in territorio spagnolo anche nell’altra enclave di Melilla.

Non era mai accaduto in passato che un numero così alto di persone riuscisse ad entrare all’interno dell’area protetta spagnola. Un record assoluto capace di frantumare il precedente, quando nel giugno del 2018, nella settimana tra il 21 e il 28, le autorità spagnole registrarono l’arrivo di circa 2.800 persone. All’epoca si trattava al 90% di uomini in fuga dai Paesi subsahariani, ora quel fronte ha scelto la rotta Atlantica verso le Canarie. Secondo quanto riferito da fonti governative, almeno un terzo delle persone entrate a Ceuta ieri sono minorenni.

Le attenzioni internazionali si stanno concentrando adesso su quanto sta accadendo, ma la situazione a Ceuta (e in parte anche a Melilla) ha iniziato a farsi complessa già alcune settimane fa. Il governo Sanchez ha dovuto attivarsi per potenziare il numero delle deportazioni inasprendo il provvedimento adottato un paio di anni fa, nonostante le denunce di violazione dei diritti umani e delle convenzioni sul fronte migratorio.Alcuni video diffusi in queste ore mostrano due dettagli fondamentali: da una parte la marea di giovani pronti a tuffarsi in acqua per bypassare i due ‘espigon’, i frangiflutti in ferro piazzati ai due margini est ed ovest dell’enclave che penetrano nel mare per decine di metri, dall’altra il vero motivo di questa invasione straordinaria, cioè la totale assenza della polizia marocchina. Un’inerzia per certi versi inspiegabile. Fino a pochi giorni fa i tentativi di entrare a Ceuta illegalmente da parte dei marocchini avvenivano quasi esclusivamente con imbarcazioni di fortuna in partenza da punti della costa lontani dalla cittadina spagnola. Ciò era dettato dai controlli asfissianti da parte delle autorità marocchine dei litorali, specie nei centri frontalieri di Fnideq e Castillejos. Ogni tentativo di avvicinarsi alle spiagge di confine veniva subito contrastato: perfetta applicazione della repressione prevista dagli accordi bilaterali Spagna-Marocco.Da alcuni giorni a questa parte gli arenili attorno a Tarajal II, ma soprattutto a Benzù, sono pieni di ragazzini in cerca di un futuro migliore altrove e delle guardie della polizia di re Mohamed VI neppure l’ombra. Il motivo della totale assenza delle divise lungo le aree di confine è legata a una scoperta fatta lo scorso aprile dai servizi segreti marocchini. L’intelligence nordafricana ha raccolto le prove secondo cui Brahim Gali, segretario generale del Fronte Polisario, da decenni in conflitto con Rabat per il controllo del Western Sahara, la parte meridionale del territorio marocchino al confine con Mauritania e Algeria, è stato accolto dalla Spagna con una falsa identità per curarsi. Un atto che la diplomazia marocchina ha fortemente condannato. Prima conseguenza, appunto, il totale smantellamento a tempo indeterminato dei controlli nei delicati varchi di frontiera.Mentre il premier Sanchez sta cercando di porre rimedio alla crisi migratoria e ai rapporti generali con il dirimpettaio maghrebino, la situazione all’interno dell’enclave sta esplodendo, tanto da costringerlo ad annullare il suo viaggio a Parigi in programma per oggi e recarsi sul luogo degli scontri. I centri di accoglienza sono al collasso e le deportazioni forzate non riescono, come in passato, a limitare i danni. Una parte dei giovani marocchini è stata messa dentro la famosa ‘nave della quarantena’, un’imbarcazione alla fonda che durante la pandemia, soprattutto nella prima fase dell’emergenza sanitaria, ha ospitato i migranti in attesa del loro destino. Di tanti, tuttavia, si sono perse le tracce, nascosti negli anfratti attorno al porto di Ceuta, in attesa di saltare dentro le navi in partenza verso i porti spagnoli della penisola iberica, Algeciras in primis, e tentare la fortuna.

Migranti, naufragio al largo della Tunisia: 57 vittime. Altro dramma con decine di dispersi in acque libiche,18-05-21

Lampedusa, quasi 1200 migranti in poche ore. Lamorgese sente il premier: ipotesi cabina di regia. Salvini a Draghi: “Subito un incontro” 09-05-21

500 morti nel Mediterraneo da gennaio: triplicati rispetto al 2020

Naufragio in acque libiche, Sos Mediterranée: ‘Cento morti, eravamo in un mare di cadaveri’ 23-04-21. Onu: ‘Gli Stati si sono rifiutati di salvarli’. È l’ennesima strage in mare quella avvenuta ieri sera al largo delle coste libiche. Alarm Phone ha segnalato tre imbarcazioni in difficoltà: un gommone che si è ribaltato, un altro che, dalle informazioni raccolte, è stato riportato in Libia con i cadaveri di una donna e del suo bambino a bordo e una terza barca di cui si sono perse le tracce. Intervenuta sul posto, la Ocean Viking della ong Sos Mediterranée si è trovata di fronte all’ennesima tragedia nel Mediterraneo: “Abbiamo avvistato dieci corpi, ma il mare era molto mosso, impossibile ci siano sopravvissuti“, ha dichiarato Francesco Creazzo di Sos Mediterranée, con le vittime stimate che sono più di 100. “Nel pomeriggio la nave My Rose ha avvistato il gommone, ci siamo avvicinati ed è stato come navigare in un mare di cadaveri. Letteralmente. Del natante restava poco, delle persone neanche il nome”, ha raccontato Alessandro Porro, Presidente della ong. Mentre Safa Msheli, portavoce dell’Oim, agenzia Onu, dichiara: “Gli Stati si sono rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone”.

Creazzo ricostruisce le ultime ore, quando la ong ha cercato di intervenire una volta raccolta la segnalazione di Alarm Phone: “Mercoledì è scattato l’allarme, ma con la Ocean Viking eravamo a 10 ore dalla zona segnalata. Ci siamo diretti inizialmente verso il barchino più piccolo perché era quello relativamente più vicino, ma nonostante le ricerche non siamo riusciti a trovarlo”. A quel punto è arrivata la segnalazione sul fatto che uno dei due gommoni fosse in grande difficoltà. “Così abbiamo invertito la rotta e ci siamo diretti verso il gommone – spiega – Abbiamo navigato tutta la notte, ma quando siamo arrivati e, insieme ad altre tre navi mercantili che erano lì, abbiamo iniziato a cercare, abbiamo trovato il relitto capovolto e una decina di corpi. Le condizioni del mare erano proibitive”.

Ciò che Creazzo denuncia è il fatto che “dalle autorità non ci è arrivato alcun supporto, neppure il coordinamento delle operazioni tra le navi che stavano cercando il gommone”. Le notizie sul terzo gommone sono arrivate invece da Safa Msheli, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim): il mezzo, ha spiegato Msheli, è stato riportato in Libia dalle autorità, “il che significa che i migranti sono stati messi in stato di detenzione“, ha aggiunto Creazzo. “Gli stati – ha twittato Msheli – si sono rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone. Hanno supplicato e inviato richieste di soccorso per due giorni prima di annegare nel cimitero blu del Mediterraneo. È questa l’eredità dell’Europa?”.

I racconti e le immagini che arrivano dal luogo del naufragio parlano di una distesa di cadaveri, con i soccorritori che non hanno potuto far altro che constatarne il decesso, anche a causa delle cattive condizioni del mare. Porro, che era presente al momento dell’intervento, parla di onde alte sei metri e ricorda le ricerche “senza aiuto da parte degli Stati. Fosse cascato un aereo di linea ci sarebbero state le marine di mezza Europa, ma erano solo migranti, concime del cimitero Mediterraneo. Da oltre 24 ore la Ocean Viking stava inseguendo dei destini nel mare, quelli di due imbarcazioni in difficoltà, molto lontane fra di loro. Della prima non abbiamo trovato alcuna traccia, possiamo solo sperare che sia rientrata a terra o comunque giunta in salvo. La seconda è stata rincorsa attraverso una bufera, in una notte con onde alte sei metri”.

Per rendere l’idea dell’inferno di acqua in cui si sono ritrovati i 120-130 migranti che erano a bordo delle imbarcazioni in difficoltà, Porro racconta: “Non ho difficoltà ad ammetterlo, ho passato qualche ora in bagno a vomitare. Non sono bastati la prometazina, il dimenidrinato, metà degli ultimi tre anni passati in mare. Ero esausto, disidratato, a fatica sono tornato nel letto, ed ero protetto da una signora delle acque che pesa migliaia di tonnellate. Colpi secchi sulla chiglia, oggetti rovesciati nelle cabine. Fuori, da qualche parte, in quelle stesse onde, un gommone con 120 persone. O 100, o 130. Non lo sapremo mai, perché sono tutte morte“. Porro racconta quindi il momento in cui è stato ritrovato il relitto del gommone e sembrava di “navigare in un mare di cadaveri”: “Impotenti, abbiamo osservato un minuto di silenzio, a riecheggiare sulle terre degli uomini. Le cose devono cambiare, le persone sapere”.

Usa, primo via libera al piano di stimoli da 1.900 miliardi. Ma l’aumento del salario minimo non c’è. Joe Biden: “Sono deluso”

Passa il maxi piano ma non l’atteso progetto di incremento del salario minimo federale. Un successo a metà per l’amministrazione di Joe Biden che nel week end ha visto la Camera statunitense dare via libera al programma di sostegni all’economia da 1.900 miliardi di dollari, il secondo più ampi di sempre. Il piano passa ora all’esame del Senato con l’auspicio della Casa Bianca che si proceda velocemente per dare sollievo alle aziende e ai cittadini statunitensi. Tra le misure ci sono nuovi fondi per il programma vaccinali nonché risorse aggiuntive per le assicurazioni contro la disoccupazione oltre soprattutto a sostegni diretti per 1.400 miliardi di dollari, oltre ad aiuti per i governi statali. L’imperativo di muoversi rapidamente ha però causato una vittima: il raddoppio del salario minimo federale da 7,5 a 15 dollari/ora, misura gradita a gran parte dell’elettorato, fortemente sostenuta dall’ala più progressista dei democratici rappresentati nel governo da Bernie Sanders, e che riguarderebbe circa 27 milioni di lavoratori statunitensi.Per accelerare l’iter del bilancio si è infatti scelto di utilizzare una procedura particolare, chiamata “budget reconciliation” che consente di superare eventuali manovre di ostruzionismo. Il ricorso a questa procedure irrigidisce però le misure che possono essere incluse nel piano. I tecnici del Senato hanno considerato la misura sul salario è stata considerata come non strettamente attinente alle misure anti-Covid su cui il piano è impostato. La Casa Bianca ha scelto, almeno per ora, di non forzare troppo la mano. In teoria avrebbe potuto bypassare il blocco sfruttando alcune prerogative attribuite al vicepresidente Kamala Harris che ricopre anche il ruolo di presidente del Senato.Joe Biden si è detto “deluso” dalla bocciatura della sua proposta di inserimento del salario di 15 dollari l’ora nel piano di aiuti Covid, ha riferito la Casa Bianca, sottolineando che il presidente “rispetta la decisione del consulente delle regole del Senato e la procedura del Senato” stesso ma che “lavorerà con i leader del Congresso per determinare la via migliore perché nessuno in questo Paese dovrebbe lavorare a tempo pieno e vivere in povertà“. Il salario di 15 dollari dovrebbe entrare in vigore entro il 2025 e sarebbe comunque in coda ai paesi Ocse che adottano una misura di questo tipo, compresi Cile e Turchia. La bocciatura del Congresso non è comunque una sorpresa. Secondo quanti riportato dal sito Politico, già nelle scorse settimane Biden aveva espresso perplessità sulla possibilità che l’aumento del salario superasse lo scoglio delle procedure congressuali.Più in generale il maxi piano sta avendo in questi giorni un effetto controverso e paradossale sui mercati. Tra aiuti governativi e interventi delle banche centrali nel 2020 sono stati iniettati nei sistemi economici 20mila miliardi di dollari. Ora negli Stati Uniti si aggiunge questa nuova dose da quasi 2mila miliardi. Il timore è che alle prime avvisaglie concrete di ripresa tutta questa liquidità favorisca un rialzo dell’inflazione. A quel punto le banche centrali sarebbero costretto a stringere i cordoni della borsa mettendo in difficoltà i mercati. Inoltre oggi i rendimenti dei titoli di Stato sono su livelli bassissimi, un aumento dei prezzi ne decurterebbe ulteriormente i ritorni reali. Per questa ragione nelle ultime settimane si è assistita ad una vendita generalizzata di bond sovrani europei e statunitensi causandone una discesa del prezzo e un parallelo incremento dei rendimenti (gli interessi sono fissi in valore assoluto ma espressi come percentuale del valore del titolo). I Treasuries statunitensi a dieci anni, il titolo più importante al mondo, in grado di influenzare i rendimenti di asset in tutto il mondo, hanno visto il loro rendimento salire dell’1%. C’è però anche una lettura più raffinata di queste dinamiche. I mercati starebbero testando la disponibilità della Federal Reserve ad attuare un controllo ancora più accurato sui rendimenti dei bond, muovendosi per regolare tutta la curva delle scadenze (non solo quelle più brevi come abitualmente accade), sul modello di quanto sta già facendo la banca centrale giapponese.

Assalto alla Cgil, 12 arresti: anche Castellino e Fiore (Forza Nuova) e l’ex Nar Aronica. Conte e Letta coi sindacati: “Sciogliere gruppi neofascisti”--9-10-21

Il giorno dopo gli scontri nel centro di Roma durante la manifestazione contro il Green pass e l’assalto alla sede della Cgil guidato dagli esponenti di Forza Nuova, arriva la notizia che i leader della formazione neofascista Giuliano Castellino e Roberto Fiore sono stati arrestati insieme ad altre 10 persone, tra cui l’ex Nar Luigi Aronica detto ‘Er Pantera’ e il leader dei ristoratori di IoApro, Biagio Passaro, che si era ripreso dentro gli uffici del sindacato dopo l’irruzione. E mentre in migliaia si riuniscono in Corso d’Italia per il presidio democratico prima dell’assemblea generale della Confederazione, i sindacati e parte dello schieramento politico – dal Pd al M5s – chiedono lo scioglimento di tutti i movimenti dichiaratamente neofascisti. “Domani presenteremo una mozione urgente alla Camera“, annuncia il deputato Pd Emanuele Fiano partecipando al presidio di solidarietà davanti alla Camera del lavoro di Milano. La stessa richiesta, anticipata ieri dal segretario Enrico Letta, arriva dal presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni (M5s) e dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e PierPaolo Bombardieri. Che per sabato 16, il giorno dopo l’entrata in vigore dell’obbligo di green pass nei luoghi di lavoro, hanno annunciato “una grande manifestazione nazionale e antifascista per il lavoro e la democrazia”. Fratelli d’Italia attraverso il capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida, presente al presidio Cgil, si limita a far sapere che spetta alla magistratura decidere se e come agire “nei confronti di queste associazioni”, mentre la leader Giorgia Meloni dice di “non conoscere la matrice” dell’assalto. Che nella notte ha conosciuto un’ultima coda con l’irruzione nel pronto soccorso dell’ospedale Umberto I da parte di 40 persone nel tentativo di liberare un manifestante ricoverato in stato di fermo: un’azione che ha provocato 4 feriti.

I fermi e le accuse – Oltre ai vertici di Forza Nuova, tra i 12 arrestati per gli scontri in piazza c’è anche il leader di IoApro, Biagio Passaro, un ex appartenente ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari, organizzazione terroristica di ispirazione fascista. Si tratta, a quanto apprende Ilfattoquotidiano.it, di Luigi Aronica, detto Er Pantera, già condannato a 18 anni per una catena di reati legato alla sua militanza nei Nar. I fermati sono accusati, a vario titolo, di danneggiamento aggravato, devastazione e saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. La posizione di queste persone è al vaglio della Procura di Roma. In sei sono stati arrestati in flagranza e altre sei, fra i quali appartenenti a Forza Nuova, nella notte con arresto differito. E la questura spiega che sono in corso ulteriori attività di indagine e di verifica dei filmati registrati dal personale della Polizia Scientifica, per altre condotte penalmente rilevanti. In totale sono 38 gli agenti feriti negli scontri, tra questi un dirigente della questura che ha riportato la frattura di una costola e un operatore della polizia scientifica a cui è stato fratturato uno zigomo.I sindacati: “Sciogliere le organizzazioni neofasciste” – “L’assalto squadrista alla sede nazionale della Cgil – commentano i segretari generali delle tre Confederazioni – è un attacco a tutto il sindacato confederale italiano, al mondo del lavoro e alla nostra democrazia. Chiediamo che le organizzazioni neofasciste e neonaziste siano messe nelle condizioni di non nuocere sciogliendole per legge”. “È il momento – secondo i tre leader – di affermare e realizzare i principi e i valori della nostra Costituzione. Invitiamo, pertanto, tutti i cittadini e le forze sane e democratiche del Paese a mobilitarsi e a scendere in piazza sabato prossimo”. All’appello, però Forza Italia ha risposto negativamente, come riferiscono fonti del partito all’Ansa: “Da parte di Forza Italia massima dissociazione e severità, al punto che Silvio Berlusconi ha chiamato di primo mattino il segretario della Cgil – hanno spiegato – Tuttavia la presa di distanza e sostegno a qualunque iniziativa legale e politica contro chi assalta e picchia i poliziotti non si traduce in sostegno a iniziative e manifestazioni chiaramente strumentali in piena campagna elettorale. Nessuno cadrà nel tranello”. Stessa posizione assunta da Matteo Salvini: “Un corteo sabato? Ma non c’è la pausa elettorale? Noi sabato prossimo saremo nei gazebo della libertà, gazebo della Lega in tutta Italia, per la giustizia, con il sorriso”.

L’assalto alla sede del sindacato ha richiamato alla memoria gli attacchi alle Camere del lavoro del 1920 e 21 e ha suscitato manifestazioni di solidarietà bipartisan, anche se con sfumature molto diverseGiorgia Meloni e Matteo Salvini hanno sottolineato di essere solidali anche nei confronti dei manifestanti “scesi in piazza per protestare legittimamente contro i provvedimenti del governo e di cui nessuno parlerà per colpa dei delinquenti”. E la leader di Fratelli d’Italia, ospite a Madrid dell’ultradestra di Vox, ha detto di non sapere quale sia la matrice dell’attacco al sindacato, pur essendo presenti sulle scale d’ingresso della sede della Cgil i leader di Forza Nuova come dimostrano diversi video.

Landini: “Offesa alla Costituzione nata dalla Resistenza” – “Quella di ieri è una ferita democratica, un atto di offesa alla Costituzione nata dalla Resistenza, un atto che ha violentato il mondo del lavoro e i suoi diritti”, ha scandito Landini aprendo l’assemblea generale del sindacato. “Vorrei che fosse chiaro che se qualcuno ha pensato di intimidirci, di metterci paura, di farci stare zitti, deve sapere che la Cgil, il movimento dei lavoratori sono quelli che hanno sconfitto il fascismo in questo Paese, hanno riconquistato la democrazia: non ci intimidiscono, non ci fanno paura. In un Paese che rischia di perdere la memoria bisogna sapere cosa ha portato il fascismo nel nostro paese: guerra e disperazione”. E quello di ieri è stato un “disegno preordinato e coordinato” di matrice “squadrista e fascista, non ci sono altre definizioni, la scelta di colpire la Cgil e il mondo del lavoro è un atto inaccettabile”. Di qui il nuovo appello: “Tutte quelle formazioni che si richiamano al fascismo vanno sciolte e questo è il momento di dirlo con chiarezza”.Il presidio nella sede assaltata – Le migliaia di persone che si sono riunite davanti alla sede della Cgil per il presidio democratico prima dell’assemblea generale hanno intonato il canto partigiano Bella ciao sventolando le tante bandiere rosse del sindacato e delle varie sigle di categoria. Tra gli altri erano presenri l’Anpi, gli operai del Collettivo di fabbrica della Gkn con il loro striscione ‘Insorgiamo’ e diversi esponenti politici: il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, il coordinatore di Iv Ettore Rosato, la presidente di Iv Teresa Bellanova, Nicola Fratoianni di Leu, Pier Ferdinando Casini, Arturo Scotto di Articolo Uno, il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, Luciana Castellina, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini. Letta arriverà nel pomeriggio. Poco prima di pranzo è invece intervenuto il presidente del M5s Giuseppe Conte: “Ci sono le premesse per lo scioglimento di Forza Nuova”, ha detto l’ex premier annunciando la partecipazione alla manifestazione di sabato alla quale ha ‘invitato’ anche Salvini e Meloni: “Alla violenza squadrista rispondiamo con il dialogo serrato ma civile con tutte le forze politiche”. In mattinata davanti alla sede della Cgil era arrivato anche il capogruppo di Fdi alla Camera Francesco Lollobrigida, che si è avvicinato a Landini e gli ha espresso la “totale solidarietà di tutta Fratelli d’Italia”, anche a nome di Giorgia Meloni che non ha potuto essere presente essendo a Madrid. Da lui anche “solidarietà ai lavoratori e alle forze dell’ordine che hanno provato a proteggere la loro sede”. La sindaca uscente di Roma, Virginia Raggi, ha parlato di immagini “inaccettabili” e ha dato la sua solidarietà alla Cgil: “Ribadisco chiaramente che Roma è orgogliosamente antifascista e che per Fn non ci può essere spazio nella nostra città”.Le altre manifestazioni – Matteo Renzi è andato nella sede di Firenze, come il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha fatto visita alla Camera del Lavoro di La Spezia. Il neo rieletto sindaco di Milano Giuseppe Sala, alla Camera del lavoro di Milano, ha detto che “sa chi guida partiti che strizzano l’occhio a certe forze” fasciste “ci aspettiamo che prendano una posizione chiara: che facciano azioni, non interviste. A Milano e Torino sono state elette persone di matrice fascista e questo non è accettabile. Credo che Giorgia Meloni debba agire e buttar fuori persone che evidentemente non rappresentano gli insegnamenti della nostra Costituzione”. Per il candidato sindaco per il centro sinistra a Roma Roberto Gualtieri, che andrà al ballottaggio con Enrico Michetti finito nella bufera per un articolo sulla Shoah, “serve una risposta ferma e una reazione decisa e severa da parte dello Stato. Io sabato ci sarò perché sono stato qui anche ieri sera a vedere i danni ed è stato doloroso passare per i corridoi e vedere la devastazione”. Anche Michetti, candidato del centrodestra, ha fatto una breve apparizione e ha parlato con Landini: “Essere qui significa aderire ad una manifestazione antifascista? Io sono qui per portare solidarietà a Landini e alla Cgil per quello che hanno subito. Io sono contrario a qualsivoglia tipo di violenza e totalitarismo. Violenza fascista? La violenza è violenza”, si è limitato a dire il candidato del centrodestra.

25 aprile, la destra non è stata mai così forte. L’antifascismo oggi deve essere antiliberista

Oggi festeggiamo la Liberazione dal nazifascismo, ricordiamo il sacrificio dei giovani partigiani morti per la libertà e ringraziamo tutti i partigiani per averci restituito la libertà e la dignità.

Oggi vi propongo anche di ragionare su un fatto: in Italia è presente una destra fascistoide e razzista. Questa destra non è mai stata emarginata dalle forze di governo ed in particolare negli ultimi trent’anni – quelli del sistema bipolare e delle leggi maggioritarie – è stata pienamente integrata nel “centrodestra”. In questo contesto è cresciuta fino a diventare maggioritaria nel centrodestra. Oggi la destra fascistoide e razzista costituisce la principale forza di opposizione e una delle principali forze di governo: l’agenda politica del paese è data dall’incrocio tra fascisti di governo e fascisti di opposizione a cui fa riferimento una parte delle proteste del ceto medio contro le chiusure dovute al Covid.

Dopo anni di appelli antifascisti la destra non è mai stata così forte, il Pd governa con la Lega e la Meloni monopolizza l’opposizione visibile. Mi pare necessario avviare una riflessione su questo fatto.

La mia opinione è che il problema sta nel manico: gran parte delle forze che si dichiarano antifasciste e che propongono alleanze elettorali antifasciste, fanno politiche che alimentano la crescita delle destre e ne favoriscono la rendita di posizione.

In primo luogo le politiche liberiste di taglio del welfareprecarizzazione del lavoro e allungamento dell’età per andare in pensione – sempre sostenute dal PD – hanno devastato il tessuto sociale del paese e determinato una crisi verticale della credibilità delle organizzazioni sindacali e della politica. In questa palude la destra fascistoide ha avuto buon gioco a dipingersi come difensore degli interessi popolari molto al di la delle effettive scelte fatte. Pensiamo solo alla vicenda pensioni e al ruolo giocato dalla Lega.

In secondo luogo, l’ideologia dell’austerità, sparsa a piene mani negli ultimi trent’anni, dal governo Amato in avanti, ha determinato una drammatica deformazione nell’immaginario degli strati popolari. Aver ripetuto fino alla nausea la menzogna che “non ci sono i soldi” ha fatto credere alle classi popolari che viviamo in un’epoca di scarsità in cui “non ce n’è per tutti”. Mentre i ricchi diventavano sempre più ricchi e le banche e le multinazionali aumentavano a dismisura i loro profitti, il centro sinistra si è fatto paladino del “rigore”. In questo contesto è cresciuto il razzismo e il nazionalismo egoista di cui lo slogan di destra “prima gli italiani, prima i nostri” è diventato senso comune. In una situazione dipinta come di scarsità drammatica, è esplosa la guerra tra i poveri, in cui la destra cresce e sguazza. Ovviamente la tesi su cui si bassa l’austerità e cioè che “non ci sono i soldi”, è falsa. Come dimostrano le attuali politiche europee “i soldi ci sono” e basterebbe fare una tassa sulle grandi ricchezze per veder emergere il vero problema: i soldi ci sono ma sono molto mal distribuiti…

In terzo luogo la legge elettorale maggioritaria, regala alla destra estrema una rendita di posizione e ne garantisce la centralità nel sistema politico: i loro voti sono stati decisivi per la destra moderata che li ha sdoganati. Questo sistema bipolare, voluto da Occhetto e dai suoi epigoni, è un sistema che ha distrutto la partecipazione popolare, dimezzato la partecipazione alle elezioni e favorito le formazioni politiche liberiste e razziste. Solo un sistema elettorale proporzionale può permettere di costruire una relazione tra le opinioni dei cittadini e la loro espressione politica, cioè di ricostruire un rapporto virtuoso tra la società e una politica ormai rinchiusa nel “palazzo”. La scatola di tonno non la possono aprire le oligarchie ma la devono poter aprire i cittadini!

Per queste ragioni, proprio il 25 aprile penso che occorra dire in modo forte e chiaro che per sconfiggere il fascismo e il razzismo nel nostro paese, come in tutto l’Occidente, è necessario uscire dalle politiche liberiste, ricostruire il welfare e allargare i diritti sociali, passare ad un sistema elettorale proporzionale che non regali a nessuno posizioni di rendita sul piano istituzionale. Oggi più che mai antifascismo fa rima con antiliberismo.

Arrestati in Francia sette ex terroristi rossi degli Anni di Piombo: tre sono ancora in fuga. Da Pietrostefani a Cappelli: ecco tutti i nomi. 28-04-2021

Sono tutti nomi grossi, di chi ha contribuito a macchiare le strade italiane degli Anni 70 e 80 del sangue di giudici, membri delle forze dell’ordine, politici e imprenditori con le uccisioni che hanno caratterizzato la stagione degli Anni di Piombo. Tra i sette terroristi di estrema sinistra arrestati in Francia, ai quali se ne aggiungono altri tre attualmente i fuga, troviamo uno dei mandanti dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, il gruppo che ha tentato di uccidere il vicedirigente della Digos di Roma Nicola Simone o i responsabili del sequestro del giudice Giovanni D’UrsoBrigate RossePacLotta ContinuaNuclei Armati per il Contropotere TerritorialeFormazioni comuniste combattenti: sono queste le sigle sotto le quali operavano. Azioni che, oggi, potrebbero costare loro l’estradizione in Italia per scontare le pene alle quali sono stati condannati.GIORGIO PIETROSTEFANI – Uno dei nomi che riporta subito con la mente a quegli anni è certamente quello del 78enne Giorgio Pietrostefani. Fondatore insieme ad Adriano Sofri di Lotta Continua e responsabile del servizio d’ordine del movimento, è uno dei condannati con l’accusa di essere uno dei mandanti dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi eseguito dai due militanti del movimento, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino. A Pietrostefani, dopo una condanna a 22 anni, poi ridotta a 16, rimangono da scontare 14 anni di carcere, visto che è già rimasto in detenzione per due.ROBERTA CAPPELLI – Altro nome di spicco è quello della 66enne ex brigatista Roberta Cappelli, nome di battaglia “Silvia” e membro di alto rango, insieme al marito Enrico Villimburgo, della colonna romana delle Br, condannata per tre omicidi avvenuti a Roma: quello del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, ucciso l’ultimo dell’anno del 1980, commesso insieme a Marina Petrella, dell’agente di Polizia Michele Granato (9 settembre del 1979) e del vice questore Sebastiano Vinci (19 giugno 1981). A suo carico anche il ferimento di Domenico Gallucci (sempre a Roma il 17 maggio del 1980) e del vice questore Nicola Simone, il 6 gennaio del 1982, di cui sono responsabili anche Giovani Alimonti, Marina Petrella e Maurizio Di Marzio. Cappelli è condannata all’ergastolo con un anno di isolamento diurno per associazione con finalità di terrorismo, concorso in rapina aggravata e concorso in omicidio aggravato.MARINA PETRELLA – Anche Marina Petrella, 67 anni ed ex Br, è responsabile di omicidio: quello del generale dei Carabinieri Enrico Galvaligi, insieme a Roberta Cappelli, del sequestro del giudice Giovanni D’Urso, avvenuto a Roma il 12 dicembre del 1980, e dell’assessore regionale della Democrazia Cristiana, Ciro Cirillo, avvenuto a Torre del Grego il 27 aprile del 1981 e nel quale furono uccisi due membri della scorta, dell’attentato al vice questore Nicola Simone, insieme a Cappelli, Alimonti e Di Marzio.SERGIO TORNAGHI – Il 63enne milanese è anche lui un ex brigatista e tra i reati per i quali è stato condannato all’ergastolo c’è l’omicidio di Renato Briano, direttore generale dell’ex impresa metalmeccanica Ercole Marelli. Tra le accuse anche partecipazione a banda armata, propaganda e apologia sovversiva, attentato con finalità di terrorismo ed eversione, detenzione e porto illegale di armi, violenza privata.NARCISO MANENTI – La sigla dei Nuclei armati per il contropotere territoriale appare sotto il nome di un altro arrestato, Narciso Manenti. Il 64enne originario di Telgate, in provincia di Bergamo, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giuseppe Guerrieri, ucciso a Bergamo il 13 marzo del 1979 con cinque colpi di pistola sparati dalla mano dell’estremista. Manenti ha anche una condanna a 2 anni e 6 mesi per ricettazione, detenzione e porto abusivo di armi e a 3 anni e 6 mesi per associazione sovversiva e banda armata.GIOVANNI ALIMONTI – Il 66enne ex brigatista è stato condannato, tra le altre cose, per il tentato omicidio, insieme a Cappelli, Petrella e Di Marzio del vice dirigente della Digos di Roma Nicola Simone, avvenuto il 6 gennaio del 1982 e durante il quale lui stesso rimase ferito al braccio destro. È conosciuto anche come la Talpa di Montecitorio, visto che faceva il centralinista alla Camera ed è stato condannato a 22 anni nel processo Moro ter. L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso a marzo del 2008: deve scontare 11 anni, 6 mesi e 9 giorni, oltre a 4 anni di libertà vigilata per banda armata, associazione con finalità di terrorismo, concorso in violenza privata aggravata, concorso in falso in atti pubblici.ENZO CALVITTI – Coetaneo e compagno brigatista di Alimonti è anche Enzo Calvitti, nato a Mafalda, in provincia di Campobasso. Gli rimane da scontare una pena a 18 anni, 7 mesi e 25 giorni e la misura della libertà vigilata per 4 anni per associazione sovversiva, banda armata, associazione con finalità di terrorismo, ricettazione di armi. Calvitti, uno dei capi della colonna romana delle Br, è stato condannato a 21 anni per tentato omicidio di un funzionario di polizia. Sotto di lui, insieme alla moglie Anna Mutini, è nata nel Nord Italia Seconda Posizione, il movimento emerso in seguito alla frattura all’interno delle Brigate Rosse avvenuta dopo l’omicidio Moro.

A questi sette arrestati si aggiungono poi altri tre condannati per reati di sangue legati al terrorismo ma che, al momento, risultano in fuga dalle autorità francesi. Si tratta, anche in questo caso, di nomi importanti del terrorismo rosso degli Anni di Piombo. Come Luigi Bergamin, tra gli ideologi dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac), il gruppo armato di Cesare Battisti. Bergamin è stato condannato per due omicidi, tra cui quello del macellaio Lino Sabbadin.

Sempre un ex Br è invece Maurizo Di Marzio: partecipò al tentativo di sequestro del poliziotto Nicola Simone e per lui la prescrizione dovrebbe arrivare il 10 maggio.

Infine, in fuga è anche Raffaele Ventura, condannato insieme ad altri otto per l’omicidio del vice brigadiere Antonino Custra, il 14 maggio del 1977, durante una manifestazione indetta dalla sinistra extraparlamentare.

