in collaborazione con INTERNOTIZIE
 
 

.DIARIO A PARTIRE DAL 11-12-2020

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 47° GIORNO DI GUERRA---11-04-22

I separatisti filo-russi: “Preso il porto di Mariupol”. Borrell: “Servono più armi che l’embargo su energia”. Il cancelliere austriaco da Putin: “Colloquio duro”.

Il surplus commerciale della Russia vola sopra i 58 miliardi di dollari. Mosca, spinta verso il default, avverte: “Avvieremo cause legali”

Il sindaco di Mariupol: "Oltre 10mila civili uccisi". Il porto in mano alle milizie filorusse. Kiev: "La città resiste"

 

LA POLEMICA

La Cina invia aerei e missili alla Serbia alleata di Mosca

 Un tank con i contrassegni delle forze russe o filorusse in una strada di Mariupol

 

Diretta Il sindaco di Mariupol: "Oltre 10mila civili uccisi". Il porto in mano alle milizie filorusse. Kiev: "La città resiste". Usa: Mosca ammassa truppe a Est

 

 

46° GIORNO DI GUERRA---10-04-22

Chernobyl, ‘rubate 133 sostanze altamente radioattive’“Almeno 50 corpi sulla strada da Buzova verso Kiev”. Tank russi a Kharkiv. Distrutto l’aeroporto di Dnipro. Non solo Bucha. La lista di massacri di civili da parte delle forze russe si allunga. Nelle immagini satellitari la lunga colonna di blindati verso la seconda città ucraina.

Defence Intelligence map update

 

 

 

 

45° GIORNO DI GUERRA--- 09-04-22

Aleksandr Dvornikov, chi è il generale russo scelto da Mosca come comandante unico dell’operazione militare in Ucraina.

Un solo comandante per coordinare l’invasione dell’Ucraina. Dopo 44 giorni, la Russia ha deciso di scegliere un generale che tenga insieme tutti i fronti e supervisioni quella che per Mosca è un “operazione militare speciale”. Il prescelto, racconta la Bbc, è il generale Aleksandr Dvornikov, già a capo della spedizione in Siria. La scelta è ricaduta su di lui nei giorni in cui si fanno sempre più insistenti le voci di un “attacco finale” nel sud e nell’est del Paese per ‘riunire’ Crimea e Donbass e poter dichiarare di aver raggiunto un obiettivo militare, se non proprio la vittoria.

“Ci aspettiamo che il comando e il controllo complessivo delle operazioni migliorino”, ha affermato la fonte interpellata dalla tv pubblica inglese. La riorganizzazione è stata fatta appunto nel tentativo di migliorare il coordinamento tra le varie unità, poiché i gruppi russi erano stati precedentemente organizzati e comandati separatamente, ha affermato il funzionario. “Una persona deve avere la responsabilità di tutto: deve coordinare il fuoco, dirigere la logistica, adoperare le forze di riserva, misurare i successi e gli insuccessi delle differenti ali del fronte e, in base a quello che vede, modificare la strategia”, ha spiegato il funzionario alla Bbc.

Tutto questo finora non è avvenuto in Ucraina, anzi – secondo la fonte – le truppe impegnate sui fronti diversi si sono contese mezzi, equipaggiamenti e uomini. E diversi generali sono scesi “on the ground”, alcuni dei quali perdendo anche la vita. Sono sei – secondo gli ucraini – quelli uccisi dall’inizio della guerra. Un numero enorme per gli standard di guerra. Dvornikov ha 60 anni e finora era a capo del Distretto militare del sud. Formatosi nell’accademia Frunze di Mosca, Dvornikov è un “Eroe della Russia” grazie proprio al successo dell’operazione in Siria. La scelta ricaduta su di lui riporta alla mente la strategia già portata avanti in quel conflitto, ovvero la “tecnica Grozny”, precedentemente usata anche nella capitale cecena. Raid a tappeto, senza distinguere obiettivi civili e militari, così da aprire la strada all’esercito affinché possa prendere possesso delle città.

 

‘A Mariupol situazione 10 volte peggiore che a Bucha’. Kiev denuncia: ‘A Makariv torture e stupri, 133 morti’. Johnson vede Zelensky: da Gb 120 blindati e missili.

Cnn: in stanze usate dai russi a Chernobyl “radiazioni alte”. Nyt: “Toccavano le scorie a mani nude”.

La Russia ha scelto un comandante unico per coordinare l’invasione: è il ‘siriano’ Aleksandr Dvornikov

Ucraina, la guerra merita di essere condannata ma bisogna raccontarla tutta la storia.

Come diceva qualcuno, in guerra la prima a morire è sempre l’informazione. I media occidentali lo stanno tragicamente confermando. Nella massima parte, essi figurano come megafoni della voce del padrone a stelle e strisce: sono portatori di una visione a tal punto di parte, a tal punto sfacciatamente ideologica, che sembrerebbe impossibile accettarla anche in minima parte. Eppure i più, letteralmente, se la bevono.

I monopolisti del discorso non vi dicono che la Ue ha già dichiarato guerra alla Russia. Ha inviato in Ucraina sistemi d’arma non solo difensivi ma offensivi, la Nato sta pensando di mandare gli aerei da combattimento. Inviare armi difensive a un paese in guerra non è un atto di guerra contro il suo nemico, lo è però l’invio di armi offensive. Gli Usa stanno conducendo una strategia bellica indiretta, usando l’Ucraina come “bastone contro la Russia” (Giulietto Chiesa). E, insieme, usando la Ue come “prima linea” del conflitto, inducendola a mandare armi offensive in Ucraina: e ciò del tutto contro l’interesse della Ue stessa, che in questa guerra ha solo da perdere. Lo scopo di tutto ciò? Difendere l’Ucraina e la sua sovranità? Nemmeno per sogno! Avete sentito Draghi? Dobbiamo batterci perché l’Ucraina entri in Ue, ha asserito: altro che neutralità e sovranità ucraina! Lo vuole il popolo, dicono i media nostrani: ne siamo sicuri? Perché il guitto Zelensky – un attore Nato, è il caso di dire – limita i partiti d’opposizione, allora? Che cosa desiderano realmente gli ucraini?

A mio avviso l’obiettivo vero per gli Usa e per la loro colonia Ue è a) annettere l’Ucraina nella propria area d’influenza e b) provocare il regime change in Russia: detto altrimenti, sostituire Putin con un “fantoccio” atlantista, modalità Eltsin che svendeva il paese a Washington e rotolava ubriaco di vodka. E ciò di modo che la Russia, un poco alla volta, si normalizzi, fino a diventare colonia di Washington tra le tante.

Sembrava, in effetti, che quello fosse il suo destino dopo il 1989: piegarsi, umiliarsi, genuflettersi al cospetto della civiltà del dollaro. Tutto cambiò con Putin, che iniziò a dire di no: no all’espansionismo Nato, no all’atlantizzazione degli spazi post-sovietici, no alla cultura del nulla di marca globalista. Per quello, Putin è da anni tra i nemici principali della “globalizzazione”, vale a dire della americanizzazione coatta del pianeta. Nel 2014 gli Usa dirigono da dietro le quinte un golpe in Ucraina (velvet revolution), noto come Euromaidan: e vi insediano un “governo fantoccio” a loro gradito, atlantista e filo-Ue. Tale governo inserisce in Costituzione la volontà di entrare nella Nato. Nel 2021 Usa e Ue armano pesantemente le forze armate ucraine. Il guitto Zelensky nasce in quel contesto: come prodotto in vitro di serie televisive hollywoodiane, letteralmente recitando un copione scritto in terra americana. Da attore a presidente del suo paese in un attimo, con un solo obiettivo: favorire il transito dell’Ucraina verso la Ue e verso la Nato, di fatto portando le basi militari Usa ai confini con Mosca.

Nessuno – almeno, non io – vuole giustificare o magari glorificare il gesto di Putin, ossia l’invasione dell’Ucraina: la guerra, ogni guerra, merita di essere condannata, a partire da quelle del proprio paese (l’Italia sta sciaguratamente mandando armi in Ucraina, come sappiamo, con una retorica guerrafondaia stomachevole e orwelliana, appellano “missione di pace” l’invio di mitraglie pacifiche e di missili democratici).

Si tratta però di raccontarla tutta la storia: e se vogliamo, come vogliamo, condannare la guerra, dobbiamo condannarla a partire dal suo reale cominciamento e dalle sue reali cause, vale a dire, appunto, dall’espansionismo della Nato verso Oriente, verso le aree post-sovietiche. Detto altrimenti, con parola cara a Lenin e obliata dalle sinistre fucsia – la nuova “sinistrash” postmoderna, interscambiabile con la destra bluette –, la causa primissima è l’imperialismo made in Usa. Rammentiamo che, nel 2008, a Bucarest, la Nato aveva proclamato senza perifrasi che Ucraina e Georgia, presto o tardi, sarebbero entrate nella Nato stessa. Se si vuole condannare una rissa, si condanna non solo il contegno – certo criticabile – di chi ha tirato l’ultimo pugno, ma anche, ovviamente, di chi ha assestato i colpi precedenti, e magari anche di chi l’ha avviata.

“Cargo colpito nel porto di Mariupol cercava di evacuare battaglione Azov”

 

Le forze russe hanno colpito un cargo ucraino denominato Apache che nella sera di ieri ha cercato di evacuare via mare da Mariupol cittadini ucraini. A riferirlo, secondo quanto riporta l’agenzia russa Tass, è il rappresentante ufficiale del Ministero della Difesa della Federazione Russa Igor Konashenkov sottolineando che “il regime di Kiev non abbandona i tentativi di evacuare da Mariupol i leader del reggimento nazionalista Azov e mercenari stranieri. I precedenti tentativi di evacuazione aerea con elicotteri sono falliti”.
Il cargo Apache, battente bandiera maltese, ha cercato di raggiungere il porto di Mariupol ma è stato bloccato dalla flotta russa del Mar Nero, sostiene Mosca. Una nave di pattuglia della Flotta del Mar Nero e le navi della guardia di frontiera, spiega Konashenkov, ha dovuto aprire il fuoco sulla nave per fermarla. “Come risultato di un colpo diretto sulla nave, un incendio è scoppiato a poppa della nave”, sottolinea Konashenkov. La nave, aggiunge, “è andata alla deriva, l’equipaggio ha contattato le navi di frontiera con una richiesta di cessate il fuoco e ha confermato la loro disponibilità a soddisfare tutti i requisiti dei marinai russi. Nessun membro dell’equipaggio è stato ferito“. Dopo l’ispezione, la nave e il suo equipaggio sono stati scortati verso il porto di Yeysk.

 

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Carta di Laura Canali - 2022 (dettaglio)

 

https://www.youtube.com/watch?v=UVieUUZRHS4

 UCRAINA COME VIETNAM RUSSO??

LA GUERRA DEGLI USA [di Niccolò Locatelli]

Al termine della quarta settimana di guerra in Ucraina, la Russia ha parzialmente ottenuto uno degli obiettivi impliciti dell’invasione: coinvolgere gli Stati Uniti. Il problema per il presidente Vladimir Putin è che la visita del suo omologo Joe Biden in Europa ha allontanato piuttosto che avvicinare la prospettiva di un negoziato pubblico tra Mosca e Washington sul futuro di Kiev ma soprattutto sugli equilibri strategici nel Vecchio Continente.
Gli incontri di Biden con i vertici dell’Ue, del G7 e della Nato indicano che la superpotenza è ancora interessata a raccogliere i dividendi di un conflitto che non la minaccia direttamente. Le priorità statunitensi sono: mantenere il fronte occidentale compatto contro la Russia, evitare fughe in avanti degli alleati-satelliti europei, imbarazzare la Cina, rispolverare la retorica dei diritti umani. Se poi c’è la possibilità di aiutare i membri dell’Ue a ridurre la dipendenza energetica da Mosca vendendo loro gas naturale liquefatto americano (gnl), tanto meglio.
La nuova tornata di sanzioni; le forniture militari all’Ucraina; l’aumento dei contingenti Nato in Est-Europa; il rifinanziamento dell’assistenza umanitaria e la promessa di accogliere fino a centomila rifugiati dal paese in guerra; la menzione della Cina (invitata esplicitamente a non aiutare la guerra della Russia e a non agevolare l’evasione delle sanzioni occidentali) nel comunicato dell’Alleanza Atlantica; i sussidi ai media che “combattono la disinformazione e le violazioni dei diritti umani”; l’accordo per fornire all’Ue 15 miliardi di metri cubi di gnl statunitense o degli alleati internazionali nel 2022; l’impegno della Commissione Europea a creare le condizioni per l’acquisto di 50 miliardi di metri cubi made in Usa all’anno almeno fino al 2030: tutte le decisioni annunciate o rivendicate a Bruxelles rispondono agli obiettivi degli Stati Uniti.
Rimane in prospettiva la questione del riarmo tedesco, che preoccupa anche la Polonia – probabile che Biden ne discuta con i vertici polacchi durante le tappe a Rzeszów e Varsavia.

IL FRONTE MILITARE [di Mirko Mussetti]

L’offensiva scatenata dalla Russia contro l’Ucraina prosegue ormai da un mese. L’avanzata su tre fronti – nord, est, sud – non pare essersi arrestata, ma procede a rilento da ormai due settimane.
L’imminente capitolazione di Mariupol, città portuale sul Mar d’Azov, potrebbe consentire un’accelerazione del processo di occupazione dell’ex paese sovietico. L’assedio delle città richiede infatti l’impiego di un numero enorme di unità militari (diverse decine per ogni via di accesso al centro urbano), soprattutto per conglomerati urbani di medio-grandi dimensioni. La caduta definitiva della martoriata Mariupol, quasi 500 mila abitanti prima della guerra, consentirebbe alle Forze armate russe di trasferire gran parte dei militari moscoviti e delle truppe ausiliarie ivi dispiegate (milizie del Donbas e kadyrovtsy ceceni) su altri fronti sensibili.
Con gran parte dell’esercito ucraino tenuto impegnato dall’accerchiamento militare delle metropoli Kiev e Kharkiv, gli strateghi russi potrebbero decidere per una convergenza a tenaglia su Dnipro (ex Dnipropetrovs’k), città da un milione di abitanti ubicata sul corso del grande fiume Boristene che taglia in due da nord a sud l’Ucraina. Procedendo gradualmente in tal senso, le truppe di Kiev dispiegate sulla linea di contatto del Donbas sarebbero costrette a una dolorosa scelta: sfruttare l’unica via ancora libera per ripiegare a ovest del Dnepr oppure lasciarsi chiudere in una sacca priva di rifornimenti bellici e carburante. Mosca non può dar per certo che le truppe ucraine optino per la prima scelta (apparentemente più logica); potrebbero decidere di sacrificarsi per tenere impegnato a lungo l’esercito russo nel bacino del Donec, concedendo tempo prezioso alle regioni occidentali per il ritiro di nuove forniture militari occidentali.

GLI OBIETTIVI RAGGIUNTI DALLA RUSSIA [di Mirko Mussetti]

In questi primi trenta giorni, l’esercito russo ha raggiunto pochi obiettivi, ma dalla discreta importanza strategica.
La quasi completa distruzione degli assetti dell’aeronautica ucraina toglie a Kiev il controllo dei cieli nazionali e permette ora a Mosca un maggiore, seppur cauto, impiego di velivoli militari nelle operazioni belliche.
Il controllo della centrale nucleare di Enerhodar (Zaporižžja) – la più grande d’Europa con sei reattori attivi – amplifica ulteriormente la leva energetica della Russia sul paese aggredito, con l’aggiunta del giustificato terrore della cittadinanza di una dispersione radioattiva dolosa nel bassopiano sarmatico ucraino.
Il controllo stabile di Kherson e dei territori circostanti – tra cui l’importante invaso idrico di Kakhovka che rifornisce di acqua dolce la Crimea – permette una doppia possibilità operativa: spingere verso ovest fino alla città portuale di Odessa per sottrarre all’Ucraina l’accesso al Mar Nero; muovere verso nord-est costeggiando la sponda sinistra del fiume Dnepr, inteso come sbarramento difensivo naturale tra la Russia e i territori più nazionalisti dell’Ucraina.
L’ottenimento di un corridoio terrestre in fase di consolidamento tra il Donbas e la Crimea trasforma il piccolo Mar d’Azov in un “lago russo”, consentendo collegamenti logistici futuri più sicuri tra la Federazione e la grande penisola eusina.
La cattura dell’Isola dei serpenti emargina il porto di Odessa, impedendo qualsiasi collegamento navale tra l’Ucraina e la confinante Romania. Inoltre inibisce qualsiasi intervento di polizia aerea dell’alleanza atlantica sui cieli dell’Ucraina sud-occidentale. Al termine del conflitto, le zone economiche esclusive nel ricco quadrante nord-occidentale (risorse offshore) del Mar Nero potrebbero essere ridisegnate in favore di Mosca.
Nonostante i numerosi affanni logistici e le considerevoli perdite umane, non si può affermare che il primo mese di combattimenti sia stato foriero di soli insuccessi o irrimediabili sconfitte per Mosca. Qualsiasi paragone con le numerose guerre asimmetriche combattute negli ultimi anni dalle potenze occidentali appare fuori luogo; questa è una guerra convenzionale contro un esercito ben addestrato e armato, la prima combattuta da una superpotenza da diversi decenni. La Russia non ha (ancora) perso.


 

 

 

 

 

44° GIORNO DI GUERRA---08-04-22

https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/il-martello-di-stalin-colpisce-kiev/410645/411351?ref=RHTP-BS-I339021822-P7-S7-T1

LA MANIFESTAZIONE DELLA QUARTA TEORIA POLITICA DI DUGIN:

Karaganov, consigliere di Putin: “È una guerra esistenziale con l’Occidente. Colpire obiettivi in Europa? È possibile, se va avanti così”.

