Aleksandr Dvornikov, chi è il generale russo scelto da Mosca come
comandante unico dell’operazione militare in Ucraina.
Un solo comandante per
coordinare l’invasione dell’Ucraina. Dopo 44 giorni, la Russia ha deciso
di scegliere ungenerale che
tenga insieme tutti i fronti e supervisioni quella che per Mosca è un
“operazione militare speciale”. Il prescelto, racconta laBbc,
è il generale Aleksandr
Dvornikov, già a capo della spedizione in Siria.
La scelta è ricaduta su di lui nei giorni in cui si fanno sempre più
insistenti le voci di un “attacco finale” nel sud e nell’est del Paese
per ‘riunire’ Crimea eDonbass e
poter dichiarare di aver raggiunto unobiettivo
militare, se non proprio la vittoria.
“Ci aspettiamo che il comando e il controllo complessivo delle
operazioni migliorino”, ha affermato la fonte interpellata dalla tv
pubblica inglese. La riorganizzazione è stata fatta appunto nel
tentativo di migliorare il coordinamento tra
le varie unità, poiché i gruppi russi erano stati precedentemente
organizzati e comandati separatamente, ha affermato il funzionario. “Una
persona deve avere la responsabilità di tutto: deve coordinare ilfuoco,
dirigere la logistica,
adoperare le forze
di riserva, misurare i successi e gli insuccessi delle
differenti ali del fronte e, in base a quello che vede, modificare la
strategia”, ha spiegato il funzionario alla Bbc.
Tutto questo finora non è avvenuto in Ucraina, anzi – secondo la fonte –
le truppe impegnate sui fronti diversi si sono contese mezzi, equipaggiamenti e
uomini. E diversi generali sono scesi “on the ground”, alcuni dei quali
perdendo anche la vita. Sono sei – secondo gli ucraini – quelli uccisi
dall’inizio della guerra. Un numero enorme per gli standard di guerra.
Dvornikov ha60
anni e
finora era a capo delDistretto
militare del sud.
Formatosi nell’accademia Frunze di Mosca, Dvornikov è un “Eroe
della Russia” grazie
proprio al successo dell’operazione in Siria. La scelta ricaduta su di
lui riporta alla mente la strategia già portata avanti in quel
conflitto, ovvero la“tecnica
Grozny”,
precedentemente usata anche nella capitale cecena. Raid a tappeto, senza
distinguere obiettivi
civili e
militari, così da aprire la strada all’esercito affinché possa prendere
possesso delle città.
Ucraina, la guerra merita di essere condannata ma bisogna raccontarla
tutta la storia.
Come diceva qualcuno, in guerra la prima a morire è
sempre l’informazione. I media occidentali lo stanno
tragicamente confermando. Nella massima parte, essi figurano come
megafoni della voce del padrone a stelle e strisce: sono portatori di
una visione a tal punto di parte, a tal punto sfacciatamente ideologica,
che sembrerebbe impossibile accettarla anche in minima parte. Eppure i
più, letteralmente, se la bevono.
I monopolisti del discorso non vi dicono che la Ue ha già dichiarato
guerra alla Russia. Ha inviato in Ucraina sistemi d’arma non
solo difensivi ma offensivi, la Nato sta pensando di mandare
gli aerei da combattimento. Inviare armi difensive a un paese in guerra
non è un atto di guerra contro il suo nemico, lo è però l’invio di armi
offensive. Gli Usa stanno conducendo una strategia bellica indiretta,
usando l’Ucraina come “bastone contro la Russia” (Giulietto Chiesa). E,
insieme, usando la Ue come
“prima linea” del conflitto, inducendola a mandare armi
offensive in Ucraina: e ciò del tutto contro l’interesse della Ue
stessa, che in questa guerra ha solo da perdere.
Lo scopo di tutto ciò? Difendere l’Ucraina e la sua sovranità? Nemmeno
per sogno! Avete sentito Draghi? Dobbiamo batterci perché
l’Ucraina entri in Ue,
ha asserito: altro che neutralità e sovranità ucraina! Lo vuole il
popolo, dicono i media nostrani: ne siamo sicuri? Perché il guitto
Zelensky – un attore Nato, è il caso di dire – limita i partiti
d’opposizione, allora? Che cosa desiderano realmente gli ucraini?
A mio avviso l’obiettivo vero per gli Usa e per la loro colonia Ue è a) annettere
l’Ucraina nella propria area d’influenza e b) provocare ilregime
change in Russia: detto altrimenti, sostituire Putin con un
“fantoccio” atlantista, modalità Eltsin che svendeva il paese a
Washington e rotolava ubriaco di vodka. E ciò di modo che la Russia, un
poco alla volta,si
normalizzi, fino a diventare colonia di Washington tra le
tante.
Sembrava, in effetti, che quello fosse il suo destino dopo il 1989:
piegarsi, umiliarsi, genuflettersi al cospetto della civiltà del
dollaro. Tutto cambiò con Putin, che iniziò
a dire di no: no all’espansionismo Nato, no all’atlantizzazione
degli spazi post-sovietici, no alla cultura del nulla di marca
globalista. Per quello, Putin è da anni tra i nemici principali della “globalizzazione”,
vale a dire della americanizzazione coatta del pianeta.
Nel 2014 gli Usa dirigono da dietro le quinte un golpe in Ucraina (velvet
revolution),
noto come Euromaidan: e vi insediano un “governo fantoccio” a loro
gradito, atlantista
e filo-Ue.
Tale governo inserisce in Costituzione la volontà di entrare nella Nato.
Nel 2021 Usa e Ue armano pesantemente le forze armate ucraine. Il guitto
Zelensky nasce in quel contesto: come prodotto in vitro di serie
televisive hollywoodiane, letteralmente recitando un copione scritto in
terra americana. Da attore a presidente del suo paese in un attimo, con
un solo obiettivo: favorire il transito dell’Ucraina verso
la Ue e verso la Nato,
di fatto portando le basi militari Usa ai confini con Mosca.
Nessuno – almeno, non io – vuole giustificare o magari glorificare il
gesto di Putin, ossia l’invasione dell’Ucraina: la guerra, ogni guerra, merita
di essere condannata, a partire da quelle del proprio paese
(l’Italia sta sciaguratamente mandando armi in Ucraina, come sappiamo,
con una retorica guerrafondaia stomachevole e orwelliana, appellano
“missione di pace” l’invio di mitraglie pacifiche e di missili
democratici).
Si tratta però di
raccontarla tutta la storia: e se vogliamo, come vogliamo,
condannare la guerra, dobbiamo condannarla a partire dal suo reale
cominciamento e dalle sue reali cause, vale a dire, appunto,
dall’espansionismo della Nato verso Oriente, verso le aree
post-sovietiche. Detto altrimenti, con parola cara a Lenin e obliata
dalle sinistre fucsia – la nuova “sinistrash” postmoderna,
interscambiabile con la destra bluette –, la causa primissimaè
l’imperialismo made in Usa. Rammentiamo che, nel 2008, a
Bucarest, la Nato aveva proclamato senza perifrasi che Ucraina e
Georgia, presto o tardi, sarebbero entrate nella Nato stessa. Se si
vuole condannare una rissa, si condanna non solo il contegno – certo
criticabile – di chi ha tirato l’ultimo pugno, ma anche, ovviamente, di
chi ha assestato i colpi precedenti, e magari anche
di chi l’ha avviata.
“Cargo colpito nel porto di Mariupol cercava di evacuare battaglione
Azov”
Le forze russe hanno colpito un cargo ucraino denominato Apache che
nella sera di ieri ha
cercato di evacuare via mare da Mariupol cittadini ucraini. A
riferirlo, secondo quanto riporta l’agenzia russa Tass, è il
rappresentante ufficiale del Ministero della Difesa della Federazione
Russa Igor
Konashenkovsottolineando che “il regime di Kiev
non abbandona i tentativi di evacuare da Mariupol i
leader del reggimento nazionalista Azov e mercenari stranieri.
I precedenti tentativi di evacuazione aerea con elicotteri sono
falliti”.
Il cargo Apache, battente bandiera maltese, ha cercato di raggiungere il
porto di Mariupol ma è stato bloccato dalla flotta russa del Mar Nero,
sostiene Mosca. Una nave di pattuglia della Flotta del Mar Nero e le
navi della guardia di frontiera, spiega Konashenkov, ha dovuto aprire il
fuoco sulla nave per fermarla. “Come risultato di un colpo diretto sulla
nave, un incendio è scoppiato a poppa della nave”, sottolinea
Konashenkov. La nave, aggiunge, “è andata alla deriva, l’equipaggio ha
contattato le navi di frontiera con una richiesta di cessate il fuoco e
ha confermato la loro disponibilità a soddisfare tutti i requisiti dei
marinai russi. Nessun
membro dell’equipaggio è stato ferito“. Dopo l’ispezione, la
nave e il suo equipaggio sono stati scortati verso il porto di Yeysk.
Al termine della quarta settimana di guerra in Ucraina, la Russia ha
parzialmente ottenuto uno degli obiettivi impliciti dell’invasione:
coinvolgere gli Stati Uniti. Il problema per il presidente Vladimir
Putin è che la visita del suo omologo Joe Biden in Europa ha allontanato
piuttosto che avvicinare la prospettiva di un negoziato pubblico tra
Mosca e Washington sul futuro di Kiev ma soprattutto sugli equilibri
strategici nel Vecchio Continente.
Gli incontri di Biden con i vertici dell’Ue, del G7 e
dellaNato indicano
che la superpotenza è ancora interessata a raccogliere i dividendi di un
conflitto che non la minaccia direttamente. Le priorità statunitensi
sono: mantenere il fronte occidentale compatto contro la Russia, evitare
fughe in avanti degli alleati-satelliti europei, imbarazzare la Cina,
rispolverare la retorica dei diritti umani. Se poi c’è la possibilità di
aiutare i membri dell’Ue a ridurre la dipendenza energetica da Mosca
vendendo loro gas naturale liquefatto americano (gnl), tanto meglio.
La nuova tornata di sanzioni; le forniture militari all’Ucraina;
l’aumento dei contingenti Nato in Est-Europa; il rifinanziamento
dell’assistenza umanitaria e la promessa di accogliere fino a centomila
rifugiati dal paese in guerra; la menzione della Cina (invitata
esplicitamente a non aiutare la guerra della Russia e a non agevolare
l’evasione delle sanzioni occidentali) nel comunicato dell’Alleanza
Atlantica; i sussidi ai media che “combattono la disinformazione e le
violazioni dei diritti umani”; l’accordo per
fornire all’Ue 15 miliardi di metri cubi di gnl statunitense o degli
alleati internazionali nel 2022; l’impegno della Commissione Europea a
creare le condizioni per l’acquisto di 50 miliardi di metri cubimade
in Usa all’anno almeno fino al 2030: tutte le decisioni annunciate
o rivendicate a Bruxelles rispondono agli obiettivi degli Stati Uniti.
Rimane in prospettiva la questione del riarmo
tedesco, che preoccupa anche la Polonia – probabile che Biden ne
discuta con i vertici polacchi durante le tappe a Rzeszów e Varsavia.
L’offensiva scatenata dalla Russia contro l’Ucraina prosegue ormai da un
mese. L’avanzata su tre fronti – nord, est, sud – non pare essersi
arrestata, ma procede a rilento da ormai due settimane.
L’imminente capitolazione di Mariupol, città portuale sul Mar d’Azov,
potrebbe consentire un’accelerazione del processo di occupazione dell’ex
paese sovietico. L’assedio delle città richiede infatti l’impiego di un
numero enorme di unità militari (diverse decine per ogni via di accesso
al centro urbano), soprattutto per conglomerati urbani di medio-grandi
dimensioni. La caduta definitiva della martoriata Mariupol, quasi 500
mila abitanti prima della guerra, consentirebbe alle Forze armate russe
di trasferire gran parte dei militari moscoviti e delle truppe
ausiliarie ivi
dispiegate (milizie del Donbas e kadyrovtsy ceceni)
su altri fronti sensibili.
Con gran parte dell’esercito ucraino tenuto impegnato
dall’accerchiamento militare delle metropoli Kiev e Kharkiv, gli
strateghi russi potrebbero decidere per una convergenza a tenaglia su
Dnipro (ex Dnipropetrovs’k), città da un milione di abitanti ubicata sul
corso del grande fiume Boristene che taglia in due da nord a sud
l’Ucraina. Procedendo gradualmente in tal senso, le truppe di Kiev
dispiegate sulla linea
di contatto del Donbas sarebbero costrette a una dolorosa scelta:
sfruttare l’unica via ancora libera per ripiegare a ovest del Dnepr
oppure lasciarsi chiudere in una sacca priva di rifornimenti bellici e
carburante. Mosca non può dar per certo che le truppe ucraine optino per
la prima scelta (apparentemente più logica); potrebbero decidere di
sacrificarsi per tenere impegnato a lungo l’esercito russo nel bacino
del Donec, concedendo tempo prezioso alle regioni occidentali per il
ritiro di nuove forniture militari occidentali.
GLI OBIETTIVI RAGGIUNTI DALLA RUSSIA [di Mirko
Mussetti]
In questi primi trenta giorni, l’esercito russo ha raggiunto pochi
obiettivi, ma dalla discreta importanza strategica.
La quasi completa distruzione degli assetti dell’aeronautica ucraina
toglie a Kiev il controllo dei cieli nazionali e permette ora a Mosca
un maggiore, seppur cauto, impiego di velivoli militari nelle
operazioni belliche.
Il controllo
della centrale nucleare di Enerhodar (Zaporižžja) –
la più grande d’Europa con sei reattori attivi – amplifica
ulteriormente la leva energetica della Russia sul paese aggredito, con
l’aggiunta del giustificato terrore della cittadinanza di una
dispersione radioattiva dolosa nel bassopiano sarmatico ucraino.
Il controllo
stabile di Kherson e dei territori circostanti – tra cui
l’importante invaso idrico di Kakhovka cherifornisce
di acqua dolce la Crimea – permette una doppia possibilità
operativa: spingere verso ovest fino alla città portuale di Odessa per
sottrarre all’Ucraina l’accesso al Mar Nero; muovere verso nord-est
costeggiando la sponda sinistra del fiume Dnepr, inteso come
sbarramento difensivo naturale tra la Russia e i territori più
nazionalisti dell’Ucraina.
L’ottenimento di un corridoio terrestre in fase di consolidamento tra
il Donbas e la Crimea trasforma il piccolo Mar d’Azov in un “lago
russo”, consentendo collegamenti logistici futuri più sicuri tra la
Federazione e la grande penisola eusina.
La cattura dell’Isola dei serpenti emargina il porto di Odessa,
impedendo qualsiasi collegamento navale tra l’Ucraina e la confinante
Romania. Inoltre inibisce qualsiasi intervento di polizia aerea
dell’alleanza atlantica sui cieli dell’Ucraina sud-occidentale. Al
termine del conflitto, le zone
economiche esclusive nel ricco quadrante nord-occidentale (risorseoffshore)
del Mar Nero potrebbero essere ridisegnate in favore di Mosca.
Nonostante i numerosi affanni logistici e le considerevoli perdite
umane, non si può affermare che il primo mese di combattimenti sia
stato foriero di soli insuccessi o irrimediabili sconfitte per Mosca.
Qualsiasi paragone con le numerose guerre
asimmetriche combattute negli ultimi anni dalle potenze
occidentali appare fuori luogo; questa è una guerra convenzionalecontro
un esercito ben addestrato e armato, la prima combattuta da una
superpotenza da diversi decenni. La Russia non ha (ancora) perso.
LA
MANIFESTAZIONE DELLA QUARTA TEORIA POLITICA DI DUGIN:
Karaganov, consigliere di Putin: “È una guerra
esistenziale con l’Occidente. Colpire obiettivi in Europa? È
possibile, se va avanti così”.
Ammette che il suo Paese
ha colpito per primo, ma lo ha fatto “prima che la minaccia
(ucraina, ndr)
diventasse ancora più letale”. Una “guerra
esistenziale” che per l’autore della ‘dottrina
Putin‘ ha provocato – e tuttora provoca – non solo morti,
ma la perdita della “superiorità
morale” dei russi: “Ora siamo sullo stesso terreno
dell’Occidente. L’Occidente ha scatenato diverse aggressioni. Ora
siamo sullo stesso terreno morale. Ora siamo uguali, stiamo
facendo più o meno come voi“. Inutile far riferimento ai
tentativi diplomatici che avrebbero potuto far desistere la Russia
dall’invadere il paese confinante: “Dagli occidentali abbiamo avuto
promesse di tutti i tipi in questi trent’anni. Ma ci hanno mentito o
le hanno dimenticate”.
L’unico
grande errore commesso dalla Russia, nella visione di
Karaganov, fuaccettare nel
1997 il ‘Founding
Treaty‘ sulle relazioni Russia-Nato, che prevedeva
l’allargamento dell’Alleanza Atlantica. “Firmammo perché eravamo disperatamentepoveri,
al collasso – afferma – ma questo allargamento è quello di
un’alleanza aggressiva. È un cancro e noi volevamo fermare questa
metastasi. Dobbiamo farlo, con un’operazione chirurgica”.A
suo avviso, “le uccisioni di massa in Kosovo (contro i serbi, ndr)
sono avvenuti dopo lo stupro della Serbia. Fu un’aggressione
indicibile. E il processo
a Milosevic è
stato un triste e
umiliantespettacolo dimeschinità
europea“.
Oltretutto, il dittatore serbo fu giudicato dal Tribunale
penale internazionale,
il cui diritto non è riconosciuto dalla Russia, come l’ordine
europeo emerso
dopo la caduta del muro di Berlino: “Non
dobbiamo riconoscere un
ordine costruito contro la Russia. Abbiamo cercato di integrarci, ma
era una Versailles 2.0. Dovevamo distruggere quest’ordine. Non con
la forza, ma attraverso una distruzione costruttiva rifiutando di
parteciparvi. Ma quando la nostra ultima richiesta di fermare la
Nato è stata respinta, si è deciso di usare la forza”.
Sull’obiettivo della guerra in Ucraina, il capo del Consiglio di
politica estera e della difesa ha le idee chiare: “La maggior parte
delle istituzionisono,
secondo noi, unilaterali
e illegittime. Minacciano la Russia e l’Europa orientale.
Noi volevamo una pace giusta, ma l’avidità e la stupidità degli
americani e la miopia degli europei ci hanno rivelato che questi
attori non la vogliono. Dobbiamo correggere
i loro errori“. Ascoltando le sue parole, la possibilità
che il conflitto possa allargarsi e coinvolgere anche altri Paesi
non è da escludere del tutto, perché “se va avanti così, gli obiettivi
in Europa potrebbero essere colpiti o lo saranno per
interrompere le linee di comunicazione”.
Un’ipotesi, quest’ultima, che non considera i recenti fallimenti
dell’esercito russo, come il ritiro delle truppe dalla
capitale ucraina. “E se l’operazione su Kiev avesse lo scopo di
distrarre le forze ucraine dal teatro principale a sud e sud-est? –
domanda retoricamente – Tra l’altro le truppe russe sono state molto
attente a non
colpire obiettivi civili, abbiamo usato solo il 30-35%
delle armi”. I massacri avvenuti negli scorsi giorni e documentati
dai media internazionali non fanno testo, nella visione di Mosca:
“La storia di Bucha è
unamessinscena,
una provocazione”.Karagarov
ignora le prove. Ma ignora anche le risorse e le persone perse in 44
giorni di guerra: i
russi sono “pronti
a sacrificare tutto ciò
per costruire un sistema
internazionale più vitale.
Vogliamo costruire un sistema internazionale più giusto e
sostenibile. Diverso da quello emerso dopo il crollo dell’Unione
Sovietica e che, a sua volta, ora sta crollando. Ora ci stiamo tutti
fondendo nel caos. Vorremmo costruire la Fortezza Russia per
difenderci da questo caos, anche se per questo diventeremo più
poveri”. Per evitare tutto ciò, per ottenere un cessate il fuoco,
“l’Ucraina deve diventare neutrale e
completamente demilitarizzata:
niente armi pesanti, qualsiasi parte dell’Ucraina rimanga. Ciò
dovrebbe essere garantito da potenze esterne, compresa la Russia, e
nessuna esercitazione militare dovrebbe aver luogo nel paese se uno
dei garanti è contrario. L’Ucraina dovrebbe essere un cuscinetto
pacifico”.
Per Sergej
Karaganov,
ex consigliere di Putin,
quella in Ucraina è una guerra
contro l’Occidente.
Intervistato dal Corriere
della Sera,
il capo del Centre for Foreign and Defense Policy di Mosca ha
spiegato che il conflitto era
a suo avvisoinevitabile perché
l’Ucraina “è
stata riempita di armi e
le sue truppe sono state addestrate dalla Nato, il loro esercito è
diventato sempre più forte”. Inoltre, stando alle sue parole, c’è
stato “un rapido aumento delsentimento
neonazistain
quel Paese. L’Ucraina stava diventando come la Germania intorno
al1936-‘37“.
La versione di uno degli uomini più ascoltati da Putin è quella che
Mosca continua a propagandare dall’inizio del conflitto, da un lato
negando massacri e dall’altro addossando alla Nato le
mosse che hanno portato all’invasione dell’Ucraina.
Sono trascorsi più di 40 giorni
dall'invasione russa dell'Ucraina che ha provocato lo scoppio della
guerra tra Mosca e Kiev. Scoppiata il 24 febbraio 2022 con il casus
belli dell'indipendenza del Donbass e della "denazificazione" – secondo
Putin – dell'Ucraina, l'offensiva del Cremlino ad oggi si sviluppa su
quattro fronti: Kiev, Kharkiv (Luhansk e Donetsk Oblasts), Mariupol e
Kherson. L'invasione russa dell'Ucraina è il punto d'arrivo della crisi
russo-ucraina che dal 2014 contrappone i due Paesi, e che ha subito una
escalation prima tra il marzo e l'aprile del 2021, poi all'inizio del
2022 con l'invasione militare. Una delle cause principali del
conflitto risiede nella svolta europeista del governo ucraino, e nella
sua volontà di aderire alla NATO, osteggiata da Mosca.
Gli attacchi russi hanno colpito moltissime città, tra cui anche le aree
più a ovest, vicine al confine Ue, come Leopoli. Ad oggi le città più
martoriate sono Kharkiv, Mariupol, Kherson, che hanno subito numerosi
bombardamenti e sono state rase al suolo. Man mano che gli ucraini
riconquistano le città precedentemente occupate dai russi, emergono
testimonianze su crimini di guerra commessi contro i civili, come nel
caso della città di Bucha, in cui si è dato il via a un vero e proprio
massacro.
Contemporaneamente all'offensiva russa sul campo, continua la guerra
economica da parte dell'Occidente, che ha varato cinque pacchetti di
sanzioni contro Mosca. Il conflitto ha provocato la maggiore crisi di
rifugiati in Europa dallo scoppio della seconda guerra mondiale: sul
sito di UNHCR è possibile vedere i dati aggiornati sui rifugiati ucraini.La
guerra sta coinvolgendo molti Paesi nel mondo e, come spiegato dall'ONU,
ha un impatto a livello globale. L'Occidente – Unione Europea, Stati
Uniti e NATO – non è intervenuto militarmente in Ucraina, ma ha
rafforzato le difese militari al confine con l'area NATO, ha inviato
armi e imposto durissime sanzioni a Putin. Dal canto suo, il capo del
Cremlino ha firmato un decreto che impone il pagamento del gas russo in
rubli, ha vietato l'ingresso nel Paese ai leader europei e ha emanato
delle contro-sanzioni nei confronti dell'Occidente. Turchia e Israele si
pongono come mediatori del conflitto e interlocutori di Mosca, mentre la
Cina è sospettata di stare aiutando militarmente il Cremlino nella
prosecuzione dell'offensiva.
Finora i mercenari di Mosca non erano mai comparsi. E adesso la
compagnia privata potrebbe avere un nuovo ruolo: reclutare una
legione straniera per la guerra di Putin
Dopo esseri ritirati dalla regione di
Kiev verso la Bielorussia e i confini a nord dell’Ucraina, le forze
armate russe si stanno riposizionando a est del Paese dove si stanno
concentrando ora i combattimenti con le forze ucraine. Secondo gli
analisti, lo spostamento di truppe indica che il nuovo obiettivo di
Mosca potrebbe essere la città di Slovyansk, nel sud est dell’Ucraina,
proprio nella zona di confine con Donbass occupato dai russi. In
effetti, come dichiarato dal Cremlino a più riprese, abbandonata
l’idea di prendere Kiev dove le truppe ucraine hanno riconquistato
quasi tutto il territorio portando alla luce anche terribile crimini
coma a Bucha, ora l’obiettivo è il sud e l’est dell’Ucraina dove i
combattimenti sono intensi.
La Russia cerca di unire i due fronti sud ed est
L’idea di Mosca sarebbe quella di unire i due fronti sud ed est in un
unico blocco chiudendo in una morsa le forze armate ucraine che
resistono ormai da oltre un mese e togliendo definitivamente
all’Ucraina ogni possibilita di riconquistare uno sbocco al mare. La
battaglia infatti imperversa ancora nella città portuale di Mariupol
che però i russi stanno cercando di oltrepassare con offensive alle
sue spalle. Si combatte anche nei dintorni di Kharkiv, nell’est, e di
Izyum, conquistata e persa a più riprese dai due eserciti. Le truppe
russe si stanno preparando anche per un attacco a Slovyansk che, se
portato a temine, potrebbe voler dire l’accerchiamento di molte unità
ucraine nel Donbass.
Si combatte anche nel Sud dell'Ucraina
Secondo il ministero della Difesa del Regno Unito, le forze russe si
stanno consolidando e riorganizzando nella regione sud est
dell’Ucraina con l’ausilio di nuove truppe e mercenari ma è
improbabile che le truppe che si sono ritirare dal nord di Kiev
possano essere operative in breve tempo visto che richiedono una
significativa riorganizzazione prima di essere disponibili. Al momento
comunque l’avanzata russa al sud sembra rallentare. Le forze russe,
che inizialmente hanno ottenuto rapidi avanzamenti, ora guadagnano
terreno con molta fatica. Anche ad ovest, dove i russi avevano tentato
di spingersi verso Odesa, con l'obiettivo di bloccare l'accesso
dell'Ucraina al Mar Nero, l’ avanzata si è bloccata a Mykolaiv, dove
un contrattacco delle truppe ucraine ha respinto le forze russe verso
la città di Kherson anche se le infrastrutture di Odessa continuano
ad essere bombardate e l’accesso al mare da parte dell'Ucraina è
praticamente impossibile per il blocco navale della marina militare di
Mosca.
42° GIORNO DI GUERRA --- 06-04-22
I massacratori di Bucha in fila per spedire a casa i beni razziati ai
morti
di Daniele Raineri
Le telecamere di un ufficio di spedizioni in Bielorussia hanno ripreso
i militari di Mosca mentre si preparavano a inviare il bottino dei
saccheggi: televisioni, vestiti, casse audio e tavoli
Imboscata alle porte di Kiev: il tank ucraino sorprende
la colonna di blindati russi--Periferia
di Kiev. Un tank ucraino T64 nascosto tra le case riesce a sorprendere
una colonna di blindati russi BTR 82A.
Il carro armato centra un mezzo nemico e in pochi istanti si genera un
conflitto a fuoco. Successivamente si verificano delle esplosioni
probabilmente provocate da un improvviso attacco dell'artiglieria
ucraina. La battaglia è stata ripresa dalla telecamera di un drone.
Siamo a Nova Basan, un villaggio a est della capitale al centro di
numerosi scontri: alcuni casali stanno bruciando già prima della
battaglia. Lungo la strada c’è una colonna delle forze di invasione
che si sta ritirando: sono carri armati T72 e blindati Btr82, il più
moderno veicolo russo di questo tipo con un cannoncino a tiro
rapido. Insomma è uno schieramento potente, ma cieco: nessuno
sorveglia cosa succede sui fianchi. Non ci sono i piccoli droni che
la Nato impiegava in Iraq e Afghanistan, né gli elicotteri previsti
dalla tradizione sovietica. Altrimenti avrebbero avvistato le tracce
lasciate sul terreno fangoso dai cingoli di un tank ucraino T64B,
che si è nascosto tra le abitazioni.
Il carro armato si sposta dal suo rifugio e apre il fuoco
distruggendo un blindato. A quel punto, la colonna russa reagisce in
maniera caotica. I mitraglieri sparano a caso perché non conoscono
la posizione del nemico; i fanti scendono dai mezzi e si disperdono,
senza tentare un contrattacco. Il convoglio sotto attacco rallenta.
Proprio quello che volevano gli ucraini: in quel momento iniziano a
cadere i proiettili dell’artiglieria, che da chilometri di distanza
dirige i colpi sulle coordinate indicate dal drone.
Dopo la fine della battaglia sulla strada sono stati fotografati
almeno due veicoli russi carbonizzati – altre fonti parlano di
cinque mezzi distrutti – e numerosi corpi. Dal punto di vista
militare, l’imboscata è da manuale: l’azione coordinata tra un
singolo tank e l’artiglieria ha permesso di infliggere gravi danni
senza avere perdite. Per i generali russi invece si tratta
dell’ennesima lezione sull’arretratezza dei loro metodi di
combattimento
Ucraina, ha un nome e un volto il macellaio di Bucha. Un quarantenne
alla guida di 1600 ventenni provenienti dalle regioni interne della
Mongolia. Senz'altro imbevuti fino alla cime dei capelli di
Rodnoveria ed Iper-Nazionalismo esoterico, tuttavia meri
esecutori di carnefici esperti in torture e sevizie, ovvero i
reparti Specsnaz Ceceni.
Kiev pubblica su Telegram l'elenco dei soldati russi coinvolti,
anche il nome del comandante e il suo indirizzo.
Ha un nome e un volto il comandante delle
truppe russe che il 31 marzo hanno smobilitato da Bucha lasciandosi
alle spalle cadaveri di civili per strada, nelle fosse comuni,
ucraini giustiziati con un colpo alla nuca e le mani legate.I
volontari del progetto InformNapalm hanno trovato e pubblicato su
Telegram i dati del comandante dell'unità militare 51460, 64/a
brigata di fucilieri motorizzati, coinvolta in crimini di guerra a
Bucha, nella regione di Kiev. Lo riferisce l'Agenzia Unian. "Siamo
riusciti a trovare anche l'indirizzo di casa del boia russo". Si
tratta del tenente colonnello Omurbekov Azatbek Asanbekovich.Su
Telegram è stato pubblicato anche l'indirizzo email e il numero di
telefono di Asanbekovich. Di Asanbekovich, comandante dell'unità
militare 51460, 64ma brigata di fucilieri motorizzati, è stata
pubblicata anche la foto: giovane, in tuta mimetica, un carrarmato
alle spalle, le labbra carnose, gli occhi allungati dei buriati, la
più grande minoranza etnica di origine mongola della Siberia. Da
dove è partita per muovere guerra all'Ucraina l'unità 51460,
esattamente da Knyaze-Volkonskoye, nel territorio di Khabarovsk,
nell'estrema Russia orientale.
"Siamo riusciti a trovare anche l'indirizzo di casa del boia russo",
hanno scritto i volontari di InformNapalm, citati da Unian,
annunciando la pubblicazione di dati, archivi e spiegazioni su come
trovare il comandante russo. "Ogni ucraino dovrebbe conoscere i loro
nomi. Ricordate. Tutti i criminali di guerra saranno processati e
assicurati alla giustizia per i crimini commessi contro i civili
dell'Ucraina", si legge nella dichiarazione della Direzione
principale dell'intelligence del Ministero della Difesa
dell'Ucraina, pubblicata sul suo sito. E a seguire l'elenco
dettagliato di 87 pagine con i nomi degli oltre 1.600 soldati russi
ritenuti coinvolti nel massacro di Bucha. Truppe che in parte
rispondono al tenente colonnello Asanbekovich. "Macellai", come li
ha definiti oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Nell'elenco i soldati sono identificati con grado militare, nome e
cognome, data di nascita ed estremi del passaporto. Per molti di
loro solo l'indicazione 'soldato semplice'. Tra i cognomi anche
alcuni tra i più diffusi in Cecenia. Alcuni dei loro volti si vedono
nelle foto pubblicate in rete, ragazzi, occhi a mandorla, sorridenti
davanti all'obiettivo: 'la banalità del male', forse Hannah Arendt
quella frase la ripeterebbe. Per gli attivisti, in base alle
informazioni che hanno avuto, sono stati proprio i militari di
questa unità a commettere "scioccanti crimini di guerra nelle città
di Bucha, Gostomel e Irpen, nella regione di Kiev". I residenti di
Bucha dal canto loro hanno raccontato al sito di news Obozrevatel
che i soldati russi sono "semplicemente andati di cortile in cortile
sparando a tutti gli uomini e ai ragazzi. Tra di loro abbiamo
riconosciuto buriati con gli occhi stretti e lunghi". Per Mosca
invece quei cadaveri abbandonati sono solo propaganda, una messa in
scena dell'Occidente e dell'Ucraina. Ma tra la realtà e la
propaganda il confine può essere sottile solo se si tratta di
parole. A Bucha parlano i corpi senza vita e senza sepoltura di
cittadini inermi.
LA RAPPRESAGLIA PER LA PERDITA DEL 331° REGGIMENTO
PARA'
Una lista di oltre
1.600 soldati,
con nomi, cognomi, facce e in alcuni casi indirizzi e recapiti
telefonici. Tutto contenuto in 87 pagine diffuse sul sito della
Direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa
dell’Ucraina. Un unico appellativo: “Tutti
criminali di guerra”.
Si tratta dei giovani soldati russi che secondo l’intelligence di Kiev erano
di stanza nella cittadina alle porte della capitale nei giorni in cui
sono stati perpetrati i terribilicrimini
contro la popolazione civile,
con uomini, donne, bambini e anziani che sono stati legati e giustiziati
sommariamente, abbandonati in fosse, gettati nei pozzi o per strada, con
diverse persone torturate.
A guidare le truppe durante la mattanza nella quale si calcola siano
morte almeno
400 persone c’era
colui che è già stato ribattezzatoIl
boia di Bucha,
nonostante Mosca neghi
ogni responsabilità del proprio esercito: il comandante dell’unità
militare 51460 della 64esima brigata di fucilieri motorizzati, il 41enne
colonnelloOmurbekov
Azatbek Asanbekovich.
Faccia pulita, la sua, almeno dalle poche immagini circolate online
grazie al lavoro dei volontari del progetto InformNapalm che
le hanno scovate e pubblicate online. Così come pulite sono le facce dei
suoi soldati, tutti ragazzi apparentemente molto giovani, da quello che
si può vedere, che però, secondo le accuse, si sono resi responsabili
dei terribili crimini commessi a pochi chilometri dalla capitale
ucraina. “Siamo riusciti a trovare anche l’indirizzo di casa delboia
russo“,
hanno annunciato i volontari di InformNapalm.
“Tutti i criminali di guerra saranno assicurati alla giustizia per i
crimini commessi contro la popolazione civile ucraina”, assicurano
invece dal ministero della Difesa ucraino.
Nell’elenco di nomi della “64esima brigata di fanteria motorizzata
separata della 35esima armata”, i soldati sono identificati con grado
militare, nome e cognome, data di nascita ed estremi del passaporto. Per
molti di loro, al posto del grado militare è scritto semplicemente ‘privato’,
ad indicare, forse, gruppi di volontari o addirittura di paramilitari
provenienti da milizie private. Tra questi figura anche qualche nome
proveniente da diversi distretti della Cecenia.
Intorno ai fatti di Bucha si è intanto scatenato il solito scambio
di accuse tra le parti. Se il governo di Kiev chiede alblocco
Nato-Usa provvedimenti severi nei confronti della Russia, da
Mosca viene negata qualsiasi responsabilità dell’accaduto, con il
ministro degli Esteri,Serghej
Lavrov, che parla di “messinscena
dell’Occidente” e dell’Ucraina sui social network: una
versione, la sua, che però contrasta con le dichiarazioni dinumerosi
testimoni sentiti dai media internazionali, con l’Unione
europea che con il suo portavocePeter
Stano ha ribadito che un’indagine sarà necessaria, aggiungendo
però che “queste aree di cui parliamo sono state sotto l’occupazione,
sotto il controllo dell’aggressore, delle truppe russe, o sono state
bombardate dall’aggressore. Quindi, naturalmente, non c’è nessun altro
che avrebbe potuto commettere queste atrocità”.
Ci sono due comandanti ceceni che hanno operato nella zona di Bucha,
entrambi famosi e crudeli. Uno è Hussein Mezhidov, comandante del
battaglione Sud della Rosgvardia cecena. L’altro è Anzor Bisaev,
meno famoso e con lo stesso compito di ''pulizia'' del territorio.
Il primo è stato geolocalizzato lì dall’inizio dell’invasione,
perché ha preso parte alla riconquista dell’aeroporto di Hostomel.
poi, secondo alcune fonti si sarebbe spostato in Donbass intorno al
25 marzo. Bisaev è arrivato nella zona ai primi giorni di marzo e
sarebbe rimasto più a lungo. Il 23 marzo infatti c’è stato un summit
tra i comandanti ceceni, in cui si è deciso – stando a Kadyrov – di
renderli parte della liberazione dell’intera Ucraina, ossia il
trasferimento in altre zone dove sarebbero stati più utili: Donbass
e Mariupol. Alla riunione erano presenti Mezhidov, Bisaev, Magomed
Tushaev e il grande capo Sharip Delimkhanov. Ci sono numerosi video
che mostrano Mezhidov e Bisaev nei sobborghi di Kiev. In alcuni
fanno operazioni umanitarie, aiutando vecchi e bambini.
Stalin e la questione ucraina: così Lenin si pentì di averlo nominato
segretario generale del Pcus
Il 3 aprile 1922 Iosif
Stalin diventaSegretario
generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica,
una carica creata da Vladimir Lenin per l’uomo che, in quel momento,
ritiene essere un suo fidato luogotenente. Lenin è ancora il leader
riconosciuto, ma le sue condizioni di salute, dal maggio del 1921, sono
precarie in seguito a un ictus che non gli consente più di dedicarsi a
tempo pieno all’attività politica e di governo. Il ruolo offerto a
Stalin deve fungere anche da
copertura a
Lenin. L’Ufficio politico del partito ha il compito di controllare la
salute del leader, aspetto che per Lenin diventa una indesiderata gabbia
poiché gli sono limitate le letture dei giornali e gli incontri.
Il 1922 è un anno di precari equilibri sia per lo stato che per il
partito, diviso e solo formalmente unito nel nome di Lenin. Da
segretario, Stalin accumula potere e attraverso la gestione delle
nomine, delle promozioni e dei trasferimenti crea un corpo di quadri
dirigenti a
lui fedeli.
Stalin non ha lo spessore dei grandi rivoluzionari bolscevichi: non ha
il carisma del capo dell’Armata Rossa Lev
Trockij,
al quale va il merito di avere vinto la guerra civile, ma non ha nemmeno
il prestigio di Lev Kamenev, il presidente del Soviet di Mosca, o di
Grigorij Zinovev a capo del Comintern, l’Internazionale comunista sorta
nel 1919. Kamenev e Zinovev sono in grado di affrontare Lenin sul piano
politico e teorico mentre Stalin appare più un uomo con
competenze organizzative.
Stalin è anche ministro del primo governo sovietico, delegato alla
spinosa questione delle nazionalità. L’Unione
Sovietica nasce ufficialmente il 30 dicembre 1922 come frutto
di un trattato tra la Repubblica federale russa e le tre repubbliche di
Bielorussia, di Ucraina e di Transcaucasia (Armenia, Azerbagian e
Georgia). L’Urss sorge e si dissolve – il 31 dicembre 1991 – attorno al
tema delle nazionalità, un aspettofonte
di tensione anche nella fase di impianto. Nel maggio del 1923
Sultan Galeev, che voleva realizzare una repubblica nazionale
tataro-baskira unendo tutti i musulmani di Russia, è il primo alto
dirigente che viene processato per “deviazione nazionalistica”.
In questo quadro anche l’Ucraina esce frustrata dal
suo desideriodi
indipendenza, in contrasto con i principi di autodeterminazione
dei popoli sanciti nel 1918 dalla Dichiarazione dei diritti del popolo
lavoratore. L’Ucraina era stata la regione più ricca dell’ex impero
zarista e avrebbe potuto godere dell’indipendenza sulla base degli
accordi del 1917 (rivelatisi temporanei) di Brest-Litovsk,
godendo dell’appoggio della Germania – poi sconfitta nella Prima guerra
mondiale – della Francia, troppo lontana per esercitare la sua
influenza, e della Polonia, a sua volta intervenuta e sconfitta
nell’ambito della guerra civile russa. L’Ucraina resta un’osservata
speciale perché animata da
forti tensioni controrivoluzionarie durante la guerra civile.
Lenin accusa Stalin di muoversi, nella gestione delle nazionalità, sulla
base del
precedente nazionalismo zarista russo,
un aspetto che ripugna il capo della rivoluzione. Nel febbraio del 2022
il presidente della Russia, Vladimir Putin, ha attribuito a Lenin la
colpa dell’esistenza dell’Ucraina ponendosi in linea di continuità con
lo sciovinismo zarista e
con Stalin.
Molto presto, già a dicembre del 1922, Lenin si rende conto che Stalin
non è la persona adatta al ruolo, ammettendo di avere compiuto un
errore. Lenin formula la proposta di allontanare Stalin dalla
segreteria, ma
inutilmente: il potere del leader è ormai solo formale, i suoi
articoli vengono pubblicati a distanza di mesi. Eppure la capacità di
riflettere sul corso dell’esperienza rivoluzionaria porta Lenin a nuove
e più realistiche considerazioni che lo allontanano dall’iniziale
intransigentismo, ma la sua riflessione non è più seguita dai membri del
partito, ormai incentrati sulle
manovre di successione al leader malato. In una lettera,
testamento al partito, Lenin esprimele
sue più severe critiche a Stalin, avvisando del pericolo gli
altri dirigenti, ma la lettera non viene pubblicata e non influisce
nelle manovre di successione.
Da straordinario manipolatore, Stalin si presenterà come il
più fedele continuatoredi Lenin e contro la
volontà del leader della rivoluzione, che non voleva cerimonie e
mausolei, renderà il corpo di Lenin reliquia
ufficiale del regime ribattezzando poi Pietrogrado in
Leningrado. Nel corso degli anni, Stalin farà eliminare tutti gli
esponenti del partito che potevano metterlo in ombra, compresi Kamenev e
Zinovev che l’avevano sostenuto nella fase di successione. Assieme a
loro il terrore staliniano – secondo i calcoli dello storico Aleksej
Timofejchev – provocherà la morte dioltre
sette milioni di persone.
Ucraina come sponda per un nuovo ordine
mondiale? Le
ambizioni di Cina e Russia oltre la guerra a Kiev. “Xi
vuole rompere lo schema americanocentrico”“Russia eCina continuano
a parlare con una sola voce negli affari globali, con l’obiettivo di
andare verso unordine
mondiale multipolare,
giusto e democratico”. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri
cinese, Wang
Yi,
al termine dell’incontro con il suo omologo russo, Serghej
Lavrov,
tornano su un tema caro a Pechino.
Ma se negli anni la questione del “nuovo
ordine mondiale” è
stata sollevata ciclicamente nelle dichiarazioni dellaRepubblica
Popolare,
questa riproposizione nel corso di un conflitto, quello in Ucraina,
che vede coinvolte a diversi livelli tutte e tre le principali potenze
mondiali, Stati
Uniti, Russia eCina,
assume un significato diverso.Secondo Paolo
Magri,
direttore dell’Istituto
per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi),
il messaggio di Pechino è rivolto “soprattutto agli Stati Uniti e al
loro braccio militare, ovvero laNato.
Quindi, Pechino fa
riferimento a un ordine che preveda più spazio per la Cina che intende
mettersialla
guida dei Paesi in via di sviluppo.
La Nuova
Via della Seta e
iBrics sono
tutti esempi che esprimono lo stesso concetto, ossia ‘anche noi vogliamo
partecipare alla definizione delle regole del gioco, soprattutto in
campo economico’”. Una visione, questa, condivisa anche daVittorio
Emanuele Parsi,
direttore dell’Alta
Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’università
Cattolica di Milano, che vede però il messaggio cinese più indirizzato
“a chi crede che il mondo sottol’egemonia
americana abbia
portato più danni che benefici. Gli esempi nella storia recente
abbondano, dall’invasione dell’Iraq alla
gestione del ritiro dall’Afghanistan,
ma anche della crisi
economica del 2008.
Ciò che stanno dicendo è che vogliono una gestione dell’ordine diversa”,
che si allontani da quella americanocentrica.
NAZIONAL-ESOTERISMO,
iper-tradizionalismo (RODNOVERIA), Evola e scontro tra Mondi
escatologici:la mostruosa fusione dell'ideologia che muove Putin. Dugin
e LA QUARTA TEORIA POLITICA:un'Idra ideologica capace di inghiottire
estrema destra, terzoposizionismo ed iper-bolscevismo anti-materialista.
Tra la fine degli anni 1980 e il 1992, Dugin visse a Parigi dove
stabilì contatti conAlain
de Benoist, il principale ideologo della Nouvelle
Droite francese; i due si distanziarono dal 1993, poiché De
Benoist non condivideva le mire imperiali dell'eurasiatismo, anche se
rimane il pensatore più simile a Dugin in Europa occidentale.[24] Nel
1992 Dugin iniziò a pubblicare il suo giornale,Elementy,
il cui titolo riproduceva quello del giornale Élements dellaNouvelle
Droite debenostiana.[25]
Nel 1990-1991 Dugin fondò l'Associazione Arktogaia, che nel 1993-1994
confluì come nucleo ideologico nel Partito
Nazional-Bolscevico che lo stesso Dugin fondò insieme allo scrittoreĖduard
Limonov.[23] Negli
stessi anni Dugin si dedicò allo studio delle origini dei movimenti
nazionali e alle attività dei gruppi esoterici a essi correlati insieme
al giornalista diestrema
destraChristian
Bouchet all'epoca membro dell'Ordo
Templi Orientis.[26] Celebrò
sia lozarismo sia
laprassi
politica diStalin,
oltre a Julius Evola,[7] e
fu uno dei collaboratori più prolifici al settimanaleDen (Il
giorno), uno dei centri ideologici dell'anti-cosmopolitismo russo,
attraverso il quale disseminò le teorie eurasiatiste.[23]
In quegli anni Dugin studiò la semiotica geopolitica e le teorie
esoteriche del controverso pensatore tedesco Herman
Wirth (1885–1981), co-fondatore dellaAhnenerbe.
Il risultato confluì nel libro La teoria iperborea (1993), in cui
Dugin supporta le teorie di Wirth come base per la sua visione
eurasiatica che propone come possibile soluzione per colmare il vuoto
ideologico lasciato dall'esaurimento di comunismo, liberalismo e
democrazia in Russia.[27] Dugin
inoltre contribuì alla diffusione della leggenda secondo cui Wirth
avesse scritto un'opera fondamentale sulla storia degliEbrei e
sull'Antico
Testamento, il cosiddetto Palestinabuch,
che avrebbe cambiato la storia del mondo se non fosse andato perduto.[28]
Le differenze ideologiche con Limonov si fecero nel frattempo
incolmabili e portano Dugin a uscire dal Partito Nazional-Bolscevico
insieme ai militanti più accesamente nazionalisti. Dugin si spostò
quindi ancora più a destra, con la fondazione di organizzazioni
anti-liberali e anti-progressiste che sempre mantennero un basso
profilo, tra le quali il Fronte Nazionale Bolscevico. Dopo la rottura
con Limonov, nel 1998 Dugin
si avvicinò aEvgenij
Primakov e, in seguito, alla cerchia diVladimir
Putin.[29]
Dugin è stato descritto dalla francese Marlène Laruelle, storica dell'eurasiatismo,
come senza dubbio il principale ideologo dell'eurasiatismo contemporaneo
o neo-eurasiatismo.[31] Nei
primi anni 1990 condivise tale primato con Aleksandr Panarin; in un
primo momento i due erano in opposizione, in quanto Panarin criticava
l'approcciopagano dell'eurasiatismo
dughiniano, il quale vede l'uomo come principalmente integrato nel mondo
naturale e la civiltà urbana come organismo tendenzialmente parassitario
distaccato dal mondo naturale.[31] Panarin
si riavvicinò a Dugin nei primi anni 2000, poco prima di morire di
malattia, entrando nel Partito Eurasia e scrivendo un preambolo al libroPolitical
Philosophy di Dugin.autore=Matteo Luca Andriola|
Nel 2019 Dugin e Bernard-Henri
Lévy — considerati esponenti ideologici di spicco degli oppostisovranismo emondialismo —
si confrontarono sul tema di quella che è stata definita "la crisi del
capitalismo" e l'insurrezione dei populismi nazionalisti.[32]
Il pensiero di Dugin è in molti aspetti simile a quello di Alain
de Benoist, spesso citato da Dugin stesso, e della Nouvelle
Droite francese, e i due ebbero dei contatti tra la fine degli
anni 1980 e i primi anni 1990; grandi differenze constano nel fatto che
De Benoist non condivide l'idea di un "impero eurasiatico" che saldi
l'Europa occidentale alla Russia, e si appoggia solo parzialmente al
tradizionalismo integrale, che è invece fondamento imprescindibile per
Dugin.[25] Oltre
che principale ideologo dell'eurasiatismo contemporaneo,[36] Dugin
è elencato tra i circa trenta più influenti ispiratori dellarodnoveria (neopaganesimo
slavo-russo).[37] Jafe
Arnold, uno dei principali studiosi accademici del dughinismo e delle
sue radici esoteriche, ha definito il filosofo russo come il pioniere
della giunzione tra eurasiatismo, tradizionalismo e geopolitica
geofilosofica risultante in un capitolo del tutto nuovo nella storia del
tradizionalismo integrale,[38] parte
di quello che lo studioso Pavel Nosachev ha definito un nuovo
"tradizionalismo russo".[39] Lo
studioso Michael Millerman ha messo in luce la centralità del pensiero
filosofico-politico di Heidegger nell'opera di Dugin, ritenendo l'heideggerismo
il vero cuore del dughinismo a cui eurasiatismo e tradizionalismo
sarebbero ancillari.[40] Lo
studioso Mark Sedgwick ha definito al contempo il dughinismo come una
prassi che unisce in sé sia il tradizionalismo "duro" (orientato
all'azione politica radicale;à la Evola) che il
tradizionalismo "morbido" (orientato alla contemplazione; degli altri
autori tradizionalisti).[41]
Dugin è stato variamente definito da accademici e giornalisti
dell'Occidente come il "filosofo più pericoloso al mondo",[42] "uno
dei più pericolosi esseri umani sul pianeta", tra i cento "maggiori
pensatori al mondo", nonché il "cervello di Putin", il "Rasputin di
Putin", il "folle mistico russo", il "guru del
Cremlino", e con vari altri epiteti definiti dalla Laruelle come indice
di una "ossessione dell'Occidente nei suoi confronti".[43] Il
giornalista americano Charles Clover lo ha definito nel suo libroBlack
Wind, White Snow, basato su un'ampia intervista a Dugin stesso, come
"inventore, architetto e impresario del'Eurasia" che ha contribuito alla
concezione e alla costruzione della politica russa contemporanea
orientandola verso una "conquista della realtà".[44]
Il 4, simbolo del Dio del Cielo, Dyeus,
e simbolo astronomico di Giove,
usato come simbolo della 4pt.
«Il regno del nazional-bolscevismo,
il Regnum, l'Impero della Fine ... È il ritorno degli angeli,
la resurrezione degli eroi, l'insurrezione del cuore contro la
dittatura della ragione. Questa Ultima Rivoluzione è compito
dell'acefalo, il portatore senza testa di croce, falce e martello,
coronato dal sole dello svastika eterno.[45]»
Nel nazionalbolscevismo, "nazione" è da intendersi,
come ben esplicito nel russo narod, come un ente integrale, organico,
per sua essenza refrattario a qualsiasi suddivisione anatomica, dotato
di un suo destino particolare e di una sua struttura unica.
Nella dottrina tradizionale ogni nazione è manifestazione di un
principio divino, sprituale, angelico. Esso è "al di fuori del tempo e
dello spazio" e "purtuttavia costantemente presente nelle vicissitudini
storiche della nazione", è un essere di luce, un "pensiero di Dio", la
cui "struttura è visibile nelle realizzazioni storiche della nazione,
nelle istituzioni sociali e religiose che la caratterizzano, nella sua
cultura", nei re divini, nei grandi eroi, nei pastori, nei santi. Esso è
l'Assoluto particolarizzato.[45]
"Bolscevismo"
è da intendersi come il "marxismo di destra" o "comunismo di destra",
"le cui origini risalgono alle antiche società iniziatiche e alle
dottrine spirituali di età remote", che conserva le basi mistiche,
spirituali, e gnostiche presenti in Marx ma non nel marxismo successivo.
Esso è al contempo scevro delle componenti decadenti del marxismo
successivo, quali progressismo e umanismo. Tale bolscevismo
trovò terreno fertile in Russia e presso altri popoli tradizionali non
ancora "alienati dallo Spirito", come la Cina.[45]
Più di recente (dalla pubblicazione di La quarta teoria politica nel
2009), Dugin ha utilizzato il nome di "quarta teoria politica"
(abbreviato "4pt") per la sua idea. Quarta in quanto oltrepassante le
tre teorie politiche precedenti, che si sono alternate plasmando il
mondo moderno—fascismo, comunismo e liberalismo—; quarta in quanto "il
numero 4 è il segno di Giove, il pianeta dell'ordine e della monarchia.
È un simbolo indo-europeo patriarcale del Dio del Cielo —Dyaus, Zeus, Deus".[46]
«La
Quarta Teoria, nelle parole stesse di Dugin, è un recupero del
nazionalbolscevismo che rappresenta "il socialismo senza
materialismo, ateismo, modernismo e progressivismo". È altresì un
recupero della Tradizione spirituale gnostica ed esoterica
originaria e un invito al dialogo costruttivo fra la sinistra
radicale e la Nuova Destra debenostiana,
oltre che con i vari movimenti Verdi ed ecologisti, superando vecchi
steccati ideologici ed approdando a nuove sintesi ideali.[47]»
Secondo Dugin stesso, i sistemi politici-culturali dell'Iran e della
Cina odierni sono già delle manifestazioni storiche della quarta teoria
politica.[48]
«... la meccanica del processo
ciclico, nel quale la corruzione dell'elemento terra (e della
corrispondente coscienza umana), la desacralizzazione della civiltà
ed il moderno "razionalismo" con tutte le sue logiche conseguenze,
sono considerati come una delle fasi della degenerazione.[45]»
Per Dugin, "il centro di gravità della Tradizione si colloca entro una
sfera non soltanto non razionale, ma persino non umana"; esso è l'"asse
del sacro".
L'anello di giunzione tra tradizionalismo e ideologie anti-liberali
(molte delle quali storicamente furono anti-tradizionaliste,
prefiggendosi la distruzione non solo dei rapporti capitalistici ma di
tutte le istituzioni tradizionali — monarchia e chiesa), per Dugin (e
per il nazional-bolscevismo) si trova nella concezione tradizionalista
della ciclicità delle ere, per cui nella modernità tutte le istituzioni
tradizionali "perdono la loro forza vitale, e pertanto
l'auto-realizzazione metafisica deve trovare metodi e vie nuove".[45]
Dugin stesso paragona il nazionalbolscevismo e
l'eurasiatismo alla filosofia diJulius
Evola, alla via
della mano sinistra dell'esoterismo occidentale, nonché albuddhismoesoterico e
altantra delle
tradizioni di matriceindiana,
ossia alle vie di "trascendenza distruttiva", utili per una
purificazione del mondo dalla corruzione data dalla degenerazione
dell'Occidente liberale-globalista, per una cosciente azione di
distruzione delle istituzioni degenerescenti, in un'ottica accelerazionista della
fine dei tempi.[45]
Dugin fa proprio il misticismo escatologico indo-ariano
conservato dalle tradizioni dell'India e non solo, relativo alla discesa
dell'umanità prisca (ariana, successivamente divisasi in ramiindoeuropei eturanici)
dall'Iperborea (il
polo nord, il cui primo centro spirituale fu inRussia,
nelle regioni settentrionali della Siberia e
degliUrali,
da cui gli Ariani si propagarono in tutta l'Eurasia),[53] la
corruzione demonica e degenerazione bestiale dell'umanità nell'era
corrente (Kali
Yuga) determinata da un'apertura, in seno all'apparato
tecnocratico della civiltà occidentale, dell'"uovo
cosmico" non più dalle altezze del Cielo (polo nord) che permea il
mondo con gli spiriti divini, ma dalle bassezze della Terra (polo sud)
che permea il mondo con forze ctonie dissolutrici,[54] e
il ristabilirsi futuro della giustizia celeste sulla Terra per opera di
una nuova incarnazione del Dio supremo del Cielo (ilKalkiindù,
il Maitreya buddhista,
laseconda
venuta dell'escatologia cristiana, e la figura equivalente in tutte
le altre tradizioni):
«Nella tradizione indo-aria la fine
dell'era corrente assisterà al ritorno di Dio sulla Terra. Una nuova
gloriosa Età dell'Oro sorgerà. La Sua venuta inizierà una Grande
Guerra, dopo la quale Egli fonderà il suo regno millenario. Questa
sarà l'era descritta come Krita
Yuga negli antichi testi indù — un'età di giustizia, dovere,
virtù e felicità; un tempo nel quale il "Grande Dio Bianco" del
Cielo regnerà supremo sulla Terra. Nella religione indù sarà il
decimo e finaleavatāra del
SignoreViṣṇu: Kalki il
Distruttore.[55]»
L'escatologia indiana degli yuga è
equivalente ad altre escatologie indoeuropee quali la teoria delle ere
della tradizione greca formulata daEsiodo e
ilRagnarǫk della
tradizione germanico-scandinava (eddica).[56] Dugin
compara e combina le tradizioni indo-ariane anche con l'escatologiabiblica,
di derivazione mesopotamica (e
quindi essa stessa di matrice ariana, per lineaturanico-sumera[57]),
per cui secondo Dugin l'era contemporanea rifletterebbe gli eventi
narrati nell'Apocalisse
di Giovanni, per cui l'Occidente guidato dagli Stati Uniti
sarebbe il "Regno dell'Anticristo"
guidato da Babilonia
la Grande, la Bestia, madre di tutte le prostitute e gli abominii
della Terra.[58]
«Gli USA sono una cultura chimerica,
anti-organica, trapiantata che non ha né tradizioni statali sacrali
né una base culturale, ma che, tuttavia, cerca di imporre il suo
modello "babilonico" anti-etnico, anti-tradizionale, anche in altri
continenti.[58]»
Nel solco di altri pensatori tradizionalisti, in una linea di pensiero
già tracciata in Russia — rappresentata tra gli altri da Konstantin
Nikolaevič Leont'ev —, ilcristianesimo,
specialmente quello occidentale (cattolico eprotestante),
è per Dugin e per i pensatori della quarta teoria politica causa e
veicolo dell'utilitarismo economico e moralistico e delle forze
dissolutorie dell'Occidente morente, per cui Leont'ev affermava che "per
noi Russi è più conveniente una fusione con i popoli asiatici e di
religione non-cristiana per il semplice fatto che tra di essi non è
ancora irrimediabilmente penetrato il moderno spirito europeo".[59] Dugin
afferma che le radici dell'ideologia individualista liberale-globalista
e del mondo che ha prodotto siano da trovarsi nelnominalismo che
prese piede nella teologia cristianascolastica medievale
(cattolica e poi protestante), vale a dire l'idea che i nomi degli enti
e delle categorie di enti siano "suoni vuoti" e non rappresentazioni di
essenze collettive, prevalendo sulrealismo,
ossia l'idea che i nomi siano rappresentazioni di essenze spirituali
reali che generano gli enti e le categorie di enti.[60]
Il cristianesimo occidentale è vuota "anti-tradizione", a differenza
dell'ortodossia russa che ha conservato una tradizione iniziatica esoterica;[61][62] secondo
Dugin l'ortodossia russa preserva una connessione con l'antica religione
russa, slavo-ariana, con le linee iniziatiche pre-cristiane, che la
rendono una continuazione cumulativa di tutta la tradizione spirituale
russa che sia pre-cristiana, cristiana o post-cristiana, una tesi
sostenuta anche da Mircea Eliade nei suoi ripetuti riferimenti a una
"religione cosmica popolare" persistente nell'Europa orientale.[63] Teologicamente,
l'ortodossia russa ha mantenuto una visione "manifestazionista" della
realtà che permette la continuità tra umano e divino, e la possibilità
di deificazione dell'umano, al contrario della visione "creazionista"
della realtà che è prevalsa nel cristianesimo occidentale portandolo
all'esaurimento.[64] Dugin
è per questo vicino sia al movimento dellarodnoveria —
il recuperoneopagano della
fede slava indigena — che aivecchi
credenti ortodossi, dei quali è anche un membro iniziato.[62] I
vecchi credenti sono quegli ortodossi russi che si distaccarono dallaChiesa
ortodossa russa nel XVII secolo perché contrari alle riforme
occidentalizzanti operate dal patriarcaNikon (1605–1681),
che volle allineare la Chiesa russa, nella dottrina e nella pratica,
allaChiesa
ortodossa greca, sceverandola dai suoi elementi slavo-russi
paganizzanti; secondo Dugin entro l'ortodossia russa sarebbero quindi i
vecchi credenti i rappresentanti più genuini della continuità della
tradizione spirituale russa, slavo-ariana, integrata con la gnosi
escatologica del cristianesimo originario che identifica i Russi come la
"Terza Roma" e il Katechon che
contrasta l'Anticristo.[65] Secondo
la Laruelle, Dugin propone una fusione dell'ortodossia russa con il
neopaganesimo in modo tale che la prima si separi definitivamente dal
cristianesimo occidentale e si identifichi con la forza nazionale del
paganesimo ancorato alla terra russa.[62]
Nel suo testo The Metaphysical Factor in Paganism (1990/1999),
Dugin, che segue in ciò Julius Evola, ritiene che siano lereligioni
pagane (gentili, etnico-indigene; in russoyazychestvo,
che letteralmente significa "pratica della lingua [nativa]"), e non le
tre religioni monoteistiche, le più adatte a realizzare l'idea
imperiale, in quanto permettono quella coesistenza di unità e
molteplicità, la molteplicità degli dèi, spiriti o angeli, visti come
emanazioni o espressioni dell'Uno cangiante, e quindi la complementarità
di immanenza e trascendenza, che è necessaria in un sistema di tipo
imperiale.[66]
La Siberia è prevista da Dugin avere un ruolo centrale
nella nuova identità e nel destino della Russia eurasiatica imperiale;
terra di irradiazione nel mondo degli Ariani, ultimo "impero del Cielo"
dopo Thule-Iperborea, la Siberia è rimasta "cuore immacolato" dell'Eurasia
ai margini dello sviluppo della storia del mondo verso la civiltà
occidentale e la sua degenerazione finale assorbita dalla saturazione
del polo sud della Terra, preservandosi da essa, e le sue popolazioni, "teofore"
(portatrici di Dyeus, Tengri, Dingir),
hanno conservato intatta la sapienza estatica originaria degli Ariani,[68] pronte
a re-irradiarla e riattivarla nel mondo mentre essa è scomparsa in
Occidente, si è indigenizzata inIndia con
l'assorbimento degli Ariani nelle popolazioni neredravidiche,
e si è isolata in un solipsismo contemplativo nell'autosufficienza
collettiva della civiltà cinese.[49] I
re-sacerdoti dei popoli ariani (indoeuropei-turanici)
sono tali per diritto divino, "figli del Cielo", in quanto nascono da
madri vergini fecondate dallo Spirito di Dio procedente dal polo nord, o
discendono da linee di sangue con tali origini, e sono caratterizzati da
capelli biondi o fulvi (biondo-rossi) e occhi azzurri.[49] La
Siberia è per Dugin il centro spirituale della Russia-Eurasia dove
avviene la messa a terra delle forze del polo nord, la giuntura tra
Cielo e Terra; prevalentemente nordica nella genealogia e
prevalentemente orientale nella religione, la Russia centrata in Siberia
ha per Dugin il destino cosmico di risvegliare tutti i popoli alla
rivolta contro l'Occidente e al recupero delle proprie tradizioni
religio-politiche, imperiali e indigene,[69] in
alleanza con laCina,
con il mondo dell'Islam (specialmente
quelle frange, soprattuttosciite iraniane
ma anchesunnite turche,
che hanno chiaramente identificato il nemico di Dio della fine del
mondo, ilDajjal,
nell'Occidente), e potenzialmente con l'India,
e con un'America
meridionale e un'Africa decolonizzate
e reintegrate nelle loro essenze autentiche.[70]
La quarta teoria politica apre una lotta escatologica contro tutto ciò
che l'Occidente liberale-globalista incarna di nefasto, e apre al
recupero di tutto ciò che non è moderno né occidentale: "il pre-moderno,
il post-moderno, l'anti-moderno, l'Asia, la tradizione romana".[48] Dugin
teorizza la possibilità di una riorganizzazione della società
nell'antica tripartizione indoeuropea di sacerdoti, guerrieri e
contadini, affinché il Cielo riconquisti la Terra,[6] in
quello che identifica come un "socialismo indoeuropeo",[48] o
un verticale "platonismo politico".[33] Si
tratterebbe di invertire "il processo della modernità che iniziò con il
posizionare, all'opposto, il materiale al di sopra dello spirituale, la
Terra sopra il Cielo".[6] Come
identificate daGeorges
Dumézil, le caste tradizionali sono tre, mentre la quarta casta, le
moderne masse urbane, borghesi nel loro dualismo tra capitalisti e
proletari, sono il frutto dell'unione dei rifiuti delle caste
tradizionali.[48]
Dioniso consegnato alla ninfa Nisa,
di Jacques Francois Courtin. Dioniso è dualità tra Cielo e Terra,
e mediatore tra i due principii, e in quanto tale per Dugin è
(come poi Gesù
Cristo) un simbolo della modalità propria del Dasein.[71]
Il Dasein rappresenta il futuro nuovo centro per un nuovo inizio
di civiltà, nuovoaxis
mundi, punto di congiunzione tra Cielo e Terra, che nascerà in
Eurasia (nonostante, per Dugin come per Evola, il mondo a occidente
giungerà prima rispetto all'Oriente all'instaurazione del nuovo ciclo di
civiltà, in quanto l'Occidente è giunto ormai al fondo finale della
degenerazione[48]),
e allo stesso tempo l'uomo nuovo che lo indicherà.[59] "Riflettendosi,
ilDasein si fa popolo", lingua, storia, spazio e
tempo.[48]
«Il Dasein impone la
trasfigurazione dell'uomo ed il suo ricongiungimento alla dimensione
del sacro: una conquista e riappropriazione dell'ordine
sovrannaturale attraverso l'identificazione di Essere e divenire.