"

Lentamente verso il finire del decennio gli episodi di violenza scemarono. In particolare crollò il sostegno alle Brigate Rosse dopo l'assassinio dell'operaio Guido Rossa nel 1979. Rossa aveva denunciato un suo collega sorpreso a distribuire materiale di propaganda delle BR. Gli anni di piombo stavano terminando, l'opinione che la lotta armata potesse portare al cambiamento dell'assetto costituzionale dello Stato stava cessando. Lo scrittore Bifo Berardi, già esponente della sinistra extraparlamentare, ha affermato: «Alla fine del decennio Settanta ogni comportamento antilavorista venne colpevolizzato, criminalizzato e rimosso, [...] il realismo del capitale riprendeva il posto di comando, con il trionfo delle politiche neoliberiste. Iniziava la controffensiva capitalistica, la vita sociale veniva nuovamente sottomessa alla produttività, la competizione economica veniva santificata come unico criterio di progresso.»[35].

All'inizio degli anni novanta il giudice per le indagini preliminari di Savona Fiorenza Giorgi, nel decreto di archiviazione relativo ad un'indagine su alcune bombe esplose in città tra il 1974 e il 1975, compie un'analisi degli attentati avvenuti nella prima fase della strategia della tensione, in cui, tra le altre cose, cita le coperture garantite dai servizi italiani ad alcune azioni terroristiche e all'operato di personaggi come Junio Valerio Borghese. Secondo quanto riportato dal giudice:

«Dal 1969 al 1975 si contano 4.584 attentati, l'83 percento dei quali dichiara impronta della destra eversiva (cui si addebitano ben 113 morti, di cui 50 vittime delle stragi e 351 feriti), la protezione dei servizi segreti verso i movimenti eversivi appare sempre più plateale.»

(Tribunale di Savona, ufficio del giudice per le indagini preliminari, Decreto di archiviazione procedimento penale 2276/90 R.G. pag 23 a 25[36].)"

 

 

OLTRE GLI ANNI DI PIOMBO

Bergamin e Ventura si costituiscono a Parigi. Già scarcerati due dei 7 fermati nel blitz | La lunga caccia dell'Antiterrorismo

Il retropensiero di continuare una lotta, specie quella armata, in verità poi continuava assai poco, anzi per niente; e comunque pochissimo si poteva fare dall'estero a sostegno dei compagni e dei camerati che stavano dentro o che tutti i giorni rischiavano la pelle fuori.

Macellai, visionari, tonti, canaglie, avventurieri, romantici, fresconi... Non c'è generazione che non accolga in sé per risputare fuori dai confini i suoi fuggitivi.

Questa affermatasi in Italia negli anni di piombo - i Settanta, grosso modo, con coda bifida e prolungata nel decennio seguente - concepiva l'idea della fuga all'insegna di un'ambiguità tutta nazionale: da un lato inseguendo il mito in parte anche melodrammatico dell'esilio, dal Risorgimento all'emigrazione degli antifascisti negli anni '20 e '30, almeno per quelli di sinistra; dall'altro lasciandosi guidare dalla necessità, pure comprensibile anche se assai meno eroica, di non rovinarsi la vita in carcere, una sorta di diserzione necessitata, magari offerta e giustificata anche a se stessi con il retropensiero che...

Renzi e lo 007, Salvini difende il leader di Italia Viva: ‘Polemica non c’è, io ho visto decine di agenti segreti’. Report: l’incontro in autogrill con l’uomo dei Servizi. La puntata della trasmissione di Rai 3 ruota attorno all'incontro tra il senatore e lo 007, già coinvolto nelle inchieste sul sequestro Abu Omar e dossier illegali Telecom: avviene il 23 dicembre, nelle settimane in cui il leader di Iv bersaglia Giuseppe Conte per non aver ceduto la delega ai servizi. "Domandatevi perché avete quel video", dice Renzi. Un vecchio giro di agenti dei servizi che ritorna, un momento decisivo per il governo Conte, sotto attacco per la mancata delega ai Servizi e una data particolare, il 23 dicembre, trascorsa tra visite a Rebibbia e dolciumi in regalo per Natale da parte di uno 007 finito in due scandali giudiziari degli scorsi anni. Al centro Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che non risponde sul suo incontro di 40 minuti con Marco Mancini, alto dirigente del Dis, avvenuto in un autogrill a Fiano Romano, liquidandolo come una visita di cortesia, e contrattacca insinuando il dubbio che chi ha ricostruito la vicenda, cioè la trasmissione Report di Rai 3, abbia pagato una fattura a una società lussemburghese. Una circostanza smentita sia da Report che dalla Tarantula Luxembourg SARL, mentre alla vigilia della messa in onda della puntata il renziano Luciano Nobili ha presentato un’interrogazione parlamentare.

Il servizio di Report ruota tutta attorno all’incontro tra Renzi e Mancini. Il faccia a faccia avviene il 23 dicembre, lo stesso giorno in cui il senatore di Italia Viva fa visita a Denis Verdini, in quel momento recluso nel carcere romano di Rebibbia. Da settimane l’ex presidente del Consiglio bersaglia Giuseppe Conte per non aver ceduto la delega ai servizi. Ospite di La7, poche ore prima del faccia a faccia con lo 007, Renzi chiede “segnali di novità” al capo dell’esecutivo. L’incontro in autostrada viene motivato così: “Dovevo incontrarlo al Senato, me n’ero dimenticato. Doveva portarmi i babbi, un dolce romagnolo”, spiega il senatore. “O lei vorrebbe dirmi che Mancini è il grande ispiratore della mia battaglia per l’autorità delegata?”, provoca Renzi.

Il leader di Italia Viva attacca sul video arrivato a Report: “Sarebbe interessante sapere chi ve lo ha dato. Strano che ci fosse lì qualcuno a riprendere”, insinua. Ma Giorgio Mottola, autore del servizio, fa notare che fino a quel momento, durante l’intervista, non aveva ancora menzionato foto e video chiedendosi come Renzi faccia a sapere della registrazione. “Diranno che era un cittadino, un passante. Alle barzellette non crede nessuno, ma sono bellissime – insiste Renzi – Domandatevi perché avete quel video, domandatevi perché su tante cose la trasparenza che chiedete agli altri non sempre viene messa in atto”.Nelle ore precedenti alla messa in onda, tra l’altro, Italia Viva presenta un’interrogazione parlamentare chiedendo al Mef chiarimenti su “una presunta fattura da 45mila euro ad una società lussemburghese per confezionare servizi” contro Renzi. “Vogliamo vederci chiaro e capire se soldi pubblici sono stati utilizzati per pagare informatori allo scopo di costruire servizi confezionati per danneggiare l’immagine di Renzi. Ci chiediamo con preoccupazione se la Rai compri informazioni con i soldi degli italiani per le sue trasmissioni di inchiesta”, spiega il deputato Nobili. Sul punto, Report ha già ribadito di non aver mai pagato e la società lussemburghese chiamata in causa, la Tarantula Luxembourg, ha risposto: “Ci vediamo costretti – nonostante l’assurdità della vicenda – a dover negare la totalità della faccenda con estrema fermezza”.

Mi di cosa ha parlato Renzi con Mancini? Sul punto il senatore di Rignano glissa. Report ricostruisce il contesto politico dell’incontro, avvenuto nelle settimane in cui Italia Viva chiedeva a Conte di lasciare la delega ai servizi. Di certo nei mesi precedenti si era aperta la battaglia per le posizioni di vice dei servizi, una poltrona a cui Mancini era interessato. A spiegarlo alle telecamere di Report è Cecilia Marogna, la manager cagliaritana arrestata a Milano il 13 ottobre nell’indagine relativa all’ex cardinale Angelo Becciu. La donna – dice la trasmissione di Rai3 – poteva diventare lo “strumento” per delegittimare i vertici dei servizi nominati da Conte a vantaggio di Mancini che aspirava a quel posto.

Becciu – racconta Marogna – le aveva dato l’ordine di avere rapporti con il generale Luciano Carta, capo dell’Aise, per una “cooperazione” che è durata “per un lasso di tempo importante” in operazioni “per casi di sequestro di persona”. “Da Becciu – dice ancora – mi viene chiesto di fare dossieraggio, ero un servizio segreto parallelo in interazione con altri servizi segreti paralleli internazionali”. A un certo punto, spiega ancora Report, la corrispondenza con Carta si interrompe e Marogna si rivolge a Giuliano Tavaroli per avere contatti con altri dirigenti dei servizi: “Il funzionario è Mancini”, spiega Marogna. Mancini e Tavaroli, all’epoca capo della security di Telecom e Pirelli, si conoscono da tempo: sono stati coinvolti nell’inchiesta che scoperchiò la centrale all’interno di Telecom che aveva confezionato dossier su 6mila persone.Tavaroli, racconta ancora Marogna, “mi fa incontrare Luca Fazzo”, oggi giornalista de Il Giornale, interessato ai carteggi intercorsi tra Carta e la manager di fiducia di Becciu, che nella vicenda che lo ha coinvolto è stato difeso tra gli altri da Renato Farina dalle colonne di Libero. Fazzo – come Farina – è un’altra vecchia conoscenza di alcuni uomini dei servizi: il cronista – che all’epoca lavorava a Repubblica – venne sospeso dall’Ordine dei giornalisti per i suoi rapporti con Mancini nell’ambito dell’inchiesta sul sequestro dell’imam Abu Omar nel 2003 da parte di alcuni agenti della Cia nel centro di Milano. Un vecchio ‘giro’ che ritorna. Per Francesca Immacolata Chaouqui, finita al centro dello scandalo di Vatileaks, l’interesse era quello di avere “i messaggi di Carta per fotterlo” e Marogna conferma che le “viene chiesto di far fuori Carta” perché “disturbava”. Una finalità, specifica Report, che Tavaroli nega.


 

 

Superbonus, che cosa cambierà con le semplificazioni del governo

Entro maggio il decreto con le soluzioni. Richiesta una procedura semplificata per risolvere il problema dei piccoli abusi.

Maggio mese decisivo per il rilancio del Superbonus. Sarà infatti il decreto preannunciato ieri dal presidente Draghi in Parlamento a dover risolvere i problemi burocratici che hanno rallentato finora l'effettivo decollo di questa che pure viene considerata una misura irrinunciabile per l'efficientamento energetico la messa in sicurezza degli immobili. La questione da affrontare è quella segnalata più volte dagli imprenditori e dai professionisti, ossia la necessità di ottenere la "doppia regolarità" per gli immobili dal punto di vista urbanistico e catastale.

A scuola in luglio e agosto: ecco il piano dell'estate. Finanziato con 510 milioni

Attività ricreative e di ripasso su base volontaria per alunni e docenti. Il ministro Bianchi: "Un ponte perché bambini e ragazzi possano recuperare apprendimenti e socialità"

Visite nei musei, teatro e attività ricreative per i bambini modello centri estivi. Laboratori di coding e robotica, arte e musica, sport, modello summer school o campus, per i più grandi. L'ultima campanella suonerà tra il 5 e il 16 giugno, a seconda delle Regioni. Ma le scuole non chiuderanno. Su base volontaria, per studenti e insegnanti, le attività continueranno da giugno sino a settembre, secondo ciò che deciderà ogni istituto, dalla materna (che già arriva al 30 giugno) alle superiori.


 

 

Il premier Draghi presenta il Recovery alla Camera: “Non solo tabelle e numeri, qui c’è il destino del Paese. No a miopi visioni di parte o peseranno su nostre vite”. GLI AIUTI DALL’EUROPA – Il premier illustra il piano di recupero prima dell’invio all’Ue: “In gioco la credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo. In tutto disporremo di 248 miliardi, compreso il fondo Sviluppo e coesione. Cabina di regia a Palazzo Chigi, attuazione a ministeri e enti locali”

Recovery, 95 milioni per il Franchi: lo stadio caro a Renzi inserito da Franceschini fra i beni culturali. E lo sport? Vale lo 0,5% del piano

Un miliardo per tutto lo sport. E 100 milioni per un solo stadio fortunato, quello di Firenze, caro a Matteo Renzi e al sindaco Dario Nardella, entrato nel cuore pure del ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, visto che ha deciso di farsene carico lui, inserendolo in un piano che con lo sport c’entra poco e con gli stadi ancora meno. Il Recovery Fund non è stato molto generoso con il movimento sportivo, uno dei settori più colpiti dalla pandemia: chi si aspettava interventi massici a sostegno di lavoratori, associazioni e società è rimasto abbastanza deluso. Ai 700 milioni per gli impianti del progetto “Sport e periferie” già previsti dal governo Conte se ne sono aggiunti altri 300 voluti dal premier Draghi per le palestre scolastiche (che però basteranno solo per pochi istituti). Allo sport, complessivamente, andrà meno dello 0,5% dell’intero piano.UNO STADIO FRA I BENI CULTURALI – Almeno il Franchi ce l’ha fatta. Sono mesi che si parla di una sua possibile ristrutturazione. Alla fine sarà rifatto, ma non con i soldi dei privati, con quelli dello Stato: ben 95 milioni di euro. Uno dei più importanti interventi del Recovery per lo sport, probabilmente quello più importante in assoluto in termini di spesa complessiva (difficile che ci siano interventi di importo superiore), non rientra però nello sport. È stato infatti inserito all’interno del “Piano strategico grandi attrattori culturali”, che fa capo al Mibac. Dentro, non a caso, ci sono grandi opere centrali per il futuro di intere città: si va dal potenziamento della Biennale di Venezia al Parco archeologico sull’Appia antica di Roma, dal porto vecchio di Trieste al Waterfront di Reggio Calabria. Un totale di circa un miliardo e mezzo per 14 progetti. Fra cui appunto il Franchi, unico stadio.DALL’EMENDAMENTO DI RENZI ALLA LETTERA DI NARDELLA – Per capire come ci sia finito lì dentro bisogna ripercorrere le tappe sulla sua ristrutturazione. Il nuovo stadio è uno degli obiettivi di Rocco Commisso, il magnate americano che ha acquistato la Fiorentina anche per la possibilità di costruirsi un impianto di proprietà. Il piano di ristrutturazione si è però incagliato nell’iter burocratico e in particolare nei vincoli sulla vecchia struttura firmata da Pierluigi Nervi negli Anni Trenta. Matteo Renzi, che non ha dimenticato la sua città dove coltiva ancora tanti rapporti, aveva fatto approvare addirittura un emendamento ad hoc per provare a vincere le resistenze della Soprintendenza. Nemmeno quello è bastato: con un parere tombale, la Soprintendenza ha vincolato praticamente l’intero impianto, ponendo fine ad ogni ipotesi di ristrutturazione privata (sarebbe antieconomico conservare tutti gli elementi protetti).

Emergenza climatica, Biden: "E' il decennio decisivo, dobbiamo agire". Draghi: "Insieme vinceremo questa sfida" | Dossier 22-04-21

 

Rousseau si separa dal M5s: “Non ha saldato i debiti, ora dipendenti in cassa integrazione”. Movimento: “Piattaforma non più neutrale”.......23-04-21

Perché è caduto Conte?

Dopo due giorni di travolgente emozione, commozione, brividi e pelle d’oca per i Grandi Discorsi di Draghi tra Senato e Camera, sobriamente celebrati dalla maggioranza politico-mediatica modello Pyongyang come il ritorno di Demostene e Cicerone fusi insieme, è finalmente chiaro ciò che il governo farà di buono e giusto (tutto) e di cattivo e sbagliato (niente). Un solo interrogativo resta inevaso: perché è caduto il governo Conte-2? Breve catalogo di opzioni.

Incapace. Conte era un premier incapace con ministri scappati di casa provenienti da partiti incompetenti ed è stato travolto dal “fallimento della politica” e dalla “crisi di sistema”? Draghi governa coi partiti incompetenti che appoggiavano Conte (più Lega, Fi ecc.) e con 9 dei suoi ministri più due tecnici (Bianchi e Colao) che operavano con lui. Poi ci sono Brunetta, Gelmini, Giorgetti&C.

 

Recovery Plan. Conte aveva fallito sul piano, scritto coi piedi, in perenne ritardo e con una governance accentrata fra Mef, Mise e Affari Ue tipica dei dittatori, roba da cestinare e rifare da capo? Draghi dichiara al Senato che “il precedente governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma”, “finora costruito in base a obiettivi di alto livello” che ora “dobbiamo approfondire e completare, ma “le missioni del Programma resteranno quelle enunciate nei documenti del governo uscente”. Resta da fare ciò che due mesi di crisi impedirono a Conte di fare: “rafforzarlo per gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano”. E la governance? Draghi l’accentra al Mef, molto più dell’accentratore Conte.

Pandemia. Conte ha fallito sulla gestione della pandemia, con le arlecchinesche Regioni a colori, le troppe chiusure, i ritardi sui vaccini, i disastri di Speranza, Arcuri e Cts? Draghi dichiara al Senato: “Ringrazio il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia”. Conferma Speranza, il Cts e probabilmente Arcuri. E sui vaccini – salvo che riesca a fabbricarli in proprio – attende anche lui notizie dalla Commissione europea, quella dei competenti che si son fatti fregare dalle case farmaceutiche con contratti suicidi.

Prescrizione. Conte ha fallito perché non voleva cancellare la blocca-prescrizione di Bonafede? Draghi non la nomina, la Cartabia la rinvia a data da destinarsi e gli emendamenti contrari vengono ritirati da Fi, Iv, Azione e +Europa che fino all’altroieri li ritenevano urgentissimi e decisivi.

Giustizia. Conte, presentando al Senato il suo secondo governo, annunciò “una riforma della giustizia civile, penale e tributaria, anche attraverso una drastica riduzione dei tempi”.

E si dilungò sulla lotta alla mafia. Draghi promette di “aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile”; di penale e di mafia non parla, se non in replica; e aggiunge che la giustizia deve rispettare “garanzie e principi costituzionali che richiedono a un tempo un processo giusto e di durata ragionevole”. Ovvietà copiate dall’art. 111 della Costituzione e dai discorsi degli ultimi 30-40 predecessori. Per sua fortuna la relazione Bonafede, su cui è caduto il Conte-2, già prevede 16 mila nuovi assunti nei tribunali con 2,8 miliardi del Recovery.

Carceri. Conte non fece nulla contro il sovraffollamento delle carceri, Draghi sermoneggia fra le standing ovation sulle “carceri, spesso sovraffollate” e su chi ci vive “esposto al rischio della paura del contagio e particolarmente colpito dalle misure contro la diffusione del virus”. Ma il rischio Covid è molto più alto fuori che dentro (in un anno 12 morti in carcere su 100mila detenuti passati per le celle, contro i 95.223 morti fuori su 60 milioni: 0,00012% contro 0,00015); e Bonafede nell’anno del Covid ha ridotto l’affollamento dai 61mila presenti a marzo ai 52.515 di oggi.

Mes. Gli incompetenti Conte e Gualtieri, per compiacere la follia dei 5S, rifiutavano i 36 miliardi del Mes? Il competentissimo Draghi manco lo cita e chi lo invocava un giorno sì e l’altro pure – FI, Iv&giornaloni – ha improvvisamente deciso che non serve più.

Ponte sullo Stretto. Vedi Mes, una prece.

Scuola. Conte ha fallito sulla scuola per colpa dell’incompetente Azzolina? Draghi nomina ministro Bianchi (già capo della task force dell’Azzolina); promette di “tornare rapidamente a un orario scolastico normale” (difficile, con l’aumento dei contagi con varianti Covid) e di “recuperare le ore di didattica in presenza perse” con le scuole aperte fino a giugno. Ma questo l’aveva già detto la Azzolina che, dopo aver garantito in piena pandemia un numero di ore in presenza superiore alla media Ue (dati Unesco), vede elogiare la Dad da lei inventata un anno fa come “notevole e rapida” nella kermesse mondiale Google Education, in corso negli Usa.

Ambiente. Conte non era abbastanza ambientalista? Draghi ha dato fondo a tutti gli slogan sul tema. Conte già nel settembre 2019 parlò di “transizione ecologica”, “riconversione energetica, fonti rinnovabili, biodiversità dei mari, dissesto idrogeologico, economia circolare” e stop alle trivelle. E disse le stesse cose che avrebbe detto Draghi 17 mesi dopo anche su fisco, pagamenti elettronici, Sud, atlantismo, europeismo, ricerca, Pa, digitalizzazione e migranti.

Quindi il giallo del premiericidio senza movente rimane irrisolto: perché è caduto il governo Conte?

Recovery, la nuova bozza: superbonus prolungato al 2023. Per le abilitazioni professionali basterà la laurea

Arriva a 318 pagine la bozza del Recovery plan che il Consiglio dei ministri deve limare, in vista della presentazione alle Camere nei primi giorni della prossima settimana e della successiva chiusura per arrivare a spedirlo a Bruxelles entro il 30 aprile.Il Piano "comprende un ambizioso progetto di riforme" con "quattro importanti riforme di contesto - pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza", scrive il premier Draghi nel preambolo. Ci sono poi la "modernizzazione del mercato del lavoro; il rafforzamento della concorrenza nel mercato dei prodotti e dei servizi" e la riforma del fisco, anche in chiave ambientale.

Il testo che circola in queste ore non scioglie il nodo del Superbonus al 110%, l'agevolazione fiscale per i lavori di efficientamento energetico e antisismici per la quale il Parlamento e la filiera dell'edilizia hanno chiesto una proroga a tutto il 2023. "Per far fronte ai lunghi tempi di ammortamento delle ristrutturazioni degli edifici, per stimolare il settore edilizio, da anni in grave crisi, e per raggiungere gli obiettivi sfidanti di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni al 2030, - si legge - si intende estendere la misura del Superbonus 110% recentemente introdotta (articolo 119 del Decreto Rilancio) dal 2021 al 2023". 

 

Si tratta, in realtà, della proroga per le sole case popolari già prevista dall'ultima legge di Bilancio. Per un'estensione a tutti i tipi di abitazione, servono altri 10 miliardi. Le esitazioni del governo deludono Forza Italia: "Il super bonus è una misura importante. Avevamo chiesto la proroga di un anno con adeguati finanziamenti ed estensione ad altre tipologie di edifici, strutture recettive turistiche e non solo".Nella sua introduzione, il presidente del Consiglio dà la cifra politica del lavoro: "Il Pnrr è parte di una più ampia e ambiziosa strategia per l'ammodernamento del Paese. Il governo intende aggiornare e perfezionare le strategie nazionali in tema di sviluppo e mobilità sostenibile; ambiente e clima; idrogeno; automotive; filiera della salute. L'Italia deve combinare immaginazione e creatività a capacità progettuale e concretezza. Il governo vuole vincere questa sfida e consegnare alle prossime generazioni un Paese più moderno, all'interno di un'Europa più forte e solidale". E il Next generation Eu "può essere l'occasione per riprendere un percorso di crescita economica sostenibile e duraturo rimuovendo gli ostacoli che hanno bloccato la crescita italiana negli ultimi decenni".Guardando ai numeri, l'impatto sul Pil del Piano nazionale di ripresa e resilienza legato al Recovery sarà nel 2026 "di almeno 3,6 per cento più alto rispetto all'andamento tendenziale". Si auspica che l'effetto sull'occupazione sarà di quasi 3 punti percentuali.Nel testo si chiarisce che il governo "ha predisposto uno schema di governance del Piano che prevede una struttura di coordinamento centrale presso il Ministero dell’Economia. Questa struttura supervisiona l’attuazione del piano ed è responsabile dell’invio delle richieste di pagamento alla Commissione Europea, invio che è subordinato al raggiungimento degli obiettivi previsti. Accanto a questa struttura di coordinamento, agiscono una struttura di valutazione e una struttura di controllo. Le amministrazioni sono invece responsabili dei singoli investimenti e delle singole riforme; inviano i loro rendiconti alla struttura di coordinamento centrale, per garantire le successive richieste di pagamento alla Commissione Europea". Confermato anche il livello locale: "Il governo costituirà anche delle task force locali che possano aiutare le amministrazioni territoriali a migliorare la loro capacità di investimento e a semplificare le procedure. La supervisione politica del piano è affidata a un comitato istituito presso la Presidenza del Consiglio a cui partecipano i ministri competenti".

La laurea varrà come esame di Stato per le professioni

Tra le missioni del Pnrr trova spazio anche la "riforma delle lauree abilitanti", che nell'ultima bozza "prevede la semplificazione delle procedure per l'abilitazione all'esercizio delle professioni - si legge nel testo -, rendendo l'esame di laurea coincidente con l'esame di Stato, con ciò rendendo semplificando e velocizzando l'accesso al mondo del lavoro da parte dei laureati". E' un progetto a cui hanno lavorato gli ultimi due ministri e che aveva trovato lo scorso ottobre un primo passaggio in un disegno di legge che prevede sedici lauree professionalizzanti sia di area medica (Odontoiatria e Psicologia, per esempio) che più propriamente di carattere tecnico-professionale (edilizia, agraria, industriale e dell'informazione).

 

Aule cablate e formazione obbligatoria per gli insegnanti

Il Pnrr destina 31,9 miliardi all'istruzione e alla ricerca, ovvero il 17% del totale. Le risorse - si legge nel documento di sintesi messo a punto dal Mef - saranno finalizzate a "rafforzare il sistema educativo, le competenze digitali e Stem, la ricerca e il trasferimento tecnologico". 

Tra risorse in essere e nuove, 10,57 miliardi sono per il miglioramento qualitativo e l'ampliamento quantitativo dei servizi di istruzione e formazione (di cui 4,60 per il piano esili nido, scuole materne e servizi di educazione-cura per la prima infanzia); 7,6 miliardi per l'ampliamento e il potenziamento delle infrastrutture, di cui 2,10 miliardi destinati alla Scuola 4.0 e 3,90 miliardi per la messa in sicurezza e riqualificazione dell'edilizia scolastica. Si parla di istituti "moderni, cablati e orientati all'innovazione grazie anche ad aule didattiche di nuova concezione". Ancora, 0,50 miliardi sono per la didattica e le competenze universitarie avanzate. Infine, 0,83 miliardi per il miglioramento dei processi di reclutamento e formazione degli insegnanti: nascerebbe, così, la formazione obbligatoria, terreno di scontro con i sindacati.

Il tutto nell'ambito della missione istruzione alla componente "aumento dell'offerta di servizi", che ha a disposizione complessivamente 19,88 miliardi. Tra le voci anche la costruzione o l'adeguamento strutturale di "circa 900 edifici da destinare a palestre o strutture sportive" anche per contrastare la dispersione scolastica.

 

 

Infanzia, 228 mila posti in più per gli asili

Sul fronte dell'infanzia il piano prevede di aumentare di 228 mila posti l'offerta per la prima infanzia, di cui "152.000 per i bambini 0-3 anni e circa 76.000 per la fascia 3-6 anni" e si programma la "costruzione o la ristrutturazione degli spazi delle mense per un totale di circa 1.000" scuole per spingere il tempo pieno.

Il tutto nell'ambito della missione istruzione alla componente "aumento dell'offerta di servizi", che ha a disposizione complessivamente 19,88 miliardi. Tra le voci anche la costruzione o l'adeguamento strutturale di "circa 900 edifici da destinare a palestre o strutture sportive" anche per contrastare la dispersione scolastica.

 

Dopo il piano il decreto semplificazioni

Un aiuto, in questo senso, dovrebbe arrivare presto. Dalla bozza del Pnnr si evince poi che dopo il piano arriverà il decreto sulle semplificazioni che introdurrà "una normativa speciale" sui contratti pubblici, una semplificazione dei controlli della Corte dei conti sui contratti, la proroga della limitazione della responsabilità per danno erariale, l'introduzione di una speciale "Via statale" per le opere del Pnrr e l'ampliamento delle autorizzazioni tramite il Provvedimento unico in materia ambientale, la rimozione degli ostacoli al Superbonus.

 

Treni veloci, 25 miliardi in campo. Restyling per 48 stazioni

Sul fronte dei trasporti è massiccio l'intervento in materia ferroviaria. L'obiettivo messo nero su bianco dal piano, e per i quali vengono stanziati circa 25 miliardi, è dimezzare i tempi per il via libera ai progetti e tagliare le ore di viaggio da Nord a Sud ma anche da Est a Ovest dell'Italia, per trasferire su ferro fino al 10% dei passeggeri e il 30% delle merci. Per realizzare nei prossimi 5 anni "un sistema infrastrutturale più moderno, digitale e sostenibile" si guarda all'Alta velocità ma anche alle ferrovie regionali, all'aumento delle capacità dei principali nodi ferroviari in 12 aree metropolitane e al restyling di 48 stazioni.

 

Concorrenza, entro metà luglio la legge

Nel capitolo dedicato alle riforme si spiega che la legge annuale sulla concorrenza introdotta nel 2009 dovrà essere effettivamente presentata ogni anno. La prima arriverà entro il 15 luglio 2021 e conterrà misure per la "realizzazione e gestione di infrastrutture strategiche, la rimozione di barriere all'entrata nei mercati, la concorrenza e i valori sociali". Si specifica che la legge "deve anche essere uno strumento per il potenziamento della sostenibilità ambientale e lo sviluppo di energie rinnovabili". Il governo punta in particolare ad incentivare le gare per i servizi pubblici, compreso il Tpl.

Autostrade, il gruppo spagnolo Acs offre 10 miliardi ad Atlantia: un miliardo in più di Cdp. Vita, affari e carriera di Florentino Perez

L’ingresso di Florentino Pérez Rodriguez nella partita Autostrade è un vero colpo di scena. Finora, infatti, gli industriali veneti hanno sostenuto che in circolazione non c’era proprio nessuno interessato ad acquistare Aspi. Così la notizia che Pérez sia disposto a mettere mano al portafoglio per creare un gruppo paneuropeo ha destato non pochi interrogativi fra gli investitori. Nella comunità finanziaria internazionale c’è infatti chi sostiene che Pérez voglia sfilare Aspi ai Benetton. E chi, invece, ritiene che il miliardario sia una sorta di asso nella manica degli industriali veneti per convincere Cdp a ritoccare al rialzo l’offerta per l’88% di Aspi. Pérez del resto non è un industriale qualsiasi. La sua fama internazionale è sostanzialmente legata al ruolo di presidente della squadra di calcio del Real Madrid. Ma in realtà il magnate spagnolo è uno degli uomini più ricchi ed influenti del Paese. Ricco perché ha una fortuna che la rivista statunitense Forbes stima pari a 2,2 miliardi di dollari. Una ricchezza costruita attorno al gruppo di costruzioni ACS, Actividades de Construcción y Servicios. Influenti perché nel suo passato c’è una carriera politica di tutto rispetto: alla fine degli anni ’70 militava nell’Unione di centro democratico (Udc) prima di passare al Partito riformista democratico di cui è stato segretario generale. La formazione non ottenne però alcun seggio alle elezioni del 1986. Così si dissolse poco dopo assieme alle ambizioni politiche di Pérez che decise di dedicarsi agli affari. Con un certo successo come testimonia il fatto che oggi, nella classifica mondiale dei paperoni, l’industriale si piazza in posizione 1517. In Spagna si narra però che i soldi non gli interessino quanto il potere. “Non ho mai lavorato per fare soldi, perché non so come godermeli. Il denaro che c’è nella borsa un giorno sale e un altro va giù, è difficile sapere quanto ho” ammise in un’intervista all’edizione spagnola di Business insider di qualche anno fa.Terzo di cinque figli di un’ordinaria famiglia borghese, Perez, classe 1947, è l’esempio del self-made man in versione spagnola. Ha studiato ingegneria civile al Politecnico di Madrid. Poi ha tentato l’avventura politica ed infine si è dedicato agli affari. Il salto di qualità è arrivato alla fine degli anni ’90 quando è diventato vicepresidente di OCP Construcciones che si è poi fusa con la rivale Ocisa per trasformarsi in ACS, un’azienda da quasi 35 miliardi di fatturato, 1,4 miliardi di profitti e oltre 179mila dipendenti. Un gruppo che Pérez controlla attraverso la cassaforte Inversiones Vesan, il maggior socio di Acs con il 12, 68% del capitale.Nel suo percorso da capitano d’impresa c’è però una macchia non di poco conto: il fallimentare progetto Castor, il mega deposito di gas che la Commissione europea e il governo Zapatero volevano realizzare al largo del golfo di Valencia. ACS, di cui Pérez è presidente, era in prima linea nel progetto che venne immediatamente abbandonato quando le manovre di immagazzinamento offshore generarono oltre 400 scosse sismiche. Scosse che però non intaccarono l’impero del magnate cui corse subito in aiuto lo Stato spagnolo risarcendo per circa 1,35 miliardi le banche finanziatrici del progetto. “Pérez non perde mai” sintetizzò all’epoca dei fatti il sito elcierredigital.com. Ma lui si difese in parlamento, raccontando di aver perso un sacco di soldi. “Sembra che io sia un demonio. Dicono che hanno dato a Florentino 3,2 miliardi? Non mi hanno dato un centesimo. Tutto il denaro (pubblico, ndr) è andato ai finanziatori, agli obbligazionisti e alla Banca europea per gli investimenti. Qui abbiamo perso soldi” riferì il miliardario al El periodico.com nel giugno del 2019. Gli ambientalisti spagnoli però ancora oggi non la pensano così. Lo accusano di fare l’imprenditore scaricando parte dei rischi sullo Stato. Una storia che non è certo un bel biglietto da visita per un potenziale acquirente di Autostrade per l’Italia.

 

Decreto Sostegni, Draghi: “11 miliardi alle imprese, pagamenti dall’8 aprile”. Altri 8 per lavoro e lotta alla povertà, 5 per i vaccini

.QUINTO SCOSTAMENTO DA 32 MILIARDI, AD APRILE CI SARA' IL SESTO.SITUAZIONE GRAVISSIMA.