 

Ammette che il suo Paese ha colpito per primo, ma lo ha fatto “prima che la minaccia (ucraina, ndr) diventasse ancora più letale”. Una “guerra esistenziale” che per l’autore della ‘dottrina Putin‘ ha provocato – e tuttora provoca – non solo morti, ma la perdita della “superiorità morale” dei russi: “Ora siamo sullo stesso terreno dell’Occidente. L’Occidente ha scatenato diverse aggressioni. Ora siamo sullo stesso terreno morale. Ora siamo uguali, stiamo facendo più o meno come voi“. Inutile far riferimento ai tentativi diplomatici che avrebbero potuto far desistere la Russia dall’invadere il paese confinante: “Dagli occidentali abbiamo avuto promesse di tutti i tipi in questi trent’anni. Ma ci hanno mentito o le hanno dimenticate”.

unico grande errore commesso dalla Russia, nella visione di Karaganov, fu accettare nel 1997 il ‘Founding Treaty‘ sulle relazioni Russia-Nato, che prevedeva l’allargamento dell’Alleanza Atlantica. “Firmammo perché eravamo disperatamente poveri, al collasso – afferma – ma questo allargamento è quello di un’alleanza aggressiva. È un cancro e noi volevamo fermare questa metastasi. Dobbiamo farlo, con un’operazione chirurgica”.A suo avviso, “le uccisioni di massa in Kosovo (contro i serbi, ndr) sono avvenuti dopo lo stupro della Serbia. Fu un’aggressione indicibile. E il processo a Milosevic è stato un triste e umiliante spettacolo di meschinità europea“. Oltretutto, il dittatore serbo fu giudicato dal Tribunale penale internazionale, il cui diritto non è riconosciuto dalla Russia, come l’ordine europeo emerso dopo la caduta del muro di Berlino: “Non dobbiamo riconoscere un ordine costruito contro la Russia. Abbiamo cercato di integrarci, ma era una Versailles 2.0. Dovevamo distruggere quest’ordine. Non con la forza, ma attraverso una distruzione costruttiva rifiutando di parteciparvi. Ma quando la nostra ultima richiesta di fermare la Nato è stata respinta, si è deciso di usare la forza”.

Sull’obiettivo della guerra in Ucraina, il capo del Consiglio di politica estera e della difesa ha le idee chiare: “La maggior parte delle istituzioni sono, secondo noi, unilaterali e illegittime. Minacciano la Russia e l’Europa orientale. Noi volevamo una pace giusta, ma l’avidità e la stupidità degli americani e la miopia degli europei ci hanno rivelato che questi attori non la vogliono. Dobbiamo correggere i loro errori“. Ascoltando le sue parole, la possibilità che il conflitto possa allargarsi e coinvolgere anche altri Paesi non è da escludere del tutto, perché “se va avanti così, gli obiettivi in Europa potrebbero essere colpiti o lo saranno per interrompere le linee di comunicazione”.

Un’ipotesi, quest’ultima, che non considera i recenti fallimenti dell’esercito russo, come il ritiro delle truppe dalla capitale ucraina. “E se l’operazione su Kiev avesse lo scopo di distrarre le forze ucraine dal teatro principale a sud e sud-est? – domanda retoricamente – Tra l’altro le truppe russe sono state molto attente a non colpire obiettivi civili, abbiamo usato solo il 30-35% delle armi”. I massacri avvenuti negli scorsi giorni e documentati dai media internazionali non fanno testo, nella visione di Mosca: “La storia di Bucha è una messinscena, una provocazione”.Karagarov ignora le prove. Ma ignora anche le risorse e le persone perse in 44 giorni di guerra: i russi sono “pronti a sacrificare tutto ciò per costruire un sistema internazionale più vitale. Vogliamo costruire un sistema internazionale più giusto e sostenibile. Diverso da quello emerso dopo il crollo dell’Unione Sovietica e che, a sua volta, ora sta crollando. Ora ci stiamo tutti fondendo nel caos. Vorremmo costruire la Fortezza Russia per difenderci da questo caos, anche se per questo diventeremo più poveri”. Per evitare tutto ciò, per ottenere un cessate il fuoco, “l’Ucraina deve diventare neutrale e completamente demilitarizzata: niente armi pesanti, qualsiasi parte dell’Ucraina rimanga. Ciò dovrebbe essere garantito da potenze esterne, compresa la Russia, e nessuna esercitazione militare dovrebbe aver luogo nel paese se uno dei garanti è contrario. L’Ucraina dovrebbe essere un cuscinetto pacifico”.

Per Sergej Karaganov, ex consigliere di Putin, quella in Ucraina è una guerra contro l’Occidente. Intervistato dal Corriere della Sera, il capo del Centre for Foreign and Defense Policy di Mosca ha spiegato che il conflitto era a suo avviso inevitabile perché l’Ucraina “è stata riempita di armi e le sue truppe sono state addestrate dalla Nato, il loro esercito è diventato sempre più forte”. Inoltre, stando alle sue parole, c’è stato “un rapido aumento del sentimento neonazista in quel Paese. L’Ucraina stava diventando come la Germania intorno al 1936-‘37“. La versione di uno degli uomini più ascoltati da Putin è quella che Mosca continua a propagandare dall’inizio del conflitto, da un lato negando massacri e dall’altro addossando alla Nato le mosse che hanno portato all’invasione dell’Ucraina.

La mappa aggiornata della guerra russo–ucraina

Sono trascorsi più di 40 giorni dall'invasione russa dell'Ucraina che ha provocato lo scoppio della guerra tra Mosca e Kiev. Scoppiata il 24 febbraio 2022 con il casus belli dell'indipendenza del Donbass e della "denazificazione" – secondo Putin – dell'Ucraina, l'offensiva del Cremlino ad oggi si sviluppa su quattro fronti: Kiev, Kharkiv (Luhansk e Donetsk Oblasts), Mariupol e Kherson. L'invasione russa dell'Ucraina è il punto d'arrivo della crisi russo-ucraina che dal 2014 contrappone i due Paesi, e che ha subito una escalation prima tra il marzo e l'aprile del 2021, poi all'inizio del 2022 con l'invasione militare. Una delle cause principali del conflitto risiede nella svolta europeista del governo ucraino, e nella sua volontà di aderire alla NATO, osteggiata da Mosca.

Gli attacchi russi hanno colpito moltissime città, tra cui anche le aree più a ovest, vicine al confine Ue, come Leopoli. Ad oggi le città più martoriate sono Kharkiv, Mariupol, Kherson, che hanno subito numerosi bombardamenti e sono state rase al suolo. Man mano che gli ucraini riconquistano le città precedentemente occupate dai russi, emergono testimonianze su crimini di guerra commessi contro i civili, come nel caso della città di Bucha, in cui si è dato il via a un vero e proprio massacro.

Contemporaneamente all'offensiva russa sul campo, continua la guerra economica da parte dell'Occidente, che ha varato cinque pacchetti di sanzioni contro Mosca. Il conflitto ha provocato la maggiore crisi di rifugiati in Europa dallo scoppio della seconda guerra mondiale: sul sito di UNHCR è possibile vedere i dati aggiornati sui rifugiati ucraini.La guerra sta coinvolgendo molti Paesi nel mondo e, come spiegato dall'ONU, ha un impatto a livello globale. L'Occidente – Unione Europea, Stati Uniti e NATO – non è intervenuto militarmente in Ucraina, ma ha rafforzato le difese militari al confine con l'area NATO, ha inviato armi e imposto durissime sanzioni a Putin. Dal canto suo, il capo del Cremlino ha firmato un decreto che impone il pagamento del gas russo in rubli, ha vietato l'ingresso nel Paese ai leader europei e ha emanato delle contro-sanzioni nei confronti dell'Occidente. Turchia e Israele si pongono come mediatori del conflitto e interlocutori di Mosca, mentre la Cina è sospettata di stare aiutando militarmente il Cremlino nella prosecuzione dell'offensiva.

 

Kramatorsk, attaccata la stazione usata per fuggire: almeno 50 morti e accuse incrociate Ucraina-Russia. 



 

43° GUERRA DI GUERRA---07-04-22

L’Onu sospende Mosca dal Consiglio dei diritti umani. Cina: “Benzina sul fuoco”. Ci sono 24 no e 58 astenuti. Ora il Cremlino ammette “ingenti perdite” tra i soldati.CHERNOBYL – Trincee russe nella zona radiottiva.

Ma l’embargo al carbone rischia di slittare e l’Asia fa incetta di greggio russo

Wagner, la prima foto in Donbass

Wagner, la prima foto in Donbass

Finora i mercenari di Mosca non erano mai comparsi. E adesso la compagnia privata potrebbe avere un nuovo ruolo: reclutare una legione straniera per la guerra di Putin


 

Dopo esseri ritirati dalla regione di Kiev verso la Bielorussia e i confini a nord dell’Ucraina, le forze armate russe si stanno riposizionando a est del Paese dove si stanno concentrando ora i combattimenti con le forze ucraine. Secondo gli analisti, lo spostamento di truppe indica che il nuovo obiettivo di Mosca potrebbe essere la città di Slovyansk, nel sud est dell’Ucraina, proprio nella zona di confine con Donbass occupato dai russi. In effetti, come dichiarato dal Cremlino a più riprese, abbandonata l’idea di prendere Kiev dove le truppe ucraine hanno riconquistato quasi tutto il territorio portando alla luce anche terribile crimini coma a Bucha, ora l’obiettivo è il sud e l’est dell’Ucraina dove i combattimenti sono intensi.

La Russia cerca di unire i due fronti sud ed est
L’idea di Mosca sarebbe quella di unire i due fronti sud ed est in un unico blocco chiudendo in una morsa le forze armate ucraine che resistono ormai da oltre un mese e togliendo definitivamente all’Ucraina ogni possibilita di riconquistare uno sbocco al mare. La battaglia infatti imperversa ancora nella città portuale di Mariupol che però i russi stanno cercando di oltrepassare con offensive alle sue spalle. Si combatte anche nei dintorni di Kharkiv, nell’est, e di Izyum, conquistata e persa a più riprese dai due eserciti. Le truppe russe si stanno preparando anche per un attacco a Slovyansk che, se portato a temine, potrebbe voler dire l’accerchiamento di molte unità ucraine nel Donbass.

Si combatte anche nel Sud dell'Ucraina
Secondo il ministero della Difesa del Regno Unito, le forze russe si stanno consolidando e riorganizzando nella regione sud est dell’Ucraina con l’ausilio di nuove truppe e mercenari ma è improbabile che le truppe che si sono ritirare dal nord di Kiev possano essere operative in breve tempo visto che richiedono una significativa riorganizzazione prima di essere disponibili. Al momento comunque l’avanzata russa al sud sembra rallentare. Le forze russe, che inizialmente hanno ottenuto rapidi avanzamenti, ora guadagnano terreno con molta fatica. Anche ad ovest, dove i russi avevano tentato di spingersi verso Odesa, con l'obiettivo di bloccare l'accesso dell'Ucraina al Mar Nero, l’ avanzata si è bloccata a Mykolaiv, dove un contrattacco delle truppe ucraine ha respinto le forze russe verso la città di Kherson anche se le infrastrutture di  Odessa continuano ad essere bombardate e l’accesso al mare da parte dell'Ucraina è praticamente impossibile per il blocco navale della marina militare di Mosca.

 

 

 

42° GIORNO DI GUERRA --- 06-04-22

I massacratori di Bucha in fila per spedire a casa i beni razziati ai morti

Le telecamere di un ufficio di spedizioni in Bielorussia hanno ripreso i militari di Mosca mentre si preparavano a inviare il bottino dei saccheggi: televisioni, vestiti, casse audio e tavoli

 

 

“Esecuzioni a Trostianets, 400 spariti da Hostomel”. Kiev invita popolazione a evacuare tre regioni dell’Est. La Nato: “Prepararsi a lungo scontro con la Russia”

 

 

 

 

41° GIORNO DI GUERRA---05-04-22

Sanzioni a Mosca: nel mirino carbone, legno, chimica. Ipotesi stop all’import per appena 10 miliardi l’anno. Putin valuta “limiti all’export di cibo nei Paesi ostili”.

Zelensky all’Onu: “Una Norimberga per Putin. Se siete parole vuote, scioglietevi”. Borodyanka, “200 civili morti sotto macerie”

 

Imboscata alle porte di Kiev: il tank ucraino sorprende la colonna di blindati russi--Periferia di Kiev. Un tank ucraino T64 nascosto tra le case riesce a sorprendere una colonna di blindati russi BTR 82A. Il carro armato centra un mezzo nemico e in pochi istanti si genera un conflitto a fuoco. Successivamente si verificano delle esplosioni probabilmente provocate da un improvviso attacco dell'artiglieria ucraina. La battaglia è stata ripresa dalla telecamera di un drone.

Siamo a Nova Basan, un villaggio a est della capitale al centro di numerosi scontri: alcuni casali stanno bruciando già prima della battaglia. Lungo la strada c’è una colonna delle forze di invasione che si sta ritirando: sono carri armati T72 e blindati Btr82, il più moderno veicolo russo di questo tipo con un cannoncino a tiro rapido. Insomma è uno schieramento potente, ma cieco: nessuno sorveglia cosa succede sui fianchi. Non ci sono i piccoli droni che la Nato impiegava in Iraq e Afghanistan, né gli elicotteri previsti dalla tradizione sovietica. Altrimenti avrebbero avvistato le tracce lasciate sul terreno fangoso dai cingoli di un tank ucraino T64B, che si è nascosto tra le abitazioni.
 
Il carro armato si sposta dal suo rifugio e apre il fuoco distruggendo un blindato. A quel punto, la colonna russa reagisce in maniera caotica. I mitraglieri sparano a caso perché non conoscono la posizione del nemico; i fanti scendono dai mezzi e si disperdono, senza tentare un contrattacco. Il convoglio sotto attacco rallenta. Proprio quello che volevano gli ucraini: in quel momento iniziano a cadere i proiettili dell’artiglieria, che da chilometri di distanza dirige i colpi sulle coordinate indicate dal drone.
 
Dopo la fine della battaglia sulla strada sono stati fotografati almeno due veicoli russi carbonizzati – altre fonti parlano di cinque mezzi distrutti – e numerosi corpi. Dal punto di vista militare, l’imboscata è da manuale: l’azione coordinata tra un singolo tank e l’artiglieria ha permesso di infliggere gravi danni senza avere perdite. Per i generali russi invece si tratta dell’ennesima lezione sull’arretratezza dei loro metodi di combattimento

 

Ucraina, ha un nome e un volto il macellaio di Bucha. Un quarantenne alla guida di 1600 ventenni provenienti dalle regioni interne della Mongolia. Senz'altro imbevuti fino alla cime dei capelli di Rodnoveria  ed Iper-Nazionalismo esoterico, tuttavia meri esecutori di carnefici esperti in torture e  sevizie, ovvero i reparti Specsnaz Ceceni.

Kiev pubblica su Telegram l'elenco dei soldati russi coinvolti, anche il nome del comandante e il suo indirizzo.

Ha un nome e un volto il comandante delle truppe russe che il 31 marzo hanno smobilitato da Bucha lasciandosi alle spalle cadaveri di civili per strada, nelle fosse comuni, ucraini giustiziati con un colpo alla nuca e le mani legate.I volontari del progetto InformNapalm hanno trovato e pubblicato su Telegram i dati del comandante dell'unità militare 51460, 64/a brigata di fucilieri motorizzati, coinvolta in crimini di guerra a Bucha, nella regione di Kiev. Lo riferisce l'Agenzia Unian. "Siamo riusciti a trovare anche l'indirizzo di casa del boia russo". Si tratta del tenente colonnello Omurbekov Azatbek Asanbekovich. Su Telegram è stato pubblicato anche l'indirizzo email e il numero di telefono di Asanbekovich. Di Asanbekovich, comandante dell'unità militare 51460, 64ma brigata di fucilieri motorizzati, è stata pubblicata anche la foto: giovane, in tuta mimetica, un carrarmato alle spalle, le labbra carnose, gli occhi allungati dei buriati, la più grande minoranza etnica di origine mongola della Siberia. Da dove è partita per muovere guerra all'Ucraina l'unità 51460, esattamente da Knyaze-Volkonskoye, nel territorio di Khabarovsk, nell'estrema Russia orientale. 

"Siamo riusciti a trovare anche l'indirizzo di casa del boia russo", hanno scritto i volontari di InformNapalm, citati da Unian, annunciando la pubblicazione di dati, archivi e spiegazioni su come trovare il comandante russo. "Ogni ucraino dovrebbe conoscere i loro nomi. Ricordate. Tutti i criminali di guerra saranno processati e assicurati alla giustizia per i crimini commessi contro i civili dell'Ucraina", si legge nella dichiarazione della Direzione principale dell'intelligence del Ministero della Difesa dell'Ucraina, pubblicata sul suo sito. E a seguire l'elenco dettagliato di 87 pagine con i nomi degli oltre 1.600 soldati russi ritenuti coinvolti nel massacro di Bucha. Truppe che in parte rispondono al tenente colonnello Asanbekovich. "Macellai", come li ha definiti oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nell'elenco i soldati sono identificati con grado militare, nome e cognome, data di nascita ed estremi del passaporto. Per molti di loro solo l'indicazione 'soldato semplice'. Tra i cognomi anche alcuni tra i più diffusi in Cecenia. Alcuni dei loro volti si vedono nelle foto pubblicate in rete, ragazzi, occhi a mandorla, sorridenti davanti all'obiettivo: 'la banalità del male', forse Hannah Arendt quella frase la ripeterebbe. Per gli attivisti, in base alle informazioni che hanno avuto, sono stati proprio i militari di questa unità a commettere "scioccanti crimini di guerra nelle città di Bucha, Gostomel e Irpen, nella regione di Kiev". I residenti di Bucha dal canto loro hanno raccontato al sito di news Obozrevatel che i soldati russi sono "semplicemente andati di cortile in cortile sparando a tutti gli uomini e ai ragazzi. Tra di loro abbiamo riconosciuto buriati con gli occhi stretti e lunghi". Per Mosca invece quei cadaveri abbandonati sono solo propaganda, una messa in scena dell'Occidente e dell'Ucraina. Ma tra la realtà e la propaganda il confine può essere sottile solo se si tratta di parole. A Bucha parlano i corpi senza vita e senza sepoltura di cittadini inermi.

LA RAPPRESAGLIA PER LA PERDITA DEL 331° REGGIMENTO PARA'

 

 

 

40° GIORNO DI GUERRA---04-04-22

 LA 64A BRIGATA ACCUSATA DEL MASSACRO DI BUCHA

Guerra Russia-Ucraina, chi è Omurbekov Asanbekovich: il colonnello della 64esima brigata accusato del massacro di Bucha

Bucha: foto e testimoni del massacro di civili. Il sindaco denunciò cadaveri in strada e fosse. Ecco chi sono i militari accusati delle uccisioni: di etnia buriati, Estrema Siberia orientale, jacuzia.