... Egli è un Soggetto partecipe del Divino, ed in quanto tale, di
fronte alla constatazione dell'allontanamento dalla norma, tende a
ristabilire l'ordine; a riappropriarsi della dimensione del sacro, e
dunque a preparare la via per il nuovo Avvento.[59]»
«L'Esserci in Heidegger, rileva Dugin,
è in stretto rapporto con il Geviert, il Quadrato che
consente di intendere, oltre la comprensione impostasi con la
metafisica, la relazione Essere-Evento. In tal senso il Dasein è
l'uomo reintegrato nelle sue possibilità originarie, l'uomo
tradizionale aperto al cosmo e all'influenza dellepotestates che
lo animano, oltre il dualismo razionalista soggetto-oggetto.[5]»
Il Dasein è anche "una forma esistenziale di comprendere il
popolo, che si oppone alle teorie dei liberali, con la loro idea vuota e
insignificante di individuo; alle teorie dei comunisti, basate su classi
e collettività, concetti altrettanto vuoti che non si oppongono affatto
a quelli liberali, poiché questo tipo di collettività è solo un
agglomerato di atomi individuali, come già detto; e, infine, alle teorie
dei nazionalisti, che si rifanno al concetto di Stato nazionale, altra
idea borghese antitetica all'impero e all'idea del sacro".[48]
Il Dasein e ilGeviert in cui si manifesta,
nella post-modernità "liquida" risultata dall'involuzione delle caste
sono completamente occultati e operanti nel nascondimento, sono funzione
di ciò che Dugin chiama il "Soggetto Radicale" (o, secondo una
traduzione migliore che lui stesso ha proposto, il "Sé Radicale"[56]),
corrispondente all'"Individuo Assoluto" o "Uomo Differenziato" di Evola.
Il Dasein è l'essenza ed esperienza più radicale dell'uomo, "pura
presenza dell'intelletto", ciò che rimane dell'uomo quando è liberato da
qualsiasi forma storica secondaria, e non è né individuale né
collettivo. Tale pura presenza dell'intelletto si schiude solo quando
l'uomo si trova di fronte alla morte. E "tale Risveglio non è un'idea
trascendente, ma un'esperienza immanente, che deve tornare a essere la
radice della politica".[48] Dugin
compara il Soggetto Radicale anche alla "Persona Assoluta", forma
dell'Assoluto personificato, del pensiero indiano, ilParam
Atman, che in quella che definisce "trascendenza immanente" è sempre
centro anche laddove non è possibile averne uno, come nel mondo liquido
postmoderno, dove non v'è simmetria che dia forma.[48]
Il Soggetto Radicale si manifesta "quando è saltata la trasmissione
regolare delle forme del sacro" e, non trovando altro che il nulla
intorno a sé, ossia il mondo liquido dato dal dissolversi di tutte le
forme tradizionali, punta a una nuova fondazione.[48] Dugin
valorizza ai massimi livelli un'azione storico-politica che assuma
tratti poietici, magico-rituali, demiurgici, come tipico della
tradizione slavofila.[5]
«Noi non vogliamo restaurare alcunché,
ma far ritorno all'Eterno, che è sempre fresco, sempre nuovo: questo
ritorno è dunque un procedere in avanti, non a ritroso. Il Soggetto
Radicale, inoltre, si manifesta tra un ciclo che finisce e uno che
nasce. Questo spazio liminale è più importante di tutto ciò che sta
prima e di tutto ciò che verrà dopo.[48]»
Diversamente dalla parcellizzazione riduzionista e analitica della
realtà promossa dalla modernità razionalista e liberale, per Dugin come
per la tradizione originale platonica e indo-europea, ed eurasiatica
tutta, v'è "unità fondamentale delle strutture della conoscenza, della
società e del cosmo", quindi l'uomo è veicolo di trasporto della
"trascendenza nell'immanenza inverando il Cielo sulla Terra":[33]
«... l'uomo è un anello della catena
degli dèi. Egli è teso tra le due origini (nachala), e compie
da sé, con la sua esistenza, il trasferimento dell'una nell'altra,
come un demiurgo, un dio ... Egli crea l'ordine del cosmo, organizza
le copie, e dissolve i fenomeni nella contemplazione delle idee.»
37° GIORNO DI GUERRA---01-04-22
Guerra Russia-Ucraina, ucciso miliziano italiano nel Donbass: è stato
colpito da una bomba a mano. Combatteva con i separatisti
Un miliziano italiano di 46 anni, Edy
Ongaro, combattente con le forze separatiste del Donbass,
è rimasto ucciso il
30 marzo in battaglia, nel villaggio diAdveedka,
a nord di Donetsk. È stato colpito da una bomba a mano. La notizia,
diffusa la sera del 31 marzo con un post dal Collettivo Stella Rossa
Nordest, è stata confermata all’Ansa da
Massimo Pin, amico di Ongaro, in contatto con esponenti della ‘carovana
antifascista’ che si trova nell’Oblast.
Lo ricorda lo stesso Collettivo Stella Rossa – Nordest su Facebook: “Si
trovava in trincea con altri soldati quando è caduta una bomba
a mano lanciata dal nemico. Edy si è gettato sull’ordigno
facendo una barriera con il suo corpo. Si è immolato eroicamente per
salvare la vita ai suoi compagni”. Ongaro, di Portogruaro (Venezia)
combatteva con le forze separatistefilo-russe e
si trovava nel Donbass dal 2015. Il “martirio” diEdy
Ongaro “serva a rompere il castello di bugie di questa guerra,
ma soprattutto a rilanciare la lotta
antifascista e internazionalista. Il sacrificio di Edy mostri
la forza del proletariato che saprà portare al trionfo del comunismo”,
proseguono i compagni del miliziano italiano: “Era un compagno puro e
coraggioso ma fragile ed in Italia aveva commesso degli errori. InDonbass ha
trovato il suo riscatto,
dedicando tutta la sua vita alla difesa dei deboli e alla lotta contro
gli oppressori. Ha servito per anni nelle fila di diversi corpi delle
milizie popolari del Donbass fino alla fine dei suoi giorni. Ti
salutiamo Compagno Partigiano con il motto che ti era tanto caro: ‘Morte
al fascismo, libertà al Popolò”, si conclude il post.
Nel 2015 Ongaro parlava in un’intervista della propria decisione di
raggiungere la regione per unirsi alle forze filo-russe contro
l’Ucraina. “Mi chiamo Edy Ongaro, nome di battaglia Bozambo. Vengo dalla
provincia di Venezia, Giussago di Portogruaro, un piccolo paesino come
tanti in mezzo alla campagna”, diceva nell’intervista a Spasidonbass.ru riproposta
all’epoca da Antenna 3.
“Con molto orgoglio e molto onore posso dire di essere parte della
Prizrak, questo battaglione internazionalista, mi sento dal primo
momento tra compagni e compagne. In ogni Stato, in ogni parte del globo
c’è qualche minoranza, qualche etnia che viene calpestata e allora
bisogna reagire”, dice nell’intervista. A spingerlo nel Donbass “Il
rispetto verso se stessi e verso gli altri: questo dovrebbe portare
molte persone, soprattutto per chi come me era in condizioni
deplorevoli, scandalose per uno stato che si dice civile”, a fare la
stessa scelta di ‘Bozambo’. “A queste persone dico; se
potete, venite qui“,
diceva. “Finché ci sarà aria nel mio corpo e finché sangue scorrerà, da
qui non uscirò mai. La
mia scelta è restare qui,
sto cercando di avere la cittadinanza in queste repubbliche”.Ongaro era
stato implicato in una rissa in un bar di Portogruaro, dove aveva
colpito l’esercente con un calcio
all’addome,
scagliandosi alla fine anche contro un carabiniere. Concessi i termini a
difesa, Ongaro era stato rimesso in libertà dal giudice in attesa del
processo, ed era sparito. Da allora di lui erano arrivate solo notizie
via social. In Donbass, già all’epoca, si era arruolato con i
separatisti della brigata Prizrak,
composta soprattutto da foreign
fighter.
Per i filo-russi era diventato una specie di eroe, incurante di
rischiare la vita sotto le bombe per combattere contro il governo di
Kiev, a fianco “di tutti i civili neo-russi che hanno visto l’inferno in
terra”. “Questo è il nostro giorno” aveva scritto quando Vladimir Putin
aveva firmato in diretta tv il decreto col cui la Russia riconosceva
l’indipendenza dall’Ucraina delle repubbliche del Donbass. Il suo nome
di battaglia,”Bozambo“,
era stato scelto in ricordo di un partigiano della seconda guerra
mondiale, e sosteneva che a spingerlo alla lotta con i ribelli filo
russi delle repubbliche di Donetsk e Luhanskm sarebbe stato il ricordo
delle violenze inferte dai fascisti alla sua famiglia. (Foto:
dal profilo Fb del Collettivo Stella Rossa Nordest)
Guerra Russia-Ucraina, da Irpin all’inferno di Bucha: la battaglia a
nord-ovest di Kiev per allontanare i tank di Mosca dalla capitale
Dal trionfo di Irpin all’inferno
diBucha.
Lunedì, attorno alle 16,30, è stato lo stesso sindaco della cittadina
alle porte di Kiev a dare la positiva notizia per il fronte ucraino
attraverso il suo canale Telegram al
termine di una giornata campale. La capitale ha respirato icombattimenti,
specie la parte a nord-ovest, proprio in direzione dei due centri della
cintura, distanti tra loro una manciata di chilometri e a venti minuti
di macchina da Maidan.
Il messaggio postato dal sindaco-combattente, Oleksandr
Markushin,
è stato ripreso in fretta dagli altri canali Telegram e poco dopo è
arrivata la conferma. Le battaglie
decisive per
evitare lo sfondamento deitank
russi con
laZ sul
ferro si sono sviluppate proprio in quel fazzoletto di terra.
Negli ultimi giorni i combattimenti si sono fatti più intensi. In realtà
la cacciata dei russi da Irpin era stata annunciata verso la metà della
passata settimana, ma la conquista non era stata totale. Di riflesso,
mentre a Irpin il primo cittadino celebra la notizia sulle ceneri di una
cittadina che in sostanza non esiste quasi più, a pochi chilometri a
nord la situazione resta drammatica: “Colpi contro le case
dei civili, infrastrutture distrutte, fuoco sui cittadini in
fase di evacuazione:
l’esercito russo sta commettendo crimini
inenarrabili su Bucha. Non li perdoneremo”, è il commento di un
portavoce militare di Kiev rilasciato nel pomeriggio.
Stando a quanto riferito da una delle due parti coinvolte nel conflitto,
la situazione a Bucha sarebbe drammatica. A una ventina di chilometri in
linea d’aria, l’eco dei bombardamenti e
dei colpi di artiglieria è stata una fedele compagna per tutto il corso
della giornata. I ripetutiboati alternati
al suono dellesirene che
oggi hanno riecheggiato tre volte nel corso della giornata su Kiev. Una
situazione divenuta una prassi ormai. La capitale è ridotta a unoscheletro
vuoto, soprattutto nella zona periferica a nord-ovest. Gli
abitanti della zona sembrano ormai rassegnati e a ogni suono della
sirena nessuno reagisce con particolare ansia.
Eppure le bombe e i proiettili cadono a pochi chilometri.
Se l’esercito ucraino dovesse riuscire a respingere le truppe russe
ancora più indietro, verso nord e verso il confine
bielorusso, a Kiev si aprirebbe una nuova partita e soprattutto
si allenterebbe la morsa. La città ha un aspetto spettrale, le strade
sono semivuote e tutti i negozi,
gli uffici e le attività sono chiuse. Solo nella zona centrale tra il
quartiere olimpico e piazza Indipendenza, lungo via
Shota Rustaveli, alcuni caffè e ristoranti sabato hanno
timidamente riaperto i battenti. Soprattutto i giovani ne
stanno approfittando. Servizi attivi anche all’interno dellastazione
ferroviaria con i convogli da e perLeopoli eKharkiv operativi,
ma per il resto, a parte farmacie, qualche ‘magazin’, un paio dibanche e
i venditori ambulanti, tutte le saracinesche sono abbassate. L’attesa
normalità è ancora lontanissima.
“Non c’è un cessate il fuoco a Mariupol,
la città è ancora sotto attacco. Il cessate il fuoco riguarda i corridoi
umanitari, il segmento che va da Berdyansk a Zaporizhzhia“.
Lo ha detto la vicepremier ucraina con delega alla Reintegrazione dei
Territori Occupati, IrynaVereshchuk,
incontrando in videocollegamento i media internazionali a Leopoli.
Inoltre, ha spiegato, “non abbiamo un mediatore, non ci sono organi
terzi che possono verificare l’eventuale violazione del
cessate il fuoco
”.
Putin firma decreto per coscrivere 134.500 persone
Il presidente russo Vladimir
Putin ha
firmato un decreto sullacoscrizioneprimaverile per
“effettuare dal 1 aprile al 15 luglio 2022, la coscrizione di cittadini
russi di età compresa tra 18 e 27 anni che non sono nella riserva (…),
per un totale di134.500
persone“,
si legge nel testo del documento pubblicato
sul portale Internet ufficiale di informazioni legali, come riporta
l’agenzia russaRia
Novosti.
35° GIORNO DI GUERRA---30-03-22
Ministero difesa ucraino: “Nessun ritiro di truppe russe da Kiev e
Chernihiv”
A differenza di quanto annunciato da Mosca, non c’è nessun
ritirosu vasta scala dei russi dalle aree di Kiev
e Chernihiv ma solo movimenti limitati. Lo comunica Oleksandr
Motuzyanyk, portavoce del ministero della Difesa ucraino. “Il
nemico ha ritirato le unità che hanno subito le perdite maggiori per
rifornirle”, rende noto Motuzyanyk, aggiungendo che “l’assedio di
Chernihiv continua, come missili e colpi di artiglieria lanciati dalle
forze russe”.
Ucraina, l’offensiva russa compie il suo primo mese. Le campagne
precedenti: dai 40 giorni in Iraq ai quattro anni dell’assedio di
Sarajevo
Le armate di Vladimir Putin sono ferme da giorni sulla stessa linea di
combattimento e non hanno ancora conquistato le principali città,
nonostante la massiccia campagna di bombardamenti: il piano di
completare l'intera operazione in 15 giorni appare sempre più
irrealistico. Se si guarda indietro ai conflitti degli ultimi decenni,
prendere il controllo di uno Stato a suon di bombe non si è mai
rivelata un'operazione rapida per chi ci ha provato. Ecco i precedenti
La guerra russa in Ucraina sta per compiere
un mese e
non sembra vicina a interrompersi. Secondo le informazioni del
Pentagono le armate di Vladimir Putin sonoferme
da giorni sulla
stessa linea di combattimento e non hanno ancora conquistato le
principali città (qui
la mappa dell’invasione),
nonostante la massiccia
campagna dibombardamenti e attacchi
missilistici.
Col senno di poi sembra ancora più irrealistica la
tabella di marcia contenuta in presunti documenti russi – la cui
autenticità non è mai stata confermata – secondo cui l’intera
operazione si sarebbe dovuta completare
in 15 giorni.
Il governo di Mosca ha forse peccato di ottimismo pensando
all’offensiva in Crimea del febbraio 2014, quando alle milizie
bastarono poco più di cinque giorni (23-28 febbraio) per prendere il
controllo delle sedi istituzionali: in quel caso però si trattava di una
sola regione amaggioranza
russofona che
non venne difesa (o quasi) dall’esercito di Kiev. Se invece si
guarda indietro alle campagne militari degli ultimi decenni,
prendere il controllo di uno Stato a suon di bombe non si è mai
rivelata un’operazione
rapida per
chi ci ha provato, cioè – in quasi tutti i casi – l’alleanza
occidentale a guida statunitense.Afghanistan –
L’operazione Enduring
freedom iniziò
il 7
ottobre del 2001 con
i bombardamenti di Usa e Regno Unito contro Al Qaeda e i Talebani.
All’inizio furono colpite Kabul e Kandahar (dove risiedeva il leader
talebano, il Mullah Omar) poi gli obiettivi di comando, controllo e
comunicazione. Nell’attacco vennero utilizzate tutte lemigliori
tecnologie a
disposizione: i Talebani peraltro possedevano unadebolissima
contraerea,
il che permetteva ai velivoli di operare senza grandi pericoli.
Nonostante ciò, fino all’inizio di novembre i guerriglieri islamici
conservavano ampie
porzioni di territorio:
per piegarli vennero lanciate quasi settemila tonnellate di bombe
BLU-82, tra le più potenti al mondo. Il 12 novembre le forze
talebane abbandonarono Kabul, il 26 cadde Kandahar. Solo dopo la
battaglia di Tora Bora (12-17 dicembre) fu possibile instaurare il
governo provvisorio con a capo Hamid Karzai, che giurò il 22
dicembre. Ma gli attacchi aerei sulle sacche di resistenza
continuarono per tutto l’anno successivo: solo il 1°
marzo del 2003 il
segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dichiarò la “fine dei
combattimenti”, che di fatto però non si realizzò mai del tutto fino
al 2021, con la riconquista del Paese da parte dei talebani.
Durata dell’offensiva: 510 giorni (7 ottobre 2001 – 1° marzo
2003)Iraq –
Il rovesciamento di Saddam Hussein da parte degli Usa – considerata
un’operazione molto rapida – impiegò quaranta giorni per
realizzarsi. La guerra iniziò la mattina del 20
marzo del 2003 con
l’invasione del Paese. Già in serata le forze britanniche e i
marines avevano occupato il porto di Umm Qasr, impossessandosi dei
giacimenti petroliferi del sud, e si trovavano in prossimità di
Bassora, che però fu presa solo il6
aprile.
Gli iracheni opposero resistenza per alcuni giorni nei pressi di
Hilla e Karbala, aiutati da una tempesta di sabbia e dalla necessità
americana di rifornire i propri mezzi. Il 9 aprile, tre
settimane dopo
l’inizio dell’invasione, gli americani entrarono nella capitale
irachena con labattaglia
di Baghdad.
Di lì a poco le rimanenti difese irachene crollarono: il 10 aprile i
curdi entrarono a Kirkuk e
il 15 aprile cadde anche la città natale del rais,Tikrīt.
Il 1º
maggio 2003 il
presidente Bush atterrò sulla portaerei Abraham Lincoln e vi tenne
un discorso avendo alle spalle uno striscione con la scrittamission
accomplished (missione
compiuta). La cattura di Saddam però risale solo al 13 dicembre
successivo.
Durata dell’offensiva: 42 giorni (20 marzo 2003 – 1° maggio
2003)Libia –
L’intervento militare mirato a deporre Muammar
Gheddafi durante
la prima guerra civile libica fu inaugurato il19
marzo 2011 dallaFrancia con
un attacco aereo diretto contro le forze terrestri del raìs attorno
a Bengasi. Seguirono offensive di altri Stati, dapprima portate
avanti in autonomia e poi unificate il 25 marzo sotto l’operazioneUnified
protector a
guidaNato.
La coalizione – composta inizialmente da Belgio, Canada, Danimarca,
Italia, Francia, Norvegia, Qatar, Spagna, Regno Unito e Usa – si
ampliò fino a comprendere 19 Paesi. Le missioni aeree e i lanci di
missili Tomahawk della Nato miravano siti militari, antiaerei e
forze lealiste di terra, con particolare impegno dell’aeronautica
francese e britannica. In soli due giorni, dal 31 marzo al 2 aprile,
le forze Nato condussero 178
operazioni e74
attacchi aerei in
Libia, potendo contare su una forza complessiva di 205 aerei e 21
navi. Le operazioni portarono – momentaneamente – alla conquista di
Tripoli, Sirte e di quasi tutta la Libia. Il20
ottobre 2011 Gheddafi
venne ucciso dai ribelli mentre si nascondeva e alla fine del mese
le forze alleate si ritirarono.
Durata dell’offensiva: 251 giorni (19 marzo 2011 – 20
ottobre
2011)
Bosnia –
L’assedio
di Sarajevo,
il più lungo nella storia bellica della fine del XX secolo, si
protrasse dal 5
aprile 1992 al29
febbraio 1996.
Vide scontrarsi le forze del governo bosniaco sostenuto dalla Nato,
che aveva dichiarato l’indipendenza
dalla Jugoslavia,
contro l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache, che
miravano a distruggere il neo-Stato indipendente della Bosnia ed
Erzegovina. Tra aprile e maggio 1992 Sarajevo fu completamente
isolata dai serbi: le principali strade che conducevano in città
furono bloccate, così come anche i rifornimenti di viveri e
medicine. I servizi come l’acqua, l’elettricità e il riscaldamento
furono tagliati. Nella seconda metà del 1992 e nella prima metà del
1993 l’assedio raggiunse il suo apice: i rapporti indicano una media
di 329
esplosioni al giorno,
con un massimo di 3.777 bombe sganciate il 22 luglio 1993. Quando i
serbi effettuarono un raid contro un sito armi dell’Onu, i jet della
Nato iniziarono l’operazione Deliberate
Forceattaccando
depositi di munizioni serbi e altri obiettivi militari strategici.
Nell’ottobre 1995 fu raggiunto il cessate il fuoco e il 14 dicembre
fu firmato l’accordo di Dayton sui confini e l’assetto del nuovo
Stato. Il governo bosniaco non dichiarò la fine dell’assedio di
Sarajevo fino al 29 febbraio 1996.
Durata dell’offensiva: 1425 giorni (5 aprile 1992-29 febbraio 1996)
Bosnia, la “piccola Jugoslavia” dove torna la paura della guerra. L’Onu
teme la nascita di un esercito separatista serbo, ma anche i croati
puntano alla spartizione---Oltre
le pareti vetrate della grande sala stampa del Parlamento bosniaco,
il rappresentante speciale degli Stati Uniti per i Balcani
occidentali, Gabriel
Escobar,
lunedì mattina ha rassicurato tutti. “La
Bosnia-Erzegovina resterà un Paese sovrano e indipendente”,
ha detto il diplomatico di fronte a decine di giornalisti impegnati
a prendere appunti sulle sorti del loro stesso Paese. Le sue
dichiarazioni sul fatto che “una
guerra non ci sarà” sarebbero
state scontate fino a qualche mese fa. Ma hanno smesso di esserlo
negli ultimi giorni, ossia da quando il membro serbo della
presidenza tripartita,Milorad
Dodik,
ha arricchito la sua retorica
secessionista di
progetti concreti per realizzareistituzioni
indipendenti in ambito militare, giuridico e fiscale.
Settimana scorsa era diventato un caso internazionale il rapporto in
cui l’Alto rappresentante Onu per il Paese, Christian
Schmidt,
sottolineava che se i separatisti
serbi,
storici alleati dei russi, arriveranno alla creazione
di un proprio esercito sarà“molto
realistica” la
prospettiva di un ritorno al conflitto. Come rappresaglia, laRussia aveva
minacciato di porre ilveto all’estensione
della missione militareEufor
Althea in
Bosnia-Erzegovina (il dispiegamento di forze internazionali che dal
2004 hanno il compito di mantenere la pace nel Paese), se nel testo
da adottare non fossero stati tolti tutti i riferimenti al report di
Schmidt. Alla fine, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha
approvato all’unanimità il prosieguo della missione, ma alle
condizioni imposte dai russi, che sono così riusciti a minare
l’autorità dell’Alto rappresentante. E a dare implicitamente credito
alla politica separatista del leader del partito nazionalistaSnsd Dodik,
che ha emanato dallo scorso lugliocentinaia
di proposte per
smantellare pezzo dopo pezzo i propositi unitari degliaccordi
di Dayton,
i trattati di pace siglati nel 1995 e sulla cui fragile e
anacronistica architettura si basa la stabilità della
Bosnia-Erzegovina. Anche se le crepe più profonde sembrano avere
epicentro in Republika
Srpska (entità
a maggioranza serba che compone il Paese insieme alla federazione
croato-musulmana), tutte le parti in causa hanno le proprie
responsabilità. “La Bosnia Erzegovina intesa come Stato sovrano non
raggiungerà mai la normalità se non verrà messa fine a questa crisi
– racconta aIlfattoquotidiano.itZlatko
Dizdarević,
giornalista e intellettuale bosniaco di fama internazionale – Il
problema è che in questo Paese il nazionalismo, l’odio, la
preparazione al conflitto rientrano in un progetto politico portato
avanti dai leader di tutte e tre le parti. Le ambizioni e le idee di
questi politici sono diverse, ma l’obiettivo finale è lo stesso”.
Il patto tra Hezbollah e la Wagner: "800 mercenari dalla Siria
combatteranno con i russi in Ucraina". Ecco lo scenario
La notizia diffusa da una tv araba e rilanciata da Novaya Gazeta: i
primi 200 uomini sarebbero già atterrati a Gomel, in Bielorussia.
Obiettivo è la guerra casa per casa, per spezzare la resistenza delle
città occupate. Ma mancano conferme indipendenti
Secondo quanto riferito da Roman
Tsymbaliuk, ritenuto l’ultimo giornalista di Kiev ad
aver lasciato laRussia a
gennaio, il colonnelloYuri
Medvedev, comandante della 37/ma brigata fucilieri
motorizzati, è stato travolto da un suo sottoposto con un tank.
Sarebbe stata una protesta per via dell’alto numero di perdite della
sua unità nel conflitto. Dei circa 1.500
componenti con cui il suo battaglione aveva iniziato la
guerra, tra morti e feriti ne
avrebbe perso la metà.
Le immagini del comandante trasportato in un ospedale in Bielorussia
con gravi ferite alle gambe hanno fatto il giro dei social, dopo
essere state condivise anche da un account del leader ceceno Ramzan
Kadyrov, fedelissimo del presidente Vladimir Putin. Fonti
russe hanno elogiato l’alto ufficiale, cui sarebbe stata promessa
una medaglia al valore e un risarcimento in denaro. Ma ad alcune ore
dall’incidente, l’intelligence occidentale, citata da media
britannici, ne avrebbe confermato la morte. Non ci sono invece
informazioni sulla sorte del militare che lo ha investito. La
ricostruzione arriva mentre appaiono sempre più forti le tensioni
tra le truppe di Putin. Le notizie sulle perdite in battaglia sono
sempre più gravi: Mosca ha confermato oggi 1.385 soldati uccisi e
3.825 feriti, mentre per Kiev e la Nato i morti sono dieci volte di
più, tra cui decine di alti ufficiali, come in dieci anni di guerra
in Afghanistan. I russi avrebbero poi lasciato sulle strade
dell’Ucraina anche decine di tank e altri mezzi corazzati. Dei
115-120 Gruppi tattici di battaglione con cui aveva iniziato la
guerra, almeno una ventina sarebbero fuori dai giochi. Una
situazione di difficoltà che anche gli alti comandi di Mosca
sembrano propensi a riconoscere: l’orizzonte del 9 maggio per la
fine del conflitto – giorno simbolico della vittoria sovietica sul
nazismo – potrebbe servire anche a calmare le truppe con una
data-limite per il ritorno a casa.
29° GIORNO DI GUERRA - - - 24-03-22
Kiev, militari ucraini distruggono nave russa nel porto occupato di
Berdyansk: le prime immagini
Lo Stato Maggiore delle Forze Armate ucraine sostiene di aver
colpito e distrutto la nave da sbarco russa "Orsk" ancorata nel
porto di Berdyansk. Da stamane ci sono fiamme nel porto della
citta' occupata dai russi nella provincia di Zaporizhzhia, situata
circa 70 chilometri a sudovest di Mariupol, sul mare di Azov. Sui
social si vedono foto con densi pennacchi di fumo nero che si
levano dalle banchine. "Ce ne saranno altre", assicurano da Kiev.
Leggi gli aggiornamenti.
Le sanzioni fanno paura a Putin? Non molto, in realtà, grazie alla
sua finanza parallela occulta triangolare
Fanno davvero paura le
sanzioni occidentali a Putin?
In realtà, non molto. Ma paventarle, serve come “merce” di scambio
nelle trattative. Ci sta, nella cinica visione geopolitica putiniana.
D’altra parte, incombe sull’Europa che sta condannando Putin il
rischio di una
grave crisi finanziaria, anche
tenendo conto della storica e viscerale avversione degli investitori
alle misure di ritorsione che toccano ineluttabilmente l’economia
reale. Lo scopo del Cremlino è evidente: destabilizzare le potenze
occidentali grazie al ricatto
energetico,
ossia colpendo il polmone delle loro economie. E obbligandole ad una
nuova ripartizione delle risorse mondiali, e anche di quelle
tecnologiche (tra le conseguenze della guerra in Ucraina, vi è
quella che coinvolge i
servizi informatici,
dagli acquisti on line alle prenotazioni alberghiere, dalle
operazioni di sorveglianza alle operazioni bancarie: parecchie
multinazionali hanno parte delle loro società basate nell’Europa
dell’Est, in ballo ci sono un milione di dipendenti e sviluppatori).
Per fronteggiare strategicamente le sanzioni, la Russia dispone di riserve
in valuta al
momento di poco sopra i 630 miliardi di dollari, di cui una parte è
bloccata in certi paesi. Inoltre vanta la quinta riserva
aurea mondiale,
pari a 2361,64 tonnellate d’oro depositate nei caveaux della Banca
Centrale russa: gli Stati Uniti ne hanno 8134, la Germania 3362,
l’Italia 2452 e la Francia 2436. Dal 2008, dopo la crisi finanziaria
mondiale, la Russia ha cominciato ad acquistare oro regolarmente e
in modo massiccio. Allora, il suo stock era di 500 tonnellate. Nel
2012 aveva superato la barriera delle 800 tonnellate, nel 2014 – in
concomitanza con le sanzioni comminate per l’annessione della Crimea
– i depositi di oro russo hanno raggiunto quasi mille tonnellate. Ma
la vera accelerazione si è avuta nel biennio successivo: 1500
tonnellate nel 2016, 1900 nel 2018, 2300 nel 2020.
Negli ultimi cinque anni Mosca ha sviluppato all’estero quella che
molti analisti occidentali hanno definito “shadow
finance”,
una vera e propria finanza ombra, parallela a quella dei mercati
principali ma che opera clandestinamente o quasi, sfruttando l’uso
delle cyber valute e del denaro sporco, sulla falsariga delle
esperienze condotte per esempio dall’Iran e dalla Corea del Sud, o
dalla grande criminalità organizzata, ma anche dai talebani o dall’Isis
(che si finanziava col contrabbando del petrolio, col traffico della
droga e dell’arte rubata).
L’export russo di gas e petrolio incide oltre il 55 per cento del
bilancio statale, una risorsa vitale in valuta. Coi nostri
soldi Putin ha riorganizzato ed ammodernato le forze armate. Per
aggirare il taglio delle forniture all’Occidente – sempre che ci
sia… – Mosca avrà considerato sbocchi alternativi, magari
incoraggiando nuovi clienti con tariffe concorrenziali (vedi Cina,
India, Turchia). Senza dimenticare che le sanzioni decise nel 2014
non sono state poi così efficienti come qualcuno potrebbe credere:
da quel momento, la Russia ha progressivamente diversificato le
sue relazioni commerciali, rafforzando l’autonomia della sua
produzione industriale, ed aggirando il boicottaggio con
sistematiche triangolazioni, tramite società ombra (con sedi sociali
e nazionalità straniere), società dalle quali dipendeva e continua a
dipendere un fitto reticolo di transazioni elaborate all’estero per
gestire il commercio formalmente proibito dalle sanzioni ma violato
allegramente da nugoli di imprenditori poco scrupolosi che coi russi
hanno così fatto lucrosi affari: un segreto di Pulcinella, peraltro
a cui ha fatto allusione lo stesso Putin quandoha
messo in guardia l’Italia nel caso applicasse le sanzioni
decise da Washington e da Bruxelles.
Ma non è solo un peccato italiota. Le
Monde, la scorsa settimana, ha pubblicato cinque puntate
(ognuna una pagina intera) di un’inchiesta sulle grandi aziende
francesi che hanno mantenuto, nonostante le sanzioni, ottimi
rapporti con la Russia e che non intendono (per esempio Total e
Renault) rinunciare al ricco e indispensabile mercato
russo. Aspettiamoci, poi, l’ennesima beffa delle
“compensazioni” per i presunti mancati affari degli imprenditori
nostrani con la Russia, quando venderanno lo stesso i loro prodotti
a società intermediarie (in Serbia, in Cina…) che li gireranno a
Mosca. Tanto paga Pantalone.
Guerra Russia-Ucraina, gli ultimi giornalisti rimasti a Mariupol
raccontano i 20 giorni nella città bombardata: il reportage dell’AP
Venti giorni a Mariupol. Venti giorni fatti di bombe, di connessioni
difficili, se non impossibili. Venti giorni di “morti in ospedale,
cadaveri nelle strade e di dozzine di corpi spinti in una fossa
comune”. L’ultimo video-giornalista rimasto a Mariupol Mstyslav
Chernov, insieme con il fotografo Evgeniy
Maloletka, ha raccontato in un lungo reportage dell’Associated
Press i suoi giorni nella città ucraina assediata dai russi. Dalla
partenza verso il porto che affaccia sul Mar d’Azov alla fuga
“forzata” dalla città.
“I
russi ci stavano dando la caccia. Avevano una lista di
nomi, inclusi i nostri, e si stavano avvicinando. Eravamo gli unici
giornalisti internazionali rimasti nella città ucraina di Mariupol e
da più di due settimane ne documentavamo l’assedio da parte delle
truppe russe. Stavamo registrando all’interno dell’ospedale quando
uomini armati hanno iniziato a perlustrare i corridoi. I chirurghi
ci hanno dato dei camici
bianchi da indossare per camuffarci. Improvvisamente,
all’alba, una dozzina di soldati hanno fatto irruzione: ‘Dove sono i
giornalisti, cazzo?'”. Inizia così il racconto di Chernov che spiega
anche di aver guardato le fasce indossate dai militari e, nonostante
l’ipotesi che fossero russi travestiti, di essersi fatto avanti. I
soldati erano lì, nell’ospedale dove il video-giornalista e il
fotografo stavano raccogliendo immagini, “per tirarli fuori di lì”.
L’ordine era chiaro: portare i giornalisti via da Mariupol.
Lasciare indietro “medici che ci avevano ospitato, donne incinte e
persone che dormivano per i corridoi”, scrive il giornalista dell’Ap,
lo ha fatto sentire malissimo. Usciti dall’ospedale i militari
insieme con i reporter hanno percorso per “nove minuti, forse 10”,
comunque “un’eternità” il percorso “attraverso strade e condomini
bombardati”. Quindi l’arrivo “in un seminterrato buio” dove
video-giornalista e fotografo hanno capito come mai i soldati
avessero rischiato la vita per portarli fuori dall’ospedale. “Se ti
beccano (i russi ndr.) ti porteranno davanti alla telecamera e ti
faranno dire che tutto ciò che hai filmato è una bugia. Tutti i
tuoi sforzi e
tutto ciò che hai fatto a Mariupol sarannovani“,
ha spiegato loro un poliziotto. Gli stessi poliziotti che, pochi
giorni prima come si scopre più avanti nel reportage, avevano
chiesto loro proprio di raccontare al mondo cosa stesse accadendo a
Mariupol.
Chernov ha lasciato la città il 15
marzo. Prima, insieme a Maloletka, ha passato 20 giorni a
Mariupol e, per un lungo periodo, è rimasto l’unico giornalista
internazionale a raccontare l’assedio della città.
Il suo viaggio, racconta, è cominciato il 23
febbraio. Originario di Kharkiv, Chernov aveva già
raccontato guerre in Iraq e in Afghanistan: “Sapevo che le forze
russe avrebbero visto la città portuale di Mariupol come un punto
strategico per la sua posizione sul Mar d’Azov, così la sera del 23
febbraio sono andato là con il mio collega, Malotelka, fotografo
ucraino per The Associated Press, nel suo furgone Volkswagen
bianco”. I primi giorni dopo l’invasione, iniziata il 24 febbraio,
solo un quarto dei residenti di Mariupol hanno lasciato la città.
Gli altri sono rimasti, convinti che “la guerra non fosse in
arrivo”. Bomba dopo bomba, si legge nel reportage, “i
russi hanno tagliato l’elettricità, l’acqua, le scorte di
cibo, e infine, soprattutto, i ricevitori dei telefoni cellulari,
delle radio e della televisione”. Senzainformazione,
scrive Chernov, si raggiungono due obiettivi: “Il primo è il caos,
le persone non sanno cosa sta succedendo e vanno nel panico”. Il
secondo “è l’impunità“.
“Senza informazioni provenienti dalla città, senza immagini degli
edifici demoliti e dei bambini in punto di morte, le forze russe
potevano fare ciò che volevano”. Per questo, dice, lui e il collega
si sono presi questi rischi, per “inviare al mondo ciò che
vedevamo”, tanto da finire nel mirino dei russi.
Il racconto quindi prosegue con le descrizioni dei bombardamenti.
Uno dopo l’altro i bambini sono morti. E “le ambulanze hanno smesso
di raccogliere i feriti perché le persone non potevano chiamarle
senza segnale” e perché era difficile muoversi “per le strade
bombardate”. A volte, racconta, “correvamo fuori per filmare una
casa in fiamme e poi tornavamo tra le esplosioni”. I posti dove era
possibile connettersi in città, scarseggiavano. “C’era un solo
posto, fuori da un negozio di alimentari saccheggiato in Budivel’nykiv
Avenue”. Anche lì, però, il segnale internet “è svanito il 3 marzo”.
Quindi Chernov e il collega si sono spostati al settimo piano
dell’ospedale. Da lì hanno visto “disfarsi gli ultimi brandelli di
Mariupol”.
“Per diversi giorni, l’unico collegamento che abbiamo avuto con il
mondo esterno è stato tramite un telefono satellitare”, si legge
ancora nel reportage. A quel punto, scrive ancora, “avevo assistito
a morti in ospedale, cadaveri nelle strade e dozzine di corpi spinti
in una fossa comune”.
Il video-giornalista e il fotografo erano lì anche quando è stato
colpito l’ospedale materno-pediatrico. “Quando siamo arrivati i
soccorritori stavano ancora tirando fuori dalle rovine donne incinte
insanguinate”. Erano senza batterie e senza collegamento internet. È
stato allora che hanno conosciuto un agente di polizia che li ha
portati a una fonte di alimentazione e ha provveduto alla
connessione internet: “Questo cambierà il corso della guerra”. E
così, in effetti, è stato per l’attacco all’ospedale. Per mandare
tutti i file, foto e video, “ci sono volute ore, ben oltre il
coprifuoco”. “I bombardamenti sono continuati, ma gli ufficiali
incaricati di scortarci attraverso la città hanno aspettato
pazientemente”.
Poi Chernov e Maloletka sono
tornati in un seminterrato, senza connessione. Non sapevano che
fuori, intanto, le loro foto erano state spacciate per false dai
canali di informazione russi. Intanto a Mariupol “non funzionava
alcun segnale radiofonico o televisivo ucraino”. Solo una radio
filorussa che diffondeva un unico messaggio “Mariupol è circondata,
consegna le tue armi”.
L’11 marzo, tre giorni prima di lasciare la città, “l’editore ci ha
chiesto di trovare le donne sopravvissute all’attacco all’ospedale
materno-pediatrico, per dimostrare la loro esistenza”. Così i due
hanno ritrovato in un altro ospedale le donne che avevano
fotografato, i cui scatti hanno fatto il giro del mondo. “Siamo
saliti al settimo piano per inviare il video e da lì ho visto un
carro armato dopo l’altro avvicinarsi all’ospedale. Avevano la
lettera Z diventata emblema russo della guerra. Eravamo circondati,
decine di medici, centinaia di pazienti e noi”.
Solo allora, dopo ore passate nell’oscurità, sono arrivati i soldati
ucraini che li hanno portati via. “Non sembrava un salvataggio”,
scrive Chernov che ammette di essersi “vergognato” per essere
partito. Anche il racconto del viaggio per lasciare Mariupol è
dettagliato. I due dell’Associated
Press hanno dovutoattraversare
quindici posti di blocco russi. Con loro in auto anche una
famiglia di tre persone. “A ogni posto di blocco – scrive ancora
Chernov – la madre seduta davanti pregava furiosamente”. Solo allora
ha capito che l’esercito ucraino non sarebbe entrato a Mariupol,
dovendo affrontare così tanti posti di blocco equipaggiati con
“soldati e armi pesanti”.
“Mentre ci fermavamo al sedicesimo posto di blocco, abbiamo sentito
delle voci. Voci ucraine. Ho provato un enorme sollievo. La madre
davanti all’auto è scoppiata a piangere. Eravamo fuori”, dice ancora
Chernov. Lui e Maloletka erano gli ultimi giornalisti a Mariupol. “Ora
non ce ne sono più”.
Lui, conclude, avrebbe saputo come raccontare sia l’attacco aereo al
teatro di Mariupol, dove si erano rifugiate centinaia di persone,
sia il bombardamento alla scuola d’arte della città. “Ma ora non
possiamo più arrivarci”.
Guerra Russia-Ucraina, “la Fsb ha arrestato Gavrilov”: è il vice
comandante della Guardia nazionale, che ha subito ingenti perdite
Il vice comandante della Guardia
nazionale in
Russia (Rosgvardia),
il generale RomanGavrilov,
“è stato arrestato dall’Fsb“.
A riportarlo è Christo
Grozev,
direttore esecutivo del sito di giornalismo investigativo Bellingcat,
citando tre diverse fonti. L’intelligence di Mosca sarebbe
intervenuta a causa della “fuga di informazioni
militari che
ha portato alla perdita di vite umane”, ha spiegato una delle fonti.
La notizia dell’arresto non è confermata, ma l’agenzia di
informazione russaUra.ru riporta
che Gavrilov è statolicenziato.
La certezza è che la Rosgvardia, corpo creato nel 2016 che risponde
direttamente al presidente Vladimir
Putin,
nell’invasione russa in Ucraina ha subito ingenti
perdite.
Gavrilov quindi potrebbe aver pagato le difficoltà dell’avanzata di
Mosca. Già settimana scorsa, infatti, è stata diffusa la notizia
dell’arresto del generale Sergei
Beseda e
del suo vice,Anatoly
Bolukh.
I due erano a capo del dipartimento dell’Fsb per l’intelligence
estera, quello
che si è occupato di raccogliere informazioni per preparare l’invasione.
Secondo Grozev, è chiaro che Putin riconosca come quella che lui
definisce “operazione speciale in Ucraina” non stia andando come
aveva previsto.Gavrilov
in precedenza aveva lavorato per il Servizio
di protezione del Presidente (Fso),
comeViktorZolotov,
il numero uno di Rosfvardia. Secondo il portale Ura.ru,
a licenziare Gavrilov sarebbe stato lo stesso Zolotov “per ragioni
sconosciute, forse compromettenti“,
ha detto all’agenzia una fonte delle forze dell’ordine. Tuttavia,
c’è anche chi nega tutto. Il deputato della Duma Alexander
Khinshtein ha
definito la notizia dell’arresto assolutamente falsa: “Ho appena
parlato io stesso con il generale Gavrilov”, ha scritto suTelegram.
Lo spettro del ’98: “Soldi come carta straccia, li buttavamo via”
Sanzioni, oggi scade il debito. Se Mosca paga in rubli sarà default
Ventiquattro anni fa la crisi e la svalutazione dei risparmi aprì la
strada al primo mandato di Putin.
Primo rimborso di obbligazioni in dollari: un test sulle
misure dell'Occidente
La Russia versa i 117 milioni di dollari per pagare gli interessi
sui suoi bond. Ma non si sa se i soldi finiranno ai creditori
La Russia avrebbe pagato regolarmente e in dollari le cedole da 161
milioni dovute
oggi su bond governativi denominati nella valuta statunitense. “Il
pagamentoè
arrivato alla banca americana di
riferimento, che è titolare del nostro conto in valuta estera”, ha
detto il ministro delle finanze russo
Anton Siluanov. “Attualmente
il pagamento è in fase di elaborazione e finoranon
abbiamo avuto indicazioni sul fatto che sia andato o meno a buon
fine. Ma
sappiamo che la banca è in contatto con l’Ofac e ci ha chiesto le
informazioni necessarie sullo scopo del pagamento. Quindi stiamo
aspettando informazioni dalla nostra banca”. Ieri l’agenzia di
rating statunitenseFitch ha
ribadito che un pagamento in rubli anziché in dollari (ipotesi
prospettata da Mosca) avrebbe determinato l’avvio della procedura
di default che prevede un “periodo di grazia” di 30 giorni. Data
chiave sarà ora quella del prossimo4
aprile quando
arrivano a scadenza bond per2
miliardi di dollari.L’ammontare
complessivo dei titoli governativi russi denominati in dollari è
relativamente modesto, circa
40 miliardi di dollari.
Ce ne sono altri
105 che
fanno a capo a società per lo più a controllo pubblico. In testa
il colosso del gasGazprom,
circa 30 miliardi, che di recente ha lanciato messaggi
rassicuranti ai creditori. Debiti in dollari per alcuni miliardi
di dollari a testa fanno capo a Russian Railways, Lukoil, Rosneft
oltre che alla prima banca russa Sberbank.Non
sembra che Mosca non sia al momento a corto di valuta estera. Le
riserve della banca centrale russa, equivalenti a 640
miliardi di
dollari sono in parte bloccate ma il paese incassa 800 milioni di
dollari al giorno in fora di pagamento per l’export di gas,
petrolio e carbone.
Gli ucraini: "Ucciso Oleg Mityaev, è il quarto generale russo morto"
Oleg Mityaev sarebbe il
quarto a essere caduto dall'inizio dell'invasione. Mosca non
conferma
La foto del suo cadavere è stata postata dal reggimento ucraino Azov.
Il giornale ucraino Telegraf ricorda
che il generale Mityaev aveva guidato le truppe russe nel 2015 nel
Donbass.
Gli altri generali russi uccisi sarebbero Andrei
Sukhovetsky il 3 marzo, il generaleAndrei
Sukhovetsky il 7 marzo vicino a Kharkiv e Artem
Vitkol'11 marzo. Mosca ha confermato la
morte di solo uno dei quattro graduati.
Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono parte
della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via come
moscerini”
“Non sto affatto giudicando quelli che hanno una villa
a Miami o
inCosta
Azzurra,
che non possono fare a meno del foie
gras,
delle ostriche o
delle cosiddettelibertà
di genere.
Questo non è assolutamente il problema, ma, ripeto, il problema è
che molte di queste persone sono
mentalmente lì e non qui,
non con il nostro popolo, non con la Russia. Questo è, secondo loro
– secondo loro! – un segno di appartenenza a una
casta superiore,
a una razza superiore. Queste persone sono pronte a vendere
le loro madri per
avere il permesso di sedersi nell’anticamera di questa casta molto
alta”. È il gelido messaggio che il presidente russo Vladimir Putin
rivolge in diretta tv ai cosiddetti “oligarchi“,
i ricchissimi imprenditori vicini al potere politico i cui beni e
conti correnti all’estero sono stati tra i primi bersagli delle sanzioni
economiche degli
Stati occidentali.Queste persone – dice in un discorso alla nazione
incentrato proprio sull’economia russa – vorrebbero essere come gli
occidentali, “imitandoli in ogni modo possibile. Ma dimenticano o
non capiscono affatto che questa cosiddetta casta superiore, se ha
bisogno di loro, è solo per usarli
come materiale sacrificabile per
causare il massimo danno al nostro popolo. L’Occidente collettivo
sta cercando didividere
la nostra società,
speculando sulle perdite militari e sulle conseguenze
socio-economiche delle sanzioni, per provocare
una guerra civile in
Russia e cerca di raggiungere l’obiettivo usando la sua “quinta
colonna”. E c’è solo un obiettivo,la
distruzione della Russia“,
avverte. “Ma qualsiasi nazione, e soprattutto il popolo russo, sarà
sempre in grado di distinguere i veri patrioti dalle canaglie e
dai traditori,
e li sputerà
semplicemente fuori,
come un moscerino che gli è volato accidentalmente in bocca”.
Il messaggio di Putin agli oligarchi “traditori”: “Si sentono
parte della casta occidentale. Ma il popolo russo li sputerà via
come moscerini”
"Molte di queste persone sono mentalmente lì e non qui, non con
il nostro popolo, non con la Russia. Queste persone sono pronte
a vendere le loro madri" per sentirsi parte dell'Occidente . È
il gelido messaggio che il presidente russo rivolge ai
ricchissimi imprenditori vicini al potere i cui beni e conti
correnti all'estero sono stati tra i primi bersagli delle
sanzioni economiche
20° GIORNO DI GUERRA--15-03-22
Zelensky: “Non entreremo nella Nato, va ammesso”
Bisogna ammettere che l’Ucraina non entrerà a far parte della Nato.
È questo il concetto espresso dal presidente ucraino Volodymyr
Zelensky in una riunione online dei leader dellaJoint
Expeditionary Force, secondo quanto riportano l’agenzia di
stampa russa Ria
Novosti, ma anche l’agenzia di KievUnian. “L’Ucraina
si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni
parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non
possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo”: queste le parole di
Zelensky.
La Russia ha
chiesto allaCina assistenza
militare per sostenere l’invasione dell’Ucraina. Lo riporta il Financial
Timescitando fonti americane, secondo le quali
Mosca avrebbe chiesto attrezzature militari
e altra assistenza militare a Pechino fin dall’inizio
dell’invasione. La richiesta ha suscitatopreoccupazione all’interno
della Casa Bianca, sollevandotimori sulla
possibilità che Pechino metta a rischio gli sforzi per aiutare le
forze ucraine a difendere il paese.
Gli Stati Uniti si sono “preparati a mettere in guardia gli alleati
sulla situazione alla luce delle indicazioni che la Cina potrebbe
aiutare la Russia”, mette in evidenza il Financial
Times, riferendo che alcuni funzionari americani hanno ricevuto
indicazioni di alcune carenze nelle
armi delle forze russe.
La guerra in Ucraina è il primo banco di prova dell’asse
Mosca-Pechino
Dal 1989 la narrativa occidentale non è cambiata: è rimasta trionfalista.
Anche davanti all’offensiva militare russa in Ucraina,
l’atteggiamento dei leader occidentali è vittorioso. La lotta è tra
il bene e il male, noi siamo il bene, Putin è il male e l’esito è
certo: vinceremo noi. Nessuno si domanda come sia possibile che la
dicotomia degli anni Trenta e Quaranta sia tornata a tormentarci,
nessuno ha il coraggio di fare autocritica e
chiedersi dove abbiamo sbagliato, dal momento che non siamo riusciti
a contenere o a rimuovere il male sul crescere. I media giustamente
celebrano l’eroismo e il patriottismo degli ucraini, ma si guardano
bene dall’analizzare gli errori di politica estera commessi dalla
peggiore classe politica dell’era moderna da quando il blocco
comunista è imploso. Non c’è nulla di meglio di un po’ di storia per
confrontarci con la realtà.
Non è la prima volta che Vladimir
Putin attacca
militarmente un’altra nazione – il male non si materializza in poco
tempo: se incontrastato cresce, si rafforza, si consolida. Lo ha
fatto nel 2008 in Georgia, ad esempio. Non è neppure la prima volta
che l’esercito russo letteralmente rade al suolo intere città: è
successoin
Siria nel
2012. Vi ricordate le immagini di Aleppo dove non era rimasto in
piedi neppure un edificio? Chi pensate che guidasse i carri armati
russi e chi dava gli ordini? Certo non l’esercito siriano. È
successo anche durante laseconda
guerrain
Cecenia,
iniziata nel 1999 con la repressione brutale dei moti di
indipendenza.
In tutte queste nazioni, come in Ucraina oggi, colonne di milioni di
profughi si sono mosse come formiche sul mappamondo. Mentre
marciavano, spesso l’aviazione russa radeva al suolo le loro case,
gli ospedali, le scuole, le chiese, le moschee. Edificio dopo
edificio, tutto veniva centrato dai missili e si trasformava in
macerie. La tattica di Putin è sempre stata la stessa: radere
tutto al suolo,
fare tabula rasa, cancellare il passato. Queste offensive militari
si sono materializzate sotto gli occhi del libero e democratico
Occidente, il blocco di nazioni che ha vinto la guerra fredda ma che
non ha saputo gestire la pace. E così le guerre di Putin si sono
moltiplicate intorno a noi, avvicinandosi
sempre di più.
Guerre in cui l’esercito russo agiva come i barbari di Attila. A
volte, come nel caso dello Stato Islamico, queste guerre ci hanno
anche fatto comodo e segretamente siamo stati contenti delle
vittorie di Putin. Inebriati dall’euforia della vittoria della
guerra fredda, come scrisse Francis
Fukuyama,
ci siamo davvero illusi che la storia fosse finita, che eravamo
riusciti ad
annientare la guerra.
E così negli ultimi quindici anni non ci siamo accorti che, mentre
Putin vinceva le sue guerre di conquista territoriale, molte cose
cambiavano sullo scacchiere mondiale. Nonostante l’espansione della
Nato verso est, ad esempio, l’immagine degli Stati Uniti quale
potenza mondiale, il cui compito è garantire i principi democratici
e la libertà nel mondo, si è via via lacerata.
Le menzogne per invadere l’Iraq, gli insuccessi in Siria e Libia e,
più recentemente, l’abbandono dall’Afghanistan hanno offerto a nuovi
dittatori come Putin una potente narrativa politica antiamericana,
diversa da quella della guerra fredda: una narrativa
moderna.
All’ombra del declino americano, che culmina con l’assalto al
Congresso del 6 gennaio dietro incitamento del presidente uscente
Trump, questa narrativa ha permesso alla Russia e alla Cina, potenze
autoritarie, di avvicinarsi, di formare un blocco
ideologico-politico che contrapponga alla decadenza del modello
democratico americano la stabilità di quello autocratico.La
risposta dell’Occidente è stata di spingere Putin e Xi fuori del
circolo magico dell’élite politica internazionale e di accerchiarli
con alleanze e patti a
carattere militare.
Anche la Cina, dunque, negli ultimi dieci anni è stata allontanata
da Washington. La politica diretta a tenere a distanza Pechino,
iniziata da Obama, è culminata nella guerra tariffaria di Donald
Trump, seguita dal divieto
di accesso delle
imprese cinesi alle tecnologie più innovative americane. Nonostante
le pressioni cinesi, Joe Biden non ha rimosso le restrizioni di
Trump, né ha abbandonato il piano strategico dei suoi due
predecessori, e cioè di creare la versione asiatica della Nato, che
va dall’India al Pacifico.
Invece di seguire il motto romano divide
et impera, l’Occidente trionfalista ha
fatto di tutto affinché i nemici si coalizzassero,
un’unione che ha funzionato bene per una serie di motivi. A livello
economico le due nazioni sono complementari: la Russia produce
materie prime di cui necessita la Cina e la Cina prodotti ad alta
tecnologia, oltre a investire in un settore di cui la Russia ha
bisogno. Tra i progetti, ad esempio, la produzione di aerei che
faranno concorrenza a Boeing e Airbus. Tutto ciò spiega perché nel
2021 il commercio tra le due nazioni è cresciuto del 37%.
Tra i due leader esiste anche un’intesa, una simpatia a carattere
personale che scaturisce dalla condivisione di un’infanzia dura e
dal desiderio comune di riportare le proprie nazioni alla
gloria del passato. Obiettivo di Putin, lo zar, e di Xi,
l’imperatore, è costruire un nuovo ordine mondiale di cui Russia e
Cina siano le incontrastate icone. La guerra in Ucraina è il primo
banco di prova dell’asse Mosca-Pechino: se la Russia riesce a
sopravvivere economicamente grazie al mercato e all’economia cinese,
una volta che tutti i legami con l’Occidente saranno recisi, allora
accanto alle macerie delle città ucraine ci saranno anche i detriti di
molte multinazionali occidentali. E chi pensa che Putin e
Xi non abbiano pianificato a tavolino la loro strategia è ancora
affetto dalla sindrome del trionfalismo occidentale.
Dovevano fornire informazioni in vista dell’invasione, comprendere
quale situazione politica i russi avrebbero trovato sul campo, una
volta invasa l’Ucraina.
E le cose non sarebbero andate proprio com’erano state prospettate.
Per questo motivo, secondo i noti giornalisti investigativi Andrei
Soldatov eIrina
Borogan, adesso Vladimir
Putinavrebbe dato il via alle epurazioni.
Ad essere colpiti, finendo agli arresti
domiciliari, sarebbero stati due operativi della quinta
divisione della Fsb,
il reparto dei servizi
segreti russi incaricati di raccogliere informazioni in
Ucraina. I due giornalisti citano fonti interne agli 007 di Mosca.
La notizia raccolta dall’analista russo specializzato nei servizi di
intelligence, che non ha ancora avuto alcuna conferma ufficiale, è
stata rilanciata anche dal sito dissidente Meduza.
Dopo due settimane di guerra, la tesi dei due analisti è che Putin
si sia finalmente reso conto di essere stato fuorviato:
l’intelligence, temendo di far arrabbiare il leader, gli avrebbe
fornito ciò che lui stesso voleva sentire. Quindi i due sarebbero
stati fermati per uso improprio dei fondi
stanziati per le operazioni, nonché per lescarse
informazioni di intelligence.
Ai domiciliari – secondo Soldatov e Borogan – sono finiti il capo
della quinta divisione della Fsb Sergei
Beseda e il suo viceAnatoly
Bolukh. Beseda è un ufficiale di primo livello dei servizi
russi, da tempo considerato nel cerchio più ristretto dei fidati
del Cremlino,
tanto da essere inserito negli elenchi dei sanzionati da
Ue e Usa fin dal2014 perché
sarebbe stato tra i protagonisti dei tentativi di Mosca di fermare
la rivoluzione ucraina del 2014. Beseda è responsabile
dell’intelligence sull’Ucraina, Bolukh delladisinformazione.
Da giorni diversi media internazionali continuano a ribadire che
Putin è infuriato per le informazioni
erronee raccolte dalla Fsb, tra gli eredi delKgb,
in vista dell’invasione dell’Ucraina. Il direttore della Cia William
Burns negli scorsi giorni ha detto di ritiene che alcune
delle ipotesi messe sul campo da Putin si sono rivelatefalse,
incluso il pensare che l’Europa sarebbe stata distratta dalle
prossime elezioni in Francia e
dal cambio della leadership inGermania.
E definendolo come determinato a controllare l’Ucraina, il numero
uno della Cia ha detto che il presidente russo sta “ribollendo nella
combustibile combinazione di rancore e
ambizione”.
Ucraina, perché la hitlerizzazione del nemico è un pericoloso
strumento che giustifica la guerra (
La citazione esatta sarebbe Dum ea Romani parant consultantque,
iam Saguntum summa vi oppugnabatur. Questa frase non è
pronunciata dagli ambasciatori di Sagunto per chieder l'aiuto di
Roma nello sforzo di respingere l'assedio che nel 219
a.C. il generalecartagineseAnnibale
Barca aveva posto alla città, ma è l'amaro commento di Livio
alla situazione (cfr. Livio, XXI, 7, 1). Roma tergiversò, sicché
dopo otto mesi di combattimenti la città si arrese e Annibale la
rase al suolo. Questo attacco fu ilcasus
belli dellaseconda
guerra punica.)
In primis, siffatto dispositivo produce una destoricizzazione integrale
dei rapporti di forza, ai quali sostituisce la metafisica
sovrastorica del male assoluto. La concretezza storica e il
diagramma dei rapporti di forza politici e geopolitici, economici e
sociali, spariscono d’incanto, sostituiti dalla metafisica del male
assoluto che individua di volta in volta l’avvento imprevedibile del
nuovo Hitler sempre in agguato nella penombra sovrastorica. E così,
per limitarci al caso specifico della situazione ucraina, sparisce
di scena la lunga storia che dagli anni Novanta ci porta al nostro
tormentato presente, con l’espansione irresponsabile della Nato e
con l’egualmente irresponsabile accerchiamento della Russia, ossia
le condizionireali che
ci hanno condotti a questa sporca guerra. Essa va condannata, certo:
ma va condannatatutta,
dall’espansionismo Nato al gesto di Putin.
In luogo di queste condizioni storicamente determinate, resta solo
la figura metafisica del nuovo Hitler che ancora una volta torna
alla ribalta e che come il diavolo in terra combina disastri per via
della sua intrinsecamente malvagia natura. Destoricizzazione
completa della situazione, come si diceva. Forze metafisiche del
male contro forze metafisiche del bene: manicheismo 2.0.
In secondo luogo, la hitlerizzazione dell’avversario nega in forma apriorica ogni
possibile via del negoziato, della diplomazia e della possibile
risoluzione pacifica delle contese. Con l’avversario si può trattare
pacificamente, cercando accordi diplomatici. Con Hitler bisogna
invece necessariamente intraprendere la guerra totale, senza
mediazione possibile. In tal guisa, la hitlerizzazione
dell’avversario diventa un pericoloso strumento per
giustificarela guerra totale, vuoi anche la
guerra mondiale che troppo spesso è stata disinvoltamente evocata da
più parti in queste settimane. Lo schema del nuovo Hitler rende
sempre giustificabili i disastri più osceni, presentati di volta in
volta come risposte dolorose ma
necessarie al male assoluto.
Semplificando, ubi Hitler, ibi Hiroshima. Se l’avversario non è
tale, ma è direttamente il nemico assoluto, il male sulla terra, in
una parola il nuovo Hitler, allora ogni reazione è giustificata e,
di più, doverosa.
Perfino, in casi estremi, la bomba atomica, ciò che dovrebbe destare
particolare preoccupazione nel tempo in cui continuamente si evoca
la possibile guerra nucleare. Queste considerazioni, si badi, non
sono affatto volte a giustificare la presunta bontà di Putin. Essa
è inesistente,
come inesistente è quella di Biden, di Xi Jinping e di chiunque si
trovi sulla plancia di comando della politica (basterebbe aver letto
Machiavelli).
Semplicemente, queste considerazioni aspirano a mettere in guardia
rispetto a un dispositivo, quello della reductio
ad hitlerum, che viene ormai apertamente ammesso e utilizzato a
ogni latitudine senza una debitaconsiderazione
critica, senza una approfondita riflessione su presupposti
e conseguenze. Dunque, nel più totale trionfo del dogmatismo. Un
siffatto dispositivo, oltretutto, sta sempre più contribuendo a
mettere pubblicamente alla berlina le sacrosante ragioni di chi
oggi, in Europa e in Italia, sostiene le ragioni della pace, ben
sapendo che abissale è la differenza tra il giusto invio di sostegno
al popolo ucraino e il pericoloso invio di armi e militari in
Ucraina. “Forse volete sostenere Hitler?”, si domanda indignati a
chi osi oggi – ed è il caso del sottoscritto – sostenere le ragioni
della pace.
L’altro volto della guerra in Ucraina: “Nei villaggi le forze di
Mosca abbandonano molti mezzi”
dal nostro inviato Corrado Zunino
Un carro armato russo e il suo pilota fermati dalla resistenza
ucraina a nord di Kharkhiv (reuters)
Un racconto della resistenza. I servizi britannici danno credito
ai report dei partigiani di Kiev. “Ora l’esercito invasore sembra
stanco e demotivato”. Il tentato golpe a Leopoli e in altre
quattro regioni occidentali...
L'ex patron del Chelsea Abramovich al tavolo dei
negoziati: “Unico tra gli oligarchi ad aver detto di sì”L'Onu
parla di 102 civili uccisi tra cui 7 bambini, dall'inizio degli
scontri, ma il numero potrebbe essere molto più alto. Il presidente
Zelensky ha riferito invece che i minori deceduti a causa dei
combattimenti sarebbero 16 e 45 i feriti.
Secondo l'Onu sarebbero 102i
civili morti,
tra cui 7
bambini,
dall'inizio degli scontri in Ucraina, ma il bilancio reale delle
vittime potrebbe essere molto più alto. Le autorità di Kiev parlano
infatti di 352 morti
tra cui14 bambini.