Tre capisaldi: sostegno alle imprese, al lavoro e lotta alla povertà. Temi per i quali il decreto Sostegni “è una risposta significativa” anche se “parziale, ma era il massimo che abbiamo potuto fare all’interno di questo stanziamento da 32 miliardi chiesto dal governo precedente”. Lo ha detto il premier Mario Draghi in conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri sul decreto Sostegni, iniziato con tre ore di ritardo a causa dello scontro all’interno di maggioranza sul condono fiscale. Condono che il premier ha rivendicato definendolo “limitato” e sostenendo che “permetterà all’amministrazione di perseguire la lotta all’evasione” anche in modo più efficiente. Alle imprese “vanno tre quarti dello stanziamento, 11 miliardi“. La risposta “parziale” data con questo provvedimento sarà seguita da un intervento successivo che arriverà dopo un nuovo scostamento, da chiedere in contemporanea con il Def in arrivo ad aprile.Il terzo pilastro del Decreto, ha concluso Franco, prevede “quasi 5 miliardi su salute e sicurezza. La posta principale è per l’acquisto di vaccini e farmaci (2,8 miliardi), poi ci sono i fondi utilizzati per la logistica. C’è un intervento per creare un fondo per la produzione di vaccini in Italia una linea di azione dello sviluppo economico”. Prevista anche una proroga degli stanziamenti per i Covid hospital.

Draghi: “Sì è condono ma necessario perché Stato non ha funzionato”. Così il premier su stralcio cartelle dopo le tensioni in Cdm

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto Sostegni da 32 miliardi di euro. L’incontro è slittato dalle 15.30 alle 18.30 a causa delle tensioni sul condono fiscale: a dividere le forze della maggioranza è stato lo stralcio delle cartelle e, dopo un braccio di ferro durato ben due ore e mezzo, è passata la proposta di mediazione sul nodo cartelle avanzata dal ministro Daniele Franco e del premier Mario Draghi. Dunque sì alla cancellazione di vecchie cartelle, ma solo con un reddito Irpef che non superi i 30mila euro. Il colpo di bianchetto sulle cartelle varrà fino al 2010, mentre inizialmente avrebbe dovuto coprire il periodo 2000-2015. “Sì è un condono”, ha detto poi Draghi in conferenza stampa. Lo stralcio delle cartelle prevede un importo contenuto di 5.000 euro, “corrisponde ad un netto di circa 2.500 euro tra interessi e sanzioni varie”. E questo “permette all’amministrazione di perseguire la lotta all’evasione anche in modo più efficiente”. La norma sarà limitata ad una piccola platea, sotto un certo reddito “e forse con minore disponibilità economica. Avrà impatti molto molto limitati”. Dato l’accumulo delle cartelle, ha continuato il presidente del Consiglio “è chiaro che lo Stato non ha funzionato ed è importante che sia prevista una piccola riforma dei meccanismi di riscossione e discarico delle cartelle, il fatto di accedere a un condono oggi non avrebbe risolto il problema”.

“Sulla cancellazione delle vecchie cartelle esattoriali avevamo avanzato una proposta di assoluto buon senso e siamo molto soddisfatti che il governo le abbia dato seguito. Lo stralcio delle vecchie cartelle e la cancellazione di crediti ormai inesigibili è un’azione profittevole e giusta ma non deve essere l’ennesima occasione per far trionfare i furbi che non pagano in attesa di un nuovo condono”, così i dem Ubaldo Pagano e Gian Mario Fragomeli, capigruppo PD rispettivamente delle commissioni Bilancio e Finanze a Montecitorio. “Accelerazione targata Lega. 16 milioni di vecchie cartelle esattoriali finalmente cancellate, con l’impegno di proseguire con una più ampia pace fiscale entro aprile”, commenta invece il leader della Lega Matteo Salvini.

La scelta fatta dal Cdm di cancellare solo le cartelle più vecchie “fino al 2010”, in cui è più forte la concentrazione di debiti ormai inesigibili, e comunque non superiori ai 5000 euro, e di rendere la misura selettiva ‘solo per chi ha un reddito inferiore ai 30 mila euro, è una scelta importante che va incontro alla forte opposizione che come LeU abbiamo manifestato nei confronti di condoni generalizzati”, afferma la sottosegretaria di LeU Cecilia Guerra.

 

 

 

         

.

.

 


ESTERI

 

 

Finlandia, la giovane premier nel mirino: "Ha la febbre del sabato sera"

(ansa)

Sommersa dalle critiche si è scusata per aver partecipato a una festa in discoteca pur sapendo che un ministro con cui era in stretto contatto era positivo al Covid

 

 

La Cina aumenta la sua produzione di carbone: ecco perché

Pechino non rallenta, anzi. Ne brucia la metà di tutto quello consumato nel mondo, nonostante gli impegni per il taglio di emissioni. Tra le cause principali, la crisi energetica e la richiesta internazionale di prodotti dalle sue fabbriche

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SPORT

.

.

Milan, con il Torino arriva un altro 0-0: e ora l'Inter (a -2) è in scia di sorpasso Classifica

Le pagelle di Inter-Verona: Skriniar solido, Perisic decisivo. Gunter soffre, Montipò fa quel che può

Barella festeggiato dai compagni dopo il gol

Player Analysis: il singolo decisivo in Inter-Verona visto ai raggi X

PROTAGONISTA – Torna ai suoi livelli e forse esagera anche: Perisic. Troppo evidente il modo con cui il migliore in campo ara la fascia sinistra, prima di spostarsi a destra, che Tudor deve cambiare e poi invertire i suoi esterni. Il doppio assist per Barella e Dzeko giustifica l’8 pieno (vedi pagelle di Inter-Verona). Il croato gioca una partita dominante, come non si vedeva da un po’. Gli riesce tutto facilmente. L’ottimo Montipò si supera per negargli la rete, ma non può nulla quando riveste il ruolo di assistenza. I compagni ringraziano, Inzaghi pure. E i tifosi, che vogliono vincere proprio come Perisic, si chiedono quando verrà annunciato il suo rinnovo… Affamato.

Post-Game Analysis: le considerazioni finali su Inter-Verona

COMMENTO – La mossa tattica di Inzaghi si chiama Dimarco in difesa ma non solo. In attacco Correa parte da destra ma in realtà è praticamente il trequartista che raccorda centrocampo e attacco. Infatti tende spesso a spostarsi a sinistra in “zona Dzeko”, per poi rientrare. Ciò basta per togliere al bosniaco il ruolo ibrido di seconda punta che deve fare a sportellate, tipico di quando gioca con Lautaro Martinez prima punta. Tralasciando i nomi, e quindi le due novità nell’undici titolare, la notizia più importante è un’altra. Il 3-5-2 dell’Inter torna a essere un 3-3-4 con entrambi gli esterni sulla linea degli attaccanti. Oltre a Perisic, su cui è stato scritto anche poco rispetto a ciò che meriterebbe davvero, anche Dumfries ha l’occasione di mettersi in mostra. Solo che l’olandese “fa trenta ma non trentuno”, a differenza del croato. Il ritrovato approccio offensivo dell’Inter di Inzaghi è necessario per dominare il gioco. Basta attendismo, basta paura. Forse è vero che in questo modo non può giocare più di un tempo o comunque non oltre un’ora, come a inizio stagione. Però è più facile gestire un 2-0 nell’ultima mezz’ora quando la partita viene dominata e impostata così. Manca ancora qualche gol all’attivo, ma la strada è quella giusta: è solo questione di ottimizzare la gestione. In base alle possibilità di questa rosa.

 

OSSERVAZIONE – L’ottimo 2-0 di Inter-Verona può essere analizzato in tre punti. Il primo: le scelte di Inzaghi. Il tecnico nerazzurro fa una scelta precisa, “obbligando” l’Inter a fare la partita senza rischiare di subirla. Per questo ci sono Dimarco, Dumfries e Correa anziché Bastoni, Darmian e Sanchez. La tecnica viene messa in difesa, la fisicità in attacco, lasciando il centrocampo inalterato. Ne esce una grande prestazione su entrambe le fasce ma dominata centralmente. Il secondo: l’approccio della squadra. Per la prima volta in stagione il collettivo viene messo totalmente davanti al singolo. Tutti aiutano tutti, nessuno rimane indietro. Ed è questo il motivo per cui non ci sono insufficienti. L’Inter si ripresenta al suo pubblico come “macchina perfetta” pur senza esserlo, oggettivamente. Il terzo: il calendario della Serie A. Battere il Verona a San Siro magari non è un’impresa, ma riuscire ad avere la meglio contro una squadra così “fastidiosa” resta complicato. E il Milan è atteso dalla trasferta veronese. In attesa di recuperare la trasferta di Bologna, l’Inter può iniziare a pensare a quella di La Spezia con il bicchiere tutto pieno. La brutta – ma vincente – prestazione di Torino poteva significare poco. Invece a Milano, stanchezza a parte, una bellissima Inter torna a proporre il calcio che sa. Ed ecco perché sono importanti questi tre punti: non per calcolare la classifica virtuale ma per tornare a valutare quella reale. L’Inter deve tornare a scandire il ritmo (della rimonta in vetta).

United of Manchester, a Milano il club icona del calcio popolare: stadio di proprietà, tifosi protagonisti, no al business e ambizioni alte

Siamo emozionati. Partire per l’Italia e disputare una partita a Milano in uno stadio storico come l’Arena Civica, dove ha giocato soltanto una squadra inglese, il Birmingham City nel 1956 in Coppa delle Fiere contro l’Inter, sarà bellissimo”. È felice per questa trasferta Adrian Seddon, pubblicitario nel ramo sportivo ma soprattutto presidente del board dello United of Manchester. L’occasione per questa trasferta in Italia è la partita che il club disputerà contro il Brera Calcio il prossimo 6 aprile per il Fenix Trophy, torneo europeo riconosciuto dall’Uefa a cui partecipano 8 squadre dilettantistiche con storie particolari. Quella dello United of Manchester è una di queste e parte dal suo nome, che riecheggia quello dei più celebri Red Devils. Una scelta non casuale: la fondazione del club nel 2005 è avvenuta in concomitanza con l’acquisto del Manchester United da parte della famiglia americana dei Glazer. Così un gruppo di tifosi ha deciso di mettersi in proprio, “dando vita a un nuovo club basato su princìpi ben diversi da quelli che oggi governano il calcio, ormai legato soltanto al business e che ha scordato il legame con il proprio territorio”, racconta Seddon a ilfattoquotidiano.it.Cinquemila soci, uno stadio di proprietà e una sezione maschile e femminile oltre ovviamente all’Academy, dove si allenano tre squadre giovanili. Lo United of Manchester ne ha percorsa di strada da quella primavera di diciassette anni fa, quando all’Apollo Theatre un gruppo di tifosi si riunì per decidere il da farsi. “A maggio ci furono i primi incontri e già a luglio oltre 4mila persone avevano donato più di 100mila sterline. Fu davvero incredibile”, evidenzia Seddon. Una scelta di cuore che non fu facile, soprattutto dopo le critiche ricevute da Sir Alex Ferguson che evidenziò “come questi tifosi pensino soltanto a loro stessi, più che al bene del club”. “Noi eravamo tutti abbonati all’Old Trafford, seguivamo con passione i Red Devils. Tuttavia, il calcio già allora mostrava quello che poi sarebbe diventato oggi, dove comandano soltanto le televisioni e i supporter non vengono più considerati”, dichiara Seddon. Per questo le regole dello United of Manchester sono chiare: “Noi del board prepariamo le carte, ma a prendere le decisioni sono i soci. Tifosi come gli altri che però versano una piccola quota di partecipazione e hanno così diritto a scegliere il colore delle nuove maglie, il prezzo dei biglietti per la stagione o chi eleggere nel consiglio, che resta in carica per due anni. Sono ammessi gli sponsor, ma non sulla maglia: preferiamo evitare qualunque tipo di commercialismo“. Cuore del progetto dei Reds di Manchester il Broadhurst Park nel sobborgo di Moston, uno stadio da 4400 posti inaugurato nel 2015 con un amichevole contro il Benfica B. Un vero e proprio gioiello per una società la cui squadra maschile milita nella Northern Premier League, la settima serie del calcio inglese equivalente alla Promozione italiana, e quella femminile in quarta serie, insieme a club più noti come Newcastle e Leeds. “Con il tempo ci siamo organizzati, abbiamo accanto allo stadio le strutture giovanili dell’Academy, in cui si allenano i ragazzi, e i campi di allenamento. Ovviamente sia la squadra maschile che quella femminile giocano nel nostro stadio, è doveroso dare le stesse opportunità a uomini e donne e sfruttare anche l’investimento che è stato fatto”.Il Broadhurst Park è allo stesso tempo punto di forza ma anche di debolezza. “Ci piacerebbe salire di livello, come abbiamo già fatto in passato, ma serve essere sostenibili, considerando che abbiamo speso 6,5 milioni di sterline per lo stadio, una cifra che si ripagherà in 15 anni. L’anno prossimo proveremo comunque a puntare alla promozione, quest’anno purtroppo siamo troppo indietro. Il nostro sogno è essere un giorno dei professionisti“. Una storia diversa da quella del Salford United, squadra mancuniana acquisita da una cordata formata dall’imprenditore singaporiano Peter Lim, attuale proprietario del Valencia, e dalla “Classe del ‘92”, la generazione dorata dei Red Devils di cui fanno parte ex giocatori del calibro di David Beckham, Paul Scholes, i fratelli Neville, Ryan Giggs e Nicky Butt. “Ecco, il loro esempio dice molto di cosa è il calcio oggi: sono arrivati e hanno cambiato colori, stemma e maglie. Sono il classico esempio di coloro che hanno i soldi e arrivano a comandare in un club senza ascoltare i tifosi. Lo so perché per un paio di anni, prima che salissero fino alla League Two, la quarta serie, abbiamo militato nello stesso campionato e ho avuto modo di chiedere in giro cosa si pensasse di questo cambiamento. Non sembravano felici”, sostiene Seddon. Una svolta che riguarda un po’ tutto il mondo del calcio. “Un tempo il calcio inglese era tutto concentrato il sabato alle 15, oggi ci sono partite a tutte le ore e in tutti i giorni della settimana. I diritti televisivi comandano e il calcio sta sempre più diventando una cosa che non si possono permettere in molti: come può una famiglia con due figli della working class di Manchester permettersi di pagare centinaia di sterline per un biglietto allo stadio ogni settimana?”, si chiede Seddon. E lo stesso discorso vale per la Superlega. “Ricordo bene l’attesa per le partite importanti, come quelle contro il Barcellona, per esempio, o la delusione nel non qualificarsi per le competizioni più importanti. Così non ci sarebbe più gusto: una simile competizione, con grandi partite ogni settimana perderebbe il suo fascino. Serve la fatica per raggiungere il successo, altrimenti non vale”.

Fair Play Finanziario, si cambia (causa Covid). Tre pilastri: solvibilità, stabilità e contenimento dei costi. Tradotto: chi più ha, più spende

Il Financial Fair Play cambia. Non avrà più nemmeno lo stesso nome. “Nuove regole di sostenibilità finanziaria”: così la Uefa annuncia quella che vorrebbe essere una riforma epocale, in attesa di trovare una formula più accattivante. La sostanza è che le vecchie norme che per un decennio hanno frenato le spese delle squadre di calcio – non di tutte, solo di alcune – vengono archiviate, superate dalla crisi per il Covid e dal tempo. Arriva un sistema diverso, probabilmente più trasparente, si spera più efficace: una specie di salary cap all’europea, che per la prima volta introduce un rapporto obbligatorio fra spese e entrate di una squadra, nella speranza che serva a sgonfiare l’enorme bolla di stipendi e commissioni.Introdotto per la prima volta nel 2010, voluto dall’ex presidente Michel Platini, il Financial Fair Play per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi si fondava essenzialmente sul principio del “pareggio di bilancio”: il saldo di un club nel corso di un triennio doveva essere per forza positivo, con uno scostamento massimo di 30 milioni di euro complessivi, pena sanzioni varie a seconda delle gravità dell’infrazione, da multe fino all’esclusione dalle coppe. Se abbia funzionato o meno, dipende soprattutto dai punti di vista: numeri alla mano, lo strumento è riuscito a risanare complessivamente i conti del pallone europeo, passato a livello di sistema dagli 1,6 miliardi di perdite del 2009 a un utile di 140 milioni nel 2018. Certo, però, diverse squadre sono riuscite singolarmente ad aggirare le maglie, causando pesanti storture. Comunque sia andata, il meccanismo non era più attuale: il Covid e la devastante crisi che ne è seguita hanno fatto accumulare una tale montagna di debiti che la Uefa è stata costretta a condonarle e sospendere il Ffp (altrimenti avrebbe dovuto sanzionare mezza Europa).Così si arriva alla riforma, che si basa su tre pilastri: solvibilitàstabilità e contenimento dei costi. I primi due non sono una grossa novità. Innanzitutto, i club non potranno più avere debiti non onorati nei confronti di squadre, dipendenti e autorità fiscali (ovviamente non delle banche, su cui grava la stragrande maggioranza delle esposizioni finanziarie). Il secondo, è un’evoluzione della vecchia regola del pareggio di bilancio, per cui lo scostamento triennale viene esteso da 30 a 60 milioni di euro (70 per i club in salute). La rivoluzione, grande o piccola si vedrà, è la terza regola, l’introduzione di una specie di salary cap: le società potranno spendere per stipendi, commissioni e acquisti al massimo il 70% del proprio fatturato. Si tratta di un modo diverso di applicare lo stesso principio (“conti in ordine”), entrando nel merito dell’operato dei club, nel tentativo di porre un freno alle spese sempre più incontrollate (soprattutto per l’ingaggio dei calciatori). La riforma scatterà già dall’anno prossimo, ma con un percorso graduale (primo anno 90%, secondo 80%), per andare a regime nella stagione 2024/2025, la prima della nuova Champions League.È presto per dire se questo nuovo sistema sarà migliore o peggiore, più o meno efficace del precedente: siccome si è visto che il diavolo si nasconde nei dettagli, dipenderà da come verrà applicato esattamente, come saranno calcolati ad esempio i costi dei trasferimenti, quanto rigidi saranno controlli e sanzioni. Soprattutto, bisognerà capire in che modo saranno affrontati i grandi nodi irrisolti, due esattamente: le plusvalenze (noi in Italia ne sappiamo qualcosa) e i rapporti con le parti correlate, cioè gli sponsor fatti in casa dalle proprietà dei club a cifre spropositate (leggi Paris Saint-Germain, Manchester City &Co.), che gonfiano il fatturato, aggirando qualsiasi paletto normativo. Fin qui, quando la Uefa ha provato a ricondurle a valori di mercato ha fallito miseramente, per colpe non solo sue (anche il Tribunale internazionale ci ha messo del suo). Il punto è tutto qua, e ad oggi onestamente non si vede perché dovrebbe cambiare qualcosa.Detto ciò, la verità è che per tutti questi anni il Financial Fair Play ha dovuto convivere con un grande equivoco: non era stato pensato per limitare le spese pazze dei grandi club, solo per non spendere soldi che non ci sono. Se l’obiettivo fosse stato il primo, ad esempio, oggi si ragionerebbe su un salary cap uguale per tutti, sul modello americano. Il principio di massima invece resta il secondo: viene riproposto anche dalle nuove regole, che almeno nel breve termine finiranno per favorire i club più ricchi (cioè principalmente le inglesi), oltre che ovviamente quelli più virtuosi, ponendo però un limite alla bolla di debiticommissioni e ingaggi che oggi rappresentano il vero problema del calcio moderno, molto più dello strapotere delle inglesi e degli sceicchi. Potremmo sintetizzare tutto nel motto: “Chi più ha, più spende”. Non sarà il massimo dell’uguaglianza, ma in fondo è così che è sempre andato avanti il pallone.

Juventus-Inter, il Var si è sostituito all’impresentabile Irrati e ha limitato (non potendoli eliminare) i danni--03-04-22

Juventus-Inter, il Var si è sostituito all’impresentabile Irrati e ha limitato (non potendoli eliminare) i danni

FATTO FOOTBALL CLUB - Il rigore per l'Inter, quello non dato alla Juve: la tecnologia è riuscita a diminuire l'impatto negativo del direttore sul match. Resta la partita: la peggior prestazione dei nerazzurri negli ultimi due anni, la migliore dei bianconeri in questa stagione

Juve-Inter è sempre Juve-Inter. Il paradosso di questa partita è che doveva rappresentare (e infatti ha rappresentato) uno snodo cruciale del campionato, ma ancora una volta si parla sempre e solo di episodi arbitrali. Come all’andata. Come l’anno scorso. Come dalla notte dei tempi. La differenza è che stavolta il Var si è praticamente sostituito a un direttore di gara inadeguato, limitando i danni di una partita arbitrata malissimo. L’episodio di cui più si è discusso è quello che in fin dei conti ha deciso il match. Il penalty assegnato all’on field review per un pestone di Morata su Dumfries, segnato (al secondo tentativo, dopo un primo errore) da Calhanoglu. Nella dinamica del gioco del calcio, questi rigori non dovrebbero esistere: visto che però ormai si danno (pensiamo all’andata a San Siro, quando la partita fu decisa da un tocco ancora più irrilevante, proprio di Dumfries ma a parti inverse), il fischio è sacrosanto. Diciamo che sono un po’ il danno collaterale del Var: nel momento in cui si va rivedere l’azione, è impossibile negare l’evidenza del tocco. Forse dobbiamo solo rassegnarci al fatto che questi “rigorini” facciano ormai parte del gioco, pensando che l’alternativa (la terribile discrezionalità degli arbitri italiani) è molto peggio. Quanto alla ripetizione del rigore, anche qui ci troviamo di fronte ad un pessimo fischio del direttore di gara e a un intervento chiarificatore del Var. Dopo aver annullato frettolosamente il gol per un fallo di confusione, Irrati si è ritrovato nella scomoda posizione di chi sa che qualsiasi scelta avrebbe scatenato un inferno: riconvalidare la rete facendo esplodere lo stadio, oppure confermare l’annullamento sbagliando. Il Var gli ha trovato una scappatoia per uscirne con dignità: ribattere il rigore, per l’ingresso in anticipo di De Ligt che ha conteso la palla e partecipato all’azione. Scelta salomonica, a tratti surreale, però tecnicamente ineccepibile. E il Var Mazzoleni è salito in cattedra ancora una volta nel secondo tempo, quando la Juventus ha reclamato per un contatto veniale tra Bastoni e Zakaria che l’improvvido Irrati aveva fischiato, convinto probabilmente che fosse un innocuo fallo fuori area: i replay, invece, hanno mostrato il contatto sulla linea, dunque, a termini di regolamento, rigore. Tecnicamente è un errore, ma forse lo sarebbe stato ancora di più fischiare un rigore per un fallo del genere: il Var si è praticamente sostituito al direttore di gara, applicando il buon senso e salvandolo dall’ennesimo obbrobrio. Certo, i tifosi bianconeri recriminano per la disparità di trattamento con l’episodio su Dumfries, ma il confronto regge fino a un certo punto. Risultato: la gestione di Irrati è stata imbarazzante, ha perso il controllo della partita praticamente al primo minuto e non l’ha ritrovato fino alla fine. Però almeno il Var ha provato a metterci una pezza, incidendo al minimo sul punteggio finale. Oltre tutte le polemiche arbitrali, c’è stata anche una partita, tanto brutta quanto intensa, che restituisce al campionato tre certezze. L’Inter è tornata a vincere uno scontro diretto e quindi si mantiene agganciata alla corsa scudetto. Lo ha fatto con la peggior partita non degli ultimi mesi, ma probabilmente degli ultimi due anni, senza né capo né coda, presa a pallate per 90 minuti dagli avversari, resistendo solo grazie a un po’ di cuore e tanta fortuna. Insomma, è una vittoria che dice tanto per la classifica ma pochissimo per i nerazzurri, più in crisi che mai: possono solo sperare che il successo di Torino abbia fatto scattare qualcosa dentro al gruppo, un po’ come (ma in negativo) con la sconfitta nel derby. Chi a questo punto non potrà vincere lo scudetto, invece, è la Juventus: per una questione matematica, la formazione di Allegri avrebbe dovuto fare filotto fino alla fine; la striscia si è interrotta nella miglior prestazione stagionale, ma prima o poi la ruota doveva girare, i bianconeri avevano avuto troppa fortuna in precedenza. Ci riproveranno l’anno prossimo, da favoriti. L’ultima certezza è che, nonostante tutto, il Var resta lo strumento migliore che abbiamo per dirigere bene una gara. Poi, se in campo ci fossero anche degli arbitri capaci, ancora meglio.Torna la vittoria, torna allo Juventus Stadium, tornano i tre punti e i nerazzurri si rimettono in corsa. Dopo 90 minuti carichi di sofferenza, l'Inter esce con il bottino pieno e torna di prepotenza all'inseguimento della capolista Milan che domani dovrà affrontare il Bologna e soprattutto allunga sulla Juventus che tallonava. Servivano i tre punti, li aveva chiesti Inzaghi che - dopo Stramaccioni - è il secondo tecnico interista a vincere a Torino contro la Juventus. Non una gara brillantissima da parte dell'undici di Inzaghi che però regge l'urto e in maniera cinica e pratica porta a casa l'intera posta in palio e continua a cullare i sogni di rimonta.DI RIGORE - Chi di rigore ferisce, di rigore perisce. La gara d'andata si era risolta con un rigore ampiamente discutibile assegnato per fallo di Dumfries su Alex Sandro, questa volta gli episodi si capovolgono e restituiscono il maltolto ai nerazzurri. Proprio Dumfries viene colpito in area bianconera, Calhanoglu sbaglia dagli undici metri, con palla che poi carambola in rete. Marcatura che sarebbe da convalidare ma il direttore di gara decide di far tirare nuovamente il penalty che questa volta viene trasformato dal turco che mette il suo nome nel tabellino, una marcatura pesantissima che porta tre punti di piombo in casa nerazzurra.

Italia fuori dai Mondiali? Basta normalizzare il trauma: tutti al loro posto, nessun responsabile. E il disastro finisce a tarallucci e vino

La più grande umiliazione nella storia del nostro calcio finisce a tarallucci e vino: resta il presidente Gabriele Gravina, il responsabile politico della mancata qualificazione, che non è mai stato neppure sfiorato dall’opportunità di dimettersi. Resta a quanto pare pure il ct Roberto Mancini, il colpevole tecnico della disfatta con la Macedonia del Nord, che un briciolo di orgoglio sembrava averlo, intenzionato almeno a valutare il passo indietro, e invece niente, ha cambiato idea anche lui. “Ho parlato con il presidente Gravina, siamo allineati su tutto”, spiega. Cioè tenersi la poltrona. Insomma, la classica farsa all’italiana: nel Paese in cui le vittorie hanno moltissimi padri e le sconfitte sono sempre orfane, dove dopo il casuale e rocambolesco trionfo agli Europei si faceva a gara a salire sul carro, intestarsi la coppa ben al di là dei propri meriti, per la seconda mancata qualificazione ai Mondiali di fila, un’autentica apocalisse nazionale, non paga nessuno.Sul presidente Gravina era inutile farsi illusioni: erano mesi che metteva le mani avanti, annunciando urbi et orbi che non si sarebbe dimesso. È stato di parola. Adesso si accoda Mancini, con quello che assomiglia tanto a un annuncio ufficiale nella conferenza stampa alla vigilia della partita della vergogna contro la Turchia: “Mi sento di restare perché sono ancora giovane. Mi piace questo lavoro e coi ragazzi voglio riorganizzare qualcosa di importante. A parte la delusione, il resto va avanti”. La sconfitta con la Macedonia sembrava che potesse essere la sua ultima volta in azzurro, si parlava già di Cannavaro come sostituto, ma anche qui, perché sorprendersi: le motivazioni contano, i contratti anche di più. Mancini ha uno stipendio di circa 4 milioni di euro l’anno fino al 2026, e un tenore di vita invidiabile (4-5 finestre di impegni l’anno, per il resto partite in tribuna e salotti romani), che nessun altro club gli garantirebbe in questo momento, con le sue quotazioni polverizzate dalla figuraccia mondiale. Perché rinunciarci, tanto più che nessuno glielo chiede.Eppure in una situazione del genere, le dimissioni sarebbero state un passo obbligato. Non per una sorta di esecuzione sommaria, un repulisti a prescindere che non fa bene al movimento. I mali del calcio italiano non sono certo colpa di Mancini (che anzi nei suoi primi tre anni ha letteralmente ricostruito la nazionale dalle macerie) e nemmeno di Gravina, che li ha ereditati, al massimo partecipandovi. Però non è nemmeno possibile che ai posti di comando nessuno si senta responsabile e si prenda le responsabilità di quella che non è una semplice sconfitta, è una disfatta storica. Con quali energie e fiducia potrà ripartire Mancini? Con quale forza e credibilità potrà governare Gravina, che già prima stentava con le riforme (per colpe non solo sue ma dei troppi veti incrociati), figuriamoci ora che tutti, nemici ed amici, controparti e istituzioni, alla prima occasione potranno rinfacciargli la figuraccia mondiale? Era giusto attendersi un gesto, anche solo di facciata, rimettere il mandato anche solo per farsi riconfermare, assumendosi le proprie colpe, i cambi e le convocazioni sbagliate, le politiche inconsistenti. Invece si va avanti comunque: qualche altro giorno, e sarà come se nulla fosse mai successo.Se questo accadrà, è anche perché l’evento non sta ricevendo l’attenzione che merita: un paio di titoloni in prima pagina il giorno dopo l’eliminazione, poi trafiletti, si torna già a parlare di mercato e campionato. Il paragone con quattro anni fa è imbarazzante. Provate a riaprire i giornali del novembre 2017: un profluvio di dichiarazioni, uomini di sport e di politica, Renzi, Lotti, Malagò, Salvini, Cairo, Grillo, BerlusconiOggi non parla nessuno. È la dimostrazione di quanto serva godere di buona stampa, intesa in senso lato come opinione pubblica. Ventura era un mostro, un idiota, un nemico del popolo, ancora oggi il suo nome non può essere nominato senza insulti d’ogni tipo. Mancini è quasi una vittima, fa filtrare sulla stampa la sua disponibilità a rimanere, e sembra stia facendo un favore al Paese. Sull’impresentabile Tavecchio si scatenò un autentico tiro al piccione, eppure politicamente non aveva fatto né più né meno di Gravina. Oggi a parte rare eccezioni non si è levata una sola voce a richiamare alle sue responsabilità politiche il presidente, che parla bene, si presenta meglio e tesse rapporti come pochi. Complici o semplicemente rassegnati, è quello che ci meritiamo: un’Italia che non va ai Mondiali non fa nemmeno più notizia.

 

Italia eliminata dai Mondiali in Qatar: azzurri sconfitti a Palermo 1-0 dalla Macedonia del Nord. CATASTROFE SPORTIVA ITALIOTA SENZA PRECEDENTI: ITALIA ELIMINATA DA DUE MONDIALI CONSECUTIVI E DOPO AVER VINTO UN EUROPEO A CALCI IN CULO(DI RIGORE)

Italia fuori dai Mondiali | Tutti gli obiettivi post eliminazione del 2017 rimasti lettera morta. Lo stipendio di Gravina? Da 36 a 240mila euro

Roberto Mancini come Lippi e Bearzot. Roberto Mancini peggio persino di Gian Piero Ventura. E no, non è una provocazione, è il verdetto del campo. La clamorosa, mancata qualificazione ai Mondiali, la seconda di fila, la sconfitta indegna in casa contro la Macedonia del Nord è senza ombra di dubbio il peggior risultato nella storia del calcio italiano.

Dimentichiamoci gli Europeierano stati un’eccezione, un caso, un colpo di fortuna. E comunque la gioia di un trofeo non cancella 12 anni di assenza dalla Coppa del Mondo. Le responsabilità ovviamente non sono soltanto del ct, anzi, questo è il fallimento di un calcio italiano malato da tempo e di chi lo governa. Di un movimento intero che con la vittoria insperata e fortunata degli Europei ha provato a nascondere la polvere sotto al tappeto. Però in un contesto difficile, per certi versi persino ostile, Mancini ci ha messo tanto del suo.

È caduto nello stesso, identico errore dei suoi predecessori. Una maledizione che sembra perseguitare tutti i commissari tecnici che verranno ricordati sempre nella storia per i loro trionfi, e per i loro tonfi successivi. Come Enzo Bearzot dopo il Mundial ‘82, nemmeno qualificato a Euro 1984 con un girone indecoroso concluso alle spalle di Romania, Svezia e Cecoslovacchia. Come Marcello Lippi nel 2010, eliminato dai carneadi della Nuova Zelanda e della Slovacchia. Mettiamoci dentro pure Arrigo Sacchi a Euro ’96 dopo i rigori maledetti di Pasadena, e Prandelli post Euro 2012. La solita storia: il ct osannato dalla stampa, troppo sicuro di sé, prigioniero del suo stesso gruppo. Eppure lo avevamo detto tutti, subito dopo la finale di Wembley: Mancini dovrà essere bravo a cambiare qualcosa per tenere viva la fiammella magica nel gruppo azzurro. Non ce l’ha fatta, non ci ha nemmeno provato. Si è affidato agli stessi protagonisti dell’Europeo. Forse per riconoscenza, forse semplicemente per mancanza di alternative.È vero che su questo piano gli si può imputare poco: la Serie A ha proposto nulla prima e dopo gli Europei. Però qualcosa di diverso si poteva tentare. Passi Immobile, inadeguato per i livelli internazionali, inadatto per gli schemi di questa squadra, ma comunque insostituibile viste le alternative. Però perché insistere su Barella, fuori condizione da mesi, in apnea nell’Inter e anche in azzurro? Perché riproporre Insigne, virtualmente un ex calciatore da quando ha firmato con il Toronto, peso morto già nel Napoli? Perché lasciare fuori non solo Scamacca (infortunato?), ma anche Tonali, e poi Zaniolo, l’unico talento per quanto discontinuo di questa nazionale? L’Italia ha chiuso con Joao Pedro-Raspadori, una coppia con cui una squadra in Serie A potrebbe tranquillamente retrocedere, altro che Mondiali: è un atto di accusa al movimento che l’ha prodotta, ma anche al ct che l’ha schierata.