 

Una lista di oltre 1.600 soldati, con nomi, cognomi, facce e in alcuni casi indirizzi e recapiti telefonici. Tutto contenuto in 87 pagine diffuse sul sito della Direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa dell’Ucraina. Un unico appellativo: “Tutti criminali di guerra”. Si tratta dei giovani soldati russi che secondo l’intelligence di Kiev erano di stanza nella cittadina alle porte della capitale nei giorni in cui sono stati perpetrati i terribili crimini contro la popolazione civile, con uomini, donne, bambini e anziani che sono stati legati e giustiziati sommariamente, abbandonati in fosse, gettati nei pozzi o per strada, con diverse persone torturate. A guidare le truppe durante la mattanza nella quale si calcola siano morte almeno 400 persone c’era colui che è già stato ribattezzato Il boia di Bucha, nonostante Mosca neghi ogni responsabilità del proprio esercito: il comandante dell’unità militare 51460 della 64esima brigata di fucilieri motorizzati, il 41enne colonnello Omurbekov Azatbek Asanbekovich. Faccia pulita, la sua, almeno dalle poche immagini circolate online grazie al lavoro dei volontari del progetto InformNapalm che le hanno scovate e pubblicate online. Così come pulite sono le facce dei suoi soldati, tutti ragazzi apparentemente molto giovani, da quello che si può vedere, che però, secondo le accuse, si sono resi responsabili dei terribili crimini commessi a pochi chilometri dalla capitale ucraina. “Siamo riusciti a trovare anche l’indirizzo di casa del boia russo“, hanno annunciato i volontari di InformNapalm. “Tutti i criminali di guerra saranno assicurati alla giustizia per i crimini commessi contro la popolazione civile ucraina”, assicurano invece dal ministero della Difesa ucraino.

Nell’elenco di nomi della “64esima brigata di fanteria motorizzata separata della 35esima armata”, i soldati sono identificati con grado militare, nome e cognome, data di nascita ed estremi del passaporto. Per molti di loro, al posto del grado militare è scritto semplicemente ‘privato’, ad indicare, forse, gruppi di volontari o addirittura di paramilitari provenienti da milizie private. Tra questi figura anche qualche nome proveniente da diversi distretti della Cecenia.

Intorno ai fatti di Bucha si è intanto scatenato il solito scambio di accuse tra le parti. Se il governo di Kiev chiede al blocco Nato-Usa provvedimenti severi nei confronti della Russia, da Mosca viene negata qualsiasi responsabilità dell’accaduto, con il ministro degli Esteri, Serghej Lavrov, che parla di “messinscena dell’Occidente” e dell’Ucraina sui social network: una versione, la sua, che però contrasta con le dichiarazioni di numerosi testimoni sentiti dai media internazionali, con l’Unione europea che con il suo portavoce Peter Stano ha ribadito che un’indagine sarà necessaria, aggiungendo però che “queste aree di cui parliamo sono state sotto l’occupazione, sotto il controllo dell’aggressore, delle truppe russe, o sono state bombardate dall’aggressore. Quindi, naturalmente, non c’è nessun altro che avrebbe potuto commettere queste atrocità”.

 Il reparto accusato del massacro

L'ANALISI

L'orrore di Bucha ripreso dai satelliti: la tecnologia svela i crimini di guerra

Gli spietati comandanti ceceni avvistati a Bucha

Ci sono due comandanti ceceni che hanno operato nella zona di Bucha, entrambi famosi e crudeli. Uno è Hussein Mezhidov, comandante del battaglione Sud della Rosgvardia cecena. L’altro è Anzor Bisaev, meno famoso e con lo stesso compito di ''pulizia'' del territorio. Il primo è stato geolocalizzato lì dall’inizio dell’invasione, perché ha preso parte alla riconquista dell’aeroporto di Hostomel. poi, secondo alcune fonti si sarebbe spostato in Donbass intorno al 25 marzo. Bisaev è arrivato nella zona ai primi giorni di marzo e sarebbe rimasto più a lungo. Il 23 marzo infatti c’è stato un summit tra i comandanti ceceni, in cui si è deciso – stando a Kadyrov – di renderli parte della liberazione dell’intera Ucraina, ossia il trasferimento in altre zone dove sarebbero stati più utili: Donbass e Mariupol. Alla riunione erano presenti Mezhidov, Bisaev, Magomed Tushaev e il grande capo Sharip Delimkhanov. Ci sono numerosi video che mostrano Mezhidov e Bisaev nei sobborghi di Kiev. In alcuni fanno operazioni umanitarie, aiutando vecchi e bambini.

 

 

GLI ALLEATI DI PUTIN

 

 

 

39° GIORNO DI GUERRA---03-04-22

Kiev: "A Bucha massacro deliberato, fermate import di gas". Ue: "Atrocità russe". Missili su Mykolaiv, nuovo attacco a Odessa | Video L'inviato : "Distrutti depositi di petrolio"

 

Stalin e la questione ucraina: così Lenin si pentì di averlo nominato segretario generale del Pcus

Il 3 aprile 1922 Iosif Stalin diventa Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, una carica creata da Vladimir Lenin per l’uomo che, in quel momento, ritiene essere un suo fidato luogotenente. Lenin è ancora il leader riconosciuto, ma le sue condizioni di salute, dal maggio del 1921, sono precarie in seguito a un ictus che non gli consente più di dedicarsi a tempo pieno all’attività politica e di governo. Il ruolo offerto a Stalin deve fungere anche da copertura a Lenin. L’Ufficio politico del partito ha il compito di controllare la salute del leader, aspetto che per Lenin diventa una indesiderata gabbia poiché gli sono limitate le letture dei giornali e gli incontri.

Il 1922 è un anno di precari equilibri sia per lo stato che per il partito, diviso e solo formalmente unito nel nome di Lenin. Da segretario, Stalin accumula potere e attraverso la gestione delle nomine, delle promozioni e dei trasferimenti crea un corpo di quadri dirigenti a lui fedeli. Stalin non ha lo spessore dei grandi rivoluzionari bolscevichi: non ha il carisma del capo dell’Armata Rossa Lev Trockij, al quale va il merito di avere vinto la guerra civile, ma non ha nemmeno il prestigio di Lev Kamenev, il presidente del Soviet di Mosca, o di Grigorij Zinovev a capo del Comintern, l’Internazionale comunista sorta nel 1919. Kamenev e Zinovev sono in grado di affrontare Lenin sul piano politico e teorico mentre Stalin appare più un uomo con competenze organizzative.

Stalin è anche ministro del primo governo sovietico, delegato alla spinosa questione delle nazionalità. L’Unione Sovietica nasce ufficialmente il 30 dicembre 1922 come frutto di un trattato tra la Repubblica federale russa e le tre repubbliche di Bielorussia, di Ucraina e di Transcaucasia (Armenia, Azerbagian e Georgia). L’Urss sorge e si dissolve – il 31 dicembre 1991 – attorno al tema delle nazionalità, un aspetto fonte di tensione anche nella fase di impianto. Nel maggio del 1923 Sultan Galeev, che voleva realizzare una repubblica nazionale tataro-baskira unendo tutti i musulmani di Russia, è il primo alto dirigente che viene processato per “deviazione nazionalistica”.

In questo quadro anche l’Ucraina esce frustrata dal suo desiderio di indipendenza, in contrasto con i principi di autodeterminazione dei popoli sanciti nel 1918 dalla Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore. L’Ucraina era stata la regione più ricca dell’ex impero zarista e avrebbe potuto godere dell’indipendenza sulla base degli accordi del 1917 (rivelatisi temporanei) di Brest-Litovsk, godendo dell’appoggio della Germania – poi sconfitta nella Prima guerra mondiale – della Francia, troppo lontana per esercitare la sua influenza, e della Polonia, a sua volta intervenuta e sconfitta nell’ambito della guerra civile russa. L’Ucraina resta un’osservata speciale perché animata da forti tensioni controrivoluzionarie durante la guerra civile.

Lenin accusa Stalin di muoversi, nella gestione delle nazionalità, sulla base del precedente nazionalismo zarista russo, un aspetto che ripugna il capo della rivoluzione. Nel febbraio del 2022 il presidente della Russia, Vladimir Putin, ha attribuito a Lenin la colpa dell’esistenza dell’Ucraina ponendosi in linea di continuità con lo sciovinismo zarista e con Stalin.

Molto presto, già a dicembre del 1922, Lenin si rende conto che Stalin non è la persona adatta al ruolo, ammettendo di avere compiuto un errore. Lenin formula la proposta di allontanare Stalin dalla segreteria, ma inutilmente: il potere del leader è ormai solo formale, i suoi articoli vengono pubblicati a distanza di mesi. Eppure la capacità di riflettere sul corso dell’esperienza rivoluzionaria porta Lenin a nuove e più realistiche considerazioni che lo allontanano dall’iniziale intransigentismo, ma la sua riflessione non è più seguita dai membri del partito, ormai incentrati sulle manovre di successione al leader malato. In una lettera, testamento al partito, Lenin esprime le sue più severe critiche a Stalin, avvisando del pericolo gli altri dirigenti, ma la lettera non viene pubblicata e non influisce nelle manovre di successione.

Da straordinario manipolatore, Stalin si presenterà come il più fedele continuatore di Lenin e contro la volontà del leader della rivoluzione, che non voleva cerimonie e mausolei, renderà il corpo di Lenin reliquia ufficiale del regime ribattezzando poi Pietrogrado in Leningrado. Nel corso degli anni, Stalin farà eliminare tutti gli esponenti del partito che potevano metterlo in ombra, compresi Kamenev e Zinovev che l’avevano sostenuto nella fase di successione. Assieme a loro il terrore staliniano – secondo i calcoli dello storico Aleksej Timofejchev – provocherà la morte di oltre sette milioni di persone.

38° GIORNO DI GUERRA---02-04-22

“Mosca sta spostando truppe in Transnistria per attaccare l’Ucraina da Sud-Ovest”. Per la prima volta gli Usa trasferiranno carri armati.

Ucraina come sponda per un nuovo ordine mondiale? Le ambizioni di Cina e Russia oltre la guerra a Kiev. “Xi vuole rompere lo schema americanocentrico”“Russia e Cina continuano a parlare con una sola voce negli affari globali, con l’obiettivo di andare verso un ordine mondiale multipolare, giusto e democratico”. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, al termine dell’incontro con il suo omologo russo, Serghej Lavrov, tornano su un tema caro a Pechino. Ma se negli anni la questione del “nuovo ordine mondiale” è stata sollevata ciclicamente nelle dichiarazioni della Repubblica Popolare, questa riproposizione nel corso di un conflitto, quello in Ucraina, che vede coinvolte a diversi livelli tutte e tre le principali potenze mondiali, Stati UnitiRussia e Cina, assume un significato diverso.Secondo Paolo Magri, direttore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), il messaggio di Pechino è rivolto “soprattutto agli Stati Uniti e al loro braccio militare, ovvero la Nato. Quindi, Pechino fa riferimento a un ordine che preveda più spazio per la Cina che intende mettersi alla guida dei Paesi in via di sviluppo. La Nuova Via della Seta e i Brics sono tutti esempi che esprimono lo stesso concetto, ossia ‘anche noi vogliamo partecipare alla definizione delle regole del gioco, soprattutto in campo economico’”. Una visione, questa, condivisa anche da Vittorio Emanuele Parsi, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’università Cattolica di Milano, che vede però il messaggio cinese più indirizzato “a chi crede che il mondo sotto l’egemonia americana abbia portato più danni che benefici. Gli esempi nella storia recente abbondano, dall’invasione dell’Iraq alla gestione del ritiro dall’Afghanistan, ma anche della crisi economica del 2008. Ciò che stanno dicendo è che vogliono una gestione dell’ordine diversa”, che si allontani da quella americanocentrica.

 NAZIONAL-ESOTERISMO, iper-tradizionalismo (RODNOVERIA), Evola e scontro tra Mondi escatologici:la mostruosa fusione dell'ideologia che muove Putin. Dugin e LA QUARTA TEORIA POLITICA:un'Idra ideologica capace di inghiottire estrema destra, terzoposizionismo ed iper-bolscevismo anti-materialista.

Tra la fine degli anni 1980 e il 1992, Dugin visse a Parigi dove stabilì contatti con Alain de Benoist, il principale ideologo della Nouvelle Droite francese; i due si distanziarono dal 1993, poiché De Benoist non condivideva le mire imperiali dell'eurasiatismo, anche se rimane il pensatore più simile a Dugin in Europa occidentale.[24] Nel 1992 Dugin iniziò a pubblicare il suo giornale, Elementy, il cui titolo riproduceva quello del giornale Élements della Nouvelle Droite debenostiana.[25]

Nel 1990-1991 Dugin fondò l'Associazione Arktogaia, che nel 1993-1994 confluì come nucleo ideologico nel Partito Nazional-Bolscevico che lo stesso Dugin fondò insieme allo scrittore Ėduard Limonov.[23] Negli stessi anni Dugin si dedicò allo studio delle origini dei movimenti nazionali e alle attività dei gruppi esoterici a essi correlati insieme al giornalista di estrema destra Christian Bouchet all'epoca membro dell'Ordo Templi Orientis.[26] Celebrò sia lo zarismo sia la prassi politica di Stalin, oltre a Julius Evola,[7] e fu uno dei collaboratori più prolifici al settimanale Den (Il giorno), uno dei centri ideologici dell'anti-cosmopolitismo russo, attraverso il quale disseminò le teorie eurasiatiste.[23]

In quegli anni Dugin studiò la semiotica geopolitica e le teorie esoteriche del controverso pensatore tedesco Herman Wirth (1885–1981), co-fondatore della Ahnenerbe. Il risultato confluì nel libro La teoria iperborea (1993), in cui Dugin supporta le teorie di Wirth come base per la sua visione eurasiatica che propone come possibile soluzione per colmare il vuoto ideologico lasciato dall'esaurimento di comunismo, liberalismo e democrazia in Russia.[27] Dugin inoltre contribuì alla diffusione della leggenda secondo cui Wirth avesse scritto un'opera fondamentale sulla storia degli Ebrei e sull'Antico Testamento, il cosiddetto Palestinabuch, che avrebbe cambiato la storia del mondo se non fosse andato perduto.[28]

Le differenze ideologiche con Limonov si fecero nel frattempo incolmabili e portano Dugin a uscire dal Partito Nazional-Bolscevico insieme ai militanti più accesamente nazionalisti. Dugin si spostò quindi ancora più a destra, con la fondazione di organizzazioni anti-liberali e anti-progressiste che sempre mantennero un basso profilo, tra le quali il Fronte Nazionale Bolscevico. Dopo la rottura con Limonov, nel 1998 Dugin si avvicinò a Evgenij Primakov e, in seguito, alla cerchia di Vladimir Putin.[29]

Anni 2000: il Movimento Internazionale Eurasiatista[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2000 Dugin fondò un nuovo movimento, il Partito Politico Panrusso Eurasia, che nel 2003 divenne organizzazione non governativa con il nome di Movimento Internazionale Eurasiatista (Mezhdunarodnaye Evraziyskoye Dvizhenie, MED). Ha insegnato all'Università statale di Mosca dal 2008 al 2014, dove era a capo del Dipartimento di Sociologia delle Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Sociologia, mentre dal 2018 ha insegnato all'Università Fudan di Shanghai, in Cina.[30]

Dugin è stato descritto dalla francese Marlène Laruelle, storica dell'eurasiatismo, come senza dubbio il principale ideologo dell'eurasiatismo contemporaneo o neo-eurasiatismo.[31] Nei primi anni 1990 condivise tale primato con Aleksandr Panarin; in un primo momento i due erano in opposizione, in quanto Panarin criticava l'approccio pagano dell'eurasiatismo dughiniano, il quale vede l'uomo come principalmente integrato nel mondo naturale e la civiltà urbana come organismo tendenzialmente parassitario distaccato dal mondo naturale.[31] Panarin si riavvicinò a Dugin nei primi anni 2000, poco prima di morire di malattia, entrando nel Partito Eurasia e scrivendo un preambolo al libro Political Philosophy di Dugin.autore=Matteo Luca Andriola|

Nel 2019 Dugin e Bernard-Henri Lévy — considerati esponenti ideologici di spicco degli opposti sovranismo e mondialismo — si confrontarono sul tema di quella che è stata definita "la crisi del capitalismo" e l'insurrezione dei populismi nazionalisti.[32]

Filosofia di Dugin[modifica | modifica wikitesto]

Fonti da cui Dugin attinge e che sintetizza e supera sono:[33] 1) il tradizionalismo integrale o perennialismo (GuénonEvola e anche il cosiddetto tradizionalismo "morbido" di Eliade e Jung[34]); 2) l'esoterismo occidentale, mediato dall'esperienza del Circolo Yuzhinsky (con MamleyevGolovin e Dzhemal), inclusa l'ariosofia neopagana germanica (specialmente Wirth[35]); 3) Nietzsche e la rivoluzione conservatrice (HeideggerJüngerNiekischSchmitt); 4) il postmodernismo francese (Deleuze e GuattariLacanBaudrillardFoucault); 5) la teologia ortodossa eurasiatista anti-occidentalista (Leont'evDanilevskiGumilëv, Alexeyev); 6) autori di sociologia e antropologia (ŠirokogorovWeberTönniesSombartBoasDurkheimLévi-StraussDurand).[33]

Il pensiero di Dugin è in molti aspetti simile a quello di Alain de Benoist, spesso citato da Dugin stesso, e della Nouvelle Droite francese, e i due ebbero dei contatti tra la fine degli anni 1980 e i primi anni 1990; grandi differenze constano nel fatto che De Benoist non condivide l'idea di un "impero eurasiatico" che saldi l'Europa occidentale alla Russia, e si appoggia solo parzialmente al tradizionalismo integrale, che è invece fondamento imprescindibile per Dugin.[25] Oltre che principale ideologo dell'eurasiatismo contemporaneo,[36] Dugin è elencato tra i circa trenta più influenti ispiratori della rodnoveria (neopaganesimo slavo-russo).[37] Jafe Arnold, uno dei principali studiosi accademici del dughinismo e delle sue radici esoteriche, ha definito il filosofo russo come il pioniere della giunzione tra eurasiatismo, tradizionalismo e geopolitica geofilosofica risultante in un capitolo del tutto nuovo nella storia del tradizionalismo integrale,[38] parte di quello che lo studioso Pavel Nosachev ha definito un nuovo "tradizionalismo russo".[39] Lo studioso Michael Millerman ha messo in luce la centralità del pensiero filosofico-politico di Heidegger nell'opera di Dugin, ritenendo l'heideggerismo il vero cuore del dughinismo a cui eurasiatismo e tradizionalismo sarebbero ancillari.[40] Lo studioso Mark Sedgwick ha definito al contempo il dughinismo come una prassi che unisce in sé sia il tradizionalismo "duro" (orientato all'azione politica radicale; à la Evola) che il tradizionalismo "morbido" (orientato alla contemplazione; degli altri autori tradizionalisti).[41]

Dugin è stato variamente definito da accademici e giornalisti dell'Occidente come il "filosofo più pericoloso al mondo",[42] "uno dei più pericolosi esseri umani sul pianeta", tra i cento "maggiori pensatori al mondo", nonché il "cervello di Putin", il "Rasputin di Putin", il "folle mistico russo", il "guru del Cremlino", e con vari altri epiteti definiti dalla Laruelle come indice di una "ossessione dell'Occidente nei suoi confronti".[43] Il giornalista americano Charles Clover lo ha definito nel suo libro Black Wind, White Snow, basato su un'ampia intervista a Dugin stesso, come "inventore, architetto e impresario del'Eurasia" che ha contribuito alla concezione e alla costruzione della politica russa contemporanea orientandola verso una "conquista della realtà".[44]

Nazionalbolscevismo e quarta teoria politica (4pt)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Nazionalbolscevismo e Partito Nazional Bolscevico.
 