Mentre 304 sarebbero
i feriti in Ucraina dopo l'inizio dell'attacco russo: lo ha detto
l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle
Bachelet parlando a Ginevra in occasione del Consiglio dei diritti
umani. 'La maggior parte di loro sono deceduti a causa dalle armi
esplosive ad ampio raggio', ha aggiunto.
Per quanto riguarda i bambini
invece il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha riferito che nei
combattimenti in Ucraina negli ultimi quattro giorni ne sono morti 16 e45 sono
rimasti feriti.
Sul fronte russo invece sarebbero
circa 5.300 i
morti dall'inizio dell'invasione, secondo il bilancio fornito da
parte ucraina e riportato dalGuardian,
che sottolinea come non sia possibile verificare i dati in modo
indipendente. Il bilancio dei militari di Kiev parla anche di 191
tank, 29 velivoli, altrettanti elicotteri e 816 blindati distrutti.
Nel frattempo rende noto su Facebook Anton Herashchenko, consigliere
del ministro degli Interni di Kiev, che "decine di civili sono
stati uccisi e centinaia di altri feriti durante i pesanti
bombardamenti russi della città di Kharkiv, nell'Ucraina orientale".
Le truppe di Mosca, aggiunge, hanno bombardato le aree residenziali
con missili Grad. "Il mondo intero deve vedere questo orrore! Morte
agli occupanti!", conclude.
Mentre sono oltre 368mila le
persone che sono fuggite dal conflitto in corso in Ucraina per
dirigersi nelle vicine Moldavia, Polonia, Ungheria e Romania. A
riferirlo tramite Twitter è stato l'alto commissario delle nazioni
unite per i rifugiati (Unhcr), Filippo Grandi.
Invece i 13 soldati ucraini dell'isola Zmiinyi nel Mar Nero, l'Isola
dei serpenti, creduti morti in seguito a un
bombardamento russo, sono vivi e tenuti prigionieri. Lo riferisce la
Marina ucraina su Facebook. Le 13 guardie di frontiera sono note per
aver risposto 'fottitì a una nave da guerra russa che ordinava loro
di arrendersi.
La Russia ha iniziato l’invasione: manovra a
tenaglia, blitz da Bielorussia e Crimea, missili su Kiev – La
ricostruzione dell’attacco-24-02-22
23:19
Truppe di fanteria russe sbarcate a Mariupol
Le truppe di fanteria della Marina russa sono sbarcate nei
pressi di Mariupol e stanno incontrando decisa resistenza,
mentre aOdessa controllano
l’aeroporto e non intendono entrare nel centro abitato, almeno
per il momento. Unacolonna
meccanizzata cerca di farsi strada su costa verso
Mariupol per ricongiungersi alle truppe sbarcate. Lo apprende l’AdnKronos da
fonti di intelligence occidentali.
23:17
Fonti intelligence: colonne militari russe nei sobborghi di Kiev
Le colonne
russe in marcia verso Kiev sono giunte neisobborghi della
capitale. Lo rendono noto all’AdnKronos fonti
dell’intelligence occidentali, sottolineando che per il momento
non sono entrate in città, ma finora hanno trovato scarsa o
nulla resistenza. C’è stato uno sbarco in elicottero di truppe
aviotrasportate all’aeroporto di Hostomel, a pochi chilometri
dalla città, che da questo pomeriggio è sotto il controllo
russo.
L’annuncio di Vladimir
Putin,
probabilmente registrato già lunedì, è stato trasmesso poco dopo le
4 italiane (le 6 a Mosca) mentre a New York era in corso per la
seconda volta in tre giorni un Consiglio
di sicurezza dell’Onu di
cui la Russia è
presidente di turno. “Ho deciso per un’operazione
militare speciale.
La possibilità che l’Ucraina abbia armi
tattiche nucleari costituisce
unaminaccia strategica
per la Russia”, ha sostenuto il presidente russo dando ufficialmente
il via all’invasione dello Stato nel cuore dell’Europa orientale che
a sua detta è “parte integrante della storia russa”. L’attacco è
partito da più fronti, con unamanovra
a tenagliasu
larga scala a
differenza di quanto ci si aspettava nei giorni scorsi. I media
locali hanno riferito che forze russe sono entrate nel Paese sia dal
confine russo sia daBielorussia eCrimea.
Forti esplosioni sono
state sentite nei maggiori centri, daKharkiv aLeopoli aMariupol e
nella capitaleKiev,
su cui sono stati lanciati missili prendendo
di mira i caccia ucraini
in un aeroporto fuori Kiev ma colpendo anchepalazzi e
strutture commerciali.La Cnn –
citando fonti del governo di Kiev – ha dato notizia di “centinaia divittime”
tra feriti e morti. Al momento, intorno a mezzogiorno ora italiana,
si contano alcune decine di morti tra la capitale (una quarantina di
vittime) e Odessa (18).
Mentre suonavano le sirene, auto della polizia con i megafoni hanno
invitato i passanti nel centro di Kiev “arifugiarsi
nei sottopassi” e
poi rientrare immediatamente nelle proprie case, racconta l’Ansa.
Secondo Bloomberg la
Russia ha usato “armi
di alta precisione per
distruggere infrastrutture militari ucraine”. Il ministero della
Difesa russo ha poi fatto sapere che “le difese aree dell’Ucraina
sono statesoppresse“.
Le forze armate di Kiev dal canto loro rivendicano di aver abbattuto
5 aerei russi e un elicottero. Mosca
smentisce. Navi da guerra russe pattugliano le acque al largo diOdessa .L’annuncio
di Putin durante il Consiglio di sicurezza Onu–
Per giustificare l’attacco, Putin ha detto che Mosca vuole
“smilitarizzare e de-nazificare”
l’Ucraina. La responsabilità dello spargimento di sangue a suo dire
sarà nelle mani del “regime
ucraino“.
I soldati ucraini sono stati invitati a deporre le armi e a tornare
a casa. “I vostri padri e i vostri nonni non hanno combattuto per
poter aiutare poi i neo-nazisti”, la sua esortazione. L’obiettivo
dichiarato dell’invasione di un Paese è “proteggere la popolazione”
del Donbass separatista “che per otto anni è stata soggetta a
maltrattamenti e genocidio”, stando alla versione di Mosca. Poi il
presidente ha avvertito gli altri paesi che qualsiasi tentativo di interferire con
l’azione russa porterebbe a “conseguenze
che non hanno mai visto“.
Secondo il Guardian il
messaggio eraregistrato.
I metadati mostrano infatti che il file del video è stato caricato
sul sito del Cremlino il 21 febbraio. Putin appare nella stessa
posizione e con gli stessi abiti che indossava durante il discorso
di lunedì durante il quale ha annunciato il riconoscimento delle
repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk.
Putin riconosce in diretta tv il Donbass: “Ucraina
non è un Paese, ma parte della nostra storia”. Accuse alle Nato:
“Russia obiettivo dei loro missili”21-02-22
Nel Donbass oltre 770mila ucraini hanno il passaporto russo e
negli anni sono cresciute le pulsioni secessioniste. Nel 2014
iniziò il conflitto, mai veramente cessato, che ha già causato
almeno 14mila morti. Nemmeno le intese sottoscritte a Minsk sono
state risolutive
Vladimir Putin ha
riconosciuto leRepubbliche
separatiste delDonbass.
Il capo del Cremlino ha anticipato la decisione in una telefonata
con Olaf
Scholz eEmmanuel
Macron comunicando
di voler“firmare
a breve” un
decreto. Cosa che poi ha fatto in diretta televisiva, dopo un lungo
discorso alla nazione. Un nuovo passo che sostanzialmente apre le
porte all’ingresso delletruppe di
Mosca nei territori, in quanto non ritenuti dell’Ucraina,
e quindi fa scivolare la crisi verso
una possibileguerra.
“L’Ucraina non è un Paese confinante, è parte
integrante della
nostra storia, cultura, spazio spirituale. È stata creata da Lenin”,
ha detto Putin nel suo discorso alla nazione, accusando anche
l’ambasciata statunitense di“controllare
direttamente alcuni giudici” e
affermando che “l’Ucraina ha già perso la sua sovranità”,
definendolaserva dei“padroni
occidentali”.
Altro che incontro imminente tra Joe
Biden e
il presidente russo, la tensione nell’est Europa vive un’altra
giornata difibrillazioni,
iniziata con l’annuncio di un “imminente” bilaterale Usa-Russia,
secondo l’Eliseo, e trasformatasi nel nuovo punto più basso della
crisi con il Cremlino che
ha riconosciuto gliindipendentisti delDonbass. L’annuncio
ha scatenato la reazione immediata diGermania, Francia eUcraina che
hanno convocato unvertice
d’urgenza e
in aggiunta Macron riunirà in serata il Consiglio
di difesa francese.
LaCasa
Bianca,
dove Biden ha riunito il Consiglio di sicurezza nazionale, ribadisce
che un attacco “estremamente violento contro l’Ucraina è possibile
nei prossimi giorni o ore”. Poi ha fatto sapere che il presidente
“firmerà presto un ordine esecutivo che proibisce nuovi
investimenti, attività commerciali e finanziarie da parte degli
americani per, da o nelle cosiddette regioni separatiste
dell’Ucraina”. Dopo il discorso di Putin, Biden si è intrattenuto in
una telefonata lunga 35 minuti col presidente ucraino Zelensky. Kiev,
da parte sua, chiede una riunione urgente del Consiglio
di sicurezza Onu. D’altra
parte col discorso di questa sera Putin mette chiaro che per il
momento non retrocede dai suoi intenti. Già nel corso nel corso
della seduta straordinaria del Consiglio di sicurezza della
Federazione Russa, aveva spiegato che gli accordi di pace di Minsk
non hanno “nessuna prospettiva” di applicazione, almeno per il
momento. Quindi aveva scongiurato l’adesione dell’Ucraina alla Nato:
in questo caso Kiev “potrebbe iniziare a riprendersi la Crimea,
e la Nato stessa si unirebbe a questi eventi”. E ancora,
soprattutto, aveva annunciato una decisione imminente sul
riconoscimento richiesto dalle repubbliche autoproclamate del Donbass.Poi
anticipata a Scholz, con il cancelliere tedesco che ha “condannato i
piani per riconoscere le cosiddette Repubbliche popolari di Donetsk
e Lugansk come Stati indipendenti”. Un passo in palese
contraddizione con gli accordi di Minsk sulla composizione
pacifica del
conflitto nell’Ucraina orientale e costituirebbe unaviolazione
unilaterale di
tali accordi da parte della Russia, ha spiegato Scholz. “L’Unione
ribadisce il suoincrollabile
supporto all’indipendenza,
alla integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina
nell’ambito dei confini internazionalmente riconosciuti. L’Ue
reagirà con sanzioni dirette nei confronti di chi è coinvolto in
quest’azione illegale”, si legge in una dichiarazione congiunta
della presidente della Commissione Ue, Ursula
von der Leyen e
del presidente del Consiglio Ue Charles Michel. Il tweet con cui
Michel ha espresso la prima reazione Ue al riconoscimento del
Donbass da parte di Mosca è condiviso dall’alto rappresentare Ue
Josep Borrell e dalla presidente del Pe, Roberta Metsola. Di fronte
ai repentini sviluppi Borrell ha
annunciato: “Se c’è un’annessione, se c’è un riconoscimento, ci sono
lesanzioni,
tenendo presente della procedura” necessaria. “Io presenterò un
pacchetto di misure, che vanno approvate dal Consiglio Affari Esteri
Ue all’unanimità”, ha chiarito. Quindi ha aggiunto: “In Ucraina la
Russia ha creato la più grande minaccia alla
pace e alla stabilità in Europa dallaSeconda
Guerra Mondiale”.
Per Borrell, “siamo ad un bivio
critico:
tutto quello in cui crediamo, le regole internazionali, i principi
di progresso raggiunti dopo la fine della Guerra
Fredda,
tutto questo viene messo in discussione”. Se un attacco dovesse
essere condotto attraverso la Bielorussia,
lo stesso discorso legato alle sanzioni varrà anche per Minsk, ha
chiarito: “È stata trascinata in questa crisi: sta perdendo la sua sovranità,
con un dispiegamento non trasparente delle forze russe. La
Bielorussia sta perdendo la sua neutralità
nucleare,
con un processo di ‘satellitizzazione’ rispetto
alla Russia”.Lo situazione della crisi ucraina, dunque, rischia di
precipitare. Il discorso dell’inquilino del Cremlino alla nazione,
infatti, potrebbe rappresentare un punto di non ritorno. Non solo
per le parole usate da Putin per descrivere l’Ucraina, ma anche per
le accuse all’Occidente. “L’adesione
dell’Ucraina alla Nato –
ha detto – porrebbe unaminaccia
diretta per
la sicurezza della Russia. In Ucraina le armi occidentali sono
arrivate con un flusso continuo, ci sono esercitazioni militari
regolari nell’ovest dell’Ucraina,l’obiettivo
è colpire la Russia“.
Il presidente russo ha accusato l’Occidente di voler attaccare il
suo Paese: “Se questo è il modo in cui Nato e Usa vogliono
comportarsi anche in territorio ucraino, l’obiettivo
siamo noi.
I missili
Tomahawk possono
raggiungere facilmente Mosca, in poco più di 30 secondi. Proprio
come hanno fatto negli anni, dispiegando armamenti sempre più vicini
alla frontiera e ignorando le nostre preoccupazioni. Non hanno fatto
che fare ciò che volevano e presumo continueranno. Non sono
d’accordo con questo e mai lo sarò”. Putin ha definito gli impegni
presi dalla Nato nel corso degli anni come “parole vuote”. “Sull’espansione
a Est della Nato –
ha detto – ci hanno ingannato, parole vuote, hanno detto che non lo
avrebbero fatto e invece è quello che è successo. Queste
infrastrutture militari sono arrivate alle porte della Russia, sui
nostri confini”.Le tensioni sul campo intanto continuano: a Donetsk
è stato proclamato lo stato
d’emergenza,
a Lugansk è
stato firmato un decreto che indice lamobilitazione
volontaria degli
uomini di oltre i 55 anni. L’agenzia russa Tassscrive
che “cinque sabotatori” ucraini che avevano violato il confine con
la Russia sono stati “eliminati”. Kiev smentisce.
Nel pomeriggio (ora italiana) è inoltre entrata in vigore unano-fly
zone dichiarata
dalla Russia sul Mar
d’Azov,
ovvero una sezione settentrionale del Mar Nero. Dura insomma solo
poche ore l’entusiasmo delle diplomazie internazionali per un incontro
imminente tra Bidene Putin.
In mattinata, l’Eliseo aveva
annunciato che i due leader avevano dato l’ok all’organizzazione di
un summit bilaterale, grazie alla mediazione del presidente Macron,
che sarebbe poi stato esteso a “tutte le parti in causa”. Ma dalCremlino arriva
una secca smentita: “Un incontro è al momento prematuro”, fanno
sapere. Parole che riportano gli osservatori internazionali a
preoccuparsi per l’aumento della tensione tra le parti, con
l’esercito ucraino e i ribelli filo-russi del Donbass che sono
tornati a scontrarsi con un’intensità simile a quella del conflitto
del 2014, nel corso del quale persero la vita 14mila
persone.
Mosca comunque non chiude la porta ai colloqui tra le parti ma
afferma che al momento non ci sono piani in tal senso. “Naturalmente
noi non
escludiamo”
la possibilità di tenere dei colloqui, “se necessario certamente i
presidenti di Russia e Usa in ogni momento possono prendere la
decisione di avere dei contatti per telefono o di persona. Questa
sarà una loro decisione”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry
Peskov.
“L’incontro – ha aggiunto – è possibile se i leader dei due Paesi lo
riterranno opportuno, al momento vi è chiara comprensione sulla
necessità di continuare il dialogo a
livello di ministri”. Intanto giovedì il ministro degli esteri russo Serghei
Lavrov incontrerà
il segretario di Stato americanoAntony
Blinken a
Ginevra.E nel frattempo la tensione non si spegne: nelle ultime ore
i servizi di sicurezza di Mosca hanno accusato Kiev di aver
distrutto, con una granata,
un valico di frontiera. L’agenzia Tass cita
una nota del Servizio federale per la sicurezza russa, secondo la
quale un proiettile sparato dal territorio ucraino ha colpito un
avamposto delle guardie di frontiera russa nella regione diRostov:
“Il 21 febbraio alle 09:50, un proiettile di un campione non
identificato sparato dal territorio dell’Ucraina ha completamente
distrutto un posto di controllo delle guardie di frontiera dell’Fsb della
Russia nella regione di Rostov, situato a una distanza di circa 150
metri dal confine russo-ucraino”, si legge nella nota. Il segretario
del Consiglio di sicurezza dell’Ucraina ha respinto le accuse. Nel Donbass,
dove si trovano le autoproclamate repubbliche separatiste filorusse,
266 lavoratori di una miniera di Donetsk sono stati evacuati dopo
che l’impianto di aerazione era stato danneggiato da un
bombardamento delle forze armate ucraine. Nessun minatore risulta
ferito.Sempre a Donetsk è stato proclamato lo stato
d’emergenza:
oltre 21mila persone sono rimaste senz’acqua a causa di un altro
bombardamento, che ha colpito un impianto idrico. Anche l’ospedale della
città sarebbe stato danneggiato da colpi di mortaio sparati
dall’esercito di Kiev. Situazione complicata anche nella zona
intorno a Mariupol,
sempre sul confine: “I militanti della 36a brigata hanno attaccato
le postazioni delle unità della Milizia popolare (di Donetsk)
nell’area di Kominternovo. C’è una battaglia vicino al confine con
la Federazione Russa”, riferisce su Telegram il leader dell’autoproclamata
Repubblica popolare di Donetsk Denis Pushilin. “A seguito di colpi
di mortaio e artiglieria, un
militare della
Milizia popolare è stato ucciso,
diverse persone sono rimaste ferite”, ha aggiunto Pushilin. E
proprio da loro parte l’agenzia locale Tass,
secondo la quale cinque “membri di un gruppo di sabotatori” ucraini
che avevano violato il confine con la Russia sono stati “eliminati”.
L’agenzia Ria
Novosti aveva
detto che due veicoli della fanteria ucraina – entrati in territorio
russo per evacuare il gruppo di sabotatori – sono stati distrutti.Kiev smentisce
tutto tramite il portavoce della Guardia di frontiera ucraina,
Andriy Demchenko. Mentre l’esercito ucraino ha accusato i
separatisti filo russi di aver compiuto80
violazioni del cessate il fuoco.
La compagnia aerea Air
France ha
fatto sapere di aver annullato i suoi voli previsti per il 22
febbraio fra la capitale francese e quella ucraina. La decisione
francese segue quella – uguale – della tedescaLufthansa e
dell’associataSwissair,
oltre a quella del vettore austriaco Austrian
Airlines.
UN
PO' DI STORIA
Conoscere la storia di solito serve a poco, perché la politica
sembra sempre esserle superiore. Ma ci sono dei momenti in cui la
politica si rifà, volutamente, alla storia per giustificarsi. Il
discorso con cui Putin si è rivolto al mondo, ma soprattutto al suo
popolo, per giustificare il riconoscimento dei secessionisti del Donbass e
minacciare l’Ucraina è intriso di storia. Di una storia vista con
gli occhi diMosca,
certo. Ma poiché di storia si tratta, e non di politica, si può
provare a determinare se ciò che ha detto sia vero. E in buona parte
lo è. Non mancano le fonti cui abbeverarsi, l’ultima e più
aggiornata da noi è la Storia
e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi di
Giorgio Cella.Il legame millenario tra le popolazioni slave
dell’attuale Ucraina e
dell’attualeRussia è
incontestabile. Anzi, come lo stesso Putin ha ribadito in un suo
lungo articolo di qualche settimana fa, la Russia è figlia del Rus
di Kiev, la prima configurazione statale in quelle terre, il luogo
dove la religione cristiano-ortodossa sostituì i culti precedenti,
con un significato culturale analogo a quello, ad esempio, della
conversione dei Franchi in occidente. A spezzare in parte quella
unità, in parte a spingerla a risalire a settentrione verso gli
attuali centri nevralgici della Russia fu laspinta
mongola che
nel 1240 di fatto distrusse Kiev, già indebolita dalla medievale
tendenza alla frammentazione dinastica e nobiliare. Ci vorranno
secoli in quelle immense pianure, i cui unici punti di riferimento
geografico su cui ancorare i confini sono i fiumi, perché si
riformasse una parvenza di stato, orientale ma non asiatico. Che non
fu ucraino, ma piuttostobaltico.Terra
di conquista per i polacco-lituani, cristiani che scendevano dal
nord, e dei turchi, islamici che risalivano dal sud, più o meno
contemporaneamente alla vera nascita della Russia, quando i principi
di Mosca si trovarono ad ereditare l’immenso prestigio culturale di
capi del mondo ortodosso per la caduta di Costantinopoli.
Mosca diventava la terza Roma, e i principi, divenuti zar, i
“protettori” di quell’ecumene e, latamente, dell’intero mondo slavo.
Per avere qualcosa di ucraino, almeno in senso geografico,
indipendente, gli hetmanaticosacchi,
tocca aspettare i tempi dei Promessi
sposi.
Un esempio che non scelgo a caso, dato che nel libro si parla di una
Lombardia spagnola, tanto per dire di quanto lontana “politicamente”
sia quella situazione, dall’oggi o dal secolo scorso.
È, libro per libro, il tempo di Taras Bulba, E di lì a poco i capi
cosacchi compiranno una scelta che, storicamente, ci porta ai nostri
tempi. Sceglieranno di allearsi con gli svedesi di Carlo XII contro
i russi di Pietro
il grande. Già, gli svedesi. Chi ricorda oggi che c’erano
loro, laggiù nel territorio ucraino, a Poltava, a battersi coi russi
per il controllo dell’Europa orientale? E a perdere. Avete presente Pietro
Micca? Oggi la storia non si studia più per episodi
edificanti, ma siamo lì, in un lontanissimo inizio del Settecento. E
come da quelle vicende savoiarde prende il via la storia che porta
pezzetto per pezzetto all’unità d’Italia, così da quelle altre
vicende prende il via la storia che porta alla definizione dell’Impero
Russo nei suoi confini sempre più vasti.
Per due secoli l’unione dei due rami slavi della storia diventa un
fatto compiuto. Compiuto? Qui entrano in gioco mille fattori
culturali. E’ compiuta l’unità d’Italia, se ancora oggi abbiamo i
neoborbonici e prima i leghisti, esaltatori di una Padania con
molte meno radici storiche dell’Ucraina? E’ compiuta quella
spagnola? E la Scozia? E il Belgio, allora, esiste davvero. La
storia ci dice sì, forse. Per adesso.Un
errore Putin lo
commette, volutamente credo, quando con ceffo da boss minaccia gli
ucraini di dargliela lui la decomunistizzazione. Perché richiama la
nascita comunista dell’Ucraina, con i confini che oggi vediamo sugli
atlanti. Chissà se vi ricordate la pubblicità di quello che si
vendeva all’inizio degli anni Novanta, il cosmonauta russo che
tornava a terra felice di rimettere i piedi sul suolo russo e la
vecchia contadina che gli diceva “ma che Russia, Ucraina!”. Quei
confini fissati da Lenin nella creazione dell’Unione delle
Repubbliche socialiste sovietiche, una delle quali era appunto
l’Ucraina. Unafinzioneburocratica,
una “soluzione” affidata, pensate, a Stalin, al problema di come può
la Russia comunista liberarsi della contraddizione nel prendere il
posto di un Impero. Come si può proclamare la rivoluzione e il
sovvertimento del vecchio ordine sociale, senza lasciare ai popoli,
che quell’Impero ha colonizzato e conquistato, la loro libertà e
autodeterminazione. Tanto per dire: gli Stati
Uniti hanno
risolto il problema di coscienza con qualche casinò per i nativi
americani, non certo con il rispetto dei trattati sui territori
indiani.Per un movimento che pensava di creare l’uomo nuovo in nome
dell’internazionalismo proletario, confini e etnie erano,
ovviamente, retaggi del passato destinati a svanire nel sol
dell’avvenire. Ma ecco dove Putin sbaglia. Su una ideale carta
geografica in tempo reale l’Ucraina
appare prima delle scelte leniniste.
La disegnano i generali prussiani dopo aver sconfitto prima
l’esercito zarista, poi quello di Kerenski, infine la neonata ArmataRossa.
In una anticipazione del Lebensraum hitleriano, Ludendorff porta i
confini degli stati vassalli della Prussia più o meno là dove
arriveranno anche le armate con la svastica. I paesi baltici,
Estonia, Lituania, Lettonia, così come l’Ucraina fino al Don sono
sotto il diretto controllo economico di Berlino, i turchi si
riprendono ciò che hanno perso nel corso dell’Ottocento lungo il
Caucaso, la Crimea diventa, o meglio dovrebbe diventare – non si fa
in tempo – un repubblica tatara dove mandare in vacanza i tedeschi.
La Russia è privata di un terzo della popolazione suddita dello zar.
L’Ucraina, quella Ucraina, è il simbolo dell’umiliazione della
Russia. I piani per il nuovo ordine europeo con l’elmo a chiodo
naufragano sui campi di Francia. Ma quella Ucraina resta nemica di
Mosca. Sotto il controllo dei controrivoluzionari del generale
Denikin, già che c’erano, le sue truppe si diedero ad un classico di
quelle zone: le stragi di civili ebrei costituiscono una delle tre
branche della controffensiva che con l’aiuto di Inglesi, Americani,
Francesi, Giapponesi, Tedeschi, Polacchi, Cechi (perfino qualche
centinaio di italiani dalle parti di Vladivostok) voleva cancellare
subito dalla faccia della terra la Russia comunista.Non
ci riuscirono. Poco più di vent’anni dopo, come sappiamo,
le cose si ripeterono in modo esponenzialmente più drammatico.
Ancora una volta l’Ucraina era il simbolo della umiliazione russa e,
stavolta, sovietica. L’immensa sacca di Kiev,
le centinaia di migliaia di prigionieri. Il ripetersi dei pogrom in
versione genocida, estranei, noi italiani compresi. con gli stivali
sul suolo della rodina, la madrepatria, la santa Russia su cui ieri
Putin ha di nuovo fatto leva. E poi per la terza volta in un secolo,
col collasso dell’Urss, la separazione.
Legale e legittima, anche se bizzarra. Votano, visto che esiste la
Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, solo gli Ucraini sulla loro
indipendenza. Un po’ come vorrebbero i Catalani. In Spagna, sembra,
non vale. Se votassero tutti insieme con i russi, finirebbe come nel
1860, in America: secessione, non indipendenza. Con tutto il diritto
di Lincoln di imporre a ferro e fuoco la riunificazione.
A quello allude, cinico e pericoloso, Putin ironizzando “ve la do io
la decomunistizzazione”. Così come il Donbass assomiglia davvero al Kosovo,
rispetto alla Serbia.
Là bombe, anche nostre, per garantire l’autodeterminazione e la
modifica dei confini, qui sanzioni, per ora, anche nostre per
impedirla. Separazioni definitive. Definitive? Ogni principe di Kiev,
ogni Zar, ogni Atamano, ogni generale ha pensato che il suo
equilibrio fosse definitivo. Mentre, come abbiamo visto, nulla è
definitivo. La spinta centrifuga dei
popoli che vogliono sfuggire il giogo di Mosca, contro la attrazione
gravitazionale di quella che è, e resta, la forza dominante di
quelle terre. Quando i giornali scrivono che Putin vuole
ricostruire l’Urssprovano ad inserire – gli
serve per non doversi dire antirussi – uno spin anti-comunista, in
una vicenda che col comunismo non ha più nulla a che spartire, più
vecchia di nove secoli, più giovane di trent’anni.
Quel che Putin mette in gioco col discorso in tv è la Russia,
l’Impero, lo zarismo come forma “naturale” del potere a Mosca. Roba
di lunghissima durata, roba su cui si sono costruite identità
millenarie. Ignorarle può portare ad errori fatali.
Coronavirus, 59.749 nuovi casi e 278 decessi. Si svuotano gli
ospedali: -475 ricoverati con sintomi e -46 in terapia intensiva.16-02-22
Sono 59.749 inuovi
casi di infezione da Sars-Cov-2 accertati nelle ultime 24
ore a fronte di555mila
tamponi processati, di cui406.477
test antigenici rapidi, con un’incidenza pari al10,8%.
I decessi riportati
sono278,
di cui 38 degli scorsi giorni ma comunicati solo oggi. Continuano a
svuotarsi i reparti degli
ospedali: ilsaldo
ingressi-uscite dell’ultimo giorno è-475
ricoverati con sintomi in area medica e-46
pazienti Covid in terapia intensiva, dove si sono
registrati75
ingressi.
Da lunedì amercoledì sono
stati individuati159.231
casi, circa 65mila in meno dei 224.378 degli
stessi tre giorni della scorsa settimana. Ilconfronto degli
altriindicatori conferma
il netto miglioramento della situazione, pur restando idecessi su
livelli drammatici (947 in tre giorni, erano stati 1.125). Risultano
in calo infatti sia gli ingressi interapia
intensiva, da 259 a 225, sia il saldo ingressi-uscite dai reparti
ordinari, con 933 posti
letto occupati in meno. Unanetta
accelerazione rispetto al-533 degli
stessi giorni della settimana precedente.
Ad oggi sono quindi 15.127 i
pazienti positivi ricoverati nei reparti e altri1.073 vengono
assistiti in rianimazione. Numeri in calo continuo e sempre più
rapido, con circa5mila
posti letto in piùdisponibili rispetto
a fine gennaio. Altre 1.463.913 persone positive si trovano invece
inisolamento
domiciliare, quindi il totale degli attualmente
infetti è 1.480.113. Da inizio pandemia i
casi confermati di infezione sono stati12.265.343:
escluso chi è contagiato in questo momento, i guariti-dimessi sono
10.633.268 e in151.962 sono
deceduti.
Covid, i dati: 133.142 nuovi casi e 427 morti. Continua il calo dei
contagi (-30% da martedì scorso), restano alti i decessi---01-02-22
Nei prossimi tre mesi tutti faremo il Covid? Alla fine dell’ondata
Omicron ci sarà chi
si è vaccinato echi
si è infettato e
chi, purtroppo,è
morto come
conseguenza dell’infezione Covid”. CosìAndrea
Crisanti,
ospite di ‘Accordi&Disaccordi’,
il talk politico condotto da Luca
Sommi eAndrea
Scanzi in
onda su Nove, ha commentato le parole del professorMatteo
Bassetti,
che aveva dichiarato: “Nei prossimi tre mesi chi non ha fatto il
Covid fino ad oggi lo farà. Ci saranno alcuni che lo faranno bene,
ci saranno alcuni che lo faranno meno bene e ci saranno alcuni che
lo faranno molto male. E tutti ne pagheremo le conseguenze”. “Questo
è un virus che ha un
indice di trasmissione elevatissimo,
paragonabile al morbillo – ha detto il microbiologo – Non penso che
abbia raggiunto il massimo possibile di trasmissione per un
patogeno, quindi è chiaro che ci troviamo di fronte a una
novità assoluta.
E guardi, con un virus che ha questo indice di trasmissione, che
chiaramente rende impossibile anche qualsiasi attività
di tracciamento,
perché capisce bene che è impossibile tracciare potenzialmente 15
contatti e poi tutta la catena dei contatti dei contatti. E’
talmente alto l’indice di trasmissione di questo virus che magari è
passato senza troppi commenti il fatto che Australia
e Nuova Zelanda abbiano
abbandonatola
politica di zero Covid,
proprio per le caratteristiche di questo virus, quindi è chiaro che
è difficile non essere d’accordo con l’affermazione di Bassetti”, ha
concluso il professore.
Covid, i dati – Ancora record: 189.109 contagi in 24
ore e con meno tamponi. 231 le vittime (con riconteggi) e 452
ricoveri-5-01-22
Anche oggi si registra un nuovo record di contagi da Covid 19 in
Italia nelle ultime 24 ore. I
nuovi positivi sono 189.109. Ieri erano stati 170.844. In
calo il numero delle vittime: sono 231 rispetto alle 259 di ieri, ma
comprendono anche diversi “riconteggi” comunicati dalle regioni.
Sale però il tasso di positività: i tamponi effettuati sono stati
infatti 1.094.255, quasi 200mila in meno rispetto ai 1.228.410 di
ieri. Il
tasso di positività cresce così al 17,28%, ieri era al
13,9%.
Guardando al numero di ricoveri i dati indicano 36 ingressi in
terapia intensiva in un giorno, contando
il saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri
sono invece 132. Crescono anche i ricoverati con sintomi nei reparti
ordinari: sono 13.364,
452 in più rispetto a ieri. In totale in Italia ci sono quasi un
milione e mezzo di attualmente
positivi, per l’esattezza 1.421.117.
Gli ultimi dati sono anche frutto di alcuni riconteggi delle
regioni. L’Abruzzo fa sapere che il totale dei tamponi processati
con test molecolare, persone testa e positivi, comprendono anche
alcuni dati del periodo dall’1 gennaio non precedente comunicati,
così come un decesso, riferito ai giorni scorsi. Anche in Campania
15 vittime non vanno riferite alle ultime 24 ore, ma a un periodo
precedente compreso tra l’8 dicembre e il 2 gennaio. Dal conteggio
dei positivi, invece, l’Emilia Romagna elimina 8 casi, comunicati
nei giorni precedenti ma non riferibili a contagi Covid, csì come il
Friuli Venezia Giulia che elimina 12 casi conteggiati erroneamente
nei giorni precedenti. Anche la Sicilia va sapere che dei 32 decessi
riportati oggi, 8 sono da riferire al 4 gennaio, 19 al 4 gennaio,
uno al 2 gennaio, uno all’1 gennaio, 2 al 31 dicembre e 1 al 27
dicembre.
Covid Italia, il bollettino del 24 dicembre: 50.333 nuovi casi su
oltre un milione di tamponi
Covid, il contagio vola nell’Est Europa: pochi vaccinati, salgono i
morti. La Russia chiude per 9 giorni, in Bulgaria arriva il green
Russia eUcraina registrano
nuovi picchi di morti, con numeri record da inizio pandemia. Lo
stesso accade inRomania,
dove sono stati superati i 500 decessi in un giorno. I contagi daCovid volano
nell’Europa
dell’est,
dove molti Paesi devono fare i conti con una percentuale di vaccinazioni
molta bassa e
una conseguente impennata dei casi man mano che l’autunno avanza.
Anche il presidente russoVladimir
Putin si
è arreso alla crescita dei contagi e ha annunciato che a causa della
situazione epidemiologica saranno dichiarati “giorni non lavorativi”
quellidal
30 ottobre al 7 novembre ma
col mantenimento della retribuzione. Per 9 giorni, quindi, chiudono
tutte le attività. InBulgaria,
maglia nera in Ue per tasso di immunizzati, da giovedì 21 ottobre
invece entrerà in vigore l’obbligo di green
pass.
E pure la Repubblica
Ceca,
dove comunque più della metà della popolazione è vaccinata, valuta
nuove restrizioni dopo che nelle ultime 24 ore ha superato i 3mila
casi.Russia eUcraina registrano
nuovi picchi di morti, con numeri record da inizio pandemia. Lo
stesso accade inRomania,
dove sono stati superati i 500 decessi in un giorno. I contagi daCovid volano
nell’Europa
dell’est,
dove molti Paesi devono fare i conti con una percentuale di vaccinazioni
molta bassa e
una conseguente impennata dei casi man mano che l’autunno avanza.
Anche il presidente russoVladimir
Putin si
è arreso alla crescita dei contagi e ha annunciato che a causa della
situazione epidemiologica saranno dichiarati “giorni non lavorativi”
quellidal
30 ottobre al 7 novembre ma
col mantenimento della retribuzione. Per 9 giorni, quindi, chiudono
tutte le attività. InBulgaria,
maglia nera in Ue per tasso di immunizzati, da giovedì 21 ottobre
invece entrerà in vigore l’obbligo di green
pass.
E pure la Repubblica
Ceca,
dove comunque più della metà della popolazione è vaccinata, valuta
nuove restrizioni dopo che nelle ultime 24 ore ha superato i 3mila
casi.Nella
vicina Romania,
penultimo Paese per vaccinazioni tra gli Stati Ue, la situazione è
simile. Martedì sono stati comunicati il nuovo record di morti e
casi di Covid: 574
morti e
18.863 nuovi positivi in 24 ore. Al momento il sistema sanitario
romeno è alla sua capacità massima conpiù
di 1.800 pazienti in terapia intensiva.
Per questo motivo, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha
annunciato che invierà un esperto nel Paese per aiutare a rafforzare
la sua risposta pandemica e ha promesso 34mila test rapidi e 200
concentratori d’ossigeno per i pazienti Covid. La settimana scorsa,
diversi pazienti sono stati inviati in Ungheria (dove
invece la percentuale di vaccinati si avvicina al70%)
per essere ricoverati in terapia intensiva.
Coronavirus, i dati – 4.598 nuovi casi (+896 rispetto a una
settimana fa). Salgono ancora i ricoveri (+11), stabili le
intensive. Altri 50 morti,27-10-2021
Regno Unito, nuovo record di morti da marzo a causa del coronavirus:
sono 223 in 24 ore
In Gran
Bretagna torna preoccupante il numero dellevittime
giornaliere perCovid.
Mentre fino a oggi era tornato molto alto il numero di contagi,
ma con ricoveri e decessi che rimanevano comunque limitati a causa
dell’azione
dei vaccini, i dati diffusi dal governo mostrano che nelle
ultime 24 ore sono 223
le persone che hanno perso la vita a causa del coronavirus,
unrecord
dal marzo scorso, anche se il numero tiene conto anche del
consueto recupero statistico di parte dei dati ritardati relativi
weekend.
Sulle possibili cause, non si è ancora espressa la comunità
scientifica britannica. Certo è che da una parte va registrato
l’alto numero di contagi, che nell’ultima giornata hanno comunque
fatto registrare un calo (43mila
circa, oltre la soglia dei 40mila per il settimo giorno
consecutivo ma comunque sotto il
picco di quasi 50mila di ieri), dall’altra la minor copertura
offerta da AstraZeneca riguardo
allavariante
Delta, oltre al fatto che il Paese, dove proprio oggi
è stata annunciata la scoperta di una nuova mutazione discendente
dalla Delta e battezzata con la sigla AY.4.2, ha eliminato da
mesi qualsiasi tipo di restrizione.
Proprio la variante, però, non è responsabile dell’aumento dei
contagi, specificano gli esperti. Solo il 6% dei casi Covid
sequenziati sono ora di un nuovo tipo e in un Paese che sequenzia
moltissimo il dato può essere considerato più che affidabile e non
sottostimabile.
In questo momento, riporta la Bbc online,
sono in corso test per capire quanto possa effettivamente
rappresentare una minaccia il nuovo mutante intercettato. I virologi
ritengono improbabile che decolli o sfugga ai vaccini attuali. La
nuova mutazione di Delta non è ancora considerata una variante di
preoccupazione o una variante sotto indagine.
Crisanti ad Accordi&Disaccordi (Nove): “La variante Delta?
Preoccupante, dimostra che il virus continua a mutare”
“La variante Delta ci deve preoccupare”. Così il direttore di
Microbiologia dell’Università di Padova Andrea
Crisanti, ospite di ‘Accordi&Disaccordi’,
il talk politico condotto da Luca
Sommi e Andrea
Scanzi, con la partecipazione diMarco
Travaglio, in onda tutti
i mercoledìalle 21.25su Nove sulla
nuova mutazione del Coronavirusche
sta creando allerta in Gran Bretagna e in Europa. “Penso ci
debba preoccupare per due
ragioni fondamentalmente: primo perché ha unacapacità
di trasmissione molto elevata, se possibile addirittura
superiore a quella inglese e poi per il fatto, ormai acclarato, che
il vaccino Astrazeneca in dose singola non protegge dall’infezione,
almeno per quanto riguarda la positività”, ha detto il professore.
Inoltre, “la variante Delta ci fa capire che la capacità del virus
diadattarsi
e di generare nuove mutazioni sicuramente non è finita. Io
penso che il futuro si gioca fondamentalmente su due aspetti: primo,
ladurata
della protezione indotta dal vaccino; secondo, la
protezione dalle varianti tramiteil
sequenziamento“. Purtroppo, su quest’ultimo aspetto,
secondo Crisanti “l’Italia ha un approccio
amatoriale e assolutamente non in linea con quelli che sono
Paesi come la Germania, l’Inghilterra o gli Stati Uniti”.
‘Accordi&Disaccordi’è prodotto da Loft
Produzioniper Discovery Italia e sarà
disponibile in live streaming e successivamente on demand sul nuovo
servizio streaming discovery+ nonché
su sito, app e smart tv diTvLoft.
Nove è visibile al canale 9 del Digitale Terrestre, su Sky Canale
149 e Tivùsat Canale 9.
Uk, la variante Delta al 90% di prevalenza. “In tutto 42 decessi, 12
erano stati vaccinati”
Sono passati due anni da quando
il Parlamento lasciò scadere il tempo concesso dalla Corte
costituzionale per riempire il vuoto normativo sul suicidio
assistito,
prima di pronunciarsi sul caso di Marco
Cappato, finito
a processo per aver aiutato a morire l’ex dj Fabo accompagnandolo
in Svizzera.
Ma se allora la Lega si
mise di traverso, facendo arenare la discussione sulla proposta di
legge sull’Eutanasia legale (cinque, in realtà, i testi presentati
alla Camera), oggi parte la raccolta di firme per un referendum
promosso dall’associazione
Luca Coscioni
di cui Cappato è tesoriere. Il testo, depositato il 20 aprile scorso
in Corte
di Cassazione,
prevede una parziale abrogazione dell’articolo 579 del codice penale
(omicidio del consenziente), che impedisce la realizzazione di della
cosiddetta “eutanasia attiva”. “In caso di approvazione – spiega
l’associazione – si passerebbe dal modello della ‘indisponibilità
della vita’, sancito dal codice penale del fascismo nel 1930, al
principio della ‘disponibilità
della vita’ e
dell’autodeterminazione individuale, già introdotto dalla
Costituzione repubblicana, ma che ora deve essere tradotto in
pratica.Il
referendum, come aveva spiegato a ilfattoquotidiano.it Marco
Cappato,
punta a tutelare “anche i pazienti che non siano dipendenti da
trattamenti di sostegno vitale, come i malati di cancro, per i quali
è comunque già intervenuta la Consulta”. C’è tempo fino al 30
settembre per raccoglierne 500mila firme: i primi tavoli a Milano
(angolo tra Corso Garibaldi e via Statuto) e Roma (Largo Argentina),
mentre entro il 30 giugno saranno allestiti in tutta Italia.Nel
corso della conferenza stampa che si è tenuta presso la sala stampa
della Camera dei Deputati, è stato trasmesso il video messaggio di
Daniela. Trentasette
anni,
pugliese, affetta da una grave forma di tumore al pancreas, avrebbe
voluto poter scegliere di porre fine alle sue sofferenze: “Ho
vissuto una vita da persona libera. Vorrei essere libera di morire
nel migliore dei modi”. Non ha fatto in tempo ad andare in Svizzera
per ricorrere al suicidio assistito. Aveva contattato l’Associazione
Luca Coscioni e
a febbraio aveva chiesto allaAsl
di Roma,
dove viveva, e al relativo Comitato
Etico,
la verifica e l’attestazione delle condizioni necessarie per poter
ricorrere al suicidio assistito, in
applicazione della storica sentenza 242/2019 emessa dalla Corte
Costituzionale,
proprio nell’ambito del processo a Cappato. Una sentenza secondo cui
non è punibile “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio,
autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita
da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia
irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli
reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni
libere e consapevoli”. Daniela, però, aveva dovuto impugnare una
risposta negativa. Alla fine, era ricorsa d’urgenza al Tribunale
di Roma per
ottenere le verifiche previste, ma l’udienza era stata fissata al 22
giugno. Considerata la situazione, è stato chiesto di anticipare la
decisione, ma nessuno ha mai risposto. Daniela è morta il 5 giugno.Con
l’intervento referendario l’eutanasia attiva sarebbe
consentita nelle forme previste dalla legge sul consenso informato e
il testamento biologico e
in presenza dei requisiti introdotti dalla sentenza della Consulta,
mentre rimarrebbe punita se il fatto è commesso contro una persona
incapace o contro una persona il cui consenso sia stato estorto con
violenza, minaccia o contro un minorenne. Ad oggi, invece, in Italial’eutanasia
attiva è vietata sia nella versione diretta (se
il medico somministra il farmaco alla persona che ne faccia
richiesta, violando l’articolo 579 del codice penale),sia
nella versione indiretta (se
qualcuno prepara il farmaco che viene poi assunto in modo autonomo
dalla persona) e, in questo caso, si incorre nel reato di
istigazione e aiuto al suicidio (articolo 580 del codice penale),
fatte salve le cause di esclusione introdotte nel 2019 dalla
Consulta. Forme di eutanasia passiva, ovvero praticata astenendosi
dall’intervenire per tenere in vita il paziente in preda alle
sofferenze sono già considerate penalmente lecite, soprattutto
quando l’interruzione delle cure ha lo scopo di evitare
l’accanimento terapeutico. “Ma molti casi ambigui creano condotte
‘complesse’ o ‘miste’, che non consentono spesso di distinguere con
facilità se si tratti di eutanasia mediante azione od omissione e,
soprattutto – spiega l’associazione – pongono il problema di una
possibile disparità di trattamento ai danni di pazienti gravi e
sofferenti affetti però da patologie che non conducono di per sé
alla morte per effetto della semplice interruzione delle cure.Da
qui l’esigenza di ammettere l’eutanasia a prescindere dalle modalità
della sua esecuzione concreta (attiva e omissiva)”.Dopo
la conferenza, l’appuntamento è proseguito in Largo Argentina per
l’avvio della raccolta nella Capitale. C’era anche Mina
Welby,
ma moglie di Piergiorgio Welby, attivista e co-presidente
dell’Associazione Luca Coscioni affetto da distrofia muscolare, per
il quale non solo fu negata la richiesta dei legali di porre fine
all’accanimento terapeutico (a staccare il respiratore fu il medico,
poi assolto dall’accusa di omicidio del consenziente), ma gli furono
anche negati i funerali con rito religioso. La funzione non
religiosa, è bene ricordarlo, fu celebrata davanti alle porte chiuse
della parrocchia che, anni dopo, avrebbe invece accolto quelli
trionfali del boss
dei Casamonica.
Tra le altre persone malate assistite dall’associazione c’è anche Mario (nome
di fantasia). Ha 43 anni, abita in un paesino delle Marche e a causa
di un grave incidente stradale che gli ha provocato la frattura
della colonna vertebrale con la conseguente lesione del midollo
spinale, è tetraplegico con altre gravi patologie da 10 anni. Le sue
condizioni sono irreversibili. Si era visto negare da ASL e
tribunale la possibilità di accedere all’iter previsto dalla
sentenza 242, ma proprio in questi giorni, con una nuova ordinanza
storica (la prima del genere in Italia)il
Tribunale di Ancona ha ribaltato la decisione del giudice precedente,
imponendo alla ASL di verificare le condizioni del paziente per
accedere al suicidio assistito, attuando di fatto la sentenza della
Consulta.“Mario ci ha messo 10 mesi passando per 2 udienze 2
sentenze, per vedere rispettato un suo diritto, nelle sue
condizioni” commenta l’avvocato Filomena
Gallo,
segretario dell’associazione, secondo cui “non è possibile
costringere gli italiani a una simile doppia agonia. Occorre una
legge. Per questo – aggiunge – a fronte di un
Parlamento paralizzato e sordo persino
ai richiami della Corte costituzionale è necessario un referendum”.
Da qui alle prossime settimane sarà possibile aderire alla campagna
anche presso avvocati e notai registrati. “Il loro ruolo – spiega
Cappato – è fondamentale nell’ambito della raccolta firme, perché
hanno la facoltà di autenticarle, insieme a cancellieri,
parlamentari, sindaci, assessori, consiglieri comunali, consiglieri
regionali e dipendenti comunali”. Fanno già parte del comitato
promotore del referendumRadicali
Italiani, Partito Socialista Italiano, Eumans, Volt, Più Europa,
Possibile, Sinistra italiana e Federazione dei Verdi.
Il Comitato è aperto all’adesione di associazioni, partiti,
movimenti sindacati e altre organizzazioni e, tra primi sostenitori,
ci sono l’ARCI nazionale e la CGIL nuovi diritti.
Calo demografico, Istat: “Nel 2020 il Covid ha peggiorato la
tendenza. Oltre all’aumento dei decessi, nuovo minimo storico di
nascite”.
Nel 2020 si registra un nuovo minimo
storico dinascite dall’unità
d’Italia e un massimo storico didecessi dal
secondo dopoguerra. Glieffetti
negativi prodotti
dal Covid hanno amplificato latendenza
al declino di
popolazione in atto dal 2015. Lo rileva l’Istat nel
report “La dinamica demografica durante la pandemia covid-19- anno
2020”, in cui l’Istituto segnala che al 31 dicembre 2020 la
popolazione residente è inferiore diquasi
384mila unità rispetto
all’inizio dell’anno, come se fosse sparita una città grande quantoFirenze. Dal
1 gennaio al 31
dicembre 2019 la popolazione residente in Italia era
diminuita di quasi189mila
unità.
Nel 2020 le nascite sono diminuite del 3,8%:
quasi 16mila
nati in meno rispetto
all’anno precedente. Sono stati iscritti in anagrafe per nascita404.104
bambini.
Il report evidenzia anche il crollo dei movimenti
migratori internazionali:
-66,3% durante la prima ondata.
I decessi in totale ammontano invece a 746.146,
il numero più alto mai registrato dal secondo
dopoguerra, con un aumento rispetto alla media 2015-2019 di oltre
100mila unità(+15,6%). Dall’inizio della
crisi sanitaria (marzo 2020) a fine anno si è osservato un eccesso
di morti del 21% rispetto
alla media dello stesso periodo dell’ultimo quinquennio. I decessi
Covid sono stati quasi76mila,
il 10,2% dei
decessi totali a livello medio nazionale (il70% dell’eccesso
complessivo), spiega l’Istat.
Il Nord, con il 14,5% sul
totale dei morti, registra il maggior peso percentuale, il doppio
rispetto alCentro (6,8%)
e alMezzogiorno (5,2%).
La Lombardia, sottolinea l’istituto, sperimenta il bilancio più
pesante in termini di decessi nel 2020:+111,8%.
Per tutte le altre regioni del Nord l’incremento dei morti del
periodo marzo-maggio è compreso tra il 42% e
il53%.
Solamente il Veneto e
ilFriuli
Venezia Giulia si distinguono per un surplus di decessi più
contenuto (rispettivamente +19,4% e +9,0%). Al Centro spiccano leMarche che,
con il+27,7% di
eccesso di morti, si discostano in modo rilevante dall’incremento
medio della ripartizione (+8,1%). Nel Mezzogiorno solo l’Abruzzo e
laPuglia (+11,6%
entrambe) fanno rilevare valori ben al di sopra di quello medio
dell’intera area (+5,1%).“L’impatto
differenziale dell’epidemia sulla mortalità (maggiore
al Nord rispetto al Mezzogiorno) e la contrazione dei trasferimenti
diresidenza“,
sottolinea l’Istat, spiegano anche le differenze geografiche nel
calo della popolazione, che di conseguenza è più accentuato al Nord-ovest.
Nel corso del 2020 il Nord-ovest registra una perdita dello 0,7% e
il Nord-est dello 0,4%. Il Centro vede raddoppiare in termini
percentuali il deficit di popolazione (da -0,3% del 2019 a-0,6% del
2020) mentre il Sud e le Isole, più colpite nella seconda ondata (da
metà settembre), subiscono una perdita dello0,7%,
simile a quella del 2019, per effetto della tendenza allo
spopolamento già in atto da diversi anni. Anche la provincia
autonoma di Bolzano,
tradizionalmente caratterizzata da incrementi di popolazione, vede
ridurre il saldo totale percentuale. All’opposto le regioni del
Mezzogiorno, anche quelle con il primato di saldo totale negativo
(Molise -1,3% e Basilicata -1,0%), hanno perdite percentuali più
contenute rispetto
al2019.
Il report evidenzia anche il crollo del numero dei matrimoni celebrati:
96.687,-47,5%
sul 2019 (-68,1%
i matrimoni religiosi e -29% quelli con rito civile).Nel corso del
2020 si contano in totale 1.586.292
iscrizioni inanagrafe e1.628.172cancellazioni.
Le ripercussioni della pandemia sono state molto rilevanti sui
movimenti migratori internazionali. Le iscrizioni dall’estero
(220.533 nell’anno 2020), già in calo nel 2019 per
la componente straniera, mostrano unadiminuzione nei
primi due mesi dell’anno (-8,8%)
per poi crollare durante la prima ondata (-66,3%)
e recuperare lievemente (ma sempre con una variazione negativa) nel
corso dell’anno (-23,3% nella
fase di transizione e-18,2% nella
seconda ondata). Le cancellazioni verso l’estero (141.900 in
totale), invece, evidenziano unoslancio
di partenze nella
fase pre-Covid (+20%), una consistente riduzione durante la prima
ondata (-37,3%), una lievissima ripresa durante la fase di
transizione (+0,8%) e unulteriore
crollo in
corrispondenza della seconda ondata (-18,4%).
CureVac, il terzo vaccino a mRna che può far svoltare l’Ue.
L’azienda: “Produrremo 300 milioni di dosi nel 2021. Si conserva a 5
gradi”
L'azienda di biotecnologie di Tubinga, in Germania, spera di avere
l'approvazione dell'Ema entro giugno. L'amministratore delegato Haas
a ilfattoquotidiano.it: "Questa tecnologia consente lo sviluppo di
vaccini sicuri ed efficaci. A differenza di altri, non utilizziamo
alcun mRNA modificato chimicamente". Ci sarà una rete europea di
produzione e distribuzione: "Il problema è la fornitura delle
materie prime, per via dei blocchi alle esportazioni".
A Tubinga sperano
che il mese buono sia quello digiugno:
circa sei mesi dopo il via libera a Pfizer/Biontech, dalla città
universitaria tedesca potrebbe arrivare il terzo
vaccino a Rna
messaggero contro
il Covid, quello sviluppato dall’azienda di biotecnologieCureVac.
Il processo di approvazione da parte dell’Ema è già cominciato a
febbraio: “Il candidato vaccino di CureVac, CVnCoV,
è in una fase
avanzata della
sperimentazione clinica a seguito di ampi studi sullasicurezza e
sulla tollerabilità.
Ci aspettiamo nuovi dati nel corso del secondo
trimestre e
li utilizzeremo come base per far avanzare il processo di
approvazione del nostro vaccino cheè
già iniziato“,
spiega a ilfattoquotidiano.itFranz-Werner
Haas,
amministratore delegato di CureVac.
Per l’Unione
europea e
l’Italia l’autorizzazione sarebbe unaboccata
d’ossigeno nella
campagna di vaccinazione: il candidato vaccino tedesco utilizza la
tecnologia dell’Rna messaggero come quelli Pfizer oModerna,
che finora hanno avuto altissime performance in termini di efficacia e
creato meno grattacapi dal punto di vista dellasicurezza.
Inoltre, come confermato dall’azienda, il vaccino di CureVac non
utilizza mRna
modificato chimicamente: i vantaggi sono l’impiego di undosaggio
inferiore e
la possibilità di una conservazione a una temperatura di5
gradi per
almeno tre mesi. Un fattore chefacilita notevolmente
la gestione delle fasi ditrasporto estoccaggio.“Prevediamo
una produzione fino a 300
milioni di dosi nel2021 e
un miliardo di dosi il prossimo anno”, afferma Haas. L’accordo con
la Commissione europea è già stato firmato, in Italia dovrebbero
arrivare in totale quasi 30 milioni di dosi. Il piano stilato a
inizio marzo dal commissario all’emergenzaFrancesco
Paolo Figliuolo ne
prevede7,3 già
entro giugno: un obiettivo difficile da raggiungere, maentro
settembre è
previsto l’arrivo complessivo di14
milioni di dosi.
Le altre 16 saranno a disposizioni, salvo intoppi, tra fine anno e
il primo trimestre 2022. Il fattore tempo, come sappiamo, è
determinante: il piano vaccinale italiano all’origine prevedeva
l’arrivo di 2
milioni di dosi del
vaccino di CureVac già entro marzo. Ora la speranza è riuscire a
scongiurare ulteriori ritardi, dopo che già le altre aziende
farmaceutiche hanno avuto seri problemi nell’approvvigionamento
delle materie prime, nella produzione e infine nella consegna delle
dosi. “La fornitura dellematerie
prime è
davvero una sfida perché le catene di approvvigionamento globali
sonointerrotte dalla
pandemia”, ammette l’amministratore delegato dell’azienda di Tubinga.
“Ad esempio – spiega Haas – a volte non è possibile ottenere
l’attrezzatura o i materiali necessari per la produzione di vaccini,
in quanto soggetti a divieti
di esportazione.
Il governo tedesco e la Commissione europea ne sono a conoscenza e
si stanno impegnando per aiutarci“.L’azienda
tedesca ha già siglato accordi di collaborazione per la produzione
del vaccino con Bayer eGlaxoSmithKline,
ma anche con Fareva, Rentschler e Wacker: l’obiettivo è istituire
una rete
europea per
la produzione delle dosi. L’Unione europea dovrebbe anche essere la
principale area di distribuzione del vaccino: “Oltre al fatto che la
Germania è partner di CureVac – sottolinea Haas – abbiamo ricevuto
fondi per lo sviluppo e la produzione del nostro vaccino, con un
finanziamento di252
milioni di euro dal
governo tedesco. Abbiamo anche firmato un contratto con la
Commissione europea per la fornitura di dosi di vaccino, che ci ha a
sua volta fornito unsostegno
finanziario per
lo sviluppo del vaccino”. “Senza questo finanziamento, non
saremmo stati in grado di
gestire gli investimenti associati allo sviluppo del vaccino”,
ammette l’amministrato delegato di CureVac, che in passato aveva
indicato proprio nellacarenza
di fondi la
causa del “ritardo” rispetto a Pfizer/Biontech. Inoltre, l’azienda
sta sviluppando insieme aTesla una
“mini-fabbrica mobile e flessibile di m-Rna”, chiamataThe
RNA Printer®.
Questa tecnologia consentirà alle stesse strutture sanitarie di produrre
dosi di
vaccino: “L’obiettivo è utilizzare The RNA Printer® in tutto il
mondo, ad esempio direttamente sul luogo di unfocolaio
locale,
per riuscire a riportarlo rapidamente sotto
controllo.
Allo stesso tempo, The RNA Printer® può anche implementare rapidamente
le modifiche necessarie al vaccino a causa di eventuali varianti”,
spiega Haas.CVnCoV,
il candidato vaccino di CureVac, è come detto un vaccino a Rna
messaggero: una tecnologia innovativa che consiste nell’utilizzare
la sequenza del materiale genetico del coronavirus, ossia l’acido
ribonucleico (Rna),
che rappresenta il messaggero molecolare che contiene “leistruzioni”
per costruire la proteina Spike del
virus, contro la quale si vuole scatenare la reazione delsistema
immunitario.
“La tecnologia Rna consente lo sviluppo di vaccini
sicuri edefficaci“,
assicura Haas. La “rolling review” dell’Ema, come detto, è
cominciata a febbraio, ma sull’efficacia del vaccino di CureVac
ancora non esistono dati: “La sperimentazione clinica è ‘in
doppio cieco‘
(sia i soggetti esaminati che gli sperimentatori ignorano le
informazioni fondamentali, ndr)
e quindi non sappiamo chi dei soggetti testati
ha ricevuto unplacebo o
il nostro vaccino”. Per questo, spiega l’amministratore delegato,
“non siamo ancora in grado di rilasciarealcuna
dichiarazione sull’efficacia
del vaccino”.La grande differenza ad esempio con il vaccino Pfizer e
Moderna sta invece nell’approccio tecnologico: “A differenza di
altri, non utilizziamo alcun mRNA modificato chimicamente”,
chiarisce Haas. “Attraverso una ottimizzazione
della sequenza la
produzione di proteine può essere migliorata, così possiamo
lavorare ad esempio conbasse
dosi di
mRNA e generare comunque unarisposta
immunitaria equilibrata”.
In pratica, il vaccino contiene un dosaggio di Rnamolto
inferiore.
Infine, il Ceo di CureVac assicura che l’azienda è già al lavoro
anche sul contrasto alle varianti del Covid: “Stiamo conducendo studi
in vitro mirati
sulle varianti critiche per confermarel’efficacia del
nostro attuale candidato vaccino. Recentemente siamo stati in grado
di dimostrare nei test preclinici che è efficace contro
la variante sudafricana“,
afferma Haas. Che poi evidenzia un altro vantaggio della tecnologia
a mRna: “Offre la flessibilità di
adattare i futuri candidati vaccini allevarianti“.
Coronavirus, i dati – 9.116
nuovi contagi con oltre
315mila tamponi: tasso di
positività scende al 2,9%.
Altre 305 vittime, 4 maggio
2021
La vulgata dominante è che è tutto passato, come se non fosse
successo assolutamente niente, adesso il mood sono i vaccini per le
vacanze. La crisi non esiste, sono tutte stronzate televisive, A
MEMENTO tuttavia noi mettiamo in evidenza, in tempi non sospetti,
ciò che afferma il tanto vituperato Crisanti:
La "previsione"per
maggio "Di
questo passo non è pessimistico pensare che a fine maggio ci sarà
una nuova ondata, ma assai realistico",ha
affermato Andrea
Crisanti, Professore
ordinario di Microbiologia all'Università di Padova che mette subito
in guardia dall'eccesso di euforia per le riaperture. "È
iniziato già dal weekend scorso e non era difficile da prevedere. Mi
permetta un altro pronostico facile: nelle prossime settimane ci
sarà chi dirà 'Avete visto, la curva dei contagi non risale
nonostante le riaperture'".Il
microbiologo, conosciuto per il suo proverbiale pessimismo, spiega
che se da un lato le restrizioni che abbiamo appena superato
potranno frenare l'avanzata del virus, dall'altro sarà inevitabile
l'arrivo di nuovi contagi per tutte le situazioni in cui avverranno
gli scambi sociali, ossia aperitivi, scuole, visite agli amici "i
cui risultati rimarranno invisibili per qualche tempo ed
esploderanno a fine maggio. La dinamica del virus è complessa",dice
l'esperto.
Vaccini, 26 milioni di dosi Astrazeneca in arrivo in estate con gli
over 60 già immunizzati: ecco perché Figliuolo vuole ridare
Astrazeneca ai giovani.
Il commissario sostiene che, stando agli ultimi studi, l'attuale
raccomandazione sul siero può essere rivista. Pena un rallentamento
della campagna di massa. Tra maggio e giugno si attendono infatti 6
milioni di dosi, una parte delle quali destinate ai richiami e il
resto a coprire i 60-79enni che mancano all'appello. Poi arriveranno
altre 26 milioni di fiale. Cosa farne? Gli altri Paesi Ue però non
intendono fare retromarcia. Anzi, secondo Reuters persino Londra sta
pensando di stringere ulteriormente le maglie sul siero
anglo-svedese.5 maggio 2021
Vaccini, Crisanti critica la
scelta di Figliuolo: "Per la
distribuzione servono
professionisti"
Il microbiologo dell'Università di Padova si scaglia contro il nuovo
commissario all'emergenza. "Se avessimo dieci milioni di vaccini non
sapremmo distribuirli"
Andrea Crisanti,
il microbiologo che ebbe un ruolo di primo piano nel contenimento
della pandemia
in Veneto lo
scorso marzo, critica in maniera decisa il nuovo commissario
all'emergenza Covid, Francesco
Paolo Figliuolo.
"Due mesi fa avevo detto che il Governo" per la distribuzione dei
vaccini anti-Covid "doveva consultare quelli di Amazon. Non lo avevo
detto a caso, Amazon è un gigante nella logistica. Con tutto il
rispetto, il nostro generale del Genio, in confronto agli ingegneri
di Amazon, è un apprendista", ha affermato Andrea Crisanti
intervenendo a ''ilcafFLEdelmercoledì'', rubrica settimanale della
Fondazione Luigi Einaudi.Amazon "è in grado di movimentare miliardi
di pacchi al giorno e distribuirli capillarmente su tutto il
territorio - ha argomentato il microbiologo - Il fatto che Figliuolo
sia un Generale ha un grosso impatto mediatico e di comunicazione,
ma vi assicuro che per distribuire i vaccini probabilmente ci
volevano esperti in ingegneria e informatica che stanno in Amazon
non nell'Esercito. Se avessero preso lo chief executive officer di
Amazon sarei stato più tranquillo".Crisanti ha criticato in generale
il piano vaccinale italiano: "Se oggi avessimo dieci milioni di dosi
non sapremmo come distribuirle. Abbiamo iniziato la vaccinazione con
quella "pagliacciata" del "vaccination day", illudendo tutti gli
italiani. Fino ad ora non si era fatto nulla ed era stato
programmato pochissimo, senza rendersi conto delle difficoltà
logistiche di una vaccinazione di massa con un vaccino come quello
di Pfizer, che ha problemi giganteschi di logistica".