Mancini ha fatto peggio di Gian Piero Ventura. Se guardiamo il singolo percorso di qualificazione a Qatar 2022 non ci sono dubbi. “Mister Libidine”, il ct più odiato della storia, non ce la fece in un gruppo di ferro, secondo alle spalle di una Spagna superiore, fuori allo spareggio per mano di una Svezia comunque rognosa. Un’eliminazione storica, ma per certi versi comprensibile. Questa no. Questa è arrivata al termine di un girone materasso perso a favore della modesta Svizzera, e poi addirittura in semifinale playoff (senza nemmeno riuscire ad arrivare alla sfida contro il Portogallo) della Macedonia del Nord, una squadra di Serie C europea. È il peggior risultato della storia. È una figuraccia imperdonabile, e non si possono perdonare i suoi artefici.

Non è ingratitudine. Nessuno disconosce il gran lavoro fatto negli ultimi anni: Mancini ha ricostruito la nazionale, nel gioco, nell’identità e nello spirito. Ha stabilito un nuovo record di imbattibilità e vinto un Europeo, per cui verrà ricordato. Un motivo in più per lasciare. In Italia le dimissioni non le dà mai nessuno, e in perfetta sintonia con la tradizione lui si è ben guardato dal farlo nel dopo partita. Come del resto il presidente della Figc, Gabriele Gravina: i due si sono spalleggiati a vicenda in conferenza stampa, in modo piuttosto imbarazzante, mentre si alzavano i soliti peana della stampa per invitarli a restare. Ma senza nemmeno soffermarsi troppo sulle effettive responsabilità, come potrebbe rimanere un allenatore dopo un risultato del genere? Con quale voglia, quale credibilità, quale atmosfera ripartire? È una sconfitta che distrugge tutto, non lascia nemmeno le macerie: bisogna ripartire da zero, proprio come fece lui dopo Ventura. E poi, per quale obiettivo lavorare? Senza Qatar 2022, con Euro 2024 che è solo un traguardo minore e intermedio, l’orizzonte dei Mondiali 2026 è davvero troppo lontano: serve per forza un nuovo ciclo, con un nuovo allenatore. Per questo Roberto Mancini adesso si deve dimettere. E non solo lui.

Serie A (perdere): il campionato è divertente perché non è mai stato così scarso

L’Inter crolla, il Milan stenta, il Napoli ne approfitta però solo dopo aver sprecato diverse occasioni, la Juve rimonta ma con calma. Sta diventando un campionato a perdere: non vincerà il migliore, ma semplicemente chi farà meno peggio degli altri. La grande vittoria del Napoli contro la Lazio non deve ingannare: può essere che quella dell’Olimpico sia stata la gara della svolta per la squadra di Spalletti e magari per tutta la Serie A, ma fino a questo punto tutte le big, nessuna esclusa, hanno deluso, mancando sistematicamente nei momenti decisivi, cedendo a turno tanto da ritrovarsi oggi più o meno allo stesso punto: la Juve all’inizio, il Milan e il Napoli quando erano arrivati ad avere fino a 10 punti di vantaggio polverizzati alla fine dell’autunno, poi è stata la volta dell’Inter che sembrava solo dover chiudere i giochi e invece li ha riaperti da sola.Non solo non c’è una squadra in grado di ammazzare il campionato, ma forse neppure di vincerlo. L’Inter aveva illuso con quel mese di calcio stellare a cavallo tra novembre e dicembre, adesso stanno venendo a galla i limiti di una rosa con pochi ricambi all’altezza e troppi titolari appannati, lo stesso Inzaghi tanto lodato per il bel gioco sembra aver perso il bandolo della matassa. Ma del resto i nerazzurri vengono da una estate di totale smobilitazione, frettolosamente dimenticata: è raro che una squadra possa uscire indenne e ancora vincente da un simile ridimensionamento. Il problema è che dietro le rivali non hanno fatto quasi nulla per detronizzare i campioni, già quest’estate con l’immobilismo sul mercato e poi di conseguenza sul campo: il Milan, a parte il fortunoso successo nel derby, è involuto da settimane. A Napoli fino a ieri si parlava di una squadra terrorizzata dalla vittoria. Sta rientrando la Juventus, ma a ben vedere il ruolino di marcia è tutt’altro che esaltante (3 pareggi nelle ultime 5 partite), quanto al gioco di Allegri meglio stendere un velo pietoso. Davanti vanno così piano che persino i bianconeri ora sognano lo scudetto: se anche dovessero vincere tutte le 11 partite di qui alla fine arriverebbero al massimo a 83 punti, con un solo pareggio a quota 81. E nella storia il titolo non si è mai assegnato con così pochi punti. Insomma, nemmeno la matematica crede alla rimonta. Poi, certo, di questo passo tutto è possibile.Si dirà che tutto questo in fondo è un bene, perché ci regala un campionato avvincente. È vero, ma solo in parte: il campionato è divertente perché è incerto, ma non perché è bello. Il livello si è abbassato drasticamente, anche nelle partite delle prime delle classe si vedono sempre più errori e meno giocate, l’ultimo big match decente è stato Atalanta-Inter (quando ancora entrambe le formazioni erano in forma), poi il nulla. La cartina di tornasole per il reale valore della Serie A è nel confronto con l’Europa. È lì che ci rendiamo conto di tutta la nostra pochezza. L’Inter, che rimane comunque la squadra più forte, con una delle sue migliori partite internazionali degli ultimi anni ha rimediato un sonoro 0-2 in casa. La Juve sul piano del gioco è stata ridicolizzata da un club di media classifica spagnola, il Villarreal. In Europa League, Napoli e Lazio sono naufragate contro Barcellona e Porto, è sopravvissuta solo l’Atalanta. Se l’Europa ci respinge, in Serie A alla fine una vincitrice bisognerà trovarla comunque. Una di queste piccole piccole Inter, Milan, Napoli o persino Juventus sarà comunque campione d’Italia. Che la dice lunga sul calcio italiano.

 

Chelsea in bilico, 200 interessati all'acquisto: la 'scandalosa' offerta dei sauditi. Intanto squadra a Middlesbrough con 10 ore di pullman

 

Il club di Abramovich finirà la stagione senza fallire, tuttavia il budget permette una trasferta assai scomoda per la Fa Cup di domenica prossima. Da registrare l'offerta di una cordata saudita di 3,3 miliardi di euro che potrebbe creare nel Regno Unito un secondo caso Newcastle

 

Liverpool-Inter 0-1, i nerazzurri sognano la qualificazione solo per 60 secondi: tra il gol di Lautaro e il rosso a Sanchez

Liverpool-Inter 0-1, i nerazzurri sognano la qualificazione solo per 60 secondi: tra il gol di Lautaro e il rosso a Sanchez

Prima e dopo quegli episodi, si è visto più o meno lo stesso film dell’andata. Un’Inter brillante, determinata, e un Liverpool più forte, capace di controllare senza soffrire. I nerazzurri non possono rimproverarsi nulla, oggi. Hanno fatto tutto ciò che potevano, forse anche di più, contro un Liverpool magari appagato dal 2-0 dell’andata

Ci ha creduto e già questo è stato un grande merito. A un certo punto ci ha anche sperato e nessuno ci avrebbe scommesso alla vigilia. Un’Inter coraggiosa, volitiva, fortunata (gli avversari hanno comunque colpito tre legni), a tratti anche bella, alla fine quasi commovente, vince ad Anfield Road 1-0. Batte una squadra formidabile, superiore in tutti i fondamentali a quella nerazzurra, con cui anche stasera si è vista una differenza abissale dal punto di vista tecnico e fisico. Ma non basta.

Il sogno nerazzurro non è durato 90 minuti, ma uno solo. Quello intercorso fra il gol di Lautaro, una meraviglia all’incrocio, finalmente all’altezza di ciò che ci si aspetta dall’argentino, e l’espulsione di Sanchez, una doppia ammonizione frutto di generosità, più che di colpa. Per quei 60 secondi, più che per tutto il resto dell’andata e del ritorno di questa doppia sfida, l’Inter forse ha davvero pensato di poter eliminare il Liverpool, e forse il Liverpool un pochino ha avuto paura. Ma è durato poco.

Prima e dopo quegli episodi, si è visto più o meno lo stesso film dell’andata. Un’Inter brillante, determinata, e un Liverpool più forte, capace di controllare senza soffrire. I nerazzurri non possono rimproverarsi nulla, oggi. Hanno fatto tutto ciò che potevano, forse anche di più, contro un Liverpool magari appagato dal 2-0 dell’andata, Anfield un po’ meno infuocato. Finché è rimasta in parità numerica la squadra di Inzaghi non ha avuto paura di giocare la palla da dietro, del resto non ha nulla da perdere. Uscite di altissima fattura dalla difesa, pressing. Sanchez, preferito a Dzeko, croce e delizia della serata: elettrico, taglia e cuce, fino al cartellino rosso che chiuderà la gara. Manca solo il ricamo.

Dopo i venti minuti iniziali di altissimo livello, l’Inter non ha creato una vera occasione. Cosa che invece riesce con disinvoltura al Liverpool, facendo valere il suo strapotere fisico sui calci piazzati che già all’andata era stato determinante, e stavolta produce “solo” un incrocio dei pali colpito di testa da Matip. Anche la chance migliore dell’Inter nel primo tempo è una punizione velenosa calciata da Calhanoglu. Sembra troppo poco per provare l’impresa. Più passa il tempo, più sale il Liverpool, più scendono le speranze. Salah a colpo sicuro sbatte sul palo. Eppure ancora l’Inter trova le forze per riaprire un discorso qualificazione che pareva chiuso. Col suo uomo più rappresentativo, più criticato, più atteso: Lautaro Martinez, che prima spreca un gol facile in mezzo all’area, poi ne segna uno clamoroso, di mezzo esterno, da fuori area, all’incrocio.

Lo spiraglio però si richiude subito. A tradire l’Inter è la sua voglia, e quello del suo uomo migliore, Sanchez, che a furia di pressare e recuperare palla, già ammonito travolge Fabinho e rimedia il secondo giallo. A quel punto manca un gol, ma soprattutto un uomo. Se mai ha tremato un secondo, la corazzata di Klopp si riorganizza, si prende il pallone e non lo molla più. I venti minuti finali potevano essere un assedio nerazzurro e invece diventano un monologo inglese. Salah colpisce un palo (il terzo della serata), Vidal salva sulla linea, l’Inter resiste con coraggio ma avrebbe dovuto segnare. Farlo un’altra volta in inferiorità numerica è impossibile. Restano i complimenti, la consapevolezza di una grande gara europea, forse un pizzico di rimpianto per quei dieci minuti di sbandamento all’andata che hanno compromesso questa Champions. Resta il campionato, a cui tornare a pensare da domani.

Guerra in Ucraina, Polonia e Svezia decidono di non disputare lo spareggio con la Russia per i Mondiali del Qatar: “È tempo di agire”.

“Niente più parole, è tempo di agire”. Con queste parole la federazione di calcio polacca ha comunicato la decisione di non disputare la semifinale degli spareggi per i Mondiali di calcio in Qatar in programma il 24 marzo prossimo a Mosca contro la nazionale russa. Una presa di posizione di una singola nazione che arriva dopo le due decisioni prese da Uefa e Fia ieri, che hanno rispettivamente deciso di spostare la finale di Champions League da San Pietroburgo a Parigi e di cancellare il Gran Premio di Formula 1 di Sochi, sul Mar Nero.La scelta di Varsavia è arrivata con una nota stringata: “A causa dell’escalation dell’aggressione della Federazione Russa nei confronti dell’Ucraina, la nazionale polacca non ha intenzione di giocare la partita di spareggio contro la Russia. Questa è l’unica decisione giusta. Siamo in trattative con le federazioni svedese e ceca per presentare una posizione comune alla Fifa”. La notizia è comparsa sulll’account Facebook di Cezary Kulesza, presidente della Federcalcio polacca. Parole che, quindi, anticipano una iniziativa simile anche delle altre leghe calcistiche del girone di spareggio. Il match valido per le qualificazioni alla Coppa del Mondo in Qatar contro la Russia è previsto il 24 marzo a Mosca. La vincente affronterà o, meglio, dovrebbe affrontare il 29 marzo Svezia o Repubblica Ceca. Se l’incrocio dovesse essere tra Russia e Svezia, la sede sarebbe già fissata a Mosca. E anche in questo caso ci sarebbero dei problemi geopolitici, specie dopo la minaccia del Cremlino, che ieri ha preannunciato conseguenze politiche e militari qualora la Svezia (ma anche la Finlandia) decidessero di aderire alla Nato. Dopo la Polonia, del resto, anche la Svezia ha annunciato che non accetterà di affrontare la Russia: “Qualunque cosa decida la Fifa, non giocheremo contro la Russia a marzo”, ha dichiarato il presidente della Federcalcio svedese, Karl-Erik Nilsson, in una nota.Anche il centrocampista del Leeds United e della nazionale polacca Mateusz Klich si allinea alla scelta della federcalcio polacca: “Non è una decisione facile, ma nella vita ci sono cose più importanti del calcio. Il nostro pensiero va alla nazione ucraina e al nostro amico della nazionale, Tomasz Kedziora, che è ancora a Kiev con la sua famiglia”, è quanto scrive in un post sul proprio account Twitter, sottolineando che i giocatori hanno deciso “insieme” alla Federcalcio polacca di non affrontare Russia.

.

Spende, spande, ma chiede gli aiuti di Stato: lo spudorato “chiagni e fotti” della Serie A offende chi è stato rovinato dal Covid (e ha continuato a pagare le tasse)

Spendono, spandono, ma poi i presidenti piangono miseria. Dopo Vlahovic e Gosens, ma anche Sergio Oliveira, Zakaria, Boga, Ricci, un calciomercato faraonico, le richieste di ristori da parte della Serie A sono semplicemente indecenti. Non siamo più neppure alla favola della cicala che passa l’estate a cantare e poi si ritrova in inverno senza cibo, perché l’inverno è arrivato da un pezzo e i club lo sanno perfettamente. Qui siamo al “chiagni e fotti” più spudorato.

Oggi si conclude un calciomercato ricco, a livelli pre-Covid. Dalla grande Juventus che è tornata a fare la Juventus, alla piccola Salernitana che ha cambiato mezza squadra, si sono mossi tutti senza badare troppo al portafoglio. Ma in questo non c’è nulla di male. Chi crede che certe cifre siano immorali sbaglia, la retorica del pauperismo fine a se stesso lascia il tempo che trova. È giusto che una società di calcio (che è un’azienda con un fatturato milionario) investa in quelli che sono i suoi asset, se ritiene di poterlo fare. Tanto più che parliamo di operazioni intelligentia partire da Vlahovic, un affare indiscutibile da ogni punto di vista; ma in generale tutte le squadre si sono mosse con lungimiranza, guardando alla prossima stagione, investendo sul futuro. Il problema non è il calciomercato. Il problema è come un comparto che nell’ultimo mese ha speso complessivamente 150 milioni di euro (impegnandone almeno un’altra cinquantina in obblighi di riscatto) possa poi pretendere di non pagare le tasse, oppure ricevere aiuti dallo Stato. Con che faccia si presentino al governo con certe richieste.

Bisognerebbe chiederlo al presidente della Serie A, Paolo Dal Pino, che ha inviato una lettera a Palazzo Chigi per invocare il sostegno del governo (forse nemmeno lui mentre la firmava si è reso conto del clamoroso autogol). Oppure al n.1 della Figc, Gabriele Gravina, che ha appena dichiarato una cosa sacrosanta: “Tra quello che chiediamo e i comportamenti del calcio a volte non c’è coerenza”. Però intanto si è fatto promotore di un tavolo “per la definizione di ristori al mondo del calcio”, che non ha motivo di esistere. E in fondo una risposta chiara dovrebbe darla anche la sottosegretaria allo Sport, Valentina Vezzali, che in un’intervista al Sole 24 Ore ha parlato di “riforme in cambio di aiuti”, ma non si capiva bene se fosse più carota o bastone, un’apertura ai possibile ristori o un richiamo alle colpe del pallone.

Il calcio è ovviamente stato colpito dal Covid, nessuno lo nega, ma non come sostiene (parliamo di un sistema squilibrato che viveva ben oltre le sue possibilità già da anni) e comunque non più di altri settori. A differenza di attività che sono state davvero stroncate dalla pandemia, il pallone non si è praticamente mai fermato se non per qui primi due mesi di lockdown. Ha potuto salvare buona parte dei suoi ricavi (diritti tv, sponsor, ecc.), rinunciando di fatto solo agli incassi da stadio che in media valgono solo il 10% del bilancio di un club. Ha appena ricevuto una sospensione fiscale di quattro mesi, privilegio che ad altri comparti non è stato concesso. C’è in ballo la cancellazione del divieto di pubblicità dalle scommesse, che è un tema politico. Tutto il resto sono pretese irricevibili.Non perché il calcio non meriti considerazione dallo Stato, ma perché il problema è appunto la coerenza. Se un’attività è in crisi, tira la cinghia e non si imbarca in impegnativi progetti di ristrutturazione. Se la Serie A è “un sistema sull’orlo del baratro, con margini di resistenza assottigliati al minimo” (parole di Beppe Marotta, amministratore delegato dell’Inter), dovrebbe pensare più alle riforme che al calciomercato. Invece di format ridotto del campionatosalary cap, norme contro le commissioni degli agenti non c’è traccia, mentre si vedono colpi da 90 milioni di euro. Tanto poi arrivano i ristori pubblici. Da settimane è in corso un battage mediatico sempre più esasperato per convincere Palazzo Chigi. “Il governo – ha detto minaccioso il patron del Napoli, Aurelio De Laurentiis – deve capire che 25 milioni di tifosi sono 25 milioni di elettori”. Sono anche 25 milioni di persone che pagano regolarmente le tasse.

 

Plusvalenze, la Procura della Figc chiude le indagini su 11 club: tra loro Juventus e Napoli

Arriva dalla Procura federale della Figc la notifica della conclusione delle indagini relative alle cosiddette plusvalenze. Lo rende noto con un comunicato la Juventus che ora, insieme agli undici club coinvolti (tra i quali Napoli, Sampdoria, Genoa e Empoli), hanno due settimane di tempo per accedere agli atti e articolare le proprie difese prima della decisione della Procura Figc su eventuali deferimenti. La nota della Juventus precisa inoltre che la chiusura delle indagini fa riferimento ad alcuni trasferimenti perfezionati negli esercizi 2018/192019/20 e 2020/21.L’inchiesta è quella che la Procura federale della Figc ha avviato nei mesi scorsi, in seguito alla segnalazione della Covisoc, l’organismo di controllo sulle società di calcio, e riguarda la “valutazione degli effetti di taluni trasferimenti dei diritti alle prestazioni di calciatori sui bilanci e alla contabilizzazione di plusvalenze”. I reati ipotizzati sono la violazione dell’articolo 31, comma 1, e degli articoli 6 e 4 del Codice di Giustizia Sportiva, ovvero violazioni in materia gestionale ed economica. Tra gli undici club coinvolti, secondo quanto appreso, figurano anche il Chievo Verona e il Novara, società scomparse nei mesi scorsi dal professionismo.

 


 

Inter-Liverpool 0-2, Firmino e Salah non perdonano: nerazzurri quasi fuori dalla Champions

Il gol dell'1-0 di Firmino. Getty

Bella prestazione della squadra di Inzaghi, che però nel momento decisivo viene trafitta dalle reti dei due attaccanti. Ora ad Anfield servirà una impresa.

Il tabellone di San Siro, crudele come gli uomini vestiti di rosso, dice 0-2: si potrebbe pensare a una marea inglese venuta a sommergere Milano, a un turno di Champions già deciso, ma l’Inter perde col Liverpool ben oltre i propri demeriti. Esce a testa ben alta nonostante il punteggio sanguinante. In fondo, la doppia beffa atroce nel quarto d’ora finale non cancella una prova coraggiosa e orgogliosa: prima che Firmino indovinasse la carambola di testa e Salah infierisse oltre misura, agli uomini di Inzaghi era mancato solo il graffio sotto porta. Ad Anfield, per vincere e prolungare la speranza, servirà però qualcosa di più: maggiora fortuna, certo, ma pure maggiore cinismo.Vidal, sostituto dello squalificato Barella, che prova a trovare dentro di sé tracce dell’Arturo che fu. Klopp, invece, spedisce in campo il 18enne Elliott nel trio di centrocampo e nessuno può esserne sorpreso: il tedesco ha una fiducia smisurata nel ragazzo, più giovane esordiente della storia della Premier (a 16 e 30 giorni appena nel 2019). Sin dall’inizio i nerazzurri vogliono schermare le linee di passaggio grazie a un superlavoro della mediana per evitare così degli uno contro uno sanguinolenti: quando Salah al secondo minuto punta dritto per dritto Bastoni un brivido corre lunga la schiena dei 37mila di San Siro. Ma con coraggio e senza timore alcuno l’Inter costruisce le migliori occasioni del primo tempo: già al 5’ è insidioso un tiro di Lautaro che prova a interrompere la maledizione del Toro, ma la vera maxi-azione arriva minuti dopo, al 16’. Con un cross radente di Perisic che pesca Calha liberissimo nell’area piccola: controllo perfetto del turco, sinistro altrettanto bello e la traversa che spezza in gola l’urlo dei tifosi.

FASCE E CUORE

—   

È comunque il segno che l’Inter può davvero rovesciare il tavolo sulle fasce: lì possiede due guerrieri, Ivan il terribile e Dumfries capaci di reggere con continuità l'impatto fisico e pronti a tenere (per quanto possibile) bassi i loro dirimpettai. Ad esempio, su un cross dell’olandese in ripartenza, che avrebbe spalancato Dzeko davanti ad Alisson, serve un intervento super di Konaté per salvare il Liverpool. Il resto è attenzione massima e generosità diffusa in tutti i nerazzurri: non solo nei tre centrali, ma a turno Vidal, Calha, Brozo e perfino Dzeko devono difendere il fortino dentro l’area. Se nelle poche palle perse in mediana si rischia di tremare, quando l’Inter riesce a ripartire ha la possibilità di fare male per lo spazio concesso alle spalle dagli uomini in rosso: due volte Lautaro potrebbe battere ma tentenna troppo. Così, alla fine di un primo tempo nerazzurro di lotta e intelligenza, brilla soprattutto il doppio lavoro della mediana. E, tra loro, un Calha “totale” si dimostra ad altezza big di Champions sia per le occasioni create sia per la sicurezza nelle giocate difensive.

LA RIPRESA

—   

Klopp in avvio del secondo tempo prova a registrare qualcosa nell’attacco che ha sparato a salve: fuori Jota, il cui movimento ad uscire era stato inoffensivo, e dentro il più esperto Firmino. Per capire l’enorme importanza di questo cambio sulla partita bisognerà aspettare l’ultimo scorcio del match anche perché all’inizio l’Inter non arretra neanche un po’ dal piano partita. Anzi appare perfino più coraggiosa nelle ripartenze: Vidal è arrembante quasi come quando aveva dieci di meno e i due esterni alti quasi sulla linea degli attaccanti. Perisic sferza spesso e volentieri Alexander-Arnold dal suo lato e solo un cross un filo altino impedisce a Lautaro di metterla dentro finalmente in questa dopo un anno e tre mesi digiuno. Subito dopo su un altro tiro secco in mezzo del croato Konaté salva ancora.

I CAMBI E LA BEFFA

—   

E’ il momento di massimo forcing nerazzurro ed evidentemente qualcosa negli inglesi non funziona a dovere. A questo punto Klopp mischia ancora di più il mazzo al 60': entrano Keita per Elliott, Henderson per Fabinho e Luis Diaz per Mané. Proprio lo spagnolo dà uno spunto in più all’attacco Reds e una provvidenziale chiusura di Skriniar frena una sua conclusione potenzialmente velenosa. Il primo cambio della gara Inzaghi lo fa al settantesimo e, come da tradizione, c’è Sanchez che fa riposare Lautaro, a secco per l’ennesima partita. Ma il destino sta consumando una beffa atroce per la squadra di Simone, una rete su una spizzata dopo un calcio d’angolo di Robertson pure piuttosto casuale: la testata di Firmino dà alla palla una traiettoria inaspettata che sorprende Handonovic sul secondo palo. Non c’erano state grosse avvisaglie di marea rossa fino ad allora, eppure quando manca un quarto d’ora alla fine della partita i nerazzurri sono sott’acqua e di colpo senza forze. Un gol indietro dopo l’enorme sforzo profuso e la fatica si sente al punto che l’Inter subisce un altro colpo inatteso: all’83’ una palla ballonzola in area, inoffensiva in apparenza, e su stecca (l’ennesima in stagione) di De Vrij segna Salah con un calcio debole e centrale. Qua sì che Handa poteva fare di più. Esattamente ciò che servirà nel tempio di Liverpool: di più.

Maurizio Zamparini e il suo Mercatone Zeta del pallone: da Venezia a Palermo, storia di un presidente in direzione ostinata e contraria

Allenatori cambiati come biancheria intima, attacchi alla stampa, meravigliose intuizioni sportive e grandi casi, dal Furto di Pergine al gol di Tuta contro il Bari: oggi il calcio italiano (ma soprattutto la Laguna e il capoluogo siciliano) piange un patron in grado di fare grandi due città calcistiche nonché un formidabile polemista di successo

Per anni il senso della sua esistenza è stato compresso in un vagone ferroviario. Il ragazzo ci saliva sopra a Udine e scendeva mezz’ora dopo a Sevegliano. Ogni domenica mattina. Sotto la neve gelida dell’inverno, sotto il sole pallido della primavera. Era un tragitto breve ma profondamente simbolico. Perché prevedeva uno spogliamento, annunciava una catarsi. Lo studente del collegio Renati diventava calciatore. Almeno per un giorno. Santificava le feste muovendosi rapido sul fronte d’attacco, vedendo corridoi, segnando gol. Uno dietro l’altro. Dopo poco quella squadra allenata da un falegname e presieduta da un maestro elementare gli andava già stretta. Aveva bisogno di una nuova sfida. Solo che la sua ascesa si era rivelata presto una faticosissima arrampicata.

Aveva giocato in Prima Categoria. Poi in Interregionale. A venti anni la sua carriera come calciatore era già finita. Inutile girarci intorno, il pallone non lo avrebbe portato da nessuna parte. Meglio guardare altrove, meglio sostituire i sogni con la concretezza. Così Maurizio Zamparini aveva scoperto il suo lato più pragmatico. Aveva preso le sue iniziale e le aveva elevate a sistema. La rivoluzione si chiamava Mercatone Zeta. Significava creare centri commerciali prima che gli altri ne avvertissero l’esigenza. A neanche trent’anni aveva rivoluzionato il concetto di distribuzione commerciale in Italia. Ma niente riesce ad attrarre la mente di un uomo più di un’utopia abortita. Il calcio si trasforma in un richiamo al quale Zamparini non riesce a resistere.

Nel 1986 ha un’idea singolare. Insieme a Beppe Marotta, allora ds del Varese, si presenta a casa di Lamberto Mazza. È il presidente della Zanussi. Ma è anche il proprietario dell’Udinese. I due sanno che il club sta vivendo un momento delicato. Così presentano un’offerta ufficiosa. Mazza promette di pensarci. E lo fa. Qualche giorno dopo richiama e annuncia la sua risposta. Niente di fatto. Grazie e arrivederci. A luglio l’Udinese passa in mano alla famiglia Pozzo. È una sconfitta che non scalfisce le certezze di Zamparini. Perché un club da comprare si dovrà pur trovare. Ed è vero. Poco dopo Maurizio acquista il Pordenone, che gioca in C2. Il palcoscenico è modesto, le prospettive di crescita minime. Serve un’altra idea. Così Zamparini pesca ancora nella stessa categoria. Compra il Mestre. E anche il Venezia. Poi le fonde insieme. L’ibrido si chiama VeneziaMestre. Non il massimo dell’originalità. Ma il vero problema è che l’operazione non piace a nessuno.

Per anni la tifoseria si spacca in due fazioni. Nella Curva Sud si inneggia all’Unione. Dalla parte opposta al Venezia. Spesso a fine partita i supporter della stessa squadra di strappano gli striscioni fra di loro. Qualche volta vengono addirittura alle mani. È in Laguna che Zamparini affina l’arte della polemica. Un giorno si presenta davanti ai microfoni dei giornalisti e dice: “Creare problemi inutili è evidentemente nella natura dei veneziani. Sono contento di non vivere in questa città, dove il tifo è impazzito. I veneziani sono convinti che il semplice fatto di esser nati qui dia loro una patente speciale e che tutti gli altri siano pronti a dare per Venezia senza ricevere nulla in cambio. Non è così”. Eppure l’incipit aveva fatto pensare a uno sviluppo molto diverso della storia.

Appena arrivato Zamparini spiega il suo progetto. Annuncia la B in tre anni, chiede la costruzione di un nuovo stadio, affida la squadra a Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, uno che per tutta la vita si è dovuto trascinare dietro il soprannome di Mazzolino. È una scelta felice. Ferruccio conquista la promozione in C1. Ma il suo contratto scade e non viene rinnovato. Al suo posto il presidente chiama Aldo Cerantola. È una scelta che scriverà il futuro del calcio italiano. Perché inaugura una tendenza. Quattro partite. Quattro sconfitte. Cerantola viene esonerato. E con lui anche il direttore sportivo Enrico Alberti, giudicato corresponsabile. “È lì che partì la mia carriera di mangia-allenatori“, dirà anni dopo Zamparini. La cadetteria arriva dopo 4 stagioni. Ad agguantarla è un allenatore di 38 anni che pratica un gioco che Repubblica definisce “zona effervescente”. Si chiama Alberto Zaccheroni e poco dopo avrà un destino particolare: sarà esonerato per Marchesi che a sua volta sarà esonerato per Zaccheroni.Ogni volta che apre bocca Zamparini regala un titolo ai giornalisti. Dice di non riuscire a seguire le partite allo stadio per via di un eccessivo nervosismo. Preferisce girare in auto fino al fischio finale. Poi, visto che quando è in tribuna la sua squadra perde, annuncia pubblicamente il proprio autoesilio. “Riportare il Venezia in A è una sfida con me stesso”, dice Zamparini. All’inizio sembra una battaglia contro i mulini a vento. A settembre del 1994 assume Maifredi. Solo che il profeta del calcio champagne viene sollevato dall’incarico dopo appena un mese e mezzo. Nel gennaio del 1995, dopo una sconfitta contro il Como, il presidente annuncia sanzioni contro i suoi giocatori. “Non si comportano da professionisti – dice – me li segnalano in discoteca in piena notte. Adesso basta: sono i giocatori più pagati della Serie B, devono tirare fuori gli attributi. Niente buste paga fino a Pasqua, e se mi metteranno in mora peggio per loro: un altro che li paga tanto quanto me non lo trovano di certo”.A giugno del 1998, dopo dieci anni di presidenza, Zamparini centra il suo sogno. Il Venezia di Walter Novellino chiude secondo il B. E viene promosso in Serie A. L’impatto con il massimo campionato è piuttosto difficile. Nelle prime 8 partite mette insieme 6 sconfitte e due pareggi. Poi a metà novembre batte in casa la Lazio di Eriksson per 2-0. Gol di Pedone e di Tuta. Ma è a gennaio che quella squadra diventa iconica. Per l’acquisto di Recoba. Per un gol non celebrato. Nella prima giornata di ritorno Tuta, in pieno recupero, segna la rete che vale la vittoria sul Bari. Solo che i suoi compagni salutano la prodezza del brasiliano in maniera piuttosto fredda. “Poco dopo che ero entrato in campo al posto di Recoba, Maniero mi ha detto chiaramente che non dovevo segnare perché era meglio che la partita finisse 1-1″. È una delle pagine più controverse del calcio italiano.Zamparini resta perplesso. Le sue prime dichiarazioni sono concilianti. “In tv mi è sembrato strano che nessuno abbia abbracciato Tuta dopo il gol, infatti ho subito telefonato a Novellino. Se sapessi che c’ è stata combine, lo licenzierei subito. Ma lui mi ha fatto notare che se un tecnico fa entrare un attaccante come Tuta, significa che vuol vincere. E poi non capisco per quale motivo i miei si sarebbero dovuti accontentare dell’1-1: avevo promesso un premio da 200 milioni di lire per la vittoria”. Poi, però, il presidente si esibisce in quello che gli riesce meglio: scagliarsi contro la stampa. Convoca una conferenza stampa al Palasport. E lancia il suo affondo: “Hanno manipolato le parole di Tuta. Maniero ha solo trasmesso al compagno gli ordini di Novellino. È un puro. Di fronte a domande mirate direbbe qualsiasi cosa. Ha 24 anni, ma è come un ragazzino di 15. E non conosce l’italiano, anzi parla solo il dialetto brasiliano del Paranà”.