Il 4, simbolo del Dio del Cielo, Dyeus, e simbolo astronomico di Giove, usato come simbolo della 4pt.

«Il regno del nazional-bolscevismo, il Regnum, l'Impero della Fine ... È il ritorno degli angeli, la resurrezione degli eroi, l'insurrezione del cuore contro la dittatura della ragione. Questa Ultima Rivoluzione è compito dell'acefalo, il portatore senza testa di croce, falce e martello, coronato dal sole dello svastika eterno.[45]»

Nel nazionalbolscevismo, "nazione" è da intendersi, come ben esplicito nel russo narod, come un ente integrale, organico, per sua essenza refrattario a qualsiasi suddivisione anatomica, dotato di un suo destino particolare e di una sua struttura unica. Nella dottrina tradizionale ogni nazione è manifestazione di un principio divino, sprituale, angelico. Esso è "al di fuori del tempo e dello spazio" e "purtuttavia costantemente presente nelle vicissitudini storiche della nazione", è un essere di luce, un "pensiero di Dio", la cui "struttura è visibile nelle realizzazioni storiche della nazione, nelle istituzioni sociali e religiose che la caratterizzano, nella sua cultura", nei re divini, nei grandi eroi, nei pastori, nei santi. Esso è l'Assoluto particolarizzato.[45]

"Bolscevismo" è da intendersi come il "marxismo di destra" o "comunismo di destra", "le cui origini risalgono alle antiche società iniziatiche e alle dottrine spirituali di età remote", che conserva le basi mistiche, spirituali, e gnostiche presenti in Marx ma non nel marxismo successivo. Esso è al contempo scevro delle componenti decadenti del marxismo successivo, quali progressismo e umanismo. Tale bolscevismo trovò terreno fertile in Russia e presso altri popoli tradizionali non ancora "alienati dallo Spirito", come la Cina.[45]

Più di recente (dalla pubblicazione di La quarta teoria politica nel 2009), Dugin ha utilizzato il nome di "quarta teoria politica" (abbreviato "4pt") per la sua idea. Quarta in quanto oltrepassante le tre teorie politiche precedenti, che si sono alternate plasmando il mondo moderno—fascismo, comunismo e liberalismo—; quarta in quanto "il numero 4 è il segno di Giove, il pianeta dell'ordine e della monarchia. È un simbolo indo-europeo patriarcale del Dio del Cielo — DyausZeusDeus".[46]

«La Quarta Teoria, nelle parole stesse di Dugin, è un recupero del nazionalbolscevismo che rappresenta "il socialismo senza materialismo, ateismo, modernismo e progressivismo". È altresì un recupero della Tradizione spirituale gnostica ed esoterica originaria e un invito al dialogo costruttivo fra la sinistra radicale e la Nuova Destra debenostiana, oltre che con i vari movimenti Verdi ed ecologisti, superando vecchi steccati ideologici ed approdando a nuove sintesi ideali.[47]»

Secondo Dugin stesso, i sistemi politici-culturali dell'Iran e della Cina odierni sono già delle manifestazioni storiche della quarta teoria politica.[48]

L'asse del sacro e il ciclo escatologico[modifica | modifica wikitesto]

«... la meccanica del processo ciclico, nel quale la corruzione dell'elemento terra (e della corrispondente coscienza umana), la desacralizzazione della civiltà ed il moderno "razionalismo" con tutte le sue logiche conseguenze, sono considerati come una delle fasi della degenerazione.[45]»

Per Dugin, "il centro di gravità della Tradizione si colloca entro una sfera non soltanto non razionale, ma persino non umana"; esso è l'"asse del sacro". L'anello di giunzione tra tradizionalismo e ideologie anti-liberali (molte delle quali storicamente furono anti-tradizionaliste, prefiggendosi la distruzione non solo dei rapporti capitalistici ma di tutte le istituzioni tradizionali — monarchia e chiesa), per Dugin (e per il nazional-bolscevismo) si trova nella concezione tradizionalista della ciclicità delle ere, per cui nella modernità tutte le istituzioni tradizionali "perdono la loro forza vitale, e pertanto l'auto-realizzazione metafisica deve trovare metodi e vie nuove".[45]

Dugin stesso paragona il nazionalbolscevismo e l'eurasiatismo alla filosofia di Julius Evola, alla via della mano sinistra dell'esoterismo occidentale, nonché al buddhismo esoterico e al tantra delle tradizioni di matrice indiana, ossia alle vie di "trascendenza distruttiva", utili per una purificazione del mondo dalla corruzione data dalla degenerazione dell'Occidente liberale-globalista, per una cosciente azione di distruzione delle istituzioni degenerescenti, in un'ottica accelerazionista della fine dei tempi.[45]

Dugin fa proprio il misticismo escatologico indo-ariano conservato dalle tradizioni dell'India e non solo, relativo alla discesa dell'umanità prisca (ariana, successivamente divisasi in rami indoeuropei e turanici) dall'Iperborea (il polo nord, il cui primo centro spirituale fu in Russia, nelle regioni settentrionali della Siberia e degli Urali, da cui gli Ariani si propagarono in tutta l'Eurasia),[53] la corruzione demonica e degenerazione bestiale dell'umanità nell'era corrente (Kali Yuga) determinata da un'apertura, in seno all'apparato tecnocratico della civiltà occidentale, dell'"uovo cosmico" non più dalle altezze del Cielo (polo nord) che permea il mondo con gli spiriti divini, ma dalle bassezze della Terra (polo sud) che permea il mondo con forze ctonie dissolutrici,[54] e il ristabilirsi futuro della giustizia celeste sulla Terra per opera di una nuova incarnazione del Dio supremo del Cielo (il Kalki indù, il Maitreya buddhista, la seconda venuta dell'escatologia cristiana, e la figura equivalente in tutte le altre tradizioni):

«Nella tradizione indo-aria la fine dell'era corrente assisterà al ritorno di Dio sulla Terra. Una nuova gloriosa Età dell'Oro sorgerà. La Sua venuta inizierà una Grande Guerra, dopo la quale Egli fonderà il suo regno millenario. Questa sarà l'era descritta come Krita Yuga negli antichi testi indù — un'età di giustizia, dovere, virtù e felicità; un tempo nel quale il "Grande Dio Bianco" del Cielo regnerà supremo sulla Terra. Nella religione indù sarà il decimo e finale avatāra del Signore ViṣṇuKalki il Distruttore.[55]»

L'escatologia indiana degli yuga è equivalente ad altre escatologie indoeuropee quali la teoria delle ere della tradizione greca formulata da Esiodo e il Ragnarǫk della tradizione germanico-scandinava (eddica).[56] Dugin compara e combina le tradizioni indo-ariane anche con l'escatologia biblica, di derivazione mesopotamica (e quindi essa stessa di matrice ariana, per linea turanico-sumera[57]), per cui secondo Dugin l'era contemporanea rifletterebbe gli eventi narrati nell'Apocalisse di Giovanni, per cui l'Occidente guidato dagli Stati Uniti sarebbe il "Regno dell'Anticristo" guidato da Babilonia la Grande, la Bestia, madre di tutte le prostitute e gli abominii della Terra.[58]

«Gli USA sono una cultura chimerica, anti-organica, trapiantata che non ha né tradizioni statali sacrali né una base culturale, ma che, tuttavia, cerca di imporre il suo modello "babilonico" anti-etnico, anti-tradizionale, anche in altri continenti.[58]»

Ortodossia, cristianesimo e paganesimo[modifica | modifica wikitesto]

Nel solco di altri pensatori tradizionalisti, in una linea di pensiero già tracciata in Russia — rappresentata tra gli altri da Konstantin Nikolaevič Leont'ev —, il cristianesimo, specialmente quello occidentale (cattolico e protestante), è per Dugin e per i pensatori della quarta teoria politica causa e veicolo dell'utilitarismo economico e moralistico e delle forze dissolutorie dell'Occidente morente, per cui Leont'ev affermava che "per noi Russi è più conveniente una fusione con i popoli asiatici e di religione non-cristiana per il semplice fatto che tra di essi non è ancora irrimediabilmente penetrato il moderno spirito europeo".[59] Dugin afferma che le radici dell'ideologia individualista liberale-globalista e del mondo che ha prodotto siano da trovarsi nel nominalismo che prese piede nella teologia cristiana scolastica medievale (cattolica e poi protestante), vale a dire l'idea che i nomi degli enti e delle categorie di enti siano "suoni vuoti" e non rappresentazioni di essenze collettive, prevalendo sul realismo, ossia l'idea che i nomi siano rappresentazioni di essenze spirituali reali che generano gli enti e le categorie di enti.[60]

Il cristianesimo occidentale è vuota "anti-tradizione", a differenza dell'ortodossia russa che ha conservato una tradizione iniziatica esoterica;[61][62] secondo Dugin l'ortodossia russa preserva una connessione con l'antica religione russa, slavo-ariana, con le linee iniziatiche pre-cristiane, che la rendono una continuazione cumulativa di tutta la tradizione spirituale russa che sia pre-cristiana, cristiana o post-cristiana, una tesi sostenuta anche da Mircea Eliade nei suoi ripetuti riferimenti a una "religione cosmica popolare" persistente nell'Europa orientale.[63] Teologicamente, l'ortodossia russa ha mantenuto una visione "manifestazionista" della realtà che permette la continuità tra umano e divino, e la possibilità di deificazione dell'umano, al contrario della visione "creazionista" della realtà che è prevalsa nel cristianesimo occidentale portandolo all'esaurimento.[64] Dugin è per questo vicino sia al movimento della rodnoveria — il recupero neopagano della fede slava indigena — che ai vecchi credenti ortodossi, dei quali è anche un membro iniziato.[62] I vecchi credenti sono quegli ortodossi russi che si distaccarono dalla Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo perché contrari alle riforme occidentalizzanti operate dal patriarca Nikon (1605–1681), che volle allineare la Chiesa russa, nella dottrina e nella pratica, alla Chiesa ortodossa greca, sceverandola dai suoi elementi slavo-russi paganizzanti; secondo Dugin entro l'ortodossia russa sarebbero quindi i vecchi credenti i rappresentanti più genuini della continuità della tradizione spirituale russa, slavo-ariana, integrata con la gnosi escatologica del cristianesimo originario che identifica i Russi come la "Terza Roma" e il Katechon che contrasta l'Anticristo.[65] Secondo la Laruelle, Dugin propone una fusione dell'ortodossia russa con il neopaganesimo in modo tale che la prima si separi definitivamente dal cristianesimo occidentale e si identifichi con la forza nazionale del paganesimo ancorato alla terra russa.[62]

Nel suo testo The Metaphysical Factor in Paganism (1990/1999), Dugin, che segue in ciò Julius Evola, ritiene che siano le religioni pagane (gentili, etnico-indigene; in russo yazychestvo, che letteralmente significa "pratica della lingua [nativa]"), e non le tre religioni monoteistiche, le più adatte a realizzare l'idea imperiale, in quanto permettono quella coesistenza di unità e molteplicità, la molteplicità degli dèi, spiriti o angeli, visti come emanazioni o espressioni dell'Uno cangiante, e quindi la complementarità di immanenza e trascendenza, che è necessaria in un sistema di tipo imperiale.[66]

La Siberia e la restaurazione della civiltà celeste[modifica | modifica wikitesto]

La Siberia è prevista da Dugin avere un ruolo centrale nella nuova identità e nel destino della Russia eurasiatica imperiale; terra di irradiazione nel mondo degli Ariani, ultimo "impero del Cielo" dopo Thule-Iperborea, la Siberia è rimasta "cuore immacolato" dell'Eurasia ai margini dello sviluppo della storia del mondo verso la civiltà occidentale e la sua degenerazione finale assorbita dalla saturazione del polo sud della Terra, preservandosi da essa, e le sue popolazioni, "teofore" (portatrici di Dyeus, TengriDingir), hanno conservato intatta la sapienza estatica originaria degli Ariani,[68] pronte a re-irradiarla e riattivarla nel mondo mentre essa è scomparsa in Occidente, si è indigenizzata in India con l'assorbimento degli Ariani nelle popolazioni nere dravidiche, e si è isolata in un solipsismo contemplativo nell'autosufficienza collettiva della civiltà cinese.[49] I re-sacerdoti dei popoli ariani (indoeuropei-turanici) sono tali per diritto divino, "figli del Cielo", in quanto nascono da madri vergini fecondate dallo Spirito di Dio procedente dal polo nord, o discendono da linee di sangue con tali origini, e sono caratterizzati da capelli biondi o fulvi (biondo-rossi) e occhi azzurri.[49] La Siberia è per Dugin il centro spirituale della Russia-Eurasia dove avviene la messa a terra delle forze del polo nord, la giuntura tra Cielo e Terra; prevalentemente nordica nella genealogia e prevalentemente orientale nella religione, la Russia centrata in Siberia ha per Dugin il destino cosmico di risvegliare tutti i popoli alla rivolta contro l'Occidente e al recupero delle proprie tradizioni religio-politiche, imperiali e indigene,[69] in alleanza con la Cina, con il mondo dell'Islam (specialmente quelle frange, soprattutto sciite iraniane ma anche sunnite turche, che hanno chiaramente identificato il nemico di Dio della fine del mondo, il Dajjal, nell'Occidente), e potenzialmente con l'India, e con un'America meridionale e un'Africa decolonizzate e reintegrate nelle loro essenze autentiche.[70]

La quarta teoria politica apre una lotta escatologica contro tutto ciò che l'Occidente liberale-globalista incarna di nefasto, e apre al recupero di tutto ciò che non è moderno né occidentale: "il pre-moderno, il post-moderno, l'anti-moderno, l'Asia, la tradizione romana".[48] Dugin teorizza la possibilità di una riorganizzazione della società nell'antica tripartizione indoeuropea di sacerdoti, guerrieri e contadini, affinché il Cielo riconquisti la Terra,[6] in quello che identifica come un "socialismo indoeuropeo",[48] o un verticale "platonismo politico".[33] Si tratterebbe di invertire "il processo della modernità che iniziò con il posizionare, all'opposto, il materiale al di sopra dello spirituale, la Terra sopra il Cielo".[6] Come identificate da Georges Dumézil, le caste tradizionali sono tre, mentre la quarta casta, le moderne masse urbane, borghesi nel loro dualismo tra capitalisti e proletari, sono il frutto dell'unione dei rifiuti delle caste tradizionali.[48]

Dasein e Geviert[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Dasein.
 