Sono 526 i britannici morti dopo avere ricevuto il vaccino
anti-Covidfra
l'8 dicembre e il 7 marzo scorso. L'autorità di vigilanza sul
farmaco inglese ha infatti diffuso i dati aggiornati degli eventi
avversi che
vengono registrati senza indagine alcuna se non quella statistica
dal sistema sanitario nazionale.Gli eventi avversi inseriti nelle
“yellow card” che i medici inviano al sistema nazionale sono stati
329.146, la maggiore parte dei quali (228.337) dopo avere ricevuto
una dose di Astrazeneca,
ma comunque 100.809 dopo avere ricevuto una dose di
Pfizer/BioNtech.Complessivamente
le reazioni avverse sono sfociate in 526 decessi, di cui 289 dopo
AstraZeneca e 237 dopo Pfizer/ BioNtech: si tratta come specificato
solo di morti
registrate dopo la vaccinazione,
perché nessuna indagine è stata compiuta sulla relazione fra dosi ed
eventi avversi letali. In ogni caso le morti rappresentano la percentuale
dello 0,0022% rispetto
alle 23.600.000 dosi erogate. Un po' più alta la casistica di
AstraZeneca:0,0024%
delle 11,7 milioni di iniezioni fatte.
Ma non così dissimile quella di Pfizer/BioNtech: 0,0019% rispetto
alle 10,9 milioni di prime dosi e al milione di seconde dosi erogato.Sono
stati solo due però gli eventi letali per quella tromboembolia che
ha spaventato il resto di Europa: uno dopo AstraZeneca e uno dopo
Pfizer/BioNtech. In realtà per la maggiore parte degli eventi letali
è stata registrata solo la morte e non la sua causa apparente o
appurata con leautopsie:
non spiegate quindi 154 morti dopo AstraZeneca e 116 dopo Pfizer/BioNtech.
Per entrambi i vaccini la principale causa di morte dopo
l'erogazione è stata per problemi
cardiaci:
38 casi dopo AstraZeneca e 27 dopo Pfizer/BioNtech.Dopo la
vaccinazione sono morti di coronavirus 15 vaccinati AstraZeneca e 26
Pfizer/BioNtech. Con entrambi i vaccini decine di casi di svenimento nelle
ore successive con un a persona per vaccino che cadendo si è ferita
mortalmente.
Galli: “Sul Covid Draghi non ne ha azzeccata una.
Liberi tutti ma ci sono ancora pochi vaccinati”
“Ci saranno un milione di infezioni attive in Italia o pensate che
tutti i positivi si fanno il tampone e vengono a saperlo?”. È
furibondo per le annunciate riaperture generalizzate dal 26 aprile
il professor Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive al
“Sacco” di Milano e docente alla Statale, da più di un anno
impegnato […]L’annuncio delle riaperture dal 26
aprile mentre
i dati di morti e contagi daCovid restano
alti ela
campagna di immunizzazione resta
condizionata ai ritardi nelleconsegne dei
vaccini e all’organizzazione delle somministrazioni da parte delleregioni, preoccupa
gli esperti, contrari alla ripresa diattività che
consentono anche un parziale ritorno allavita
sociale.
Netta la posizione di chi non opera all’interno del governo, come Andrea
Crisanti,
professore ordinario di Microbiologia a Padova eMassimoGalli,
direttore delle Malattie infettive al “Sacco” di Milano e
docente alla Statale,
ma anche gli esperti del Comitato
tecnico-scientifico –
tra cuiFabio
Ciciliano e
il direttore della Prevenzione del ministero della Salute,Giovanni
Rezza –
avvertono che l’epidemia, con l’allentamento dellerestrizioni,
può ripartire. Un punto che peraltro è stato calcato anche dal
ministro britannico Boris
Johnson lo scorso 12 aprile, giorno delle riaperture dipub eattività
non essenziali inInghilterra.
Da ricordare però che nel Regno
Unito a
oggi oltre il 13% dellapopolazione risulta
completamente vaccinata, per un totale di più di41
milioni di dosi somministrate.
In Italia invece
questi numeri sono rispettivamente del 7,2% con 14 milioni di
inoculazioni.
Crisanti poi
torna sull’affermazione di Draghi che ha parlato di“rischio
calcolato”. “Ma come? – dice -. Di calcolato vedo ben poco e
ilvero
rischio è giocarci l’estate.
Allora diciamolo chiaramente: la scommessa è riaprire ora per vedere
se a giugno dobbiamo
richiudere tutto”, rimarca il microbiologo, che non ha dubbi:
“riaprire ad aprile è una stupidaggine epocale”. Lontana poi
l’ipotesi dell’immunità di gregge che, dice, “penso che sfioreremo
soltanto. Bisognerebbe vaccinare40
milioni di italiani entro
l’autunno, senza contare igiovani e
idissenzienti,
e poi ci sono le varianti,
il problema della durata dell’immunità, i richiami”. Un punto,
quello delle vaccinazioni, sul quale insiste anche Massimo
Galli, che parlando al Fatto si
è detto fermamente contrario alle riaperture ad aprile,
senza nascondere il suo giudizio, impietoso, sul governo in
tema di pandemia:
“Draghi non
ne ha azzeccata una”.Quanto
invece alle isole Covid-free,
sulle quali si sono scontrate regioni e il ministro del turismo
leghista Garavaglia,
per Crisanti “hanno
molto senso turistico e qualche senso sanitario. Per non fare
entrare davvero il virus però bisogna fare i tamponi prima e dopo e
quarantene di 5 giorni”. Ma allo stesso tempo mette in chiaro che il
rischio chel’epidemia possa
ripartire c’è. “Nel momento in cui allenti è normale che l’epidemia
possa ripartire, a meno che non intervengano fattori esterni, come
l’allargamento dellavaccinazione.
Abbiamo ancora oltre 300
morti e
15mila casi al giorno, stiamo facendo delle riaperture in un momento
in cui la curva sta flettendo leggermente. Il rischio c’è. Quello
accettabile per un epidemiologo è zero, per un economista può essere
invece 100 e per chi campa con un’attività che ha dovuto chiudere è
ancora più elevato. È legittimo che la politica trovi una sintesi,
dopodiché nessuno oggi può escludere che facendo ripartire scuole e
altre attività la curva risalga”.
I contesti più pericolosi, ricorda Rezza,
“sono quelli al chiuso, dove si sta senza mascherina.
Per quello è prevista solo la ristorazione
all’aperto, con il distanziamento. All’interno dei locali
senza aerazione naturale e senza un idoneodistanziamento il
rischio si corre. Certo, neimusei anche
al chiuso la situazione si gestisce benissimo. Alcuneattività
all’aperto, come il calcetto e
gli sport da contatto, un rischio lo comportano, anche se ci sono
ricerche che comunque non le considerano così pericolose”.
Al Corriere
della Sera invece parlaFabio
Ciciliano, dirigente medico della Polizia e
membro delCts,
che ammette: “Aprire tutto e subito sarebbe una vera
sciagura, in questo momento. Significherebbe vanificare
gli sforzidolorosi che
il Paese ha compiuto fino ad ora”. Allo stesso tempo sottolinea che
“bisognalavorare perché
leriaperture siano
incanalate in binari di sicurezza per evitare una nuova crescita dei
contagi. Ciò che mi lascia perplesso è che talvolta le diverse anime
politiche che promuovono le riaperture lo fanno in maniera
incompleta, badando magari ad un singolo settore senza avere una
visione complessiva. Ma forse alla politica ciò non è richiesto”.Ciciliano poi
sottolinea che il Paese “è sfinito da un annodifficilissimo dove
una importante fetta della popolazione non riesce quasi più a
sopravvivere. L’azzeramento di alcuni interi settori di attività
economiche ha impedito in molti casi addirittura il minimosostentamento.
Condivido pienamente – conclude – la posizione del presidente del Consiglio, MarioDraghi con
una visione di riapertura progressiva come risultato di un ‘rischio
calcolato’ per il Paese”.
Virus, l'allarme dei medici: "Ospedali pieni, non si allentino ora
le misure"
L'appello del comitato intersindacale dei camici bianchi: "Terapie
intensive ben oltre le soglie, la mortalità resta elevata: la
politica ascolti il nostro grido. Meno restrizioni solo con contagi
giornalieri sotto i 5mila"
"Il personale sanitario, impegnato quotidianamente - 7 giorni su 7,
di giorno e di notte - e da oltre un anno nella lotta contro la
pandemia - sottolinea il comunicato - si trova ad affrontare ancora
per tutto il 2021 criticità di ogni tipo dovute al sovraffollamento
degli ospedali, che con la terza ondata interessa in successione
tutta la nostra penisola, anche aree precedentemente risparmiate,
come dimostra il caso Sardegna. Ogni prematuro allentamento delle
restrizioni potrebbe mettere a rischio tanto la vita dei pazienti
affetti da Covid, costringendo per carenza di posti letto gli
operatori a scelte strazianti sotto il profilo etico, come il triage
inverso, quanto la salute dei pazienti con altre patologie, la cui
prevenzione e cura rischia di essere ancora una volta sacrificata a
causa della sottovalutazione del rischio di una persistente elevata
circolazione del virus, sulla quale i medici e
i dirigenti del servizio sanitario nazionale lanciano da tempo,
inascoltati, tutti gli allarmi possibili".Secondo i
sindacati dei medici,
un rallentamento delle restrizioni sarà possibile solo con contagi
giornalieri al di sotto di 5mila casi, mantenendo una larga capacità
di testing e riprendendo il contact tracing per il controllo della
diffusione dell'epidemia, i ricoveri in area Covid medica e
intensiva largamente al di sotto delle soglie critiche,
rispettivamente 40% e 30%, e la vaccinazione completata almeno per i
soggetti fragili e gli ultra 60enni, categorie a più alto rischio di
ricovero e mortalità.I camici bianchi chiedono "alla politica di
ascoltare le decine e decine di migliaia di colleghi che da 13 mesi
lavorano senza tregua nell'emergenza territoriale e negli ospedali,
e che non nascondono la loro perplessità e amarezza per il dibattito
in corso su riaperture che, sotto le pur comprensibili esigenze
economiche e sociali, celano una non corretta valutazione del
rischio di un prolungamento della pandemia e di una persistente
elevata mortalità tra i cittadini non ancora protetti con la
vaccinazione. Senza una soluzione duratura della crisi sanitaria non
vi potrà essere una ripresa economica nè un ritorno in sicurezza
alle normali relazioni sociali".
Covid, il crollo dei contagi a Piacenza finisce sotto al
microscopio: ipotesi immunità di gregge
“Piacenza, Bergamo, Lodi e Vo’ Euganeo: i territori colpiti più
violentemente all’inizio dell’epidemia sono parsi maggiormente
al riparo in autunno. È un fenomeno che si è ripetuto in maniera
sistematica, statisticamente non può essere un caso. Quel che
rimane da capire è il perché. Ecco, noi avanziamo alcune
ipotesi”. La più intrigante delle quali è che nei territori
martoriati la scorsa primavera “si sia stabilita un’immunità non
così lontana da quella cosiddetta di gregge”.
Il professor Marco Vinceti, docente di Epidemiologia e Sanità
Pubblica presso l’Università di Modena e Reggio Emilia,
sintetizza così i risultati e le possibili interpretazioni che
emergono dallo studio pubblicato in questi giorni sulla rivista
internazionale Environmental
Research. Una ricerca - firmata insieme a Tommaso
Filippini, ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche,
Metaboliche e Neuroscienze dell’Ateneo, e realizzata con la
collaborazione di docenti dell’Università di Stoccolma e della
Boston University – che attraverso l’incrocio dei dati di
incidenza dell’infezione da SARS-CoV-2 nelle varie province
italiane ha prodotto una “prima rigorosa analisi delle relazioni
tra prima e seconda ondata Covid-19”. E che ha permesso di
individuare una “correlazione diretta tra le due ondate” e un
“andamento chiaramente inverso” tra la scorsa primavera e
l’autunno. Ossia: nei territori martoriati nel primo lockdown
(con incidenza di almeno 500 casi per 100mila residenti) la
seconda ondata è risultata “tanto più attenuata quando più forte
era stata l’intensità della prima”.
“Con una simile costanza di risultati sia a livello nazionale
che regionale – spiega a Repubblica Vinceti
– tendiamo a escludere che possa trattarsi di un caso”. E allora
come può essere spiegato un simile fenomeno? Qui, premettono gli
autori, entriamo nel campo delle interpretazioni, che restano
tutte da dimostrare. Sono tre, in particolare, le ipotesi
avanzate dai ricercatori.
La prima è che nelle province più scottate all’inizio
dell’epidemia la popolazione abbia adottato un atteggiamento più
prudente. “Ma tendiamo a scartarla, è inverosimile: le immagini
di Bergamo le abbiamo viste in tutt’Italia”.
C’è allora l’ipotesi dei superdiffusori, cioè gli individui
asintomatici dotati di grande capacità infettante. La prima
ondata potrebbe averli colpiti selettivamente, aiutandoli a
sviluppare l’immunizzazione post-infezione e limitandone così il
ruolo in autunno. “Esaurito quel serbatoio – ragiona Vinceti –
l’epidemia potrebbe aver fatto più fatica a circolare. Ma anche
questa possibilità non è del tutto convincente”.
Infine l’ultima possibile interpretazione, che per ammissione
dello stesso docente è anche la più “intrigante”. E che immagina
un’immunità acquisita meno lontana dalla soglia “di gregge” di
quanto “ci facessero presagire i dati di sieroprevalenza”.
L’indagine nazionale Istat diffusa la scorsa estate evidenziava
infatti che a Piacenza soltanto il 10,5% della popolazione aveva
sviluppato gli anticorpi da SARS-CoV-2, una percentuale
decisamente lontana dal 60-70% richiesto per l’immunità di
gregge. “Proprio per questo motivo per la seconda ondata ci si
aspettava un impatto durissimo anche nelle aree già fortemente
provate dalla prima ondata, che invece fortunatamente non è
avvenuta”. L’ipotesi dello studio Unimore è che ci sia allora
qualcosa di diverso, “un’immunità più estesa”. Recenti studi
pubblicati su Nature hanno
infatti illustrato la possibilità che una parte dei pazienti
entrati in contatto con il virus sviluppi una risposta
immunitaria sotto forma di linfociti T: una sorta di immunità
cellulomediata, che sfuggirebbe quindi al test degli anticorpi.
“E poi potrebbero entrare in gioco anche le immunità crociate
derivanti da altri Coronavirus, come quello del raffreddore”. In
altre parole: a Piacenza la percentuale di persone in qualche
modo protette dal virus potrebbe essere ben più ampia di quel
10,5%, pur restando ancora distante dalla soglia “di gregge”.
Sia come sia, aggiunge Filippini, “una maggiore comprensione
delle dinamiche epidemiche, assieme allo studio di altri
determinanti come i fattori ambientali e meteoclimatici e le
caratteristiche della popolazione colpita, potranno permettere
in un’ottica predittiva di avere una maggiore consapevolezza su
quello che ci potremo attendere riguardo l’andamento di future
epidemie su scala globale. Ciò anche al fine di organizzare la
risposta dei servizi sanitari in modo più rapido ed efficiente
nel tentativo di minimizzare gli effetti negativi nella
popolazione, specialmente per le categorie più fragili come
anziani e portatori di patologie croniche”.
Usa, la Fda chiede la sospensione del vaccino Johnson&Johnson dopo 6
casi di trombosi. L’azienda: “Ritardiamo le consegne in Europa”La
Food and Drug Administration ha chiesto di fermare immediatamente le
somministrazioni del vaccino monodose negli Stati Uniti: segnalati 6
casi in donne di età compresa fra i 18 e i 48 anni, una di loro è
morta. Il composto di J&J è a vettore virale come quello sviluppato
da AstraZeneca. L'annuncio della multinazionale: "Abbiamo deciso di
ritardare in modo proattivo il lancio del nostro vaccino in Europa"
Vaccino Astrazeneca, la Regione Lombardia: “Adesioni 75-79enni
inferiori al previsto”. Da Potenza a Messina, la mappa delle
defezioni
Il direttore generale al Welfare di Regione Lombardia, Giovanni
Pavesi: "Apriamo ai 70enni perché, dopo un primo giorno molto
promettente, la prenotazione è inferiore al previsto". A Potenza nel
week end il 40% di rinunce, il direttore della Asl di Caserta ne
segnala "moltissime". E nell'hub di Messina: "Chi deve farlo si
presenta con documentazione medica che comprova choc anafilattici e
diverse patologie".
La Lombardia che
apre ai 70enni perché nella fascia più anziana della popolazione
l’adesione è inferiore al previsto. L’hub diPotenza nel
quale si registra una percentuale di defezioni molto alta, un
fenomeno simile a quello registrato dalla Asl diCaserta.
Messina e Palermo dove serpeggia diffidenza e in molti chiedono
informazioni o si presentano con documentazione medica
per tentare di “schivare” la somministrazione diAstraZeneca.
Il giorno seguente il pronunciamento di Ema sulla
correlazione tra ilfarmaco
anti-Covid anglo-svedese
e i casi rari di trombosi, seguito dall’inoculazione in via
“preferenziale” agliover
60
di cui ha parlato Franco
Locatelli,
iniziano a vedersi gli effetti del caos ingenerato
attorno al vaccino.
AstraZeneca, verso raccomandazione uso preferenziale over 60. Al via
il vertice tra governo e Regioni
L'uso del vaccino AstraZeneca potrebbe
essere raccomandato sopra i 60
anni. "Considerando i dati
sulla letalità (per
coronavirus) che confermano
che le vittime perlopiù sono
anziani, l'idea anche per
Italia è di raccomandare l'uso
preferenziale oltre i 60
anni". A chiarire la posizione
dell'Italia èFranco
Locatelli durante
l'incontro Governo-Regioni.
"Non abbiamo elementi per
scoraggiare la
somministrazione della seconda
dose", ha aggiunto. La
decisione è arrivata dopo il
responso dell'Ema e dopo un
confronto tra governo e
responsabili del Cts. Alle 20
è iniziata la riunione tra il
governo e le Regioni, Comuni e
Province, con il commissario
all'emer
genzaFrancesco
Figliuolo per
fare il punto sul piano
vaccinale anti-Covid, in
particolare sul caso
AstraZeneca, specificando che
"non ci sono casi di trombosi
dopo la seconda dose" e
annunciando che "da
domanipotrà essere
somministrato anche nella
fascia che va dai 60 ai 79
anni". Alla riunione
partecipano anche la ministra
agli Affari regionali Maria
Stella Gelminie
il ministro della Salute Roberto
Speranza.
Coronavirus, 13.708 nuovi contagi e 627 morti.Dall'inizio
della pandemia sono 3.700.393 i casi accertati di Sars-Cov-2 in
Italia. In 3.040.182 sono guariti o sono stati dimessi (+20.927),
mentre 112.374 sono deceduti. Gli attualmente positivi sono 547.837:
in 29.316 sono ricoverati con sintomi in area medica e 3.683 vengono
assistiti in terapia intensiva
Astrazeneca, Figliuolo: “Alcune regioni come il Lazio non hanno
avuto rinunce. In altre c’è stato il 20% o il 10%”
L'Ema dà via libera ad AstraZeneca. Da oggi ripartono le
vaccinazioni
"Il vaccino AstraZeneca
è sicuro, efficace, i benefici sono superiori ai rischi ed
escludiamo relazioni tra casi di trombosi" e la somministrazione dei
sieri. Lo ha affermato la
direttrice di Ema, Emer Cooke, argomentando il via libera al
vaccino. E ha continuato: "Il Comitato per la valutazione dei rischi
per la farmacovigilanza dell'Ema "è giunto a una chiara conclusione
scientifica che questo è un vaccino sicuro. La protezione delle
persone dal Covid-19 e dai rischi associati e ospedalizzazioni
superano i possibili rischi".
Infatti, per Cooke, vaccinando "milioni di persone, è inevitabile"
che si verifichino "casi inattesi", precisando che la situazione
verificatasi con AstraZeneca "non è imprevista". "Sono stati riportati
25 casi" di eventi tromboembolici rari "su
20 milioni di vaccinati" con AstraZeneca.
Tuttavia non
può essere escluso un legame con i rari casi tromboembolici e
perciòoccorre
avvertire di queste possibilità, ha spiegato la direttrice
dell'Ema, Emer Cooke. Quindi, il
foglietto illustrativo del vaccino AstraZeneca "deve essere
aggiornato: è importante che venga comunicato al pubblico e agli
operatori sanitari perché apprendano meglio queste informazioni,
permettendo loro di mitigare questi effetti collaterali", ha
aggiuntoSabine
Straus, a capo della commissione sulla sicurezza dell'Ema.
I casi di trombosi dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca
"sono inferiori" a quelli che avvengono tra la popolazione non
vaccinata, ha detto Sabien Straus, presidente del Prac (Commissione
di farmacovigilanza) , nella conferenza stampa dell'Ema, senza però
specificare se si riferisse alla popolazione tedesca e della Unione
europea in generale.
In quanto alla possibilità che una parte della produzione di Astra
Zeneca, Sabine Straus, ha affermato che "la commissione sulla
sicurezza dell'Ema non ha trovato prova di problemi di qualità o sui
lotti".
Ema: incidenza maggiore dei casi tra giovani donne
La ricerca condotta dall'Ema sui casi sospetti collegati alla
somministrazione del vaccino AstraZeneca "ha mostrato una
predominanza in alcuni gruppi" di pazienti e "in particolare nelle
donne più giovani di età", ma
"è ancora piuttosto prematuro concludere rischio maggiore su un
gruppo molto specifico" perchè "il rischio di base di trombosi può
essere diverso anche all'interno di questo gruppo". Lo ha detto la
dottoressa Sabine Straus, presidente del Comitato per la valutazione
dei rischi per la farmacovigilanza (Prac) dell'Ema, nel corso della
conferenza stampa sul vaccino AstraZeneca. Quello che serve è
"un'ulteriore valutazione" alla luce della quale "se verranno
identificate possibilità di minimizzazione del rischio, queste
saranno ovviamente comunicate".
Comunque l'Ema
sta approfondendo casi rari di trombosi dopo la vaccinazione con
AstraZeneca di questi, "sette in Germania, tre in Italia, uno in
Spagna; due in Norvegia; due in India, tre in Gran Bretagna". Ha
aggiunto Sabine Straus che ha osservato: "C'è sempre una distinta
possibilità" di eventi tromboembolici "per le donne che assumono lapillola
anticoncezionale. Indagheremo il legame tra l'uso della pillola
e la possibilità di un aumento dei rischi di casi avversi per chi
viene vaccinato".
Italia, domani ripartono le vaccinazioni Astra Zeneca
Il primo ministro Mario
Draghi ha fatto sapere che la somministrazione di AstraZeneca in
Italia ripartirà domani. Tra gli amministratori regionali, questo
pomeriggio, non c'era infatti chiarezza se occorresse un nuovo via
libera anche dell'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, oppure la
possibilità di ripartire sia automatica dopo il pronunciamento
dell'Ema. Poidal
ministero della Salute è arrivato il via libera, a partire dalle 15
di domani venerdì 19 marzo.
Intanto,
subito dopo la conclusione della conferenza stampa delle autorità
dell'Ema, questo pomeriggio, in
Francia sono riprese le vaccinazioni con AstraZeneca. Gli
ambulatori dei medici di base che avevano bloccato le liste dopo
l'annuncio di Emmanuel Macron, che martedì aveva sospeso per
precauzione le vaccinazioni, hanno richiamato i pazienti. Anche le
farmacie hanno ripreso a vaccinare i pazienti in lista con
AstraZeneca.
"Siamo pronti a ripartire riattivando le sedi vaccinali già domani
mattina con tutti coloro che sono prenotati per la somministrazione
del vaccino Astrazeneca. Siamo in attesa che Aifa si pronunci per
rimuovere il divieto di utilizzo del vaccino Astrazeneca dopo il
pronunciamento da parte di Ema. Ora non si perda altro tempo". Lo
dichiara l'assessore
alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato.
"Se l'autorizzazione dell'Ema alla ripresa delle vaccinazioni con
AstraZeneca non richiede ulteriori passaggi, questa sera stessa
faremo le riconvocazioni: dobbiamo recuperare circa 15 mila dosi".
Così il
governatore del Piemonte, Alberto Cirio, che ha sottolineato
come le dosi non somministrate nella Regione a causa dello stop
siano in realtà 20 mila. Ma circa 5 mila appartengono ai lotti
sequestrati, per cui non sono per il momento recuperabili.
Anche "la Toscana è
pronta per ripartire, ma dobbiamo attendere il via libera anche da
parte dell'Agenzia italiana del farmaco. Appena avviene darò tutte
le informazioni". Così su Facebook ilgovernatore
toscano Eugenio Giani dopo il via libera dell'Ema. "Appena
possibile comunicherò come riprenderanno le
vaccinazioni". Se arriverà l'ok da Aifa, la Regione già stasera è
pronta a far partire gli sms di conferma del vaccino: per domani
erano 5.404 le prenotazioni per il vaccino Astrazeneca.
"Da lunedì prossimo in Liguria riprenderanno
le prenotazioni e le vaccinazioni nelle 23 sedi messe a disposizione
dei medici di medicina generale su tutto il territorio: chi ha già
la prenotazione a partire da lunedì 22 marzo può presentarsi
regolarmente all'appuntamento. Al contempo, siamo già al lavoro per
riprogrammare gli appuntamenti che sono saltati questa settimana
(dal 16 marzo a domenica 21 marzo): si tratta di circa 11mila
appuntamenti che saranno riprogrammati a partire da lunedì prossimo,
22 marzo, entro i successivi 15 giorni". Lo dichiara in una nota ilpresidente
della Regione Liguria Giovanni Toti
Le reazioni
"Personalmente non fossi vaccinato mi vaccinerei istantaneamente".
Così Roberto
Burioni, virologo dell'università Vita-Salute San Raffaele di
Milano, su twitter riportando le conclusioni dell'Ema, l'Agenzia
europea del farmaco, sul vaccino AstraZeneca, illustrate in
conferenza stampa: "il vaccino AstraZeneca è efficace, sicuro e ha
un ottimo rapporto rischio-beneficio, ma le rarissime trombosi
cerebrali riportate
potrebbero essere dovute al vaccino. Nessun effetto sulla
coagulazione. Le trombosi cerebrali potrebbero essere legate al
vaccino, ma sono state 18 (diciotto) su 20 milioni (ventimilioni) di
vaccinazioni". (Secondo Emer Cooke i casi tromboembolici sono stati
25, vedi sopra, ndr).
"Meno male, hanno prevalso il buon senso e l'evidenza dei dati.
Sicuramente adesso la vigilanza non deve mai venire meno", ha
dichiarato all'Adnkronos Andrea
Crisanti, direttore del dipartimento Microbiologia e Virologia
Azienda Ospedaliera Padova, dopo il via libera dell'Ema.
Prima la Germania,
poi l’Italia e
quindi anche laFrancia e
la Spagna.
A pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, alcuni tra i principali
Paesi europei hanno deciso di sospendere “per precauzione” la
somministrazione del vaccino prodotto daAstrazeneca.
Lo stop, a quanto si apprende, è stato concordato
a livello europeo in attesa delle riunioni dell’Ema,
che giovedì dovrebbe
esprimere un nuovoparere alla
luce della vaccinovigilanza di queste settimane.
A Berlino, riportano i media tedeschi, il governo federale si è
basato su una raccomandazione dell’Istituto Paul Ehrlich, come
riferito da un portavoce del ministero
della Salute, che ritiene necessarie “ulteriori
indagini” dopo le segnalazioni di casi di trombosi in
relazione alla vaccinazione in diversi Stati membri, compresa la
stessa Germania. In Francia l’annuncio è stato dato direttamente dal
presidenteEmmanuel
Macron. Nei giorni scorsi le iniezioni di Astrazeneca erano
state sospese in Danimarca, Norvegia, Islanda e
a seguire inBulgaria, Romania, Irlanda,
Austria ePaesi
Bassi, proprio in vista di nuovi accertamenti dell’Ema.
Il Comitato
per la sicurezza dell’Ema
esaminerà ulteriormente le informazioni riguardo alle tromboembolie
“domani, martedì, e ha convocato unariunione
straordinaria giovedì
18 marzo per concludere su quanto raccolto e su qualsiasi ulteriore
azione che potrebbe essere necessaria”, annuncia l’Agenzia Ue in una
nota in cui spiega che “sta lavorando a stretto contatto con
l’azienda, con esperti in malattie
del sangue e
con altre autorità sanitarie”, tra cui l’ente regolatorio
britannico,Mhra,
per “la sua esperienza con circa 11 milioni di dosi somministrate
del vaccino”.
L’indagine, aggiunge l’Ema, “è proseguita nel fine settimana e nei
prossimi giorni verrà condotta un’analisi
rigorosa di
tutti i dati relativi agli eventi tromboembolici” segnalati. Gli
esperti, conclude l’Agenzia Ue, stanno esaminando nel dettaglio
“tutti i dati disponibili e lecircostanze
cliniche” che
riguardano “i casi specifici per determinare se il vaccino potrebbe
avercontribuito o
se èprobabile che
l’evento sia stato dovuto ad altre cause”.
Mentre è in corso l’indagine, l’Agenzia europea del farmaco “rimane
attualmente dell’opinione che i benefici del
vaccino AstraZeneca nella prevenzione di Covid-19, con il rischio di
ospedalizzazione e morte associato” alla malattia, “superano i
rischi dieffetti
collaterali” eventualmente correlabili al vaccino stesso.
“La pandemia di Covid-19 è unacrisi
globale con unimpatto
sanitario, sociale ed economico devastante – sottolinea
l’ente regolatorio Ue – e continua a rappresentare un grave
fardello per isistemi
sanitari dell’Unione Europea”. I vaccini anti-Covid,
prosegue l’Ema, “aiutano a proteggere le persone dal contrarre lamalattia,
in particolare gli operatori
sanitarie le categorie vulnerabili come gli
anziani o i malati cronici”.
“Conosciamo la portata di questa decisione che non è stata presa a
cuor leggero. Ma è una decisione
fattuale e non politica”, ha detto il ministro della Salute
tedescoJens
Spahn, ribadendo che la sospensione è per “pura
cautela”. Quindi ha sottolineato che “per mantenere la fiducia nel
vaccino dobbiamo dare ai nostriesperti il
tempo di verificare i nuovi casi” e “sgomberare il campo da
eventuali rischi”, ha continuato. “Al momento sono stati riportati7
casi di trombosi venose cerebrali su 1,6 milioni di vaccini
somministrati in Germania”. Si tratta di un “rischio
molto basso. Ma se dovesse rilevarsi un collegamento con il
vaccino, sarebbe superiore
alla media“.I
timori legati a casi sospetti di trombosi sono condivisi anche in
Francia. “Sulla base della raccomandazione del nostro Ministro della
Salute”, ha spiegato Macron, “è stata presa la decisione di
sospendere in via precauzionale la vaccinazione con AstraZeneca,
sperando di riprenderla rapidamente se il parere dell’Ema lo
consentirà”. Lo stop, ha aggiunto, per ora è fissato fino a “domani
pomeriggio“.
Fonti citate dall’Ansa riferiscono però che gli esperti Ue
potrebbero anche non arrivare a un risultato domani, ma risposte
definitive sono attese
in settimana.
A chiarire che c’è stato un coordinamento a livello europeo è stata
una nota del ministero della salute italiano. “Durante la giornata Speranza ha
avuto colloqui con i ministri della Salute diGermania,
Francia e Spagna“.
E infatti anche Madrid nel tardo pomeriggio ha adottato la stessa
linea dopo la riunione
d’urgenza il
Consiglio Interterritoriale della Salute.
Germania, Francia, Spagna e Italia sono quindi i primi grandi Paesi
a imporre uno stop, dopo aver deciso in un primo momento di
proseguire con la campagna. Tra i primi a chiedere alle autorità
sanitarie di fare chiarezza è stato Markus
Soeder, leader della Csu e
presidente della Baviera. La mancanza dichiarezza potrebbe
portare ad un “problema di accettazione” del vaccino da parte dei
cittadini: “Il vaccino è buono o no? Ora serve una dichiarazione sul
fatto che questo vaccino siaefficace e
che funziona”, aveva detto Soeder.Il
farmaco sviluppato dall’università di Oxford,
ha ribadito il governo britannico, è “sicuro
ed efficace”, secondo i dati della somministrazione in
corso nel Regno
Unito, dove oltre 11
milioni di persone hanno già ricevuto il siero e non è
stato osservato “alcun incremento di trombosi”.
Una spinta per proseguire con la vaccinazione è arrivata anche
dall’Organizzazione mondiale della sanità: “Sfortunatamente, le
persone muoiono di trombosi ogni giorno, la chiave è se questo abbia
qualche legame con
il vaccino. Al momento non abbiamo riscontrato che ci sia unarelazione tra
il vaccino e i casi di trombosi rilevati. Infatti, le percentuali di
trombosi tra i vaccinati sono addiritturainferiori a
quelle della popolazione nel suo complesso. Nessunfarmaco
è sicuro al 100%, ma bisogna tenere conto dei vantaggi di
vaccinare la popolazione”, ha detto Soumya
Swaminathan, scienziato capo dell’Oms, nel briefing da
Ginevra.
“La variante inglese uccide di più”: lo studio voluto da Biden,
Johnson, Merkel e Macron al vaglio del Comitato tecnico
scientifico
L’hanno voluto Joe Biden,
Angela Merkel,
Boris Johnson ed
EmmanuelMacron.
E le conclusioni sono tutt’altro che rassicuranti: “La
variante inglese uccide di più”.
Ha una letalità
maggiore tra
il 20 e il 30 per cento. E anche le altremutazioni diSars-Cov-2 comportano
problemi nella lotta alla pandemia: quellabrasiliana non
crea immunità aprendo al rischio di re-infezione, mentre quellasudafricana depotenzia
l’efficacia del vaccino diAstrazeneca.
L’inchiesta scientifica che terrorizza i governi potrebbe arrivare
oggi sul tavolo del Comitato
tecnico scientifico,
che ha in programma un tavolo con il ministro Roberto
Speranza,
ed è destinata ad aprire il dibattito sulla necessità di
raccomandare nuove
chiusure.Si
spiega così l’allarme lanciato domenica da Walter
Ricciardi,
consulente scientifico del ministro Roberto
Speranza. Il
professore di Igiene aveva avanzato di nuovo la proposta di un “lockdown
totale e immediato“ finendosotto
attacco da parte di Lega eItalia
Viva.
E aveva quindi aggiunto: “Tutte le varianti del virus Sars-Cov-2
sono temibili e
ci preoccupano ma, in particolare, quella inglese risulterebbe
essere anchelievemente
più letale e
sta facendo oltre mille morti al giorno in Gran Bretagna”. A
fronte di questa situazione di “pericolo – aveva detto ancora –
alcuni Paesi hanno già optato per lachiusura
drastica.
L’Italia
è in ritardo,
penso avremmo dovuto prendere misure di chiusura già 2 o 3
settimane fa”.
La sua riflessione, ha svelato La
Stampa, è dettata dalla lettura di questo report voluto dai
maggiori leader
mondialie prodotto da una task
force internazionale sulla base dei dati disponibili nelRegno
Unito. E secondo il quotidiano torinese arriverà oggi sul
tavolo del Comitato tecnico scientifico, finendo con ogni
probabilità per costringere a una revisione dellasituazione
epidemiologica. Un nuovo tassello che si aggiungerebbe
alla già precaria situazione descritta dall’Istituto
Superiore di Sanità nell’ultimomonitoraggio settimanale
e nello studio sullasorveglianza delle
varianti.
Quella inglese rappresenta ad oggi il 17,8%dei
nuovi contagi e, come spiegato dal presidenteSilvio
Brusaferro, è destinata a diventare il ceppo dominante in “5-6
settimane“. Una diffusione che, visto il 50% in più di
capacità di infettare, provocherebbe una risalita vertiginosa
della curva dei positivi.In
generale, tra l’altro, alcune regioni già ora mostrano “segnali” di
“controtendenza” del contagio. E un eventuale dilagare della
variante inglese, sottolineava venerdì l’Iss, si innesterebbe su
una pressione deiservizi
sanitari che, nonostante il miglioramento dell’ultimo
mese, resta comunque precaria. Insomma, il rischio è che in alcune
zone l’area
critica (le terapie intensive) vadano intilt in
breve tempo.
Coronavirus, il bollettino di oggi 3 marzo: 20.884 nuovi casi e 347
morti
A fronte di 358.884 tamponi effettuati, il tasso di positività, che ieri
si era attestato al 5,15%, sale al 5,8%. Ieri c'erano stati 17.083 nuovi
casi e 343 morti. Sono in crescita le terapie intensive: 84 più di ieri
Coronavirus, il bollettino di oggi 24 febbraio: 16.424 nuovi casi e 318
vittime
Sono 340.247 i test effettuati, con un tasso di positività del 4,8%
(ieri era stato 4,4%). Nelle 24 ore precedenti erano stati
registrati 13.314 nuovi casi e 356 vittime
Coronavirus, i dati: 24.009 nuovi casi con 206mila tamponi. I morti oggi
sono 814,4 dicembre 2020
Sono 24099 i
nuovi casi dicoronavirus accertati
oggi in Italia su206059
tamponi effettuati. Imorti registrati
oggi sono814,
leggermente in calo rispetto ai 993 decessi
accertati ieri: il record da iniziopandemia.
Dopo che negli ultimi due giorni l’incidenza delle
nuove persone risultate positive rispetto al numero di test effettuati
era rimastastabile al10
per cento, oggi torna leggermente a salire all’11,7%.
Clima, sulle Alpi meridionali l’inverno più mite e secco dal 1864:
temperature medie più alte di 1,8 gradi rispetto alla norma.
Sul versante meridionale delle Alpi non
si vedeva un inverno così mite e secco da più di 150 anni: per la
precisione dal1864.
Lo sostiene l’ufficio federale di meteorologia MeteoSvizzera,
che ha comparato i dati di questo gennaio con quelli degli ultimi 158
anni.
Il risultato dell’analisi è netto: l’inverno
meteorologico a Sud delle Alpi – che dura per i mesi didicembre, gennaio efebbraio –
quest’anno finirà con unatemperatura
media a di 1,8 gradi centigradi “superiore alla norma
1991-2020, mentre il totale di precipitazione saràinferiore
a un quarto del valore normalmente atteso, più precisamente
risulterà pari al 22% di esso”. In pratica ha piovuto il 78 percento
in meno.
Sempre in base alle analisi di MeteoSvizzera,
quindi, “a sud delle Alpi una combinazione di temperature
così elevate e precipitazioni così scarse non si eramai
verificata durante la stagione invernale”. Non ne era stata
registrata neppure una “temperatura media superiore alla norma di 1
grado e precipitazioni inferiori alla metà di quelle attese”. Le
cause sono principalmente due. Innanzitutto le “condizioni
anticicloniche persistenti caratterizzate da aria molto
mite in quota, che ha contribuito a far registrare temperature miti
soprattutto in montagna”.
Poi le “frequenti giornate con favonio“,
cioè il foehn,
vento caldo e secco, “che hanno innalzato le temperature anche alle
basse quote”. MeteoSvizzera riporta inoltre i dati relativi alle
stagioni invernali con valori più inconsueti. “Con un’anomalia
termica di oltre 2 gradi rispetto alla norma 1991-2020,
l’inverno più mite della serie storica – analizza il servizio
meteorologico nazionale della Confederazione Svizzera – è stato
quello del 2006/07, in cui la precipitazione fu però un pò più
abbondante del normale. Al contrario, l’inverno più freddo risale al
1894/95, con un’anomalia di oltre 4 gradi rispetto alla norma e
precipitazioni di poco inferiori alla media. L’inverno 2013/14 è
stato in assoluto il più ricco
di precipitazionie ha fatto registrare una
temperatura media stagionale di circa 1 grado superiore alla norma.
Il meno piovoso è stato invece l’inverno 1980/81, che ha fatto
registrare solo il 3% della precipitazione normale”.
Crisi ucraina, l’America non ha nessuna voglia di una nuova guerra.
Rimane solo una spiegazione.
La stragrande maggioranza degli americani non solo non sta seguendo
l’acuirsi della tensione tra Washington e Mosca, non potrebbe
neppure individuare dove
si trova l’Ucraina sul mappamondo. Riflettiamo su questa
verità, siamo noi europei in prima linea in questo battibecco
politico che rischia di degenerare in un conflitto.
L’assurdità della ‘questione
ucraina’ha molte sfaccettature. In primis,
gli accordi stipulati poco prima della disintegrazione dell’Unione
Sovietica, accordi che si riferivano alla riunificazione della
Germania, stabilivano
che la Nato non
si sarebbe espansa nell’Est europeo. Corollario di questa
rassicurazione era il mantenimento della neutralità dell’Ucraina,
paese limitrofo tra Russia ed Europa, ma anche paese di passaggio
dei gasdotti
russiche approvvigionano l’Europa.
Per l’Europa poi, nel bel mezzo di una
crisi energetica che rischia di farci rivivere i tempi duri
degli anni 70, questo è il momento peggiore per chiudere i rubinetti
energetici russi. Diversa è la situazione degli Stati Uniti, dopo
esserci ritirati dall’Afghanistan lasciando
il paese in mano ai terroristi, adesso vogliono iniziare una nuova
guerra dietro casa nostra usando la Nato.Stiamo
scherzano? Una nazione che dopo 20 anni ha capitolato
contro l’ex esercito degli ‘straccioni talebani’ adesso apre un
nuovo fronte in Europa? Contro la Russia? Che probabilità hanno gli
Stati Uniti, anche con le forze Nato, di sconfiggere l’esercito
russo se non sono riusciti a vincere in 20 anni i Talebani in
Afghanistan?Prima
di essere trascinati nell’ennesimo conflitto da nuova guerra
fredda, noi
europei dovremmo pensare alla nostra sicurezza, ai nostri interessi.
Quando Biden era vice-presidente gli americani hanno appoggiato
l’intervento in Libia,
poi a cose fatte se ne sono andati lasciando nel caos una nazione
dalla quale ci separa un tratto di mare, diventato il cimitero dei
migranti che non riescono a raggiungere le nostre coste. Quando
Assad ha usato le armi chimiche in Siria,
il presidente Obama non ha rispettato la promessa che sarebbe
intervenuto, e tutti sappiamo cosa è successo dopo. Gli attentati
terroristici a raffica condotti dagli affiliati all’ISIS hanno
colpito il vecchio continente, le vittime erano europei. Ma la
storia non finisce qui. Kim
Jong-un continua
a testare missili ed a progredire con il suo progetto nucleare. La
Casa Bianca è totalmente indifferente. È questa la super potenza che
muove la Nato sullo scacchiere mondiale? Non dovremmo avere un po’
di paura?Come interpretare la
politica estera di Biden,
il testa a testa con Putin? Chi pensa che il clima della guerra
fredda sia positivo per la sua popolarità, ormai bassissima,
sbaglia. L’America non ha nessuna voglia di iniziare una nuova
guerra. E’ possibile che tutto questo sia un
bluff?
Certo, potrebbe esserlo, ma a che fine? Cosa ci guadagna Biden ed il
partito che lo manovra? Anche ipotizzando che Putin decida di
lasciare che l’Ucraina diventi parte della Nato, questa non è una
vittoria da brandire in campagna elettorale. Gli americani sono più
preoccuparti del tasso
d’inflazione,
del caro vita che dei domini territoriali della Nato, molti non
sanno neppure cosa sia.
Rimane l’unica possibile spiegazione, quella che fa davvero paura.
In questa guerra di parole ed accuse si è perso il motivo dello
scontro. Certo non può essere l’annessione della Crimea,
sono passati troppi anni per iniziare una guerra. Neppure
l’espansione della Nato per proteggerci dalla Russia giustifica una
guerra con la Russiaadesso. In ogni caso per
giustificare un conflitto c’è bisogno di un’aggressione, ed ecco
spiegato perché si grida al lupo al lupo quando questo è accucciato
oltre i confini, in territorio russo.
La politica moderna è talmente imbevuta di propaganda
mediatica che si è perso il senso della misura, della
realtà. Invece di smorzare gli animi, di trovare un accordo, una
pacificazione i nostri leader minacciano l’intervento armato contro
un nemico storico, in fondo la Nato venne creata per proteggere
l’occidente contro l’Unione Sovietica. Biden, Johnson, Macron
dovrebbero rileggersi le pagine di storia sulla costruzione del muro
di Berlino e sulla crisi dei missili aCuba.
Allora l’intelligenza e l’abilità di chi guidava l’occidente hanno
evitato lo scontro nucleare, quelli erano dei veri leader, politici
al servizio dei propri cittadini non dei pavoni che vogliono solo
fare la ruota.
Un compito per Super-Mario: tagliare le tasse alle famiglie per
evitare inflazione e crescita zero
Secondo i fautori della Modern
Monetary Theory (MMT),
la pandemia rappresenta una grande opportunità per riformare
il sistema fiscale e monetario al
fine di ridurre le diseguaglianze e dare nuovo impeto all’economia.
Queste affermazioni poggiano su alcuni postulati della MMT:
l’aumento del debito pubblico attraverso la creazione della moneta
corrisponde ad un aumento della ricchezza della nazione, e
naturalmente la riduzione ad una contrazione del denaro in
circolazione; l’aumento del debito può tradursi in opere pubbliche
necessarie per la crescita. Naturalmente, ciò è vero solo per le
nazioni che hanno mantenuto la sovranità monetaria come Stati Uniti,
Regno Unito o Giappone.
La sovranità
monetaria fa sì che lo Stato che la possiede sia
l’emittente del denaro e la popolazione, le imprese, ed anche il
governo siano gli utenti, coloro che lo usano. Nei momenti di grande
crisi, come appunto la pandemia, lo Stato che possiede la sovranità
monetaria produce denaro elettronicamente e lo deposita nel bilancio
della banca
centraleche lo invia a chi serve, negli Stati
Uniti nel 2008 nei bilanci delle istituzioni finanziarie e nel 2020
nei conti degli individui e delle imprese. Questi soldi sono serviti
ad evitare una contrazione dell’economia simile a quella del 1929.
Il debito
pubblico è come una fisarmonica, si apre e si chiude a
seconda delle note che vogliamo suonare. Quando l’economia cresce
troppo velocemente ed i prezzi iniziano a gravitare è il momento di
ridurlo, lo si può fare in vari modi, ad esempio aumentando
le tasse. Aumentare le tasse riduce il denaro disponibile
di famiglie e imprese, queste spenderanno meno, allentando così la
pressione sui prezzi. Dai tempi di Clinton, gli Stati Unitide
facto perseguono questa politica, anche se ufficialmente nessun
presidente ha mai menzionato la MMT. Ed infatti da Clinton in poi il
debito pubblico è aumento con tutti i presidenti.La
MMT in Italia non può funzionare per un semplice motivo: gli
euro sono prodotti dalla Banca centrale europea non dalla Banca
d’Italia.
L’Italia li prende in “prestito” e dunque li deve restituire. I
dollari, le sterline e gli yen prodotti elettronicamente o, come si
faceva in passato, stampati, sono di proprietà degli Stati Uniti,
del Regno Unito e del Giappone, rispettivamente, quindi non c’è
bisogno di restituirli. Lo si farà solo quando l’inflazione minaccia
la stabilità del sistema, ma non perché lo Stato ne ha bisogno,
perché questa è una manovra tecnica antinflazionista.
Lo Stato che detiene la sovranità monetaria non ha bisogno delle
nostre tasse per pagare la costruzione di ponti, scuole, ospedali o
per sovvenzionare le forze armate. Questo Stato quando ne ha bisogno produce
il proprio denaro. È successo con ilGiappone negli
ultimi 25 anni e con gli Stati Uniti dal 2008 e 2020. I 5mila
miliardi di dollari immessi digitalmente nell’economia americana
durante i piani di salvataggio della crisi dei mutuisubprime e
quelli pompati a causa della pandemia non hanno prodotto
un’impennata dell’inflazione. IlQuantitative
Easing (QE) ha funzionato.
Sbaglia chi pensa che l’attuale aumento dell’inflazione nel Regno
Unito sia dovuto all’espansione della massa monetaria
prodotta dal Q&E nel 2020. la causa è lo squilibrio tra domanda ed
offerta energetica, squilibrio che era prevedibile.
Anche se nazioni come l’Italia non possiedono la sovranità
monetaria, rimane valida la regola della MMT di non imporre
politiche di austerità quando
l’economia è debole. Aumentare le tasse per contenere le spinte
inflazioniste dovute alla crisi energetica o per ridurre il debito
pubblico, e dunque restituire i soldi presi in prestito dalla Bce
potrebbe produrre un fenomeno sconcertante: lastagflazione, inflazione
con crescita zero. È successo negli anni Settanta, potrebbe
succedere di nuovo.
I dati dell’Istat dimostrano che, nonostante gli aiuti
monetari, la pandemia ha spinto 333mila famiglie, il 20 per
cento in più rispetto al 2019, nell’area dellapovertà
assoluta e non ha frenato la pressione fiscale che, anzi, è
cresciuta ancora di più. La pressione fiscale generale in Italia,
pari al 43,1 per cento, è aumentata di 0,7 punti di Pil, mentre
quella delle famiglie, pari al 18,9 per cento, è cresciuta di1
punto di Pil. Più che un amento della pressione fiscale c’è
bisogno di un riequilibrio
del gettito fiscalea favore delle famiglie,
lo si poteva fare durante la pandemia, ma non è stato fatto, adesso
si può ancora fare.
Rinascita-Scott, un maxiprocesso ignorato dai media: eppure la
‘ndrangheta è dappertutto.
È sconcertante che il processo “Rinascita
Scott”, che da gennaio è in corso nell’aula bunker di Lamezia
Terme, sia sistematicamente ignorato dai media e
dall’opinione pubblica. Pochi sanno di cosa si tratta, perciò è
necessario rinfrescare la memoria.
La procura di Catanzaro, Nicola Gratteri in primis, ha portato a
giudizio 355
imputati, tutti affiliati alle cosche calabresi. È il più
importante processo a un’organizzazione criminale mai celebrato in
questo paese dopo il maxi
processo a Cosa Nostra dell’86. La cortina di silenzio
scesa su questo evento epocale però non stupisce. Per esperienza
personale, una drammatica esperienza personale, so che da annila
mafia interessa poco alla politica. Tutto l’interesse è
stato riversato sull’immigrazione e sulla possibile infiltrazione di
terroristi islamici, un’attenzione ingigantita dai politici
nostrani. Gli sforzi si sono ridotti solo al contrasto di
un’immigrazione ormai ai
minimi storici.Poi
sono arrivati il Covid-19, gli attacchi dei dioscuri omonimi, i due
“Matteo”, la crisi di governo. Ma, Covid a parte, i problemi veri,
reali, sono altri. Si chiamano mafie, corruzione,
evasione fiscale. La mafia è dimenticata, ma intanto i clan
sottraggono 100
miliardi di euro all’anno alle
casse dello stato. I mafiosi non si vedono, non si sentono, la gente
tace per paura: evocare la mafia non è utile nelle cabine
elettorali. Ci si preoccupa solo quando Cosa Nostra mettebombe in
autostrada o nelle città mirando alla strage di uomini e donne dello
stato.
Per il resto sono considerate quasi un fenomeno tipico italiano,
folcloristico, qualcosa di cui quasi non possiamo fare a meno. Il
padrino di Coppola, il camorrista di Gomorra,
il boss calabrese che brucia santini per dare la Santa, i gangster
foggiani che buttano giù negozi e persone a suon di bombe e AK47.
La politica snobba la lotta alla mafia, soprattutto quella
calabrese. Questa è silente, ombrosa, impenetrabile, non fa chiasso,
non uccide, non mette bombe, e non perché questi metodi non facciano
parte del suo Dna, ma per una precisa strategia:
meno si mostra, più viene ignorata. E la totale assenza di interesse
pubblico per il processo Rinascita Scott dimostra che è una
strategia purtroppo vincente.
La forza morale di un paese consiste nel riuscire a colpire anche le
ombre, se sono pericolose. L’Italia ci riesce? Per quello che ho
appena detto ci riesce poco, ma è già un ottimo risultato che,
nonostante il generale blackout mediatico, comunque c’è
un processo in atto: lo stato non ha ancora abdicato alla
propria funzione. È vero che non se ne parla, ma ciò che è
importante è che il processo sia in corso.
La procura di Catanzaro è
riuscita a portare alla sbarra gli affiliati dividendoli in vari
filoni: quello principale presso il Tribunale di Vibo Valentia e che
si terrà nell’aula bunker di Lamezia Terme (345 imputati), poi
Tribunale di Catanzaro (6 imputati), Cosenza (4 imputati), Corte
d’Assise di Catanzaro (13 imputati) e i riti abbreviati (91
imputati). Uno sforzo gigantesco di cui bisogna dare merito al
procuratore Gratteri. Nicola Gratteri è uno chefa
bene il suo mestiere, senza tirarsi indietro e sfidando le
minacce. Oggi, in questo mondo di penosi Grandi fratelli e Live D’Urso,
fare fino in fondo il proprio dovere ti
fa spiccare, ti fa diventare quasi un eroe.
E allora diciamo pure senza retorica che Nicola Gratteri è un eroe. Un
eroe della normalità: facendo il suo dovere è riuscito a
portare alla sbarra parte della ‘ndrangheta,
e non l’Italia, ma il mondo intero dovrebbe ringraziarlo. Perché?
Perché forse tu che leggi non sai cos’è davvero la ‘ndrangheta.
Perciò ora mettiti comodo e permettimi di spiegarti come funziona
l’Onorata Società calabra, che ho conosciuto personalmente. Poi ne
riparliamo.Dopo
la norma che nel ’92 bloccò i pagamenti dei sequestri di persona, i
calabresi decisero di investire i miliardi acquisiti con i rapimenti
nell’acquisto di coca dal
Sudamerica. La vera origine dell’impero creato dalla mafia calabrese
ha questa data precisa. Gli affari cominciarono ad andare bene, e la
‘ndrangheta invase l’Italia di cocaina. Conquistò la piazza di
Milano, poi di Torino, diventòmonopolista in
tutta l’Europa.
La via privilegiata da cui passa la droga fra Messico ed Europa è
il mare. Le navi partono dal Sudamerica, in particolare dal
Venezuela, e puntano ai porti di Gioia Tauro e Rotterdam. A Gioia
Tauro spesso lasciano sequestrare cento o duecento chili di coca per
distrarre i controllori, poi ne fanno passare atonnellate in
altri porti. Da mafia che odorava di formaggio, quella calabrese si
è trasformata nella prima mafia europea e, forse, mondiale, grazie
al predominio nel traffico di stupefacenti. Dopo il periodo dei
sequestri di persona, ai figli dei boss bastò poco per intuire che
il futuro era nella droga, e in particolare nella cocaina.
Dopo il ’92 alcuni di loro si recarono in Sudamerica dove, con
abilità commerciale, cominciarono a intrattenere rapporti sempre
più privilegiati con i gangster dei
cartelli colombiani e messicani, fino a portare la mafia calabrese a
quello che è oggi. Hanno vissuto in ville dorate in Messico, in
Uruguay e altrove. Vivendo in zona potevano gestire i traffici in
modo sicuro. La ‘ndrangheta ha inviato in pianta stabile dei broker
inMessico per
gestire le continue richieste di coca. Uno di questi è Bruno Fuduli,
che poi ha collaborato con la giustizia. Altri due sono Pasquale
Locatelli, bergamasco, e Roberto Pannunzi, romano. Entrambi sono in
carcere, ma certamente ce ne sono altri che non conosciamo.La
‘ndrangheta non ha broker solo in Messico e in Colombia.
Ne ha anche in molte città italiane per trattare le compravendite di
partite importanti di cocaina. Oggi la mafia calabrese è ovunque. A
Milano possiede bar, ristoranti, alberghi, agenzie, centri
commerciali, ed è infilata nella sanità, nelle banche, nelle bische,
gestisce lo scambio
di voti alle
elezioni politiche e amministrative. Fra le sue file ha uomini delle
istituzioni, banchieri, notai, commercialisti, avvocati,
diplomatici. D’altronde l’organizzazione originaria, che ha le basi
in Calabria e comanda attraverso il crimine, non riuscirebbe mai a
muovere certe somme di denaro e fare acquisti nell’edilizia di
mezzo mondo se non si affidasse aprofessionistiqualificati.
Le indagini hanno accertato che gli ‘ndranghetisti hanno stanze
piene di banconote e passano le notti a contare soldi, ma poi quei
soldi in qualche modo li
devono ripulire. Perciò si mettono nelle mani di
commercialisti e avvocati, spesso settentrionali,
gente in grado di gestire il riciclaggio dei miliardi provenienti
dalla cocaina. L’Onorata società calabrese – gli affiliati la
chiamano così, non ’ndrangheta – adotta la strategia di vivere
sott’acqua e di non farsi mai vedere. Non uccidono e non
organizzano stragi, a meno che non sia strettamente necessario. E
se devono farlo, lo
fanno in silenzio: sparisci nel nulla e ti sciolgono
nell’acido.
Il fatto eclatante, come avvenne a Duisburg del 2007, con sei morti,
è deciso solo in casi estremi, come in una faida. Perché nelle faide
i morti non si nascondono, si esibiscono: l’onore si vendica con il
sangue, e il sangue si deve vedere scorrere. Il sistema della
‘ndrangheta ormai va oltre la pura criminalità.
I processi hanno dimostrato che, quando fra il ’92 e il ’94 i
calabresi diedero una mano a Cosa nostra nella strategia stragista
dell’epoca, dietro di loro c’era un impianto che andava al di là di
Palermo e Reggio Calabria, e arrivava fino a Roma.
Per pulire il fiume di denaro che introitano con la coca, i boss
comprano tutto quello che possono comprare. Investono in aziende
che producono beni, e non solo a Milano e a Torino, ma in tutto il
mondo. In Svizzera, Germania, Canada, Australia e Sudafrica, per
fare alcuni esempi.
I messicani la temono, ritengono che la mafia calabrese sia
l’organizzazione più
affidabilecon cui combinare affari. Gli
‘ndranghetisti continuano ancora a praticare l’estorsione a negozi e
a imprese, ma lo fanno solo per mantenere il controllo del
territorio. Con i soldi introitati grazie alla droga, i duecento
euro del ristorante dei Navigli o i cento dollari della pizzeria di
Montreal per loro sono zero. Ma riscuotere il pizzo serve
a incutere terrore e far sapere a tutti che loro, comunque, ci sono.Serve
all’immagine. Le associazioni mafiose vivono anche del
consenso del popolo, oltre che del timore che incutono.
I boss costruiscono case, campi sportivi, attività ricreative e
molti li adorano. Non è un caso che i mafiosi calabresi siano i soli
cui i cartelli sudamericani riconoscono l’appellativo di “Don”.
Sono gli unici partner davvero
affidabili – ha detto una volta Joaquín Archivaldo Guzmán
Loera. Il nome dice poco, probabilmente dice di più il suo
soprannome: in Messico e negli States lo chiamano El
Chapo, ed è il capo del cartello di Sinaloa, il più potente
del globo.
Una delle frasi-spot registrate nelle intercettazioni telefoniche
dei boss calabresi è: “Il mondo si divide in due parti: quella che è
Calabria e quella che lo diventerà”. E i calabresi per bene, che
sono la stragrande maggioranza, sono i primi a desiderare che
ciò non avvenga mai: non hanno nessuna voglia di dividere
con chicchessia quella loro meravigliosa terra.
Assalto alla Cgil, 12 arresti: anche Castellino e Fiore (Forza
Nuova) e l’ex Nar Aronica. Conte e Letta coi sindacati: “Sciogliere
gruppi neofascisti”10-10-21
Dodici arresti dopo gli scontri alla manifestazione no Green pass:
Castellino, sorvegliato speciale, ha violato numerose prescrizioni,
c'è anche Aronica, tra i fondatori dei Nar, e Biagio Passaro, leader
di IoApro. Trentotto agenti feriti: in due hanno fratture a costole
e al volto. I segretari confederali: "È il momento di affermare e
realizzare i principi e i valori della Costituzione. Invitiamo tutti
a mobilitarsi". Ma Forza Italia e Lega fanno sapere che non
scenderanno in piazza
Il giorno dopo gli
scontri nel centro di Roma durante la manifestazione contro il Green
pass e
l’assalto alla sede dellaCgil guidato
dagli esponenti diForza
Nuova,
arriva la notizia che i leader della formazione neofascista Giuliano
Castellino eRoberto
Fiore sono
statiarrestati insieme
ad altre 10 persone, tra cui l’ex NarLuigi
Aronica detto
‘Er Pantera’ e il leader dei ristoratori diIoApro,
Biagio Passaro,
che si era ripreso dentro gli uffici del sindacato dopo l’irruzione.
E mentre in migliaia si riuniscono in Corso d’Italia per il presidio
democratico prima
dell’assemblea generale della Confederazione, isindacati e
parte dello schieramento politico – dalPd alM5s –
chiedono loscioglimento di
tutti i movimenti dichiaratamenteneofascisti.
“Domani presenteremo una mozione
urgente alla Camera“,
annuncia il deputato Pd Emanuele
Fiano partecipando
al presidio di solidarietà davanti alla Camera del lavoro di Milano.
La stessa richiesta, anticipata ieri dal segretarioEnrico
Letta,
arriva dal presidente della commissione Giustizia della Camera Mario
Perantoni (M5s)
e dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, MaurizioLandini,
Luigi Sbarra e
PierPaoloBombardieri.
Che per sabato 16, il giorno dopo l’entrata in vigore dell’obbligo
di green pass nei luoghi di lavoro, hanno
annunciato “una grande
manifestazione nazionale e antifascista per
il lavoro e la democrazia”.Fratelli
d’Italia attraverso il capogruppo alla Camera Francesco
Lollobrigida,
presente al presidio Cgil, si limita a far sapere che spetta alla
magistratura decidere se e come agire “nei confronti di queste
associazioni”, mentre la leader Giorgia
Meloni dice
di “non conoscere la matrice” dell’assalto.Che
nella notte ha conosciuto un’ultima coda con l’irruzione nelpronto
soccorso dell’ospedale
Umberto I da parte di 40
personenel tentativo di liberare un manifestante
ricoverato in stato di fermo: un’azione che ha provocato4
feriti.
I fermi e le accuse – Oltre
ai vertici di Forza Nuova, tra i 12 arrestati per gli scontri in
piazza c’è anche il leader di IoApro,Biagio
Passaro,
un ex appartenente ai Nar, i Nuclei
armati rivoluzionari,
organizzazione terroristica di ispirazione fascista. Si tratta, a
quanto apprende Ilfattoquotidiano.it,
di Luigi
Aronica,
detto Er
Pantera,
già condannato a 18
anni per
una catena di reati legato alla sua militanza nei Nar. I fermati
sono accusati, a vario titolo, di danneggiamento aggravato,devastazione esaccheggio,
violenza e resistenza a pubblico ufficiale. La posizione di queste
persone è al vaglio della Procura di Roma. In sei sono stati
arrestati in flagranza e altre sei, fra i quali appartenenti a Forza
Nuova, nella notte con arresto
differito.
E la questura spiega che sono in corso ulteriori attività di
indagine e di verifica dei filmati registrati
dal personale della Polizia Scientifica, per altre condotte
penalmente rilevanti. In totale sono 38 gli agenti feriti negli
scontri, tra questi undirigente della
questura che ha riportato lafrattura
di una costola e
un operatore della polizia scientifica a cui è statofratturato
uno zigomo.
Landini: “Offesa alla Costituzione nata dalla Resistenza” –
“Quella di ieri è unaferita
democratica, un atto di offesa
alla Costituzionenata dalla Resistenza,un
atto che ha violentato il
mondo del lavoro e i suoi diritti”, ha scandito Landini aprendo
l’assemblea generale del sindacato. “Vorrei che fosse chiaro che se
qualcuno ha pensato diintimidirci,
di metterci paura, di farci stare zitti, deve sapere che la Cgil, il
movimento dei lavoratori sono quelli che hanno sconfitto il fascismo in
questo Paese, hanno riconquistato la democrazia: non ci
intimidiscono, non ci fanno paura. In un Paese che rischia di
perdere la memoria bisogna sapere cosa ha portato il fascismo nel
nostro paese:guerra edisperazione”.
E quello di ieri è stato un “disegno
preordinato e coordinato” di matrice “squadrista e
fascista, non ci sono altre definizioni, la scelta di colpire la
Cgil e il mondo del lavoro è un atto inaccettabile”. Di qui il nuovo
appello: “Tutte quelle formazioni che si richiamano al fascismo
vanno sciolte e questo è il momento di dirlo con chiarezza”.
Spagna, crisi migratoria nelle enclave di Ceuta e Melilla: lo sgarbo
del Marocco a Madrid per aver curato il leader sahrawi
Ceuta e una crisi
migratoria senza precedenti grazie
alla passività della polizia e delle autorità marocchine. ARabat non
è piaciuta l’accoglienza del leader delFronte
Polisario offerta
dallaSpagna per
delle cure in gran segreto. Nelle ultime 24 ore circa6mila
migranti,
per la quasi totalità giovani marocchini, sono riusciti a entrare
all’interno dell’enclave spagnola nel nord del Marocco raggiungendo
così l’Europa a nuoto o con mezzi di fortuna senza trovare alcun
ostacolo. Circa 2.700 di loro, fanno sapere le autorità, sono già
statiespulsi.