La domenica successiva il Venezia impatta 2-2 in casa del Parma. Maniero segna ancora. Anche stavolta su assist di Recoba. E anche stavolta non festeggia. “Non esultare è il nostro modo di esultare: noi gioiamo dentro. Anche domenica scorsa contro il Bari avevamo fatto così”. A fine anno i lagunari chiudono undicesimi. È un record. Al posto di Novellino viene chiamato Spalletti. È qui che Zamparini perfeziona i suoi esoneri seriali: via Spalletti, dentro Materazzi, che poi viene sostituito da Spalletti che alla fine lascia spazio a Francesco Oddo. È una formula magica che non riesce a evitare la retrocessione. Le ultime due stagioni a Venezia sono altalenanti. Cesare Prandelli riconquista la A. Ma è una gioia effimera. Perché un anno dopo ricomincia la parabola discendente.

La data che cambia la sua vita è quella del 21 luglio del 2002. Maurizio Zamparini si interessa al Genoa, ma poi acquista il Palermo da Franco Sensi. Fanno 15 milioni di euro pagabili in tre anni. È l’inizio della sua avventura piratesca e picaresca. Ora l’uomo di Bagnaria Arsa non è più comparsa, ma protagonista. Il suo primo atto è qualcosa di simile al capolavoro. Esonera Roberto Pruzzo, che era stato nominato allenatore il giorno prima, e offre la panchina a Ezio Glerean. “Almeno tre allenamenti sono riuscito a dirigerli”, commenta l’ex bomber giallorosso. Cento tifosi si riuniscono davanti alla Favorita e stappano una bottiglia di spumante dopo l’altra. I calciatori non sono poi così entusiasti. In 11 abbandonano il ritiro del Palermo di notte. E sempre nella notte si consuma quello che passa alla storia come il Furto di Pergine.Zamparini fa salire su un pulmino 12 giocatori (Generoso Rossi, Fabio Bilica, Kewullay Conteh, Francesco Modesto, Valentino Lai, Antonio Marasco, Stefano Morrone, Frank Olivier Ongfiang, Mario Santana. Evans Soligo, poi riprestato al Venezia, Arturo Di Napoli e Filippo Maniero) e li porta nel ritiro del Palermo. È un gioco di prestigio che lascia sgomenti i tifosi del Venezia. Ma a nessuno sembra importare. La promozione in A arriva al secondo tentativo. Dopo 24 giornate Silvio Baldini lascia la squadra a Francesco Guidolin. I rosanero chiudono primi. Grazie anche ai trenta gol segnati da Luca Toni. Il ritorno in Serie A è straordinario. Il Palermo chiude sesto. E vola in Coppa Uefa. Zamparini fa semplicemente Zamparini. Quindi diventa una specie di sciamano. Persona e personaggio insieme, tanto che a volte non si riesce a distinguere dove finisca l’uno e inizi l’altro. In Europa il Palermo arriva fino agli ottavi di finale. Gioca contro lo Schalke 04. Al Barbera finisce 1-0 grazie a una rete di Brienza. Ma sotto il cielo che non ride mai di Gelsenkirchen va in scena una gara molto diversa.I tedeschi vincono 3-0. E si aggiudicano una partita senza storia. Il Palermo era arrivato alla competizione internazionale come meteora. E ora sogna di diventare presenza fissa. D’altra parte nel 2006 può schierare 4 campioni del mondo: Zaccardo, Barzagli, Barone e Grosso. Fino al 2012 disputa altre 4 edizioni dell’Europa League. Sempre con alterne fortune. Il sogno sembra a portata di mano il 29 maggio del 2011. All’Olimpico di Roma i rosanero si giocano la finale di Coppa Italia contro l’Inter di Leonardo. Delio Rossi manda in campo una squadra con Sirigu, Cassani, Balzaretti, Nocerino, Pastore, Ilicic e Abel Hernandez. In panchina si porta Pinilla, Miccoli e Liverani. L’occasione della vita si infrange contro una squadra troppo forte. I nerazzurri vincono 3-1. E alzano al cielo il trofeo. Il Palermo sfiora successi, ma niente riesce a intaccare la predisposizione del presidente all’esonero. Solo in Sicilia sono 31 gli allenatori sollevati dall’incarico.Tutto seguendo uno schema surreale, fatto di licenziamenti e di richiami ciclici, La stagione 2015/2016 è qualcosa di molto vicino al sublime. Zamparini conferma Iachini, poi lo cambia con Ballardini, che sostituisce con Viviani, che licenzia per fase spazio a Bosi, che poi lascia il posto a Tedesco al quale subentra ancora Iachini, che viene rimpiazzato da Novellino che infine lascia il posto a Ballardini. Il risultato è un sedicesimo posto che segna l’inizio della parabola discendente del Palermo. Sono gli anni più intensi di un club che per la prima volta è capace di sognare in grande, che diventa incubatrice del talento di calciatori come CavaniPastore, Dybala, Belotti, Vazquez, Amauri, Amelia. Una storia che è impossibile separare da quella del suo presidente, un uomo che ha passato tutta la sua esistenza in direzione ostinata e contraria, anche a costo di incarnare quella frase di Bertolt Brecht che recita: “Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati”.

 

.

https://www.facebook.com/watch/?v=4749386175 29969  

Milan-Spezia, il grande errore di Serra è una piccola rivoluzione: ha falsato il campionato, ma chiedendo scusa ha dato una lezione agli italiani

Milan-Spezia, il grande errore di Serra è una piccola rivoluzione: ha falsato il campionato, ma chiedendo scusa ha dato una lezione agli italiani

Il giovane fischietto che ha tolto la vittoria ai rossoneri ha commesso un obbrobrio tecnico, ma ha avuto il coraggio di chiedere scusa. E ha dimostrato cosa succede quando lo fa: niente. Ammettere gli sbagli spazzerebbe via il campo da teorie di complotti e manie di persecuzione, disintossicherebbe il pallone italiano dai suoi veleni.

Minuto 92 di Milan-Spezia. Sul punteggio di 1-1, l’arbitro Marco Serra fischia precipitosamente un contatto al limite dell’area fra Rebic e Nikolau per assegnare la punizione ai rossoneri, la palla intanto è scivolata verso Messias che col sinistro ha firmato a tempo scaduto il gol di una vittoria pesantissima. Ma non vale: il fischio è arrivato prima, anche il direttore di gara se ne accorge e chiede scusa ma il pasticcio ormai è fatto, non si può tornare indietro. Il Milan non vince, anzi addirittura perde all’ultimo secondo in contropiede. Ma Serra, a suo modo, è un “eroe”: probabilmente ha condizionato il campionato, è vero, ma ha anche dato una lezione a tutto il calcio italiano.Sull’episodio in sé, non c’è praticamente nulla da dire: un obbrobrio tecnico, dettato dalla fretta, dall’inesperienza o dalla tensione, chissà. Ma non c’è altro da aggiungere: nessuna dietrologia, un semplice sbaglio in buona fede. E questo perché Serra ha commesso un errore abnorme e una piccola rivoluzione: ha mostrato che anche un arbitro può chiedere scusa. E ha dimostrato cosa succede quando lo fa: niente. Nessuna protesta, nessuna polemica. Certo, a fine gara ci sono state le dichiarazioni amareggiate di Pioli e l’ira social dei tifosi, ma una delegazione del club rossonero si è confrontata col direttore di gara accettando le sue scuse, lo ha persino rincuorato. Insomma, solo accettazione dell’errore umano, come spiega la reazione di Rebic, che gli prende la testa fra le mani e gli sorride sconsolato. Perché anche gli arbitri sono uomini e possono sbagliare come tutti, nessuno ha mai preteso il contrario.È quello che dovrebbe succedere sempre e che invece in Serie A non succede quasi mai. Spiegare pubblicamente le decisioni (come da tempo si propone) ed eventualmente ammettere gli sbagli spazzerebbe via il campo da teorie di complotti e manie di persecuzione, disintossicherebbe il pallone italiano dai suoi veleni. Invece per anni la classe arbitrale, una vera e propria casta, ha fatto tutto ciò che era in suo potere per mettersi su un piedistallorimanere intoccabile e insondabile, anche quando aveva palesemente torto. Oggi tutti se la prendono col povero Serra, c’è chi profila un lungo stop per lui, chi addirittura lo vorrebbe bandito per sempre dai campi da gioco. Ma cento volte meglio il suo errore, tanto marchiano quanto genuino, di un arbitro che si rifiuta di andare al Var o che nega l’evidenza davanti al video pur di non smentire se stesso. Una scena a cui in Italia siamo abituati da troppo tempo.In fondo, lo stesso identico errore lo ha commesso un arbitro ben più importante e celebrato, Daniele Orsato, in un Juve-Roma di inizio stagione, quando ha annullato il gol di Abraham per fischiare un rigore precedente (poi sbagliato da Veretout). Solo che a differenza di Serra, con la tipica sicumera del fischietto italiano lui non ha mai chiesto scusa, anzi ha preteso pure di avere ragione dispensando improbabili lezioni di diritto nell’intervallo. Non ha costretto l’Aia a fare pubblica ammenda e non è stato sospeso. Adesso invece Serra pagherà, per aver sbagliato ma soprattutto per essere stato onesto. Non che vada premiato per il suo errore, ci mancherebbe. L’arbitro Serra va fermato, con la giusta sanzione prevista da questa casistica, nulla di più. Ma soprattutto va preso ad esempio. Perché Milan-Spezia è stata una lezione per la classe arbitrale e per tutto il calcio italiano.

.

.

 

Festa Inter in Supercoppa: Sanchez punisce la Juve al 121'!

Un gol di Sanchez all'ultima azione prima dei calci di rigore, favorito da una follia di Alex Sandro nell'area della Juventus, consegna la Supercoppa Italiana all'Inter, che batte così 2-1 in rimonta i bianconeri. In una serata glaciale a San Siro si sono contrapposte due filosofie: da un lato la voglia di manovra e possesso interista, dall’altro la solidità e la pazienza della Juve, virtù ritrovate dopo la follia bianconera vista all’Olimpico. Alla fine è stata così premiata la scelta di Simone, quando tutto sembrava ormai apparecchiato per i calci di rigore. L'Inter può così alzare la prima coppa stagionale.

All’inizio la Juve usa Kulusevski in marcatura per contenere il dinamismo di Brozo, in odor di rinnovo e molto più svagato del solito, mentre McKennie e Bernardeschi tentano di aprirsi ai lati di Morata. L’Inter, invece, è fedele alla sua indole coraggiosa e pressa alto sin dall’inizio, più o meno come aveva fatto nella gara di campionato. Dialoga come sa fare ai limiti dell’area e così Lautaro finisce per divorare un gol clamoroso su tocchetto furbo di Barella. Poi Inzaghi quasi si mangia il quarto uomo mentre reclama un rigore per contatto sospetto Barella-Chiellini. Col tempo, però, dopo i primi 15’ di sfogo, la Juve trova il modo di assorbire la pressione nemica e riesce a risalire la corrente, fino al punto di costruire una palla gol macroscopica su errore, altrettanto macroscopico, di Brozo: Bernardeschi, dopo aver rubato bene palla avrebbe una autostrada davanti, ma si incaponisce nel dribbling su De Vrij anziché servire Morata, solo soletto a centro area. La difesa nerazzurra è, però, stranamente in vena di regali e, infatti, al 26esimo ecco il patatrac: un cross di Morata sporcato da Skriniar piove a metà tra Bastoni e De Vrij, entrambi indecisi, e McKennie è lesto a metterci la zucca per l’1-0.


 

IL PARI E' SERVITO

—   

È il piano di Allegri che trova compimento: difesa ardita e cinismo davanti. Al contrario, la botta disunisce la squadra di Inzaghi per alcuni minuti in cui è la Juve ad avere uno slancio visto raramente in questa stagione. Ma è solo un’illusione, una piccola deviazione dalla sceneggiatura originale: l’Inter ritrova presto campo, torna a giocare sulle solite frequenze, finché è Dzeko a ricevere un gentile omaggio dagli avversari. L’eroe di Roma De Sciglio fa un intervento sciagurato sul bosniaco in area: rigore netto e pari dal dischetto di Lautaro con destro deciso. L’1-1 di un primo tempo comunque a tinte nerazzurre rischia pure di traballare sul finale: il tentativo di autorete di Rabiot avrebbe meritato un passaggio su Mai Dire Gol.


 

POKER

—   

La ripresa senza cambi comincia con due occasioni sul sinistro tagliente di Bernardeschi che, però, non cambiano di molto l’andamento della contesa: l’Inter cerca con più insistenza la manovra sbattendo poi sul muro difensivo guidato da Chiellini, l’uomo a cui affidarsi nella bufera. Quando poi d’improvviso sbuca la testa di Dumfries alle spalle del solito, decadente Alex Sandro ci pensano un po’ il palo e un po’ Perin a conservare il pareggio. È il segno che il controllo del campo da parte dei nerazzurri sta pericolosamente crescendo, mentre la Juve arretra verso una partita sempre più di contenimento. Il tutto mentre Dybala continua a scaldarsi ai lati del campo. Allegri, però, resta fedele al suo progetto e manda in campo il suo fuoriclasse al posto di un deludente Kulu solo per l’ultimo quarto d’ora. Come in una mano di poker, più o meno negli stessi momenti, pure Inzaghi gioca la sua carta (doppia) a sorpresa, modificando per intero la fisionomia dell’attacco: fuori Lautaro-Dzeko, dentro Sanchez-Correa. Nessuna delle due mosse ha inciso subito e così il match si è trascinato stancamente fino al 121', dopo 30' di supplementari in cui gli unici brividi erano arrivati da un sinistro di Dybala e soprattutto da un colpo di testa del solito Sanchez fuori di pochissimo.

 

 

Inter campione d’inverno con una giornata d’anticipo: in un mese da -7 a +4. Adesso il vero avversario diventa il calendario

Inter campione d’inverno con una giornata d’anticipo: in un mese da -7 a +4. Adesso il vero avversario diventa il calendario

FATTO FOOTBALL CLUB - Dopo il Torino la squadra di Inzaghi è attesa da un tour de force: dopo l’Epifania Lazio e Atalanta con in mezzo la finale di Supercoppa contro la Juventus, un breve respiro, poi l’accoppiata Milan-Napoli prima della sfida impossibile in Champions al Liverpool. Sarà un mese decisivo, dove si possono lasciare punti sul campo, vedere crollare certezze che oggi sembrano consolidate, riaprire tutto. Oppure chiudere i giochi.

 

21 novembre 2021: l’Inter di Inzaghi è all’ultima chiamata contro il Napoli, a -7 dalla vetta.A metà del primo tempo dopo il gol dello svantaggio segnato da Zielinski rischia di sprofondare addirittura a -10. In tribuna a San Siro, tra gli affilati commentatori della domenica, c’è già chi parla di nerazzurri fuori dalla lotta scudetto. Meno di un mese dopo, la stessa Inter d’Inzaghi è campione d’inverno con una giornata d’anticipo, ben 4 punti di distacco sulle prime inseguitrici. Il contrasto fra la piccola distanza temporale e l’enorme differenza negli umori del campionato è la testimonianza della rivoluzione che c’è stata in Serie A. I motivi sono tanti ma primo fra tutti il lavoro di Simone Inzaghi, che fin qui ha realizzato un autentico capolavoro, che ha iniziato a prender forma proprio da quella sfida contro il Napoli. È presto per sperticarsi in lodi o avventurarsi in paragoni col passato e con Conte, un po’ perché questa squadra non esisterebbe senza la precedente, un po’ perché deve ancora vincere altrimenti non avrà fatto nulla. Detto ciò, i risultati delle ultime settimane (in Italia ma anche in Europa, con il girone di Champions finalmente superato), soprattutto il gioco mostrato (16 reti segnate e 0 subite nelle ultime 5 gare) hanno letteralmente ribaltato il campionato. L’Inter era la squadra più forte l’anno scorso, e probabilmente lo era ancora dopo aver perso LukakuHakimi e Conte, ma certo dopo la smobilitazione estiva non era scontato ritrovarsi qui a questo punto, e soprattutto in questo modo.Se i nerazzurri corrono, le altre arrancano. Milan e Napoli si sono fermate, come ogni anno ci si illude che non debba accadere e come poi si verifica puntualmente, per il semplice fatto che non sono attrezzate per reggere il doppio impegno con la coppa e un ritmo di vertice così serrato. E anche i tanti infortuni di cui si lamentano i tifosi sono più la conseguenza che la causa di questo rallentamento, frutto della mancanza di alternative e quindi dell’eccessivo logorio dei titolari (cosa che all’Inter non succede, grazie anche al turnover di Inzaghi), oltre che della sfiga. C’è un altro fattore, non trascurabile: il calendario, che è stato un importante alleato dei nerazzurri nella cavalcata, e diventerà a questo punto forse anche il loro principale, se non unico avversario. Senza nulla togliere a Inzaghi e i suoi ragazzi, non si può omettere che la striscia di vittorie consecutive è stata agevolata anche da una serie di incontri abbordabili, contro piccole provinciali (VeneziaSpezia), squadre allo sbando (CagliariSalernitana) o in grande difficoltà (Roma). Il merito dei nerazzurri è stato vincere con una naturalezza disarmante, far sembrare queste partite delle passeggiate, e in alcuni casi lo sono state per davvero. Ma diciamo che anche un’Inter meno in forma e meno in fiducia di quella straripante di adesso avrebbe potuto far comunque bottino pieno. Anche così si spiega il clamoroso +11 di differenza in classifica.Adesso però la strada non sarà più tutta in discesa, vista la novità del calendario asimmetrico che non prevede più gli stessi turni fra andata e ritorno. Già in settimana, nell’ultima giornata prima di Natale, il Torino di Juric promette di essere un avversario più coriaceo dei precedenti. Poi, dopo l’Epifania, inizierà un vero e proprio tour de force: Lazio e Atalanta con in mezzo la finale di Supercoppa contro la Juventus, un breve respiro e poi l’accoppiata MilanNapoli, subito prima della sfida impossibile in Champions al Liverpool. Sarà un mese terribile e decisivo, dove si possono lasciare punti sul campo, vedere crollare certezze che oggi sembrano consolidate, riaprire tutto, perché in fondo prima che col Napoli all’andata l’Inter di scontri diretti non ne aveva vinto neanche uno. Oppure chiudere i giochi. Se non la ferma il calendario, non la ferma più nessuno.

Inter-Torino 1-0; i nerazzurri soffrono, Dumfries risolve il rebus granata

L'esultanza di Dumfries (reuters)

Decide l'olandese nel primo tempo una gara interpretata molto bene dagli ospiti. Per la capolista sono punti pesanti

Milano, i pm indagano sulle plusvalenze dell’Inter: acquisizioni delle Fiamme Gialle nella sede del club e in quella della Lega Calcio

Milano, i pm indagano sulle plusvalenze dell’Inter: acquisizioni delle Fiamme Gialle nella sede del club e in quella della Lega Calcio

Al momento l'indagine è a carico di ignoti e l'accusa ipotizzata parla di false comunicazioni sociali, come si evince da una nota stampa dei magistrati del capoluogo lombardo. Accertamenti su plusvalenze di 100 milioni relative alla cessione di una decina di giocatori di fascia medio-bassa, alcuni anche delle giovanili. Gli stessi magistrati hanno analizzato anche i documenti contabili del Milan, non rilevando alcuna presunta irregolarità.

 

Dopo Torino ecco Milano. Dopo la Juventus ecco l’Inter. La Procura del capoluogo lombardo ha aperto un’inchiesta sulle plusvalenze della società nerazzurra relative agli anni 2017/19. Al momento l’indagine è a carico di ignoti e l’accusa ipotizzata parla di falso in bilancio, come si evince da una nota stampa dei magistrati milanesi. Fatto sta che nell’ambito di questa attività investigativa, nella giornata di oggi i militari della Guardia di Finanza hanno eseguito acquisizioni di documenti nelle sedi sia della società nerazzurra che della Lega calcio di Serie A. Nella fattispecie, si stanno facendo accertamenti su plusvalenze di 100 milioni relative a due annualità, 2017/18 e 2018/19, per la cessione di una decina di giocatori di fascia medio-bassa, alcuni anche delle giovanili. In particolare, in uno dei due esercizi finiti al centro dell’indagine, l’Inter proprio dalla compravendita di giovani calciatori avrebbe realizzato plusvalenze pari al 10% dei ricavi. Tra le operazioni nel mirino, ci sono anche quelle che riguardano il portiere romeno Ionut Radu, l’attaccante Andrea Pinamonti e belga Zinho Vanheusend. La Procura di Milano punta a verificare se siano state effettuate vendite ‘gonfiate’, ossia col valore dei calciatori ceduti o scambiati ‘pompato’ per truccare i bilanci con una ‘window dressing‘, un’alterazione dei rendiconti utile a fornire una migliore apparenza della situazione societaria. Una presunta “cosmesi” che potrebbe essere servita – è l’ipotesi tutta da verificare – per rientrare nei parametri del “fair play finanziario” per partecipare alle competizioni europee.

Nella sede della Lega di Serie A, invece, i militari sono andati per acquisire copia dei contratti dei giovani atleti dell’Inter finiti al centro dell’indagine. “Nessun tesserato dell’Inter è indagato. Nessuna contestazione è stata formalizzata. Come recita il comunicato stesso della Procura, si tratta di indagini preliminari” ha fatto sapere la società nerazzurra. I pm di Milano Giovanna Cavalleri e Giovanni Polizzi assieme al procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, titolari del fascicolo sulle presunte irregolarità nei bilanci dell’Inter, hanno analizzato da fonti aperte anche i documenti contabili del Milan dai quali, è stato riferito, non sono emerse criticità. Al contrario, dall’esame della documentazione pubblica sui siti della società nerazzurra sarebbero emerse dati che hanno portato a effettuare approfondimenti con le acquisizioni di oggi. L’indagine milanese è nata in autonomia e temporalmente dopo quella di Torino. Il canovaccio, tuttavia, è lo stesso. Lo scorso 26 novembre, si ricorderà, i pm piemontesi avevano mandato le Fiamme Gialle nelle sedi della Juventus per “reperire documentazione ed altri elementi utili relativi ai bilanci societari approvati negli anni dal 2019 al 2021, con riferimento sia alle compravendite di diritti alle prestazioni sportive dei giocatori, sia alla regolare formazione dei bilanci”. Per quanto riguarda l‘indagine torinese i pm volevano verificare “ipotesi di reato di false comunicazioni delle società quotate ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, nei confronti del vertice societario e dei direttori delle aree business, financial e gestione sportiva”. Per questo motivo vennero iscritti nel registro degli indagati il presidente juventino Andrea Agnelli, il suo vice Pavel Nedved, l’ex direttore sportivo Fabio Paratici (oggi al Tottenham) e altri quattro dirigenti. L’inchiesta, poi, è andata avanti: sono emersi i dettagli, gli scambi fuori mercato e senza denaro di calciatori, i giochi contabili per aggiustare i bilanci, ha fatto scalpore la fantomatica “carta segreta” sui compensi di Ronaldo che non è stata mai trovata (nonostante i finanziari siano ritornati nelle sedi dei bianconeri) e nel mirino sono finiti anche i procuratori di alcuni calciatori. Sui conti e sulle operazioni di mercato fatte dalla Juve si indaga ancora. Quella sul calciomercato dell’Inter è appena iniziata o, almeno, se ne è appena avuta notizia.

 

Il nuovo San Siro sarà una Cattedrale: Inter e Milan scelgono il progetto di Populous ispirato al Duomo e alla Galleria

Una struttura più piccola rispetto al Meazza, sostenibile dal punto di vista energetico e capace, con installazioni tecnologiche, di ‘indossare’ i colori e i simboli di Inter e Milan a seconda del club che gioca in casa. Scomparse le due torri destinate a uffici e hotel resta la parte destinata ai negozi. Dovrebbe essere inaugurata per la stagione nel 2026-2027

Udinese-Salernitana: alla Dacia Arena va in scena il remake di Juventus-Napoli

 

Dopo che l'Asl di Salerno ha bloccato la partenza dei granata, visto il mancato rinvio da parte della Lega, bianconeri e squadra arbitrale si sono presentati regolarmente in campo. Dopo 45' di attesa è stata dichiarata l'impossibilità di disputare il match: la palla passa alla giustizia sportiva

 

A oltre un anno di distanza da Juventus-Napoli niente sembra essere cambiato. Le stesse scene viste il 4 ottobre 2020 allo Stadium di Torino si sono ripetute questa sera alla Dacia Arena di Udine. Dopo che l'Asl di Salerno ha bloccato la partenza per il Friuli della compagine allenata da Stefano Colantuono per i casi Covid all'interno del gruppo squadra, visto il mancato rinvio del match da parte della Lega, l'Udinese si è regolarmente presentata allo stadio, dove sono arrivati anche il direttore di gara Camplone e i suoi collaboratori. Dopo 45 minuti di attesa l'arbitro ha decretato l'impossibilità di disputare la partita, perché una delle due formazioni non era presente.

 

 

PREMIER LEAGUE

Il City domina a Newcastle e allunga in vetta. Rabbia Chelsea: decimato e bloccato sul pari dai Wolves

 

Milano, i pm indagano sulle plusvalenze dell’Inter: acquisizioni delle Fiamme Gialle nella sede del club e in quella della Lega Calcio

 

Atalanta-Roma 1-4, Abraham si scatena e trascina i giallorossi

Tammy Abraham esulta (reuters)

Grande prova del britannico, che apre e chiude le marcature per la squadra di Mourinho. Di Zaniolo e Smalling le altre reti, un'autogol di Cristante illude i nerazzurri

 

 

 

.

Salernitana-Inter 0-5: record dei nerazzurri, che nel 2021 hanno segnato più di 100 gol in Serie A

Denzel Dumfries, autore dello 0-2 alla Salernitana e del centesimo gol dell'Inter nel 2021 (afp)

La squadra di Inzaghi batte il primato di 99 reti che, nella storia del club, resisteva dal 1950. Cinque marcatori diversi: apre Perisic, Dumfries firma la cifra tonda, Sanchez cala il tris. Gioie anche per Lautaro e Gagliardini

.

.

 

 

 

 

 

Juventus indagata, le intercettazioni – Da Cristiano Ronaldo e quella “carta famosa che non deve esistere” a “tutta la merda che sta sotto e che non si può dire”

Nel decreto di perquisizione i particolari dell'inchiesta della Procura di Torino. Gli inquirenti parlano di tre tipologie di operazioni “sospette”: acquisti "a specchio", ipervalutazione dei giovani, ingaggio di calciatori in scadenza. Così nascevano le plusvalenze nel mirino di chi indaga e i 280 milioni di ricavi incriminati

La bolla è scoppiata. Il segreto di Pulcinella, le plusvalenze “gonfiate” della Juventus su cui qualsiasi tifoso avrà scherzato al bar almeno una volta, sono diventate un’indagine della Procura di Torino, con intercettazioni, sequestri, perquisizioni che fanno tremare i vertici bianconeri. Dal presidente Andrea Agnelli al vice Pavel Nedved, passando per l’ex direttore generale Fabio Paratici, il “re delle plusvalenze”: tutti indagati. Nel mirino degli inquirenti ci sono 280 milioni di euro di ricavi “sospetti” e pure i rapporti economici con Cristiano Ronaldo. “Operazione Prisma”: è questo il nome in codice del fascicolo, aperto in Procura dallo scorso maggio. Se ne occupa un pool di magistrati composto dai pm Ciro Santoriello, Marco Gianoglio e Mario Bendoni. Le operazioni sono scattate il venerdì, anche per non condizionare il titolo in Borsa. La Juventus infatti è una delle poche squadre italiane quotate (insieme a Roma e Lazio), e proprio questo aveva determinato l’interessamento della Consob nelle scorse settimane. E probabilmente ha favorito anche l’apertura dell’inchiesta in Procura. Le ipotesi di reato sono false comunicazioni sociali ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Gli indagati sono sei: oltre ai vertici, anche gli uomini dei conti bianconeri Stefano Cerrato e Stefano Bertola, e l’ex dirigente finanziario Marco Re. Oltre alla Juventus, in veste di persona giuridica.Nelle 12 pagine del decreto di sequestro si capisce in che direzione si muoverà e si sta già muovendo l’inchiesta: ricostruire milione per milione, operazione per operazione, tutte le plusvalenze della Juventus negli ultimi tre anni, per capire se davvero grazie a questo espediente è stato realizzato un “ricavo di natura meramente contabile e in ultima analisi fittizio” . L’accusa è quello di “conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto nei bilanci”. Parliamo di 282 milioni di euro totali: 131 milioni nel bilancio chiuso al 30 giugno 2019, 119 milioni nel 2020, 30 milioni nel 2021. Gli inquirenti parlano di tre tipologie di operazioni “sospette”: gli acquisti “a specchio” con altre società, in cui la Juve e la controparte si scambiavano uno o più giocatori “a somma zero, con conseguente assenza di movimento finanziario e presenza di un duplice effetto positivo”; l’ipervalutazione di giovani calciatori, o di giocatori in scadenza di contratto. Nelle carte, si fanno persino i nomi: Akè e Tongya Heubang, scambiati con l’Olympique Marsiglia per 8 milioni ciascuno. Oppure Marques e Pereira col Barcellona. E ancora, i famosi Rovella e Portanova col Genoa. Gli scambi “scandalosi” li conoscevamo tutti: nelle scorse settimane del resto la Covisoc aveva anche inviato una lunga e dettagliata lista alla Procura Figc. Adesso se ne sono accorti pure i magistrati: le operazioni, registrando per intero il ricavo nell’esercizio in corso e spalmando i costi in quelli successivi, determinano “un miglioramento fraudolento degli indici di bilancia”.Ma la parte più interessante probabilmente sono le intercettazioni. Da quanto si capisce, i vertici bianconeri sono stati ascoltati nel periodo dell’ultimo mercato estivo. Nel decreto non ci sono tutte le conversazioni registrate, solo un assaggio. Che dimostra come i dirigenti fossero pienamente consapevoli di quello che stavano facendo, di quanto la situazione finanziaria della società fosse grave e dei trucchi necessari per provare a tamponare le perdite. “Hanno chiesto di fa’ le plusvalenze”, “che almeno Fabio (Paratici, ndr), dovevi fa’ le plusvalenze e facevi le plusvalenze”. La Juve viene paragonata a una “macchina ingolfata” a causa di investimenti oltre le previsioni di budget. E il Coronavirus, per cui il calcio italiano da mesi piange miseria e chiede aiuti allo Stato, è stato solo l’ultima spinta verso il baratro per un sistema che non stava in piedi già da tempo, come ha raccontato più volte Il Fatto quotidiano. “Sì, ma non era solo il Covid, e questo lo sappiamo bene!”. A un certo punto i dirigenti parlano anche di una “carta famosa che non deve esistere teoricamente”: si tratta di una scrittura privata relativa al rapporto contrattuale e le retribuzioni arretrate di Cristiano Ronaldo, ed è la motivazione per cui gli inquirenti hanno messo nel mirino anche gli accordi col campione portoghese (che non è indagato). “Tutta la merda che sta sotto che non si può dire”, come spiegano i manager bianconeri nelle intercettazioni. Adesso sta venendo fuori.

 

Salernitana, la Serie A vota per farle finire il campionato: è la vittoria di Lotito. Ora Gravina è con le spalle al muro.

Mancano due settimane all’esclusione della Salernitana dal campionato. Le regole parlano chiaro ma in Italia non si rispettano quasi mai e la FederCalcio, dopo essere già scesa a compromessi quest’estate, rischia di dover fare un altro passo indietro. La Serie A si è schierata con Claudio Lotito, o meglio con se stessa perché da qualsiasi punto di vista lo si guardi, sportivo, economico, reputazionale, un campionato zoppo, ridotto a 19 squadre a metà stagione, sarebbe un disastro. Nel prossimo consiglio federale chiederà ufficialmente di lasciar terminare la stagione al club campano, mettendo spalle al muro Gabriele Gravina. Il numero 1 della Figc si troverà a dover scegliere fra due opzioni altrettanto sgradevoli: applicare la legge, arrecando però un danno devastante al sistema, oppure cedere e perdere la faccia, oltre che il braccio di ferro col “nemico” Lotito. Il bubbone Salernitana ormai è scoppiato. Melior Trust e Widar Trust, a cui è affidata la scatola in cui si trova il club, hanno comunicato la brutta notizia che era nell’aria: non ci sono offerte concrete. O meglio, nessuna delle offerte arrivate (perché qualcosa nella busta del bando c’era) è “accettabile”. Cosa si intenda, se il problema è il prezzo preteso da Lotito (che partiva da una valutazione di 40 milioni) o delle carenze documentali, lo sanno solo loro. Paolo Bertoli, uno dei tecnici incaricati, insiste sul concetto di “solidità patrimoniale”: “Immaginatevi che pasticcio se dovessimo vendere a qualcuno che il giorno dopo fallisce”, ha spiegato. Dunque mancherebbero le garanzie, gli acquirenti che si sono fatti avanti non sarebbero abbastanza affidabili. La sostanza però è che la scadenza del 15 dicembre per le offerte è passata e a questo punto salvo improbabili colpi di scena passerà anche quella del 31 dicembre, deadline fissata dalla Figc per la cessione del club, pena l’esclusione immediata dal campionato. Tanto che i trustee hanno già chiesto alla Federazione di “valutare un differimento del termine delle operazioni di vendita, con l’obbiettivo di permettere alla U.S. Salernitana 1919 S.r.l. la conclusione del campionato in corso”. Tradotto: lasciar finire il campionato e poi si pensa. L’estromissione dei granata è prevista dalle regole ed è stata inserita persino nell’atto costitutivo del trust. Però è una prospettiva talmente disastrosa che resta difficile immaginare che avvenga davvero. Non a caso in assemblea di Serie A tutti i presidenti si sono schierati dalla parte del club campano, con un voto unanime (astenuti la Lazio di Lotito e la stessa Salernitana) che raramente si vede in Lega. Facile capire il perché: con l’esclusione verrebbero a mancare 19 partite già vendute. Anche se il bando sui diritti tv tutela la Lega, le conseguenze economiche (non solo con Dazn e Tim, ma in generale con tutti gli sponsor) potrebbero essere pesanti. Per non parlare del danno d’immagine a livello internazionale, quello sì incalcolabile. Per questo martedì in Federcalcio il presidente Paolo Dal Pino, che è il principale alleato di Gravina, sarà costretto a schierarsi contro di lui e a favore dell’ennesima deroga per la Salernitana, per salvare il campionato. Ed è difficile immaginare che i calciatori di Umberto Calcagno possano votare diversamente, lasciando a spasso decine di tesserati che si ritroverebbero senza lavoro con l’esclusione della Salernitana (discorso simile per l’Assoallenatori e lo staff tecnico).