Dioniso consegnato alla ninfa Nisa, di Jacques Francois Courtin. Dioniso è dualità tra Cielo e Terra, e mediatore tra i due principii, e in quanto tale per Dugin è (come poi Gesù Cristo) un simbolo della modalità propria del Dasein.[71]

Il Dasein rappresenta il futuro nuovo centro per un nuovo inizio di civiltà, nuovo axis mundi, punto di congiunzione tra Cielo e Terra, che nascerà in Eurasia (nonostante, per Dugin come per Evola, il mondo a occidente giungerà prima rispetto all'Oriente all'instaurazione del nuovo ciclo di civiltà, in quanto l'Occidente è giunto ormai al fondo finale della degenerazione[48]), e allo stesso tempo l'uomo nuovo che lo indicherà.[59] "Riflettendosi, il Dasein si fa popolo", lingua, storia, spazio e tempo.[48]

«Il Dasein impone la trasfigurazione dell'uomo ed il suo ricongiungimento alla dimensione del sacro: una conquista e riappropriazione dell'ordine sovrannaturale attraverso l'identificazione di Essere e divenire. ... Egli è un Soggetto partecipe del Divino, ed in quanto tale, di fronte alla constatazione dell'allontanamento dalla norma, tende a ristabilire l'ordine; a riappropriarsi della dimensione del sacro, e dunque a preparare la via per il nuovo Avvento.[59]»

«L'Esserci in Heidegger, rileva Dugin, è in stretto rapporto con il Geviert, il Quadrato che consente di intendere, oltre la comprensione impostasi con la metafisica, la relazione Essere-Evento. In tal senso il Dasein è l'uomo reintegrato nelle sue possibilità originarie, l'uomo tradizionale aperto al cosmo e all'influenza delle potestates che lo animano, oltre il dualismo razionalista soggetto-oggetto.[5]»

Il Dasein è anche "una forma esistenziale di comprendere il popolo, che si oppone alle teorie dei liberali, con la loro idea vuota e insignificante di individuo; alle teorie dei comunisti, basate su classi e collettività, concetti altrettanto vuoti che non si oppongono affatto a quelli liberali, poiché questo tipo di collettività è solo un agglomerato di atomi individuali, come già detto; e, infine, alle teorie dei nazionalisti, che si rifanno al concetto di Stato nazionale, altra idea borghese antitetica all'impero e all'idea del sacro".[48]

Il Dasein e il Geviert in cui si manifesta, nella post-modernità "liquida" risultata dall'involuzione delle caste sono completamente occultati e operanti nel nascondimento, sono funzione di ciò che Dugin chiama il "Soggetto Radicale" (o, secondo una traduzione migliore che lui stesso ha proposto, il "Sé Radicale"[56]), corrispondente all'"Individuo Assoluto" o "Uomo Differenziato" di Evola. Il Dasein è l'essenza ed esperienza più radicale dell'uomo, "pura presenza dell'intelletto", ciò che rimane dell'uomo quando è liberato da qualsiasi forma storica secondaria, e non è né individuale né collettivo. Tale pura presenza dell'intelletto si schiude solo quando l'uomo si trova di fronte alla morte. E "tale Risveglio non è un'idea trascendente, ma un'esperienza immanente, che deve tornare a essere la radice della politica".[48] Dugin compara il Soggetto Radicale anche alla "Persona Assoluta", forma dell'Assoluto personificato, del pensiero indiano, il Param Atman, che in quella che definisce "trascendenza immanente" è sempre centro anche laddove non è possibile averne uno, come nel mondo liquido postmoderno, dove non v'è simmetria che dia forma.[48]

Il Soggetto Radicale si manifesta "quando è saltata la trasmissione regolare delle forme del sacro" e, non trovando altro che il nulla intorno a sé, ossia il mondo liquido dato dal dissolversi di tutte le forme tradizionali, punta a una nuova fondazione.[48] Dugin valorizza ai massimi livelli un'azione storico-politica che assuma tratti poietici, magico-rituali, demiurgici, come tipico della tradizione slavofila.[5]

«Noi non vogliamo restaurare alcunché, ma far ritorno all'Eterno, che è sempre fresco, sempre nuovo: questo ritorno è dunque un procedere in avanti, non a ritroso. Il Soggetto Radicale, inoltre, si manifesta tra un ciclo che finisce e uno che nasce. Questo spazio liminale è più importante di tutto ciò che sta prima e di tutto ciò che verrà dopo.[48]»

Diversamente dalla parcellizzazione riduzionista e analitica della realtà promossa dalla modernità razionalista e liberale, per Dugin come per la tradizione originale platonica e indo-europea, ed eurasiatica tutta, v'è "unità fondamentale delle strutture della conoscenza, della società e del cosmo", quindi l'uomo è veicolo di trasporto della "trascendenza nell'immanenza inverando il Cielo sulla Terra":[33]

«... l'uomo è un anello della catena degli dèi. Egli è teso tra le due origini (nachala), e compie da sé, con la sua esistenza, il trasferimento dell'una nell'altra, come un demiurgo, un dio ... Egli crea l'ordine del cosmo, organizza le copie, e dissolve i fenomeni nella contemplazione delle idee.»

 

37° GIORNO DI GUERRA---01-04-22

Guerra Russia-Ucraina, ucciso miliziano italiano nel Donbass: è stato colpito da una bomba a mano. Combatteva con i separatisti

https://www.youtube.com/watch?v=gUuSy9MhIS4

Un miliziano italiano di 46 anni, Edy Ongaro, combattente con le forze separatiste del Donbass, è rimasto ucciso il 30 marzo in battaglia, nel villaggio di Adveedka, a nord di Donetsk. È stato colpito da una bomba a mano. La notizia, diffusa la sera del 31 marzo con un post dal Collettivo Stella Rossa Nordest, è stata confermata all’Ansa da Massimo Pin, amico di Ongaro, in contatto con esponenti della ‘carovana antifascista’ che si trova nell’Oblast.

Lo ricorda lo stesso Collettivo Stella Rossa – Nordest su Facebook: “Si trovava in trincea con altri soldati quando è caduta una bomba a mano lanciata dal nemico. Edy si è gettato sull’ordigno facendo una barriera con il suo corpo. Si è immolato eroicamente per salvare la vita ai suoi compagni”. Ongaro, di Portogruaro (Venezia) combatteva con le forze separatiste filo-russe e si trovava nel Donbass dal 2015. Il “martirio” di Edy Ongaro “serva a rompere il castello di bugie di questa guerra, ma soprattutto a rilanciare la lotta antifascista e internazionalista. Il sacrificio di Edy mostri la forza del proletariato che saprà portare al trionfo del comunismo”, proseguono i compagni del miliziano italiano: “Era un compagno puro e coraggioso ma fragile ed in Italia aveva commesso degli errori. In Donbass ha trovato il suo riscatto, dedicando tutta la sua vita alla difesa dei deboli e alla lotta contro gli oppressori. Ha servito per anni nelle fila di diversi corpi delle milizie popolari del Donbass fino alla fine dei suoi giorni. Ti salutiamo Compagno Partigiano con il motto che ti era tanto caro: ‘Morte al fascismo, libertà al Popolò”, si conclude il post.

Nel 2015 Ongaro parlava in un’intervista della propria decisione di raggiungere la regione per unirsi alle forze filo-russe contro l’Ucraina. “Mi chiamo Edy Ongaro, nome di battaglia Bozambo. Vengo dalla provincia di Venezia, Giussago di Portogruaro, un piccolo paesino come tanti in mezzo alla campagna”, diceva nell’intervista a Spasidonbass.ru riproposta all’epoca da Antenna 3.
“Con molto orgoglio e molto onore posso dire di essere parte della Prizrak, questo battaglione internazionalista, mi sento dal primo momento tra compagni e compagne. In ogni Stato, in ogni parte del globo c’è qualche minoranza, qualche etnia che viene calpestata e allora bisogna reagire”, dice nell’intervista. A spingerlo nel Donbass “Il rispetto verso se stessi e verso gli altri: questo dovrebbe portare molte persone, soprattutto per chi come me era in condizioni deplorevoli, scandalose per uno stato che si dice civile”, a fare la stessa scelta di ‘Bozambo’. “A queste persone dico; se potete, venite qui“, diceva. “Finché ci sarà aria nel mio corpo e finché sangue scorrerà, da qui non uscirò mai. La mia scelta è restare qui, sto cercando di avere la cittadinanza in queste repubbliche”.Ongaro era stato implicato in una rissa in un bar di Portogruaro, dove aveva colpito l’esercente con un calcio all’addome, scagliandosi alla fine anche contro un carabiniere. Concessi i termini a difesa, Ongaro era stato rimesso in libertà dal giudice in attesa del processo, ed era sparito. Da allora di lui erano arrivate solo notizie via social. In Donbass, già all’epoca, si era arruolato con i separatisti della brigata Prizrak, composta soprattutto da foreign fighter. Per i filo-russi era diventato una specie di eroe, incurante di rischiare la vita sotto le bombe per combattere contro il governo di Kiev, a fianco “di tutti i civili neo-russi che hanno visto l’inferno in terra”. “Questo è il nostro giorno” aveva scritto quando Vladimir Putin aveva firmato in diretta tv il decreto col cui la Russia riconosceva l’indipendenza dall’Ucraina delle repubbliche del Donbass. Il suo nome di battaglia,”Bozambo“, era stato scelto in ricordo di un partigiano della seconda guerra mondiale, e sosteneva che a spingerlo alla lotta con i ribelli filo russi delle repubbliche di Donetsk e Luhanskm sarebbe stato il ricordo delle violenze inferte dai fascisti alla sua famiglia. (Foto: dal profilo Fb del Collettivo Stella Rossa Nordest)

 

 

Scontri a nord e a est di Kiev, “Bucha è stata liberata”. Nuovo scambio di prigionieri con l’esercito russo. Croce rossa: “Impossibile evacuare civili da Mariupol”.

Guerra Russia-Ucraina, da Irpin all’inferno di Bucha: la battaglia a nord-ovest di Kiev per allontanare i tank di Mosca dalla capitale

Dal trionfo di Irpin all’inferno di Bucha. Lunedì, attorno alle 16,30, è stato lo stesso sindaco della cittadina alle porte di Kiev a dare la positiva notizia per il fronte ucraino attraverso il suo canale Telegram al termine di una giornata campale. La capitale ha respirato i combattimenti, specie la parte a nord-ovest, proprio in direzione dei due centri della cintura, distanti tra loro una manciata di chilometri e a venti minuti di macchina da Maidan. Il messaggio postato dal sindaco-combattente, Oleksandr Markushin, è stato ripreso in fretta dagli altri canali Telegram e poco dopo è arrivata la conferma. Le battaglie decisive per evitare lo sfondamento dei tank russi con la Z sul ferro si sono sviluppate proprio in quel fazzoletto di terra.

Negli ultimi giorni i combattimenti si sono fatti più intensi. In realtà la cacciata dei russi da Irpin era stata annunciata verso la metà della passata settimana, ma la conquista non era stata totale. Di riflesso, mentre a Irpin il primo cittadino celebra la notizia sulle ceneri di una cittadina che in sostanza non esiste quasi più, a pochi chilometri a nord la situazione resta drammatica: “Colpi contro le case dei civili, infrastrutture distrutte, fuoco sui cittadini in fase di evacuazione: l’esercito russo sta commettendo crimini inenarrabili su Bucha. Non li perdoneremo”, è il commento di un portavoce militare di Kiev rilasciato nel pomeriggio.

Stando a quanto riferito da una delle due parti coinvolte nel conflitto, la situazione a Bucha sarebbe drammatica. A una ventina di chilometri in linea d’aria, l’eco dei bombardamenti e dei colpi di artiglieria è stata una fedele compagna per tutto il corso della giornata. I ripetuti boati alternati al suono delle sirene che oggi hanno riecheggiato tre volte nel corso della giornata su Kiev. Una situazione divenuta una prassi ormai. La capitale è ridotta a uno scheletro vuoto, soprattutto nella zona periferica a nord-ovest. Gli abitanti della zona sembrano ormai rassegnati e a ogni suono della sirena nessuno reagisce con particolare ansia. Eppure le bombe e i proiettili cadono a pochi chilometri.

Se l’esercito ucraino dovesse riuscire a respingere le truppe russe ancora più indietro, verso nord e verso il confine bielorusso, a Kiev si aprirebbe una nuova partita e soprattutto si allenterebbe la morsa. La città ha un aspetto spettrale, le strade sono semivuote e tutti i negozi, gli uffici e le attività sono chiuse. Solo nella zona centrale tra il quartiere olimpico e piazza Indipendenza, lungo via Shota Rustaveli, alcuni caffè e ristoranti sabato hanno timidamente riaperto i battenti. Soprattutto i giovani ne stanno approfittando. Servizi attivi anche all’interno della stazione ferroviaria con i convogli da e per Leopoli e Kharkiv operativi, ma per il resto, a parte farmacie, qualche ‘magazin’, un paio di banche e i venditori ambulanti, tutte le saracinesche sono abbassate. L’attesa normalità è ancora lontanissima.

 

Mosca accusa: colpito deposito di petrolio in Russia. Difesa ucraina: “Non siamo stati noi”. Perché Belgorod è una zona cruciale per Kiev.

 

 

36°  GIORNO DI GUERRA---31-03-22

Putin: gas pagato in rubli da domani o stop a contratti. Scholz: “Si usa l’euro, gli ho detto che resterà così”. Francia e Germania “pronte al blocco delle forniture”

“Non c’è un cessate il fuoco a Mariupol, la città è ancora sotto attacco. Il cessate il fuoco riguarda i corridoi umanitari, il segmento che va da Berdyansk a Zaporizhzhia“. Lo ha detto la vicepremier ucraina con delega alla Reintegrazione dei Territori Occupati, Iryna Vereshchuk, incontrando in videocollegamento i media internazionali a Leopoli. Inoltre, ha spiegato, “non abbiamo un mediatore, non ci sono organi terzi che possono verificare l’eventuale violazione del cessate il fuoco

”.

Putin firma decreto per coscrivere 134.500 persone

Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto sulla coscrizione primaverile per “effettuare dal 1 aprile al 15 luglio 2022, la coscrizione di cittadini russi di età compresa tra 18 e 27 anni che non sono nella riserva (…), per un totale di 134.500 persone“, si legge nel testo del documento pubblicato sul portale Internet ufficiale di informazioni legali, come riporta l’agenzia russa Ria Novosti.

 

35° GIORNO DI GUERRA---30-03-22

Ministero difesa ucraino: “Nessun ritiro di truppe russe da Kiev e Chernihiv”

 

A differenza di quanto annunciato da Mosca, non c’è nessun ritiro su vasta scala dei russi dalle aree di Kiev e Chernihiv ma solo movimenti limitati. Lo comunica Oleksandr Motuzyanyk, portavoce del ministero della Difesa ucraino. “Il nemico ha ritirato le unità che hanno subito le perdite maggiori per rifornirle”, rende noto Motuzyanyk, aggiungendo che “l’assedio di Chernihiv continua, come missili e colpi di artiglieria lanciati dalle forze russe”.

L'aggiornamento militare sulla guerra in Ucraina: Putin cerca una via  d'uscita?- Corriere.it

34° GIORNO DI GUERRA---29-03-22

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Colloqui Russia-Ucraina, c’è una bozza dell’accordo. Neutralità e ingresso in Ue: cosa prevede il testo.

 

Ucraina, l’offensiva russa compie il suo primo mese. Le campagne precedenti: dai 40 giorni in Iraq ai quattro anni dell’assedio di Sarajevo

Ucraina, l’offensiva russa compie il suo primo mese. Le campagne precedenti: dai 40 giorni in Iraq ai quattro anni dell’assedio di Sarajevo

Le armate di Vladimir Putin sono ferme da giorni sulla stessa linea di combattimento e non hanno ancora conquistato le principali città, nonostante la massiccia campagna di bombardamenti: il piano di completare l'intera operazione in 15 giorni appare sempre più irrealistico. Se si guarda indietro ai conflitti degli ultimi decenni, prendere il controllo di uno Stato a suon di bombe non si è mai rivelata un'operazione rapida per chi ci ha provato. Ecco i precedenti

La guerra russa in Ucraina sta per compiere un mese e non sembra vicina a interrompersi. Secondo le informazioni del Pentagono le armate di Vladimir Putin sono ferme da giorni sulla stessa linea di combattimento e non hanno ancora conquistato le principali città (qui la mappa dell’invasione), nonostante la massiccia campagna di bombardamenti e attacchi missilistici. Col senno di poi sembra ancora più irrealistica la tabella di marcia contenuta in presunti documenti russi – la cui autenticità non è mai stata confermata – secondo cui l’intera operazione si sarebbe dovuta completare in 15 giorni. Il governo di Mosca ha forse peccato di ottimismo pensando all’offensiva in Crimea del febbraio 2014, quando alle milizie bastarono poco più di cinque giorni (23-28 febbraio) per prendere il controllo delle sedi istituzionali: in quel caso però si trattava di una sola regione a maggioranza russofona che non venne difesa (o quasi) dall’esercito di Kiev. Se invece si guarda indietro alle campagne militari degli ultimi decenni, prendere il controllo di uno Stato a suon di bombe non si è mai rivelata un’operazione rapida per chi ci ha provato, cioè – in quasi tutti i casi – l’alleanza occidentale a guida statunitense.Afghanistan – L’operazione Enduring freedom iniziò il 7 ottobre del 2001 con i bombardamenti di Usa e Regno Unito contro Al Qaeda e i Talebani. All’inizio furono colpite Kabul e Kandahar (dove risiedeva il leader talebano, il Mullah Omar) poi gli obiettivi di comando, controllo e comunicazione. Nell’attacco vennero utilizzate tutte le migliori tecnologie a disposizione: i Talebani peraltro possedevano una debolissima contraerea, il che permetteva ai velivoli di operare senza grandi pericoli. Nonostante ciò, fino all’inizio di novembre i guerriglieri islamici conservavano ampie porzioni di territorio: per piegarli vennero lanciate quasi settemila tonnellate di bombe BLU-82, tra le più potenti al mondo. Il 12 novembre le forze talebane abbandonarono Kabul, il 26 cadde Kandahar. Solo dopo la battaglia di Tora Bora (12-17 dicembre) fu possibile instaurare il governo provvisorio con a capo Hamid Karzai, che giurò il 22 dicembre. Ma gli attacchi aerei sulle sacche di resistenza continuarono per tutto l’anno successivo: solo il 1° marzo del 2003 il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dichiarò la “fine dei combattimenti”, che di fatto però non si realizzò mai del tutto fino al 2021, con la riconquista del Paese da parte dei talebani.
Durata dell’offensiva: 510 giorni (7 ottobre 2001 – 1° marzo

 2003)Iraq – Il rovesciamento di Saddam Hussein da parte degli Usa – considerata un’operazione molto rapida – impiegò quaranta giorni per realizzarsi. La guerra iniziò la mattina del 20 marzo del 2003 con l’invasione del Paese. Già in serata le forze britanniche e i marines avevano occupato il porto di Umm Qasr, impossessandosi dei giacimenti petroliferi del sud, e si trovavano in prossimità di Bassora, che però fu presa solo il 6 aprile. Gli iracheni opposero resistenza per alcuni giorni nei pressi di Hilla e Karbala, aiutati da una tempesta di sabbia e dalla necessità americana di rifornire i propri mezzi. Il 9 aprile, tre settimane dopo l’inizio dell’invasione, gli americani entrarono nella capitale irachena con la battaglia di Baghdad. Di lì a poco le rimanenti difese irachene crollarono: il 10 aprile i curdi entrarono a Kirkuk e il 15 aprile cadde anche la città natale del rais, Tikrīt. Il 1º maggio 2003 il presidente Bush atterrò sulla portaerei Abraham Lincoln e vi tenne un discorso avendo alle spalle uno striscione con la scritta mission accomplished (missione compiuta). La cattura di Saddam però risale solo al 13 dicembre successivo.
Durata dell’offensiva: 42 giorni (20 marzo 2003 – 1° maggio