Le autorità di Madrid che hanno schierato l’esercito a sostegno
della polizia, mentre si registra il lancio
di sassi dal
lato marocchino contro agenti dellaGuardia
Civil che
hanno risposto con spari in ariadissuasori efumogeni.Il
numero degli arrivi va aggiornato di ora in ora, visto che una folla
mai vista prima di persone si sta ammassando al di qua del muro
eretto dal governo di Madrid nei
due punti fisici in cui Ceuta è sigillata: il primo all’altezza del
varco frontaliero principale,Tarajal
II,
il secondo sul lato opposto del mega reticolato eretto e potenziato
nel corso degli anni, a Benzù,
sotto la cosiddetta montagna della Madre Morta (Jebel Moussa).
Inoltre, un altro centinaio di persone, nel momento in cui si
scrive, sono riuscite a entrare in territorio spagnolo anche
nell’altra enclave di Melilla.
Non era mai accaduto in passato che un numero così alto di persone
riuscisse ad entrare all’interno dell’area protetta spagnola. Un
record assoluto capace di frantumare il precedente, quando nel
giugno del 2018, nella settimana tra il 21 e il 28, le autorità
spagnole registrarono l’arrivo di circa 2.800
persone. All’epoca si trattava al 90% di uomini in fuga dai
Paesi subsahariani, ora quel fronte ha scelto la rotta Atlantica
verso le Canarie.
Secondo quanto riferito da fonti governative, almeno un terzo delle
persone entrate a Ceuta ieri sono minorenni.
Le attenzioni internazionali si stanno
concentrando adesso su quanto sta accadendo, ma la situazione a
Ceuta (e in parte anche a Melilla) ha iniziato a farsi complessa già
alcune settimane fa. Il governo Sanchez ha
dovuto attivarsi perpotenziare
il numero delle deportazioni inasprendo il provvedimento
adottato un paio di anni fa, nonostante le denunce diviolazione
dei diritti umani e delle convenzioni sul fronte migratorio.Alcuni
video diffusi in queste ore mostrano due dettagli fondamentali: da
una parte la marea di giovani pronti a tuffarsi
in acqua per
bypassare i due ‘espigon’, i frangiflutti in ferro piazzati ai due
margini est ed ovest dell’enclave che penetrano nel mare per decine
di metri, dall’altra il vero motivo di questa invasione
straordinaria, cioè la totaleassenza
della polizia marocchina.
Un’inerzia per certi versi inspiegabile. Fino a pochi giorni fa i
tentativi di entrare a Ceuta illegalmente da parte dei marocchini
avvenivano quasi esclusivamente con imbarcazioni
di fortuna in
partenza da punti della costa lontani dalla cittadina spagnola. Ciò
era dettato dai controlli asfissianti da parte delle autorità
marocchine dei litorali, specie nei centri frontalieri diFnideq eCastillejos.
Ogni tentativo di avvicinarsi alle spiagge di confine veniva subito
contrastato: perfetta applicazione della repressione prevista
dagliaccordi
bilaterali Spagna-Marocco.Da
alcuni giorni a questa parte gli arenili attorno a Tarajal II, ma
soprattutto a Benzù, sono pieni di ragazzini in cerca di un futuro
migliore altrove e delle guardie della polizia di re
Mohamed VI neppure
l’ombra. Il motivo della totale assenza delle divise lungo le aree
di confine è legata a una scoperta fatta lo scorso aprile daiservizi
segreti marocchini.
L’intelligence nordafricana ha raccolto le prove secondo cuiBrahim
Gali,
segretario generale del Fronte Polisario, da decenni in conflitto
con Rabat per il controllo del Western
Sahara,
la parte meridionale del territorio marocchino al confine con Mauritania eAlgeria,
è stato accolto dalla Spagna con una falsa identità per curarsi. Un
atto che la diplomazia marocchina ha fortemente condannato. Prima
conseguenza, appunto, il totale smantellamento a tempo indeterminato
dei controlli nei delicati varchi di frontiera.Mentre il premier
Sanchez sta cercando di porre rimedio alla crisi migratoria e ai
rapporti generali con il dirimpettaio maghrebino, la situazione
all’interno dell’enclave sta esplodendo, tanto da costringerlo ad annullare
il suo viaggio a Parigi in
programma per oggi e recarsi sul luogo degli scontri. I centri di
accoglienza sono al collasso e le deportazioni forzate non riescono,
come in passato, a limitare i danni. Una parte dei giovani
marocchini è stata messa dentro la famosa ‘nave della quarantena’,
un’imbarcazione alla fonda che durante la pandemia, soprattutto
nella prima fase dell’emergenza sanitaria, ha ospitato i migranti in
attesa del loro destino. Di tanti, tuttavia, si sono perse le
tracce, nascosti negli anfratti attorno al porto di Ceuta, in attesa
di saltare dentro le navi in partenza verso i porti spagnoli della
penisola iberica,Algeciras in
primis, e tentare la fortuna.
Naufragio in acque libiche, Sos Mediterranée:
‘Cento morti, eravamo in un mare di cadaveri’ 23-04-21.Onu:
‘Gli Stati si sono rifiutati di salvarli’.
È l’ennesima strage
in mare quella
avvenuta ieri sera al largo delle coste libiche.Alarm
Phone ha
segnalato tre imbarcazioni in difficoltà: ungommone
che si è ribaltato,
un altro che, dalle informazioni raccolte, è stato riportato in Libia con
i cadaveri di una donna e del suo bambino a bordo e una terza barca
di cui si sono perse le tracce. Intervenuta sul posto, laOcean
Viking della
ongSos
Mediterranée si
è trovata di fronte all’ennesima tragedia nel Mediterraneo: “Abbiamo
avvistato dieci corpi, ma il mare era molto mosso,impossibile
ci siano sopravvissuti“,
ha dichiarato Francesco
Creazzo di
Sos Mediterranée, con le vittime stimate che sono più di 100. “Nel
pomeriggio la naveMy
Rose ha
avvistato il gommone, ci siamo avvicinati ed è stato come navigare
inun
mare di cadaveri.
Letteralmente. Del natante restava poco, delle persone neanche il
nome”, ha raccontato Alessandro
Porro,
Presidente della ong. Mentre Safa
Msheli,
portavoce dell’Oim, agenzia Onu,
dichiara: “Gli Stati si sono rifiutati di agire per salvare la vita
di oltre 100 persone”.
Creazzo ricostruisce le ultime ore, quando la ong ha cercato di
intervenire una volta raccolta la segnalazione di Alarm Phone:
“Mercoledì è scattato l’allarme, ma con la Ocean Viking eravamo a 10
ore dalla zona segnalata. Ci siamo diretti inizialmente verso il
barchino più piccolo perché era quello relativamente più vicino, ma
nonostante le ricerche non siamo riusciti a trovarlo”. A quel punto
è arrivata la segnalazione sul fatto che uno dei due gommoni fosse
in grande difficoltà. “Così abbiamo invertito la rotta e ci siamo
diretti verso il gommone – spiega – Abbiamo navigato tutta la notte,
ma quando siamo arrivati e, insieme ad altre tre navi mercantili che
erano lì, abbiamo iniziato a cercare, abbiamo trovato il relitto
capovolto e una
decina di corpi. Le condizioni del mare erano
proibitive”.
Ciò che Creazzo denuncia è il fatto che “dalle
autorità non ci è arrivato alcun supporto, neppure il
coordinamento delle operazioni tra le navi che stavano cercando il
gommone”. Le notizie sul terzo gommone sono arrivate invece da Safa
Msheli, portavoce dell’Organizzazione
internazionale per le migrazioni (Oim): il mezzo, ha
spiegato Msheli, è stato riportato in Libia dalle autorità, “il che
significa che i migranti sono stati messi in stato didetenzione“,
ha aggiunto Creazzo. “Gli stati – ha twittato Msheli – si sono
rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone. Hanno
supplicato e inviato richieste di soccorso per due giorni prima di
annegare nel cimitero blu del Mediterraneo. È questa l’eredità
dell’Europa?”.
I racconti e le immagini che arrivano dal luogo del naufragio
parlano di una distesa di cadaveri, con i soccorritori che non hanno
potuto far altro che constatarne il decesso, anche a causa delle
cattive condizioni del mare. Porro, che era presente al momento
dell’intervento, parla di onde
alte sei metri e ricorda le ricerche “senza aiuto da
parte degli Stati. Fosse cascato un aereo di linea ci sarebbero
state le marine di mezza Europa, ma erano solo migranti, concime del
cimitero Mediterraneo. Da oltre 24 ore la Ocean Viking stava
inseguendo dei destini nel mare, quelli di due imbarcazioni in
difficoltà, molto lontane fra di loro. Della prima non abbiamo
trovato alcuna traccia, possiamo solo sperare che sia rientrata a
terra o comunque giunta in salvo. La seconda è stata rincorsa
attraverso una bufera, in una notte con onde alte sei metri”.
Per rendere l’idea dell’inferno di acqua in
cui si sono ritrovati i 120-130
migranti che erano a bordo delle imbarcazioni in
difficoltà, Porro racconta: “Non ho difficoltà ad ammetterlo, ho
passato qualche ora in bagno a vomitare. Non sono bastati la
prometazina, il dimenidrinato, metà degli ultimi tre anni passati in
mare. Ero esausto, disidratato, a fatica sono tornato nel letto, ed
ero protetto da una signora delle acque che pesa migliaia di
tonnellate. Colpi secchi sulla chiglia, oggetti rovesciati nelle
cabine. Fuori, da qualche parte, in quelle stesse onde, un gommone
con 120 persone. O 100, o 130. Non lo sapremo mai, perchésono
tutte morte“. Porro racconta quindi il momento in cui è
stato ritrovato il relitto del gommone e sembrava di “navigare in un
mare di cadaveri”: “Impotenti, abbiamo osservato un
minuto di silenzio, a riecheggiare sulle terre degli
uomini. Le cose devono cambiare, le persone sapere”.
Usa, primo via libera al piano di stimoli da 1.900 miliardi. Ma
l’aumento del salario minimo non c’è. Joe Biden: “Sono deluso”
Passa il maxi piano ma non l’atteso progetto di incremento del
salario minimo federale. Un successo a metà per l’amministrazione
di Joe
Biden che
nel week end ha visto la Camera statunitense dare via libera al
programma di sostegni all’economia da1.900
miliardi di dollari,
il secondo più ampi di sempre. Il piano passa ora all’esame del
Senato con l’auspicio della Casa Bianca che si proceda velocemente
per dare sollievo alle aziende e ai cittadini statunitensi. Tra le
misure ci sono nuovi fondi per il programma vaccinali nonché risorse
aggiuntive per le assicurazioni contro la disoccupazione oltre
soprattutto a sostegni diretti per 1.400 miliardi di dollari, oltre
ad aiuti per i governi statali. L’imperativo di muoversi rapidamente
ha però causato una vittima: il raddoppio del salario minimo
federale da 7,5 a 15
dollari/ora,
misura gradita a gran parte dell’elettorato, fortemente sostenuta
dall’ala più progressista dei democratici rappresentati nel governo
da Bernie
Sanders,
e che riguarderebbe circa 27
milioni di lavoratori statunitensi.Per
accelerare l’iter del bilancio si è infatti scelto di utilizzare una
procedura particolare, chiamata “budget
reconciliation” che
consente di superare eventuali manovre di ostruzionismo. Il ricorso
a questa procedure irrigidisce però le misure che possono essere
incluse nel piano. I tecnici del Senato hanno considerato la misura
sul salario è stata considerata comenon
strettamente attinente alle
misure anti-Covid su cui il piano è impostato. La Casa Bianca ha
scelto, almeno per ora, dinon
forzare troppo la mano. In
teoria avrebbe potuto bypassare il blocco sfruttando alcune
prerogative attribuite al vicepresidenteKamala
Harris che
ricopre anche il ruolo di presidente
del Senato.Joe
Biden si è detto “deluso” dalla bocciatura della sua proposta di
inserimento del salario
di 15 dollari l’ora
nel piano di aiuti Covid, ha riferito la Casa Bianca, sottolineando
che il presidente “rispetta la decisione del consulente delle regole
del Senato e la procedura del Senato” stesso ma che “lavorerà con i
leader del Congresso per determinare la via migliore perché nessuno
in questo Paese dovrebbe lavorare a tempo pieno e vivere inpovertà“.
Il salario di 15
dollari dovrebbe
entrare in vigore entro il
2025 e
sarebbe comunque in coda ai paesi Ocse che adottano una misura di
questo tipo, compresiCile
e Turchia.
La bocciatura del Congresso non è comunque una sorpresa. Secondo
quanti riportato dal sito
Politico,
già nelle scorse settimane Biden aveva espresso perplessità sulla
possibilità che l’aumento del salario superasse lo scoglio delle procedure
congressuali.Più
in generale il maxi piano sta avendo in questi giorni un effetto
controverso e paradossale
sui mercati.
Tra aiuti governativi e interventi delle banche centrali nel 2020
sono stati iniettati nei sistemi economici 20mila
miliardi di dollari.
Ora negli Stati
Uniti si
aggiunge questa nuova dose da quasi 2mila miliardi. Il timore è che
alle prime avvisaglie concrete di ripresa tutta questa liquidità
favorisca unrialzo
dell’inflazione.
A quel punto le banche centrali sarebbero costretto a stringere i
cordoni della borsa mettendo
in difficoltà i mercati. Inoltre oggi i rendimenti dei titoli di
Statosono
su livelli bassissimi, un
aumento dei prezzi ne decurterebbe ulteriormente iritorni
reali. Per
questa ragione nelle ultime settimane si è assistita ad unavendita
generalizzata di bond sovrani europei
e statunitensi causandone una discesa del prezzo e un parallelo
incremento dei rendimenti (gli interessi sono fissi in valore
assoluto ma espressi come percentuale del valore del titolo).I
Treasuries statunitensi a
dieci anni, il titolo più importante al mondo, in grado di
influenzare i rendimenti di asset in tutto il mondo, hanno visto il
loro rendimento salire
dell’1%.
C’è però anche una lettura più
raffinata di
queste dinamiche. I mercati starebbero testando
la disponibilità della Federal Reserve ad
attuare un controllo ancora più accuratosui
rendimenti dei bond, muovendosi
per regolaretutta
la curva delle scadenze (non
solo quelle più brevi come abitualmente accade), sul modello di
quanto sta già facendo labanca
centrale giapponese.
Assalto alla Cgil, 12 arresti: anche Castellino e
Fiore (Forza Nuova) e l’ex Nar Aronica. Conte e Letta coi sindacati:
“Sciogliere gruppi neofascisti”--9-10-21
Il giorno dopo gli
scontri nel centro di Roma durante la manifestazione contro il Green
pass e
l’assalto alla sede dellaCgil guidato
dagli esponenti diForza
Nuova,
arriva la notizia che i leader della formazione neofascista Giuliano
Castellino eRoberto
Fiore sono
statiarrestati insieme
ad altre 10 persone, tra cui l’ex NarLuigi
Aronica detto
‘Er Pantera’ e il leader dei ristoratori diIoApro,
Biagio Passaro,
che si era ripreso dentro gli uffici del sindacato dopo l’irruzione.
E mentre in migliaia si riuniscono in Corso d’Italia per il presidio
democratico prima
dell’assemblea generale della Confederazione, isindacati e
parte dello schieramento politico – dalPd alM5s –
chiedono loscioglimento di
tutti i movimenti dichiaratamenteneofascisti.
“Domani presenteremo una mozione
urgente alla Camera“,
annuncia il deputato Pd Emanuele
Fiano partecipando
al presidio di solidarietà davanti alla Camera del lavoro di Milano.
La stessa richiesta, anticipata ieri dal segretarioEnrico
Letta,
arriva dal presidente della commissione Giustizia della Camera Mario
Perantoni (M5s)
e dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, MaurizioLandini,
Luigi Sbarra e
PierPaoloBombardieri.
Che per sabato 16, il giorno dopo l’entrata in vigore dell’obbligo
di green pass nei luoghi di lavoro, hanno
annunciato “una grande
manifestazione nazionale e antifascista per
il lavoro e la democrazia”.Fratelli
d’Italia attraverso il capogruppo alla Camera Francesco
Lollobrigida,
presente al presidio Cgil, si limita a far sapere che spetta alla
magistratura decidere se e come agire “nei confronti di queste
associazioni”, mentre la leader Giorgia
Meloni dice
di “non conoscere la matrice” dell’assalto.Che
nella notte ha conosciuto un’ultima coda con l’irruzione nelpronto
soccorso dell’ospedale
Umberto I da parte di 40
personenel tentativo di liberare un manifestante
ricoverato in stato di fermo: un’azione che ha provocato4
feriti.
I fermi e le accuse – Oltre
ai vertici di Forza Nuova, tra i 12 arrestati per gli scontri in
piazza c’è anche il leader di IoApro,Biagio
Passaro,
un ex appartenente ai Nar, i Nuclei
armati rivoluzionari,
organizzazione terroristica di ispirazione fascista. Si tratta, a
quanto apprende Ilfattoquotidiano.it,
di Luigi
Aronica,
detto Er
Pantera,
già condannato a 18
anni per
una catena di reati legato alla sua militanza nei Nar. I fermati
sono accusati, a vario titolo, di danneggiamento aggravato,devastazione esaccheggio,
violenza e resistenza a pubblico ufficiale. La posizione di queste
persone è al vaglio della Procura di Roma. In sei sono stati
arrestati in flagranza e altre sei, fra i quali appartenenti a Forza
Nuova, nella notte con arresto
differito.
E la questura spiega che sono in corso ulteriori attività di
indagine e di verifica dei filmati registrati
dal personale della Polizia Scientifica, per altre condotte
penalmente rilevanti. In totale sono 38 gli agenti feriti negli
scontri, tra questi undirigente della
questura che ha riportato lafrattura
di una costola e
un operatore della polizia scientifica a cui è statofratturato
uno zigomo.I
sindacati: “Sciogliere le organizzazioni neofasciste” – “L’assalto
squadrista alla sede nazionale della Cgil – commentano i segretari
generali delle tre Confederazioni – è un attacco a tutto il
sindacato confederale italiano, al mondo del lavoro e alla nostra
democrazia. Chiediamo che le organizzazioni neofasciste
e neonaziste siano
messe nelle condizioni di non nuoceresciogliendole
per legge”.
“È il momento – secondo i tre leader – di affermare e realizzare i
principi e i valori della nostra Costituzione. Invitiamo, pertanto,
tutti i cittadini e le forze sane e democratiche del Paese a mobilitarsi e
a scendere in piazza sabato prossimo”. All’appello, peròForza
Italia ha
risposto negativamente, come riferiscono fonti del partito all’Ansa:
“Da parte di Forza Italia massima dissociazione e severità, al punto
cheSilvio
Berlusconi ha
chiamato di primo mattino il segretario della Cgil – hanno spiegato
– Tuttavia la presa di distanza e sostegno a qualunque iniziativa
legale e politica contro chi assalta e picchia i poliziotti non si
traduce in sostegno a iniziative e manifestazioni chiaramente
strumentali in piena campagna elettorale. Nessuno cadrà nel
tranello”. Stessa posizione assunta daMatteo
Salvini:
“Un corteo sabato? Ma non c’è la pausa elettorale? Noi sabato
prossimo saremo
nei gazebo della libertà,
gazebo della Lega in
tutta Italia, per la giustizia, con il sorriso”.
Landini: “Offesa alla Costituzione nata dalla Resistenza” –
“Quella di ieri è unaferita
democratica, un atto di offesa
alla Costituzionenata dalla Resistenza,un
atto che ha violentato il
mondo del lavoro e i suoi diritti”, ha scandito Landini aprendo
l’assemblea generale del sindacato. “Vorrei che fosse chiaro che se
qualcuno ha pensato diintimidirci,
di metterci paura, di farci stare zitti, deve sapere che la Cgil, il
movimento dei lavoratori sono quelli che hanno sconfitto il fascismo in
questo Paese, hanno riconquistato la democrazia: non ci
intimidiscono, non ci fanno paura. In un Paese che rischia di
perdere la memoria bisogna sapere cosa ha portato il fascismo nel
nostro paese:guerra edisperazione”.
E quello di ieri è stato un “disegno
preordinato e coordinato” di matrice “squadrista e
fascista, non ci sono altre definizioni, la scelta di colpire la
Cgil e il mondo del lavoro è un atto inaccettabile”. Di qui il nuovo
appello: “Tutte quelle formazioni che si richiamano al fascismo
vanno sciolte e questo è il momento di dirlo con chiarezza”.Il
presidio nella sede assaltata –
Le migliaia di persone che si sono riunite davanti alla sede della
Cgil per il presidio democratico prima dell’assemblea generale hanno
intonato il canto partigianoBella
ciao sventolando
le tante bandiere rosse del sindacato e delle varie sigle di
categoria. Tra gli altri erano presenri l’Anpi,
gli operai del Collettivo
di fabbrica della Gkn con
il loro striscione ‘Insorgiamo’ e diversi esponenti politici: il
presidente della Regione LazioNicola
Zingaretti,
il coordinatore di Iv Ettore Rosato,
la presidente di Iv Teresa Bellanova,
Nicola Fratoianni di
Leu, Pier FerdinandoCasini,
Arturo Scotto di
Articolo Uno, il presidente dell’Anpi GianfrancoPagliarulo,
Luciana Castellina,
l’ex presidente della Camera Laura Boldrini. Letta
arriverà nel pomeriggio. Poco prima di pranzo è invece intervenuto
il presidente del M5s Giuseppe
Conte:
“Ci sono le premesse per lo scioglimento di
Forza Nuova”, ha detto l’ex premier annunciando la partecipazione
alla manifestazione di sabato alla quale ha ‘invitato’ anche Salvini
e Meloni: “Alla violenza squadrista rispondiamo con il dialogo
serrato ma civile con tutte le forze politiche”. In mattinata
davanti alla sede della Cgil era arrivato anche il capogruppo di Fdi
alla Camera FrancescoLollobrigida,
che si è avvicinato a Landini e gli ha espresso la “totale
solidarietà di tutta Fratelli d’Italia”, anche a nome di Giorgia
Meloni che non ha potuto essere presente essendo a Madrid. Da lui
anche “solidarietà ai lavoratori e alle forze dell’ordine che hanno
provato a proteggere la loro sede”. La sindaca uscente di Roma, Virginia
Raggi,
ha parlato di immagini “inaccettabili” e ha dato la sua solidarietà
alla Cgil: “Ribadisco chiaramente che Roma è orgogliosamente antifascista e
che per Fn non ci può essere spazio nella nostra città”.Le
altre manifestazioni – MatteoRenzi è
andato nella sede di Firenze, come il presidente della Regione
Toscana EugenioGiani.
Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha
fatto visita alla Camera del Lavoro di La Spezia. Il neo rieletto
sindaco di Milano GiuseppeSala,
alla Camera del lavoro di Milano,
ha detto che “sa chi guida partiti che strizzano
l’occhio a
certe forze” fasciste “ci aspettiamo che prendano una posizione
chiara:che
facciano azioni,
non interviste. A
Milano e Torino sono state elette persone di matrice fascista e
questo non è accettabile. Credo che GiorgiaMeloni debba
agire e buttar fuori persone che evidentemente non rappresentano gli
insegnamenti della nostra Costituzione”. Per il candidato sindaco
per il centro sinistra a Roma RobertoGualtieri, che
andrà al ballottaggio con EnricoMichetti finito
nella bufera per un articolo sulla Shoah,
“serve una risposta ferma e una reazione
decisa e severa da
parte dello Stato. Io sabato ci sarò perché sono stato qui anche
ieri sera a vedere i danni ed è stato doloroso passare per i
corridoi e vedere la devastazione”. Anche Michetti, candidato del
centrodestra, ha fatto una breve apparizione e ha parlato con
Landini: “Essere qui significa aderire ad una manifestazioneantifascista?
Io sono qui per portare solidarietà a Landini e alla Cgil per quello
che hanno subito. Io sono contrario a qualsivoglia tipo di violenza
e totalitarismo.
Violenza fascista? La violenza è violenza”, si è limitato a dire il
candidato del centrodestra.
25 aprile, la destra non è stata mai così forte. L’antifascismo oggi
deve essere antiliberista
Oggi festeggiamo la
Liberazione dal nazifascismo, ricordiamo il sacrificio
dei giovani partigiani morti per la libertà e ringraziamo tutti i
partigiani per averci restituito la libertà e la dignità.
Oggi vi propongo anche di ragionare su un
fatto: in Italia è presente una
destra fascistoide e razzista. Questa destra non è mai
stata emarginata dalle forze di governo ed in particolare negli
ultimi trent’anni – quelli del sistema bipolare e delle leggi
maggioritarie – è stata pienamente integrata nel “centrodestra”. In
questo contesto è cresciuta fino a diventaremaggioritaria nel
centrodestra. Oggi la destra fascistoide e razzista costituisce la
principale forza di opposizione e una delle principali forze di
governo: l’agenda politica del paese è data dall’incrocio tra
fascisti di governo e fascisti di opposizione a cui fa riferimento
una parte delle proteste del ceto medio contro le chiusure dovute al
Covid.
Dopo anni di appelli antifascisti la destra non
è mai stata così forte, il Pd governa con la Lega e la
Meloni monopolizza l’opposizione visibile. Mi pare necessario
avviare una riflessione su questo fatto.
La mia opinione è che il problema sta nel manico: gran parte delle
forze che si dichiarano antifasciste e che propongono alleanze
elettorali antifasciste, fanno politiche che alimentano la crescita
delle destre e ne favoriscono la rendita di posizione.
In primo luogo le politiche liberiste di
taglio del welfare, precarizzazione
del lavoro e allungamentodell’età per
andare in pensione – sempre sostenute dal PD – hanno devastato il
tessuto sociale del paese e determinato una crisi verticale della
credibilità delle organizzazioni sindacali e della politica. In
questa palude la destra fascistoide ha avuto buon gioco a dipingersi
come difensore degli interessi popolari molto al di la delle
effettive scelte fatte. Pensiamo solo alla vicendapensioni e
al ruolo giocato dalla Lega.
In secondo luogo, l’ideologia dell’austerità, sparsa a piene mani
negli ultimi trent’anni, dal governo Amato in avanti, ha determinato
una drammatica deformazione nell’immaginario degli strati
popolari.
Aver ripetuto fino alla nausea la menzogna che “non ci sono i soldi”
ha fatto credere alle classi popolari che viviamo in
un’epoca di scarsità in
cui “non ce n’è per tutti”. Mentre iricchi diventavano
sempre più ricchi e le banche e le multinazionali aumentavano a
dismisura i loro profitti, il centro sinistra si è fatto paladino
del “rigore”. In questo contesto è cresciuto il razzismo e il
nazionalismo egoista di cui lo slogan di destra“prima
gli italiani, prima i nostri” è
diventato senso comune. In una situazione dipinta come di scarsità
drammatica, è esplosa la guerra tra i poveri, in cui la destra
cresce e sguazza. Ovviamente la tesi su cui si bassa l’austerità e
cioè che “non ci sono i soldi”, è falsa. Come dimostrano le attuali
politiche europee “i
soldi ci sono” e
basterebbe fare una tassa sulle grandi ricchezze per veder emergere
il vero problema: i soldi ci sono ma sono molto mal distribuiti…
In terzo luogo la legge
elettorale maggioritaria, regala alla destra estrema una
rendita di posizione e ne garantisce la centralità nel sistema
politico: i loro voti sono stati decisivi per la destra moderata che
li ha sdoganati. Questo sistema bipolare,
voluto da Occhetto e dai suoi epigoni, è un sistema che ha distrutto
la partecipazione popolare, dimezzato la partecipazione alle
elezioni e favorito le formazioni politiche liberiste e razziste.
Solo un
sistema elettorale proporzionalepuò
permettere di costruire una relazione tra le opinioni dei cittadini
e la loro espressione politica, cioè di ricostruire un rapporto
virtuoso tra la società e una politica ormai rinchiusa nel
“palazzo”. La scatola di tonno non la possono aprire le oligarchie
ma la devono poter aprire i cittadini!
Per queste ragioni, proprio il 25 aprile penso che occorra dire
in modo forte e chiaro che per sconfiggere il fascismo e il razzismo
nel nostro paese, come in tutto l’Occidente, è necessario uscire
dalle politiche liberiste, ricostruire il welfare e
allargare i diritti sociali, passare ad un sistema elettorale
proporzionale che non regali a nessuno posizioni di rendita sul
piano istituzionale. Oggi più che mai antifascismo fa rima con
antiliberismo.
Sono tutti nomi grossi, di chi ha contribuito a macchiare le strade
italiane degli Anni
70 e 80 del
sangue di giudici, membri delle forze dell’ordine, politici e
imprenditori con le uccisioni che hanno caratterizzato la stagione
degliAnni
di Piombo.
Tra i sette
terroristi di estrema sinistra arrestati
in Francia, ai quali se ne aggiungono altri tre attualmente i fuga,
troviamo uno dei mandanti dell’omicidio del commissarioLuigi
Calabresi,
il gruppo che ha tentato di uccidere il vicedirigente della Digos di
Roma Nicola
Simone o
i responsabili del sequestro del giudiceGiovanni
D’Urso. Brigate
Rosse, Pac, Lotta
Continua, Nuclei
Armati per il Contropotere Territoriale, Formazioni
comuniste combattenti:
sono queste le sigle sotto le quali operavano. Azioni che, oggi,
potrebbero costare loro l’estradizione in Italia per scontare le
pene alle quali sono stati condannati.GIORGIO
PIETROSTEFANI –
Uno dei nomi che riporta subito con la mente a quegli anni è
certamente quello del
78enneGiorgio
Pietrostefani.
Fondatore insieme ad Adriano
Sofri di
Lotta Continua e responsabile del servizio d’ordine del movimento, è
uno dei condannati con l’accusa di essere uno dei mandanti
dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi eseguito dai due
militanti del movimento,Ovidio
Bompressi eLeonardo
Marino.
A Pietrostefani, dopo una condanna a 22 anni, poi ridotta a 16,
rimangono da scontare 14
anni di carcere,
visto che è già rimasto in detenzione per due.ROBERTA
CAPPELLI –
Altro nome di spicco è quello della 66enne ex brigatistaRoberta
Cappelli,
nome di battaglia “Silvia”e
membro di alto rango, insieme al marito Enrico
Villimburgo,
della colonna romana delle Br, condannata per tre omicidi avvenuti a
Roma: quello del generale dei carabinieri Enrico
Galvaligi,
ucciso l’ultimo dell’anno del 1980, commesso insieme a Marina
Petrella,
dell’agente di Polizia Michele
Granato (9
settembre del 1979) e del vice questoreSebastiano
Vinci (19
giugno 1981). A suo carico anche il ferimento diDomenico
Gallucci (sempre
a Roma il 17 maggio del 1980) e del vice questoreNicola
Simone,
il 6 gennaio del 1982, di cui sono responsabili anche Giovani
Alimonti, Marina Petrella e Maurizio Di Marzio. Cappelli è
condannata all’ergastolocon
un anno di isolamento diurno per
associazione con finalità di terrorismo, concorso in rapina
aggravata e concorso in omicidio aggravato.MARINA
PETRELLA –
Anche Marina Petrella, 67 anni ed ex Br, è responsabile di omicidio:
quello del generale dei Carabinieri Enrico Galvaligi, insieme a
Roberta Cappelli, del sequestro del giudiceGiovanni
D’Urso,
avvenuto a Roma il 12 dicembre del 1980, e dell’assessore regionale
della Democrazia Cristiana, Ciro
Cirillo,
avvenuto a Torre del Grego il 27 aprile del 1981 e nel quale furono
uccisi due membri della scorta, dell’attentato al vice questore
Nicola Simone, insieme a Cappelli, Alimonti e Di Marzio.SERGIO
TORNAGHI –
Il 63enne milanese è anche lui un ex brigatista e tra i reati per i
quali è stato condannato all’ergastolo c’è
l’omicidio diRenato
Briano,
direttore generale dell’ex impresa metalmeccanica Ercole Marelli.
Tra le accuse anche partecipazione a banda armata, propaganda e
apologia sovversiva, attentato con finalità di terrorismo ed
eversione, detenzione e porto illegale di armi, violenza privata.NARCISO
MANENTI –
La sigla dei Nuclei armati per il contropotere territoriale appare
sotto il nome di un altro arrestato, Narciso Manenti. Il 64enne
originario diTelgate,
in provincia di Bergamo, è stato condannato all’ergastolo per
l’omicidio dell’appuntato dei carabinieriGiuseppe
Guerrieri,
ucciso a Bergamo il 13 marzo del 1979 con cinque colpi di pistola
sparati dalla mano dell’estremista. Manenti ha anche una condanna a
2 anni e 6 mesi per ricettazione, detenzione e porto abusivo di armi
e a 3 anni e 6 mesi per associazione sovversiva e banda armata.GIOVANNI
ALIMONTI –
Il 66enne ex brigatista è stato condannato, tra le altre cose, per
il tentato omicidio, insieme a Cappelli, Petrella e Di Marzio del
vice dirigente della Digos di Roma Nicola Simone, avvenuto il 6
gennaio del 1982 e durante il quale lui stesso rimase ferito al
braccio destro. È conosciuto anche come laTalpa
di Montecitorio,
visto che faceva il centralinista alla Camera ed è stato condannato
a 22 anni nel processo
Moro ter.
L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso a marzo del 2008:
deve scontare 11
anni, 6 mesi e 9 giorni,
oltre a 4 anni di libertà vigilata per banda armata, associazione
con finalità di terrorismo, concorso in violenza privata aggravata,
concorso in falso in atti pubblici.ENZO
CALVITTI –
Coetaneo e compagno brigatista di Alimonti è anche Enzo Calvitti,
nato aMafalda,
in provincia di Campobasso. Gli rimane da scontare una pena a 18
anni, 7 mesi e 25 giorni e
la misura della libertà vigilata per 4 anni per associazione
sovversiva, banda armata, associazione con finalità di terrorismo,
ricettazione di armi. Calvitti, uno dei capi della colonna romana
delle Br, è stato condannato a 21 anni per tentato omicidio di un
funzionario di polizia. Sotto di lui, insieme alla moglieAnna
Mutini,
è nata nel Nord Italia Seconda
Posizione,
il movimento emerso in seguito alla frattura all’interno delle
Brigate Rosse avvenuta dopo l’omicidio
Moro.
A questi sette arrestati si aggiungono poi altri tre condannati
per reati di sangue legati al terrorismo ma che, al momento,
risultano in fuga dalle autorità francesi. Si tratta, anche in
questo caso, di nomi importanti del terrorismo rosso degli Anni di
Piombo. Come Luigi
Bergamin, tra gli ideologi dei Proletari Armati per il
Comunismo (Pac), il gruppo armato di Cesare
Battisti. Bergamin è stato condannato per due omicidi,
tra cui quello del macellaio Lino
Sabbadin.
Sempre un ex Br è invece Maurizo
Di Marzio: partecipò al tentativo di sequestro del
poliziotto Nicola Simone e per lui la prescrizione dovrebbe
arrivare il 10 maggio.
Infine, in fuga è anche Raffaele
Ventura, condannato insieme ad altri otto per l’omicidio
del vice brigadiere Antonino
Custra, il 14 maggio del 1977, durante una
manifestazione indetta dalla sinistra extraparlamentare.
"
Lentamente verso il
finire del decennio gli episodi di violenza scemarono. In
particolare crollò il sostegno alle Brigate Rosse dopo l'assassinio
dell'operaio Guido
Rossa nel1979.
Rossa aveva denunciato un suo collega sorpreso a distribuire
materiale di propaganda delle BR. Gli anni di piombo stavano
terminando, l'opinione che la lotta armata potesse portare al
cambiamento dell'assetto costituzionale dello Stato stava cessando.
Lo scrittore Bifo
Berardi, già esponente della sinistra
extraparlamentare, ha affermato: «Alla fine del decennio Settanta ogni
comportamento antilavorista venne colpevolizzato, criminalizzato e
rimosso, [...] il realismo del capitale riprendeva il posto di
comando, con il trionfo delle politiche neoliberiste. Iniziava la
controffensiva capitalistica, la vita sociale veniva nuovamente
sottomessa alla produttività, la competizione economica veniva
santificata come unico criterio di progresso.»[35].
All'inizio degli anni
novanta ilgiudice
per le indagini preliminari diSavona Fiorenza
Giorgi, nel decreto di archiviazione relativo ad un'indagine sualcune
bombe esplose in città tra il1974 e
il1975,
compie un'analisi degli attentati avvenuti nella prima fase della
strategia della tensione, in cui, tra le altre cose, cita le
coperture garantite dai servizi italiani ad alcune azioni
terroristiche e all'operato di personaggi come Junio
Valerio Borghese. Secondo quanto riportato
dal giudice:
«Dal 1969 al
1975 si contano 4.584 attentati, l'83 percento dei quali
dichiara impronta della destra eversiva (cui si addebitano ben
113 morti, di cui 50 vittime delle stragi e 351 feriti), la
protezione dei servizi segreti verso i movimenti eversivi appare
sempre più plateale.»
(Tribunale
di Savona, ufficio del giudice per le indagini preliminari,
Decreto di archiviazione procedimento penale 2276/90 R.G. pag 23
a 25[36].)"
Il retropensiero di continuare una lotta, specie quella armata, in
verità poi continuava assai poco, anzi per niente; e comunque
pochissimo si poteva fare dall'estero a sostegno dei compagni e dei
camerati che stavano dentro o che tutti i giorni rischiavano la
pelle fuori.
Macellai, visionari, tonti, canaglie, avventurieri, romantici,
fresconi... Non c'è generazione che non accolga in sé per
risputare fuori dai confini i suoi fuggitivi.
Questa affermatasi in Italia negli anni di piombo - i Settanta,
grosso modo, con coda bifida e prolungata nel decennio seguente
- concepiva l'idea della fuga all'insegna di un'ambiguità tutta
nazionale: da un lato inseguendo il mito in parte anche
melodrammatico dell'esilio, dal Risorgimento all'emigrazione
degli antifascisti negli anni '20 e '30, almeno per quelli di
sinistra; dall'altro lasciandosi guidare dalla necessità, pure
comprensibile anche se assai meno eroica, di non rovinarsi la
vita in carcere, una sorta di diserzione necessitata, magari
offerta e giustificata anche a se stessi con il retropensiero
che...
Renzi e lo 007, Salvini difende il leader di Italia Viva:
‘Polemica non c’è, io ho visto decine di agenti segreti’.Report:
l’incontro in autogrill con l’uomo dei Servizi.
La puntata della trasmissione di Rai 3 ruota attorno
all'incontro tra il senatore e lo 007, già coinvolto nelle
inchieste sul sequestro Abu Omar e dossier illegali Telecom:
avviene il 23 dicembre, nelle settimane in cui il leader di Iv
bersaglia Giuseppe Conte per non aver ceduto la delega ai
servizi. "Domandatevi perché avete quel video", dice Renzi.
Un vecchio giro di agenti dei
servizi che ritorna, un momento decisivo per ilgoverno
Conte, sotto
attacco per la mancatadelega
ai Servizi e
una data particolare, il 23 dicembre, trascorsa tra visite aRebibbia e
dolciumi in regalo perNatale da
parte di uno 007 finito in due scandali giudiziari degli scorsi
anni. Al centroMatteo
Renzi,
leader di Italia
Viva,
che non risponde sul suo incontro di 40 minuti con Marco
Mancini,
alto dirigente del Dis,
avvenuto in un autogrill a Fiano
Romano,
liquidandolo come una visita di cortesia, e contrattacca
insinuando il dubbio che chi ha ricostruito la vicenda, cioè la
trasmissione Report diRai
3,
abbia pagato una fattura a
una società lussemburghese. Una circostanza smentita sia da
Report che dallaTarantula
Luxembourg SARL,
mentre alla vigilia della messa in onda della puntata il
renziano Luciano
Nobili ha
presentato un’interrogazioneparlamentare.
Il servizio di Report ruota tutta attorno all’incontro tra Renzi
e Mancini. Il faccia a faccia avviene il 23
dicembre, lo stesso giorno in cui il senatore di Italia
Viva fa visita a Denis
Verdini, in quel momento recluso nel carcere romano di Rebibbia.
Da settimane l’ex presidente del Consiglio bersaglia Giuseppe
Conte per non aver ceduto la delega ai servizi. Ospite
diLa7,
poche ore prima del faccia a faccia con lo 007, Renzi chiede “segnali
di novità” al capo dell’esecutivo. L’incontro in
autostrada viene motivato così: “Dovevo incontrarlo al Senato,
me n’ero dimenticato. Doveva portarmi i babbi, un dolce
romagnolo”, spiega il senatore. “O lei vorrebbe dirmi che
Mancini è ilgrande
ispiratore della mia battaglia per l’autorità
delegata?”, provoca Renzi.
Il leader di Italia Viva attacca sul video arrivato a Report:
“Sarebbe interessante sapere chi ve lo ha dato. Strano che ci
fosse lì qualcuno a riprendere”, insinua. Ma Giorgio
Mottola, autore del servizio, fa notare che fino a quel
momento, durante l’intervista, non aveva ancora menzionato foto
e video chiedendosi come Renzi faccia a sapere della registrazione.
“Diranno che era un cittadino, un passante. Alle barzellette non
crede nessuno, ma sono bellissime – insiste Renzi – Domandatevi
perché avete quel video, domandatevi perché su tante cose latrasparenza che
chiedete agli altri non sempre viene messa in atto”.Nelle
ore precedenti alla messa in onda, tra l’altro, Italia Viva
presenta un’interrogazione parlamentare chiedendo al Mef chiarimenti
su “una presunta fattura da45mila
euro ad
una società lussemburghese per confezionare servizi” contro
Renzi. “Vogliamo vederci chiaro e capire se soldi
pubblici sono
stati utilizzati per pagareinformatori allo
scopo di costruire servizi confezionati perdanneggiare
l’immagine di
Renzi. Ci chiediamo con preoccupazione se la Rai compri
informazioni con i soldi degli italiani per le sue trasmissioni
di inchiesta”, spiega il deputato Nobili. Sul punto, Report ha
già ribadito di non aver mai pagato e la società lussemburghese
chiamata in causa, la Tarantula Luxembourg, ha risposto: “Ci
vediamo costretti – nonostante l’assurdità della
vicenda – a dovernegare la
totalità della faccenda con estrema fermezza”.
Mi di cosa ha parlato Renzi con Mancini? Sul punto il senatore
di Rignano glissa. Report ricostruisce il contesto politico
dell’incontro, avvenuto nelle settimane in cui Italia Viva
chiedeva a Conte di lasciare la delega ai servizi. Di certo nei
mesi precedenti si era aperta la battaglia per le posizioni di
vice dei servizi, una poltrona a cui Mancini era interessato. A
spiegarlo alle telecamere di Report è Cecilia
Marogna, la manager cagliaritana arrestata a Milano il
13 ottobre nell’indagine relativa all’ex cardinale Angelo
Becciu. La donna – dice la trasmissione di Rai3 –
poteva diventare lo “strumento” per delegittimare i vertici dei
servizi nominati da Conte a vantaggio di Mancini che aspirava a
quel posto.
Becciu – racconta Marogna – le aveva dato l’ordine di avere
rapporti con il generale Luciano
Carta, capo dell’Aise, per una “cooperazione” che
è durata “per un lasso di tempo importante” in operazioni “percasi
di sequestro di persona”. “Da Becciu – dice ancora – mi
viene chiesto di faredossieraggio,
ero un servizio
segreto parallelo in interazione con altri servizi
segreti paralleli internazionali”. A un certo punto, spiega
ancora Report, la corrispondenza con Carta si interrompe e
Marogna si rivolge aGiuliano
Tavaroli per avere contatti con altri dirigenti dei
servizi: “Il funzionario è Mancini”, spiega Marogna. Mancini e
Tavaroli, all’epoca capo della security di Telecom e Pirelli, si
conoscono da tempo: sono stati coinvolti nell’inchiesta che
scoperchiò la centrale all’interno diTelecom che
aveva confezionato dossier su6mila
persone.Tavaroli,
racconta ancora Marogna, “mi
fa incontrare Luca Fazzo”,
oggi giornalista de Il
Giornale, interessato
ai carteggi intercorsi tra Carta e la manager di fiducia di
Becciu, che nella vicenda che lo ha coinvolto è stato difeso tra
gli altri daRenato
Farina dalle
colonne diLibero.
Fazzo – come Farina – è un’altra vecchia conoscenza di alcuni
uomini dei servizi: il cronista – che all’epoca lavorava a Repubblica –
venne sospeso dall’Ordine
dei giornalisti per
i suoi rapporti con Mancini nell’ambito dell’inchiesta sul
sequestro dell’imam
Abu Omar nel2003 da
parte di alcuni agenti dellaCia nel
centro di Milano. Un vecchio ‘giro’ che ritorna. PerFrancesca
Immacolata Chaouqui,
finita al centro dello scandalo di Vatileaks,
l’interesse era quello di avere “i messaggi di
Carta per fotterlo” e Marogna conferma che le “viene chiesto di
far fuori Carta” perché “disturbava”. Una finalità, specificaReport,
che Tavaroli nega.
Superbonus, che cosa cambierà con le semplificazioni del governo
Entro maggio il decreto con le soluzioni. Richiesta una procedura
semplificata per risolvere il problema dei piccoli abusi.
Maggio mese decisivo per il rilancio del Superbonus. Sarà infatti il
decreto preannunciato ieri dal presidente Draghi in Parlamento a
dover risolvere i problemi burocratici che hanno rallentato finora
l'effettivo decollo di questa che pure viene considerata una misura
irrinunciabile per l'efficientamento energetico la messa in
sicurezza degli immobili. La questione da affrontare è quella
segnalata più volte dagli imprenditori e dai professionisti, ossia
la necessità di ottenere la "doppia regolarità" per gli immobili dal
punto di vista urbanistico e catastale.
A scuola in luglio e agosto: ecco il piano dell'estate. Finanziato
con 510 milioni
Attività ricreative e di ripasso su base volontaria per alunni e
docenti. Il ministro Bianchi: "Un ponte perché bambini e ragazzi
possano recuperare apprendimenti e socialità"
Visite nei musei, teatro e attività ricreative per i bambini
modello centri estivi. Laboratori di coding e robotica, arte e
musica, sport, modello summer
school o campus, per i più grandi. L'ultima campanella
suonerà tra il 5 e il 16 giugno, a seconda delle Regioni. Ma le
scuole non chiuderanno. Su base volontaria, per studenti e
insegnanti, le attività continueranno da giugno sino a
settembre, secondo ciò che deciderà ogni istituto, dalla materna
(che già arriva al 30 giugno) alle superiori.
Recovery, 95 milioni per il Franchi: lo stadio caro a Renzi inserito
da Franceschini fra i beni culturali. E lo sport? Vale lo 0,5% del
piano
Un miliardo per
tutto lo sport.
E 100
milioni per
un solo stadio fortunato, quello diFirenze,
caro a Matteo
Renzi e
al sindacoDario
Nardella,
entrato nel cuore pure del ministro per i Beni Culturali, Dario
Franceschini,
visto che ha deciso di farsene carico lui, inserendolo in un piano
che con
lo sport c’entra poco e
con gli stadi ancora meno. IlRecovery
Fund non
è stato molto generoso con il movimento sportivo, uno dei settoripiù
colpiti dallapandemia:
chi si aspettava interventi massici a sostegno di lavoratori,
associazioni e società è
rimasto abbastanza deluso. Ai700
milioni per
gli impianti del progetto “Sport
e periferie”
già previsti dal governo
Conte se
ne sono aggiuntialtri
300 voluti
dal premier Draghi per lepalestre
scolastiche (che
però basteranno solo perpochi
istituti).
Allo sport, complessivamente, andrà meno
dello 0,5% dell’intero
piano.UNO
STADIO FRA I BENI CULTURALI –Almeno
il Franchi ce
l’ha fatta. Sono mesi che si parla di una sua possibile ristrutturazione.
Alla fine sarà rifatto, ma non con i soldi dei privati, con quelli
dello Stato: ben 95
milioni di euro.
Uno dei più importanti interventi del Recovery per lo sport,
probabilmente quello più importante in assoluto in termini di spesa
complessiva (difficile
che ci siano interventi di importo superiore), non rientra però
nello sport. È stato infatti inserito all’interno del “Piano
strategico grandi attrattori culturali”, che fa capo alMibac.
Dentro, non a caso, ci sono grandi opere centrali per il futuro di
intere città: si va dal potenziamento della Biennale
di Venezia al
Parco archeologico sull’Appia
antica di
Roma, dal porto vecchio diTrieste al
Waterfront diReggio
Calabria.
Un totale di circa un miliardo e mezzo per 14
progetti.
Fra cui appunto il Franchi, unico stadio.DALL’EMENDAMENTO
DI RENZI ALLA LETTERA DI NARDELLA – Per
capire come ci sia finito lì dentro bisogna ripercorrere letappe sulla
sua ristrutturazione. Il nuovo stadio è uno degli obiettivi diRocco
Commisso,
il magnate americano che ha acquistato la Fiorentina anche
per la possibilità di costruirsi unimpianto
di proprietà.
Il piano di ristrutturazione si è però incagliato nell’iter
burocratico e in particolare nei vincoli sulla vecchia struttura
firmata da Pierluigi
Nervi negli
Anni Trenta. Matteo Renzi, che non ha dimenticato la sua città dove
coltiva ancora tanti rapporti,aveva
fatto approvare addirittura un emendamento
ad hoc per provare a vincere le resistenze della
Soprintendenza.
Nemmeno quello è bastato: con un parere tombale, la Soprintendenza ha
vincolato praticamente l’intero impianto,ponendo
fine ad ogni ipotesi di ristrutturazione
privata (sarebbeantieconomico conservare
tutti gli elementi protetti).
Dopo due giorni di travolgente emozione, commozione, brividi e pelle
d’oca per i Grandi Discorsi di Draghi tra Senato e Camera,
sobriamente celebrati dalla maggioranza politico-mediatica modello
Pyongyang come il ritorno di Demostene e Cicerone fusi insieme, è
finalmente chiaro ciò che il governo farà di buono e giusto (tutto)
e di cattivo e sbagliato (niente). Un solo interrogativo resta
inevaso: perché
è caduto il governo Conte-2? Breve catalogo di opzioni.
Incapace. Conte era un premier incapace con ministri
scappati di casa provenienti da partiti incompetenti ed è stato
travolto dal “fallimento della politica” e dalla “crisi di sistema”?
Draghi governa coi partitiincompetenti che
appoggiavano Conte (più Lega, Fi ecc.) e con 9 dei suoi ministri più
due tecnici (Bianchi e Colao) che operavano con lui. Poi ci sono
Brunetta, Gelmini, Giorgetti&C.
Recovery Plan. Conte aveva fallito sul piano, scritto coi
piedi, in perenne ritardo e con una governance accentrata fra Mef,
Mise e Affari Ue tipica dei dittatori, roba da cestinare e rifare da
capo? Draghi dichiara al Senato che “il precedente governo ha già
svoltouna
grande mole di lavoro sul Programma”, “finora costruito in
base a obiettivi di alto livello” che ora “dobbiamo approfondire e
completare, ma “le missioni del Programma resteranno quelle
enunciate nei documenti del governo uscente”. Resta da fare ciò che
due mesi di crisi impedirono a Conte di fare: “rafforzarlo per gliobiettivi
strategici e le riforme che li accompagnano”. E la
governance? Draghi l’accentra al Mef, molto più dell’accentratore
Conte.
Pandemia. Conte ha fallito sulla gestione della pandemia,
con le arlecchinesche Regioni a colori, le troppe chiusure, i
ritardi sui vaccini, i disastri di Speranza, Arcuri e Cts? Draghi
dichiara al Senato: “Ringrazio il mio predecessoreGiuseppe
Conte che ha affrontato una situazione di emergenza
sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia”.
Conferma Speranza, il Cts e probabilmente Arcuri. E suivaccini –
salvo che riesca a fabbricarli in proprio – attende anche lui
notizie dalla Commissione europea, quella dei competenti che si son
fatti fregare dalle case farmaceutiche con contratti suicidi.
Prescrizione. Conte ha fallito perché non voleva cancellare
la blocca-prescrizione diBonafede?
Draghi non la nomina, la Cartabia la rinvia a data da destinarsi e
gli emendamenti contrari vengono ritirati da Fi, Iv, Azione e
+Europa che fino all’altroieri li ritenevano urgentissimi e
decisivi.
Giustizia. Conte, presentando al Senato il suo secondo
governo, annunciò “una riforma della giustizia civile, penale e
tributaria, anche attraverso una drastica riduzione dei tempi”.
E si dilungò sulla lotta alla mafia. Draghi promette di
“aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile”; di penale e
di mafia non parla, se non in replica; e aggiunge che la giustizia
deve rispettare “garanzie e principi costituzionali che richiedono a
un tempo unprocesso
giusto e di durata ragionevole”. Ovvietà copiate dall’art.
111 della Costituzione e dai discorsi degli ultimi 30-40
predecessori. Per sua fortuna la relazione Bonafede, su cui è caduto
il Conte-2, già prevede 16 mila nuovi assunti nei tribunali con 2,8
miliardi del Recovery.
Carceri. Conte non fece nulla contro il sovraffollamento
delle carceri, Draghi sermoneggia fra le standing ovation sulle
“carceri, spesso sovraffollate” e su chi ci vive “esposto al rischio
della paura del contagio e particolarmente colpito dalle misure
contro la diffusione del virus”. Ma il rischio Covidè
molto più alto fuori che dentro (in un anno 12 morti in
carcere su 100mila detenuti passati per le celle, contro i 95.223
morti fuori su 60 milioni: 0,00012% contro 0,00015); e Bonafede
nell’anno del Covid ha ridotto l’affollamento dai 61mila presenti a
marzo ai 52.515 di oggi.
Mes. Gli incompetenti Conte e Gualtieri, per compiacere la
follia dei 5S, rifiutavano i 36 miliardi del Mes? Il competentissimo
Draghi manco lo cita e chi lo invocava un giorno sì e l’altro pure –
FI, Iv&giornaloni – ha improvvisamente deciso che non serve più.
Ponte sullo Stretto. Vedi Mes, una prece.
Scuola. Conte ha fallito sulla scuola per colpa
dell’incompetente Azzolina? Draghi nomina ministro Bianchi (già capo
della task force dell’Azzolina); promette di “tornare rapidamente a
un orario scolastico normale” (difficile, con l’aumento dei contagi
con varianti Covid) e di “recuperare le ore di didattica in presenzaperse”
con le scuole aperte fino a giugno. Ma questo l’aveva già detto la
Azzolina che, dopo aver garantito in piena pandemia un numero di ore
in presenza superiore alla media Ue (dati Unesco), vede elogiare la Dad da
lei inventata un anno fa come “notevole e rapida” nella kermesse
mondiale Google Education, in corso negli Usa.
Ambiente. Conte non era abbastanza ambientalista? Draghi ha
dato fondo a tutti gli slogan sul tema. Conte già nel settembre 2019
parlò di“transizione
ecologica”, “riconversione energetica, fonti rinnovabili,
biodiversità dei mari, dissesto idrogeologico, economia circolare” e
stop alle trivelle. E disse le stesse cose che avrebbe detto Draghi
17 mesi dopo anche su fisco, pagamenti elettronici, Sud, atlantismo,
europeismo, ricerca, Pa, digitalizzazione e
migranti.
Quindi il giallo del premiericidio senza movente rimane irrisolto:
perché è caduto il governo Conte?
Recovery, la nuova bozza: superbonus prolungato al 2023. Per le
abilitazioni professionali basterà la laurea
Arriva a 318 pagine la bozza del Recovery plan che il Consiglio dei
ministri deve limare, in vista della presentazione alle Camere nei
primi giorni della prossima settimana e della successiva chiusura
per arrivare a spedirlo a Bruxelles entro il 30 aprile.Il Piano
"comprende un ambizioso progetto di riforme" con "quattro importanti
riforme di contesto - pubblica amministrazione, giustizia,
semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza",
scrive il premier Draghi nel preambolo. Ci sono poi la
"modernizzazione del mercato del lavoro; il rafforzamento della
concorrenza nel mercato dei prodotti e dei servizi" e la riforma del
fisco, anche in chiave ambientale.
Il testo che circola in queste ore non
scioglie il nodo del Superbonus al 110%, l'agevolazione fiscale
per i lavori di efficientamento energetico e antisismici per la
quale il Parlamento e la filiera dell'edilizia hanno chiesto una
proroga a tutto il 2023. "Per far fronte ai lunghi tempi di
ammortamento delle ristrutturazioni degli edifici, per stimolare il
settore edilizio, da anni in grave crisi, e per raggiungere gli
obiettivi sfidanti di risparmio energetico e di riduzione delle
emissioni al 2030, - si legge - si intende estendere la misura del
Superbonus 110% recentemente introdotta (articolo 119 del Decreto
Rilancio) dal 2021 al 2023".
Si tratta, in realtà, della proroga per le sole case popolari già
prevista dall'ultima legge di Bilancio. Per un'estensione a tutti i
tipi di abitazione, servono altri 10 miliardi. Le esitazioni del
governo deludono Forza Italia: "Il super bonus è una misura
importante. Avevamo chiesto la proroga di un anno con adeguati
finanziamenti ed estensione ad altre tipologie di edifici, strutture
recettive turistiche e non solo".Nella
sua introduzione, il presidente del Consiglio dà la cifra politica
del lavoro: "Il Pnrr è parte di una più ampia e ambiziosa strategia
per l'ammodernamento del Paese. Il governo intende aggiornare e
perfezionare le strategie nazionali in tema di sviluppo e mobilità
sostenibile; ambiente e clima; idrogeno; automotive; filiera della
salute. L'Italia deve combinare immaginazione e creatività a
capacità progettuale e concretezza. Il governo vuole vincere questa
sfida e consegnare alle prossime generazioni un
Paese più moderno,
all'interno di un'Europa più forte e solidale". E il Next generation
Eu "può essere l'occasione per riprendere un percorso
di crescita economica sostenibile e duraturo rimuovendo
gli ostacoli che hanno bloccato la crescita italiana negli ultimi
decenni".Guardando ai numeri, l'impatto
sul Pildel
Piano nazionale di ripresa e resilienza legato al Recovery sarà nel
2026 "di almeno 3,6 per cento più alto rispetto all'andamento
tendenziale". Si auspica che l'effetto
sull'occupazione sarà di quasi 3 punti percentuali.Nel
testo si chiarisce che il governo "ha predisposto uno schema di
governance del Piano che prevede una struttura di coordinamento
centrale presso il Ministero dell’Economia. Questa struttura
supervisiona l’attuazione del piano ed è responsabile dell’invio
delle richieste di pagamento alla Commissione Europea, invio che è
subordinato al raggiungimento degli obiettivi previsti. Accanto a
questa struttura di coordinamento, agiscono una struttura di
valutazione e una struttura di controllo. Le amministrazioni sono
invece responsabili dei singoli investimenti e delle singole
riforme; inviano i loro rendiconti alla struttura di coordinamento
centrale, per garantire le successive richieste di pagamento alla
Commissione Europea". Confermato anche il livello locale: "Il
governo costituirà anche delle task
force locali che
possano aiutare le amministrazioni territoriali a migliorare la loro
capacità di investimento e a semplificare le procedure. La
supervisione politica del piano è affidata a un comitato istituito
presso la Presidenza del Consiglio a cui partecipano i ministri
competenti".
La laurea varrà come esame di Stato per le professioni
Tra le missioni del Pnrr trova spazio anche la "riforma delle lauree
abilitanti", che nell'ultima bozza "prevede la semplificazione delle
procedure per l'abilitazione all'esercizio delle professioni - si
legge nel testo -, rendendo l'esame di laurea coincidente con
l'esame di Stato, con ciò rendendo semplificando e velocizzando
l'accesso al mondo del lavoro da parte dei laureati". E' un progetto
a cui hanno lavorato gli ultimi due ministri e che aveva trovato lo
scorso ottobre un primo passaggio in un disegno di legge che
prevede sedici
lauree professionalizzanti sia di area medica (Odontoiatria e
Psicologia, per esempio) che più propriamente di carattere
tecnico-professionale (edilizia, agraria, industriale e
dell'informazione).
Aule cablate e formazione obbligatoria per gli insegnanti
Il Pnrr destina 31,9 miliardi all'istruzione e alla ricerca, ovvero
il 17% del totale. Le risorse - si legge nel documento di sintesi
messo a punto dal Mef - saranno finalizzate a "rafforzare il sistema
educativo, le competenze digitali e Stem, la ricerca e il
trasferimento tecnologico".
Tra risorse in essere e nuove, 10,57 miliardi sono per il
miglioramento qualitativo e l'ampliamento quantitativo dei servizi
di istruzione e formazione (di cui 4,60 per il piano esili nido,
scuole materne e servizi di educazione-cura per la prima infanzia);
7,6 miliardi per l'ampliamento e il potenziamento delle
infrastrutture, di cui 2,10 miliardi destinati alla Scuola 4.0 e
3,90 miliardi per la messa in sicurezza e riqualificazione
dell'edilizia scolastica. Si parla di istituti "moderni, cablati e
orientati all'innovazione grazie anche ad aule didattiche di nuova
concezione". Ancora, 0,50 miliardi sono per la didattica e le
competenze universitarie avanzate. Infine, 0,83 miliardi per il
miglioramento dei processi di reclutamento e formazione degli
insegnanti: nascerebbe, così, la formazione obbligatoria, terreno di
scontro con i sindacati.
Il tutto nell'ambito della missione istruzione alla componente
"aumento dell'offerta di servizi", che ha a disposizione
complessivamente 19,88 miliardi. Tra le voci anche la costruzione o
l'adeguamento strutturale di "circa 900 edifici da destinare a
palestre o strutture sportive" anche per contrastare la dispersione
scolastica.
Infanzia, 228 mila posti in più per gli asili
Sul fronte dell'infanzia il piano prevede di aumentare di 228 mila
posti l'offerta per la prima infanzia, di cui "152.000 per i bambini
0-3 anni e circa 76.000 per la fascia 3-6 anni" e si programma la
"costruzione o la ristrutturazione degli spazi delle mense per un
totale di circa 1.000" scuole per spingere il tempo pieno.
Il tutto nell'ambito della missione istruzione alla componente
"aumento dell'offerta di servizi", che ha a disposizione
complessivamente 19,88 miliardi. Tra le voci anche la costruzione o
l'adeguamento strutturale di "circa 900 edifici da destinare a
palestre o strutture sportive" anche per contrastare la dispersione
scolastica.
Dopo il piano il decreto semplificazioni
Un aiuto, in questo senso, dovrebbe arrivare presto. Dalla bozza del
Pnnr si evince poi che dopo il piano arriverà il decreto sulle
semplificazioni che introdurrà "una normativa speciale" sui
contratti pubblici, una semplificazione dei controlli della Corte
dei conti sui contratti, la proroga della limitazione della
responsabilità per danno erariale, l'introduzione di una speciale
"Via statale" per le opere del Pnrr e l'ampliamento delle
autorizzazioni tramite il Provvedimento unico in materia ambientale,
la rimozione degli ostacoli al Superbonus.
Treni veloci, 25 miliardi in campo. Restyling per 48 stazioni
Sul fronte dei trasporti è massiccio l'intervento in materia
ferroviaria. L'obiettivo messo nero su bianco dal piano, e per i
quali vengono stanziati circa 25 miliardi, è dimezzare i tempi per
il via libera ai progetti e tagliare le ore di viaggio da Nord a Sud
ma anche da Est a Ovest dell'Italia, per trasferire su ferro fino al
10% dei passeggeri e il 30% delle merci. Per realizzare nei prossimi
5 anni "un sistema infrastrutturale più moderno, digitale e
sostenibile" si guarda all'Alta velocità ma anche alle ferrovie
regionali, all'aumento delle capacità dei principali nodi ferroviari
in 12 aree metropolitane e al restyling di 48 stazioni.
Concorrenza, entro metà luglio la legge
Nel capitolo dedicato alle riforme si spiega che la legge annuale
sulla concorrenza introdotta nel 2009 dovrà essere effettivamente
presentata ogni anno. La prima arriverà entro il 15 luglio 2021 e
conterrà misure per la "realizzazione e gestione di infrastrutture
strategiche, la rimozione di barriere all'entrata nei mercati, la
concorrenza e i valori sociali". Si specifica che la legge "deve
anche essere uno strumento per il potenziamento della sostenibilità
ambientale e lo sviluppo di energie rinnovabili". Il governo punta
in particolare ad incentivare le gare per i servizi pubblici,
compreso il Tpl.
L’ingresso di Florentino
Pérez Rodriguez nella
partita Autostrade è un verocolpo
di scena.
Finora, infatti, gli industriali veneti hanno sostenuto che in
circolazione non c’era proprio nessuno interessato ad acquistare
Aspi. Così la notizia che Pérez sia disposto a mettere mano al
portafoglio per creare un
gruppo paneuropeo ha
destato non pochi interrogativi fra gli investitori. Nella comunità
finanziaria internazionale c’è infatti chi sostiene chePérez
voglia sfilare Aspi ai Benetton. E
chi, invece, ritiene che il miliardario sia una sorta di asso nella
manica degli industriali veneti perconvincere
Cdp a ritoccare al rialzo l’offerta
per l’88% di Aspi. Pérez del resto non è un industriale qualsiasi.
La sua fama internazionale è sostanzialmente legata al ruolo di
presidente della squadra di calcio del Real
Madrid. Ma
in realtà il magnate spagnolo è uno degli uomini più
ricchi ed influenti del Paese.
Ricco perché ha una fortuna che la rivista statunitense Forbes stima
pari a 2,2
miliardi di dollari.