Insomma, la FederCalcio è in un vicolo cieco. Ci si è messa da sola quest’estate, quando ha accettato un compromesso che salvava solo le apparenze, non la regolarità del campionato che a questo punto va tutelata. Solo che per quanto il presidente Gravina si è speso personalmente sulla vicenda, e per la nota rivalità personale con Lotito, questa assomiglierebbe a una disfatta politica. Non si può escludere nemmeno che il presidente federale voglia andare fino in fondo, ma a quel punto si assumerebbe la responsabilità di una decisione presa contro la volontà della stessa Serie A.

Dietro l’angolo poi c’è anche la beffa. Perché la Salernitana, sportivamente parlando, è quasi spacciata: salvo miracoli a giugno tornerà in Serie B e a quel punto, caduto il divieto di permanenza nella stessa categoria della Lazio, Lotito potrebbe provare anche a tenersela, con in dote il paracadute milionario che spetta alle retrocesse. Certo, il nuovo accordo potrebbe spostare l’obbligo di vendita di sei mesi, pena la mancata iscrizione al prossimo campionato, ma sarebbe difficile applicarlo considerando che la norma sulla multiproprietà attualmente in vigore dà tempo fino al 2024 per liberarsi delle situazioni pregresse. Lotito per il momento osserva e se la ride. Tanto ormai è “fuori” dalla Salernitana, come dice lui.

Massimo Ferrero arrestato per bancarotta. “Simulò un furto d’auto per far sparire i conti”. 7 milioni di “prestiti facili” tra le sue società--6-12-21----LA SAMPDORIA – Il comunicato della società: “Si è dimesso da presidente del club”

.

L’Italia agli spareggi: comunque vada, questa non è una grande Nazionale e il trionfo agli Europei è stato un miracolo

Ci siamo svegliati dopo un lungo sonno azzurroE abbiamo scoperto che non era un sogno, ma un incubo. Esattamente quattro anni dopo Italia-Svezia, il punto più basso della storia del pallone italiano, la nazionale è di nuovo con un piede fuori dal Mondiale, di nuovo ai maledetti spareggi dove può succedere di tutto. In mezzo c’è stata la vittoria agli Europei, che ci ha inebriato, probabilmente illuso. Quel trionfo non si cancellerà, la coppa resterà in bacheca insieme ai ricordi dell’estate 2021, ma adesso non ci aiuterà a qualificarci a Qatar 2022. E non andarci significherebbe sparire dai Mondiali per un periodo lungo 12 anni.

La domanda è come si possa passare dalle stelle al baratro nel giro di pochi mesi. Insieme a quale sia la vera Italia, quella che ci ha fatto sognare a Wembley o disperare a Belfast. Certo, la squadra vista contro l’Irlanda del Nord e in fondo anche all’Olimpico contro la Svizzera, era troppo brutta per essere vera: lenta, timorosa, prevedibile. In novanta minuti non siamo riusciti a perforare il muro della piccola Irlanda del Nord, ma l’impressione è che avremmo potuto continuare a giocare in eterno senza segnare, tanto è cupo il momento che stiamo vivendo.Probabilmente, però, anche la nazionale stellare degli Europei non era vera. In fondo, le avvisaglie c’erano tutte già nella cavalcata di quest’estate. Che mancasse un centravanti era noto: in queste due ultime gare abbiamo rimpianto Immobile, che però aveva chiuso gli Europei tra le critiche in panchina. Le alternative non esistono: Belotti ormai ha una media gol da difensore, ieri Mancini aveva a disposizione Scamacca e Raspadori (3 gol in 2 al Sassuolo), il meglio che ha prodotto il campionato fin qui sono il vecchio Destro e il giovane Pinamonti, per il futuro si guarda a Lorenzo Lucca, classe 2000 (nemmeno giovanissimo quindi), all’attivo la bellezza di 11 presenze e 6 gol in Serie B. Quanto ai giocatori di fantasia, neanche l’ombra. Più che una crisi, è una depressione cronica.

C’è un problema di talento, lo sapevamo già. Lo avevamo mascherato con gambe, cuore e idee ma oggi questa squadra sembra non avere più nulla. Al di là delle tante assenze (che non possono essere un alibi), troppi giocatori chiave erano irriconoscibili (come Jorginho) o semplicemente stremati (tipo Barella). Il problema è che questo non era l’appuntamento decisivo per la nazionale, ma solo un intoppo nel calendario dei club. Un altro aspetto su cui dovrebbe riflettere la Federazione.

Così è svanita pure l’identità azzurra del palleggio e del bel calcio su cui Mancini aveva ricostruito la nazionale. Certo, se non corrono le gambe è difficile far correre la palla, ma proprio nei momenti più difficili bisognerebbe aggrapparsi alle proprie idee. Invece questa nazionale sembra non averne più. Persino il ct finisce sul banco degli imputati, perché il tifoso ha la memoria corta ma pure lui ha le sue responsabilità. Probabilmente il problema alla fine è soprattutto nella testa. L’Italia, che agli Europei non aveva quasi nulla da perdere e vinceva, ora che è costretta a vincere è schiacciata dalle sue paure e dai suoi limiti. E per questo perde. Ma una nazionale per essere grande dev’esserlo anche nello spirito. E forse l’Italia non lo è, se lo è stata per qualche settimana quest’estate ora non lo è più.

Adesso ci attendono i playoff, un’autentica roulette russa per come sono concepiti nella nuova formula di qualificazione. Non un solo spareggio andata e ritorno, ma due partite con due avversari differenti, in sfida secca. La prima in casa da testa di serie contro un avversario probabilmente abbordabile, la seconda in sede a sorteggio, contro formazioni temibili come PortogalloPoloniaSvezia. Non ci resta che incrociare le dita, sperare di pescare bene nell’urna e arrivare a marzo in una condizione migliore. Comunque vada, da questa figuraccia una cosa l’abbiamo imparata: questa Italia non è una grande nazionale e il trionfo agli Europei è stato un miracolo. Adesso ce ne vorrà un altro per andare ai Mondiali.

Di nuovo uno spareggio per andare al Mondiale. Come nel 2017, quando la Svezia ci costrinse a un’estate di penitenza e l’Italia del calcio toccò il suo punto più basso. Peggio del 2017, se si guarda al regolamento dei playoff verso il Qatar: un meccanismo infernale, che costringe a superare due avversari in gara secca. La prospettiva più dura è una: la nostra Nazionale costretta a giocarsi il Mondiale in Portogallo contro Cristiano Ronaldo e compagni. Purtroppo, è un prospettiva possibile. Per le squadre europee che aspirano ancora ad andare in Qatar nel 2022 sono rimasti appena tre posti. Saranno 12 squadre a contenderseli, che saranno divisi in tre gruppi separati con il sorteggio del prossimo 26 novembre. Le 4 squadre all’interno di ciascuno gruppo non si sfideranno in un girone, ma in una “final four“: semifinale e finale sempre a gara secca. L’Italia, fortunatamente, è testa di serie: significa che giocherà la semifinale sicuramente in casa. Le possibili avversarie? Galles, Macedonia del Nord, Turchia (in attesa dell’ultimo turno), Finlandia (o Ucraina), Austria e Repubblica Ceca. Non sono esattamente squadre cuscinetto, ma l’eventuale finale sarebbe ancora più in salita. In quel caso si può incrociare un’altra testa di serie: in questo momento sono PortogalloScoziaRussiaSvezia e Polonia. Tutte rivale pericolose, con l’incognita di dover giocare in trasferta: la seda della finalissima, infatti, sarà decisa in sede di sorteggio. Quattro anni dopo la figuraccia di San Siro, l’Italia potrebbe trovarsi a lottare per il Mondiale sempre contro la Svezia di Ibrahimovic, ma questa volta a Stoccolma. Potrebbe anche essere l’occasione per una rivincita.

Mondiali 2022, l’Italia costretta agli spareggi: 0 a 0 contro l’Irlanda del Nord. La Svizzera batte la Bulgaria 4 a 0 e chiude prima nel girone

L’Italia non agguanta la qualificazione diretta ai Mondiali in Qatar 2022. La nazionale azzurra non va oltre lo zero a zero contro l’Irlanda del Nord a Belfast, mentre la Svizzera chiude in testa al girone e accede al torneo grazie al 3-0 rifilato alla Bulgaria. I ragazzi di Roberto Mancini si classificano così al secondo posto e dovranno affrontare gli spareggi insieme ad altre undici squadre: le nove seconde degli altri gironi e le due migliori piazzate nella classifica dell’ultima Nations League tra le nazionali non arrivate prime né seconde nei gironi. Queste dodici squadre verranno divise in tre gruppi da quattro, che disputeranno semifinali e finali: le tre vincitrici si qualificano. Il sorteggio è in programma il prossimo 26 novembre a Zurigo.

Gli azzurri hanno fatto la partita praticamente sempre, ma non sono mai riusciti a rendersi pericolosi: la migliore occasione è stata un sinistro di Federico Chiesa nel secondo tempo, finito di poco a lato della porta di Peacock-Farrell. Anzi, nel finale Leonardo Bonucci ha dovuto salvare sulla linea di porta un gol praticamente fatto per gli irlandesi.

 

L’Italia si qualifica se… Cosa serve per andare al Mondiale e cosa rischiano gli azzurri finendo agli spareggi (con le nuove regole)

L’Italia si presenta a Belfast (calcio d’inizio ore 20.45) con un solo obiettivo: battere l’Irlanda del Nord con il maggior scarto possibile e staccare il pass per il Mondiale in Qatar. Evitando spareggi thrilling che riportino alla mente amari ricordi. Roberto Mancini è consapevole del momento delicato e per prima cosa invita i suoi ragazzi a “non giocare con l’ansia come è successo con la Svizzera“. Proprio gli elvetici, che in questo momento condividono con gli azzurri la testa del Gruppo C a quota 15 punti, sognano di soffiarci il primo posto all’ultima giornata. A Lucerna ospitano la Bulgaria, che all’andata hanno battuto 3 a 1. In caso di parità di punti, conta la differenza reti, poi i gol fatti e solo per ultimo lo scontro diretto. L’Italia in pratica è davanti alla Svizzera di due reti (13 gol segnati contro 11, a fronte di 2 reti subite da entrambe le squadre). Ecco perché vincere è fondamentale, ma farlo segnando tanto può essere determinante. Non staccare questa sera il pass per Qatar 2022 significa finire agli spareggi e rischiare una Svezia-bis, ad appena 4 anni di distanza. Anche perché il nuovo meccanismo di qualificazione è infernale.Parità di punti, ma un +2 nella differenza reti (con due gol segnati in più). La prima condizione che porterebbe l’Italia al Mondiale è fare almeno gli stessi punti della Svizzera. Paradossalmente gli azzurri potrebbero anche perdere, se a sua volta gli elvetici perdessero contro la Bulgaria e la differenza reti rimanesse a nostro vantaggio. Ipotesi remota, così come quella di un pareggio a Lucerna che garantirebbe alla Nazionale la possibilità di qualificarsi anche solo raccogliendo un punto a Belfast. Dando invece per scontata la vittoria della Svizzera, l’Italia sa di dover appunto vincere e di dover fare attenzione anche ai gol. Se la Svizzera dovesse vincere con un gol o due gol di scarto, all’Italia basterebbe la vittoria (perché resterebbe davanti grazie alla differenza reti). Se la Svizzera vincesse con tre o più gol di scarto, l’Italia dovrebbe vincere con solo un gol di scarto in meno (esempio: 3-0, 2-0) oppure vincere di misura ma restando davanti nella classifica dei gol fatti (esempio: 3-0, 2-1). Infatti, a parità di differenza reti e a parità di gol fatti, passerebbe la Svizzera perché è in vantaggio negli scontri diretti, avendo segnato un gol in trasferta nelle due sfide, terminate con il punteggio complessivo di 1 a 1.Non tenere il primo posto non significa perdere il Mondiale, ma per l’Italia si aprirebbe uno scenario molto rischioso. Già di per sé gli spareggi non sono mai semplice (gli azzurri lo sanno bene), ma le nuove regole della qualificazione rendono tutto ancora più complesso. Le 12 squadre che andranno agli spareggi, infatti, saranno suddivise in tre raggruppamenti da quattro squadre ciascuno, dove si affronteranno in gare a eliminazione diretta (semifinale e poi finale). Chi vince va ai Mondiali. In attesa dell’esito dell’ultima giornata dei gironi, le squadre che in questo momento andrebbero a giocarsi tutto agli spareggi non sono esattamente delle “cenerentole”: tre le 12 ci sono PortogalloRussiaSveziaPolonia e Galles, oltre ad Austria e Repubblica Ceca che accedono a questa fase grazie al risultato ottenuto in Nations League.

.

.

.

.

.

.

La Francia si interroga sulla violenza negli stadi, il ministro dello sport: "Servono regole chiare"

Il giorno dopo il lancio della bottiglietta che ha colpito Dimitri Payet in Lione-Marsiglia, il campionato francese è sotto accusa. L'Equipe: "Ligue 1 in cancrena. Fermare il gioco è stata l'unica decisione sensata". Incontro d'urgenza a Parigi tra Governo, Lega e Federazione. E la ministra Roxana Maracineanu: "Bisogna cambiare il regolamento"

Il ritorno dei tifosi negli stadi dopo i vari lockdown dovuti alla pandemia ha portato con sé non solo la parte sana e genuina del tifo, ma anche quella marcia, violenta, facinorosa. E tra i massimi campionati europei, la Ligue 1 è quello che più di tutti ne sta pagando le conseguenze. Ieri la sfida tra Lione e Olympique Marsiglia è stata prima interrotta e poi sospesa dopo che dagli spalti è piovuta una bottiglietta d'acqua che ha colpito in pieno volto il giocatore ospite Dimitri Payet.

Una lunga serie di violenze

Ma sono ancora impresse nella mente di tutti le immagini del 24 ottobre al Vélodrome di Marsiglia con i poliziotti costretti a proteggere con gli scudi antisommossa i giocatori del Psg dal lancio di ogni tipo di oggetto proveniente dalla curva marsigliese. Il giorno prima, Saint-Étienne-Angers era iniziata con quasi un'ora di ritardo per il fitto lancio di fumogeni in campo che aveva danneggiato le reti delle porte e parte del campo. E che dire del derby Nizza-Marsiglia di inizio stagione quando, sempre Dimitri Payet, era diventato il bersaglio dei tifosi di casa? In quell'occasione il francese aveva rilanciato una la bottiglietta in curva scatenando una rissa in campo tra giocatori e tifosi.

L'Equipe: "Ligue 1 in cancrena"

L'Equipe questa mattina ha aperto la prima pagina con un categorico: "Ligue 1 in cancrena" e un editoriale di Vincent Duluc durissimo: "Non è nemmeno una sconfitta per il calcio francese: fosse solo una sconfitta, ce la faremmo. È molto più profondo. E' un disgusto che sale all'orlo delle labbra e ritorna dall'estate, da una dozzina di episodi del genere in Ligue 1, dall'osservazione di una sudicia stupidità, da un sentimento di impunità, di lassismo. Fermare il gioco è stata l'unica decisione sensata".

Il ministro dello sport: "Aggiornare il regolamento"

E ora interviene anche il ministro dello sport francese, Roxana Maracineanu che ai microfoni di RMC Sport tuona: "Va cambiato il regolamento. Tutti devono mettersi al lavoro. Non possiamo più nasconderci dietro il mignolo. Il regolamento disciplinare della Federazione e quindi della Lega non ritengono che il pubblico possa essere colpevole in un caso come questo. L'arbitro deve sapere cosa fare. Dobbiamo metterci d'accordo sulle regole. Le autorità calcistiche devono scrivere nero su bianco cosa succede in caso di lancio di oggetti, cosa bisogna fare per impedirlo, in modo che i veri spettatori possano godersi lo spettacolo. Il calcio francese ha i mezzi necessari, finanziari e intellettuali per sedersi intorno a un tavolo e discutere una volta per tutte il cambiamento. C'è un comitato etico che lavora con la Federazione e la Lega. Va consultato per poter proporre modifiche normative".

Incontro Ministero-Lega e Federazione

Intanto oggi il ministro dell'Interno francese, Gerald Darmanin, e quella degli Sport, Roxana Maracineanu hanno incontrato i rappresentanti del settore calcistico nazionale per discutere degli incidenti che ci sono stati nella giornata di ieri. All'incontro tenutosi al ministero dell'Interno, si sono presentati i rappresentanti della Lega professionistica di calcio (Lfp) e della Federazione francese di calcio (Fff). Serve una reazione, lo sa benissimo  Roxana Maracineanu che ha espresso il suo pensiero anche su Twitter: "Non possiamo permettere che i giocatori vengano attaccati in questo modo. Tali atti devono comportare almeno l'interruzione automatica delle partite". Chissà che non si prenda in considerazione la proposta del numero uno del Lione, Jean-Michel Aulas, che dopo il match interrotto ieri ha ammesso che l'unica soluzione potrebbe essere quella della penalizzazione in classifica da parte della squadra i cui tifosi si rendano protagonisti di gesti violenti: "La paura di vedere la propria squadra penalizzata è l'unica cosa che può fermarli".

 

.

Derby di Milano, ennesima incompiuta dell’Inter: sarà anche la più forte ma non vince uno scontro diretto

Derby di Milano, ennesima incompiuta dell’Inter: sarà anche la più forte ma non vince uno scontro diretto

La squadra di Inzaghi gioca, crea, a tratti persino diverte, ma segna poco. E alla fine non vince: con i rossoneri come contro la Juventus. O contro l’Atalanta. Oppure con Lazio e Real Madrid. Sembra non avere il cinismo delle grandi squadre

 

L’Inter è più forte, probabilmente la più forte. Ce lo diciamo da quest’estate, quando la davano tutti tra i favoriti nonostante il ridimensionamento sul mercato. Lo confermiamo ogni domenica, pure ieri sera contro il Milan. A furia di ripetercelo, alla fine vinceranno le altre, quelle “meno forti”.

Il derby di Milano è stato l’ennesima incompiuta della prima parte di stagione dell’Inter di Inzaghi. Che gioca, crea, a tratti persino diverte, ma segna poco. E alla fine non vince quasi mai. È stato così anche col Milan: una partita tiratissima, com’era giusto che fosse in un derby d’alta classifica, tra due squadre ormai di grande livello. Però una più dell’altra, o almeno così è sembrato in campo. I rossoneri hanno confermato tutto quanto di buono detto nelle scorse settimane: il pressing feroce, la convinzione nei propri mezzi, la capacità di resistere nelle difficoltà.

Ma per lunghi tratti della gara sono stati dominati dall’Inter: ha preso il sopravvento la qualità dei nerazzurri, soprattutto in mezzo al campo, ma anche nella costruzione dal basso e più in generale in un’identità di squadra forgiata da più tempo (i due anni di Antonio Conte sono ancora ben visibili). Nel finale di primo tempo e poi per mezz’ora buona nel secondo, la formazione di Pioli non ha potuto fare altro che contenere, mentre l’Inter collezionava palle gol: non solo il secondo rigoresbagliato da Lautaro, ma anche l’errore ancora più grave dell’argentino sottoporta, il tiro al volo di Calhanoglu, i due salvataggi sulla linea su Barella e Vidal. Eppure i nerazzurri non sono riusciti a sfondare e per poco nel finale non perdevano la partita (e pure il campionato, perché una sconfitta ieri sarebbe stata fatale), con il palo di Saelemaekers e gli ultimi dieci minuti veementi dei rossoneri.

Il pareggio alla fine è un risultato sempre giusto in un derby così teso. Premia i rossoneri per la solidità, anzi pure loro hanno recriminazioni. Ma l’Inter non può che rammaricarsi dei due punti persi. Come contro la Juventus. O contro l’Atalanta. Oppure con Lazio e Real Madrid, dove è arrivata addirittura una sconfitta. È mancato sempre un pizzico di fortuna. Ma se capita sempre non può essere solo un caso. Ora il rigore sbagliato, ora la svista arbitrale, l’autogol, l’episodio che gira male. La costante però è che l’Inter di Inzaghi sembra non avere il cinismo delle grandi squadre: per segnare deve produrre tantissimo e invece prende gol al momento sbagliato con una facilità scoraggiante.

La situazione sembrava migliorata nelle scorse settimane e non c’è dubbio che la formazione abbia trovato maggiore equilibrio rispetto all’inizio, ma arrivati alla prova del nove, ci risiamo: un altro scontro diretto lasciato per strada. Dall’inizio della stagione l’Inter non ne ha vinto uno (e infatti la classifica comincia ad essere allarmante). Alla ripresa ci sarà un altro appello contro il Napoli, forse l’ultimo perché accumulare ulteriore ritardo potrebbe essere decisivo. Alla fine, la più forte è solo quella che vince.

 

Il caso Como: se il calcio inglese è più competitivo, l’Italia può ancora contare sulla sua grande bellezza

Il caso Como: se il calcio inglese è più competitivo, l’Italia può ancora contare sulla sua grande bellezza

Negli ultimi anni le proprietà straniere sono aumentate, nonostante il nostro pallone non sia esattamente il più attrattivo. Ma è possibile individuare un minimo comune denominatore: il potenziale turistico delle piazze, tra città d’arte e bellezze naturali. La presenza degli Hartono sul lago di Como è l'esempio più evidente di questo trend

La pessima gestione del sistema calcio in Italia è sotto gli occhi di tutti, dall’annoso problema strutturale degli stadi al più recente caso Dazn, che ha reso edotti tutti gli italiani in materia di buffering, senza dimenticare la guerra tra bande in Lega Calcio. Si potrebbe proseguire nell’elencare tutti i fattori che operano come agenti frenanti a possibili investimenti nel calcio, specialmente da parte di imprenditori stranieri. Eppure negli ultimi anni le proprietà straniere sono aumentate, non solo in squadre di fascia alta (Roma, Inter, Milan) ma anche e soprattutto in provincia: Fiorentina, Venezia, Bologna, Pisa, Spezia, Como. Unendo i puntini, è possibile individuare un minimo comune denominatore in tali acquisizioni: il potenziale turistico di queste piazze. Città d’arte, bellezze naturali (le Cinque Terre, il Lago di Como), luoghi dal potenziale commerciale enorme, nei quali il calcio agisce da strumento di ingresso. Rispetto al calcio inglese, più ricco, più competitivo, gestito in maniera professionale, l’Italia può contare sulla sua grande bellezza. Blackpool non vale Pisa.L’esempio principe di questo trend è rappresentato da Como, acquistato il 4 aprile 2019 dalla Sent Entertainment Ltd. Dopo tre fallimenti in quindici anni, la società lariana si è ritrovata nelle mani di quella che è diventata la proprietà più ricca di tutto il calcio italiano, forte di un patrimonio di oltre 18 miliardi di dollari, che posiziona i fratelli Robert Budi e Michael Hartono – i due titolari della Sent – rispettivamente al 54esimo e al 56esimo posto nella classifica Forbes degli uomini più facoltosi al mondo. Il Como è gestito dal ramo aziendale che si occupa di televisione e intrattenimento, il cui pezzo forte è rappresentato dal canale OTT Mola Tv, recentemente sbarcato in Italia nel tentativo di ritagliarsi uno spazio nell’affollato panorama della trasmissione di eventi sportivi live che include Rai, Sky, Dazn, Mediaset, Amazon, Eurosport e Helbiz. Si tratta di una strategia di business non unidirezionale, visto che Mola Tv ha firmato con Helbiz Media, distributore esclusivo dei diritti della Serie B italiana all’estero, un accordo triennale per la trasmissione di quattro partite a settimana in Indonesia. Dopo Europa e Sudamerica, la B è quindi sbarcata anche in Asia.Prima degli Hartono, Como le aveva provate tutte ed era sempre finita allo stesso modo, ovvero di fronte al giudice fallimentare. Dal venditore di sogni Enrico Preziosi (al quale si deve l’ultima – sgangheratissima – apparizione in Serie A) al “Como ai comaschi” dell’imprenditore locale Pietro Porro fino alla pittoresca Akosua Puni Essien, moglie dell’ex Chelsea e Milan Michael, che impiegò solo quattro mesi a portare la società in bancarotta. Il calcio moderno in provincia assomiglia a un giro di ruota alla roulette: chi è costretto a giocarci, raramente trova il numero fortunato. In un ambito così aleatorio, mosso da quelle “logiche illogiche” che solo chi frequenta questo calcio professionistico lontano dai riflettori può comprendere, una città come Como può contare su un plus non indifferente derivante dal suo appeal internazionale. Del resto, senza entrare in sterili quanto inutili polemiche con la storica rivale Lecco, sita sull’altro ramo del Lago, a parità di bellezze artistiche e paesaggistiche è la sponda di Como ad attirare le star, da Clooney a Springsteen, e ad essere scelta come location per le grandi produzioni hollywoodiane, da Star Wars (Episodio II) a Ocean’s Twelve, da Casino Royale al recentissimo House of Gucci – ma i cinefili doc ricorderanno anche un giovane Alfred Hitchcock sceso nell’estate del 1925 a Villa d’Este, Cernobbio, per girare alcune scene de Il Labirinto delle Passioni.A oltre due anni dall’acquisizione del Como 1907, la proprietà ha concesso un’intervista al quotidiano locale La Provincia di Como facendo parlare Mirwam Suwarso, manager a capo del ramo tv e entertainment della Sent, nonché l’uomo che ha proposto alla famiglia Hartono di rilevare la società. Una scoperta casuale, derivata da una gita fatta da Suwarso nel 2017 quando si trovava in Italia per lavorare ad alcuni contenuti video per l’Inter. Suwarso ha parlato di “triangolo magico” alla base della strategia societaria: “Il calcio, la gente, il business. Le tre cose devono essere allineate e avere margini di sviluppo. Ci piacerebbe fare del Como un brand come quello dei Chicago Bulls o dei Dallas Cowboys, con le dovute proporzioni. Magari il tifoso medio di calcio non conosce i giocatori o contro chi giocheranno la prossima partita, ma ha bene in mente ciò di cui si sta parlando. In poche parole, qualcosa di immediatamente riconoscibile”. Il costante ricorso alla parola marchio farà storcere il naso agli appassionati più tradizionalisti; tuttavia la storia di successo degli Hartono, partiti dalla fabbricazione del tabacco e arrivati a capo di un colosso economico da 75mila dipendenti (senza contare il possesso del 51% delle azioni della Banca Centrale d’Asia), ha dimostrato come conoscano pochi rivali in tema di sfruttamento e espansone dei marchi, si tratti delle sigarette Djarum o della catena di e-commerce Blibli, diventata l’Amazon indonesiana.Al momento dell’acquisto del Como, mentre la società si trovava in Serie D, Roberto Hartono chiese a Suwarso che la squadra arrivasse quanto meno in Serie B, in modo tale da poter comparire nei videogiochi della Playstation. Anche in questo caso, Suwarso invita a leggere l’episodio secondo l’ottica del marchio. “Non è la storia del rampollo che vuole giocare con la sua squadra. Era una richiesta strategica: se vuoi farti conoscere nel mondo, devi essere presente su determinate piattaforme. I ragazzi vedono la partita una volta alla settimana, ma giocano sette giorni su sette. Il brand Como deve stare lì, questo era il senso della sua richiesta”. E’ stata l’unica richiesta formulata dalla proprietà in ambito sportivo, perché nelle questioni tecniche né gli Hartono né Suwarso entrano nel merito. La posizione di raccordo tra loro e l’area organizzativa-direttiva, composta interamente da elementi italiani, è ricoperta da Dennis Wise, che da quest’anno è diventato anche amministratore delegato della società sostituendo Michael Gandler. L’ex Chelsea, in riva al Lario ribattezzato “no needs” per la risposta con la quale sistematicamente rifiuta ogni richiesta di intervista, dichiarazione o commento, lavora per la Sent dai tempi di Super Soccer, piattaforma che si occupava di calcio per reclamizzare le sigarette, prima che il calo del ramo del tabacco convinse gli Hartono a cambiare strategia. “Ho conosciuto Wise per Super Soccer”, ha ricordato Hartono, “trovando un manager molto capace e diretto che non aveva paura a essere crudo, se credeva in una cosa, ma molto attento e rispettoso delle finanze impiegate”.Eppure, a livello infrastrutturale, il Como 1907 non rappresenta certo un invito all’investimento. Pur incastonato in un suggestivo paesaggio con vista su Lago, tra il Tempio Voltiano e l’Aereo Club da dove partono gli idrovolanti, lo Stadio Sinigaglia è una struttura al limite del fatiscente, obsoleta e scomoda, anche perché collocata in una zona pessima dal punto di vista logistico e della viabilità. Se a questo si aggiunge che, calcisticamente parlando, l’appeal del Como è limitato ai cultori del vintage, quando i lariani scendevano in campo con lo sponsor Mita e schieravano Corneliusson, Notaristefano e Borgonovo, e che il comasco medio è tutt’altro che caldo e appassionato, il quadro è completo e si torna al discorso iniziale del potenziale turistico in grado di colmare tutte le altre carenze. Nessuno ha promesso di portare la squadra in Europa e questo è già un passo avanti. Sulle rive del Lago di Como si sono visti pullman della squadra rimanere fermi al casello autostradale perché mancavano i soldi per pagare il pedaggio (la citata non-gestione Essien) e “imprenditori” che promettevano tre salti di categoria – dalla D alla A – in cinque anni e la quotazione alla borsa Nasdaq di New York, ma che dormivano nello stadio per risparmiare sull’albergo (Joseph Cala a Lecco). Da qualunque parte la si guardi, la differenza con i proprietari attuali è abissale.