 2003)Libia – L’intervento militare mirato a deporre Muammar Gheddafi durante la prima guerra civile libica fu inaugurato il 19 marzo 2011 dalla Francia con un attacco aereo diretto contro le forze terrestri del raìs attorno a Bengasi. Seguirono offensive di altri Stati, dapprima portate avanti in autonomia e poi unificate il 25 marzo sotto l’operazione Unified protector a guida Nato. La coalizione – composta inizialmente da Belgio, Canada, Danimarca, Italia, Francia, Norvegia, Qatar, Spagna, Regno Unito e Usa – si ampliò fino a comprendere 19 Paesi. Le missioni aeree e i lanci di missili Tomahawk della Nato miravano siti militari, antiaerei e forze lealiste di terra, con particolare impegno dell’aeronautica francese e britannica. In soli due giorni, dal 31 marzo al 2 aprile, le forze Nato condussero 178 operazioni e 74 attacchi aerei in Libia, potendo contare su una forza complessiva di 205 aerei e 21 navi. Le operazioni portarono – momentaneamente – alla conquista di Tripoli, Sirte e di quasi tutta la Libia. Il 20 ottobre 2011 Gheddafi venne ucciso dai ribelli mentre si nascondeva e alla fine del mese le forze alleate si ritirarono.
Durata dell’offensiva: 251 giorni (19 marzo 2011 – 20

 ottobre 2011)  Bosnia –assedio di Sarajevo, il più lungo nella storia bellica della fine del XX secolo, si protrasse dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Vide scontrarsi le forze del governo bosniaco sostenuto dalla Nato, che aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, contro l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache, che miravano a distruggere il neo-Stato indipendente della Bosnia ed Erzegovina. Tra aprile e maggio 1992 Sarajevo fu completamente isolata dai serbi: le principali strade che conducevano in città furono bloccate, così come anche i rifornimenti di viveri e medicine. I servizi come l’acqua, l’elettricità e il riscaldamento furono tagliati. Nella seconda metà del 1992 e nella prima metà del 1993 l’assedio raggiunse il suo apice: i rapporti indicano una media di 329 esplosioni al giorno, con un massimo di 3.777 bombe sganciate il 22 luglio 1993. Quando i serbi effettuarono un raid contro un sito armi dell’Onu, i jet della Nato iniziarono l’operazione Deliberate Force attaccando depositi di munizioni serbi e altri obiettivi militari strategici. Nell’ottobre 1995 fu raggiunto il cessate il fuoco e il 14 dicembre fu firmato l’accordo di Dayton sui confini e l’assetto del nuovo Stato. Il governo bosniaco non dichiarò la fine dell’assedio di Sarajevo fino al 29 febbraio 1996.
Durata dell’offensiva: 1425 giorni (5 aprile 1992-29 febbraio 1996)

32° GIORNO DI GUERRA

Ucraina, nuovo round di negoziati: si terrà in Turchia. Il sindaco di Mariupol: ‘Russi controllano le periferie’. Armi, Zelensky insiste: ‘All’Occidente manca coraggio’

Bosnia, la “piccola Jugoslavia” dove torna la paura della guerra. L’Onu teme la nascita di un esercito separatista serbo, ma anche i croati puntano alla spartizione---Oltre le pareti vetrate della grande sala stampa del Parlamento bosniaco, il rappresentante speciale degli Stati Uniti per i Balcani occidentali, Gabriel Escobar, lunedì mattina ha rassicurato tutti. “La Bosnia-Erzegovina resterà un Paese sovrano e indipendente”, ha detto il diplomatico di fronte a decine di giornalisti impegnati a prendere appunti sulle sorti del loro stesso Paese. Le sue dichiarazioni sul fatto che “una guerra non ci sarà” sarebbero state scontate fino a qualche mese fa. Ma hanno smesso di esserlo negli ultimi giorni, ossia da quando il membro serbo della presidenza tripartita, Milorad Dodik, ha arricchito la sua retorica secessionista di progetti concreti per realizzare istituzioni indipendenti in ambito militare, giuridico e fiscale. Settimana scorsa era diventato un caso internazionale il rapporto in cui l’Alto rappresentante Onu per il Paese, Christian Schmidt, sottolineava che se i separatisti serbi, storici alleati dei russi, arriveranno alla creazione di un proprio esercito sarࠓmolto realistica” la prospettiva di un ritorno al conflitto. Come rappresaglia, la Russia aveva minacciato di porre il veto all’estensione della missione militare Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina (il dispiegamento di forze internazionali che dal 2004 hanno il compito di mantenere la pace nel Paese), se nel testo da adottare non fossero stati tolti tutti i riferimenti al report di Schmidt. Alla fine, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità il prosieguo della missione, ma alle condizioni imposte dai russi, che sono così riusciti a minare l’autorità dell’Alto rappresentante. E a dare implicitamente credito alla politica separatista del leader del partito nazionalista Snsd Dodik, che ha emanato dallo scorso luglio centinaia di proposte per smantellare pezzo dopo pezzo i propositi unitari degli accordi di Dayton, i trattati di pace siglati nel 1995 e sulla cui fragile e anacronistica architettura si basa la stabilità della Bosnia-Erzegovina. Anche se le crepe più profonde sembrano avere epicentro in Republika Srpska (entità a maggioranza serba che compone il Paese insieme alla federazione croato-musulmana), tutte le parti in causa hanno le proprie responsabilità. “La Bosnia Erzegovina intesa come Stato sovrano non raggiungerà mai la normalità se non verrà messa fine a questa crisi – racconta a Ilfattoquotidiano.it Zlatko Dizdarević, giornalista e intellettuale bosniaco di fama internazionale – Il problema è che in questo Paese il nazionalismo, l’odio, la preparazione al conflitto rientrano in un progetto politico portato avanti dai leader di tutte e tre le parti. Le ambizioni e le idee di questi politici sono diverse, ma l’obiettivo finale è lo stesso”.

 

 

 

L'AVANZATA

 

Mariupol, i tank russi all'assalto finale

Il patto tra Hezbollah e la Wagner: "800 mercenari dalla Siria combatteranno con i russi in Ucraina". Ecco lo scenario

La notizia diffusa da una tv araba e rilanciata da Novaya Gazeta: i primi 200 uomini sarebbero già atterrati a Gomel, in Bielorussia. Obiettivo è la guerra casa per casa, per spezzare la resistenza delle città occupate. Ma mancano conferme indipendenti

Ucraina, nuovi raid russi su Kiev, Leopoli e Chernihiv

 

31° GIORNO DI GUERRA---26-03-22

Ucraina, la Russia rivendica un attacco dal mare nella regione di Zhytomyr: il video del lancio dei missili

 

30° GIORNO DI GUERRA--- 25-03-22

Missili russi sul comando dell’aviazione dell’Ucraina. Mosca: “Il controllo del Donbass l’obiettivo minimo”. Xi a Johnson: “Creare condizioni per arrivare a pace”

Secondo quanto riferito da Roman Tsymbaliuk, ritenuto l’ultimo giornalista di Kiev ad aver lasciato la Russia a gennaio, il colonnello Yuri Medvedev, comandante della 37/ma brigata fucilieri motorizzati, è stato travolto da un suo sottoposto con un tank. Sarebbe stata una protesta per via dell’alto numero di perdite della sua unità nel conflitto. Dei circa 1.500 componenti con cui il suo battaglione aveva iniziato la guerra, tra morti e feriti ne avrebbe perso la metà.

Le immagini del comandante trasportato in un ospedale in Bielorussia con gravi ferite alle gambe hanno fatto il giro dei social, dopo essere state condivise anche da un account del leader ceceno Ramzan Kadyrov, fedelissimo del presidente Vladimir Putin. Fonti russe hanno elogiato l’alto ufficiale, cui sarebbe stata promessa una medaglia al valore e un risarcimento in denaro. Ma ad alcune ore dall’incidente, l’intelligence occidentale, citata da media britannici, ne avrebbe confermato la morte. Non ci sono invece informazioni sulla sorte del militare che lo ha investito. La ricostruzione arriva mentre appaiono sempre più forti le tensioni tra le truppe di Putin. Le notizie sulle perdite in battaglia sono sempre più gravi: Mosca ha confermato oggi 1.385 soldati uccisi e 3.825 feriti, mentre per Kiev e la Nato i morti sono dieci volte di più, tra cui decine di alti ufficiali, come in dieci anni di guerra in Afghanistan. I russi avrebbero poi lasciato sulle strade dell’Ucraina anche decine di tank e altri mezzi corazzati. Dei 115-120 Gruppi tattici di battaglione con cui aveva iniziato la guerra, almeno una ventina sarebbero fuori dai giochi. Una situazione di difficoltà che anche gli alti comandi di Mosca sembrano propensi a riconoscere: l’orizzonte del 9 maggio per la fine del conflitto – giorno simbolico della vittoria sovietica sul nazismo – potrebbe servire anche a calmare le truppe con una data-limite per il ritorno a casa.

 

29° GIORNO DI GUERRA - - - 24-03-22

Kiev, militari ucraini distruggono nave russa nel porto occupato di Berdyansk: le prime immagini

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate ucraine sostiene di aver colpito e distrutto la nave da sbarco russa "Orsk" ancorata nel porto di Berdyansk. Da stamane ci sono fiamme nel porto della citta' occupata dai russi nella provincia di Zaporizhzhia, situata circa 70 chilometri a sudovest di Mariupol, sul mare di Azov. Sui social si vedono foto con densi pennacchi di fumo nero che si levano dalle banchine. "Ce ne saranno altre", assicurano da Kiev.   Leggi gli aggiornamenti.

SUL TERRENO

"Irpin torna nostra": gli ucraini allontanano i russi dalla capitale

 

 

28° GIORNO DI GUERRA ---23-03-22

Putin: “Entro una settimana pagamenti per gas solo in rubli”. La valuta russa si rafforza. La Ue propone una task force per l’acquisto comune. Mentre a Mariupol si combatte casa per casa, cresce la tensione a livello diplomatico. La Polonia espelle 45 funzionari russi, il Cremlino replica. Intanto Biden, in volo verso l’Europa, dice che l’uso di armi chimiche è minaccia reale. Giovedì vertici con Nato e Ue –

Carta di Laura Canali - 2022

27° GIORNO DI GUERRA---22-03-22

Cresce la pressione sull'Ovest dell'Ucraina, aumentano i timori di un ingresso in guerra della Bielorussia

Le sanzioni fanno paura a Putin? Non molto, in realtà, grazie alla sua finanza parallela occulta triangolare

Fanno davvero paura le sanzioni occidentali a Putin? In realtà, non molto. Ma paventarle, serve come “merce” di scambio nelle trattative. Ci sta, nella cinica visione geopolitica putiniana. D’altra parte, incombe sull’Europa che sta condannando Putin il rischio di una grave crisi finanziaria, anche tenendo conto della storica e viscerale avversione degli investitori alle misure di ritorsione che toccano ineluttabilmente l’economia reale. Lo scopo del Cremlino è evidente: destabilizzare le potenze occidentali grazie al ricatto energetico, ossia colpendo il polmone delle loro economie. E obbligandole ad una nuova ripartizione delle risorse mondiali, e anche di quelle tecnologiche (tra le conseguenze della guerra in Ucraina, vi è quella che coinvolge i servizi informatici, dagli acquisti on line alle prenotazioni alberghiere, dalle operazioni di sorveglianza alle operazioni bancarie: parecchie multinazionali hanno parte delle loro società basate nell’Europa dell’Est, in ballo ci sono un milione di dipendenti e sviluppatori). Per fronteggiare strategicamente le sanzioni, la Russia dispone di riserve in valuta al momento di poco sopra i 630 miliardi di dollari, di cui una parte è bloccata in certi paesi. Inoltre vanta la quinta riserva aurea mondiale, pari a 2361,64 tonnellate d’oro depositate nei caveaux della Banca Centrale russa: gli Stati Uniti ne hanno 8134, la Germania 3362, l’Italia 2452 e la Francia 2436. Dal 2008, dopo la crisi finanziaria mondiale, la Russia ha cominciato ad acquistare oro regolarmente e in modo massiccio. Allora, il suo stock era di 500 tonnellate. Nel 2012 aveva superato la barriera delle 800 tonnellate, nel 2014 – in concomitanza con le sanzioni comminate per l’annessione della Crimea – i depositi di oro russo hanno raggiunto quasi mille tonnellate. Ma la vera accelerazione si è avuta nel biennio successivo: 1500 tonnellate nel 2016, 1900 nel 2018, 2300 nel 2020. Negli ultimi cinque anni Mosca ha sviluppato all’estero quella che molti analisti occidentali hanno definito “shadow finance”, una vera e propria finanza ombra, parallela a quella dei mercati principali ma che opera clandestinamente o quasi, sfruttando l’uso delle cyber valute e del denaro sporco, sulla falsariga delle esperienze condotte per esempio dall’Iran e dalla Corea del Sud, o dalla grande criminalità organizzata, ma anche dai talebani o dall’Isis (che si finanziava col contrabbando del petrolio, col traffico della droga e dell’arte rubata).

L’export russo di gas e petrolio incide oltre il 55 per cento del bilancio statale, una risorsa vitale in valuta. Coi nostri soldi Putin ha riorganizzato ed ammodernato le forze armate. Per aggirare il taglio delle forniture all’Occidente – sempre che ci sia… – Mosca avrà considerato sbocchi alternativi, magari incoraggiando nuovi clienti con tariffe concorrenziali (vedi Cina, India, Turchia). Senza dimenticare che le sanzioni decise nel 2014 non sono state poi così efficienti come qualcuno potrebbe credere: da quel momento, la Russia ha progressivamente diversificato le sue relazioni commerciali, rafforzando l’autonomia della sua produzione industriale, ed aggirando il boicottaggio con sistematiche triangolazioni, tramite società ombra (con sedi sociali e nazionalità straniere), società dalle quali dipendeva e continua a dipendere un fitto reticolo di transazioni elaborate all’estero per gestire il commercio formalmente proibito dalle sanzioni ma violato allegramente da nugoli di imprenditori poco scrupolosi che coi russi hanno così fatto lucrosi affari: un segreto di Pulcinella, peraltro a cui ha fatto allusione lo stesso Putin quando ha messo in guardia l’Italia nel caso applicasse le sanzioni decise da Washington e da Bruxelles.

Ma non è solo un peccato italiota. Le Monde, la scorsa settimana, ha pubblicato cinque puntate (ognuna una pagina intera) di un’inchiesta sulle grandi aziende francesi che hanno mantenuto, nonostante le sanzioni, ottimi rapporti con la Russia e che non intendono (per esempio Total e Renault) rinunciare al ricco e indispensabile mercato russo. Aspettiamoci, poi, l’ennesima beffa delle “compensazioni” per i presunti mancati affari degli imprenditori nostrani con la Russia, quando venderanno lo stesso i loro prodotti a società intermediarie (in Serbia, in Cina…) che li gireranno a Mosca. Tanto paga Pantalone.

Guerra Russia-Ucraina, gli ultimi giornalisti rimasti a Mariupol raccontano i 20 giorni nella città bombardata: il reportage dell’AP

Venti giorni a Mariupol. Venti giorni fatti di bombe, di connessioni difficili, se non impossibili. Venti giorni di “morti in ospedale, cadaveri nelle strade e di dozzine di corpi spinti in una fossa comune”. L’ultimo video-giornalista rimasto a Mariupol Mstyslav Chernov, insieme con il fotografo Evgeniy Maloletka, ha raccontato in un lungo reportage dell’Associated Press i suoi giorni nella città ucraina assediata dai russi. Dalla partenza verso il porto che affaccia sul Mar d’Azov alla fuga “forzata” dalla città.

“I russi ci stavano dando la caccia. Avevano una lista di nomi, inclusi i nostri, e si stavano avvicinando. Eravamo gli unici giornalisti internazionali rimasti nella città ucraina di Mariupol e da più di due settimane ne documentavamo l’assedio da parte delle truppe russe. Stavamo registrando all’interno dell’ospedale quando uomini armati hanno iniziato a perlustrare i corridoi. I chirurghi ci hanno dato dei camici bianchi da indossare per camuffarci. Improvvisamente, all’alba, una dozzina di soldati hanno fatto irruzione: ‘Dove sono i giornalisti, cazzo?'”. Inizia così il racconto di Chernov che spiega anche di aver guardato le fasce indossate dai militari e, nonostante l’ipotesi che fossero russi travestiti, di essersi fatto avanti. I soldati erano lì, nell’ospedale dove il video-giornalista e il fotografo stavano raccogliendo immagini, “per tirarli fuori di lì”. L’ordine era chiaro: portare i giornalisti via da Mariupol.

Lasciare indietro “medici che ci avevano ospitato, donne incinte e persone che dormivano per i corridoi”, scrive il giornalista dell’Ap, lo ha fatto sentire malissimo. Usciti dall’ospedale i militari insieme con i reporter hanno percorso per “nove minuti, forse 10”, comunque “un’eternità” il percorso “attraverso strade e condomini bombardati”. Quindi l’arrivo “in un seminterrato buio” dove video-giornalista e fotografo hanno capito come mai i soldati avessero rischiato la vita per portarli fuori dall’ospedale. “Se ti beccano (i russi ndr.) ti porteranno davanti alla telecamera e ti faranno dire che tutto ciò che hai filmato è una bugia. Tutti i tuoi sforzi e tutto ciò che hai fatto a Mariupol saranno vani“, ha spiegato loro un poliziotto. Gli stessi poliziotti che, pochi giorni prima come si scopre più avanti nel reportage, avevano chiesto loro proprio di raccontare al mondo cosa stesse accadendo a Mariupol.

Chernov ha lasciato la città il 15 marzo. Prima, insieme a Maloletka, ha passato 20 giorni a Mariupol e, per un lungo periodo, è rimasto l’unico giornalista internazionale a raccontare l’assedio della città.

Il suo viaggio, racconta, è cominciato il 23 febbraio. Originario di Kharkiv, Chernov aveva già raccontato guerre in Iraq e in Afghanistan: “Sapevo che le forze russe avrebbero visto la città portuale di Mariupol come un punto strategico per la sua posizione sul Mar d’Azov, così la sera del 23 febbraio sono andato là con il mio collega, Malotelka, fotografo ucraino per The Associated Press, nel suo furgone Volkswagen bianco”. I primi giorni dopo l’invasione, iniziata il 24 febbraio, solo un quarto dei residenti di Mariupol hanno lasciato la città. Gli altri sono rimasti, convinti che “la guerra non fosse in arrivo”. Bomba dopo bomba, si legge nel reportage, “i russi hanno tagliato l’elettricità, l’acqua, le scorte di cibo, e infine, soprattutto, i ricevitori dei telefoni cellulari, delle radio e della televisione”. Senza informazione, scrive Chernov, si raggiungono due obiettivi: “Il primo è il caos, le persone non sanno cosa sta succedendo e vanno nel panico”. Il secondo “è l’impunità“. “Senza informazioni provenienti dalla città, senza immagini degli edifici demoliti e dei bambini in punto di morte, le forze russe potevano fare ciò che volevano”. Per questo, dice, lui e il collega si sono presi questi rischi, per “inviare al mondo ciò che vedevamo”, tanto da finire nel mirino dei russi.