Una ricchezza costruita attorno al gruppo di costruzioni ACS,
Actividades de Construcción y Servicios.
Influenti perché nel suo passato c’è una carriera
politica di
tutto rispetto: alla fine degli anni ’70 militava nell’Unione di
centro democratico (Udc) prima di passare alPartito
riformista democratico di
cui è statosegretario
generale.
La formazione non ottenne però alcun seggio alle elezioni del 1986.
Così si dissolse poco dopo assieme alle ambizioni politiche di Pérez
che decise di dedicarsi agli affari. Con un certo successo come
testimonia il fatto che oggi, nella classifica mondiale dei paperoni,
l’industriale si piazza in posizione 1517. In Spagna si narra però
che i
soldi non gli interessino quanto il potere.
“Non ho mai lavorato per fare soldi, perché non
so come godermeli.
Il denaro che c’è nella borsa un giorno sale e un altro va giù, è
difficile sapere quanto ho” ammise in un’intervista all’edizione
spagnola di Business
insider di
qualche anno fa.Terzo
di cinque figli di
un’ordinaria famiglia
borghese, Perez,
classe 1947, è l’esempio delself-made
man in
versione spagnola. Ha studiato ingegneria civile al Politecnico di
Madrid. Poi ha tentato l’avventura politica ed infine si è dedicato
agli affari. Il salto di qualità è arrivato alla fine degli anni ’90
quando è diventatovicepresidente
di OCP Construcciones che
si è poi fusa con la rivale Ocisa per trasformarsi in ACS,
un’azienda da quasi35
miliardi di fatturato,
1,4 miliardi di profitti e oltre 179mila
dipendenti. Un
gruppo che Pérez controlla attraverso la cassaforte Inversiones
Vesan, il maggior socio di Acs con il 12, 68% del capitale.Nel suo
percorso da capitano d’impresa c’è però una macchia
non di poco conto: il fallimentare progetto Castor,
il mega deposito di gas che la Commissione europea e il governo
Zapatero volevano realizzare al largo del golfo
di Valencia.
ACS, di cui Pérez è presidente, era in prima linea nel progetto che
venne immediatamente abbandonato quando le manovre di
immagazzinamento offshore generarono oltre 400
scosse sismiche.
Scosse che però non intaccarono l’impero del magnate cui corse
subito in aiuto lo Stato spagnolo risarcendo per circa 1,35 miliardi
le banche finanziatrici del progetto. “Pérez
non perde mai” sintetizzò
all’epoca dei fatti il sitoelcierredigital.com. Ma
lui si difese in parlamento, raccontando di aver perso un sacco di
soldi. “Sembra che io sia un demonio. Dicono che hanno dato a
Florentino 3,2 miliardi? Non mi hanno dato un centesimo. Tutto il
denaro (pubblico, ndr) è andato ai finanziatori, agli
obbligazionisti e alla Banca europea per gli investimenti. Qui
abbiamo perso soldi” riferì il miliardario alEl
periodico.com nel
giugno del 2019. Gli
ambientalisti spagnoli però
ancora oggi non la pensano così. Lo accusano di fare l’imprenditore
scaricando parte dei rischi sullo Stato. Una storia che non è certo
un bel biglietto da visita per un potenziale acquirente di Autostrade
per l’Italia.
Decreto
Sostegni, Draghi: “11 miliardi alle imprese, pagamenti dall’8
aprile”. Altri 8 per lavoro e lotta alla povertà, 5 per i vaccini
.QUINTO
SCOSTAMENTO DA 32 MILIARDI, AD APRILE CI SARA' IL SESTO.SITUAZIONE
GRAVISSIMA.
Tre capisaldi: sostegno alle imprese, al lavoro e lotta alla
povertà. Temi per i quali il decreto Sostegni “è una risposta
significativa”
anche se “parziale,
ma era il massimo che abbiamo potuto fare all’interno di questo
stanziamento da 32
miliardi chiesto
dal governo precedente”. Lo ha detto il premierMario
Draghi in
conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri suldecreto
Sostegni, iniziato
con tre ore di ritardo a causa dello scontro all’interno di
maggioranza sulcondono
fiscale. Condono che il premier ha rivendicato definendolo
“limitato” e sostenendo che “permetterà all’amministrazione di
perseguire la lotta all’evasione” anche
in modo più efficiente. Alle imprese “vanno tre quarti dello
stanziamento,11
miliardi“.
La risposta “parziale” data con questo provvedimento sarà seguita da
un intervento successivo che arriverà dopo un nuovo scostamento, da
chiedere in contemporanea con il Def in
arrivo ad aprile.Il terzo pilastro del Decreto, ha concluso Franco,
prevede “quasi
5 miliardi su salute e sicurezza.
La posta principale è per l’acquisto di vaccini
e farmaci (2,8 miliardi),
poi ci sono i fondi
utilizzati per la logistica. C’è
un intervento per creare un fondo per la produzione di vaccini in
Italia una linea di azione dello sviluppo economico”. Prevista anche
una proroga degli stanziamenti per i Covid hospital.
Draghi: “Sì è condono ma necessario perché Stato non ha funzionato”.
Così il premier su stralcio cartelle dopo le tensioni in Cdm
Il Consiglio
dei ministri ha
approvato ildecreto
Sostegni da
32 miliardi di euro. L’incontro è slittato dalle 15.30 alle18.30 a
causa delle tensioni sulcondono
fiscale:
a dividere le forze della maggioranza è stato lo
stralcio delle cartelle e,
dopo un braccio di ferro durato ben due ore e mezzo, è passata la
proposta di mediazione sul nodo cartelle avanzata dal ministro Daniele
Franco e
del premierMario
Draghi.
Dunque sì
alla cancellazione di vecchie cartelle,
ma solo con un
reddito Irpef che
non superi i30mila
euro.
Il colpo di bianchetto sulle cartelle varrà fino al 2010,
mentre inizialmente avrebbe dovuto coprire il
periodo 2000-2015.
“Sì è un condono”, ha
detto poi Draghi in conferenza
stampa.
Lo stralcio delle cartelle prevede un importo contenuto di 5.000
euro, “corrisponde ad un netto di circa 2.500 euro
tra interessi e sanzioni varie”. E questo “permette
all’amministrazione di perseguire la lotta all’evasione anche in
modo più efficiente”. La norma sarà limitata ad una piccola platea,sotto
un certo reddito “e
forse con minore disponibilità economica. Avrà impatti molto molto
limitati”. Dato l’accumulo delle cartelle, ha continuato il
presidente del Consiglio “è chiaro chelo
Stato non ha funzionato ed
è importante che sia prevista una piccola
riforma dei meccanismi di riscossione e
discarico delle cartelle, il fatto di accedere a un condono oggi non
avrebbe risolto il problema”.
“Sulla cancellazione delle vecchie cartelle esattoriali avevamo
avanzato una proposta di assoluto buon senso e siamo molto
soddisfatti che il governo le abbia dato seguito. Lo stralcio delle
vecchie cartelle e la cancellazione di crediti ormai inesigibili è
un’azione profittevole e giusta ma non deve essere l’ennesima
occasione per far trionfare i furbi che non pagano in attesa di un
nuovo condono”, così i dem Ubaldo
Pagano e Gian Mario Fragomeli, capigruppoPD rispettivamente
delle commissioni Bilancio e Finanze a Montecitorio. “Accelerazione
targata Lega. 16 milioni di vecchie cartelle esattoriali finalmente
cancellate, con l’impegno di proseguire con una più ampia pace
fiscale entro aprile”, commenta invece il leader della LegaMatteo
Salvini.
La scelta fatta dal Cdm di cancellare solo le cartelle più vecchie “fino
al 2010”, in cui è più forte la concentrazione di debiti
ormai inesigibili, e comunque non superiori ai 5000 euro, e di
rendere la misura selettiva ‘solo per chi ha un reddito inferiore ai
30 mila euro, è una scelta importante che va incontro alla forte
opposizione che come LeU abbiamo manifestato nei confronti di
condoni generalizzati”, afferma la sottosegretaria di LeU Cecilia
Guerra.
.
.
ESTERI
Finlandia, la giovane premier nel mirino: "Ha la febbre del
sabato sera"
di Andrea Tarquini
(ansa)
Sommersa dalle critiche si è scusata per aver partecipato a
una festa in discoteca pur sapendo che un ministro con cui era
in stretto contatto era positivo al Covid
La Cina aumenta la sua produzione di carbone: ecco perché
Pechino non rallenta, anzi. Ne brucia la metà di tutto quello
consumato nel mondo, nonostante gli impegni per il taglio di
emissioni. Tra le cause principali, la crisi energetica e la
richiesta internazionale di prodotti dalle sue fabbriche
Le pagelle di Inter-Verona: Skriniar solido, Perisic decisivo.
Gunter soffre, Montipò fa quel che può
Player Analysis: il singolo decisivo in Inter-Verona visto ai
raggi X
PROTAGONISTA – Torna ai suoi livelli e forse esagera
anche:Perisic. Troppo
evidente il modo con cui il migliore in campo ara la fascia
sinistra, prima di spostarsi a destra, che Tudor deve cambiare e
poi invertire i suoi esterni. Il doppio assist per Barella e
Dzeko giustifica l’8 pieno (vedi
pagelle di Inter-Verona). Il croato gioca una partita
dominante, come non si vedeva da un po’. Gli riesce tutto
facilmente. L’ottimo Montipò si supera per negargli la rete, ma
non può nulla quando riveste il ruolo di assistenza. I compagni
ringraziano, Inzaghi pure. E i tifosi, che vogliono vincere
proprio come Perisic, si chiedono quando verrà annunciato il suo
rinnovo… Affamato.
Post-Game Analysis: le considerazioni finali su Inter-Verona
COMMENTO – La mossa tattica di Inzaghi si chiama
Dimarco in difesa ma non solo. In attacco Correa parte da destra
ma in realtà è praticamente il trequartista che raccorda
centrocampo e attacco. Infatti tende spesso a spostarsi a
sinistra in “zona Dzeko”, per poi rientrare. Ciò basta per
togliere al bosniaco il ruolo ibrido di seconda punta che deve
fare a sportellate, tipico di quando gioca con Lautaro Martinez
prima punta. Tralasciando i nomi, e quindi le due novità
nell’undici titolare, la notizia più importante è un’altra. Il
3-5-2 dell’Inter torna a essere un 3-3-4 con entrambi gli
esterni sulla linea degli attaccanti. Oltre a Perisic, su cui è
stato scritto anche poco rispetto a ciò che meriterebbe davvero,
anche Dumfries ha l’occasione di mettersi in mostra. Solo che
l’olandese “fa trenta ma non trentuno”, a differenza del croato.
Il ritrovato approccio offensivo dell’Inter di Inzaghi è
necessario per dominare il gioco. Basta attendismo, basta paura.
Forse è vero che in questo modo non può giocare più di un tempo
o comunque non oltre un’ora, come a inizio stagione. Però è più
facile gestire un 2-0 nell’ultima mezz’ora quando la partita
viene dominata e impostata così.Manca
ancora qualche gol all’attivo, ma la strada è quella giusta: è
solo questione di ottimizzare la gestione. In base alle
possibilità di questa rosa.
OSSERVAZIONE – L’ottimo 2-0 di Inter-Verona può essere
analizzato in tre punti.Il
primo: le scelte di Inzaghi. Il tecnico nerazzurro fa
una scelta precisa, “obbligando” l’Inter a fare la partita senza
rischiare di subirla. Per questo ci sono Dimarco, Dumfries e
Correa anziché Bastoni, Darmian e Sanchez. La tecnica viene
messa in difesa, la fisicità in attacco, lasciando il
centrocampo inalterato. Ne esce una grande prestazione su
entrambe le fasce ma dominata centralmente.Il
secondo: l’approccio della squadra. Per la prima volta
in stagione il collettivo viene messo totalmente davanti al
singolo. Tutti aiutano tutti, nessuno rimane indietro. Ed è
questo il motivo per cui non ci sono insufficienti. L’Inter si
ripresenta al suo pubblico come “macchina perfetta” pur senza
esserlo, oggettivamente.Il
terzo: il calendario della Serie A. Battere il Verona a
San Siro magari non è un’impresa, ma riuscire ad avere la meglio
contro una squadra così “fastidiosa” resta complicato. E il
Milan è atteso dalla trasferta veronese. In attesa di recuperare
la trasferta di Bologna, l’Inter può iniziare a pensare a quella
di La Spezia con il bicchiere tutto pieno. La brutta – ma
vincente – prestazione di Torino poteva significare poco. Invece
a Milano, stanchezza a parte, una bellissima Inter torna a
proporre il calcio che sa. Ed ecco perché sono importanti questi
tre punti:non
per calcolare la classifica virtuale ma per tornare a valutare
quella reale. L’Inter deve tornare a scandire il ritmo (della
rimonta in vetta).
United of Manchester, a Milano il club icona del calcio
popolare: stadio di proprietà, tifosi protagonisti, no al
business e ambizioni alte
Siamo emozionati.
Partire per l’Italia e disputare una partita a Milano in
uno stadio storico come l’Arena
Civica,
dove ha giocato soltanto una squadra inglese, il Birmingham
City nel
1956 in Coppa delle Fiere contro l’Inter, sarà bellissimo”. È
felice per questa trasfertaAdrianSeddon,
pubblicitario nel ramo sportivo ma soprattutto presidente del
board dello United
of Manchester.
L’occasione per questa trasferta in Italia è la partita che il
club disputerà contro il Brera
Calcio il
prossimo 6 aprile per ilFenixTrophy,
torneo europeo riconosciuto dall’Uefa a cui partecipano 8
squadre dilettantistiche con storie particolari. Quella dello
United of Manchester è una di queste e parte dal suo nome, che
riecheggia quello dei più celebri RedDevils.
Una scelta non casuale: la fondazione del club nel 2005 è
avvenuta in concomitanza con l’acquisto del Manchester
United da
parte della famiglia americana deiGlazer.
Così un gruppo di tifosi ha deciso di mettersi in proprio,
“dando vita a un nuovo club basato su princìpi ben diversi da
quelli che oggi governano il calcio,
ormai legato soltanto al business e
che ha scordato il legame con il proprio territorio”, racconta
Seddon a ilfattoquotidiano.it.Cinquemila
soci, uno stadio
di proprietà e
una sezione maschile e femminile oltre ovviamente all’Academy,
dove si allenano tre squadre giovanili. Lo United of Manchester
ne ha percorsa di strada da quella primavera di
diciassette anni fa, quando all’Apollo
Theatre un
gruppo di tifosi si riunì per decidere il da farsi. “A maggio ci
furono i primi incontri e già a luglio oltre 4mila persone
avevano donato più di 100mila sterline. Fu davvero incredibile”,
evidenzia Seddon. Una scelta di cuore che non fu facile,
soprattutto dopo le critiche ricevute daSir
Alex Ferguson che
evidenziò “come questi tifosi pensino soltanto a loro stessi,
più che al bene del club”. “Noi eravamo tuttiabbonati all’Old
Trafford, seguivamo con passione i Red Devils. Tuttavia, il
calcio già allora mostrava quello che poi sarebbe diventato
oggi, dove comandano soltanto letelevisioni e
i supporter non vengono più considerati”, dichiara Seddon. Per
questo le regole dello United of Manchester sono chiare: “Noi
del board prepariamo lecarte,
ma a prendere le decisioni sono i soci.
Tifosi come gli altri che però versano una piccola quota
di partecipazione e
hanno così diritto a scegliere il colore delle nuove maglie, il
prezzo deibiglietti per
la stagione o chi eleggere nel consiglio, che resta in carica
per due anni. Sono ammessi gli sponsor, ma non sulla maglia:
preferiamo evitare qualunque tipo dicommercialismo“.
Cuore del progetto dei Reds di Manchester il Broadhurst
Park nel
sobborgo diMoston,
uno stadio da 4400 posti inaugurato nel 2015 con un amichevole
contro il BenficaB.
Un vero e proprio gioiello per una società la cui squadra
maschile milita nella Northern
PremierLeague,
la settima serie del calcio inglese equivalente alla Promozione
italiana, e quella femminile in quarta serie, insieme a club più
noti come Newcastle eLeeds.
“Con il tempo ci siamo organizzati, abbiamo accanto allo stadio
le strutture giovanili dell’Academy, in cui si allenano i
ragazzi, e i campi di allenamento.
Ovviamente sia la squadra maschile che quella femminile giocano
nel nostrostadio,
è doveroso dare le stesse opportunità a uomini e donne e
sfruttare anche l’investimento che è stato fatto”.Il Broadhurst
Park è allo stesso tempo punto di forza ma anche di debolezza.
“Ci piacerebbe salire di livello, come abbiamo già fatto in
passato, ma serve essere sostenibili,
considerando che abbiamo speso 6,5 milioni di sterline per lo
stadio, una cifra che si ripagherà in 15 anni. L’anno prossimo
proveremo comunque a puntare alla promozione,
quest’anno purtroppo siamo troppo indietro. Il nostro sogno è
essere un giorno dei professionisti“.
Una storia diversa da quella del SalfordUnited,
squadra mancuniana acquisita da una cordata formata
dall’imprenditore singaporianoPeterLim,
attuale proprietario del Valencia,
e dalla “Classe del ‘92”, la generazione dorata dei Red
Devils di
cui fanno parte ex giocatori del calibro diDavidBeckham,
Paul Scholes, i fratelli Neville,
Ryan Giggs e NickyButt.
“Ecco, il loro esempio dice molto di cosa è il calcio oggi: sono
arrivati e hanno cambiato colori, stemma e
maglie. Sono il classico esempio di coloro che hanno i soldi e
arrivano a comandare in un club senza ascoltare i tifosi. Lo so
perché per un paio di anni, prima che salissero fino allaLeagueTwo,
la quarta serie, abbiamo militato nello stesso campionato e ho
avuto modo di chiedere in giro cosa si pensasse di questo cambiamento.
Non sembravano felici”, sostiene Seddon. Una svolta che riguarda
un po’ tutto il mondo del calcio. “Un tempo il calcio inglese
era tutto concentrato il sabato alle 15, oggi ci sono partite a
tutte le ore e in tutti i giorni della settimana. I diritti
televisivi comandano
e il calcio sta sempre più diventando una cosa che non si
possono permettere in molti: come può una famiglia con due figli
dellaworkingclass di
Manchester permettersi di pagare centinaia di sterline per un
biglietto allo stadio ogni settimana?”, si chiede Seddon. E lo
stesso discorso vale per laSuperlega.
“Ricordo bene l’attesa per le partite importanti, come quelle
contro il Barcellona,
per esempio, o la delusione nel non qualificarsi per le
competizioni più importanti. Così non ci sarebbe più gusto: una similecompetizione,
con grandi partite ogni settimana perderebbe il suo fascino.
Serve la fatica per raggiungere il successo, altrimenti non
vale”.
Fair Play Finanziario, si cambia (causa Covid). Tre pilastri:
solvibilità, stabilità e contenimento dei costi. Tradotto: chi
più ha, più spende
Il Financial
Fair Play cambia.
Non avrà più nemmeno lo stesso nome. “Nuove regole disostenibilitàfinanziaria”:
così la Uefa annuncia
quella che vorrebbe essere unariformaepocale,
in attesa di trovare una formula più accattivante. La sostanza è
che le vecchie
norme che
per un decennio hanno frenato le spese delle squadre di calcio –
non di tutte, solo di alcune – vengono archiviate, superate
dalla crisi per il Covid e dal tempo. Arriva unsistemadiverso,
probabilmente più trasparente, si spera più efficace: una specie
di salary
cap all’europea,
che per la prima volta introduce unrapporto
obbligatorio fra
spese e entrate di una squadra, nella speranza che serva a
sgonfiare l’enorme bolla distipendi ecommissioni.Introdotto
per la prima volta nel 2010, voluto dall’ex presidente Michel
Platini,
il Financial Fair Play per come l’abbiamo conosciuto fino ad
oggi si fondava essenzialmente sul principio del “pareggiodibilancio”:
il saldo di un club nel corso di un triennio doveva
essere per forza positivo, con unoscostamento massimo
di30
milioni di euro complessivi,
pena sanzioni varie a seconda delle gravità dell’infrazione, da
multe fino all’esclusione dalle coppe. Se abbia funzionato o
meno, dipende soprattutto dai punti di vista: numeri alla mano,
lostrumento è
riuscito a risanare complessivamente i conti delpalloneeuropeo,
passato a livello di sistema dagli 1,6 miliardi di perdite del
2009 a un utile di 140 milioni nel 2018. Certo, però, diverse
squadre sono riuscite singolarmente ad aggirare le
maglie, causando pesanti storture. Comunque sia andata, ilmeccanismo non
era più attuale: il Covid e ladevastante
crisi che
ne è seguita hanno fatto accumulare una tale montagna di debiti
che la Uefa è stata costretta a condonarle e sospendere ilFfp (altrimenti
avrebbe dovuto sanzionare mezza Europa).Così si arriva alla
riforma, che si basa su tre pilastri: solvibilità, stabilità econtenimento dei
costi. I primi due non sono una grossa novità. Innanzitutto, i
club non potranno più avere debiti non onorati nei confronti di
squadre, dipendenti eautorità
fiscali (ovviamente
non delle banche, su cui grava la stragrande maggioranza delle
esposizioni finanziarie). Il secondo, è un’evoluzione della
vecchia regola delpareggio
di bilancio,
per cui lo scostamento triennale viene esteso da 30 a 60 milioni
di euro (70 per i club in salute). La rivoluzione, grande o
piccola si vedrà, è la terza regola, l’introduzione di una
specie di salary cap: le società potranno
spendere per stipendi, commissioni e acquisti al massimo il 70%
del propriofatturato.
Si tratta di un modo diverso di applicare lo stesso principio
(“conti in ordine”), entrando nel merito dell’operato dei club,
nel tentativo di porre un freno alle spese sempre più incontrollate (soprattutto
per l’ingaggio dei calciatori). La riforma scatterà già
dall’anno prossimo, ma con un percorso graduale (primo anno 90%,
secondo 80%), per andare a regime nella stagione 2024/2025, la
prima della nuovaChampionsLeague.È
presto per dire se questo nuovo sistema sarà migliore o
peggiore, più o meno efficace del
precedente: siccome si è visto che il diavolo si nasconde nei
dettagli, dipenderà da come verrà applicato esattamente, come
saranno calcolati ad esempio i costi deitrasferimenti,
quanto rigidi saranno controlli e sanzioni. Soprattutto,
bisognerà capire in che modo saranno affrontati i grandi nodi
irrisolti, due esattamente: le plusvalenze (noi
in Italia ne sappiamo qualcosa) e i rapporti con le parti
correlate, cioè glisponsor fatti
in casa dalle proprietà dei club a cifre spropositate (leggiParis
Saint-Germain,
Manchester City &Co.), che gonfiano il fatturato,
aggirando qualsiasi paletto normativo. Fin qui, quando la Uefa ha
provato a ricondurle a valori dimercato ha
fallito miseramente, per colpe non solo sue (anche il Tribunale
internazionale ci ha messo del suo). Il punto è tutto qua, e ad
oggi onestamente non si vede perché dovrebbe cambiare qualcosa.Detto
ciò, la verità è che per tutti questi anni il Financial
Fair Play ha
dovuto convivere con un grande equivoco: non era stato pensato
per limitare le spese pazze dei grandi club, solo per nonspendere soldi
che non ci sono. Se l’obiettivo fosse stato il primo, ad
esempio, oggi si ragionerebbe su unsalary
cap uguale per
tutti, sul modelloamericano.
Il principio di massima invece resta il secondo: viene
riproposto anche dalle nuove regole, che almeno nel breve
termine finiranno per favorire i club più ricchi (cioè
principalmente le inglesi),
oltre che ovviamente quelli più virtuosi,
ponendo però un limite alla bolla di debiti, commissioni e
ingaggi che oggi rappresentano il vero problema delcalcio
moderno,
molto più dello strapotere delle inglesi e degli sceicchi.
Potremmo sintetizzare tutto nel motto: “Chi più ha, più spende”.
Non sarà il massimo dell’uguaglianza,
ma in fondo è così che è sempre andato avanti il pallone.
Juventus-Inter, il Var si è sostituito all’impresentabile Irrati
e ha limitato (non potendoli eliminare) i danni--03-04-22
FATTO FOOTBALL CLUB - Il rigore per l'Inter, quello non dato
alla Juve: la tecnologia è riuscita a diminuire l'impatto
negativo del direttore sul match. Resta la partita: la peggior
prestazione dei nerazzurri negli ultimi due anni, la migliore
dei bianconeri in questa stagione
Juve-Inter è
sempre Juve-Inter. Il paradosso di questa partita è che dovevarappresentare (e
infatti ha rappresentato) unosnodo
cruciale del
campionato, ma ancora una volta si parla sempre e solo diepisodiarbitrali.
Come all’andata. Come l’anno scorso. Come dalla notte dei tempi.
La differenza è che stavolta il Var si è praticamente sostituito
a un direttore di
garainadeguato,
limitando i danni di una partita arbitrata malissimo. L’episodio
di cui più si è discusso è quello che in fin dei conti ha deciso
il match. Il penalty assegnato
all’on field review per un pestone diMorata suDumfries,
segnato (al secondo tentativo, dopo un primo errore) da Calhanoglu.
Nella dinamica del gioco del calcio, questi rigori non
dovrebbero esistere: visto che però ormai si danno (pensiamo
all’andata a San
Siro,
quando la partita fu decisa da un tocco ancora più irrilevante,
proprio di Dumfries ma a parti inverse), il fischio è
sacrosanto. Diciamo che sono un po’ il danno collaterale del
Var: nel momento in cui si va rivedere l’azione, è impossibile
negare l’evidenza del tocco. Forse dobbiamo solo rassegnarci al
fatto che questi “rigorini”
facciano ormai parte del gioco, pensando che l’alternativa (la terribile
discrezionalità degli
arbitri italiani) è molto peggio. Quanto alla ripetizione del
rigore, anche qui ci troviamo di fronte ad un pessimo
fischio del
direttore di gara e a un intervento chiarificatore delVar.
Dopo aver annullato frettolosamente il gol per un fallo di confusione,
Irrati si è ritrovato nella scomoda posizione di chi sa che
qualsiasi scelta avrebbe scatenato un inferno: riconvalidare la
rete facendo esplodere lo stadio,
oppure confermare l’annullamento sbagliando. Il Var gli ha
trovato una scappatoia per
uscirne con dignità: ribattere il rigore, per l’ingresso in
anticipo di De
Ligt che
ha conteso la palla e partecipato all’azione. Sceltasalomonica,
a tratti surreale, però tecnicamente ineccepibile. E il Var Mazzoleni è
salito in cattedra ancora una volta nel secondo tempo, quando laJuventus ha
reclamato per un contatto veniale traBastoni eZakaria che
l’improvvidoIrrati aveva
fischiato, convinto probabilmente che fosse un innocuo fallo
fuori area: ireplay,
invece, hanno mostrato il contatto sulla linea, dunque, a
termini di regolamento, rigore.
Tecnicamente è un errore, ma forse lo sarebbe stato ancora di
più fischiare un rigore per un fallo del genere:
il Var si è praticamente sostituito al direttore
di gara,
applicando il buon senso e salvandolo dall’ennesimo obbrobrio.
Certo, i tifosi bianconeri recriminano per la disparità di trattamento con
l’episodio su Dumfries, ma il confronto regge fino a un certo
punto. Risultato: la gestione di Irrati è stataimbarazzante,
ha perso il controllo della partita praticamente al primo minuto
e non l’ha ritrovato fino alla fine. Però almeno il Var ha
provato a metterci una pezza, incidendo al minimo sul punteggiofinale.
Oltre tutte le polemichearbitrali,
c’è stata anche una partita, tanto brutta quanto intensa, che
restituisce al campionato tre
certezze. L’Inter è tornata a vincere unoscontro
diretto e
quindi si mantiene agganciata alla corsa scudetto. Lo ha fatto
con lapeggior
partita non
degli ultimi mesi, ma probabilmente degli ultimi due anni, senza
né capo né coda,presa
a pallate per
90 minuti dagli avversari, resistendo solo grazie a un po’ di
cuore e tanta fortuna. Insomma, è una vittoria che dice tanto
per laclassifica ma
pochissimo per i nerazzurri, più in crisi che mai: possono solo
sperare che il successo diTorino abbia
fatto scattare qualcosa dentro al gruppo, un po’ come (ma in
negativo) con lasconfitta nel
derby. Chi a questo punto non potrà vincere lo scudetto, invece,
è laJuventus:
per una questionematematica,
la formazione di Allegri avrebbe dovuto fare filotto fino alla
fine; la striscia si è interrotta nella miglior
prestazionestagionale,
ma prima o poi la ruota doveva girare, i bianconeri avevano
avuto troppa fortuna in precedenza. Ci riproveranno l’anno
prossimo, da favoriti. L’ultima certezza è che, nonostante
tutto, il Var resta lo strumento
migliore che
abbiamo perdirigere bene
una gara. Poi, se in campo ci fossero anche degliarbitricapaci,
ancora meglio.Torna
la vittoria, torna allo Juventus Stadium, tornano i tre punti e
i nerazzurri si rimettono in corsa. Dopo 90 minuti carichi di
sofferenza, l'Inter esce con il bottino pieno e torna di
prepotenza all'inseguimento della capolista Milan che domani
dovrà affrontare il Bologna e soprattutto allunga sulla Juventus
che tallonava. Servivano i tre punti, li aveva chiesti Inzaghi
che - dopo Stramaccioni - è il secondo tecnico interista a
vincere a Torino contro la Juventus. Non una gara brillantissima
da parte dell'undici di Inzaghi che però regge l'urto e in
maniera cinica e pratica porta a casa l'intera posta in palio e
continua a cullare i sogni di rimonta.DI RIGORE - Chi di rigore
ferisce, di rigore perisce. La gara d'andata si era risolta con
un rigore ampiamente discutibile assegnato per fallo di Dumfries
su Alex Sandro, questa volta gli episodi si capovolgono e
restituiscono il maltolto ai nerazzurri. Proprio Dumfries viene
colpito in area bianconera, Calhanoglu sbaglia dagli undici
metri, con palla che poi carambola in rete. Marcatura che
sarebbe da convalidare ma il direttore di gara decide di far
tirare nuovamente il penalty che questa volta viene trasformato
dal turco che mette il suo nome nel tabellino, una marcatura
pesantissima che porta tre punti di piombo in casa nerazzurra.
Italia fuori dai Mondiali? Basta normalizzare il trauma: tutti
al loro posto, nessun responsabile. E il disastro finisce a
tarallucci e vino
La più grande umiliazione nella storia del nostro calcio finisce
a tarallucci
e vino:
resta il presidente GabrieleGravina,
il responsabile politico della mancata qualificazione, che non è
mai stato neppure sfiorato dall’opportunità di dimettersi.
Resta a quanto pare pure il ct Roberto
Mancini,
il colpevole tecnico della disfatta con la Macedonia
del Nord,
che un briciolo di orgoglio sembrava averlo, intenzionato almeno
a valutare il passo indietro, e invece niente, ha cambiato idea
anche lui. “Ho parlato con il presidente
Gravina, siamo
allineati su tutto”, spiega.Cioè
tenersi la poltrona.
Insomma, la classica farsa
all’italiana:
nel Paese in cui le vittorie hanno moltissimi padri e le sconfitte sono
sempre orfane, dove dopo il casuale e rocambolesco trionfo agliEuropei si
faceva a gara a salire sul carro, intestarsi la coppa ben al di
là dei propri meriti, per la seconda mancata qualificazione aiMondiali di
fila, un’autentica apocalisse nazionale, non paga nessuno.Sul presidenteGravina era
inutile farsi illusioni: erano mesi che metteva le mani avanti,
annunciandourbi
et orbi che
non si sarebbe dimesso. È stato di parola. Adesso si accoda
Mancini, con quello che assomiglia tanto a unannuncio
ufficiale nella
conferenza stampa alla vigilia della partita della vergogna
contro laTurchia:
“Mi sento di restare perché sono ancora giovane. Mi piace questo
lavoro e coi ragazzi voglio riorganizzare qualcosa di importante.
A parte la delusione, il resto va avanti”. La sconfitta con la Macedonia sembrava
che potesse essere la sua ultima volta in azzurro, si parlava
già diCannavaro come
sostituto, ma anche qui, perché sorprendersi: le motivazioni
contano, i contratti anche di più. Mancini ha unostipendio di
circa 4 milioni di euro l’anno fino al 2026, e un tenore di vita
invidiabile (4-5 finestre di impegni l’anno, per il resto partite
in tribuna e
salotti romani), che nessun altro club gli garantirebbe in
questo momento, con le suequotazioni polverizzate
dallafiguracciamondiale.
Perché rinunciarci, tanto più che nessuno glielo chiede.Eppure
in una situazione del genere, le dimissioni sarebbero
state un passo obbligato.
Non per una sorta di esecuzione
sommaria,
un repulisti a prescindere che non fa bene al movimento. I mali
del calcio italiano non sono certo colpa di Mancini (che anzi
nei suoi primi tre anni ha letteralmente ricostruito la
nazionale dalle macerie) e nemmeno di Gravina, che li ha
ereditati, al massimo partecipandovi. Però non è nemmeno
possibile che ai posti di comando nessuno si sentaresponsabile e
si prenda le responsabilità di quella che non è una semplice
sconfitta, è unadisfattastorica.
Con quali energie e fiducia potrà ripartire Mancini? Con quale
forza e credibilità potrà
governare Gravina, che già prima stentava con leriforme (per
colpe non solo sue ma dei troppiveti
incrociati),
figuriamoci ora che tutti, nemici ed amici, controparti e
istituzioni, alla prima occasione potranno rinfacciargli la figuracciamondiale?
Era giusto attendersi un gesto, anche solo di facciata,
rimettere il mandato anche solo per farsi riconfermare,
assumendosi le propriecolpe,
i cambi e le convocazioni sbagliate, le politiche inconsistenti.
Invece si va avanti comunque: qualche altro giorno, e sarà come
se nulla fosse mai successo.Se questo accadrà, è anche perché
l’evento non sta ricevendo l’attenzione che
merita: un paio dititoloni in
prima pagina il giorno dopo l’eliminazione, poi trafiletti, si
torna già a parlare dimercato ecampionato.
Il paragone con quattro anni fa è imbarazzante. Provate a
riaprire i giornali del novembre 2017: un profluvio di
dichiarazioni, uomini di sport e di politica, Renzi,
Lotti, Malagò,
Salvini, Cairo,
Grillo, Berlusconi. Oggi
non parla nessuno.
È la dimostrazione di quanto serva godere di buonastampa,
intesa in senso lato come opinionepubblica.
Ventura era un mostro, un idiota, un nemico del popolo, ancora
oggi il suo nome non può essere nominato senza insulti d’ogni
tipo. Mancini è quasi una vittima, fa filtrare sulla stampa la
sua disponibilità a
rimanere, e sembra stia facendo un favore al Paese.
Sull’impresentabileTavecchio si
scatenò un autentico tiro alpiccione,
eppure politicamente non aveva fatto né più né meno di Gravina.
Oggi a parte rare eccezioni non si è levata una sola voce a
richiamare alle sue responsabilitàpolitiche il
presidente, che parla bene, si presenta meglio e tesse rapporti
come pochi. Complici o semplicemente rassegnati, è quello che ci
meritiamo: un’Italia che non va aiMondiali non
fa nemmeno piùnotizia.
Roberto Mancini comeLippi eBearzot.
Roberto Mancini peggio persino di Gian
Piero Ventura. E no, non è una provocazione, è il
verdetto del campo. La clamorosa, mancata qualificazione ai
Mondiali, la seconda di fila, la sconfitta indegna in casa
contro la Macedonia
del Nord èsenza
ombra di dubbio il peggior risultato nella storia del calcio
italiano.
Dimentichiamoci gli Europei: erano
stati un’eccezione, un caso, un colpo di fortuna. E comunque
la gioia di un trofeo non cancella 12
anni di assenza dalla Coppa del Mondo. Le
responsabilità ovviamente non sono soltantodel
ct, anzi, questo è il fallimento di un calcio italiano
malato da tempo e di chi lo governa. Di un movimento intero che
con la vittoria insperata e fortunata degli Europei
ha provato a nascondere la polvere sotto al tappeto. Però in
un contesto difficile, per certi versi persino ostile, Mancini
ci ha messo tanto del suo.
È caduto nello stesso, identico errore dei suoi predecessori.
Una maledizione che sembra perseguitare tutti i commissari
tecnici che verranno ricordati sempre nella storia per i loro
trionfi, e per i loro tonfi successivi. Come Enzo
Bearzot dopo
ilMundial
‘82,
nemmeno qualificato a Euro
1984 con
un girone indecoroso concluso alle spalle di Romania, Svezia e
Cecoslovacchia. ComeMarcello
Lippi nel
2010, eliminato dai carneadi dellaNuova
Zelanda e
della Slovacchia. Mettiamoci dentro pureArrigo
Sacchi a
Euro ’96 dopo i rigori maledetti di Pasadena, ePrandelli post
Euro 2012. La solita storia: il ct osannato dalla stampa, troppo
sicuro di sé, prigioniero del suo stesso gruppo. Eppure lo
avevamo detto tutti, subito dopo la finale di Wembley: Mancini
dovrà essere bravo acambiare
qualcosa per tenere viva la fiammella magica nel gruppo azzurro.
Non ce l’ha fatta, non ci ha nemmeno provato. Si è affidato agli
stessi protagonisti dell’Europeo. Forse per riconoscenza, forse
semplicemente per mancanza di alternative.È vero che su questo
piano gli si può imputare poco: la Serie
A ha
proposto nulla prima e dopo gli Europei. Però qualcosa di
diverso si poteva tentare. PassiImmobile,
inadeguato per i livelli internazionali, inadatto per gli schemi
di questa squadra, ma comunque insostituibile viste le
alternative. Però perché insistere su Barella,
fuori condizione da mesi, in apnea nell’Inter e anche in
azzurro? Perché riproporre Insigne,
virtualmente un ex calciatore da quando ha firmato con il Toronto,
peso morto già nel Napoli? Perché lasciare fuori non solo Scamacca (infortunato?),
ma ancheTonali,
e poi Zaniolo,
l’unico talento per quanto discontinuo di questa nazionale?
L’Italia ha chiuso con Joao
Pedro-Raspadori,
una coppia con cui una squadra in Serie A potrebbe
tranquillamente retrocedere, altro che Mondiali: è un atto di
accusa al movimento che l’ha prodotta, ma anche al ct che l’ha
schierata.
Mancini ha fatto peggio di Gian
Piero Ventura. Se guardiamo il singolo percorso di
qualificazione a Qatar
2022 non ci sono dubbi. “Mister Libidine”, il ct più
odiato della storia, non ce la fece in un gruppo di ferro,
secondo alle spalle di unaSpagna
superiore, fuori allo spareggio per
mano di una Svezia comunque
rognosa. Un’eliminazione storica, ma per certi versi
comprensibile. Questa no. Questa è arrivata al termine di un
girone materasso perso a favore della modestaSvizzera,
e poi addirittura in semifinale playoff (senza nemmeno riuscire
ad arrivare alla sfida contro il Portogallo)
della Macedonia del Nord, una squadra di Serie C europea. È il
peggior risultato della storia. È una figuraccia imperdonabile,
e non si possono perdonare i suoi artefici.
Non è ingratitudine. Nessuno disconosce il gran lavoro fatto
negli ultimi anni: Mancini
ha ricostruito la nazionale, nel gioco, nell’identità e
nello spirito. Ha stabilito un nuovo record di imbattibilità e
vinto un Europeo, per cui verrà ricordato. Un motivo in più per
lasciare. In Italia le dimissioni non le dà mai nessuno, e in
perfetta sintonia con la tradizione lui si è ben guardato dal
farlo nel dopo partita. Come del resto il presidente della Figc,Gabriele
Gravina: i due si sono spalleggiati a vicenda in
conferenza stampa, in modo piuttosto imbarazzante, mentre si
alzavano i soliti peana della stampa per invitarli a restare. Ma
senza nemmeno soffermarsi troppo sulle effettive responsabilità,
come potrebbe rimanere un allenatore dopo un risultato del
genere? Con quale voglia, quale credibilità, quale atmosfera
ripartire? È una sconfitta che distrugge tutto, non lascia
nemmeno le macerie: bisogna ripartire da zero, proprio come fece
lui dopo Ventura. E poi, per quale obiettivo lavorare? Senza Qatar
2022, con Euro 2024 che è solo un traguardo minore e
intermedio, l’orizzonte dei Mondiali
2026 è davvero troppo lontano: serve per forza un nuovo
ciclo, con un nuovo allenatore. Per questo Roberto Mancini
adesso si deve dimettere. E non solo lui.
Serie A (perdere): il campionato è divertente perché non è mai
stato così scarso
L’Inter crolla,
ilMilan stenta,
ilNapoli ne
approfitta però solo dopo aver sprecato diverse occasioni, laJuve rimonta
ma con calma. Sta diventando un campionato a perdere: non
vincerà ilmigliore,
ma semplicemente chi farà meno peggio degli altri. La grande
vittoria del Napoli contro la Lazio non
deve ingannare: può essere che quella dell’Olimpico sia
stata la gara della svolta per la squadra diSpalletti e
magari per tutta la Serie A, ma fino a questo punto tutte le
big, nessuna esclusa, hanno deluso, mancando sistematicamente
neimomentidecisivi,
cedendo a turno tanto da ritrovarsi oggi più o meno allo stesso
punto: la Juve all’inizio, il Milan e il Napoli quando erano
arrivati ad avere fino a 10 punti di vantaggio polverizzati
alla fine dell’autunno, poi è stata la volta dell’Inter che
sembrava solo dover chiudere i giochi e invece li ha riaperti da
sola.Non solo non c’è una squadra in grado di ammazzare il campionato,
ma forse neppure di vincerlo. L’Inter aveva illuso con quel mese
di calcio
stellare a
cavallo tra novembre e dicembre, adesso stanno venendo a galla i
limiti di una rosa con pochi ricambi all’altezza e troppititolari appannati,
lo stessoInzaghi tanto
lodato per il bel gioco sembra aver perso ilbandolo della
matassa. Ma del resto i nerazzurri vengono da una estate di
totalesmobilitazione,
frettolosamente dimenticata: è raro che una squadra possa uscire
indenne e ancora vincente da un simile ridimensionamento.
Il problema è che dietro le rivali non hanno fatto quasi nulla
per detronizzare i campioni, già quest’estate con l’immobilismo
sul mercato e
poi di conseguenza sul campo: il Milan, a parte il fortunoso
successo nelderby,
è involuto da settimane. A Napoli fino a ieri si parlava di una squadra
terrorizzata dalla
vittoria. Sta rientrando laJuventus,
ma a ben vedere il ruolino di marcia è tutt’altro che esaltante
(3 pareggi nelle ultime 5 partite), quanto al gioco di Allegri meglio
stendere un velo pietoso. Davanti vanno così piano che persino i
bianconeri ora sognano lo scudetto: se anche dovessero vincere
tutte le 11 partite di qui alla fine arriverebbero al massimo a
83 punti, con un solopareggio a
quota 81. E nella storia il titolo non si è mai assegnato con
così pochi punti. Insomma, nemmeno lamatematica crede
alla rimonta. Poi, certo, di questo passo tutto è possibile.Si
dirà che tutto questo in fondo è un bene, perché ci regala un campionato avvincente.
È vero, ma solo in parte: il campionato èdivertente perché
è incerto, ma non perché è bello. Il livello si è abbassato
drasticamente, anche nelle partite delle prime delle classe si
vedono sempre piùerrori e
meno giocate, l’ultimo big match decente è stato Atalanta-Inter (quando
ancora entrambe le formazioni erano in forma), poi il nulla. La
cartina di tornasole per il reale valore della Serie A è nel
confronto con l’Europa. È lì che ci rendiamo conto di tutta la
nostra pochezza. L’Inter, che rimane comunque la squadra più
forte, con una delle sue miglioripartiteinternazionali degli
ultimi anni ha rimediato un sonoro 0-2 in casa. LaJuve sul
piano del gioco è stata ridicolizzata da un club di media
classifica spagnola, ilVillarreal.
In Europa League, Napoli e Lazio sono naufragate contro Barcellona ePorto,
è sopravvissuta solo l’Atalanta. Se l’Europa ci respinge, in
Serie A alla fine una vincitrice bisognerà trovarla comunque.
Una di queste piccole piccole Inter, Milan, Napoli o persino Juventus sarà
comunque campione d’Italia. Che la dice lunga sul calcio
italiano.
Chelsea in bilico, 200 interessati all'acquisto: la
'scandalosa' offerta dei sauditi. Intanto squadra a
Middlesbrough con 10 ore di pullman
Il club di Abramovich finirà la stagione senza fallire,
tuttavia il budget permette una trasferta assai scomoda per la
Fa Cup di domenica prossima. Da registrare l'offerta di una
cordata saudita di 3,3 miliardi di euro che potrebbe creare
nel Regno Unito un secondo caso Newcastle
Liverpool-Inter 0-1, i nerazzurri sognano la qualificazione solo
per 60 secondi: tra il gol di Lautaro e il rosso a Sanchez
Prima e dopo quegli episodi, si è visto più o meno lo stesso
film dell’andata. Un’Inter brillante, determinata, e un
Liverpool più forte, capace di controllare senza soffrire. I
nerazzurri non possono rimproverarsi nulla, oggi. Hanno fatto
tutto ciò che potevano, forse anche di più, contro un
Liverpool magari appagato dal 2-0 dell’andata
Ci ha creduto e già questo è stato un grande merito. A un certo
punto ci ha anche sperato e nessuno ci avrebbe scommesso alla
vigilia. Un’Inter coraggiosa,
volitiva, fortunata (gli avversari hanno comunque colpito tre
legni), a tratti anche bella, alla fine quasi commovente, vince
adAnfield
Road 1-0. Batte una squadra formidabile, superiore in
tutti i fondamentali a quella nerazzurra, con cui anche stasera
si è vista una differenza abissale dal punto di vista tecnico e
fisico. Ma non basta.
Il sogno nerazzurro non è durato 90 minuti, ma uno solo. Quello
intercorso fra il gol di Lautaro,
una meraviglia all’incrocio, finalmente all’altezza di ciò che
ci si aspetta dall’argentino, e l’espulsione di Sanchez,
una doppia ammonizione frutto di generosità, più che di colpa.
Per quei 60 secondi, più che per tutto il resto dell’andata e
del ritorno di questa doppia sfida, l’Inter forse ha davvero
pensato di poter eliminare il Liverpool,
e forse il Liverpool un pochino ha avuto paura. Ma è durato
poco.
Prima e dopo quegli episodi, si è visto più o meno lo stesso
film dell’andata. Un’Inter brillante, determinata, e un
Liverpool più forte, capace di controllare senza soffrire. I
nerazzurri non possono rimproverarsi nulla, oggi. Hanno fatto
tutto ciò che potevano, forse anche di più, contro un Liverpool
magari appagato dal 2-0 dell’andata, Anfield un po’ meno
infuocato. Finché è rimasta in parità numerica la squadra di Inzaghi non
ha avuto paura di giocare la palla da dietro, del resto non ha
nulla da perdere. Uscite di altissima fattura dalla difesa,
pressing. Sanchez, preferito aDzeko,
croce e delizia della serata: elettrico, taglia e cuce, fino al
cartellino rosso che chiuderà la gara. Manca solo il ricamo.
Dopo i venti minuti iniziali di altissimo livello, l’Inter non
ha creato una vera occasione. Cosa che invece riesce con
disinvoltura al Liverpool, facendo valere il suo strapotere
fisico sui calci piazzati che già all’andata era stato
determinante, e stavolta produce “solo” un incrocio dei pali
colpito di testa da Matip.
Anche la chance migliore dell’Inter nel primo tempo è una
punizione velenosa calciata da Calhanoglu.
Sembra troppo poco per provare l’impresa. Più passa il tempo,
più sale il Liverpool, più scendono le speranze. Salah a
colpo sicuro sbatte sul palo. Eppure ancora l’Inter trova le
forze per riaprire un discorso qualificazione che pareva chiuso.
Col suo uomo più rappresentativo, più criticato, più atteso:
Lautaro Martinez, che prima spreca un gol facile in mezzo
all’area, poi ne segna uno clamoroso, di mezzo esterno, da fuori
area, all’incrocio.
Lo spiraglio però si richiude subito. A tradire l’Inter è la sua
voglia, e quello del suo uomo migliore, Sanchez, che a furia di
pressare e recuperare palla, già ammonito travolge Fabinho e
rimedia il secondo giallo. A quel punto manca un gol, ma
soprattutto un uomo. Se mai ha tremato un secondo, la corazzata
diKlopp si
riorganizza, si prende il pallone e non lo molla più. I venti
minuti finali potevano essere un assedio nerazzurro e invece
diventano un monologo inglese. Salah colpisce un palo (il terzo
della serata),Vidal salva
sulla linea, l’Inter resiste con coraggio ma avrebbe dovuto
segnare. Farlo un’altra volta in inferiorità numerica è
impossibile. Restano i complimenti, la consapevolezza di una
grande gara europea, forse un pizzico di rimpianto per quei
dieci minuti di sbandamento all’andata che hanno compromesso
questaChampions.
Resta il campionato, a cui tornare a pensare da domani.
Guerra in Ucraina, Polonia e Svezia decidono di non disputare lo
spareggio con la Russia per i Mondiali del Qatar: “È tempo di
agire”.
“Niente più parole,
è tempo di agire”. Con queste parole la federazione dicalciopolacca ha
comunicato la decisione di non disputare lasemifinale degli
spareggi per i Mondiali di calcio in Qatar in programma il 24
marzo prossimo aMosca contro
la nazionale russa. Una presa di posizione di una singola
nazione che arriva dopo le due decisioni prese da Uefa e Fia
ieri, che hanno rispettivamente deciso di spostare la finale di
Champions League da San
Pietroburgo a
Parigi e di cancellare il Gran Premio diFormula
1 di Sochi,
sul Mar Nero.La scelta di Varsavia è
arrivata con una nota stringata: “A causa dell’escalation
dell’aggressione della Federazione Russa nei confronti
dell’Ucraina, la nazionale polacca non ha intenzione di giocare
la partita di spareggio contro laRussia.
Questa è l’unica decisione giusta. Siamo in trattative con le
federazioni svedese ececa per
presentare una posizione comune alla Fifa”. La notizia è
comparsa sulll’account Facebook diCezaryKulesza,
presidente della Federcalcio polacca. Parole che, quindi,
anticipano una iniziativa simile anche delle altre leghe
calcistiche del girone di spareggio. Il match valido
per le qualificazioni alla Coppa del Mondo in Qatar contro la
Russia è previsto il 24 marzo a Mosca. La vincente affronterà o,
meglio, dovrebbe affrontare il 29 marzoSvezia oRepubblicaCeca.
Se l’incrocio dovesse essere tra Russia e Svezia, la sede
sarebbe già fissata a Mosca. E anche in questo caso ci sarebbero
dei problemi geopolitici, specie dopo la minaccia del Cremlino,
che ieri ha preannunciato conseguenze politiche e militari
qualora la Svezia (ma anche la Finlandia) decidessero di aderire
alla Nato.
Dopo la Polonia, del resto, anche la Svezia ha annunciato che
non accetterà di affrontare la Russia:
“Qualunque cosa decida la Fifa,
non giocheremo contro la Russia a marzo”, ha dichiarato il
presidente della Federcalcio svedese, Karl-Erik
Nilsson,
in una nota.Anche il centrocampista del Leeds
United e
della nazionale polaccaMateusz
Klich si
allinea alla scelta dellafedercalcio polacca:
“Non è una decisione facile, ma nella vita ci sono cose più
importanti delcalcio.
Il nostro pensiero va alla nazione ucraina e al nostro amico
della nazionale, TomaszKedziora,
che è ancora a Kiev con la sua famiglia”, è quanto scrive in un
post sul proprio account Twitter, sottolineando che i giocatori
hanno deciso “insieme” alla Federcalcio polacca
di non affrontare Russia.
.
Spende, spande, ma chiede gli aiuti di Stato: lo spudorato
“chiagni e fotti” della Serie A offende chi è stato rovinato dal
Covid (e ha continuato a pagare le tasse)
Spendono, spandono, ma poi i presidenti piangono
miseria. Dopo Vlahovic eGosens,
ma anche SergioOliveira,
Zakaria, Boga,
Ricci, un calciomercato faraonico, le richieste di ristori da
parte della Serie
A sono semplicementeindecenti.
Non siamo più neppure alla favola della cicala che
passa l’estate a cantare e poi si ritrova in inverno senza cibo,
perché l’inverno è arrivato da un pezzo e i club lo sanno
perfettamente. Qui siamo al “chiagni
e fotti” più spudorato.
Oggi si conclude un calciomercato ricco,
a livelli pre-Covid.
Dalla grande Juventus che è tornata a fare la Juventus, alla
piccolaSalernitana che
ha cambiato mezza squadra, si sono mossi tutti senza badare
troppo al portafoglio. Ma in questo non c’è nulla di male. Chi
crede che certe cifre sianoimmorali sbaglia,
la retorica delpauperismo fine
a se stesso lascia il tempo che trova. È giusto che una società
di calcio (che è un’azienda con unfatturatomilionario)
investa in quelli che sono i suoi asset, se ritiene di poterlo
fare. Tanto più che parliamo di operazioni intelligenti, a
partire da Vlahovic, un affare
indiscutibileda ogni punto di vista;
ma in generale tutte le squadre si sono mosse con lungimiranza,
guardando alla prossima stagione, investendo sul futuro.
Il problema non è il calciomercato. Il problema è come un comparto che
nell’ultimo mese ha speso complessivamente 150 milioni di euro
(impegnandone almeno un’altra cinquantina in obblighi
di riscatto) possa poi pretendere di non pagare le
tasse, oppure ricevereaiuti
dallo Stato. Con che faccia si presentino al governo
con certe richieste.
Bisognerebbe chiederlo al presidente della Serie A, Paolo
Dal Pino, che ha inviato una lettera a Palazzo
Chigiper invocare il sostegno del governo
(forse nemmeno lui mentre la firmava si è reso conto del
clamoroso autogol). Oppure al n.1 della Figc, GabrieleGravina,
che ha appena dichiarato una cosa sacrosanta: “Tra quello che
chiediamo e i comportamenti del
calcio a volte non c’è coerenza”. Però intanto si è fatto
promotore di un tavolo “per la definizione diristori al
mondo del calcio”, che non ha motivo di esistere. E in fondo una
risposta chiara dovrebbe darla anche la sottosegretaria allo
Sport, Valentina
Vezzali, che in un’intervista alSole
24 Ore ha parlato di “riforme in cambio di aiuti”,
ma non si capiva bene se fosse più carota o bastone, un’apertura
ai possibile ristori o un richiamo alle colpe del pallone.
Il calcio è ovviamente stato colpito dal Covid,
nessuno lo nega, ma non come sostiene (parliamo di un sistema
squilibrato che viveva ben oltre le sue possibilità già
da anni) e comunque non più di altri settori. A differenza di
attività che sono state davvero stroncate dallapandemia,
il pallone non si è praticamente mai fermato se non per qui
primi due mesi di lockdown.
Ha potuto salvare buona parte dei suoi ricavi (diritti
tv, sponsor, ecc.), rinunciando di fatto solo agli incassi da
stadio che in media valgono solo il 10% delbilancio di
un club. Ha appena ricevutouna sospensione
fiscale di quattro mesi, privilegio che ad altri
comparti non è stato concesso. C’è in ballo lacancellazione
del divieto
di pubblicità dalle scommesse, che è un tema politico.
Tutto il resto sono pretese irricevibili.Non
perché il calcio non meriti considerazione dallo Stato, ma
perché il problema è
appunto la coerenza. Se un’attività è in crisi, tira la cinghia
e non si imbarca inimpegnativi
progetti di
ristrutturazione. Se la Serie A è “un sistema sull’orlo delbaratro,
con margini di resistenza assottigliati al minimo” (parole di Beppe
Marotta,
amministratore delegato dell’Inter), dovrebbe pensare più alle
riforme che al calciomercato.
Invece di format ridotto del campionato, salarycap,
norme contro le commissioni degli
agenti non c’è traccia, mentre si vedono colpi da 90 milioni di
euro. Tanto poi arrivano iristoripubblici.
Da settimane è in corso un battage mediatico sempre più
esasperato per convincere PalazzoChigi.
“Il governo – ha detto minaccioso il patron del Napoli, Aurelio
De Laurentiis –
deve capire che 25 milioni di tifosi sono 25 milioni dielettori”.
Sono anche 25 milioni di persone che pagano regolarmente le tasse.
Plusvalenze, la Procura della Figc chiude le indagini su 11
club: tra loro Juventus e Napoli
Arriva dalla Procura federale della Figc la
notifica dellaconclusionedelle
indagini relative
alle cosiddetteplusvalenze. Lo
rende noto con un comunicato laJuventus che
ora, insieme agliundici
club coinvolti
(tra i qualiNapoli,
Sampdoria, Genoa eEmpoli),
hanno due
settimane di
tempo per accedere agli atti e articolare le propriedifese prima
della decisione della Procura Figc su eventuali deferimenti.
La nota della Juventus precisa inoltre che la chiusura delle
indagini fa riferimento ad alcuni trasferimenti perfezionati
negli esercizi2018/19, 2019/20 e2020/21.L’inchiesta
è quella che la Procura federale della Figc ha avviato nei
mesi scorsi, in seguito alla segnalazione della Covisoc, l’organismo
di controllo sulle società di calcio, e riguarda la
“valutazione degli effetti di talunitrasferimenti dei
diritti alle prestazioni di calciatori suibilanci e
alla contabilizzazione di plusvalenze”. I reati ipotizzati
sono la violazione dell’articolo
31,
comma 1, e degli articoli
6 e 4 del
Codice diGiustizia
Sportiva, ovvero
violazioni in materiagestionale edeconomica. Tra
gli undici club coinvolti, secondo quanto appreso, figurano
anche ilChievo
Verona e
ilNovara, società
scomparse nei mesi scorsi dal professionismo.
Inter-Liverpool 0-2, Firmino e Salah non perdonano: nerazzurri
quasi fuori dalla Champions
Bella prestazione della squadra
di Inzaghi, che però nel momento decisivo viene trafitta dalle
reti dei due attaccanti. Ora ad Anfield servirà una impresa.
Il tabellone di San Siro, crudele come gli uomini vestiti di
rosso, dice 0-2: si potrebbe pensare a una marea inglese
venuta a sommergere Milano, a un turno di Champions già
deciso, ma l’Inter
perde col Liverpool ben
oltre i propri demeriti. Esce a testa ben alta nonostante il
punteggio sanguinante. In fondo, la doppia beffa atroce nel
quarto d’ora finale non cancella una prova coraggiosa e
orgogliosa: prima che Firmino indovinasse la carambola di
testa e Salah infierisse oltre misura, agli uomini di Inzaghi
era mancato solo il graffio sotto porta. Ad Anfield, per
vincere e prolungare la speranza, servirà però qualcosa di
più: maggiora fortuna, certo, ma pure maggiore cinismo.Vidal,
sostituto dello squalificato Barella, che prova a trovare
dentro di sé tracce dell’Arturo che fu. Klopp, invece,
spedisce in campo il 18enne Elliott nel trio di centrocampo e
nessuno può esserne sorpreso: il tedesco ha una fiducia
smisurata nel ragazzo, più giovane esordiente della storia
della Premier (a 16 e 30 giorni appena nel 2019). Sin
dall’inizio i nerazzurri vogliono schermare le linee di
passaggio grazie a un superlavoro della mediana per evitare
così degli uno contro uno sanguinolenti: quando Salah al
secondo minuto punta dritto per dritto Bastoni un brivido
corre lunga la schiena dei 37mila di San Siro. Ma con coraggio
e senza timore alcuno l’Inter costruisce le migliori occasioni
del primo tempo: già al 5’ è insidioso un tiro di Lautaro che
prova a interrompere la maledizione del Toro, ma la vera
maxi-azione arriva minuti dopo, al 16’. Con un cross radente
di Perisic che pesca Calha liberissimo nell’area piccola:
controllo perfetto del turco, sinistro altrettanto bello e la
traversa che spezza in gola l’urlo dei tifosi.
FASCE E CUORE
—
È comunque il segno che l’Inter può davvero rovesciare il
tavolo sulle fasce: lì possiede due guerrieri, Ivan il
terribile e Dumfries capaci di reggere con continuità
l'impatto fisico e pronti a tenere (per quanto possibile)
bassi i loro dirimpettai. Ad esempio, su un cross
dell’olandese in ripartenza, che avrebbe spalancato Dzeko
davanti ad Alisson, serve un intervento super di Konaté per
salvare il Liverpool. Il resto è attenzione massima e
generosità diffusa in tutti i nerazzurri: non solo nei tre
centrali, ma a turno Vidal, Calha, Brozo e perfino Dzeko
devono difendere il fortino dentro l’area. Se nelle poche
palle perse in mediana si rischia di tremare, quando l’Inter
riesce a ripartire ha la possibilità di fare male per lo
spazio concesso alle spalle dagli uomini in rosso: due volte
Lautaro potrebbe battere ma tentenna troppo. Così, alla fine
di un primo tempo nerazzurro di lotta e intelligenza, brilla
soprattutto il doppio lavoro della mediana. E, tra loro, un
Calha “totale” si dimostra ad altezza big di Champions sia
per le occasioni create sia per la sicurezza nelle giocate
difensive.
LA RIPRESA
—
Klopp in avvio del secondo tempo prova a registrare qualcosa
nell’attacco che ha sparato a salve: fuori Jota, il cui
movimento ad uscire era stato inoffensivo, e dentro il più
esperto Firmino. Per capire l’enorme importanza di questo
cambio sulla partita bisognerà aspettare l’ultimo scorcio
del match anche perché all’inizio l’Inter non arretra
neanche un po’ dal piano partita. Anzi appare perfino più
coraggiosa nelle ripartenze: Vidal è arrembante quasi come
quando aveva dieci di meno e i due esterni alti quasi sulla
linea degli attaccanti. Perisic sferza spesso e volentieri
Alexander-Arnold dal suo lato e solo un cross un filo altino
impedisce a Lautaro di metterla dentro finalmente in questa
dopo un anno e tre mesi digiuno. Subito dopo su un altro
tiro secco in mezzo del croato Konaté salva ancora.
I CAMBI E LA BEFFA
—
E’ il momento di massimo forcing nerazzurro ed evidentemente
qualcosa negli inglesi non funziona a dovere. A questo punto
Klopp mischia ancora di più il mazzo al 60': entrano Keita
per Elliott, Henderson per Fabinho e Luis Diaz per Mané.
Proprio lo spagnolo dà uno spunto in più all’attacco Reds e
una provvidenziale chiusura di Skriniar frena una sua
conclusione potenzialmente velenosa. Il primo cambio della
gara Inzaghi lo fa al settantesimo e, come da tradizione,
c’è Sanchez che fa riposare Lautaro, a secco per l’ennesima
partita. Ma il destino sta consumando una beffa atroce per
la squadra di Simone, una rete su una spizzata dopo un
calcio d’angolo di Robertson pure piuttosto casuale: la
testata di Firmino dà alla palla una traiettoria inaspettata
che sorprende Handonovic sul secondo palo. Non c’erano state
grosse avvisaglie di marea rossa fino ad allora, eppure
quando manca un quarto d’ora alla fine della partita i
nerazzurri sono sott’acqua e di colpo senza forze. Un gol
indietro dopo l’enorme sforzo profuso e la fatica si sente
al punto che l’Inter subisce un altro colpo inatteso:
all’83’ una palla ballonzola in area, inoffensiva in
apparenza, e su stecca (l’ennesima in stagione) di De Vrij
segna Salah con un calcio debole e centrale. Qua sì che
Handa poteva fare di più. Esattamente ciò che servirà nel
tempio di Liverpool: di più.
Maurizio Zamparini e il suo Mercatone Zeta del pallone: da
Venezia a Palermo, storia di un presidente in direzione ostinata
e contraria
Allenatori cambiati come biancheria intima, attacchi alla
stampa, meravigliose intuizioni sportive e grandi casi, dal
Furto di Pergine al gol di Tuta contro il Bari: oggi il calcio
italiano (ma soprattutto la Laguna e il capoluogo siciliano)
piange un patron in grado di fare grandi due città calcistiche
nonché un formidabile polemista di successo
Per anni il senso della sua esistenza è
stato compresso in unvagoneferroviario.
Il ragazzo ci saliva sopra a Udine e
scendeva mezz’ora dopo aSevegliano.
Ogni domenica mattina. Sotto la neve gelida dell’inverno, sotto
il sole pallido della primavera.
Era un tragitto breve ma profondamente simbolico. Perché
prevedeva uno spogliamento,
annunciava una catarsi. Lo studente del collegio
Renati diventava
calciatore. Almeno per un giorno. Santificava lefeste muovendosi
rapido sul fronte d’attacco, vedendocorridoi,
segnando gol. Uno dietro l’altro. Dopo poco quella squadra allenata
da unfalegname e
presieduta da un maestro elementare gli andava già stretta.
Aveva bisogno di una nuova sfida. Solo che la sua ascesa si era
rivelata presto una faticosissimaarrampicata.
Aveva giocato in Prima
Categoria. Poi in Interregionale.