Friburgo, la calma al potere: dalla politica green allo stesso tecnico da 10 anni, storia del club più anticiclico d’Europa

Con il RB Lipsia alle prese con il peggior inizio di Bundesliga da quando è gestito dalla Red Bull, il principale avversario del Bayern Monaco assieme al solito Borussia Dortmund, che viaggia a gonfie vele nonostante l’infortunio di Haaland, è il Friburgo di Christian Streich. Ovvero una delle provinciali per eccellenza del calcio tedesco, e quindi l’esatto opposto di una multinazionale (ottimamente gestita e con i conti in ordine) quale il club bavarese. In termini di budget, il rapporto è di sette a uno: 700 milioni di euro quello del Bayern (e 500 quello del Borussia Dortmund) contro i 90 del Friburgo, che nell’attuale Bundesliga collocano la società del BadenWürttemberg al terzultimo posto davanti solo a Union Berlino (75 milioni) e Arminia Bielefeld (32). Sabato però, all’Allianz Arena, al fischio d’inizio di Bayern-Friburgo la differenza tra le due società sarà solo di 3 punti a favore della squadra 31 volte campione di Germania, nonché attuale capolista. Il segreto del successo del Friburgo, ammesso ce ne sia uno che possa prescindere da competenza, visione e organizzazione, è la calma. Ovvero la capacità di sottrarsi alla pressione per evitare decisioni affrettate che vanno a discapito della continuità tecnica e gestionale del club. L’attuale tecnico del Friburgo, Christian Streich, è in carica dal 2011, e non è stato rimosso dall’incarico nemmeno quando nel 2015 è retrocesso nella Zweite Bundesliga, impiegando poi solo una stagione per tornare nella massima divisione. Due anni prima era stato votato allenatore dell’anno dalla rivista Kicker dopo aver portato il Friburgo al quinto posto, qualificandolo alle coppe europee, ma spesso nel calcio quanto fatto in passato non vale come garanzia per il presente. Nel caso di Streich e del Friburgo però il discorso è diverso: si tratta di una sinergia tecnico-club-ambiente che prescinde da una stagione finita male.Prima di diventare allenatore capo, infatti, Streich è stato per quindici anni tecnico delle giovanili del Friburgo, formandosi professionalmente alla scuola di Volker Finke, allenatore che ha guidato la squadra per 16 anni consecutivi e che, assieme all’allora presidente Achim Stocker (rimasto in carica 40 anni) ha trasformato il Friburgo in una società moderna, gettando le basi per una presenza continuativa in Bundesliga. Negli ultimi vent’anni il Friburgo è retrocesso solo tre volte, e in altrettanti casi si è qualificato alle coppe europee. Stocker è stato per molti anni direttore finanziario del Comune di Friburgo e, da profondo conoscitore sia dei conti che del territorio, ha puntato su pochi, semplici concetti per garantire un futuro al proprio club. In una comunità non densamente popolata, stanziata in un territorio ai margini della Foresta Nera con poche industrie e ancora meno concentrazione di capitali, si poteva sopravvivere solo guardando in basso e oltre i propri confini. In due parole, vivaio e scouting. Alla parte tecnica, inclusa la costruzione di un settore giovanile fino a quel momento inesistente, ci ha pensato Finke.Sembra l’uovo di Colombo, eppure oggi esistono pochi club in grado di rispecchiare tanto fedelmente il proprio background di appartenenza. Friburgo è la capitale ecologica della Germania e come città ha svolto un ruolo di precursore per quanto riguarda lo sviluppo della tecnologia solare e di riscaldamento. Guidata da persone imbevute dagli stessi principi, la squadra di calcio segue a ruota questa filosofia green: già nel 1995 il Dreisamstadion era stato dotato di 2.800 pannelli solari che fornivano energia anche alle abitazioni civili nei dintorni (il progetto fu ribattezzato “Un uno-due con il sole”), e il Friburgo è stata la prima società in Bundesliga a introdurre il divieto di fumo e il bicchiere in materiale riciclabile. Il servizio di catering si appoggia a fornitori locali seguendo la logica del chilometro zero, tra gli sponsor ci sono diverse società che producono energia rinnovabile e prodotti biologici, mentre il nuovo impianto, da poco ultimato, è CO2-neutral (a emissioni zero di anidride carbonica).Non è ovviamente la sensibilità ecologica a determinare il successo della squadra in campo, tuttavia essa rappresenta un elemento importante e utile nel capire il menzionato processo simbiotico. Una società, una squadra, uno stile. Streich è cresciuto a Eimeldingen, paese nella parte meridionale del Baden-Württemberg, a mezz’ora scarsa dal confine con la Francia. Appartiene quindi alla medesima comunità della squadra che allena, ed è cresciuto con gli stessi principi, calcistici e culturali, di cui il club è portatore. Non può quindi esistere miglior elemento per garantire quella continuità che, assieme alla stabilità e alla tranquillità in sede di programmazione, rappresenta uno dei concetti cardine alla base dell’intero progetto Friburgo. Tecnico di temperamento, dall’attitudine alla Simeone (non a livello di idea di calcio, ma nel modo di vivere la partita e la squadra), Streich è il classico allenatore amato da chi possiede una concezione ampia del calcio, legata anche alle tematiche politiche e sociali del proprio tempo, e nel contempo mal sopportato da chi vive il calcio esclusivamente come uno sport e un momento di svago. Spesso durante le conferenze stampa Streich ama sconfinare, toccando temi alieni alla sua sua professione: l’ecologia, la crescita dei movimenti di estrema destra, i migranti, l’influenza dei social sulle nuove generazioni. Eppure – il curriculum parla per lui – è tutto tranne che un personaggio costruito.Il club ha investito milioni nella Freiburger Fussballschule, istituto tutt’oggi all’avanguardia sotto il profilo formativo a tutto tondo. L’idea alla base è che se non si riesce a creare un talento calcistico, quantomeno dalla scuola uscirà una persona istruita. In effetti di fuoriclasse non se ne sono mai visti, però non sono mancati buoni giocatori utili alla causa (e alle casse): Matthias Ginter, Maximilian Philipp, Daniel Caligiuri, Alexander Schwolow, Oliver Baumann. A questi vanno aggiunti migliori prodotti dello scouting, tutti ceduti per cifre oscillanti tra i 10 e i 20 milioni di euro: Caglar Söyüncü, Luca Waldschmidt, Baptiste Santamaria, Robin Koch. In rampa di lancio nel Friburgo odierno c’è il sudcoreano Jeong Woo-yeong, classe 1999, miglior marcatore stagionale assieme all’italiano Vincenzo Grifo (6 presenze in Azzurro, tutte raccolte con la maglia dei weiß-rot). Ma è la difesa il pezzo forte degli uomini di Streich, con i nazionali tedeschi Nico Schlotterbeck (anch’egli un ’99) e Christian Günter, e il portiere olandese Mark Flekken. Quest’ultimo fino a 25 anni aveva sempre giocato nelle divisioni inferiori del calcio tedesco, mentre adesso è fresco di convocazione nella nazionale olandese di Louis van Gaal (“Flekker? Fino a un paio di mesi fa non l’avevo mai nemmeno sentito nominare”, ha detto il ct). Del resto i numeri parlano del miglior portiere dell’attuale campionato: 7 reti incassate nelle prime 10 partite, primo per percentuale di parate effettuate sia nei 16 metri (73,91%) sia complessive (82,35%). Ma anche se le statistiche prodotte da questo ennesimo prodotto di artigianato locale non saranno sufficienti a fermare Robert Lewandowski, 19 gol segnati in 18 partite contro gli uomini di Streich, al Friburgo la vita continuerà a trascorrere come prima.

Sheriff-Inter 1 a 3, i nerazzurri annientano la squadra di Tiraspol con Brozovic, Skriniar e Sanchez. Sarà decisivo match con lo Shakhtar

La miglior Inter di Champions della stagione. Forse degli ultimi anni. Non tanto per la vittoria, un rotondo 3-1 contro lo Sheriff Tiraspol che aveva fatto una magra figura all’andata a San Siro e ne fa una ancor più mediocre in casa. Ma per come è arrivata. Nel recente passato c’erano stati bei momenti, contro Real e Barcellona, anche successi importanti contro Tottenham o Sparta Praga. Ma per la prima volta i nerazzurri si sono comportati da grande. Hanno vinto una partita che potevano solo vincere. Senza timori che li avevano schiacciati sistematicamente al momento decisivo in Europa. Senza sbavature che si erano viste troppe volte in quest’inizio stagione. Insomma, senza i soliti psicodrammi interisti.

Certo, si potrà dire che l’avversario era modesto, e lo è stato senza dubbio: dopo le ultime prestazioni viene un po’ il dubbio che il successo al Bernabeu contro il Real sia stato un caso irripetibile. Ed è anche meglio augurarselo, perché un nuovo exploit rimetterebbe in discussione la qualificazione agli ottavi che ora sembra finalmente indirizzata. Comunque non si possono avere dubbi sull’Inter, che ha fatto il suo dovere dall’inizio alla fine e ora può guardare al futuro in Champions con un pizzico di serenità e pensare al derby.

Domenica c’è il derby che è quasi uno spareggio scudetto, ma l’Inter non poteva distrarsi. Anche questa era una finale, lo era persino di più perché senza alcun appello. Zero turnover, Inzaghi aveva bisogno dei titolatissimi, al massimo poteva fare qualche scelta tattica come sugli esterni, Dimarco e Darmian invece di Perisic e Dumfries. Un solo risultato a disposizione. Come all’andata. E il copione è stato lo stesso. Sarà lo stesso anche il punteggio.

Lo Sheriff che difende, ma ancora più chiuso, e con pure il suo pubblico alle spalle. L’Inter che prende stabilmente possesso del campo e della palla, l’importante è non perderla e non far ripartire gli avversari. Non è successo praticamente mai e questa è la differenza fondamentale rispetto al match di San Siro, dove i moldavi pur perdendo nettamente erano riusciti a spaventare la squadra di Inzaghi. Stavolta no. Il primo tempo è stato un monologo totale dei nerazzurri, davvero pericolosi in ogni modo, con le trame di Lautaro e Dzeko, gli inserimenti di Vidal, i calci piazzati di Dimarco. Tante mezze occasioni in serie. Una grande occasione, quella di Dzeko, con una magia di petto in area. Anche un palo clamoroso, colpito da fuori da Lautaro. All’intervallo le statistiche dicono 14 tiri a 1 e 65% di possesso palla, ma ancora 0-0.

Alla ripresa Inzaghi butta subito dentro Dumfries al posto di Darmian, troppo difensivo per questa partita e per giunta ammonito. Ci vuole tanta fluidità di palleggio, tanta pazienza. Ma il gol l’Inter se lo è meritato. Se lo è meritato Vidal, rigenerato, tra i migliori in campo, che per un’ora sradica palloni dai piedi degli avversari e serve quello buono a Brozovic: finta e tiro all’angolino. Sospiro di sollievo. Sbloccato il punteggio, il più è fatto. Mentre lo Sheriff ragiona se cambiare tattica o continuare a difendere, l’Inter ha già raddoppiato: da calcio d’angolo, con Skriniar. Il portiere Athanasiadis para due volte, alla terza ribattuta si arrende. Il muro di Tiraspol è crollato. Il resto è gestione e l’Inter fa bene anche questa, con un occhio al derby di domenica sera. Nel finale arriva il tris di Sanchez, appena entrato, e poi il gol della bandiera nel recupero di Traore.

Il successo ha un’importanza capitale. Per la prima volta da tempo immemore il girone dell’Inter ha un aspetto quasi sereno. Con una vittoria in casa nel prossimo turno contro lo Shakhtar di De Zerbi, ormai virtualmente eliminato, potrebbe già arrivare la qualificazione. Ma meglio non esultare: per gli psicodrammi interisti c’è sempre tempo.

 

Verona-Juventus 2-1: doppietta di Simeone, i bianconeri sprofondano

Prestazione opaca della squadra di Allegri, che solo nel finale con l'orgoglio e con una rete di McKennie dà cenni di ripresa comunque insufficienti. E ora la vetta rischia di diventare lontana 16 punti

Juventus-Sassuolo 1-2: Maxime Lopez al 95' rimanda in crisi i bianconeri

La squadra di Allegri dopo alcuni buoni risultati si fa beffare dai neroverdi allo scadere. Di Frattesi nel primo tempo e McKennie nella ripresa le altre reti della partita

Plusvalenze, indagine Covisoc: 62 trasferimenti sospetti, 42 sono della Juventus

La Commissione di vigilanza sulle società di calcio ha inviato alla Figc una relazione sulle plusvalenze degli ultimi due anni

Una prassi di mercato che è diventata con il tempo un vero e proprio sistema, atto a salvaguardare i bilanci delle società di calcio. Parliamo delle plusvalenze, termine diventato di uso comune negli ultimi anni. La Covisoc ha stilato una relazione su 62 trasferimenti quanto meno sospetti avvenuti tra il 2019 e il 2021: di questi, ben 42 riguardano la Juventus. Così scrive Repubblica:"Sessantadue trasferimenti di mercato, concentrati tra il 2019 e il 2021, sono oggetto di una relazione finita sul tavolo della Procura federale. Scambi a prezzi alti, a volte altissimi, senza che si muovesse davvero un solo euro. O quasi. La Covisoc (Commissione di vigilanza sulle società di calcio) ha inviato al Procuratore della Figc Giuseppe Chinè e per conoscenza al presidente Gravina una relazione sulle plusvalenze degli ultimi due anni. Invitando ad approfondirne la natura. Per l'organo di vigilanza che monitora i bilanci, quegli affari sembrano incidere in modo significativo sui conti, evidenziando delle criticità. La relazione è generica: denuncia un sistema".

Juventus nel mirino

 

"Franco Tongya e Marley Aké, che Juve e Marsiglia hanno scambiato per 8 milioni (quindi a saldo zero), giocano rispettivamente nella quarta serie francese e in Serie C. Oppure i quattro calciatori del Napoli che il Lille si è preso per 20 milioni nell'affare Osimhen: tre sono tornati in Italia, due in Serie D, uno in C, un altro è al Lille senza aver giocato mai. Nella maggior parte dei casi, una delle società coinvolte è la Juventus (sullo stesso tema si è mossa la Consob): i trasferimenti interessati sono 42, ma in particolare ci sono 21 calciatori scambiati per 90 milioni. Operazioni che però hanno fatto circolare realmente poco più di 3 milioni, producendo benefici a bilancio per il club bianconero di oltre 40. Ci sono poi anche gli affari con l'estero: Pjanic-Arthur col Barça, Cancelo-Danilo col City, cifre elevate per giocatori però di prima fascia".

Supercoppa a San Siro o in Arabia? Inter-Juve tra geopolitica e lotte di potere. Unica certezza: altro che diritti umani, contano solo i soldi

Supercoppa a San Siro o in Arabia? Inter-Juve tra geopolitica e lotte di potere. Unica certezza: altro che diritti umani, contano solo i soldi

Data e luogo della sfida tra campioni d'Italia e vincitori della coppa nazionale sono diventati un vero e proprio rebus tra diritti tv, interessi milionari e calendario che i vertici della Lega calcio faticano a risolvere

 

In Arabia Saudita a dicembre o a San Siro a gennaio. Più probabile la seconda della prima, ma la decisione ufficiale non è ancora presa: data e luogo dell’attesa Supercoppa italiana fra Inter e Juventus sono una partita ancora tutta da giocare. Un vero e proprio rebus tra diritti tv, interessi milionari e calendario che i vertici della Lega calcio faticano a risolvere. Negli ultimi giorni prende quota la soluzione casalinga per la tradizionale sfida che oppone la vincitrice del campionato a quella della Coppa Italia, e che quest’anno sarà una riedizione del derby d’Italia fra Inter e Juve. La Gazzetta dello Sport la dà praticamente per fatta, quando tutti in teoria a inizio stagione pensavano si sarebbe giocata in Arabia, visto il contratto da 22 milioni di euro che impegna la Serie A per tre edizioni in cinque anni (se ne sono disputate già due, nel 2018 e nel 2019). C’è chi nello spostamento ha visto una scelta politica . “Il fatto che la Supercoppa italiana come pare non si giocherà in Arabia Saudita, stato che sfrutta da tempo lo sport per mettere sotto il tappeto le violazioni dei diritti umani, non può che far piacere”, ha scritto su Twitter Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Ma in questo caso i diritti umani c’entrano poco, del resto sarebbe sorprendente il contrario, considerato il senso per gli affari dei patron di Serie A. E infatti – a quanto risulta al fattoquotidiano.it – fosse per i due club, si giocherebbe proprio in Arabia. Si tratta innanzitutto di una questione di tempistica. L’Arabia inizialmente non aveva esercitato l’opzione per l’edizione di questo anno entro i termini previsti dall’accordo; lo ha fatto in ritardo, spiazzando la Lega, che a questo punto ha le mani libere e può scegliere se raccogliere l’invito o rimanere in Italia. La scelta dipenderà soprattutto dai soldi. Sul tavolo ci sono i circa 7,5 milioni a partita che allettano le società (anche se un tutto esaurito a San Siro ne vale almeno 6, la differenza non sarebbe abissale). Ma in realtà ne ballano molti di più, circa 100: sono i ricavi dei diritti tv nel campionato che quest’anno sono rimasti invenduti nell’area Mena (Nordafrica e Medioriente) forse anche proprio per il complesso rapporto che lega il calcio italiana all’Arabia. Qui ci addentriamo in piena geopolitica del pallone: c’è chi spera che la Supercoppa possa sbloccare la gara, le due partite non possono essere completamente slegate.Infine, c’è un oggettivo problema di calendario. Comunque vada, la Supercoppa comporterà il rinvio di una gara di campionato per le due finaliste. Solo che è molto più facile spostare Juve-Cagliari (21 dicembre) che l’attesissima Juve-Napoli: il 6 gennaio gli azzurri sarebbero privi di Osimhen e Koulibaly impegnati in Coppa d’Africa, e potrebbero sperare di riaverli col rinvio (anche se la Lega assicura che la gara verrebbe recuperata comunque a gennaio e non cambierebbe nulla da quel punto di vista). Nell’ambiente bianconero l’ipotesi di giocare la finale a San Siro (comunque casa degli avversari, nonostante la biglietteria divisa al 50%), col rischio di dare anche un vantaggio extra al Napoli, ha già suscitato qualche mugugno. Tanto più che nessuna delle due squadre gradirebbe troppo ricominciare dopo la sosta subito con una finale che mette in palio il trofeo. Per questo non è escluso nemmeno che la Supercoppa alla fine possa giocarsi sì in Italia e a San Siro, ma il 12 o il 19 gennaio. Una decisione andrà presa entro la settimana prossima. Sempre che alla fine non si rifacciano sotto gli arabi col solito pacco di soldi che mette tutti d’accordo.

Inter-Juventus, spareggio con soli sconfitti: le due favorite già fuori dalla corsa scudetto?

Quando ad agosto Inter-Juventus è stata sorteggiata alla nona giornata (e un po’ più in là al ritorno, alla 31esima, nel nuovo calendario asimmetrico), dopo gli scontri drammatici nel finale degli ultimi campionati, come l’anno scorso (Juve in Champions grazie al rigore su Cuadrado allo scadere) e nel 2018 (scudetto ai bianconeri grazie al gol nel recupero di Higuain), si pensava che stavolta il derby d’Italia sarebbe stata una partita come tante no, ma quantomeno interlocutoria. Invece è stata già uno spareggio anticipato. Con soli sconfitti.

Per motivi diversi, entrambe sono arrivate allo scontro diretto come quasi all’ultima chiamata, solo già ad ottobre. Meno otto dalla vetta i nerazzurri, addirittura meno unidici i bianconeri, con troppo attacco o solo difesa, idee confuse, rifondazioni tecniche complicate. E l’1-1 finale è il classico punto ciascuno che non accontenta nessuno. Il risultato peggiore possibile per entrambe, che arriva dopo la peggior partita possibile per entrambe. Hanno voglia Inzaghi e Allegri a dire che la prestazione è stata buona, che è mancata solo la vittoria o per come si era messa è un buon pareggio. Frasi di circostanze. La verità è che Inter-Juve è stato un pessimo spettacolo, poche emozioni, zero tiri in porta, tantissimi errori e i soliti difetti, che continuano a condizionare sempre più pesantemente il campionato delle due squadre. Inter e Juve hanno giocato un tempo a testa, o forse è meglio dire che hanno regalato un tempo a testa. Il primo è stato tutto nerazzurro: pressione continua, il gol (un po’ casuale) di Dzeko, poche occasioni concrete ma comunque un dominio. La Juve, però, non c’era, e non c’era per colpa sua, per colpa di Allegri che ha relegato in panchina Dybala e soprattutto Chiesa, i suoi unici due uomini di qualità, per mettere Kulusevski in marcatura a uomo su Brozovic, in nome di quel catenaccio a cui sembra aver votato ormai definitivamente la sua carriera. Una mossa da piccola provinciale, qual è stata appunto la Juventus per 45 minuti a San Siro, una brutta figura anche per la storia del club.Nella ripresa (e con i cambi, non a caso) i bianconeri sono cresciuti. Ma anche qui, è sparita l’Inter. Che inspiegabilmente ha smesso di giocare, consegnandosi agli avversari (che hanno combinato pochino) e soprattutto al destino, perché quando non hai l’attitudine e la fortuna della grande squadre (e questa Inter non sembra averla più) arriva sempre l’episodio che ti castiga. In questo caso, aveva le movenze sgraziate di Dumfries. Certo, Inzaghi può recriminare per il fatto di non aver rischiato praticamente nulla e per il rigore (meglio definirlo “rigorino”) assegnato dal Var per un contatto tanto evidente quanto veniale. Ma sarebbe davvero un errore prendersela con l’arbitro e non con se stessi, dopo un secondo tempo del genere.La partita era decisiva perché la giornata era decisiva: col Napoli bloccato a Roma e ora primo a pari merito col Milan, Inter e Juventus scivolano rispettivamente a -7 e -10 punti in classifica dalla vetta. Sono già tanti, ma sembrano tantissimi soprattutto per i problemi che hanno le due squadre: semplicemente, due squadre che oggi non sono da scudetto. Erano le due favorite, ma una non ha più solidità e autostima, l’altra un briciolo di gioco e di idee. Dopo solo nove giornate il campionato è ancora lungo e di rimonte anche più clamorose se ne sono viste tante. Ma la classifica ormai pone a tutti la stessa domanda, se Inter e Juve siano già fuori dalla corsa scudetto. La risposta è: sì, se giocano così.

 

La caduta del Barcellona: i conti sono ancora più drammatici dei risultati

Se in questa stagione l’Ajax ha celebrato Bob Marley adottando una fascinosa terza maglia nera con bordi rossi, verdi e gialli, il suo club filosoficamente più affine, ovvero il Barcellona, ricorda piuttosto la famosa hit di Jimmy CliffThe Harder They Come, contenuta nell’omonimo album che faceva da colonna sonora al film del 1972 “Più duro è, più forte cade”, considerato l’apripista nella diffusione della musica reggae al di fuori della Giamaica. The harder they come, the harder they fall: e la caduta dell’attuale Barcellona è durissima, perché si tratta di un collasso tanto sotto il profilo tecnico, quanto e soprattutto sotto quello economico.

Le sconfitte nel Clásico, la quarta consecutiva contro il Real Madrid (non accadeva dagli anni Sessanta), e contro il Rayo Vallecano hanno lasciato la squadra al nono posto della Liga, pur con una partita da recuperare che, anche in caso di vittoria, non porterebbe i blaugrana nemmeno al sesto posto. Quest’ultima è una posizione da codice rosso, visto che rappresenta il peggior piazzamento ottenuto dal club nel nuovo millennio. Accadde nella stagione 2002-03, caratterizzata da turbolenze ovunque, con tre cambi in panchina (da Louis van Gaal al traghettatore Antonio De La Cruz fino a Radomir Antic) e quattro alla presidenza (Joan GaspartEnric Reyna, un interim della Commissione Direttiva, Joan Laporta).

Quantomeno in quell’anno il Barcellona fece la voce grossa in Champions, uscendo ai quarti di finale a causa di una zampata di Marcelo Zalayeta che permise alla Juventus di espugnare il Camp Nou ai tempi supplementari. Oggi nemmeno l’Europa sorride ai catalani, con due nette sconfitte nelle prime tre partite dei gironi e una qualificazione molto a rischio. Soprattutto, preoccupa la scarsa qualità del gioco (“gioca di più palla a terra il Southampton”, ha scritto qualche settimana fa il settimanale olandese Voetbal International) e la mancanza di personalità della squadra. Il fresco esonero di Ronald Koeman, senza una candidatura seria per la sua sostituzione, rende la situazione ancora più nebulosa.

Il problema più drammatico del Barcellona riguarda però i conti. L’esercizio 2020/21 è stato chiuso con un rosso di quasi mezzo miliardo di euro, che rappresenta un record negativo nella storia del calcio. Qualche settimane fa avevano fatto scalpore le cifre di Inter e Juventus, le cui perdite della scorsa stagione ammontavano rispettivamente a 246 e 210 milioni di euro. I catalani si attestano su numeri doppi, 481 milioni, che salgono a 579 se si considera anche la stagione 19/20, ovvero la prima vissuta durante la pandemia. Numeri che Laporta e l’ex presidente Josep Bartomeu si rimpallano in un triste teatrino del tua culpa, ma che assumono proporzioni ancora più drammatiche se confrontati con quelli realizzati dai rivali storici del Real Madrid, che nelle due stagioni del Covid-19 hanno fatto registrare addirittura un avanzo pari a un milione.

La prima grande differenza l’hanno fatta le entrate. Da anni il Clásico si sta combattendo senza esclusioni di colpi anche a livello commerciale, con sorpassi e contro-sorpassi degni delle migliori gare motoristiche. Nel 17/18 il Real conduceva di 60 milioni (751 il fatturato delle merengues contro i 690 dei culés), prima di venire surclassato di 84 milioni nella stagione successiva (757 contro 841, quest’ultima una cifra record nella storia del calcio). Oggi, dopo due anni di contrazione delle entrate per le ragioni che tutti conosciamo, il quadro che emerge vede un Real capace di tamponare i mancati introiti tornando ai livelli di cinque anni fa, con una perdita complessiva di circa 100 milioni (653 il fatturato 20/21). Il Barcellona invece ne ha persi 250, scivolando sotto la soglia dei 600 milioni (591). Il tutto nonostante i rinnovi fino alla metà del 2022 dei contratti di sponsorizzazione con Rakuten e Beko, pur con cifre ritoccate al ribasso. Sembra passato un secolo da quando il Barcellona poteva permettersi di giocare senza sponsor (o al massimo mettere sulla maglia l’Unicef) per rispettare una tradizione ultracentenaria. In casa Barcellona il gioco ha potuto reggere fino a quando gli ottimi risultati commerciali hanno permesso al club di compensare l’esplosione dei costi avvenuta sotto la gestione Bartomeu. Nel 16/17 i salari (giocatori e staff) ammontavano a 340 milioni, ma già due anni dopo la cifra era salita a 501, contro i 362 del Real. A questa si accompagna l’aumento della voce relativa agli ammortamenti e alla svalutazione dei diritti dei calciatori, che indica il valore patrimoniale attribuito al parco calciatori (maggiore è la qualità della rosa, più alta risulta essere la cifra). Due anni fa tale somma era pari a 146 milioni, più del doppio di quella (67) del 16/17, mentre lo scorso anno si è verificato un ulteriore aumento, arrivando a 174 milioni. L’ultimo bilancio, che annovera ancora Messi, vede una piccola flessione, con l’importo che si attesta a 155. Gli effetti benefici (a livello economico) del mancato rinnovo dell’argentino, ma anche di un altro big come Griezmann, si vedranno a partire dal bilancio 21/22.Nelle ultime due stagioni la cattiva gestione in uscita di Bartomeu ha creato una sorta di paradosso: il club con il fatturato più alto al mondo era costretto a fare a cassa per poter acquistare nuovi giocatori. E se i soldi ancora non bastavano, si ricorreva agli acquisti a credito (Coutinho e Frenkie de Jong, pagati a rate – l’Ajax vanta ancora un credito di 47 milioni nei confronti dei blaugrana, somma della rata finale di 30 per De Jong e dei 17 per Serginho Dest) o ai prestiti da finanziarie (Griezmann, comprato con i soldi dell’inglese Capital 23). Una politica che ha generato un ulteriore incremento delle uscite, tra quote capitale e interessi prodotti dal continui prestiti dovuti alla carenza di liquidità. Con il mercato paralizzato dalla pandemia, al Barcellona è venuto a mancare anche quel minimo di ossigeno che può derivare da una cessione multimilionaria.

Si è così arrivati, anche a causa di altri fattori contabili come il deprezzamento della rosa messo nell’ultimo bilancio per 161 milioni di euro (non sono però stati esplicitati i giocatori oggetto di tale perdita di valore contabile) e gli accantonamenti per spese fiscali e legali (il contenzioso che opponeva il club a Neymar, ora chiuso, è pesato sull’ultimo bilancio per 45 milioni), al Barcellona “povero” di questa estate, con un mercato costruito su parametri zero (Depay, Aguero, Eric Garcia) e prestiti (Luuk de Jong), dove l’unico giocatore acquistato – Emerson Royal – è stato venduto dopo solo un mese realizzando una plusvalenza di 11 milioni. Un Barcellona adesso costretto a sobbarcarsi uno stipendio top in più dopo l’esonero di Koeman, salvo che non si decida di arrivare a fine stagione con un traghettatore già nello staff o si trovi un accordo con il tecnico olandese per la cessazione anticipata del contratto.

Eppure pochi giorni è circolata la notizia che Laporta vuole Mbappè. Nonostante il prestito decennale di 600 milioni di euro, al tasso di interesse del 2%, sottoscritto per ristrutturare una parte del debito. Nonostante il finanziamento di 1.5 miliardi, approvato pochi giorni fa, per la ristrutturazione del Camp Nou. Nonostante i paletti imposti dal tetto salariale della Liga. Perché, in fin dei conti, Laporta è stato eletto dai 108mila soci del club, e i voti si guadagnano vendendo sogni e promettendo campioni, non parlando di contabilità e debiti. Soprattutto quando le cose in campo vanno male e la discrepanza tra presente e passato è squilibrata tanto quanto i conti che si cerca di sistemare.

Diabolik, arrestato l'assassino di Fabrizio Piscitelli. E' accusato anche del delitto in spiaggia a Torvajanica

Raul Esteban Calderon è accusato della morte del leader degli Irriducibili della Lazio ucciso il 7 agosto 2019 in un agguato al Parco degli Acquedotti. È lo stesso uomo che ha collaborato ad uccidere Shehaj Selavdi sulla spiaggia del litorale romano. Un mistero lungo più di due anni.

Arrestato il presunto killer di Fabrizio Piscitelli, noto come Diabolik, freddato a Roma nell’agosto del 2019. La Polizia e i carabinieri, coordinati dai magistrati della Dda di Roma, hanno proceduto al fermo di Raul Esteban Calderon accusato di omicidio aggravato dal metodo mafioso. Calderon è stato catturato dagli agenti della Squadra Mobile di Roma, su decreto di fermo del pm, lo scorso 13 dicembre. Il provvedimento è stato convalidato poi dal giudice per le indagini preliminari che ha emesso una ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Piscitelli era il leader degli Irriducibili Lazio ed era stato ucciso vicino al Parco degli Acquedotti nell’agosto del 2019.Un personaggio con una caratura criminale di livello: era stato in passato per traffico di droga, era considerato la presunta guida della batteria di Ponte Milvio con rapporti con Michele Senese e Massimo Carminati, e aveva subito un sequestro di 2 milioni di euro della Guardia di Finanza. Senza dimenticare gli ambienti di estrema destra che frequentava, oltre a diverse iniziative ispirate all’antisemitismo.

Al presunto assassino gli inquirenti sono arrivati in un’indagine intrecciata con quella sull’omicidio di Shehaj Selavdi avvenuto a Torvajanica il 20 settembre del 2020. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’omicida sarebbe l’esecutore di entrambe i delitti. Per l’omicidio di Torvajanica è stata arrestata una seconda persona. Un video di una telecamera di sorveglianza privata mostra il momento dell’omicidio. Il killer, vestito da runner, si avvicina all’uomo che è seduto su una panchina, gli spara alla nuca e poi si allontana correndo, in direzione della telecamera di cui non sospetta l’esistenza. La vittima non aveva avuto scampo con un proiettile calibro 7,65.“Le fonti di prova su cui si è fondata l’adozione del provvedimento – si legge in una nota della procura – sono costituite: dagli elementi raccolti dalla Squadra Mobile e dalla polizia Scientifica nel corso del sopralluogo effettuato sul luogo e nell’immediatezza del fatto e in particolare da un filmato estratto da una telecamera installata in zona con la quale è stata ripresa l’esecuzione del delitto”. Inoltre “dall’analisi tecnica del filmato dell’omicidio eseguita prima dalla polizia Scientifica e successivamente dal consulente tecnico incaricato dalla procura è emersa una chiara compatibilità tra il killer visibile nel filmato e il soggetto gravemente indiziato”.

“Droga dal Marocco e Sudamerica”: 8 arresti a Milano. C’è anche Lucci, il capo ultras del Milan che stringeva la mano di Salvini

“Droga dal Marocco e Sudamerica”: 8 arresti a Milano. C’è anche Lucci, il capo ultras del Milan che stringeva la mano di Salvini

Operazione antidroga nel capoluogo lombardo. Coinvolto anche il tifoso che il 16 dicembre 2018 compariva in alcune foto assieme all’allora vicepremier in occasione della festa per i 50 anni della Curva Sud. L'ultras era stato già coinvolto in altre inchieste negli ultimi anni e arrestato per droga in passato

Importavano grosse quantità di droga dal Marocco e dal Sudamerica: con quest’accusa sono scattate oggi otto misure cautelari dopo un’indagine condotta dalla procura di Milano. Coinvolti anche tre ultras del Milan, appartenenti alla Curva Sud, cuore del tifo rossonero allo stadio Meazza. Tra questi c’è anche Luca Lucci, capo ultras con alcuni precedenti, che aveva conquistato notorietà perché compariva in alcuni scatti in compagnia di Matteo Salvini.

L’inchiesta è stata portata avanti sezione Antidroga della Squadra mobile di Milano. Nell’indagine tre indagati sono stati portati in carcere, quattro agli arresti domiciliari e uno sottoposto all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria con divieto di dimora. La misura cautelare è stata emessa dal gip di Milano su richiesta del sostituto procuratore Leonardo Lesti e del procuratore aggiunto Laura Pedio. Sono in corso anche numerose perquisizioni in abitazioni riconducibili agli indagati nelle province di Milano, Bergamo, Lodi e Monza Brianza.

Tra le persone più conosciute coinvolte nell’inchiesta c’è appunto Lucci, uno dei capi della Curva sud milanista che in passato era già stato arrestato per droga in passato, Lucci è diventato noto il 16 dicembre 2018 quando era stato fotografato assieme all’allora vicepremier Salvini in occasione della festa per i 50 anni della Curva Sud del Milan. Classe 1981, ufficialmente elettricista, Lucci è considerato una delle figure più carismatiche della curva. Colpito tre volte dal Daspo e condannato a 4 anni per l’aggressione nel 2009 a un tifoso dell’Inter, che perse un occhio e in seguito si suicidò, nella primavera 2018 è finito in un’indagine assieme ad altre 21 persone, tutte destinatarie di misure cautelari, con l’accusa di vendita e spaccio di droga. In quell’operazione vennero sequestrati 600 chili di hashishmarijuana e cocaina e, stando all’indagine, fu proprio il “Toro”, come è soprannominato Lucci, a scovare e scollegare una telecamera della polizia piazzata proprio all’esterno del circolo usato come base dal gruppo.Per questa vicenda, nel settembre del 2016, Lucci ha patteggiato una pena a un anno e mezzo di carcere e nel giugno 2019 ha subito il sequestro di un milione di euro. Per la questura, il “suo principale sostentamento è il traffico di stupefacenti, fin da giovane ha stretti legami con la criminalità organizzata”. Nel dicembre 2018, durante la festa per i 50 anni della curva rossonera, al centro dell’Arena Civica di Milano, l’episodio che lo ha reso noto e ha imbarazzato Salvini: venne immortalato mentre stringeva la mano del leader della Lega, che all’epoca era ministro dell’Interno. Gli scatti scatenarono la polemica politica. In un primo momento, Salvini non prese le distanze, anzi rivendicò il saluto dicendo che in curva “ci sono tante brave persone” e annunciò che la mafia sarebbe stata sconfitta in “qualche mese”. Poi fece marcia indietro, spiegando di non sapere chi fosse Lucci e di averlo incontrato per la prima volta in quell’occasione.