Il racconto quindi prosegue con le descrizioni dei bombardamenti. Uno dopo l’altro i bambini sono morti. E “le ambulanze hanno smesso di raccogliere i feriti perché le persone non potevano chiamarle senza segnale” e perché era difficile muoversi “per le strade bombardate”. A volte, racconta, “correvamo fuori per filmare una casa in fiamme e poi tornavamo tra le esplosioni”. I posti dove era possibile connettersi in città, scarseggiavano. “C’era un solo posto, fuori da un negozio di alimentari saccheggiato in Budivel’nykiv Avenue”. Anche lì, però, il segnale internet “è svanito il 3 marzo”. Quindi Chernov e il collega si sono spostati al settimo piano dell’ospedale. Da lì hanno visto “disfarsi gli ultimi brandelli di Mariupol”.

“Per diversi giorni, l’unico collegamento che abbiamo avuto con il mondo esterno è stato tramite un telefono satellitare”, si legge ancora nel reportage. A quel punto, scrive ancora, “avevo assistito a morti in ospedale, cadaveri nelle strade e dozzine di corpi spinti in una fossa comune”.

Il video-giornalista e il fotografo erano lì anche quando è stato colpito l’ospedale materno-pediatrico. “Quando siamo arrivati i soccorritori stavano ancora tirando fuori dalle rovine donne incinte insanguinate”. Erano senza batterie e senza collegamento internet. È stato allora che hanno conosciuto un agente di polizia che li ha portati a una fonte di alimentazione e ha provveduto alla connessione internet: “Questo cambierà il corso della guerra”. E così, in effetti, è stato per l’attacco all’ospedale. Per mandare tutti i file, foto e video, “ci sono volute ore, ben oltre il coprifuoco”. “I bombardamenti sono continuati, ma gli ufficiali incaricati di scortarci attraverso la città hanno aspettato pazientemente”.

Poi Chernov e Maloletka sono tornati in un seminterrato, senza connessione. Non sapevano che fuori, intanto, le loro foto erano state spacciate per false dai canali di informazione russi. Intanto a Mariupol “non funzionava alcun segnale radiofonico o televisivo ucraino”. Solo una radio filorussa che diffondeva un unico messaggio “Mariupol è circondata, consegna le tue armi”.

L’11 marzo, tre giorni prima di lasciare la città, “l’editore ci ha chiesto di trovare le donne sopravvissute all’attacco all’ospedale materno-pediatrico, per dimostrare la loro esistenza”. Così i due hanno ritrovato in un altro ospedale le donne che avevano fotografato, i cui scatti hanno fatto il giro del mondo. “Siamo saliti al settimo piano per inviare il video e da lì ho visto un carro armato dopo l’altro avvicinarsi all’ospedale. Avevano la lettera Z diventata emblema russo della guerra. Eravamo circondati, decine di medici, centinaia di pazienti e noi”.

Solo allora, dopo ore passate nell’oscurità, sono arrivati i soldati ucraini che li hanno portati via. “Non sembrava un salvataggio”, scrive Chernov che ammette di essersi “vergognato” per essere partito. Anche il racconto del viaggio per lasciare Mariupol è dettagliato. I due dell’Associated Press hanno dovuto attraversare quindici posti di blocco russi. Con loro in auto anche una famiglia di tre persone. “A ogni posto di blocco – scrive ancora Chernov – la madre seduta davanti pregava furiosamente”. Solo allora ha capito che l’esercito ucraino non sarebbe entrato a Mariupol, dovendo affrontare così tanti posti di blocco equipaggiati con “soldati e armi pesanti”.

“Mentre ci fermavamo al sedicesimo posto di blocco, abbiamo sentito delle voci. Voci ucraine. Ho provato un enorme sollievo. La madre davanti all’auto è scoppiata a piangere. Eravamo fuori”, dice ancora Chernov. Lui e Maloletka erano gli ultimi giornalisti a Mariupol. “Ora non ce ne sono più”.

Lui, conclude, avrebbe saputo come raccontare sia l’attacco aereo al teatro di Mariupol, dove si erano rifugiate centinaia di persone, sia il bombardamento alla scuola d’arte della città. “Ma ora non possiamo più arrivarci”.

26° GIORNO DI GUERRA --- 21-03-22

Truppe russe pronte per nuova offensiva a Mariupol. Colpito impianto chimico a Sumy. Distrutto un centro commerciale a Kiev, otto morti. Ma i russi: “Era deposito di razzi”. Nuove accuse a Mosca: “Deportati in Russia 2400 bambini”. Spese militari fino al 2% del Pil: più soldi per bombe e soldati. Tutti signorsì, tranne ex M5s e Sinistra italiana (di W. Marra e G. Salvini).

Il petrolio venduto all’Ue vale per Mosca molto più del gas: la spesa militare è legata all’export di greggio. L’Europa discute le nuove sanzioni

25° GIORNO DI GUERRA ---20-03-22

Il punto sulla guerra tra Ucraina e Russia: le ultime notizie - Esteri -  ilgiorno.it

I russi: tregua e resa di Mariupol entro le 12 di lunedì. Zelensky: “Parlare con Putin o terza guerra mondiale”. E dice: “È una Shoah”. Israele: paragone è oltraggioso

 

23° GIORNO DI GUERRA --18-03-22

Nuovi attacchi anche su Kiev, dopo Kharkiv e Leopoli. A Mariupol si combatte in centro.

Bombardamenti nella zona dell’aeroporto di Leopoli. Mosca annuncia: “Si combatte nel centro di Mariupol”. Pentagono: “Minaccia nucleare se guerra si trascina”

Guerra Russia-Ucraina, “la Fsb ha arrestato Gavrilov”: è il vice comandante della Guardia nazionale, che ha subito ingenti perdite

Il vice comandante della Guardia nazionale in Russia (Rosgvardia), il generale Roman Gavrilov, “è stato arrestato dall’Fsb“. A riportarlo è Christo Grozev, direttore esecutivo del sito di giornalismo investigativo Bellingcat, citando tre diverse fonti. L’intelligence di Mosca sarebbe intervenuta a causa della “fuga di informazioni militari che ha portato alla perdita di vite umane”, ha spiegato una delle fonti. La notizia dell’arresto non è confermata, ma l’agenzia di informazione russa Ura.ru riporta che Gavrilov è stato licenziato. La certezza è che la Rosgvardia, corpo creato nel 2016 che risponde direttamente al presidente Vladimir Putin, nell’invasione russa in Ucraina ha subito ingenti perdite. Gavrilov quindi potrebbe aver pagato le difficoltà dell’avanzata di Mosca. Già settimana scorsa, infatti, è stata diffusa la notizia dell’arresto del generale Sergei Beseda e del suo vice, Anatoly Bolukh. I due erano a capo del dipartimento dell’Fsb per l’intelligence estera, quello che si è occupato di raccogliere informazioni per preparare l’invasione. Secondo Grozev, è chiaro che Putin riconosca come quella che lui definisce “operazione speciale in Ucraina” non stia andando come aveva previsto.Gavrilov in precedenza aveva lavorato per il Servizio di protezione del Presidente (Fso), come Viktor Zolotov, il numero uno di Rosfvardia. Secondo il portale Ura.ru, a licenziare Gavrilov sarebbe stato lo stesso Zolotov “per ragioni sconosciute, forse compromettenti“, ha detto all’agenzia una fonte delle forze dell’ordine. Tuttavia, c’è anche chi nega tutto. Il deputato della Duma Alexander Khinshtein ha definito la notizia dell’arresto assolutamente falsa: “Ho appena parlato io stesso con il generale Gavrilov”, ha scritto su Telegram.

Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono parte della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via come moscerini”

 

22° GIORNO DI GUERRA

Assedio di Mariupol, Kiev stima 20mila civili morti. ‘130 superstiti nel teatro’. Stasera alle 20 riunione del Consiglio sicurezza Onu, domani telefonata Biden-Xi---

 

21° GIORNO DI GUERRA

Negoziati, Mosca annuncia: Kiev è disponibile a status neutrale come Austria e Svezia. Lavrov dopo l’apertura di Zelensky: “Vicini ad accordo, anche su sicurezza”--16-03-22

 Bombardate Odessa e Mariupol, i principali porti ucraini, esplosioni anche a Kiev e a Kharkiv. Ottimismo da entrambe le parti sui colloqui. Il presidente ucraino: “Ora sono più realistici”. Il ministro di Putin: “Compromesso possibile”

Lo spettro del ’98: “Soldi come carta straccia, li buttavamo via”

Sanzioni, oggi scade il debito. Se Mosca paga in rubli sarà default

Ventiquattro anni fa la crisi e la svalutazione dei risparmi aprì la strada al primo mandato di Putin.

Primo rimborso di obbligazioni in dollari: un test sulle misure dell'Occidente

La Russia versa i 117 milioni di dollari per pagare gli interessi sui suoi bond. Ma non si sa se i soldi finiranno ai creditori

La Russia avrebbe pagato regolarmente e in dollari le cedole da 161 milioni dovute oggi su bond governativi denominati nella valuta statunitense. “Il pagamento è arrivato alla banca americana di riferimento, che è titolare del nostro conto in valuta estera”, ha detto il ministro delle finanze russo Anton Siluanov. “Attualmente il pagamento è in fase di elaborazione e finora non abbiamo avuto indicazioni sul fatto che sia andato o meno a buon fine. Ma sappiamo che la banca è in contatto con l’Ofac e ci ha chiesto le informazioni necessarie sullo scopo del pagamento. Quindi stiamo aspettando informazioni dalla nostra banca”. Ieri l’agenzia di rating statunitense Fitch ha ribadito che un pagamento in rubli anziché in dollari (ipotesi prospettata da Mosca) avrebbe determinato l’avvio della procedura di default che prevede un “periodo di grazia” di 30 giorni. Data chiave sarà ora quella del prossimo 4 aprile quando arrivano a scadenza bond per 2 miliardi di dollari.L’ammontare complessivo dei titoli governativi russi denominati in dollari è relativamente modesto, circa 40 miliardi di dollari. Ce ne sono altri 105 che fanno a capo a società per lo più a controllo pubblico. In testa il colosso del gas Gazprom, circa 30 miliardi, che di recente ha lanciato messaggi rassicuranti ai creditori. Debiti in dollari per alcuni miliardi di dollari a testa fanno capo a Russian Railways, Lukoil, Rosneft oltre che alla prima banca russa Sberbank. Non sembra che Mosca non sia al momento a corto di valuta estera. Le riserve della banca centrale russa, equivalenti a 640 miliardi di dollari sono in parte bloccate ma il paese incassa 800 milioni di dollari al giorno in fora di pagamento per l’export di gas, petrolio e carbone.
 

Macchine carbonizzate e crateri enormi: Kharkiv ridotta a un cumulo di macerie

La vicepremier Iryna Vereshchuk: "Il dolore diventerà acciaio e sarà la spada che trafiggerà il nemico"

Gli ucraini: "Ucciso Oleg Mityaev, è il quarto generale russo morto"

Oleg Mityaev sarebbe il quarto a essere caduto dall'inizio dell'invasione. Mosca non conferma

 

La foto del suo cadavere è stata postata dal reggimento ucraino Azov. Il giornale ucraino Telegraf ricorda che il generale Mityaev aveva guidato le truppe russe nel 2015 nel Donbass.

Gli altri generali russi uccisi sarebbero Andrei Sukhovetsky il 3 marzo, il generale Andrei Sukhovetsky il 7 marzo vicino a Kharkiv e Artem Vitko l'11 marzo. Mosca ha confermato la morte di solo uno dei quattro graduati.

Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono parte della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via come moscerini”

“Non sto affatto giudicando quelli che hanno una villa a Miami o in Costa Azzurra, che non possono fare a meno del foie gras, delle ostriche o delle cosiddette libertà di genere. Questo non è assolutamente il problema, ma, ripeto, il problema è che molte di queste persone sono mentalmente lì e non qui, non con il nostro popolo, non con la Russia. Questo è, secondo loro – secondo loro! – un segno di appartenenza a una casta superiore, a una razza superiore. Queste persone sono pronte a vendere le loro madri per avere il permesso di sedersi nell’anticamera di questa casta molto alta”. È il gelido messaggio che il presidente russo Vladimir Putin rivolge in diretta tv ai cosiddetti “oligarchi“, i ricchissimi imprenditori vicini al potere politico i cui beni e conti correnti all’estero sono stati tra i primi bersagli delle sanzioni economiche degli Stati occidentali.Queste persone – dice in un discorso alla nazione incentrato proprio sull’economia russa – vorrebbero essere come gli occidentali, “imitandoli in ogni modo possibile. Ma dimenticano o non capiscono affatto che questa cosiddetta casta superiore, se ha bisogno di loro, è solo per usarli come materiale sacrificabile per causare il massimo danno al nostro popolo. L’Occidente collettivo sta cercando di dividere la nostra società, speculando sulle perdite militari e sulle conseguenze socio-economiche delle sanzioni, per provocare una guerra civile in Russia e cerca di raggiungere l’obiettivo usando la sua “quinta colonna”. E c’è solo un obiettivo, la distruzione della Russia“, avverte. “Ma qualsiasi nazione, e soprattutto il popolo russo, sarà sempre in grado di distinguere i veri patrioti dalle canaglie e dai traditori, e li sputerà semplicemente fuori, come un moscerino che gli è volato accidentalmente in bocca”.

Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono parte della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via come moscerini”

Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono parte della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via come moscerini”

"Molte di queste persone sono mentalmente lì e non qui, non con il nostro popolo, non con la Russia. Queste persone sono pronte a vendere le loro madri" per sentirsi parte dell'Occidente . È il gelido messaggio che il presidente russo rivolge ai ricchissimi imprenditori vicini al potere i cui beni e conti correnti all'estero sono stati tra i primi bersagli delle sanzioni economiche

20° GIORNO DI GUERRA--15-03-22

 

Zelensky: “Non entreremo nella Nato, va ammesso”

 

Bisogna ammettere che l’Ucraina non entrerà a far parte della Nato. È questo il concetto espresso dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky in una riunione online dei leader della Joint Expeditionary Force, secondo quanto riportano l’agenzia di stampa russa Ria Novosti, ma anche l’agenzia di Kiev Unian. “L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo”: queste le parole di Zelensky.

Il leader ceceno Kadyrov: "Sono vicino a Kiev, arrendetevi o vi finiremo". Ex parlamentare ucraino promette casa a chi lo uccide

Il 'Martello di Stalin' colpisce Kiev

Forze ucraine del battaglione nazi AZOV aprono il fuoco contro un blindato russo a Mariupol

La giornalista che ha interrotto in diretta il tg russo: "Mi vergogno di aver fatto propaganda per Putin"

Putin cerca in Siria nuove forze per l'attacco alle città ucraine: mille dollari al mese per andare a combattere

Notte di missili sui palazzi di Kiev: almeno 4 morti. Imposto il coprifuoco per 36 ore: “Momento difficile”. I premier polacco, ceco e sloveno vanno da Zelensky

 

19° GIORNO DI  GUERRA

Profughi a quota 5 milioni

Negoziati in corso, Kiev vuole cessate il fuoco e ritiro russo. Mosca: “Pronti a prendere il controllo totale delle città ucraine”. Iniziato incontro Usa-Cina a Roma --- 14-03-2022

 

 

18° GIORNO DI GUERRA

L’attacco russo alla base al confine polacco: 35 morti. Lunedì i negoziati, Kiev ottimista: ‘Mosca più sensibile alla nostra posizione’. L’Ue rimanda ancora le sanzioni-- 13-03-22

Nel raid feriti dei soldati olandesi (video). Il ministero russo: “Uccisi mercenari stranieri”. Bombe a Mykolaiv, scuola rasa al suolo: “Almeno due vittime”. Si tenta di evacuare Mariupol. Il negoziatore: “Ci aspettiamo risultati concreti”.

Proteste contro la guerra in decine di città russe: a Mosca 300 arresti, “oltre 14.200 da inizio conflitto”

Dal gruppo Wagner al battaglione Azov, ecco le milizie parallele di Mosca e Kiev. Il caso dei ceceni: gruppi schierati su entrambi i fronti

“Mosca ha chiesto assistenza militare alla Cina”

 

La Russia ha chiesto alla Cina assistenza militare per sostenere l’invasione dell’Ucraina. Lo riporta il Financial Times citando fonti americane, secondo le quali Mosca avrebbe chiesto attrezzature militari e altra assistenza militare a Pechino fin dall’inizio dell’invasione. La richiesta ha suscitato preoccupazione all’interno della Casa Bianca, sollevando timori sulla possibilità che Pechino metta a rischio gli sforzi per aiutare le forze ucraine a difendere il paese.
Gli Stati Uniti si sono “preparati a mettere in guardia gli alleati sulla situazione alla luce delle indicazioni che la Cina potrebbe aiutare la Russia”, mette in evidenza il Financial Times, riferendo che alcuni funzionari americani hanno ricevuto indicazioni di alcune carenze nelle armi delle forze russe.

 

La guerra in Ucraina è il primo banco di prova dell’asse Mosca-Pechino

Dal 1989 la narrativa occidentale non è cambiata: è rimasta trionfalista. Anche davanti all’offensiva militare russa in Ucraina, l’atteggiamento dei leader occidentali è vittorioso. La lotta è tra il bene e il male, noi siamo il bene, Putin è il male e l’esito è certo: vinceremo noi. Nessuno si domanda come sia possibile che la dicotomia degli anni Trenta e Quaranta sia tornata a tormentarci, nessuno ha il coraggio di fare autocritica e chiedersi dove abbiamo sbagliato, dal momento che non siamo riusciti a contenere o a rimuovere il male sul crescere. I media giustamente celebrano l’eroismo e il patriottismo degli ucraini, ma si guardano bene dall’analizzare gli errori di politica estera commessi dalla peggiore classe politica dell’era moderna da quando il blocco comunista è imploso. Non c’è nulla di meglio di un po’ di storia per confrontarci con la realtà.