A venti anni la sua carriera come calciatore era già finita.
Inutile girarci intorno, il pallone non
lo avrebbe portato da nessuna parte. Meglio guardare altrove,
meglio sostituire i sogni con la concretezza. CosìMaurizio
Zamparini aveva scoperto il suo lato più pragmatico.
Aveva preso le sue iniziale e le aveva elevate a sistema. La
rivoluzione si chiamavaMercatoneZeta.
Significava creare centri
commerciali prima che gli altri ne avvertissero
l’esigenza. A neanche trent’anni aveva rivoluzionato il concetto
didistribuzionecommerciale in
Italia. Ma niente riesce ad attrarre la mente di un uomo più di
un’utopia abortita. Il calcio si trasforma in un richiamo al
quale Zamparini non riesce a resistere.
Nel 1986 ha un’idea singolare. Insieme a BeppeMarotta,
allora ds del Varese,
si presenta a casa di LambertoMazza.
È il presidente della Zanussi. Ma è anche il proprietario dell’Udinese.
I due sanno che il club sta vivendo un momento delicato. Così
presentano un’offerta ufficiosa. Mazza promette di pensarci. E
lo fa. Qualche giorno dopo richiama e annuncia la sua risposta. Niente
di fatto. Grazie e arrivederci. A luglio l’Udinese
passa in mano alla famiglia Pozzo.
È una sconfitta che non scalfisce le certezze di Zamparini.
Perché un club da comprare si dovrà pur trovare. Ed è vero. Poco
dopo Maurizio acquista il Pordenone,
che gioca in C2. Il palcoscenico è modesto, le prospettive di
crescita minime. Serve un’altra idea. Così Zamparini pesca
ancora nella stessa categoria. Compra il Mestre.
E anche il Venezia.
Poi le fonde insieme. L’ibrido si chiama VeneziaMestre.
Non il massimo dell’originalità. Ma il vero problema è che
l’operazione non piace a nessuno.
Per anni la tifoseria si spacca in due fazioni. Nella Curva
Sud si inneggia all’Unione.
Dalla parte opposta al Venezia. Spesso a fine partita i
supporter della stessa squadra di strappano gli striscioni fra
di loro. Qualche volta vengono addirittura alle mani. È inLaguna che
Zamparini affina l’arte della polemica. Un giorno si presenta
davanti aimicrofoni dei
giornalisti e dice: “Creare problemi inutili è evidentemente
nella natura deiveneziani.
Sono contento di non vivere in questa città, dove il tifo è
impazzito. I veneziani sono convinti che il semplice fatto di
esser nati qui dia loro una patente
speciale e che tutti gli altri siano pronti a dare per
Venezia senza ricevere nulla in cambio. Non è così”. Eppure
l’incipit aveva fatto pensare a uno sviluppo molto diverso della
storia.
Appena arrivato Zamparini spiega il suo progetto.
Annuncia la B in tre anni, chiede la costruzione di un nuovo
stadio, affida la squadra a FerruccioMazzola,
fratello minore di Sandro, uno che per tutta la vita si è dovuto
trascinare dietro il soprannome di Mazzolino.
È una scelta felice. Ferruccio conquista la promozione in C1. Ma
il suo contratto scade e non viene rinnovato. Al suo posto il
presidente chiama AldoCerantola.
È una scelta che scriverà il futuro del calcio italiano. Perché
inaugura una tendenza.
Quattro partite. Quattro sconfitte. Cerantola viene esonerato. E
con lui anche il direttore sportivo EnricoAlberti,
giudicato corresponsabile. “È lì che partì la mia carriera di mangia-allenatori“,
dirà anni dopo Zamparini. La cadetteria arriva dopo 4 stagioni.
Ad agguantarla è un allenatore di 38 anni che pratica un gioco
che Repubblica definisce
“zona effervescente”. Si chiamaAlbertoZaccheroni e
poco dopo avrà un destino particolare: sarà esonerato perMarchesi che
a sua volta sarà esonerato perZaccheroni.Ogni
volta che apre bocca Zamparini regala un titolo ai giornalisti.
Dice di non riuscire a seguire le partite allo stadio per via di
un eccessivonervosismo.
Preferisce girare in auto fino al fischio finale. Poi, visto che
quando è in tribuna la sua squadra perde, annuncia pubblicamente
il proprio autoesilio. “Riportare il Venezia in A è una sfida
con me stesso”, dice Zamparini. All’inizio sembra una battaglia contro
i mulini a vento. A settembre del 1994 assumeMaifredi.
Solo che il profeta del calcio champagne viene sollevato
dall’incarico dopo appena un mese e mezzo. Nel gennaio del 1995,
dopo una sconfitta contro il Como,
il presidente annuncia sanzioni contro i suoi giocatori. “Non si
comportano da professionisti –
dice – me li segnalano in discoteca in piena notte. Adesso
basta: sono i giocatori più pagati della Serie B, devono tirare
fuori gliattributi.
Niente buste paga fino a Pasqua, e se mi metteranno in mora
peggio per loro: un altro che li paga tanto quanto me non lo
trovano di certo”.A giugno del 1998, dopo dieci anni di
presidenza, Zamparini centra il suo sogno. Il Venezia di Walter
Novellino chiude
secondo il B. E viene promosso inSerie
A.
L’impatto con il massimo campionato è piuttosto difficile. Nelle
prime 8 partite mette insieme 6 sconfitte e due pareggi. Poi a
metà novembre batte in casa la Lazio di Eriksson per
2-0. Gol diPedone e
diTuta.
Ma è a gennaio che quella squadra diventa iconica. Per
l’acquisto di Recoba.
Per un gol non celebrato. Nella prima giornata di ritorno Tuta,
in pieno recupero, segna la rete che vale la vittoria sul Bari.
Solo che i suoi compagni salutano
la prodezza del brasiliano in maniera piuttosto fredda. “Poco
dopo che ero entrato in campo al posto di Recoba,Maniero mi
ha detto chiaramente che non dovevo segnare perché era meglio
che la partita finisse 1-1″. È una delle pagine più controverse
delcalcioitaliano.Zamparini
resta perplesso. Le sue prime dichiarazioni sono
concilianti. “In tv mi è sembrato strano che nessuno abbia
abbracciato Tuta dopo il gol, infatti ho subito telefonato a
Novellino. Se sapessi che c’ è statacombine,
lo licenzierei subito. Ma lui mi ha fatto notare che se un tecnico fa
entrare un attaccante come Tuta, significa che vuolvincere.
E poi non capisco per quale motivo i miei si sarebbero dovuti
accontentare dell’1-1: avevo promesso un premio da 200
milioni di
lire per la vittoria”. Poi, però, il presidente si esibisce in
quello che gli riesce meglio: scagliarsi contro la stampa.
Convoca una conferenza stampa alPalasport.
E lancia il suo affondo: “Hanno manipolato le parole di Tuta.
Maniero ha solo trasmesso al compagno gli ordini di
Novellino. È un puro. Di fronte a domande mirate direbbe
qualsiasi cosa. Ha 24 anni, ma è come unragazzino di
15. E non conosce l’italiano, anzi parla solo ildialetto
brasiliano del
Paranà”.
La domenica successiva il Venezia impatta 2-2 in casa del Parma.
Maniero segna ancora. Anche stavolta su assist di Recoba. E
anche stavolta non festeggia. “Non
esultare è il nostro modo di esultare: noi gioiamo
dentro. Anche domenica scorsa contro ilBari avevamo
fatto così”. A fine anno ilagunari chiudono
undicesimi. È un record. Al posto di Novellino viene chiamatoSpalletti.
È qui che Zamparini perfeziona i suoi esoneri seriali: via
Spalletti, dentro Materazzi,
che poi viene sostituito da Spalletti che alla fine lascia
spazio a FrancescoOddo.
È una formula magica che non riesce a evitare la retrocessione.
Le ultime due stagioni a Venezia sono altalenanti. CesarePrandelli riconquista
la A. Ma è una gioia effimera. Perché un anno dopo ricomincia laparaboladiscendente.
La data che cambia la sua vita è quella del 21
luglio del 2002. Maurizio Zamparini si interessa alGenoa,
ma poi acquista il Palermo daFrancoSensi.
Fanno 15 milioni di euro pagabili in tre anni. È l’inizio della
sua avventura piratesca e picaresca. Ora l’uomo di Bagnaria
Arsa non è più comparsa, ma protagonista. Il suo primo
atto è qualcosa di simile al capolavoro. EsoneraRobertoPruzzo,
che era stato nominato allenatore il giorno prima, e offre la
panchina a EzioGlerean.
“Almeno tre allenamenti sono riuscito a dirigerli”, commenta
l’ex bomber giallorosso. Cento tifosi si riuniscono davanti
alla Favorita e
stappano una bottiglia di spumante dopo l’altra. I calciatori
non sono poi così entusiasti. In 11 abbandonano il ritiro del
Palermo di notte. E sempre nella notte si consuma quello che
passa alla storia come ilFurto
di Pergine.Zamparini
fa salire su un pulmino 12 giocatori (GenerosoRossi,
Fabio Bilica, KewullayConteh,
Francesco Modesto, ValentinoLai,
Antonio Marasco, StefanoMorrone,
Frank Olivier Ongfiang, Mario Santana. Evans Soligo, poi
riprestato al Venezia, Arturo
Di Napoli e
Filippo Maniero) e li porta nel ritiro delPalermo.
È un gioco di prestigio che lascia sgomenti i tifosi del
Venezia. Ma a nessuno sembra importare. La promozione in A
arriva al secondo tentativo. Dopo 24 giornate Silvio
Baldini lascia
la squadra aFrancescoGuidolin.
I rosanero chiudono primi. Grazie anche ai trenta gol segnati
da LucaToni.
Il ritorno in Serie A è straordinario. Il Palermo chiude sesto.
E vola in CoppaUefa.
Zamparini fa semplicemente Zamparini. Quindi diventa una specie
di sciamano. Persona e personaggio insieme, tanto che a volte
non si riesce a distinguere dove finisca l’uno e inizi l’altro.
In Europa il
Palermo arriva fino agliottavi
di finale.
Gioca contro lo Schalke
04.
Al Barbera finisce 1-0 grazie a una rete di Brienza.
Ma sotto il cielo che non ride mai di Gelsenkirchen va
in scena una gara molto diversa.I tedeschi vincono 3-0. E si
aggiudicano una partita senza storia. Il Palermo era
arrivato alla competizione internazionale come meteora. E ora
sogna di diventare presenza fissa. D’altra parte nel 2006 può
schierare 4 campioni del mondo:Zaccardo,
Barzagli, Barone e
Grosso. Fino al 2012 disputa altre 4 edizioni dell’Europa League.
Sempre con alterne fortune. Il sogno sembra a portata di mano il
29 maggio del 2011. All’Olimpico
di Roma i
rosanero si giocano la finale diCoppa
Italia contro
l’Inter diLeonardo.
Delio Rossi manda in campo una squadra con Sirigu,
Cassani, Balzaretti,
Nocerino, Pastore,
Ilicic e Abel
Hernandez.
In panchina si porta Pinilla, Miccoli e
Liverani. L’occasione della vita si infrange contro una squadra
troppo forte. I nerazzurri vincono 3-1. E alzano al cielo iltrofeo.
Il Palermo sfiora successi, ma niente riesce a intaccare la predisposizione del
presidente all’esonero. Solo inSicilia sono
31 gli allenatori sollevati dall’incarico.Tutto seguendo uno schemasurreale,
fatto di licenziamenti e di richiami ciclici, La stagione
2015/2016 è qualcosa di molto vicino al sublime. Zamparini
conferma Iachini,
poi lo cambia con Ballardini,
che sostituisce con Viviani,
che licenzia per fase spazio a Bosi,
che poi lascia il posto a Tedesco al
quale subentra ancoraIachini,
che viene rimpiazzato da Novellino che
infine lascia il posto aBallardini.
Il risultato è un sedicesimo posto che segna l’inizio della
parabola discendente del Palermo. Sono gli anni più intensi di
un club che per la prima volta è capace di sognare in grande,
che diventa incubatrice del
talento di calciatori comeCavani, Pastore,
Dybala, Belotti,
Vazquez, Amauri,
Amelia. Una storia che è impossibile separare da quella del suo presidente,
un uomo che ha passato tutta la sua esistenza in direzione
ostinata econtraria,
anche a costo di incarnare quella frase di BertoltBrecht che
recita: “Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri
posti erano occupati”.
Milan-Spezia, il grande errore di Serra è una piccola
rivoluzione: ha falsato il campionato, ma chiedendo scusa ha
dato una lezione agli italiani
Il giovane fischietto che ha tolto la vittoria ai rossoneri ha
commesso un obbrobrio tecnico, ma ha avuto il coraggio di
chiedere scusa. E ha dimostrato cosa succede quando lo fa:
niente. Ammettere gli sbagli spazzerebbe via il campo da
teorie di complotti e manie di persecuzione,
disintossicherebbe il pallone italiano dai suoi veleni.
Minuto 92 di Milan-Spezia.
Sul punteggio di 1-1, l’arbitro Marco
Serra fischia
precipitosamente un contatto al limite dell’area fraRebic eNikolau per
assegnare la punizione ai rossoneri, la palla intanto è
scivolata versoMessias che
col sinistro ha firmato a tempo scaduto il gol di unavittoria
pesantissima.
Ma non vale: il fischio è arrivato prima, anche il direttore
di gara se ne accorge e chiede
scusa ma
il pasticcio ormai è fatto, non si può tornare indietro. Il
Milan non
vince,
anzi addirittura perde all’ultimo
secondo in contropiede. Ma Serra, a suo modo, è un “eroe”:
probabilmenteha
condizionato il campionato,
è vero, ma ha anche dato una
lezione a
tutto il calcio italiano.Sull’episodio in sé, non c’è
praticamente nulla da dire: un obbrobrio
tecnico,
dettato dalla fretta, dall’inesperienza o
dallatensione,
chissà. Ma non c’è altro da aggiungere: nessuna dietrologia,
un semplice sbaglio in buona fede. E questo perché Serra ha
commesso un errore
abnorme e
una piccola rivoluzione: ha mostrato che anche un arbitropuò
chiedere scusa.
E ha dimostrato cosa succede quando lo fa: niente.
Nessuna protesta, nessuna polemica. Certo, a fine gara ci sono
state le dichiarazioni amareggiate di Pioli e
l’ira social deitifosi,
ma una delegazione del club rossonero si è confrontata col
direttore di gara accettando le sue scuse, lo ha persino
rincuorato. Insomma, solo accettazione dell’errore
umano,
come spiega la reazione di Rebic, che gli prende la testa fra
le mani e gli sorride
sconsolato.
Perché anche gli arbitri sono uomini e possono
sbagliare come
tutti,nessuno
ha mai preteso il contrario.È
quello che dovrebbe succedere sempre e che invece in Serie
A non
succedequasi
mai.
Spiegare pubblicamente le decisioni (come
da tempo si propone) ed eventualmenteammettere gli
sbagli spazzerebbe via il campo da teorie dicomplotti e
manie di persecuzione,disintossicherebbe ilpallone
italiano dai
suoi veleni. Invece per anni la classe arbitrale, una vera e
propria casta, ha fatto tutto ciò che era in suo potere per
mettersi su un
piedistallo, rimanere
intoccabile e insondabile,
anche quando aveva palesemente torto. Oggi tutti se la
prendono col povero Serra, c’è chi profila un lungo
stop per
lui, chi addirittura lo vorrebbebandito per
sempre dai campi da gioco. Ma cento volte meglio il suo
errore, tanto marchiano quanto genuino,
di un arbitro che si rifiuta di andare al Var o che nega
l’evidenza davanti
al video pur di non smentire se stesso. Una scena a cui in
Italia siamoabituati da
troppo tempo.In fondo, lo stesso identico errore lo ha
commesso un arbitro ben più importante e celebrato, Daniele
Orsato,
in un Juve-Roma di
inizio stagione, quando ha annullato il gol diAbraham per
fischiare unrigore
precedente (poi
sbagliato daVeretout).
Solo che a differenza di Serra, con la tipica sicumera del
fischietto italiano lui non
ha mai chiesto scusa,
anzi ha preteso pure di avere ragione dispensando improbabili lezioni
di diritto nell’intervallo.
Non ha costretto l’Aia a
fare pubblica ammenda enon
è stato sospeso.
Adesso invece Serra pagherà, per aver sbagliato ma soprattutto
per essere
stato onesto.
Non che vada premiato per il suo errore, ci mancherebbe.
L’arbitro Serra va fermato, con la giusta
sanzione prevista
da questa casistica, nulla di più. Ma soprattutto va preso ad
esempio. Perché Milan-Speziaè
stata una lezione per
la classe arbitrale e per tutto il calcio italiano.
.
.
Festa Inter in Supercoppa: Sanchez punisce
la Juve al 121'!
Un gol di Sanchez all'ultima azione prima dei calci di rigore,
favorito da una follia di Alex Sandro nell'area della Juventus,
consegna la Supercoppa Italiana all'Inter, che batte così 2-1
in rimonta i bianconeri. In una serata glaciale a San Siro si
sono contrapposte due filosofie: da un lato la voglia di
manovra e possesso interista, dall’altro la solidità e la
pazienza della Juve, virtù ritrovate dopo la follia bianconera
vista all’Olimpico. Alla fine è stata così premiata la scelta
di Simone, quando tutto sembrava ormai apparecchiato per i
calci di rigore. L'Inter può così alzare la prima coppa
stagionale.
All’inizio la Juve usa Kulusevski in marcatura per contenere il
dinamismo di Brozo, in odor di rinnovo e molto più svagato del
solito, mentre McKennie e Bernardeschi tentano di aprirsi ai
lati di Morata. L’Inter, invece, è fedele alla sua indole
coraggiosa e pressa alto sin dall’inizio, più o meno come aveva
fatto nella gara di campionato. Dialoga come sa fare ai limiti
dell’area e così Lautaro finisce per divorare un gol clamoroso
su tocchetto furbo di Barella. Poi Inzaghi quasi si mangia il
quarto uomo mentre reclama un rigore per contatto sospetto
Barella-Chiellini. Col tempo, però, dopo i primi 15’ di sfogo,
la Juve trova il modo di assorbire la pressione nemica e riesce
a risalire la corrente, fino al punto di costruire una palla gol
macroscopica su errore, altrettanto macroscopico, di Brozo:
Bernardeschi, dopo aver rubato bene palla avrebbe una autostrada
davanti, ma si incaponisce nel dribbling su De Vrij anziché
servire Morata, solo soletto a centro area. La difesa nerazzurra
è, però, stranamente in vena di regali e, infatti, al 26esimo
ecco il patatrac: un cross di Morata sporcato da Skriniar piove
a metà tra Bastoni e De Vrij, entrambi indecisi, e McKennie è
lesto a metterci la zucca per l’1-0.
IL PARI E' SERVITO
—
È il piano di Allegri che trova compimento: difesa ardita e
cinismo davanti. Al contrario, la botta disunisce la squadra
di Inzaghi per alcuni minuti in cui è la Juve ad avere uno
slancio visto raramente in questa stagione. Ma è solo
un’illusione, una piccola deviazione dalla sceneggiatura
originale: l’Inter ritrova presto campo, torna a giocare sulle
solite frequenze, finché è Dzeko a ricevere un gentile omaggio
dagli avversari. L’eroe di Roma De Sciglio fa un intervento
sciagurato sul bosniaco in area: rigore netto e pari dal
dischetto di Lautaro con destro deciso. L’1-1 di un primo
tempo comunque a tinte nerazzurre rischia pure di traballare
sul finale: il tentativo di autorete di Rabiot avrebbe
meritato un passaggio su Mai Dire Gol.
POKER
—
La ripresa senza cambi comincia con due occasioni sul sinistro
tagliente di Bernardeschi che, però, non cambiano di molto
l’andamento della contesa: l’Inter cerca con più insistenza la
manovra sbattendo poi sul muro difensivo guidato da Chiellini,
l’uomo a cui affidarsi nella bufera. Quando poi d’improvviso
sbuca la testa di Dumfries alle spalle del solito, decadente
Alex Sandro ci pensano un po’ il palo e un po’ Perin a
conservare il pareggio. È il segno che il controllo del campo
da parte dei nerazzurri sta pericolosamente crescendo, mentre
la Juve arretra verso una partita sempre più di contenimento.
Il tutto mentre Dybala continua a scaldarsi ai lati del campo.
Allegri, però, resta fedele al suo progetto e manda in campo
il suo fuoriclasse al posto di un deludente Kulu solo per
l’ultimo quarto d’ora. Come in una mano di poker, più o meno
negli stessi momenti, pure Inzaghi gioca la sua carta (doppia)
a sorpresa, modificando per intero la fisionomia dell’attacco:
fuori Lautaro-Dzeko, dentro Sanchez-Correa. Nessuna delle due
mosse ha inciso subito e così il match si è trascinato
stancamente fino al 121', dopo 30' di supplementari in cui gli
unici brividi erano arrivati da un sinistro di Dybala e
soprattutto da un colpo di testa del solito Sanchez fuori di
pochissimo.
Inter campione d’inverno con una giornata d’anticipo: in un mese
da -7 a +4. Adesso il vero avversario diventa il calendario
FATTO FOOTBALL CLUB - Dopo il Torino la squadra di Inzaghi è
attesa da un tour de force: dopo l’Epifania Lazio e Atalanta
con in mezzo la finale di Supercoppa contro la Juventus, un
breve respiro, poi l’accoppiata Milan-Napoli prima della sfida
impossibile in Champions al Liverpool. Sarà un mese decisivo,
dove si possono lasciare punti sul campo, vedere crollare
certezze che oggi sembrano consolidate, riaprire tutto. Oppure
chiudere i giochi.
21 novembre 2021: l’Inter di Inzaghi è all’ultima chiamata
contro il Napoli,
a -7 dalla vetta.A
metà del primo tempo dopo il gol dello svantaggio segnato da Zielinski rischia
di sprofondare addirittura a -10.
In tribuna a SanSiro,
tra gli affilati commentatori della domenica, c’è già chi
parla di nerazzurri fuori
dalla lotta scudetto. Meno di un mese dopo, la stessa Inter d’Inzaghi è
campione d’inverno con una giornata d’anticipo, ben 4 punti di
distacco sulle primeinseguitrici.
Il contrasto fra la piccola distanza temporale e l’enorme
differenza negli umori del campionato è
la testimonianza della rivoluzione che c’è stata in Serie A. I
motivi sono tanti ma primo fra tutti il lavoro diSimoneInzaghi,
che fin qui ha realizzato un autentico capolavoro,
che ha iniziato a prender forma proprio da quella sfida contro
il Napoli.
È presto per sperticarsi in lodi o avventurarsi in paragoni
col passato e con Conte,
un po’ perché questa squadra non esisterebbe senza la
precedente, un po’ perché deve ancora vincere altrimenti non
avrà fatto nulla. Detto ciò, i risultati delle ultime
settimane (in
Italia ma anche in Europa, con il girone diChampions finalmente
superato), soprattutto il gioco mostrato (16 reti segnate e 0
subite nelle ultime 5 gare) hanno letteralmente ribaltato il
campionato. L’Inter era la squadra più forte l’anno scorso, e
probabilmente lo era ancora dopo aver persoLukaku, Hakimi e
Conte, ma certo dopo la smobilitazione estiva non era scontato
ritrovarsi qui a questo punto, e soprattutto in questo modo.Se
i nerazzurri corrono,
le altre arrancano.Milan eNapoli si
sono fermate, come ogni annoci
si illude che non debba accadere e come poi si verifica
puntualmente,
per il semplice fatto che non sono attrezzate per
reggere il doppio impegno con la coppa e un ritmo di vertice
così serrato. E anche i tanti infortuni di cui si lamentano i
tifosi sono più la conseguenza che la causa di questorallentamento,
frutto della mancanza di alternative e quindi dell’eccessivo
logorio dei titolari (cosa
che all’Inter non succede, grazie anche al turnover di Inzaghi),
oltre che della sfiga. C’è un altro fattore, non trascurabile:
ilcalendario,
che è stato un importante alleato dei nerazzurri nella
cavalcata, e diventerà a questo punto forse anche il loro
principale, se non unico
avversario.
Senza nulla togliere a Inzaghi e i suoi ragazzi, non si può
omettere che la striscia di vittorie consecutive è stata
agevolata anche da una serie di incontriabbordabili,
contro piccole provinciali (Venezia, Spezia),
squadre allo sbando (Cagliari, Salernitana)
o in grande difficoltà (Roma).
Il merito dei nerazzurri è stato vincere con una naturalezza disarmante,
far sembrare queste partite delle passeggiate, e in alcuni
casi lo sono state per davvero. Ma diciamo che anche un’Inter
meno in forma e meno in fiducia di quella straripante di
adesso avrebbe potuto far comunquebottinopieno.
Anche così si spiega il clamoroso +11 di differenza in
classifica.Adesso però la strada non sarà più tutta in discesa,
vista la novità del calendario asimmetrico che non prevede più
gli stessi turni fra andata e ritorno. Già in settimana,
nell’ultima giornata prima di Natale, il Torino diJuric promette
di essere un avversario più coriaceo dei precedenti. Poi, dopo
l’Epifania, inizierà un vero e proprio tour de force:Lazio eAtalanta con
in mezzo la finale diSupercoppa contro
laJuventus,
un breve respiro e poi l’accoppiata Milan–Napoli,
subito prima della sfida impossibile in Champions al Liverpool.
Sarà un mese terribile e decisivo, dove si possono lasciare
punti sul campo, vedere crollare certezze che oggi sembrano
consolidate, riaprire tutto, perché in fondo prima che col
Napoli all’andata l’Inter di scontri diretti non ne aveva
vinto neanche uno. Oppure chiudere i giochi.
Se non la ferma il calendario,
non la ferma più nessuno.
Inter-Torino 1-0; i nerazzurri soffrono, Dumfries risolve il
rebus granata
di Franco Vanni
L'esultanza di Dumfries (reuters)
Decide l'olandese nel primo tempo una gara interpretata molto
bene dagli ospiti. Per la capolista sono punti pesanti
Milano, i pm indagano sulle plusvalenze dell’Inter: acquisizioni
delle Fiamme Gialle nella sede del club e in quella della Lega
Calcio
Al momento l'indagine è a carico di ignoti e l'accusa
ipotizzata parla di false comunicazioni sociali, come si
evince da una nota stampa dei magistrati del capoluogo
lombardo. Accertamenti su plusvalenze di 100 milioni relative
alla cessione di una decina di giocatori di fascia medio-bassa,
alcuni anche delle giovanili. Gli stessi magistrati hanno
analizzato anche i documenti contabili del Milan, non
rilevando alcuna presunta irregolarità.
Dopo Torino ecco
Milano. Dopo laJuventus ecco
l’Inter.
La Procura del capoluogo lombardo ha aperto un’inchiesta
sulle plusvalenze della
società nerazzurra relative agli anni 2017/19. Al momento
l’indagine è a carico di ignoti e l’accusa ipotizzata parla difalso
in bilancio,
come si evince da una nota stampa dei magistrati milanesi.
Fatto sta che nell’ambito di questa attivitàinvestigativa,
nella giornata di oggi i militari della Guardia di Finanza
hanno eseguito acquisizioni di documenti nelle sedi sia della
società nerazzurra che della Lega calcio di Serie A. Nella
fattispecie, si stanno facendo accertamenti su plusvalenze di100
milioni relative
a due annualità, 2017/18 e 2018/19, per la cessione di unadecina digiocatori difascia
medio-bassa,
alcuni anche delle giovanili. In particolare, in uno dei due
esercizi finiti al centro dell’indagine, l’Inter proprio
dalla compravendita di
giovani calciatori avrebbe realizzato plusvalenze pari al 10%
dei ricavi. Tra le operazioni nel mirino, ci sono anche quelle
che riguardano il portiere romenoIonutRadu,
l’attaccante AndreaPinamonti e
belgaZinhoVanheusend.
La Procura di Milano punta a verificare se siano state
effettuate vendite ‘gonfiate’, ossia col valore dei calciatoriceduti o
scambiati ‘pompato’ per truccare i bilanci con una ‘window
dressing‘,
un’alterazione dei rendiconti utile
a fornire una migliore apparenza dellasituazionesocietaria.
Una presunta “cosmesi” che potrebbe essere servita – è
l’ipotesi tutta da verificare – per rientrare nei parametri
del “fair
play finanziario”
per partecipare alle competizioni europee.
Nella sede della Lega di Serie A, invece, i militari sono
andati per acquisire copia dei contratti dei giovani
atleti dell’Inter
finiti al centro dell’indagine. “Nessun tesserato dell’Inter è
indagato. Nessuna contestazione è stata formalizzata. Come
recita il comunicato stesso della Procura, si tratta di
indagini preliminari” ha fatto sapere la società nerazzurra. I
pm di MilanoGiovanna
Cavalleri eGiovanniPolizzi assieme
al procuratore aggiuntoMaurizioRomanelli,
titolari del fascicolo sulle presunte irregolarità nei bilanci
dell’Inter, hanno analizzato da fonti aperte anche i documenti
contabili del Milan dai
quali, è stato riferito, non sono emerse criticità. Al
contrario, dall’esame della documentazione pubblica sui siti
dellasocietà
nerazzurra sarebbero
emerse dati che hanno portato a effettuare approfondimenti con
le acquisizioni di oggi. L’indagine milanese è nata in
autonomia e temporalmente dopo quella diTorino.
Il canovaccio, tuttavia, è lo stesso. Lo scorso 26 novembre,
si ricorderà, i pm piemontesi avevano mandato le FiammeGialle nelle
sedi della Juventus per “reperire documentazione ed altri
elementi utili relativi ai bilanci societari approvati negli
anni dal 2019 al 2021, con riferimento sia alle compravendite
di diritti alle prestazioni sportive dei giocatori, sia alla
regolare formazione dei bilanci”. Per quanto riguarda l‘indagine
torinese i
pm volevano verificare “ipotesi di reato di false
comunicazioni delle società quotate ed emissione di fatture
per operazioni inesistenti, nei confronti del vertice
societario e dei direttori delle aree business, financial e
gestione sportiva”. Per questo motivo vennero iscritti nel
registro degli indagati il presidente juventinoAndreaAgnelli,
il suo vice PavelNedved,
l’ex direttore sportivo Fabio
Paratici (oggi
al Tottenham) e altri quattro dirigenti. L’inchiesta, poi, è
andata avanti: sono emersi i dettagli, gli scambi fuori
mercato e senza denaro di calciatori, i giochi contabili peraggiustare i
bilanci, ha fatto scalpore la fantomatica “carta
segreta”
sui compensi di Ronaldo che non è stata mai trovata
(nonostante i finanziari siano ritornati nelle sedi dei
bianconeri) e nel mirino sono finiti anche i procuratori di
alcuni calciatori. Sui conti e sulle operazioni di mercato
fatte dalla Juve si
indaga ancora. Quella sul calciomercato dell’Inter è
appena iniziata o, almeno, se ne è appena avutanotizia.
Il nuovo San Siro sarà una Cattedrale: Inter e Milan
scelgono il progetto di Populous ispirato al Duomo e alla
Galleria
di Alessia Gallione
Una struttura più piccola rispetto al Meazza, sostenibile dal
punto di vista energetico e capace, con installazioni
tecnologiche, di ‘indossare’ i colori e i simboli di Inter e
Milan a seconda del club che gioca in casa. Scomparse le due
torri destinate a uffici e hotel resta la parte destinata ai
negozi. Dovrebbe essere inaugurata per la stagione nel
2026-2027
Udinese-Salernitana: alla Dacia Arena va in scena il remake di
Juventus-Napoli
Dopo che l'Asl di Salerno ha bloccato la partenza dei granata,
visto il mancato rinvio da parte della Lega, bianconeri e
squadra arbitrale si sono presentati regolarmente in campo.
Dopo 45' di attesa è stata dichiarata l'impossibilità di
disputare il match: la palla passa alla giustizia sportiva
A oltre un anno di distanza da Juventus-Napoli niente sembra
essere cambiato. Le stesse scene viste il 4 ottobre 2020 allo
Stadium di Torino si sono ripetute questa sera alla Dacia
Arena di Udine.
Dopo che l'Asl
di Salerno ha bloccato la partenza per
il Friuli della compagine allenata da Stefano Colantuono per i
casi Covid all'interno del gruppo squadra, visto il mancato
rinvio del match da parte della Lega, l'Udinese
si è regolarmente presentata allo stadio, dove sono arrivati anche
il direttore di gara Camplone e i suoi collaboratori. Dopo 45
minuti di attesa l'arbitro ha decretato l'impossibilità di
disputare la partita, perché una delle due formazioni non era
presente.
Atalanta-Roma 1-4, Abraham si scatena e trascina i giallorossi
dal nostro inviato Emanuele Gamba
Tammy Abraham esulta (reuters)
Grande prova del britannico, che apre e chiude le marcature
per la squadra di Mourinho. Di Zaniolo e Smalling le altre
reti, un'autogol di Cristante illude i nerazzurri
.
Salernitana-Inter 0-5: record dei nerazzurri, che nel 2021
hanno segnato più di 100 gol in Serie A
dal nostro inviato Franco Vanni
Denzel Dumfries, autore dello 0-2 alla Salernitana e del
centesimo gol dell'Inter nel 2021 (afp)
La squadra di Inzaghi batte il primato di 99 reti che, nella
storia del club, resisteva dal 1950. Cinque marcatori diversi:
apre Perisic, Dumfries firma la cifra tonda, Sanchez cala il
tris. Gioie anche per Lautaro e Gagliardini
.
.
Juventus indagata, le intercettazioni – Da Cristiano Ronaldo e
quella “carta famosa che non deve esistere” a “tutta la merda
che sta sotto e che non si può dire”
Nel decreto di perquisizione i particolari dell'inchiesta della
Procura di Torino. Gli inquirenti parlano di tre tipologie di
operazioni “sospette”: acquisti "a specchio", ipervalutazione
dei giovani, ingaggio di calciatori in scadenza. Così nascevano
le plusvalenze nel mirino di chi indaga e i 280 milioni di
ricavi incriminati
La bolla è scoppiata. Il segreto
di Pulcinella,
le plusvalenze “gonfiate” della Juventus su
cui qualsiasi tifoso avrà scherzato al bar almeno una volta,
sono diventate un’indagine della Procura di Torino, conintercettazioni,
sequestri, perquisizioni che fanno tremare i vertici bianconeri.
Dal presidente Andrea
Agnelli al
vicePavel
Nedved,
passando per l’ex direttore generale Fabio
Paratici,
il “re delle plusvalenze”: tutti indagati. Nel mirino degli
inquirenti ci sono 280 milioni di euro di ricavi “sospetti” e
pure i rapporti economici con CristianoRonaldo.
“Operazione
Prisma”:
è questo il nome in codice del fascicolo, aperto in Procura
dallo scorso maggio. Se ne occupa un pool di magistrati composto
dai pm CiroSantoriello,
Marco Gianoglio e MarioBendoni.
Le operazioni sono scattate il venerdì, anche per non
condizionare il titolo in Borsa. La Juventus infatti
è una delle poche squadre italiane quotate (insieme aRoma eLazio), e
proprio questo aveva determinato l’interessamento della Consob nelle
scorse settimane.
E probabilmente ha favorito anche l’apertura dell’inchiesta in
Procura. Le ipotesi di reato sono false
comunicazioni sociali ed
emissione di fatture per operazioni inesistenti. Gli indagati
sono sei: oltre ai vertici, anche gli uomini dei conti
bianconeri Stefano
Cerrato eStefanoBertola,
e l’ex dirigente finanziario MarcoRe.
Oltre alla Juventus, in veste di persona giuridica.Nelle 12
pagine del decreto di sequestro si capisce in che direzione si
muoverà e si sta già muovendo l’inchiesta: ricostruire milione
per milione, operazione per operazione, tutte leplusvalenze della
Juventus negli ultimi tre anni, per capire se davvero grazie a
questoespediente è
stato realizzato un “ricavo di
natura meramente contabile e in ultima analisifittizio”
. L’accusa è quello di “conseguire per sé o per altri un
ingiusto profitto nei bilanci”. Parliamo di 282 milioni di euro
totali: 131 milioni nel bilancio chiuso al 30 giugno 2019, 119
milioni nel 2020, 30 milioni nel 2021. Gli inquirenti parlano di tre
tipologie di operazioni “sospette”:
gli acquisti “a specchio” con altre società, in cui la Juve e lacontroparte si
scambiavano uno o più giocatori “a somma zero, con conseguente
assenza dimovimento
finanziario e
presenza di un duplice effetto positivo”; l’ipervalutazione di
giovani calciatori, o di giocatori in scadenza di contratto.
Nelle carte, si fanno persino i nomi:Akè eTongyaHeubang,
scambiati con l’Olympique
Marsiglia per
8 milioni ciascuno. OppureMarques ePereira col
Barcellona. E ancora, i famosiRovella ePortanova col
Genoa.Gli
scambi “scandalosi” li conoscevamo tutti:
nelle scorse settimane del resto la Covisoc aveva
anche inviato una lunga e dettagliata lista alla Procura Figc.
Adesso se ne sono accorti pure imagistrati:
le operazioni, registrando per intero il ricavo nell’esercizio
in corso e spalmando i costi in quelli successivi, determinano
“un miglioramento
fraudolento degli
indici di bilancia”.Ma la parte più interessante probabilmente
sono le intercettazioni.
Da quanto si capisce, i vertici
bianconeri sono
stati ascoltati nel periodo dell’ultimo mercato estivo. Nel
decreto non ci sono tutte leconversazioniregistrate,
solo un assaggio. Che dimostra come i dirigenti fossero
pienamente consapevoli di
quello che stavano facendo, di quanto lasituazione
finanziaria della
società fosse grave e dei trucchi necessari per provare a
tamponare le perdite. “Hanno chiesto di fa’ le plusvalenze”,
“che almenoFabio (Paratici,
ndr), dovevi fa’ le plusvalenze e facevi le plusvalenze”. La
Juve viene paragonata a una “macchinaingolfata”
a causa di investimenti oltre le previsioni di budget.
E il Coronavirus,
per cui il calcio italiano da mesi piange miseria e chiede aiuti
allo Stato, è stato solo l’ultima spinta verso il baratro per un sistema che
non stava in piedi già da tempo, come ha raccontato più volteIl
Fatto quotidiano.
“Sì, ma non era solo il Covid,
e questo lo sappiamo bene!”. A un certo punto i dirigenti
parlano anche di una “carta
famosa che
non deve esistere teoricamente”: si tratta di unascrittura
privata relativa
al rapporto contrattuale e le retribuzioni arretrate diCristianoRonaldo,
ed è la motivazione per cui gli inquirenti hanno messo nel
mirino anche gli accordi col campione
portoghese (che
non è indagato). “Tutta la merda che sta sotto che non si può
dire”, come spiegano imanager
bianconeri nelle
intercettazioni. Adesso sta venendo fuori.
Salernitana, la Serie A vota per farle finire il campionato: è
la vittoria di Lotito. Ora Gravina è con le spalle al muro.
Mancano due settimane all’esclusione della Salernitana dal
campionato. Le regole parlano chiaro ma in Italia non si
rispettano quasi mai e laFederCalcio,
dopo essere già scesa a compromessi quest’estate, rischia di
dover fare un altro passo indietro. La Serie
A si
è schierata conClaudio
Lotito,
o meglio con se stessa perché da qualsiasi punto di vista lo si
guardi, sportivo, economico, reputazionale, un campionato
zoppo,
ridotto a 19 squadre a metà stagione, sarebbe un disastro. Nel
prossimo consiglio federale chiederà ufficialmente di lasciar
terminare la stagione al club campano, mettendo spalle al muro Gabriele
Gravina.
Il numero 1 della Figc si
troverà a dover scegliere fra due opzioni altrettanto
sgradevoli: applicare la legge, arrecando però un danno
devastante al sistema, oppure cedere e perdere la faccia, oltre
che il braccio di ferro col “nemico” Lotito. Il bubbone
Salernitana ormai è scoppiato. Melior
Trust eWidar
Trust,
a cui è affidata la scatola in cui si trova il club, hanno
comunicato la brutta notizia che era nell’aria: non
ci sono offerte concrete.
O meglio, nessuna delle offerte arrivate (perché qualcosa nella
busta del bando c’era) è “accettabile”. Cosa si intenda, se il
problema è il prezzo preteso da Lotito (che partiva da una
valutazione di 40
milioni)
o delle carenze documentali, lo sanno solo loro. Paolo
Bertoli,
uno dei tecnici incaricati, insiste sul concetto di “solidità
patrimoniale”:
“Immaginatevi che pasticcio se dovessimo vendere a qualcuno che
il giorno dopo fallisce”, ha spiegato. Dunque mancherebbero le
garanzie, gli acquirenti che si sono fatti avanti non sarebbero
abbastanza affidabili. La sostanza però è che la scadenza del 15
dicembre per le offerte è passata e a questo punto salvo
improbabili colpi di scena passerà anche quella del 31 dicembre,
deadline fissata dalla Figc per la cessione del club, pena l’esclusione
immediata dal campionato.
Tanto che i trustee hanno già chiesto alla Federazione di
“valutare un differimento del termine delle operazioni di
vendita, con l’obbiettivo di permettere alla U.S. Salernitana
1919 S.r.l. la conclusione del campionato in corso”. Tradotto:
lasciar finire il campionato e poi si pensa. L’estromissione dei
granata è prevista dalle regole ed è stata inserita persino
nell’atto costitutivo del trust. Però è una prospettiva talmente
disastrosa che resta difficile immaginare che avvenga davvero.
Non a caso in assemblea di Serie
A tutti
i presidenti si sono schierati dalla parte del club campano, con
un voto unanime (astenuti laLazio di
Lotito e la stessa Salernitana) che raramente si vede in Lega.
Facile capire il perché: con l’esclusione verrebbero a mancare
19 partite già vendute. Anche se il bando sui diritti tv tutela
la Lega, leconseguenze
economiche (non
solo conDazn eTim,
ma in generale con tutti gli sponsor) potrebbero essere pesanti.
Per non parlare del danno
d’immagine a
livello internazionale, quello sì incalcolabile. Per questo
martedì in Federcalcio il presidentePaolo
Dal Pino,
che è il principale alleato di Gravina, sarà costretto a
schierarsi contro di lui e a favore dell’ennesima deroga per la
Salernitana, per salvare il campionato. Ed è difficile
immaginare che i calciatori di Umberto
Calcagno possano
votare diversamente, lasciando a spasso decine di tesserati che
si ritroverebbero senza lavoro con l’esclusione della
Salernitana (discorso simile per l’Assoallenatori e
lo staff tecnico).
Insomma, la FederCalcio è in un vicolo cieco. Ci si è messa da
sola quest’estate, quando ha accettato un compromesso che
salvava solo le apparenze, non la regolarità del campionato che
a questo punto va tutelata. Solo che per quanto il presidente
Gravina si è speso personalmente sulla vicenda, e per la nota
rivalità personale con Lotito, questa assomiglierebbe a una disfatta
politica. Non si può escludere nemmeno che il
presidente federale voglia andare fino in fondo, ma a quel punto
si assumerebbe la responsabilità di una decisione presa contro
la volontà della stessa Serie A.
Dietro l’angolo poi c’è anche la beffa. Perché la Salernitana,
sportivamente parlando, è quasi spacciata: salvo miracoli a
giugno tornerà in Serie
B e a quel punto, caduto il divieto di permanenza nella
stessa categoria della Lazio, Lotito potrebbe provare anche a
tenersela, con in dote ilparacadute
milionario che spetta alle retrocesse. Certo, il nuovo
accordo potrebbe spostare l’obbligo di vendita di sei mesi, pena
la mancata iscrizione al prossimo campionato, ma sarebbe
difficile applicarlo considerando chela
norma sulla multiproprietà attualmente in vigore dà tempo fino
al 2024 per liberarsi delle situazioni pregresse. Lotito per
il momento osserva e se la ride. Tanto ormai è “fuori” dalla
Salernitana, come dice lui.
L’Italia agli spareggi: comunque vada, questa non è una grande
Nazionale e il trionfo agli Europei è stato un miracolo
Ci siamo svegliati dopo un lungo sonno
azzurro. E
abbiamo scoperto che non era un sogno, ma un incubo.
Esattamente quattro anni dopo Italia-Svezia,
il punto più basso della storia del pallone italiano, la
nazionale è di nuovocon
un piede fuori dal Mondiale, di nuovo ai maledetti
spareggi dove può succedere di tutto. In mezzo c’è
stata la
vittoria agli Europei, che ci ha inebriato,
probabilmente illuso. Quel trionfo non si cancellerà, lacoppa
resterà in bacheca insieme ai ricordi dell’estate 2021,
ma adesso non ci aiuterà a qualificarci a Qatar
2022. E non andarci significherebbe sparire daiMondiali per
un periodo lungo 12 anni.
La domanda è come si possa passare dalle stelle al baratro nel
giro di pochi mesi. Insieme a quale sia lavera
Italia, quella che ci ha fatto sognare a Wembley o
disperare aBelfast.
Certo, la squadra vista contro l’Irlanda
del Nord e in fondo anche all’Olimpico contro la
Svizzera, eratroppo
brutta per essere vera: lenta,timorosa,
prevedibile. In novanta minuti non siamo riusciti a perforare il
muro della piccola Irlanda del Nord, ma l’impressione è che
avremmo potuto continuare a giocare in
eterno senza segnare, tanto è cupo il momento che
stiamo vivendo.Probabilmente,
però, anche la nazionale stellare degli Europei non
era vera.
In fondo, le avvisaglie c’erano tutte già nella cavalcata di
quest’estate. Che mancasse un
centravanti era
noto: in queste due ultime gare abbiamo rimpianto Immobile,
che però aveva chiuso gli Europei tra le critiche in panchina.
Le alternative non esistono: Belotti ormai
ha una media gol da difensore, ieri Mancini aveva a disposizioneScamacca eRaspadori (3
gol in 2 al Sassuolo), il meglio che ha prodotto il campionato
fin qui sono il vecchioDestro e
il giovanePinamonti,
per il futuro si guarda a Lorenzo
Lucca,
classe 2000 (nemmeno giovanissimo quindi), all’attivo la
bellezza di 11 presenze e 6 gol in Serie
B.
Quanto ai giocatori di fantasia, neanche l’ombra. Più che una
crisi, è una depressionecronica.
C’è un problema di talento, lo sapevamo già. Lo avevamo mascherato con
gambe, cuore e idee ma oggi questa squadra sembra non avere più
nulla. Al di là delle tanteassenze (che
non possono essere un alibi), troppi giocatori chiave erano
irriconoscibili (comeJorginho)
o semplicemente stremati (tipo Barella).
Il problema è che questo non era l’appuntamento
decisivo per la nazionale, ma solo un intoppo nel
calendario dei club. Un altro aspetto su cui dovrebbe riflettere
laFederazione.
Così è svanita pure l’identità
azzurra del palleggio e del bel calcio su cuiMancini aveva
ricostruito la nazionale. Certo, se non corrono le gambe è
difficile far correre la palla, ma proprio nei momenti più
difficili bisognerebbe aggrapparsi alle proprie idee. Invece
questa nazionale sembra non averne più. Persino ilct finisce
sul banco degli imputati, perché il tifoso ha la memoria corta
ma pure lui ha le sue
responsabilità. Probabilmente il problema alla fine è
soprattutto nella testa. L’Italia, che agli Europei non aveva
quasinulla
da perdere e vinceva, ora che è costretta a vincere è
schiacciata dalle suepaure e
dai suoilimiti.
E per questo perde. Ma una nazionale per essere grande dev’esserlo
anche nello spirito. E forse l’Italia non lo è, se lo è stata
per qualche settimana quest’estate ora non lo è più.
Adesso ci attendono i playoff, un’autentica roulette
russa per come sono concepiti nellanuova
formula di qualificazione. Non un solo spareggio andata
e ritorno, madue
partite con due avversari differenti, in
sfida secca. La prima in casa da testa di serie contro
un avversario probabilmente abbordabile, la seconda in sede a
sorteggio, contro formazioni temibili comePortogallo, Polonia, Svezia.
Non ci resta che incrociare le dita, sperare di pescare
bene nell’urna e arrivare a marzo in unacondizione
migliore. Comunque vada, da questa figuraccia una cosa
l’abbiamo imparata: questa Italia non è una grande nazionale e
il trionfo agli Europei è
stato un miracolo. Adesso ce ne vorrà un
altro per andare ai Mondiali.
Di nuovo uno spareggio per andare al Mondiale.
Come nel 2017, quando la Svezia ci
costrinse a un’estate di penitenza e l’Italia del
calcio toccò il suo punto più basso. Peggio del 2017, se si
guarda alregolamento deiplayoff verso
il Qatar: unmeccanismo
infernale,
che costringe a superare due avversari in gara secca. La
prospettiva più
dura è
una: la nostra Nazionale costretta a giocarsi il Mondiale inPortogallo controCristiano
Ronaldo e
compagni. Purtroppo, è un prospettiva possibile. Per le squadre
europee che
aspirano ancora ad andare inQatar nel2022 sono
rimasti appena
tre posti.
Saranno 12 squadre a contenderseli, che saranno divisi in tre
gruppi separati
con il sorteggio del prossimo 26
novembre.
Le 4 squadre all’interno di ciascuno gruppo non si sfideranno in
un girone, ma in una “final
four“:
semifinale e finale sempre a gara secca. L’Italia,
fortunatamente, è testa
di serie:
significa che giocherà la semifinale sicuramente
in casa.
Le possibili avversarie? Galles,
Macedonia del Nord, Turchia (in
attesa dell’ultimo turno),Finlandia (o
Ucraina),Austria eRepubblica
Ceca.
Non sono esattamente squadre cuscinetto, ma l’eventuale finale sarebbe
ancora più in salita. In quel caso si può incrociare un’altra
testa di serie: in questo momento sonoPortogallo, Scozia, Russia, Svezia ePolonia.
Tutte rivale pericolose, con l’incognita di dover giocare in
trasferta: la seda della finalissima, infatti, sarà decisa in
sede di sorteggio. Quattro anni dopo la figuraccia di San Siro,
l’Italia potrebbe trovarsi a lottare per il Mondiale sempre
contro la Svezia di Ibrahimovic,
ma questa volta a Stoccolma. Potrebbe anche essere l’occasione
per una rivincita.
Mondiali 2022, l’Italia costretta agli spareggi: 0 a 0 contro
l’Irlanda del Nord. La Svizzera batte la Bulgaria 4 a 0 e chiude
prima nel girone
L’Italia non
agguanta la qualificazione diretta aiMondiali
in Qatar 2022. La nazionale azzurra non va oltre lo
zero a zero contro l’Irlanda del Nord a Belfast, mentre la Svizzera chiude
in testa al girone e accede al torneo grazie al 3-0rifilato
alla Bulgaria. I ragazzi di Roberto
Mancini si classificano così al secondo posto e
dovranno affrontare gli spareggi insieme ad altre undici
squadre: lenove
seconde degli altri gironi e ledue
migliori piazzate nella classifica dell’ultimaNations
League tra le nazionali non arrivate prime né seconde
nei gironi. Queste dodici squadre verranno divise in tre
gruppi da quattro, che disputeranno semifinali e
finali: le tre vincitrici si qualificano. Il sorteggio è in
programma il prossimo26
novembre a Zurigo.
Gli azzurri hanno fatto la partita praticamente sempre, ma non
sono mai riusciti a rendersi pericolosi: la migliore occasione è
stata un sinistro di Federico
Chiesa nel secondo tempo, finito di poco a lato della
porta di Peacock-Farrell. Anzi, nel finale Leonardo Bonucci ha
dovuto salvare sulla linea di porta un gol praticamente fatto
per gli irlandesi.
L’Italia si qualifica se… Cosa serve per andare al Mondiale e
cosa rischiano gli azzurri finendo agli spareggi (con le nuove
regole)
L’Italia si presenta a Belfast (calcio
d’inizioore
20.45)
con un solo obiettivo: battere l’Irlanda
del Nord con
il maggior scarto possibile e staccare il pass per ilMondiale inQatar.
Evitando spareggi thrilling che riportino alla mente amari
ricordi. Roberto
Mancini è
consapevole del momento delicato e per prima cosa invita i suoi
ragazzi a “non giocare con l’ansia come
è successo con laSvizzera“.
Proprio gli elvetici, che in questo momento condividono con gli
azzurri la testa del Gruppo C a quota
15 punti,
sognano di soffiarci il primo posto all’ultima giornata. A
Lucerna ospitano la Bulgaria,
che all’andata hanno battuto 3 a 1. In caso di parità di punti,
conta la differenza reti, poi i gol fatti e solo per ultimo lo
scontro diretto. L’Italia in pratica è davanti alla Svizzera di
due reti (13 gol segnati contro 11, a fronte di 2 reti subite da
entrambe le squadre). Ecco perché vincere è fondamentale,
ma farlo segnando
tanto può
essere determinante. Non staccare questa sera il pass per Qatar
2022 significa finire agli spareggi e rischiare una Svezia-bis,
ad appena 4 anni di distanza. Anche perché ilnuovo
meccanismo di
qualificazione è infernale.Parità di punti, ma un +2 nella
differenza reti (condue
gol segnati in
più). La prima condizione che porterebbe l’Italia al Mondiale è
farealmeno
gli stessi punti della
Svizzera. Paradossalmente gli azzurri potrebbero ancheperdere,
se a sua volta gli elvetici perdessero contro la Bulgaria e la
differenza reti rimanesse a nostro vantaggio. Ipotesi
remota,
così come quella di un pareggio a
Lucerna che garantirebbe alla Nazionale la possibilità di
qualificarsi anche solo raccogliendo un punto a Belfast. Dando
inveceper
scontata la
vittoria della Svizzera, l’Italia sa di dover appunto vincere e
di dover fare attenzione anche ai gol. Se la Svizzera dovesse
vincerecon
un gol o due gol di scarto,
all’Italia basterebbe la vittoria (perché
resterebbe davanti grazie alla differenza reti). Se la Svizzera
vincessecon
tre o più gol di scarto,
l’Italia dovrebbe vincere con solo un
gol di scarto in meno (esempio:
3-0, 2-0) oppure vincere di misura ma restando davanti nella
classifica deigol
fatti (esempio:
3-0, 2-1). Infatti, a parità didifferenza
reti e
aparità
di gol fatti,
passerebbe la Svizzera perché è in
vantaggio negli
scontri diretti, avendo segnato un gol in trasferta nelle due
sfide, terminate con il punteggio complessivo di 1 a 1.Non
tenere il primo posto non significa perdere il
Mondiale, ma per l’Italia si aprirebbe uno scenariomolto
rischioso.
Già di per sé gli spareggi non sono mai semplice (gli azzurri lo
sanno bene), ma le nuove regole della qualificazione rendono
tutto ancora più complesso. Le 12 squadre che andranno agli
spareggi, infatti, saranno suddivise in tre raggruppamenti da
quattro squadre ciascuno, dove si affronteranno in gare a
eliminazione diretta (semifinale e poi finale). Chi vince va ai
Mondiali. In attesa dell’esito dell’ultima giornata dei gironi,
le squadre che in questo momento andrebbero a giocarsi tutto
agli spareggi non sono esattamente delle “cenerentole”: tre le
12 ci sono Portogallo, Russia, Svezia, Polonia e Galles,
oltre ad Austria eRepubblica
Ceca che
accedono a questa fase grazie al risultato ottenuto inNations
League.
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La Francia si interroga sulla violenza negli stadi, il ministro
dello sport: "Servono regole chiare"
Il giorno dopo il lancio della bottiglietta che ha colpito
Dimitri Payet in Lione-Marsiglia, il campionato francese è sotto
accusa. L'Equipe: "Ligue 1 in cancrena. Fermare il gioco è stata
l'unica decisione sensata". Incontro d'urgenza a Parigi tra
Governo, Lega e Federazione. E la ministra Roxana Maracineanu:
"Bisogna cambiare il regolamento"
Il ritorno dei tifosi negli stadi dopo i vari lockdown dovuti
alla pandemia ha portato con sé non solo la parte sana e genuina
del tifo, ma anche quella marcia, violenta, facinorosa. E tra i
massimi campionati europei, la Ligue 1 è quello che più di tutti
ne sta pagando le conseguenze. Ieri la sfida
tra Lione e Olympique Marsiglia è
stata prima interrotta e poi sospesa dopo che dagli spalti è
piovuta una bottiglietta d'acqua che ha colpito in pieno volto
il giocatore ospite Dimitri Payet.
Una
lunga serie di violenze
Ma sono ancora impresse nella mente di tutti le immagini del 24
ottobre al Vélodrome di Marsiglia con i poliziotti costretti a
proteggere con gli scudi antisommossa i giocatori del Psg dal
lancio di ogni tipo di oggetto proveniente dalla curva
marsigliese. Il giorno prima, Saint-Étienne-Angers era iniziata
con quasi un'ora di ritardo per il fitto lancio di fumogeni in
campo che aveva danneggiato le reti delle porte e parte del
campo. E che dire del derby Nizza-Marsiglia di inizio stagione
quando, sempre Dimitri Payet, era diventato il bersaglio dei
tifosi di casa? In quell'occasione il francese aveva rilanciato
una la bottiglietta in curva scatenando una rissa in campo tra
giocatori e tifosi.
L'Equipe: "Ligue 1 in cancrena"
L'Equipe questa mattina ha aperto la prima pagina con un
categorico: "Ligue 1 in cancrena" e un editoriale di Vincent
Duluc durissimo: "Non è nemmeno una sconfitta per il calcio
francese: fosse solo una sconfitta, ce la faremmo. È molto più
profondo. E' un disgusto che sale all'orlo delle labbra e
ritorna dall'estate, da una dozzina di episodi del genere in
Ligue 1, dall'osservazione di una sudicia stupidità, da un
sentimento di impunità, di lassismo. Fermare il gioco è stata
l'unica decisione sensata".
Il
ministro dello sport: "Aggiornare il regolamento"
E ora interviene anche il ministro dello sport francese, Roxana
Maracineanu che ai microfoni di RMC Sport tuona: "Va cambiato il
regolamento. Tutti devono mettersi al lavoro. Non possiamo più
nasconderci dietro il mignolo. Il regolamento disciplinare della
Federazione e quindi della Lega non ritengono che il pubblico
possa essere colpevole in un caso come questo. L'arbitro deve
sapere cosa fare. Dobbiamo metterci d'accordo sulle regole. Le
autorità calcistiche devono scrivere nero su bianco cosa succede
in caso di lancio di oggetti, cosa bisogna fare per impedirlo,
in modo che i veri spettatori possano godersi lo spettacolo. Il
calcio francese ha i mezzi necessari, finanziari e intellettuali
per sedersi intorno a un tavolo e discutere una volta per tutte
il cambiamento. C'è un comitato etico che lavora con la
Federazione e la Lega. Va consultato per poter proporre
modifiche normative".
Incontro Ministero-Lega e Federazione
Intanto oggi il ministro dell'Interno francese, Gerald Darmanin,
e quella degli Sport, Roxana Maracineanu hanno incontrato i
rappresentanti del settore calcistico nazionale per discutere
degli incidenti che ci sono stati nella giornata di ieri.
All'incontro tenutosi al ministero dell'Interno, si sono
presentati i rappresentanti della Lega professionistica di
calcio (Lfp) e della Federazione francese di calcio (Fff). Serve
una reazione, lo sa benissimo Roxana Maracineanu che ha
espresso il suo pensiero anche su Twitter: "Non possiamo
permettere che i giocatori vengano attaccati in questo modo.
Tali atti devono comportare almeno l'interruzione automatica
delle partite". Chissà che non si prenda in considerazione la
proposta del numero uno del Lione, Jean-Michel Aulas, che dopo
il match interrotto ieri ha ammesso che l'unica soluzione
potrebbe essere quella della penalizzazione in classifica da
parte della squadra i cui tifosi si rendano protagonisti di
gesti violenti: "La paura di vedere la propria squadra
penalizzata è l'unica cosa che può fermarli".
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Derby di Milano, ennesima incompiuta dell’Inter: sarà anche la
più forte ma non vince uno scontro diretto
La squadra di Inzaghi gioca, crea, a tratti persino diverte,
ma segna poco. E alla fine non vince: con i rossoneri come
contro la Juventus. O contro l’Atalanta. Oppure con Lazio e
Real Madrid. Sembra non avere il cinismo delle grandi squadre
L’Inter è
più forte, probabilmentela
più forte. Ce lo diciamo da quest’estate, quando la
davano tutti tra i favoriti nonostante
ilridimensionamento sul
mercato. Lo confermiamo ogni domenica, pure ieri sera contro
ilMilan.
A furia di ripetercelo, alla fine vinceranno le altre, quelle
“meno forti”.
Il derby
di Milano è statol’ennesima
incompiuta della prima parte di stagione dell’Inter diInzaghi.
Che gioca, crea, a tratti persino diverte,
ma segna
poco. E alla fine non
vince quasi mai. È stato così anche colMilan:
una partita tiratissima, com’era giusto che fosse in un derby
d’alta classifica, tra due squadre ormai di grande
livello. Però una più dell’altra, o almeno così è
sembrato in campo. I
rossoneri hanno confermato tutto quanto di buono detto
nelle scorse settimane: ilpressing
feroce, la convinzione nei propri mezzi, la capacità
di resistere nelle
difficoltà.
Ma per lunghi tratti della gara sono stati dominati dall’Inter:
ha preso il sopravvento laqualità dei
nerazzurri, soprattutto in mezzo al campo, ma anche nellacostruzione
dal basso e
più in generale inun’identità di
squadra forgiata da più tempo (i due anni diAntonio
Conte sono
ancora ben visibili). Nel finale di primo tempo e poi permezz’ora
buona nel
secondo, la formazione diPioli non
ha potuto fare altro che contenere, mentre l’Intercollezionava
palle gol:
non solo il secondo rigore, sbagliato daLautaro,
ma anche l’errore ancora più grave dell’argentino sottoporta,
il tiro al volo di Calhanoglu,
i due salvataggi sulla linea su Barella eVidal.
Eppure i nerazzurri non sono riusciti a sfondare e per poco
nel finale non perdevano la partita (e pure il campionato,
perché una sconfitta ieri sarebbe stata fatale), con il palo
di Saelemaekers e
gli ultimidieci
minuti veementi
dei rossoneri.
Il pareggio alla fine è un risultato sempre
giusto in un derby così teso. Premia i rossoneri per
la solidità,
anzi pure loro hanno recriminazioni. Ma l’Inter non può che
rammaricarsi deidue
punti persi. Come contro la Juventus.
O contro l’Atalanta.
Oppure con Lazio eReal
Madrid, dove è arrivata addirittura una sconfitta. È
mancato sempre un pizzico di fortuna. Ma se capita sempre non
può essere solo
un caso. Ora il rigore sbagliato, ora la svista
arbitrale, l’autogol,
l’episodio che gira male. La costante però è che l’Inter di
Inzaghi sembra non avere il cinismo delle
grandi squadre: per segnare deveprodurre
tantissimo e invece prende gol al momento sbagliato
con una facilità scoraggiante.
La situazione sembrava migliorata nelle
scorse settimane e non c’è dubbio che la formazione abbia
trovatomaggiore
equilibrio rispetto all’inizio, ma arrivati alla
prova del nove, ci risiamo: un altro scontro direttolasciatoper
strada. Dall’inizio della stagione l’Inter non
ne ha vinto uno (e infatti la classifica comincia ad
essere allarmante). Alla ripresa ci sarà un altro appello
contro ilNapoli,
forse l’ultimo perché accumulare ulteriore
ritardo potrebbe essere decisivo. Alla fine, la più
forte è solo quella che vince.
Il caso Como: se il calcio inglese
è più competitivo, l’Italia può ancora contare sulla sua grande
bellezza
Negli ultimi anni le proprietà straniere sono aumentate,
nonostante il nostro pallone non sia esattamente il più
attrattivo. Ma è possibile individuare un minimo comune
denominatore: il potenziale turistico delle piazze, tra città
d’arte e bellezze naturali. La presenza degli Hartono sul lago
di Como è l'esempio più evidente di questo trend
La pessima gestione del sistema
calcio inItalia è
sotto gli occhi di tutti, dall’annoso problema strutturale
deglistadi al
più recente caso Dazn,
che ha reso edotti tutti gli italiani in materia di buffering,
senza dimenticare la guerra tra bande in Lega
Calcio.
Si potrebbe proseguire nell’elencare tutti i fattori che
operano come agenti
frenanti a
possibili investimenti nel calcio, specialmente da parte di
imprenditori stranieri. Eppure negli ultimi anni leproprietà
straniere sono
aumentate, non solo in squadre difascia
alta (Roma,
Inter, Milan) ma anche e soprattutto in provincia: Fiorentina,
Venezia, Bologna, Pisa, Spezia, Como. Unendo i puntini, è
possibile individuare un minimo comune denominatore in tali
acquisizioni: ilpotenziale
turistico di
questepiazze.
Città d’arte, bellezze naturali (le Cinque Terre, il Lago di
Como), luoghi dal potenziale
commerciale enorme,
nei quali il calcio agisce da strumento di ingresso. Rispetto
al calcio inglese, più ricco, più competitivo, gestito in
maniera professionale, l’Italia può contare sulla sua
grande bellezza.
Blackpool non vale Pisa.L’esempio principe di questo trend è
rappresentato da Como,
acquistato il 4 aprile 2019 dalla Sent
Entertainment Ltd.