“Wanda Nara e Mauro Icardi denunciati per riciclaggio di denaro: stipendio diviso tra bonifici e una percentuale in nero”

“Wanda Nara e Mauro Icardi denunciati per riciclaggio di denaro: stipendio diviso tra bonifici e una percentuale in nero”

Stando a quanto riportato dai media argentini e in seguito dal Corriere dello Sport, la showgirl argentina e il calciatore del PSG sarebbero stati denunciati con accuse pesantissime. Il documento presentato attesta che il riciclaggio di denaro coinvolgerebbe anche "le altre attività di realizzazione di capi di abbigliamento", il marchio WANDA e la Wanda Nara Cosmetics

uesta volta le cose per Wanda Nara e Mauro Icardi si mettono male. Nemmeno il tempo di archiviare il gossip monstre sul tradimento da parte del calciatore – culminato in una sorta di soap condita di insulti social, presunti triangoli amorosi, messaggi hot del calciatore con Eugenia China Suarez e minacce di divorzio -, che la coppia è alle prese con un nuovo scandalo dal potenziale dirompente. Dall’Argentina rimbalza infatti la notizia che i due coniugi sono stati denunciati per riciclaggio di denaro. Ma c’è molto di più. La denuncia è stata presentata pochi giorni fa presso il tribunale di Comodoro Py di Buenos Aires e in poche ore ha fatto il giro del mondo: su Maurito e la Nara pesano altre accuse, tra cui “violenza istituzionale” e “corruzione strutturale”, secondo quanto si legge nella querela presentata da Fernando Miguez, titolare della Fundacion por la Paz y el Cambio Climatico de Argentina, contro la Work Marketing Football Srl, la società della coppia.

La notizia tiene banco su tutti i principali quotidiani argentini, non solo quelli sportivi, e i titoli sono più che eloquenti. «Nuevo escándalo: Mauro Icardi y Wanda Nara enfrentan una denuncia por lavado de dinero en Argentina», titola Clarín, il più importante quotidiano argentino. «Denuncian a Wanda Nara y Mauro Icardi por lavado de activos», strilla Ámbito, uno dei principali quotidiani economici del paese. E ovviamente ne scrive anche Olé, magazine sportivo tra i più letti di Argentina, che parla di «presunto lavado de activos». Proprio mentre la Nara è volata a Buenos Aires per lanciare la sua nuova linea di beauty, la Wanda Nara Cosmetics (è stata duramente criticata anche per lo scarsissimo buffet servito all’inaugurazione di uno dei nuovi store), è esplosa dunque la notizia dell’inchiesta, che coinvolgerebbe anche altre attività della coppia, dalla realizzazione di una linea di abbigliamento, il marchio WANDA e, appunto, la Wanda Nara Cosmetics.Tutti i quotidiani argentini spiegano che la società di Icardi e la Natra «avrebbe l’obiettivo di alloggiare fondi monetari a seguito dell’attività sportiva di un socio, quindi utilizzati per consentire eventuali fondi al mercato dei capitali neri ottenuti al di fuori di ogni accordo contrattuale, si pensa per evitare esborsi fiscali internazionali». Una pratica, si legge, «comune tra coloro che svolgono la loro attività all’interno del regime sportivo internazionale, i quali riceverebbero il proprio stipendio diviso in denaro tramite bonifici e una percentuale in denaro nero e procedono in questo modo al riciclaggio di denaro per poi trasformarsi in reddito genuino dimostrabile nel tempo in quanto di origine legale». Il commento da parte della coppia? Nessuno. Icardi ha postato sui social una serie di scatti realizzati durante gli allenamenti con il Paris Saint-Germain, la Nara invece postato un numero esorbitante di storie su Instagram documentando l’inaugurazione del nuovo negozio del suo marchio di cosmetici e il bagno di folla in un centro commerciale della capitale argentina. A parlare saranno i loro gli avvocati.

“Violenti e fascisti”: la Francia vieta l’ingresso ai tifosi laziali. La rabbia del club: “Motivazioni ingiustificabili, intervenga nostra diplomazia”

“Violenti e fascisti”: la Francia vieta l’ingresso ai tifosi laziali. La rabbia del club: “Motivazioni ingiustificabili, intervenga nostra diplomazia”

Lo ha deciso il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin con un'ordinanza nella quale motiva la sua scelta richiamando i "comportamenti violenti" e la "ripetuta intonazione di canti fascisti e all’esibizione di saluti romani". 

tifosi della Lazio non potranno recarsi a Marsiglia in occasione della gara valida per il quarto turno di Europa League che si giocherà giovedì allo stadio Vélodrome. Lo ha deciso il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin con un’ordinanza nella quale motiva la sua scelta richiamando i “comportamenti violenti” di alcuni supporter laziali tenuti “in maniera ricorrente” in occasione delle trasferte all’estero. Parole che hanno scatenato la rabbia del club biancoceleste che chiede “un chiarimento da parte delle istituzioni francesi e una presa di posizione netta della nostra diplomazia”.

Non solo: nel testo si accenna anche alla “ripetuta intonazione di canti fascisti e all’esibizione di saluti romani” e si ricorda quanto accaduto nell’ottobre 2018, data dell’ultima sfida in terra francese fra Olympique Marsiglia e Lazio, quando quattro persone vennero “ferite da arma bianca in occasione di una rissa che coinvolse 200 tifosi”. Lo scorso 21 ottobre, in occasione della gara d’andata, le autorità italiane avevano preso una decisione simile, vietando anche la vendita dei biglietti ai residenti francesi.

.

.

.

.

.

Il Newcastle all’Arabia Saudita: così la triade del petrolio si è ricomposta anche nel calcio.

Il triangolo è servito. Con l’acquisto del Newcastle da parte di un consorzio guidato dal PIF (Fondo per gli Investimenti Pubblici) appartenente al principe saudita Mohammed Bin Salman, che deterrà l’80% delle quote dei Magpies pagando una cifra attorno ai 353 milioni di euro, la triade del petrolio Qatar-Emirati Arabi Uniti-Arabia Saudita si è ricomposta anche nell’élite del calcio europeo e mondiale. Non si tratta di una novità assoluta, visto che i tre Stati sono già attivi nel medesimo contesto calcistico, ovvero il campionato belga (autentico porto franco globalizzato nel quale 14 delle 26 società si trovano nelle mani di proprietari stranieri), dove sono proprietari rispettivamente di Lommel (EAU), Eupen (Qatar) e Beerschot (Arabia Saudita). Adesso dal parco giochi di periferia sono passati direttamente a Gardaland.

Su The AthleticMatt Slater ha sintetizzato l’acquisizione del Newcastle in poche righe. L’Arabia Saudita ha acquistato un club di Premier League perché i vicini Qatar e EAU possiedono a loro volta una società di alto profilo e, numeri alla mano, il ritorno ottenuto a livello mediatico e commerciale è risultato indiscutibile. “Ci aveva già provato un anno fa”, scrive, “ma c’era di mezzo un conflitto con il Qatar e l’utilizzo del calcio come arma per vincere tale conflitto si è rivelato inefficace. Pertanto è bastato rimuovere la questione scatenante il conflitto per ottenere il proprio investimento top”. Ovvero una squadra del campionato più ricco del mondo, pronta a diventare un nuovo Manchester City o un nuovo Paris Saint Germain.

Il conflitto Qatar-Arabia Saudita verteva su un caso, piuttosto clamoroso, di pirateria digitale. Tutto è iniziato nel giugno 2017 quando Bahrain, EAU, Egitto e Arabia Saudita decidono di imporre un embargo diplomatico, economico e logistico al Qatar, accusato di sostenere e finanziare gruppi terroristici. Vengono chiusi i confini terrestri e marittimi, viene negato il passaggio nello spazio aereo, tutti i contratti e gli scambi commerciali sono annullati. Ma l’Arabia Saudita va oltre: sul proprio territorio spunta la tv pirata beoutQ che inizia a trasmettere partite di Premier League, gran premi di Formula 1 e match di competizioni Fifa. Tutti eventi di cui la qatariota beIN possiede i diritti sportivi per il Medio Oriente e la fascia settentrionale del continente africano. Un’operazione di pirateria digitale che costa a beIN, solo per le annate 2018 e 2019 di Premier League, un miliardo di euro in mancati introiti. Questa la cifra presentata dal Qatar nella denuncia alla World Trade Organization. Secondo Dubai, dietro alla tv pirata c’è il governo saudita: è propria l’incapacità (o la mancata volontà) dei sauditi nel bloccare le trasmissioni di beoutQ (un nome, un programma) a causare lo stop nelle trattative di acquisto del Newcastle avviate nel maggio del 2020. Con buona pace di Amnesty International e di tutte le associazioni che si occupano di diritti umani, da tempo in prima fila nel denunciare gli abusi del regime saudita. Gli unici diritti che contano sono quelli commerciali (“la Premier League dovrebbe cambiare i test su proprietari e dirigenti per affrontare le questioni sui diritti umani”, ha dichiarato il Ceo di Amnesty Sacha Deshmukh): è sufficiente sistemare la questione con il proprio vicino di casa e tutte le porte si aprono. In estate il WTO ha ritenuto colpevole l’Arabia Saudita di aver violato le leggi internazionali sulla proprietà intellettuale per il caso beoutQ. Un mese dopo, la Qatar Airways ha vinto la causa per danni intentata contro i quattro stati che avevano bloccato il traffico aereo. Ma nel frattempo i rapporti si erano già distesi, specialmente quelli tra Qatar e Arabia Saudita, con la visita a inizio gennaio dell’emiro Al Thani a Riyad per il Consiglio di Cooperazione nel Golfo che ha aperto la strada alla riapertura dei confini tra gli stati. BeIN è tornata in affari con i sauditi (che compongono il bacino di utenza più grande di tutta la penisola), pertanto i sauditi sono tornati in affari con la Premier League e nel giro di poco tempo si è arrivati ai festeggiamenti per le strade di Newcastle per la fine dell’era Mike Ashley, durata 14 anni. Non deve ingannare l’aurea di mediocrità che da tempo avvolge i Magpies, con un solo piazzamento tra le prime nove di Premier ottenuto lungo tutta la gestione Ashley (accadde nella stagione 2011/12 con Alan Pardew in panchina). Se sportivamente è stato un periodo avaro di soddisfazioni e zeppo di frustrazioni, a livello commerciale il fondatore di Sports Direct lascia una società in buona salute (fino al 2018 il Newcastle, a dispetto dei modesti risultati, era ancora nella top 20 della Football Money League stilata dalla Deloitte) e, soprattutto, si mette in tasca una cifra più che raddoppiata rispetto a quanto sborsato (150 milioni di euro) nel 2007. Termini quali austerità e braccino corto (in 12 anni il Newcastle ha speso sul mercato 77 milioni, per una media di 6 milioni a stagione) sono destinati a finire in soffitta, forse tra qualche anno al popolo del St. James’s Park non provocherà più crisi di nervi ricordare certe uscite di Ashley, come la risposta data a Rafa Benitez dopo l’ennesima richiesta di investimenti nelle infrastrutture e nel potenziamento dello staff societario, scouting in primis. “Non ho mai visto un solo giocatore”, disse, “che non abbia voluto firmare con noi a causa del nostro centro di allenamento”.Con un patrimonio stimato in 376 miliardi di euro, vale a dire circa 13 volte più di quello dello sceicco Mansour del Manchester City e oltre 60 volte quello dell’emiro Al Thani del Psg, il fondo sovrano PIF lascia ipotizzare una pioggia di denaro in arrivo su Newcastle. Difficilmente però si assisterà a intensi restyling come quelli operati dal primo Abramovich al Chelsea o dallo stesso Mansour al City, visto che le regola del Financial Fair Play impongono ricavi adeguati all’ammontare delle spese. Impensabile pensare a un boom come quello della Manchester color sky blue, con 487 milioni spesi in tre anni per costruire una squadra stellare (Yaya Tourè, Carlos Tevez, David Silva) prima che fosse introdotto il FFP. Indubbiamente l’approccio al grande calcio dei sauditi è stato diverso rispetto a quello dei vicini di casa. Anni fa conclusero un bizzarro accordo “pay per view” con diversi club della Liga spagnola per il prestito semestrale di alcuni nazionali, con stipendio direttamente pagato dallo stato arabo. Quasi nessuno è mai sceso in campo e per il movimento calcistico saudita i benefici sono stati nulli. Sempre ammesso che, senza un Mondiale in casa alle porte, una nazionale competitiva interessi qualcosa alla monarchia. Il calcio come leva di soft power passa per altre strade. Come quelle che costeggiano il fiume Tyne.

.

.

.

.

.

.11 luglio 2021, clamorosamente l'Italia vince gli Europei a Wembley contro l'Inghilterra. Il verdetto ai rigori, tempi regolamentari sull'1-1.

.

Italia-Galles 1-0, azzurri agli ottavi a punteggio pieno. Ora Ucraina o Austria

Il ritorno di Zeman a Foggia: il santo fumatore con più di mille panchine e una sola idea, il gol

Sarà la sua quarta volta nella città pugliese. Una carriera che ha sempre diviso le opinioni, creato sogni e ispirato personaggi televisivi e perfino canzoni

Calcio, clan e affari: le ombre albanesi sulla Lazio di Tare

Un'inchiesta di Report svela i retroscena dell'attività del ds biancoceleste. Le carte dei pm e la mancata indagine della procura federale

https://roma.repubblica.it/cronaca/2021/06/07/news/

calcio_clan_e_affari_le_ombre_albanesi_sulla_lazio_di_tare-304531500/

Il Tribunale congela il 6% delle azioni di Zhang in Suning.com, Suning(e l'Inter) nei guai crolla in borsa ed il titolo viene sospeso...

Come riporta l'organo di informazione asiatico Titan Sports Plus, infatti, il titolo Suning.com è stato fermato dalla borsa: le negoziazioni riguardanti l'azienda del gruppo che detiene la proprietà del club nerazzurro sono bloccate in virtù di un crollo avvenuto nella giornata di ieri, dopo il congelamento del 5,8% del capitale in mano a Zhang.Un tribunale locale di Pechino ha congelato più di un quarto della partecipazione di Zhang Jindong in Suning.com. Secondo un documento pubblicato dalla stessa società quotata, la Seconda Corte Intermedia di Pechino ha congelato 540,2 milioni di azioni, che rappresentano il 5,8% del totale della società, azionista di maggioranza dell’Inter.

Nell’annuncio, la società ha affermato che il congelamento delle azioni non comporterà un cambiamento negli effettivi diritti di controllo della società e non avrà un impatto significativo sulla produzione e sul funzionamento della società e sul governo societario.

Tuttavia, prezzo delle azioni di Suning.com sono sceso del 10% martedì in Borsa a 5,59 yuan dopo l’annuncio del congelamento: si tratta dei minimi per il titolo di Suning dal 2013.Nei giorni scorsi, Suning Appliance (una delle holding di Zhang) è stata citata in giudizio e multata dal Tribunale di esecuzione – secondo Tribunale Intermedio del Popolo – di 3.082 miliardi di yuan (circa 396 milioni di euro): sono stati citati in giudizio Liu Yuping, Zhang Jindong, Suning Appliance Group e Suning Real Estate Group, che hanno già avviato le pratiche per il ricorso alla seconda Corte intermedia di Pechino.Perchè il congelamento e la citazione in giudizio? A causa di Un'operazione di trasferimento delle azioni effettuata pochi giorni fa dal gruppo cinese a Jiangsu New Retail. Per tale iniziativa sono stati citati Liu Yuping, Zhang Jindong, Suning Appliance Group Co., Ltd. e Suning Real Estate Group Co.IL Tribunale di Pechino ha inflitto una multa di circa 385 milioni di euro a Suning Appliance per non avere rispettato i termini di comunicazione alla Borsa di un’operazione messa in piedi qualche giorno fa. Si parla della cessione del 5,59% del pacchetto di Suning Tesco a un nuovo fondo appositamente creato in cambio appunto di 385 milioni, gli stessi della sanzione. "Ovvio che lo scopo sia quello di garantirsi liquidità - spiega il Corsport -. Il gruppo di Nachino, peraltro, si è impegnato a riacquistare quella stessa quota entro 10 mesi, per la medesima cifra, più un interesse del 3,85%.

: 2-1 del 17.9.1989. L' battè la ma comunque non vinse lo Scudetto che andò al di . In qualche modo fu profetico.

https://twitter.com/i/status/1405908795436552205

Video incorporato

Massimo Moratti a Peter Gomez: “Preoccupato per l’Inter di Zhang, deve essere successo qualcosa in Cina. Fino a quando resterà?

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/09/massimo-moratti-a-peter-gomez-preoccupato-per-linter-di-zhang-deve-essere-successo-qualcosa-in-cina-fino-a-quando-restera/6224506/

L’Italia vince, convince e dà spettacolo: agli ottavi con una giornata d’anticipo. Da Berardi a Locatelli, le scommesse vinte da Mancini

Italia-Svizzera 3-0: è presto per sognare, ma è difficile non farlo. Da Berardi a Locatelli, tutte le scommesse vinte da Mancini

Contro la piccola Turchia era stata la notte dell’esordio, delle emozioni dei tifosi, dei gol di Immobile e Insigne. Contro la modesta Svizzera è la notte dell’ “ItalSassuolo”. Di Manuel Locatelli, titolare un po’ per caso in questa nazionale per le assenze di Verratti e Pellegrini, ma neanche troppo, ormai giocatore vero, autore di una doppietta clamorosa per un centrocampista, per un ragazzo che fino ad oggi non aveva giocato un minuto nell’Europa che conta. Ma anche di Domenico Berardi, predestinato che è rimasto in provincia e ora sembra aver raggiunto davvero la maturità, in fondo ha ancora solo 26 anni. Il risultato non cambia: l’Italia vince ancora all’Olimpicoancora 3-0, staccando già il pass per gli ottavi di finale di Euro 2021.È presto per sognare vista la caratura delle avversarie fin qui incontrate, ma questa squadra lo fa già. Si vede da come gioca, da quanto ci crede e dall’entusiasmo che la circonda. È il grande merito di Roberto Mancini, ormai riconosciuto da tempo, forse persino troppo presto. Un tempo c’era il blocco bianconero dell’ ”ItalJuve”. Oggi l’asse su cui la nazionale costruisce la rotonda vittoria contro gli elvetici viene dal Sassuolo. E questo è un riconoscimento per il lavoro che ha fatto negli ultimi anni la società emiliana e il suo ex allenatore De Zerbi, ma anche per il ct, che raccoglie l’incasso delle sue scommesse. E Berardi lo è più di tutti, in pochi lo avrebbero dato titolare agli Europei. Ma squadra che vince non si cambia e dopo il debutto più che positivo Mancini riconferma tutti, compreso Di Lorenzo che tanto bene aveva fatto al posto di Florenzi sulla corsia destra.Di fronte stavolta c’è la Svizzera, che non rinuncia dichiaratamente a giocare come la Turchia, presenta tre giocatori d’attacco e l’intenzione di offendere. Poi riuscirci per davvero è un’altra storia. Anche perché la nazionale è ancora più bella e cattiva, forse liberata dalle pressioni dell’esordio, del tutto convinta dei propri mezzi. Con Barella che divora il campo, Spinazzola che salta sempre l’uomo e fa la differenza. Dopo un paio di minuti Immobile mette alto di testa, al quarto d’ora la partita sarebbe già sbloccata ma il Var annulla la rete in mischia di Chiellini per un fallo di mano (poi dovrà uscire per infortunio). È questione di minuti. Il vantaggio è la fotocopia del primo gol contro la Turchia, segno che questa squadra ha un’identità profonda: solito strappo di Berardi, irresistibile sulla destra, stavolta sul suo cross invece dell’autogol arriva il tap-in di Locatelli.Quando la partita si apre ulteriormente, nei timidi tentativi degli elvetici, il tridente azzurro va a nozze in contropiede. A fine primo tempo la statistica dice 7 tiri a 1: numeri da dominatrice. La ripresa sembra ed è davvero una formalità. Il palleggio da dietro, con Jorginho in regia, funziona alla perfezione. Libera con una facilità disarmante ancora Locatelli al tiro dal limite dell’area, che Sommer non prova nemmeno a parare. Sul 2-0 è quasi accademia. Mentre gli azzurri cercano il tris che troverà Immobile alla fine, la Svizzera arriva fino a Donnarumma, costringendolo alla prima vera parata del torneo. Anche Mancini si concede degli esperimenti: con Toloi al posto di Berardi si passa alla difesa a tre, una variante tattica che magari tornerà utile nel prosieguo del torneo. Perché è già arrivato il momento di guardare avanti. Meglio della Turchia, la Svizzera era comunque poca cosa, se si pensa che si affida ancora ai vecchi Shaqiri, Rodriguez, Seferovic, tutti transitati senza troppe fortune dalla Serie A, o a Xhaka, inspiegabile oggetto del desidero della Roma in questo calciomercato. Rimane il Galles, nell’ultima partita del girone che vale il primo posto, non ancora matematico: basterà un pareggio domenica nell’ultima gara del girone e all’Olimpico. Godiamoci queste notti magiche. Ne resta ancora una a Roma. Poi si comincerà a fare sul serio.

La lezione danese sul concetto di squadra: il soccorso di capitan Kjaer, il muro oplitico dei compagni e il ‘giocate’ di Eriksen dall’ospedale

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/13/la-lezione-danese-sul-concetto-di-squadra-il-soccorso-di-capitan-kjaer-il-muro-oplitico-dei-compagni-e-il-giocate-di-eriksen-dallospedale/6228645/

SuperLeague, lo scenario è drammatico: il ‘calcio-lusso’ è servito

SuperLeague, lo scenario è drammatico: il ‘calcio-lusso’ è servito

Immaginiamo che la Brexit della Superleague vada in porto. Che cioè i club ribelli della Premier League, della Liga spagnola e della Serie A perseverino nel loro progetto e non cedano alle minacce dell’Uefa. Immaginiamo di conseguenza che l’Uefa, indifferente ai prevedibili problemi riorganizzativi e alle altrettanto inevitabili battaglie legali, decida di applicare la linea più intransigente e dura e, in simbiotico accordo con le federazioni nazionali, decreti la loro esclusione dai campionati, sia europei che nazionali.

Ora, zoomiamo sulla Serie A. Nel nostro caso, con un campionato già annichilito dal Covid, con gli stadi vuoti, con le squadre alla canna del gas economico e un oggettivo disorientamento delle tifoserie (ma anche degli sponsor), ci si ritroverebbe a ridisegnare la classifica. Senza il dominio milanese e torinese, sarebbe l’Atalanta a godersi il primato, seguita a ruota da Napoli, Lazio, Roma, Sassuolo e Verona, mentre nessun cambiamento si avrebbe in zona retrocessione: le ultime tre sono Crotone, Parma e Cagliari. Resterebbero in 17, a sette partite dal termine del campionato.Ed è probabile che, per evitare sanguinosi e dispendiosi ricorsi e controricorsi, si arriverà ad un compromesso: la retrocessione verrà graziata, in modo che il campionato successivo si possa disputare sempre con venti squadre, le 17 rimaste dopo l’epurazione di Juve, Milan e Inter più le prime tre di serie B promosse in A, altrimenti scoppierebbe la rivolta delle squadre che in B hanno investito milioni per sperare di conquistare la massima serie, penso per esempio al Monza di Berlusconi e Galliani…

Lasciamo da parte l’etica e la morale dello sport, badiamo al sodo, che è poi la molla della ribellione. I quattrini. I bilanci. Le prospettive. La privatizzazione delle sfide di alto livello. La prima grana che la Lega di serie A dovrà affrontare, nell’ipotesi della Grande Esclusione, sarà l’ovvia reazione (legale) di Dazn, la pay tv che ha detronizzato Sky sborsando 840 milioni per i diritti tv della serie A. Senza Juventus, Inter e Milan, sarebbero soldi gettati al vento. I tre club, infatti, muovono il 75 per cento dei capitali di serie A, hanno il maggior numero di tifosi e dispongono delle “rose” più quotate. Ci sarebbe un crollo dell’audience.

Un esodo dei telespettatori verso la tv che invece garantirà i diritti di trasmettere gli incontri della Superleague: vuoi mettere il fascino travolgente delle partite fra Arsenal, Atletico Madrid, Barcellona, Chelsea, Inter, Juventus, Liverpool, Manchester City e Manchester United, Milan, Real Madrid, Tottenham, rispetto a quello di Spezia-Benevento o Sassuolo-Crotone, o Torino-Genoa? Lo scenario è drammatico. I campionati diventerebbero assai meno influenti e perderebbero gran parte dei ricavi da parte di investitori e pubblico. E’ ciò che è successo negli Stati Uniti, con la Nba… mica fantascienza. Ma storia dello sport di vertice.Perciò è chiaro che Dazn vorrà indietro gran parte dei soldi di un contratto che secondo lei non ha rispettato i patti. Perché senza le tre squadre che complessivamente hanno conquistato 72 scudetti (36 la Juventus, 18 ciascuna Inter e Milan) mentre altre tredici squadre ne hanno vinti 44 (Genoa 9, Torino, Bologna e Pro Vercelli 7, Roma 3, Fiorentina, Lazio e Napoli 2, Cagliari, Casale, Novese, Sampdoria e Verona 1) significa abbassare la qualità del torneo e fragilizzarne le prospettive. In un futuro del genere, le squadre provinciali sarebbero preda degli speculatori, soprattutto stranieri, come del resto sta già in parte avvenendo con le più recenti acquisizioni (vedi La Spezia e Parma).

Il progetto Superleague è stato subito demonizzato dai giornaloni che vi vedono intenti poco nobili. Ma è pur vero che “fare calcio oggi è assai difficile”, come ha ricordato Giovanni Carnevali, amministratore delegato del Sassuolo, “le squadre più grandi hanno più perdite e il sistema va rivisto”, ammette, “ma nello sport ci deve essere meritocrazia. Stravolgere la storia del campionato non è facile”.

Per qualcuno si tratta di un’operazione “rozza”: secondo Mario Sconcerti, figlio di un noto procuratore del pugilato e tifoso della Fiorentina, corsivista del Corriere della Sera, il cui proprietario Umberto Cairo è anche il padrone del Torino (la rivale della Juve). Un commento severo, assai poco neutrale… sta di fatto che la Borsa ha accolto il progetto con molto entusiasmo, infatti le azioni della Juventus sono schizzate su dell’8,5 per cento nonostante la sconfitta a Bergamo dei bianconeri con l’Atalanta.

E’ uscita allo scoperto la potenza globale finanziaria di JP Morgan che ha confermato di finanziare la “nuova lega antagonista dell’attuale Champions League”, si parla già di un contributo una tantum di 3,5 miliardi di euro, e altri 2,5 arriverebbero da numerosi fondi d’investimento (molti dei quali americani), il che significa dotare i venti club di Superleague (15 membri fondatori, cinque “invitati”) di una dotazione iniziale di almeno 300 milioni. Sono cifre che stravolgeranno il mercato ed indurranno i giocatori migliori ad accettare gli ingaggi di questo eldorado del pallone, contribuendo così a depauperare i campionati europei.

Non c’è dubbio che la Superleague abbia radici concrete nel business, e che sia un chiaro tentativo di creare un cartello. Si tratta d’affrontare un discorso di trust e antitrust, non a caso tra i primissimi a stigmatizzare la Superleague sono addirittura il presidente francese Macron, il premier britannico Johnson, i tedeschi, il presidente del Consiglio Draghi e il segretario del Pd, Letta. Tuttavia, gli studi di previsione che Florentino Perez, l’imprenditore proprietario del Real Madrid, Joel Glazer, copresidente del Manchester United ed Andrea Agnelli, presidente della Juventus che si è dimesso domenica dall’Uefa e dalla carica di presidente dell’Eca (l’associazione delle squadre europee che raggruppava 246 club: la Juve ha seguito il suo patron), sono chiari.Il progetto iniziale – un programma di partite infrasettimanali con le 20 squadre suddivise in due gruppi (c’è già il sito ufficiale, il logo The Super League domina la parte sinistra della homepage) – prevede il via ad agosto. Alle 15 squadre fondatrici se ne aggiungeranno ogni anno le 5 che hanno ottenuto i risultati migliori. Le prime tre classificate di ogni girone approderanno ai quarti di finale mentre le quarte e le quinte si affronteranno (a/r) per conquistare gli ultimi due posti dei quarti. Finale a gara secca, programmata per la fine di maggio (guarda caso, più o meno come la Champions…), da disputarsi in uno stadio neutrale. A proposito degli stadi, il piano è che tutte le squadre fondatrici ne siano proprietarie.I membri della Superleague giurano e spergiurano di non volere uscire dai campionati, anzi: “In questo momento critico ci siamo riuniti per consentire la trasformazione della competizione europea, mettendo il gioco che amiamo su un percorso di sviluppo sostenibile a lungo termine, con un meccanismo di solidarietà fortemente aumentato, garantendo ai tifosi e agli appassionati un programma di partite che sappia alimentare il loro desiderio di calcio e, al contempo, che fornisca un esempio positivo e coinvolgente”. Dicono di non volere sabotare i campionati. Ma è chiaro che questo torneo affosserebbe la Champions, e pure l’eventuale cambiamento di format appena varato dall’Uefa. Poche squadre di altissima qualità, fanno capire, meglio di tornei sfiancati da partite inutili, tra club dal passato e dalla gloria assai diversi. Un ragionamento, se vogliamo, classista. Il calcio-lusso.

In realtà, i club che si autodefiniscono i migliori hanno paura delle squadre, come l’Atalanta, che sono riuscite a creare un modello aziendale e sportivo di altissimo livello con investimenti relativamente modesti e una gestione oculata delle risorse a disposizione. La squadra bergamasca ha, per esempio, un monte ingaggi sette volte inferiore a quello della Juventus ma è altrettanto competitiva. Significa che il livello medio dei calciatori si avvicina a quello dei fuoriclasse o presunti tali. Salvo che costano dieci volte di meno.

I supercampioni che fanno la differenza, ormai, sono come le Ferrari e le Lamborghini: possono essere comprati solo da chi dispone di grandi mezzi finanziari. E da chi si può permettere di pagare ingaggi esagerati. Ronaldo guadagna più di tutto il Crotone. O del Benevento. O dello Spezia. Dove si muovono quelle squadre, si muovono i soldi. Diciamo che non c’è… partita.

 

Chi dice che la Nazionale di Roberto Mancini ha risollevato le sorti del calcio italiano mette la polvere sotto il tappeto

È sempre la solita storia. Ce ne ricordiamo quando i nostri club rimediano figuracce su figuracce in Champions e non abbiamo nemmeno una squadra nelle prime otto in Europa: e allora giù paginate di giornali, dibattiti da bar e da salotto sui motivi del declino. Ma poi ce ne dimentichiamo alla prima vittoria della nazionale contro modesti avversari, celebrate come grandi imprese. Già si parla di “Rinascimento” del calcio italiano. Ma il movimento è in crisi e non sarà una vittoria di club o nazionale, che tutti ci auguriamo e potrebbe persino essere all’orizzonte, a cambiare la realtà.

La sosta delle nazionali ha messo in stand-by campionati e coppe, già concluso il dibattito che aveva suscitato la clamorosa eliminazione di AtalantaLazio e soprattutto Juventus dagli ottavi di Champions, peggior risultato per i nostri club degli ultimi cinque anni. Due settimane fa il calcio italiano sembrava morto, superato, finito. Con la nazionale riprende fiato. I meriti sono quasi tutti di Roberto Mancini. Il ct ha costruito un gruppo e ridato un’anima a questa squadra, ormai lo si ripete da tempo. È stato bravo ad individuare alcuni punti fermi (soprattutto in mezzo al campo, dove ad esempio l’esplosione di Barella e Chiesa è iniziata prima in nazionale che nei club). È stato anche agevolato dalla possibilità di ripartire da zero e ricostruire sulle macerie lasciate da Ventura, dopo di cui era davvero difficile far peggio.

Oggi l’Italia è una squadra vera, con uno spogliatoio coeso e un’identità di gioco precisa. In virtù di questo, si presenterà ai prossimi Europei se non come favorita, comunque come una delle possibili vincitrici finali. E dopo la mancata partecipazione ai Mondiali di Russia 2018 già questo è un successo. A guardarla da lontano sembra la fotografia di un movimento in salute, quantomeno in ripresa. Più ti avvicini, però, e più si notano le imperfezioni, i difetti. L’eliminazione dei club italiani, che in Europa non vincono per il loro provincialismo, la mancanza di personalità, struttura e ovviamente risorse, è una ferita aperta che non si può archiviare in un paio di settimane.

Poi c’è la nazionale, che vince e convince, ma quanto fino in fondo? È vero, è un momento un po’ strano per il calcio europeo. In giro per il continente non c’è molto di meglio. Ma nemmeno di peggio. A parte la Francia che in questo momento è di un altro pianeta, Spagna e Germania sono in crisi, però a differenza nostra hanno vinto tutto nell’ultimo decennio, una fase di transizione se la possono permettere, e soprattutto i tedeschi trainati dal Bayern hanno già iniziato la ricostruzioneOlandaPortogallo non hanno il nostro stesso blasone. L’Inghilterra chissà se vincerà mai qualcosa d’importante, ma si consola col campionato più bello e ricco al mondo, che ha anche ripreso a sfornare talenti propri.L’Italia invece cosa ha? Un