Non è la prima volta che Vladimir Putin attacca militarmente un’altra nazione – il male non si materializza in poco tempo: se incontrastato cresce, si rafforza, si consolida. Lo ha fatto nel 2008 in Georgia, ad esempio. Non è neppure la prima volta che l’esercito russo letteralmente rade al suolo intere città: è successo in Siria nel 2012. Vi ricordate le immagini di Aleppo dove non era rimasto in piedi neppure un edificio? Chi pensate che guidasse i carri armati russi e chi dava gli ordini? Certo non l’esercito siriano. È successo anche durante la seconda guerra in Cecenia, iniziata nel 1999 con la repressione brutale dei moti di indipendenza.

In tutte queste nazioni, come in Ucraina oggi, colonne di milioni di profughi si sono mosse come formiche sul mappamondo. Mentre marciavano, spesso l’aviazione russa radeva al suolo le loro case, gli ospedali, le scuole, le chiese, le moschee. Edificio dopo edificio, tutto veniva centrato dai missili e si trasformava in macerie. La tattica di Putin è sempre stata la stessa: radere tutto al suolo, fare tabula rasa, cancellare il passato. Queste offensive militari si sono materializzate sotto gli occhi del libero e democratico Occidente, il blocco di nazioni che ha vinto la guerra fredda ma che non ha saputo gestire la pace. E così le guerre di Putin si sono moltiplicate intorno a noi, avvicinandosi sempre di più. Guerre in cui l’esercito russo agiva come i barbari di Attila. A volte, come nel caso dello Stato Islamico, queste guerre ci hanno anche fatto comodo e segretamente siamo stati contenti delle vittorie di Putin. Inebriati dall’euforia della vittoria della guerra fredda, come scrisse Francis Fukuyama, ci siamo davvero illusi che la storia fosse finita, che eravamo riusciti ad annientare la guerra. E così negli ultimi quindici anni non ci siamo accorti che, mentre Putin vinceva le sue guerre di conquista territoriale, molte cose cambiavano sullo scacchiere mondiale. Nonostante l’espansione della Nato verso est, ad esempio, l’immagine degli Stati Uniti quale potenza mondiale, il cui compito è garantire i principi democratici e la libertà nel mondo, si è via via lacerata. Le menzogne per invadere l’Iraq, gli insuccessi in Siria e Libia e, più recentemente, l’abbandono dall’Afghanistan hanno offerto a nuovi dittatori come Putin una potente narrativa politica antiamericana, diversa da quella della guerra fredda: una narrativa moderna. All’ombra del declino americano, che culmina con l’assalto al Congresso del 6 gennaio dietro incitamento del presidente uscente Trump, questa narrativa ha permesso alla Russia e alla Cina, potenze autoritarie, di avvicinarsi, di formare un blocco ideologico-politico che contrapponga alla decadenza del modello democratico americano la stabilità di quello autocratico.La risposta dell’Occidente è stata di spingere Putin e Xi fuori del circolo magico dell’élite politica internazionale e di accerchiarli con alleanze e patti a carattere militare. Anche la Cina, dunque, negli ultimi dieci anni è stata allontanata da Washington. La politica diretta a tenere a distanza Pechino, iniziata da Obama, è culminata nella guerra tariffaria di Donald Trump, seguita dal divieto di accesso delle imprese cinesi alle tecnologie più innovative americane. Nonostante le pressioni cinesi, Joe Biden non ha rimosso le restrizioni di Trump, né ha abbandonato il piano strategico dei suoi due predecessori, e cioè di creare la versione asiatica della Nato, che va dall’India al Pacifico.

Invece di seguire il motto romano divide et impera, l’Occidente trionfalista ha fatto di tutto affinché i nemici si coalizzassero, un’unione che ha funzionato bene per una serie di motivi. A livello economico le due nazioni sono complementari: la Russia produce materie prime di cui necessita la Cina e la Cina prodotti ad alta tecnologia, oltre a investire in un settore di cui la Russia ha bisogno. Tra i progetti, ad esempio, la produzione di aerei che faranno concorrenza a Boeing e Airbus. Tutto ciò spiega perché nel 2021 il commercio tra le due nazioni è cresciuto del 37%.

Tra i due leader esiste anche un’intesa, una simpatia a carattere personale che scaturisce dalla condivisione di un’infanzia dura e dal desiderio comune di riportare le proprie nazioni alla gloria del passato. Obiettivo di Putin, lo zar, e di Xi, l’imperatore, è costruire un nuovo ordine mondiale di cui Russia e Cina siano le incontrastate icone. La guerra in Ucraina è il primo banco di prova dell’asse Mosca-Pechino: se la Russia riesce a sopravvivere economicamente grazie al mercato e all’economia cinese, una volta che tutti i legami con l’Occidente saranno recisi, allora accanto alle macerie delle città ucraine ci saranno anche i detriti di molte multinazionali occidentali. E chi pensa che Putin e Xi non abbiano pianificato a tavolino la loro strategia è ancora affetto dalla sindrome del trionfalismo occidentale.

Zelensky: ‘Nuovi colloqui solo dopo il cessate il fuoco’. Macron e Scholz: ‘Mosca non vuole fermarsi’. E il Cremlino minaccia gli Usa per le armi fornite a Kiev. Ieri bombardamenti anche a Ovest, a pochi km dall’Ue. Che blocca l’export dei beni di lusso verso Mosca. Combattimenti nell’oblast di Kiev, deputato ucraino: “Per loro sarà un’altra Stalingrado”. Pronte le contro sanzioni russe all’Occidente.

I dirigenti lasciano Aeroflot, la più grande compagnia aerea di Mosca: “La vecchia vita è finita”. Chelsea: la Premier League squalifica Abramovich, mentre il governo gli nega ogni profitto della vendita della squadra.

Porto, arrestato rabbino: “Prove false sulla discendenza di Abramovich per la cittadinanza”.

Macron e Scholz sentono Putin: "La Russia non vuole fermare la guerra". In corso nuovi colloqui tra Mosca e Kiev video.

16° GIORNO DI GUERRA

 

La mappa della Nuova Russia secondo Putin

11-03-2022

Ucraina, la guerra arriva anche a ovest. Kiev denuncia: “La Bielorussia potrebbe invaderci stasera”. L’Onu: “Credibili i report sulle bombe a grappolo di Mosca”

I raid di Mosca si allargano a Dnipro, Lutsk e Ivano-Frankovsk. Mariupol completamente circondata. Rapito il sindaco di Melitopol. Sirene nella capitale. Biden: “Putin aggressore, deve pagare un prezzo” | ORA PER ORA 

Iran, “pausa” nei colloqui sul nucleare. La Russia non vuole il petrolio di Teheran sul mercato

“Putin scontento del Fsb: arrestati i capi del reparto che ha raccolto le informazioni per l’invasione”..“16mila miliziani dal Medio Oriente pronti a sostenerci. Molti combatterono contro l’Isis”

Dovevano fornire informazioni in vista dell’invasione, comprendere quale situazione politica i russi avrebbero trovato sul campo, una volta invasa l’Ucraina. E le cose non sarebbero andate proprio com’erano state prospettate. Per questo motivo, secondo i noti giornalisti investigativi Andrei Soldatov e Irina Borogan, adesso Vladimir Putin avrebbe dato il via alle epurazioni. Ad essere colpiti, finendo agli arresti domiciliari, sarebbero stati due operativi della quinta divisione della Fsb, il reparto dei servizi segreti russi incaricati di raccogliere informazioni in Ucraina. I due giornalisti citano fonti interne agli 007 di Mosca.

La notizia raccolta dall’analista russo specializzato nei servizi di intelligence, che non ha ancora avuto alcuna conferma ufficiale, è stata rilanciata anche dal sito dissidente Meduza. Dopo due settimane di guerra, la tesi dei due analisti è che Putin si sia finalmente reso conto di essere stato fuorviato: l’intelligence, temendo di far arrabbiare il leader, gli avrebbe fornito ciò che lui stesso voleva sentire. Quindi i due sarebbero stati fermati per uso improprio dei fondi stanziati per le operazioni, nonché per le scarse informazioni di intelligence.

Ai domiciliari – secondo Soldatov e Borogan – sono finiti il capo della quinta divisione della Fsb Sergei Beseda e il suo vice Anatoly Bolukh. Beseda è un ufficiale di primo livello dei servizi russi, da tempo considerato nel cerchio più ristretto dei fidati del Cremlino, tanto da essere inserito negli elenchi dei sanzionati da Ue e Usa fin dal 2014 perché sarebbe stato tra i protagonisti dei tentativi di Mosca di fermare la rivoluzione ucraina del 2014. Beseda è responsabile dell’intelligence sull’Ucraina, Bolukh della disinformazione.

Da giorni diversi media internazionali continuano a ribadire che Putin è infuriato per le informazioni erronee raccolte dalla Fsb, tra gli eredi del Kgb, in vista dell’invasione dell’Ucraina. Il direttore della Cia William Burns negli scorsi giorni ha detto di ritiene che alcune delle ipotesi messe sul campo da Putin si sono rivelate false, incluso il pensare che l’Europa sarebbe stata distratta dalle prossime elezioni in Francia e dal cambio della leadership in Germania. E definendolo come determinato a controllare l’Ucraina, il numero uno della Cia ha detto che il presidente russo sta “ribollendo nella combustibile combinazione di rancore e ambizione”.

Ucraina, perché la hitlerizzazione del nemico è un pericoloso strumento che giustifica la guerra (

La locuzione latina Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur significa mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata (Tito LivioStorie, XXI, 7, 1).

La citazione esatta sarebbe Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur. Questa frase non è pronunciata dagli ambasciatori di Sagunto per chieder l'aiuto di Roma nello sforzo di respingere l'assedio che nel 219 a.C. il generale cartaginese Annibale Barca aveva posto alla città, ma è l'amaro commento di Livio alla situazione (cfr. Livio, XXI, 7, 1). Roma tergiversò, sicché dopo otto mesi di combattimenti la città si arrese e Annibale la rase al suolo. Questo attacco fu il casus belli della seconda guerra punica.)

Ucraina, perché la hitlerizzazione del nemico è un pericoloso strumento che giustifica la guerra

In primis, siffatto dispositivo produce una destoricizzazione integrale dei rapporti di forza, ai quali sostituisce la metafisica sovrastorica del male assoluto. La concretezza storica e il diagramma dei rapporti di forza politici e geopolitici, economici e sociali, spariscono d’incanto, sostituiti dalla metafisica del male assoluto che individua di volta in volta l’avvento imprevedibile del nuovo Hitler sempre in agguato nella penombra sovrastorica. E così, per limitarci al caso specifico della situazione ucraina, sparisce di scena la lunga storia che dagli anni Novanta ci porta al nostro tormentato presente, con l’espansione irresponsabile della Nato e con l’egualmente irresponsabile accerchiamento della Russia, ossia le condizioni reali che ci hanno condotti a questa sporca guerra. Essa va condannata, certo: ma va condannata tutta, dall’espansionismo Nato al gesto di Putin.

In luogo di queste condizioni storicamente determinate, resta solo la figura metafisica del nuovo Hitler che ancora una volta torna alla ribalta e che come il diavolo in terra combina disastri per via della sua intrinsecamente malvagia natura. Destoricizzazione completa della situazione, come si diceva. Forze metafisiche del male contro forze metafisiche del bene: manicheismo 2.0.

In secondo luogo, la hitlerizzazione dell’avversario nega in forma apriorica ogni possibile via del negoziato, della diplomazia e della possibile risoluzione pacifica delle contese. Con l’avversario si può trattare pacificamente, cercando accordi diplomatici. Con Hitler bisogna invece necessariamente intraprendere la guerra totale, senza mediazione possibile. In tal guisa, la hitlerizzazione dell’avversario diventa un pericoloso strumento per giustificare la guerra totale, vuoi anche la guerra mondiale che troppo spesso è stata disinvoltamente evocata da più parti in queste settimane. Lo schema del nuovo Hitler rende sempre giustificabili i disastri più osceni, presentati di volta in volta come risposte dolorose ma necessarie al male assoluto.

Semplificando, ubi Hitler, ibi Hiroshima. Se l’avversario non è tale, ma è direttamente il nemico assoluto, il male sulla terra, in una parola il nuovo Hitler, allora ogni reazione è giustificata e, di più, doverosa. Perfino, in casi estremi, la bomba atomica, ciò che dovrebbe destare particolare preoccupazione nel tempo in cui continuamente si evoca la possibile guerra nucleare. Queste considerazioni, si badi, non sono affatto volte a giustificare la presunta bontà di Putin. Essa è inesistente, come inesistente è quella di Biden, di Xi Jinping e di chiunque si trovi sulla plancia di comando della politica (basterebbe aver letto Machiavelli).

Semplicemente, queste considerazioni aspirano a mettere in guardia rispetto a un dispositivo, quello della reductio ad hitlerum, che viene ormai apertamente ammesso e utilizzato a ogni latitudine senza una debita considerazione critica, senza una approfondita riflessione su presupposti e conseguenze. Dunque, nel più totale trionfo del dogmatismo. Un siffatto dispositivo, oltretutto, sta sempre più contribuendo a mettere pubblicamente alla berlina le sacrosante ragioni di chi oggi, in Europa e in Italia, sostiene le ragioni della pace, ben sapendo che abissale è la differenza tra il giusto invio di sostegno al popolo ucraino e il pericoloso invio di armi e militari in Ucraina. “Forse volete sostenere Hitler?”, si domanda indignati a chi osi oggi – ed è il caso del sottoscritto – sostenere le ragioni della pace.

 

12° GIORNO DI GUERRA

A Kiev l’ennesimo fallimento dei corridoi umanitari. Turchia ospiterà incontro tra ministri russi e ucraini. “Carri armati di Mosca tra i condomini della capitale”--07-03-22

I russi aprono sei corridoi umanitari, ma Kiev rifiuta di evacuare i civili: “Portano in Russia e Bielorussia”.  Alle 15 il terzo round dei negoziati in Bielorussia. Il ministro degli Esteri turco annuncia che il 10 marzo ospiterà un incontro tra Lavrov e Kuleba. La Cina si propone come mediatrice |

Mosca vara la lista di “Paesi ostili”: c’è anche l’Italia. Cosa prevede il decreto sui pagamenti in rubli

Gli Usa ora trattano col nemico Maduro: “Biden vuole isolare Putin e riprendersi il petrolio di Caracas”

L’altra emergenza, prezzi del grano ai massimi. A rischio le forniture per paesi che dipendono da Kiev

La Russia ha approvato la lista di “Paesi ostili”: così verranno pagati tutti i creditori esteri. Aumentano i timori per un default di Mosca

 

’ipotesi di uno stop al petrolio russo trascina Piazza Affari e le altre Borse europee in rosso. La benzina sfonda i due euro anche al self

L’altro volto della guerra in Ucraina: “Nei villaggi le forze di Mosca abbandonano molti mezzi”

Un carro armato russo e il suo pilota fermati dalla resistenza ucraina a nord di Kharkhiv (reuters)

Un racconto della resistenza. I servizi britannici danno credito ai report dei partigiani di Kiev. “Ora l’esercito invasore sembra stanco e demotivato”. Il tentato golpe a Leopoli e in altre quattro regioni occidentali...

Solo 50 profughi ucraini accolti (in Italia sono 17mila): governo Johnson nella bufera

 

DECIMO GIORNO DI GUERRA-05-03-22

Ucraina, riprende l’offensiva dei russi su Mariupol. Israele prova a mediare: Bennett va da Putin a Mosca, poi vola da Scholz e telefona a Zelensky e a Macron--tentativo di cessate il fuoco temporaneo: stop ai corridoi umanitari. Scambio di accuse tra Mosca e Kiev, mentre riprende l’offensiva russa a Mariupol. Lunedì terzo round dei negoziati. Putin: “Sanzioni? Dichiarazione di guerra”. La Cina agli--

L’analista: “Tregua? Solo il preludio dei raid a tappeto. Putin non vuole i colloqui adesso”.

SETTIMO GIORNO DI GUERRA

Ucraina, Mosca annuncia: “Presa la città di Kherson”. Altre bombe su Kiev, a Kharkiv assaltato un ospedale. Biden: “Putin un dittatore. Deve pagare o ci sarà caos” 02-03-22 Raid anche sui quartieri residenziali. Sventato l’omicidio di Zelensky per mano dei ceceni. Improbabili nuovi negoziati oggi.

L'avanzata a Sud |

nonostante le forti perdite dei russi. Altre bombe su Kiev, a Kharkiv assaltato un ospedale. Biden: “Putin un dittatore. Deve pagare o ci sarà caos” 02-03-22 Raid anche sui quartieri residenziali. Sventato l’omicidio di Zelensky per mano dei ceceni. Improbabili nuovi negoziati oggi.

 

SESTO GIORNO DI GUERRA

 Città sotto attacco. Distrutta la sede del governo a Kharkiv Video | Colonna di mezzi russi lunga 60 km verso Kiev, missili su Mariupol

Missili su Kharkiv e Mariupol. Zelensky a Usa e Ue: "Non è un film, date un segnale"

-1-03-22

 

BORODIANKA

Il cameraman filma la battaglia da un palazzo: il carro armato gli spara contro

La contestazione della giornalista ucraina contro l'immobilismo Nato ammutolisce Johnson

https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/ucraina-bombardamento-a-chuhuiv-l-esplosione-forma-un-gigantesco-fungo/409579/410283?ref=vd-auto&cnt=1

 

Ucraina, colpita torre tv a Kiev: le drammatiche immagini subito dopo il raid russo

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QUINTO GIORNO DI GUERRA

Al via i negoziati, Kiev chiede cessate il fuoco e ritiro. Zelensky: “Ucraina nell’Ue”. Ma Bruxelles ora frena. “Kharkiv, decine di civili morti sotto le bombe”.Vertice tra delegazioni a Grodno, al confine con la Bielorussia. Al tavolo anche l’oligarca Abramovich. Unhcr: “Oltre 500mila profughi”.28-02-22

L'ex patron del Chelsea Abramovich al tavolo dei negoziati: “Unico tra gli oligarchi ad aver detto di sì”L'Onu parla di 102 civili uccisi tra cui 7 bambini, dall'inizio degli scontri, ma il numero potrebbe essere molto più alto. Il presidente Zelensky ha riferito invece che i minori deceduti a causa dei combattimenti sarebbero 16 e 45 i feriti. Secondo l'Onu sarebbero 102 i civili morti, tra cui 7 bambini, dall'inizio degli scontri in Ucrain