Dopo tre fallimenti in quindici anni, la società lariana si è
ritrovata nelle mani di quella che è diventata la proprietà
più ricca di tutto il calcio italiano, forte di un patrimonio
di oltre
18 miliardi di dollari,
che posiziona i fratelli Robert
Budi eMichael
Hartono –
i due titolari della Sent – rispettivamente al 54esimo e al
56esimo posto nellaclassifica
Forbes degli
uomini più facoltosi al mondo. Il Como è gestito dal ramo
aziendale che si occupa di televisione e intrattenimento, il
cui pezzo forte è rappresentato dal canale OTTMola
Tv,
recentemente sbarcato in Italia nel tentativo di ritagliarsi
uno spazio nell’affollato panorama della trasmissione di
eventi sportivi live che include Rai, Sky, Dazn, Mediaset,
Amazon, Eurosport e Helbiz. Si tratta di una strategia di business non
unidirezionale, visto che Mola Tv ha firmato conHelbiz
Media,
distributore esclusivo dei diritti della Serie
B italianaall’estero,
un accordo triennale per la trasmissione di quattro
partite a
settimana in Indonesia. Dopo Europa e Sudamerica, la B è
quindi sbarcata anche in Asia.Prima degli Hartono, Como le
aveva provate tutte ed era sempre finita allo stesso modo,
ovvero di fronte al giudice fallimentare. Dal venditore di
sogni Enrico
Preziosi (al
quale si deve l’ultima – sgangheratissima – apparizione in
Serie A) al “Como ai comaschi” dell’imprenditore localePietro
Porro fino
alla pittorescaAkosua
Puni Essien,
moglie dell’ex Chelsea e Milan Michael, che impiegò solo
quattro mesi a portare la società in
bancarotta.
Il calcio moderno in provincia assomiglia a un giro di ruota
alla roulette: chi è costretto a giocarci, raramente trova il
numero fortunato. In un ambito così aleatorio, mosso da quelle
“logiche illogiche” che solo chi frequenta questo calcio
professionistico lontano dai riflettori può comprendere, una
città come Como può contare su un plus non indifferente
derivante dal suo appealinternazionale.
Del resto, senza entrare in sterili quanto inutili polemiche
con la storica rivale Lecco,
sita sull’altro ramo del Lago, a parità di bellezze artistiche
e paesaggistiche è la sponda di Como ad attirare le star, da Clooney a Springsteen,
e ad essere scelta come location per le grandi
produzionihollywoodiane,
da Star
Wars (Episodio
II) aOcean’s
Twelve,
da Casino
Royale al
recentissimo House of Gucci – ma i cinefili doc ricorderanno
anche un giovane Alfred Hitchcock sceso nell’estate del 1925 a
Villa d’Este, Cernobbio, per girare alcune scene deIl
Labirinto delle Passioni.A
oltre due anni dall’acquisizione del Como
1907,
la proprietà ha concesso un’intervista al quotidiano locale La
Provinciadi
Como facendo
parlareMirwam
Suwarso,
manager a capo del ramo tv e entertainment della Sent, nonché
l’uomo che ha proposto alla famiglia Hartono di rilevare la
società. Una scoperta casuale, derivata da una gita fatta da
Suwarso nel 2017 quando si trovava in Italia per lavorare ad
alcuni contenuti video per
l’Inter.
Suwarso ha parlato di “triangolo magico” alla base della
strategia societaria: “Il calcio, la gente, il business. Le
tre cose devono essere allineate e avere marginidi
sviluppo.
Ci piacerebbe fare del Como un brand come quello dei Chicago
Bulls o
deiDallas
Cowboys,
con le dovute proporzioni. Magari il tifoso medio di calcio
non conosce i giocatori o contro chi giocheranno la prossima
partita, ma ha bene in mente ciò di cui si sta parlando. In
poche parole, qualcosa di immediatamente riconoscibile”.
Il costante ricorso alla parola marchio farà
storcere il naso agli appassionati più tradizionalisti;
tuttavia la storia di successo degli Hartono, partiti dalla
fabbricazione deltabacco e
arrivati a capo di un colosso economico da75mila
dipendenti (senza
contare il possesso del 51% delle azioni della Banca Centrale
d’Asia), ha dimostrato come conoscano pochi rivali in tema di
sfruttamento e espansone dei marchi, si tratti delle sigarette
Djarum o della catena di e-commerceBlibli,
diventata l’Amazon indonesiana.Al momento dell’acquisto del
Como, mentre la società si trovava in Serie
D,
Roberto Hartono chiese a Suwarso che la squadra arrivasse
quanto meno in Serie B, in modo tale da poter comparire nei
videogiochi della Playstation.
Anche in questo caso, Suwarso invita a leggere l’episodio
secondo l’ottica del marchio. “Non è la storia del rampollo
che vuole
giocare con
la sua squadra. Era una richiesta strategica: se vuoi farti
conoscere nel mondo, devi essere presente su determinate
piattaforme.
I ragazzi vedono la partita una
volta alla
settimana, ma giocano sette giorni su sette. Ilbrand
Como deve
stare lì, questo era il senso della sua richiesta”. E’ stata
l’unica richiesta formulata dalla proprietà in ambito
sportivo, perché nelle questioni tecniche né gli Hartono né
Suwarso entrano nel merito. La posizione di raccordo tra loro
e l’area organizzativa-direttiva, composta interamente da
elementi italiani, è ricoperta daDennis
Wise,
che da quest’anno è diventato anche amministratore delegato
della società sostituendo Michael
Gandler.
L’ex Chelsea, in riva al Lario ribattezzato “no needs” per la
risposta con la quale sistematicamente rifiuta ogni richiesta
di intervista, dichiarazione o commento, lavora per la Sent
dai tempi di Super
Soccer,
piattaforma che si occupava di calcio per reclamizzare le
sigarette, prima che il calo del ramo del tabacco convinse gli
Hartono a cambiare strategia. “Ho conosciuto Wise per Super
Soccer”, ha ricordato Hartono, “trovando un manager molto
capace e diretto che non aveva paura a essere crudo, se
credeva in una cosa, ma molto
attento erispettoso delle
finanze impiegate”.Eppure, a livello infrastrutturale, il Como
1907 non
rappresenta certo un invito all’investimento. Pur incastonato
in un suggestivo paesaggio con vista su Lago, tra ilTempio
Voltiano e
l’Aereo
Club da
dove partono gli idrovolanti, loStadio
Sinigaglia è
una struttura al limite del fatiscente,obsoleta e
scomoda, anche perché collocata in una zona pessima dal punto
divista
logistico e
della viabilità.
Se a questo si aggiunge che, calcisticamente parlando,
l’appeal del Como è limitato ai cultoridel
vintage,
quando i lariani scendevano in campo con lo sponsor Mita e
schieravano Corneliusson, Notaristefano e Borgonovo, e che il
comasco medio è tutt’altro che caldo e appassionato, il quadro
è completo e si torna al discorso iniziale del potenziale
turistico in grado di colmare tutte
le altre carenze. Nessuno ha promesso di portare la squadra inEuropa e
questo è già un passo avanti. Sulle rive del Lago di Como si
sono visti pullman della squadra rimanere fermi al casello
autostradale perché mancavano isoldi per
pagare ilpedaggio (la
citata non-gestione Essien) e “imprenditori” che promettevanotre
salti di categoria –
dalla D alla A – in cinque anni e la quotazione alla borsa
Nasdaq diNew
York,
ma che dormivano nello stadio per risparmiare sull’albergo (Joseph
Cala a Lecco). Da qualunque parte la si guardi, la differenza
con i proprietari attuali è abissale.
Friburgo, la calma al potere: dalla politica green allo stesso
tecnico da 10 anni, storia del club più anticiclico d’Europa
Con il RB
Lipsia alle
prese con il peggior inizio diBundesliga da
quando è gestito dalla Red Bull, il principale avversario delBayernMonaco assieme
al solitoBorussiaDortmund,
che viaggia a gonfie vele nonostante l’infortunio di Haaland,
è il Friburgo di
Christian Streich. Ovvero una delle provinciali per eccellenza
delcalcio
tedesco,
e quindi l’esatto opposto di una multinazionale (ottimamente
gestita e con i conti in ordine) quale il club bavarese. In
termini di budget, il rapporto è di sette a uno: 700 milioni di
euro quello del Bayern (e 500 quello del Borussia Dortmund)
contro i 90 del Friburgo, che nell’attuale Bundesliga collocano
la società del Baden–Württemberg al
terzultimo posto davanti solo aUnionBerlino (75
milioni) eArminia
Bielefeld (32).
Sabato però, all’Allianz Arena, al fischio d’inizio di
Bayern-Friburgo la differenza tra le due società sarà solo di 3
punti a favore della squadra 31 volte campione diGermania,
nonché attuale capolista. Il segreto del successo del Friburgo,
ammesso ce ne sia uno che possa prescindere da competenza,
visione e organizzazione, è la calma. Ovvero la capacità di
sottrarsi alla pressione per evitare decisioni affrettate che
vanno a discapito della continuità
tecnica e
gestionale del club. L’attuale tecnico del Friburgo,ChristianStreich,
è in carica dal 2011, e non è stato rimosso dall’incarico
nemmeno quando nel 2015 è retrocesso nella Zweite
Bundesliga,
impiegando poi solo una stagione per tornare nella massima
divisione. Due anni prima era stato votato allenatore dell’anno
dalla rivista Kickerdopo
aver portato il Friburgo al quinto posto, qualificandolo alle coppeeuropee,
ma spesso nel calcio quanto fatto in passato non vale come
garanzia per il presente. Nel caso di Streich e del Friburgo
però il discorso è diverso: si tratta di una sinergia
tecnico-club-ambiente che prescinde da una stagione finita
male.Prima di diventare allenatore capo, infatti, Streich è
stato per quindici
anni tecnico
delle giovanili del Friburgo, formandosi professionalmente alla
scuola diVolker
Finke,
allenatore che ha guidato la squadra per 16 anni consecutivi e
che, assieme all’allora presidente Achim
Stocker (rimasto
in carica 40 anni) ha trasformato il Friburgo in una società
moderna, gettando le basi per una presenza continuativa inBundesliga.
Negli ultimi vent’anni il Friburgo è retrocesso solo tre volte,
e in altrettanti casi si è qualificato alle coppeeuropee.
Stocker è stato per molti anni direttore finanziario del Comune
di Friburgo e, da profondo conoscitore sia dei conti che del
territorio, ha puntato su pochi, semplici concetti per garantire
un futuro al proprio club. In una comunità non densamente
popolata, stanziata in un territorio ai
margini dellaForesta
Nera con
poche industrie e ancora meno concentrazione di capitali, si
poteva sopravvivere solo guardando in basso e oltre i propri
confini. In due parole,vivaio escouting.
Alla parte tecnica, inclusa la costruzione di un settore
giovanile fino a quel momento inesistente, ci ha pensato Finke.Sembra
l’uovo di Colombo, eppure oggi esistono pochi club in grado di
rispecchiare tanto fedelmente il proprio background di
appartenenza. Friburgo è la capitale ecologica dellaGermania e
come città ha svolto un ruolo di precursore per quanto riguarda
lo sviluppo della tecnologia solare e diriscaldamento.
Guidata da persone imbevute dagli stessi principi, la squadra di
calcio segue a ruota questa filosofia green: già nel 1995 il Dreisamstadion era
stato dotato di 2.800 pannelli solari che fornivano energia
anche alleabitazionicivili nei
dintorni (il progetto fu ribattezzato “Un uno-due con il sole”),
e il Friburgo è stata la prima società inBundesliga a
introdurre ildivieto
di fumo e
il bicchiere in materiale riciclabile. Il servizio di catering
si appoggia a fornitori locali seguendo la logica delchilometrozero,
tra gli sponsor ci sono diverse società che producono energiarinnovabile e
prodotti biologici, mentre il nuovo impianto, da poco ultimato,
è CO2-neutral (a emissioni zero dianidridecarbonica).Non
è ovviamente la sensibilità
ecologica a
determinare il successo della squadra in campo, tuttavia essa
rappresenta un elemento importante e utile nel capire il
menzionato processo simbiotico. Una società, una squadra, uno
stile. Streich è cresciuto aEimeldingen,
paese nella parte meridionale del Baden-Württemberg, a mezz’ora
scarsa dal confine con la Francia. Appartiene quindi alla
medesima comunità della squadra che allena, ed è cresciuto con
gli stessi principi, calcistici e culturali, di cui il club è portatore.
Non può quindi esistere miglior elemento per garantire quella
continuità che, assieme alla stabilità e alla tranquillità in
sede di programmazione, rappresenta uno dei concetti cardine
alla base dell’intero progetto Friburgo. Tecnico ditemperamento,
dall’attitudine alla Simeone (non
a livello di idea di calcio, ma nel modo di vivere la partita e
la squadra), Streich è il classico allenatore amato da chi
possiede unaconcezione
ampia del
calcio, legata anche alle tematiche politiche e sociali del
proprio tempo, e nel contempo mal sopportato da chi vive il
calcio esclusivamente come uno sport e un momento di svago.
Spesso durante le conferenze stampa Streich ama sconfinare,
toccando temi alieni alla sua sua professione: l’ecologia,
la crescita dei movimenti di estremadestra,
i migranti, l’influenza dei social sulle nuove generazioni.
Eppure – il curriculum parla per lui – è tutto tranne che un personaggiocostruito.Il
club ha investito milioni nella Freiburger
Fussballschule,
istituto tutt’oggi all’avanguardia sotto il profilo formativo a
tutto tondo. L’idea alla base è che se non si riesce a creare
un talentocalcistico,
quantomeno dalla scuola uscirà una persona istruita. In effetti
di fuoriclasse non
se ne sono mai visti, però non sono mancati buoni giocatori
utili alla causa (e alle casse):Matthias
Ginter,
Maximilian Philipp, DanielCaligiuri,
Alexander Schwolow, OliverBaumann.
A questi vanno aggiunti migliori prodotti dello scouting,
tutti ceduti per cifre oscillanti tra i 10 e i 20 milioni di
euro: Caglar
Söyüncü,
Luca Waldschmidt, BaptisteSantamaria,
Robin Koch. In rampa di lancio nel Friburgo odierno c’è il
sudcoreano Jeong
Woo-yeong,
classe 1999, miglior marcatore stagionale assieme all’italiano Vincenzo
Grifo (6
presenze in Azzurro, tutte raccolte con la maglia deiweiß-rot).
Ma è la difesa il pezzo forte degli uomini di Streich, con i
nazionali tedeschi Nico
Schlotterbeck (anch’egli
un ’99) eChristian
Günter,
e il portiere olandese MarkFlekken.
Quest’ultimo fino a 25 anni aveva sempre giocato nelle divisioni
inferiori del calcio tedesco, mentre adesso è fresco di
convocazione nella nazionale olandese di Louis
van Gaal (“Flekker?
Fino a un paio di mesi fa non l’avevo mai nemmeno sentito
nominare”, ha detto il ct). Del resto i numeri parlano delmiglior
portiere dell’attuale
campionato: 7 reti incassate nelle prime 10 partite, primo per
percentuale di parate effettuate sia nei 16 metri (73,91%) sia
complessive (82,35%). Ma anche se le statistiche prodotte da
questo ennesimo prodotto di artigianato locale non saranno
sufficienti a fermareRobert
Lewandowski,
19 gol segnati in 18 partite contro gli uomini di Streich, al
Friburgo la vita continuerà a trascorrere come prima.
Sheriff-Inter 1 a 3, i nerazzurri annientano la squadra di
Tiraspol con Brozovic, Skriniar e Sanchez. Sarà decisivo match
con lo Shakhtar
La miglior Inter diChampions della
stagione. Forse degli ultimi anni. Non tanto per la vittoria, un
rotondo 3-1 contro loSheriff
Tiraspol che
aveva fatto una magra figura all’andata aSan
Siro e
ne fa una ancor più mediocre in casa. Ma per come è arrivata.
Nel recente passato c’erano stati bei momenti, controReal eBarcellona,
anche successi importanti contro Tottenham oSparta
Praga.
Ma per la prima volta i nerazzurri si
sono comportati da grande.
Hanno vinto una partita che potevano solo vincere. Senza timori
che li avevano schiacciati sistematicamente al momento decisivo
in Europa. Senza sbavature che si erano viste troppe volte in
quest’inizio stagione. Insomma, senza i soliti psicodrammi
interisti.
Certo, si potrà dire che l’avversario era modesto, e lo è stato
senza dubbio: dopo le ultime prestazioni viene un po’ il dubbio
che il successo al Bernabeu contro
il Real sia stato un caso irripetibile. Ed è anche meglio
augurarselo, perché un nuovo exploit rimetterebbe in discussione
la qualificazione agli ottavi che ora sembra finalmente
indirizzata. Comunque non si possono avere dubbi sull’Inter, che
ha fatto il suo dovere dall’inizio alla fine e ora può guardare
al futuro in Champions con un pizzico diserenità e
pensare alderby.
Domenica c’è il derby che è quasi uno spareggio
scudetto, ma l’Inter non poteva distrarsi. Anche
questa era
una finale, lo era persino di più perché senza alcun
appello. Zero turnover, Inzaghi aveva
bisogno dei titolatissimi, al massimo poteva fare qualche scelta
tattica come sugli esterni,Dimarco eDarmian invece
diPerisic eDumfries.
Un solo risultato a disposizione. Come
all’andata. E il copione è stato lo stesso. Sarà lo stesso
anche il punteggio.
Lo Sheriff che difende, ma ancora più chiuso, e con pure il suo
pubblico alle spalle. L’Inter che prende stabilmente possesso
del campo e della palla, l’importante è non perderla e non far
ripartire gli avversari. Non è successo praticamente mai e
questa è la differenza fondamentale rispetto al match di San
Siro, dove i moldavi pur perdendo nettamente erano
riusciti a spaventare la squadra di Inzaghi. Stavolta no. Il
primo tempo è stato un monologo
totale dei nerazzurri, davvero pericolosi in ogni modo,
con le trame di Lautaro eDzeko,
gli inserimenti di Vidal,
i calci piazzati di Dimarco. Tante mezze occasioni in serie. Una
grande occasione, quella di Dzeko, con una magia di petto in
area. Anche un palo clamoroso, colpito da fuori da Lautaro.
All’intervallo le statistiche dicono 14 tiri a 1 e 65% di
possesso palla, ma ancora 0-0.
Alla ripresa Inzaghi butta subito dentro Dumfries al posto di
Darmian, troppo difensivo per questa partita e per giunta
ammonito. Ci vuole tanta fluidità di palleggio, tanta pazienza.
Ma il gol l’Inter se lo è meritato. Se lo è meritato Vidal,
rigenerato, tra i migliori in campo, che per un’ora sradica
palloni dai piedi degli avversari e serve quello buono a Brozovic:
finta e tiro all’angolino. Sospiro di sollievo. Sbloccato
il punteggio, il più è fatto. Mentre lo Sheriff ragiona
se cambiare tattica o continuare a difendere, l’Inter ha già
raddoppiato: da calcio d’angolo, con Skriniar.
Il portiere Athanasiadis para
due volte, alla terza ribattuta si arrende. Il muro di Tiraspol
è crollato. Il resto è gestione e l’Inter fa bene anche questa,
con un occhio al derby di domenica sera. Nel finale arriva il
tris diSanchez,
appena entrato, e poi il gol della bandiera nel recupero di Traore.
Il successo ha un’importanza capitale. Per la prima volta da
tempo immemore il girone dell’Inter ha un aspetto quasi sereno.
Con una vittoria in casa nel prossimo turno contro lo Shakhtar diDe
Zerbi, ormai virtualmente eliminato, potrebbe già
arrivare la qualificazione. Ma meglio non esultare: per gli
psicodrammi interisti c’è sempre tempo.
Verona-Juventus 2-1: doppietta di Simeone, i bianconeri
sprofondano
Prestazione opaca della squadra di Allegri, che solo nel finale
con l'orgoglio e con una rete di McKennie dà cenni di ripresa
comunque insufficienti. E ora la vetta rischia di diventare
lontana 16 punti
Juventus-Sassuolo 1-2: Maxime Lopez al 95' rimanda in crisi i
bianconeri
La squadra di Allegri dopo alcuni buoni risultati si fa beffare
dai neroverdi allo scadere. Di Frattesi nel primo tempo e
McKennie nella ripresa le altre reti della partita
Plusvalenze, indagine Covisoc: 62 trasferimenti sospetti, 42
sono della Juventus
La Commissione di vigilanza sulle società di calcio ha inviato
alla Figc una relazione sulle plusvalenze degli ultimi due anni
Una prassi di mercato che è diventata con il tempo un vero e
proprio sistema, atto a salvaguardare i bilanci delle società di
calcio. Parliamo delle plusvalenze, termine diventato di uso
comune negli ultimi anni. La Covisoc ha stilato una relazione su
62 trasferimenti quanto meno sospetti avvenuti tra il 2019 e il
2021: di questi, ben 42 riguardano la Juventus. Così scrive Repubblica:"Sessantadue
trasferimenti di mercato, concentrati tra il 2019 e il 2021,
sono oggetto di una relazione finita sul tavolo della Procura
federale. Scambi a prezzi alti, a volte altissimi, senza che si
muovesse davvero un solo euro. O quasi. La Covisoc (Commissione
di vigilanza sulle società di calcio) ha inviato al Procuratore
della Figc Giuseppe Chinè e per conoscenza al presidente Gravina
una relazione sulle plusvalenze degli ultimi due anni. Invitando
ad approfondirne la natura. Per l'organo di vigilanza che
monitora i bilanci, quegli affari sembrano incidere in modo
significativo sui conti, evidenziando delle criticità. La
relazione è generica: denuncia un sistema".
Juventus nel mirino
"Franco
Tongya e Marley Aké, che Juve e Marsiglia hanno scambiato per
8 milioni (quindi a saldo zero), giocano rispettivamente nella
quarta serie francese e in Serie C. Oppure i quattro
calciatori del Napoli che il Lille si è preso per 20 milioni
nell'affare Osimhen: tre sono tornati in Italia, due in Serie
D, uno in C, un altro è al Lille senza aver giocato mai. Nella
maggior parte dei casi, una delle società coinvolte è la
Juventus (sullo stesso tema si è mossa la Consob): i
trasferimenti interessati sono 42, ma in particolare ci sono
21 calciatori scambiati per 90 milioni. Operazioni che però
hanno fatto circolare realmente poco più di 3 milioni,
producendo benefici a bilancio per il club bianconero di oltre
40. Ci sono poi anche gli affari con l'estero: Pjanic-Arthur
col Barça, Cancelo-Danilo col City, cifre elevate per
giocatori però di prima fascia".
Supercoppa a San Siro o in Arabia? Inter-Juve tra geopolitica e
lotte di potere. Unica certezza: altro che diritti umani,
contano solo i soldi
Data e luogo della sfida tra campioni
d'Italia e vincitori della coppa nazionale sono diventati un
vero e proprio rebus tra diritti tv, interessi milionari e
calendario che i vertici della Lega calcio faticano a
risolvere
In Arabia
Saudita a
dicembre o aSan
Siro a
gennaio. Più probabile la seconda della prima, ma la decisione
ufficiale non è ancora presa: data e luogo dell’attesaSupercoppa italiana
fraInter eJuventus sono
una partita ancora tutta da giocare. Un vero e proprio rebus
tradirittitv,
interessi milionari e calendario che i vertici della Lega
calcio faticano a risolvere. Negli ultimi giorni prende quota
la soluzione casalinga per la tradizionale sfida che oppone
la vincitrice del
campionato a quella della Coppa Italia, e che quest’anno sarà
una riedizione del derby d’Italia fra Inter e Juve.La
Gazzetta dello Sport la
dà praticamente per fatta, quando tutti in teoria a inizio
stagione pensavano si sarebbe giocata inArabia,
visto il contratto da 22 milioni di euro che impegna la Serie
A per
tre edizioni in cinque anni (se
ne sono disputate già due, nel 2018 e nel 2019).
C’è chi nello spostamento ha visto una sceltapolitica .
“Il fatto che la Supercoppa italiana come pare non si giocherà
in Arabia Saudita, stato che sfrutta da tempo lo sport per
mettere sotto il tappeto leviolazionideidirittiumani,
non può che far piacere”, ha scritto su Twitter Riccardo
Noury,
portavoce di Amnesty International Italia. Ma in questo caso i
diritti umani c’entrano poco, del resto sarebbe sorprendente
il contrario, considerato il senso per gli affari dei patron
di Serie
A.
E infatti – a quanto risulta al fattoquotidiano.it –
fosse per i due club, si giocherebbe proprio inArabia.
Si tratta innanzitutto di una questione di tempistica.
L’Arabia inizialmente non aveva esercitato l’opzione per
l’edizione di questo anno entro i termini previsti
dall’accordo; lo ha fatto in ritardo,
spiazzando la Lega, che a questo punto ha le mani libere e può
scegliere se raccogliere l’invito o rimanere in Italia.
La scelta dipenderà soprattutto dai soldi.
Sul tavolo ci sono i circa 7,5 milioni a partita che allettano
le società (anche
se un tutto esaurito a San Siro ne vale almeno 6, la
differenza non sarebbe abissale). Ma in realtà ne ballano
molti di più, circa 100: sono i ricavi dei diritti
tv nel
campionato che quest’anno sono rimasti invenduti nell’area
Mena (Nordafrica eMedioriente)
forse anche proprio per il complesso rapporto che lega il
calcio italiana all’Arabia. Qui ci addentriamo in piena geopolitica del
pallone: c’è chi spera che la Supercoppa possa sbloccare la
gara, le due partite non possono essere completamenteslegate.Infine,
c’è un oggettivo problema di calendario.
Comunque vada, la Supercoppa comporterà
il rinvio di una gara di campionato per le duefinaliste.
Solo che è molto più facile spostare Juve-Cagliari (21
dicembre) che l’attesissima Juve-Napoli:
il 6 gennaio gli azzurri sarebbero privi di Osimhen eKoulibaly impegnati
in Coppa d’Africa, e potrebbero sperare di riaverli col rinvio
(anche se laLega assicura
che la gara verrebbe recuperata comunque a gennaio e non
cambierebbe nulla da quel punto di vista). Nell’ambiente
bianconero l’ipotesi di giocare la finale aSan
Siro (comunque
casa degliavversari,
nonostante la biglietteria divisa al 50%), col rischio di dare
anche un vantaggio extra al Napoli,
ha già suscitato qualche mugugno.
Tanto più che nessuna delle due squadre gradirebbe troppo
ricominciare dopo la sosta subito con una finale che mette in
palio il trofeo.
Per questo non è escluso nemmeno che la Supercoppa alla
fine possa giocarsi sì in Italia e a San Siro, ma il 12 o il
19 gennaio. Una decisione andrà presa entro lasettimanaprossima.
Sempre che alla fine non si rifacciano sotto gli arabi col
solito pacco di soldi che mette tutti d’accordo.
Inter-Juventus, spareggio con soli sconfitti: le due favorite
già fuori dalla corsa scudetto?
Quando ad agosto Inter-Juventus è
stata sorteggiata allanona
giornata (e un po’ più in là al ritorno, alla 31esima,
nel nuovo calendario asimmetrico), dopo gli scontri drammatici
nel finale degli ultimi campionati, come l’anno scorso (Juve in
Champions grazie al rigore suCuadrado allo
scadere) e nel2018 (scudetto
ai bianconeri grazie al gol nel recupero di Higuain),
si pensava che stavolta ilderby
d’Italia sarebbe stata una partita come tante no, ma
quantomenointerlocutoria.
Invece è stata già uno spareggio
anticipato. Con soli
sconfitti.
Per motivi diversi, entrambe sono arrivate allo scontro diretto
come quasi all’ultima
chiamata, solo già ad ottobre. Meno otto dalla vetta i
nerazzurri, addirittura meno
unidici i bianconeri, con troppo attacco o solo difesa,
idee confuse, rifondazioni tecniche complicate. E l’1-1 finale
è il classico punto ciascuno che non
accontenta nessuno. Il risultato peggiore possibile per
entrambe, che arriva dopo lapeggior
partita possibile per entrambe. Hanno vogliaInzaghi eAllegri a
dire che la prestazione è stata buona, che è mancata solo lavittoria o
per come si era messa è un buon pareggio. Frasi di circostanze.
La verità è che Inter-Juve è stato unpessimo
spettacolo, poche emozioni, zero
tiri in porta, tantissimi errori e i soliti difetti,
che continuano acondizionare sempre
più pesantemente il campionato delle due squadre.
Inter e Juve hanno giocato un
tempo a testa,
o forse è meglio dire che hanno
regalato un
tempo a testa. Il primo è stato tutto nerazzurro: pressione
continua, ilgol (un
po’ casuale) diDzeko,
poche occasioni concrete ma comunque un dominio. La Juve, però,
non c’era, e non c’era per colpa sua, per colpa di Allegri che
ha relegato in panchina Dybala e
soprattuttoChiesa,
i suoi unici due uomini di qualità, per mettere Kulusevski in
marcatura a uomo suBrozovic,
in nome di quel catenaccio a
cui sembra aver votato ormai definitivamente la sua carriera.
Una mossa da piccola provinciale, qual è stata appunto la
Juventus per45
minuti a
San Siro, una brutta figura anche per la storia del club.Nella ripresa (e
con i cambi, non a caso) i bianconeri sono cresciuti. Ma anche
qui,è
sparita l’Inter.
Che inspiegabilmente ha smesso di giocare,consegnandosi agli
avversari (che hanno combinato pochino) e soprattutto aldestino,
perché quando non hai l’attitudine e la fortuna della
grande squadre (e questa Inter non sembra averla più) arriva
semprel’episodio che
ti castiga. In questo caso, aveva le movenze sgraziate diDumfries.
Certo, Inzaghi può recriminare per il fatto di non aver
rischiato praticamente
nulla e
per il rigore (meglio definirlo “rigorino”) assegnato dalVar per
un contatto tanto evidente quanto veniale. Ma sarebbe davvero un
errore prendersela con l’arbitro enon
con se stessi,
dopo un secondo tempo del genere.La partita era decisiva perché
la giornata era decisiva: col Napoli bloccato
aRoma e
ora primo a pari merito colMilan,
Inter e Juventus scivolano rispettivamente a -7 e -10 punti in
classifica dalla vetta. Sono già tanti, ma sembrano tantissimi
soprattutto per i problemi che
hanno le due squadre: semplicemente, due squadre che ogginon
sono da scudetto.
Erano le due favorite, ma una non ha più solidità eautostima,
l’altra un briciolo
di gioco e
di idee. Dopo solo nove giornate il campionato è ancora lungo e
di rimonte anchepiù
clamorose se
ne sono viste tante. Ma la classifica ormai pone a tutti la
stessa domanda, se Inter e Juve sianogià
fuori dalla
corsa scudetto. La risposta è: sì,se
giocano così.
La caduta del Barcellona: i conti sono ancora più drammatici dei
risultati
Se in questa stagione l’Ajax ha
celebratoBobMarley adottando
una fascinosa terzamaglia
nera con bordi rossi, verdi e gialli, il suo club
filosoficamente più affine, ovvero ilBarcellona,
ricorda piuttosto la famosa hit di Jimmy
Cliff, The
Harder They Come, contenuta nell’omonimo album che faceva
da colonna sonora al film del 1972 “Più
duro è, più forte cade”, considerato l’apripista nella
diffusione della musica
reggae al di fuori della Giamaica.The
harder they come, the harder they fall: e la caduta
dell’attuale Barcellona è
durissima, perché si tratta di un collasso tanto
sotto il profilo tecnico, quanto e soprattutto sotto quello
economico.
Le sconfitte nel Clásico,
la quarta consecutiva contro il Real
Madrid (non accadeva dagli anni Sessanta), e contro ilRayo
Vallecano hanno lasciato la squadra alnono
posto della Liga, pur con una partita da recuperare
che, anche in caso di vittoria, non porterebbe i blaugrana
nemmeno al sesto posto. Quest’ultima è una posizione dacodice
rosso, visto che rappresenta il peggior piazzamento
ottenuto dal club nel nuovo millennio. Accadde nella stagione
2002-03, caratterizzata da turbolenze ovunque, con tre
cambi in panchina (daLouis
van Gaal al traghettatoreAntonio
De La Cruz fino aRadomir
Antic) e quattro alla presidenza (Joan
Gaspart, Enric
Reyna, un interim della Commissione Direttiva, Joan
Laporta).
Quantomeno in quell’anno il Barcellona fece la voce grossa in Champions,
uscendo ai quarti
di finale a causa di una zampata diMarcelo
Zalayeta che permise allaJuventus di
espugnare ilCamp
Nou ai tempi supplementari. Oggi nemmeno l’Europa
sorride ai catalani, condue
nette sconfitte nelle prime tre partite dei gironi e
una qualificazione molto a rischio. Soprattutto, preoccupa lascarsa
qualità del gioco (“gioca di più palla a terra il Southampton”,
ha scritto qualche settimana fa il settimanale olandeseVoetbal
International) e la mancanza di personalità della squadra.
Il fresco esonero di Ronald
Koeman, senza unacandidatura
seria per la sua sostituzione, rende la situazione
ancora più nebulosa.
Il problema più drammatico del Barcellona riguarda però i
conti. L’esercizio 2020/21 è stato chiuso con unrosso di
quasimezzo
miliardo di euro, che rappresenta un record negativo
nella storia del calcio. Qualche settimane fa avevano fatto
scalpore le cifre di Inter eJuventus,
le cui perdite della scorsa stagione ammontavano rispettivamente
a 246 e210
milioni di euro. I catalani si attestano su numeri
doppi, 481 milioni, che salgono a 579 se si considera
anche la stagione 19/20, ovvero la prima vissuta durante la
pandemia. Numeri che Laporta e l’ex presidente Josep Bartomeu si
rimpallano in un triste teatrino del tua
culpa, ma che assumono proporzioni ancora più
drammatiche se confrontati con quelli realizzati dai rivali
storici del Real Madrid, che nelle due stagioni del
Covid-19 hanno fatto registrare addiritturaun
avanzo pari a un milione.
La prima grande differenza l’hanno fatta le
entrate.
Da anni il Clásico si sta combattendo senza esclusioni di colpi
anche a
livello commerciale,
con sorpassi e contro-sorpassi degni delle migliori gare
motoristiche. Nel 17/18 il Real conduceva di 60
milioni (751
il fatturato delle merengues contro i 690 dei culés), prima di
venire surclassato di 84 milioni nella stagione successiva (757
contro 841, quest’ultima una cifra record nella storia del
calcio). Oggi, dopo due anni di contrazione delle entrate per le
ragioni che tutti conosciamo, il quadro che emerge vede un Real
capace di tamponare i mancati introiti tornando ai livelli di cinque
anni fa,
con una perdita complessiva di circa 100 milioni (653 il
fatturato 20/21). Il Barcellona invece ne ha persi 250,
scivolando sotto la soglia dei 600
milioni (591).
Il tutto nonostante i rinnovi fino alla metà del 2022 dei
contratti di sponsorizzazione conRakuten eBeko,
pur con cifre ritoccate al ribasso. Sembra passato un secolo da
quando il Barcellona poteva permettersi di giocare senza
sponsor (o
al massimo mettere sulla maglia l’Unicef) per rispettare una
tradizione ultracentenaria. In casa Barcellona il gioco ha
potuto reggere fino a quando gli ottimi risultati
commerciali hanno
permesso al club di compensarel’esplosione
dei costi avvenuta
sotto la gestione Bartomeu. Nel 16/17 isalari (giocatori
e staff) ammontavano a 340 milioni, ma già due anni dopo la
cifra era salita a 501,
contro i 362 del Real. A questa si accompagna l’aumento della
voce relativa agli ammortamenti e
allasvalutazione dei
diritti dei calciatori, che indica ilvalore
patrimoniale attribuito
al parco calciatori (maggiore è la qualità della rosa, più alta
risulta essere la cifra). Due anni fa tale somma era pari a 146
milioni, più del doppio di quella (67) del 16/17, mentre lo
scorso anno si è verificato un ulteriore aumento, arrivando a
174 milioni. L’ultimo bilancio, che annovera ancoraMessi,
vede una piccola flessione, con l’importo che si attesta a 155.
Gli effetti benefici (a livello economico) del mancato rinnovo
dell’argentino, ma anche di un altro big come Griezmann,
si vedranno a partire dal bilancio 21/22.Nelle ultime due
stagioni la cattiva
gestione in
uscita di Bartomeu ha creato una sorta di paradosso:
il club con il fatturato
più alto al mondo era
costretto a fare a cassa per poter acquistarenuovigiocatori.
E se i soldi ancora non bastavano, si ricorreva agli acquisti
a credito (Coutinho
eFrenkie
de Jong,
pagati a rate – l’Ajax vanta ancora un credito di 47
milioni nei
confronti dei blaugrana, somma della rata finale di 30 per De
Jong e dei 17 per Serginho Dest) o aiprestiti da
finanziarie (Griezmann, comprato con i soldi dell’ingleseCapital
23).
Una politica che ha generato un ulteriore incremento delle
uscite, tra quote capitale e interessi prodotti dal continui
prestiti dovuti alla carenza di liquidità. Con il mercato
paralizzato dalla pandemia, al Barcellona è venuto a mancare
anche quel minimo
di ossigeno che
può derivare da una cessione multimilionaria.
Si è così arrivati, anche a causa di altri fattori
contabili come ildeprezzamento della
rosa messo nell’ultimo bilancio per161
milioni di euro (non sono però stati esplicitati i
giocatori oggetto di tale perdita di valore contabile) e gli
accantonamenti per spese fiscali e legali (il contenzioso che
opponeva il club aNeymar,
ora chiuso, è pesato sull’ultimo bilancio per 45 milioni), al
Barcellona “povero” di questa estate, con un mercato costruito
su parametri
zero (Depay, Aguero, Eric Garcia) eprestiti (Luuk
de Jong), dove l’unico giocatore acquistato –Emerson
Royal – è stato venduto dopo solo un mese realizzando
una plusvalenza di11
milioni. Un Barcellona adesso costretto a sobbarcarsi
uno stipendio top in più dopo l’esonero di Koeman, salvo che non
si decida di arrivare a fine stagione con un traghettatore già
nello staff o si trovi un accordo con il tecnico olandese per lacessazione
anticipata del contratto.
Eppure pochi giorni è circolata la notizia che Laporta vuole Mbappè.
Nonostante il prestito decennale di 600
milioni di euro, al tasso di interesse del 2%,
sottoscritto per ristrutturare una parte del debito. Nonostante
il finanziamento di 1.5
miliardi, approvato pochi giorni fa, per la
ristrutturazione delCamp
Nou. Nonostante i paletti imposti dal tetto
salariale della Liga. Perché, in fin dei conti, Laporta
è stato eletto dai108mila
soci del club, e i voti si guadagnano vendendo
sogni e promettendo campioni, non parlando di
contabilità e debiti. Soprattutto quando le cose in campo vanno
malee la discrepanza tra presente e
passato è squilibrata tanto
quanto i conti che si cerca di sistemare.
Diabolik, arrestato l'assassino di Fabrizio Piscitelli. E'
accusato anche del delitto in spiaggia a Torvajanica
Raul Esteban Calderon è accusato della morte del leader degli
Irriducibili della Lazio ucciso il 7 agosto 2019 in un agguato
al Parco degli Acquedotti. È lo stesso uomo che ha collaborato
ad uccidere Shehaj Selavdi sulla spiaggia del litorale romano.
Un mistero lungo più di due anni.
Arrestato il presunto killer di Fabrizio
Piscitelli, noto
come Diabolik, freddato a Roma nell’agosto del 2019. La Polizia
e i carabinieri, coordinati dai magistrati della Dda di Roma,
hanno proceduto al fermo diRaul
Esteban Calderon accusato
di omicidio aggravato dal metodo mafioso. Calderon è stato
catturato dagli agenti della Squadra Mobile di Roma, su decreto
di fermo del pm, lo scorso 13 dicembre. Il provvedimento è stato
convalidato poi dal giudice per le indagini preliminari che ha
emesso una ordinanza di custodia cautelare in carcere.
Al presunto assassino gli inquirenti sono arrivati in
un’indagine intrecciata con quella sull’omicidio di Shehaj
Selavdi avvenuto a Torvajanica il 20 settembre del
2020. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’omicida
sarebbe l’esecutore di entrambe i delitti. Per l’omicidio di
Torvajanica è stata arrestata una seconda persona. Un video di
una telecamera di sorveglianza privata mostra il momento
dell’omicidio. Il killer,vestito
da runner, si avvicina all’uomo che è seduto su una
panchina, gli spara alla nuca e poi si allontana correndo, in
direzione della telecamera di cui non sospetta l’esistenza. La
vittima non aveva avuto scampo con un proiettile calibro 7,65.“Le
fonti di prova su cui si è fondata l’adozione del provvedimento
– si legge in una nota della procura – sono costituite: dagli
elementi raccolti dalla Squadra Mobile e dalla polizia
Scientifica nel
corso del sopralluogo effettuato sul luogo e nell’immediatezza
del fatto e
in particolare da un filmato estratto da una telecamera
installata in zona con la quale è stata ripresa l’esecuzione del
delitto”. Inoltre “dall’analisi tecnica del filmato
dell’omicidio eseguita prima dalla polizia Scientifica e
successivamente dal consulente tecnico incaricato dalla procura
è emersa una
chiara compatibilità tra il killer visibile nel filmato e
il soggetto gravemente indiziato”.
“Droga dal Marocco e Sudamerica”: 8 arresti a Milano. C’è anche
Lucci, il capo ultras del Milan che stringeva la mano di Salvini
Operazione antidroga nel capoluogo lombardo. Coinvolto anche
il tifoso che il 16 dicembre 2018 compariva in alcune foto
assieme all’allora vicepremier in occasione della festa per i
50 anni della Curva Sud. L'ultras era stato già coinvolto in
altre inchieste negli ultimi anni e arrestato per droga in
passato
Importavano grosse quantità di droga dal Marocco e
dalSudamerica:
con quest’accusa sono scattate oggi otto misure cautelari dopo
un’indagine condotta dalla procura
di Milano. Coinvolti anche tre ultras del Milan,
appartenenti alla Curva Sud, cuore del tifo rossonero allo
stadio Meazza. Tra questi c’è anche Luca
Lucci, capo ultras con alcuni precedenti, che aveva
conquistato notorietà perché compariva in alcuni scatti in
compagnia diMatteo
Salvini.
L’inchiesta è stata portata avanti sezione
Antidroga della Squadra mobile di Milano. Nell’indagine
tre indagati sono stati portati in carcere, quattro agli arresti
domiciliari e uno sottoposto all’obbligo di presentazione alla
polizia giudiziaria con divieto di dimora. La misura cautelare è
stata emessa dal gip di Milano su richiesta del sostituto
procuratoreLeonardo
Lesti e del procuratore aggiuntoLaura
Pedio. Sono in corso anche numerose perquisizioni in
abitazioni riconducibili agli indagati nelle province di Milano,
Bergamo, Lodi e Monza Brianza.
Tra le persone più conosciute coinvolte nell’inchiesta c’è
appunto Lucci, uno dei capi della Curva sud milanista che in
passato era già stato arrestato per droga in passato, Lucci è
diventato noto il 16 dicembre 2018 quando era stato fotografato
assieme all’allora vicepremier Salvini in occasione della festa
per i 50 anni della Curva Sud del Milan. Classe
1981,
ufficialmente elettricista, Lucci è considerato una delle figure
più carismatiche della
curva. Colpito
tre volte dal Daspo e
condannato a4
anni per l’aggressione nel2009 a
un tifoso dell’Inter,
che perse un occhio e in seguito si suicidò,
nella primavera 2018 è finito in un’indagine assieme ad altre 21
persone, tutte destinatarie di misure cautelari, con l’accusa
di vendita espaccio
di droga.
In quell’operazione vennero sequestrati 600
chili di hashish, marijuana ecocaina e,
stando all’indagine, fu proprio il“Toro”,
come è soprannominato Lucci, a scovare e scollegare una
telecamera della polizia piazzata proprio all’esterno del
circolo usato come base dal gruppo.Per questa vicenda, nel
settembre del 2016, Lucci
ha patteggiato una pena a un
anno e mezzo di carcere enel
giugno 2019 ha subito il sequestro di un
milione di euro.
Per la questura, il “suo principale sostentamento è il traffico
di stupefacenti,
fin da giovane ha stretti legami con la criminalità
organizzata”.
Nel dicembre 2018, durante la festa per i 50 anni della curva
rossonera, al centro dell’Arena Civica di Milano, l’episodio che
lo ha reso noto e ha imbarazzato Salvini: venne immortalato
mentre stringeva la mano del leader della Lega, che all’epoca
era ministro dell’Interno. Gli scatti scatenarono la polemica
politica. In un primo momento, Salvini
non prese le distanze,
anzi rivendicò
il saluto dicendo che in curva“ci
sono tante brave persone” e annunciò che lamafia sarebbe
stata sconfitta in“qualche
mese”.
Poi fece marcia indietro, spiegando
di non sapere chi fosse Lucci e di averlo incontrato per la
prima volta in quell’occasione.
“Wanda Nara e Mauro Icardi denunciati per riciclaggio di denaro:
stipendio diviso tra bonifici e una percentuale in nero”
Stando a quanto riportato dai media argentini e in seguito dal
Corriere dello Sport, la showgirl argentina e il calciatore
del PSG sarebbero stati denunciati con accuse pesantissime. Il
documento presentato attesta che il riciclaggio di denaro
coinvolgerebbe anche "le altre attività di realizzazione di
capi di abbigliamento", il marchio WANDA e la Wanda Nara
Cosmetics
uesta volta le
cose per Wanda Nara e Mauro Icardi si mettono male.
Nemmeno il tempo di archiviare il gossip monstre sul
tradimento da parte del calciatore – culminato in una sorta di
soap condita di insulti
social, presunti triangoli amorosi, messaggi hot del calciatore
conEugenia
China Suarez e minacce di divorzio -,
che la coppia è alle prese con un nuovo scandalo dal potenziale
dirompente. Dall’Argentina rimbalza infatti la notizia che i due
coniugi sono stati
denunciati per riciclaggio di denaro.
Ma c’è molto di più. La denuncia è stata presentata pochi giorni
fa presso il tribunale di Comodoro Py di Buenos Aires e in poche
ore ha fatto il giro del mondo: su Maurito e la Nara pesano
altre accuse, tra cui “violenza
istituzionale” e “corruzione strutturale”,
secondo quanto si legge nella querela presentata da Fernando
Miguez, titolare della Fundacion por la Paz y el Cambio
Climatico de Argentina, contro la Work
Marketing Football Srl, la
società della coppia.
La notizia tiene banco su tutti i principali quotidiani
argentini, non solo quelli sportivi, e i titoli sono più che
eloquenti. «Nuevo escándalo: Mauro Icardi y Wanda Nara enfrentan
una denuncia por lavado de dinero en Argentina», titola Clarín,
il più importante quotidiano argentino. «Denuncian a Wanda Nara
y Mauro Icardi por lavado de activos», strilla Ámbito,
uno dei principali quotidiani economici del paese. E ovviamente
ne scrive anche Olé,
magazine sportivo tra i più letti di Argentina, che parla di
«presunto lavado de activos». Proprio mentre la Nara è volata a
Buenos Aires per lanciare la sua nuova linea di beauty, la Wanda
Nara Cosmetics (è stata duramente criticata anche per lo
scarsissimo buffet servito all’inaugurazione di uno dei nuovi
store), è esplosa dunque la notizia dell’inchiesta, che coinvolgerebbe
anche altre attività della coppia,
dalla realizzazione di una linea di abbigliamento, il marchio
WANDA e, appunto, la Wanda Nara Cosmetics.Tutti i quotidiani
argentini spiegano che la
società di Icardi e la Natra «avrebbe l’obiettivo di alloggiare
fondi monetari a seguito dell’attività sportiva di
un socio, quindi utilizzati perconsentire
eventuali fondi al mercato dei capitali neri ottenuti al di
fuori di ogni accordo contrattuale,
si pensa per evitare esborsi fiscali internazionali». Una
pratica, si legge, «comune tra coloro che svolgono la loro
attività all’interno del regime sportivo internazionale, i quali
riceverebbero il proprio stipendio
diviso in denaro tramite bonifici e una percentuale in denaro
nero e
procedono in questo modo al riciclaggio di denaro per poi
trasformarsi in reddito genuino dimostrabile nel tempo in quanto
di origine legale». Il commento da parte della coppia? Nessuno.
Icardi ha postato sui social una serie di scatti realizzati
durante gli allenamenti con il Paris Saint-Germain, la Nara
invece postato un numero esorbitante di storie su Instagram
documentando l’inaugurazione del nuovo negozio del suo marchio
di cosmetici e il bagno di folla in un centro commerciale della
capitale argentina. A parlare saranno i loro gli avvocati.
“Violenti e fascisti”: la Francia vieta l’ingresso ai tifosi
laziali. La rabbia del club: “Motivazioni ingiustificabili,
intervenga nostra diplomazia”
Lo ha deciso il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin
con un'ordinanza nella quale motiva la sua scelta richiamando
i "comportamenti violenti" e la "ripetuta intonazione di canti
fascisti e all’esibizione di saluti romani".
I tifosi dellaLazio non
potranno recarsi aMarsiglia in
occasione della gara valida per il quarto turno diEuropa
League che si giocherà giovedì allostadio
Vélodrome. Lo ha deciso il ministro dell’Interno
francese Gérald
Darmanin con un’ordinanza nella quale motiva la sua
scelta richiamando i“comportamenti
violenti” di alcuni supporter laziali tenuti “in
maniera ricorrente” in occasione delle trasferte all’estero.
Parole che hanno scatenato la rabbia delclub
biancoceleste che chiede “unchiarimento da
parte delle istituzioni francesi e una presa diposizione
netta della nostra diplomazia”.
Non solo: nel testo si accenna anche alla “ripetuta
intonazione di canti
fascisti e all’esibizione di saluti
romani”e si ricorda quanto accaduto
nell’ottobre 2018, data dell’ultima sfida in terra francese
fra Olympique
Marsiglia e Lazio, quando quattro persone vennero
“ferite da arma bianca in occasione di unarissa che
coinvolse 200 tifosi”. Lo scorso 21 ottobre, in occasione
della gara d’andata, le autorità italiane avevano preso una
decisione simile, vietando anche la vendita deibiglietti ai
residenti francesi.
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Il Newcastle all’Arabia Saudita: così la triade del petrolio si
è ricomposta anche nel calcio.
Il triangolo è servito. Con l’acquisto del Newcastle da
parte di un consorzio guidato dalPIF (Fondo
per gli Investimenti Pubblici) appartenente al principe sauditaMohammed
Bin Salman,
che deterrà l’80% delle quote dei Magpies pagando
una cifra attorno ai353
milioni di euro,
la triade del petrolio Qatar-Emirati
Arabi Uniti-Arabia Saudita si
è ricomposta anche nell’élite delcalcio
europeo e
mondiale. Non si tratta di una novità assoluta, visto che i tre
Stati sono già attivi nel medesimo contesto calcistico, ovvero
ilcampionato
belga (autentico
porto franco globalizzato nel quale 14 delle 26 società si
trovano nelle mani di proprietari stranieri), dove sono
proprietari rispettivamente diLommel (EAU),Eupen (Qatar)
eBeerschot (Arabia
Saudita). Adesso dal parco giochi diperiferia sono
passati direttamente a Gardaland.
Su The
Athletic, Matt
Slater ha sintetizzato l’acquisizione del Newcastle in
poche righe. L’Arabia
Saudita ha acquistato un club diPremier
League perché i vicini Qatar e EAU possiedono a loro
volta una società di alto profilo e, numeri alla mano, il
ritorno ottenuto a livello mediatico ecommerciale è
risultato indiscutibile. “Ci aveva già provato un anno fa”,
scrive, “ma c’era di mezzo un conflitto con il Qatar e
l’utilizzo del calcio come arma per vincere tale conflitto si è
rivelato inefficace. Pertanto è bastato rimuovere la questione
scatenante il conflitto per ottenere il proprioinvestimento
top”. Ovvero una squadra del campionato più
ricco del mondo, pronta a diventare un nuovoManchesterCity o
un nuovo Paris
Saint Germain.
Il conflitto Qatar-Arabia
Saudita verteva su un caso, piuttosto clamoroso, dipirateria
digitale. Tutto è iniziato nel giugno 2017 quando
Bahrain, EAU, Egitto e Arabia Saudita decidono di imporre un embargo diplomatico,
economico e logistico al Qatar, accusato di sostenere e
finanziare gruppi
terroristici. Vengono chiusi i confini terrestri e
marittimi, viene negato il passaggio nello spazio aereo, tutti i
contratti e gli scambi commerciali sono annullati. Ma l’Arabia
Saudita va oltre: sul proprio territorio spunta la tv piratabeoutQ che
inizia a trasmettere partite di Premier
League, gran premi diFormula
1 e match di competizioniFifa.
Tutti eventi di cui la qatariota beIN possiede
i diritti sportivi per il Medio Oriente e la fascia
settentrionale del continente africano.
Un’operazione di pirateria digitale che costa a beIN, solo per
le annate 2018 e 2019 di Premier League, un miliardo di euro in mancati
introiti.
Questa la cifra presentata dal Qatar nella denuncia alla World
Trade Organization.
Secondo Dubai, dietro alla tv pirata c’è il governo saudita: è
propria l’incapacità (o la mancata volontà) dei sauditi nel
bloccare le trasmissioni di beoutQ (un nome, un programma) a
causare lo stop nelle
trattative di acquisto delNewcastle avviate
nel maggio del 2020. Con buona pace di Amnesty International e
di tutte le associazioni che si occupano didiritti
umani,
da tempo in prima fila nel denunciare gli abusi del regime
saudita. Gli unici
diritti che
contano sono quellicommerciali (“la
Premier League dovrebbe cambiare i test su proprietari e
dirigenti per affrontare le questioni sui diritti umani”, ha
dichiarato il Ceo di AmnestySacha
Deshmukh):
è sufficiente sistemare la questione con il proprio vicino di
casa e tutte le porte si aprono. In estate il WTO ha ritenuto colpevole l’Arabia
Saudita di aver violato leleggi
internazionali sulla
proprietà intellettuale per il caso beoutQ. Un mese dopo, laQatar
Airways ha
vinto la causa per danni intentata contro i quattro stati che
avevano bloccato il traffico aereo. Ma nel frattempo i rapporti
si eranogià
distesi,
specialmente quelli tra Qatar e Arabia Saudita, con la visita a
inizio gennaio dell’emiro Al
Thani aRiyad per
il Consiglio di Cooperazione nel Golfo che ha aperto la strada
allariapertura dei
confini tra gli stati. BeIN è tornata in affari con i sauditi
(che compongono il bacino di utenza più grande di tutta la
penisola), pertanto i sauditi sono tornati in affari con la
Premier League e nel giro di poco tempo si è arrivati aifesteggiamenti per
le strade diNewcastle per
la fine dell’eraMike
Ashley,
durata 14 anni. Non deve ingannare l’aurea di mediocrità che
da tempo avvolge i Magpies, con un solo piazzamento tra le prime
nove di Premier ottenuto lungo tutta la gestione Ashley (accadde
nella stagione2011/12 conAlan
Pardew in
panchina). Se sportivamente è stato un periodo avaro di
soddisfazioni e zeppo di frustrazioni, a livello commerciale il
fondatore diSports
Direct lascia
una società inbuona
salute (fino
al 2018 il Newcastle, a dispetto dei modesti risultati, era
ancora nellatop
20 della
Football Money League stilata dallaDeloitte)
e, soprattutto, si mette in tasca una cifra più che raddoppiata
rispetto a quanto sborsato (150 milioni di euro) nel 2007.
Termini quali austerità e
braccino corto (in 12 anni il Newcastle ha speso sul mercato 77
milioni,
per una media di 6 milioni a stagione) sono destinati a finire
in soffitta, forse tra qualche anno al popolo del St.
James’s Park non
provocherà più crisi di nervi ricordare certe uscite di Ashley,
come la risposta data aRafa
Benitez dopo
l’ennesima richiesta di investimenti nelle infrastrutture e nel
potenziamento dello staff societario, scouting in primis. “Non
ho mai visto un solo giocatore”, disse, “che non abbia voluto
firmare con noi a causa del nostro centro di allenamento”.Con un
patrimonio stimato in 376
miliardi di euro,
vale a dire circa
13 volte più
di quello dello sceicco Mansour del Manchester City eoltre
60 volte quello
dell’emiro Al Thani del Psg, il fondo sovrano PIF lascia
ipotizzare unapioggia
di denaro in
arrivo su Newcastle. Difficilmente però si assisterà a intensi
restyling come quelli operati dal primoAbramovich alChelsea o
dallo stesso Mansour al City, visto che le regola delFinancial
Fair Play impongono
ricavi adeguati all’ammontare delle spese. Impensabile pensare a
unboom come
quello della Manchester color sky blue, con 487 milioni spesi in
tre anni per costruire una squadra stellare (Yaya
Tourè,
Carlos Tevez, David
Silva)
prima che fosse introdotto il FFP. Indubbiamente l’approccio al
grande calcio dei sauditi è stato diverso rispetto a quello dei
vicini di casa. Anni fa conclusero un bizzarro accordo “pay per
view” con diversi club della Liga
spagnola per
il prestito semestrale di alcuni nazionali, con stipendio
direttamente pagato dallo stato arabo. Quasi nessuno è mai sceso
in campo e per il movimento calcistico saudita i benefici sono
stati nulli. Sempre ammesso che, senza unMondiale in
casa alle porte, una nazionale competitiva interessi qualcosa
alla monarchia. Il calcio come leva disoft
power passa
per altre strade. Come quelle che costeggiano il fiume
Tyne.
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.11 luglio 2021, clamorosamente l'Italia vince gli Europei a
Wembley contro l'Inghilterra. Il verdetto ai rigori, tempi
regolamentari sull'1-1.
Il ritorno di Zeman a Foggia: il santo fumatore con più di mille
panchine e una sola idea, il gol
Sarà la sua quarta volta nella città pugliese. Una carriera che
ha sempre diviso le opinioni, creato sogni e ispirato personaggi
televisivi e perfino canzoni
Calcio, clan e affari: le ombre albanesi sulla Lazio di Tare
Un'inchiesta di Report svela i retroscena dell'attività del ds
biancoceleste. Le carte dei pm e la mancata indagine della
procura federale
Il Tribunale congela il 6% delle azioni di Zhang in Suning.com,
Suning(e l'Inter) nei guai crolla in borsa ed il titolo viene
sospeso...
Come riporta l'organo di informazione asiatico Titan
Sports Plus,
infatti, il titolo Suning.com è stato fermato dalla borsa: le
negoziazioni riguardanti l'azienda del gruppo che detiene la
proprietà del club nerazzurro sono bloccate in virtù di un
crollo avvenuto
nella giornata di ieri, dopo il congelamento del 5,8% del
capitale in mano a Zhang.Un tribunale locale di Pechino
ha congelato più di un quarto della partecipazione di Zhang
Jindong in Suning.com. Secondo un documento pubblicato dalla
stessa società quotata, la Seconda Corte Intermedia di Pechino
ha congelato 540,2 milioni di azioni, che rappresentano il 5,8%
del totale della società, azionista di maggioranza dell’Inter.
Nell’annuncio, la società ha affermato che il congelamento delle
azioni non comporterà un cambiamento negli effettivi diritti di
controllo della società e non avrà un impatto significativo
sulla produzione e sul funzionamento della società e sul governo
societario.
Tuttavia, prezzo delle azioni di Suning.com sono sceso del 10%
martedì in Borsa a 5,59 yuan dopo l’annuncio del congelamento:
si tratta dei minimi per il titolo di Suning dal 2013.Nei
giorni scorsi, Suning Appliance (una delle holding di Zhang) è
stata citata in giudizio e multata dal Tribunale di esecuzione –
secondo Tribunale Intermedio del Popolo – di 3.082 miliardi di
yuan (circa 396 milioni di euro): sono
stati citati in giudizio Liu Yuping, Zhang Jindong, Suning
Appliance Group e Suning Real Estate Group, che hanno già
avviato le pratiche per il ricorso alla seconda Corte intermedia
di Pechino.Perchè il congelamento e la citazione in giudizio? A
causa di
Un'operazione di trasferimento delle azioni effettuata pochi
giorni fa dal gruppo cinese a Jiangsu New Retail. Per tale
iniziativa sono stati citati Liu Yuping, Zhang Jindong, Suning
Appliance Group Co., Ltd. e Suning Real Estate Group Co.IL
Tribunale di Pechino ha
inflitto una multa di circa385
milioni di euro a
Suning Appliance per non avere rispettato i termini di
comunicazione alla Borsa di un’operazione messa in piedi qualche
giorno fa. Si parla della cessione del 5,59% del pacchetto
di Suning Tesco a un nuovo fondo appositamente creato in cambio
appunto di 385 milioni, gli stessi della sanzione. "Ovvio che lo
scopo sia quello di garantirsi liquidità - spiega ilCorsport -.
Il gruppo di Nachino, peraltro, si è impegnato a riacquistare
quella stessa quota entro 10 mesi, per la medesima cifra, più un
interesse del 3,85%.
Contro la piccola Turchia era
stata la notte dell’esordio, delleemozioni dei
tifosi, dei gol diImmobile eInsigne.
Contro la modesta
Svizzera è
la notte dell’ “ItalSassuolo”.
Di ManuelLocatelli,
titolare un po’ per caso in questa nazionale per le assenze di Verratti ePellegrini,
ma neanche troppo, ormai giocatore vero, autore di una doppietta
clamorosa per
un centrocampista, per un ragazzo che fino ad oggi non aveva
giocato un minuto nell’Europa che
conta. Ma anche diDomenicoBerardi,
predestinato che è rimasto in provincia e ora sembra aver
raggiunto davvero la maturità,
in fondo ha ancora solo 26 anni. Il risultato non cambia:
l’Italia vince ancora all’Olimpico, ancora
3-0,
staccando già il pass per gli ottavi di
finale diEuro
2021.È
presto per sognare vista
la caratura delle avversarie fin qui incontrate, ma questasquadra lo
fa già. Si vede da come gioca, da quanto ci crede e dall’entusiasmo che
la circonda. È il grande merito diRobertoMancini,
ormai riconosciuto da tempo, forse persino troppo presto. Un
tempo c’era il blocco
bianconero dell’
”ItalJuve”. Oggi l’asse su cui lanazionale costruisce
la rotonda vittoria contro gli elvetici viene dalSassuolo.
E questo è un riconoscimento per
il lavoro che ha fatto negli ultimi anni lasocietà
emiliana e
il suo ex allenatoreDeZerbi,
ma anche per il ct, che raccoglie l’incasso delle sue scommesse.
E Berardi lo è più di tutti, in pochi lo avrebbero dato titolare
agli Europei.
Ma squadra che vince non si cambia e dopo il debutto più che
positivo Mancini riconferma
tutti, compresoDiLorenzo che
tanto bene aveva fatto al posto diFlorenzi sulla
corsia destra.Di fronte stavolta c’è la Svizzera,
che non rinuncia dichiaratamente a giocare come la Turchia,
presenta tre giocatorid’attacco e
l’intenzione di offendere. Poi riuscirci per davvero è un’altra
storia. Anche perché lanazionale è
ancora più bella e cattiva, forse liberata dalle pressioni
dell’esordio, del tutto convinta dei propri mezzi. ConBarella che
divora il campo,Spinazzola che
salta sempre l’uomo e fa la differenza. Dopo un paio di minutiImmobile mette
alto di testa, al quarto d’ora la partita sarebbe già sbloccata
ma il Var annulla la rete in mischia diChiellini per
un fallo di mano (poi dovrà uscire per infortunio). È questione
diminuti.
Il vantaggio è la fotocopia del primo gol contro la Turchia,
segno che questa squadra ha un’identità profonda: solito strappo
di Berardi,
irresistibile sulla destra, stavolta sul suo cross invece
dell’autogol arriva il tap-in di Locatelli.Quando
la partita si apre ulteriormente, nei timiditentativi degli
elvetici, il tridente azzurro va a nozze incontropiede.
A fine primo tempo la statistica dice 7 tiri a 1: numeri da dominatrice.
La ripresa sembra ed è davvero una formalità. Il palleggio da
dietro, con Jorginho in
regia, funziona alla perfezione. Libera con una facilità
disarmante ancora Locatelli al tiro dal limite dell’area, cheSommer non
prova nemmeno a parare. Sul 2-0 è quasi accademia. Mentre gliazzurri cercano
il tris che troveràImmobile alla
fine, la Svizzera arriva fino aDonnarumma,
costringendolo alla prima vera parata del torneo. Anche Mancini si
concede degli esperimenti: conToloi al
posto diBerardi si
passa alla difesa a tre, una variante tattica che magari tornerà
utile nel prosieguo deltorneo.
Perché è già arrivato il momento di guardare avanti. Meglio
della Turchia,
la Svizzera era comunque poca cosa, se si pensa che si affida
ancora ai vecchi Shaqiri,
Rodriguez, Seferovic,
tutti transitati senza troppe fortune dalla Serie A, o a Xhaka,
inspiegabile oggetto del desidero della Roma in
questo calciomercato. Rimane ilGalles,
nell’ultima partita del girone che vale il primo posto, non
ancora matematico: basterà un pareggio domenica
nell’ultima gara del girone e all’Olimpico. Godiamoci questenottimagiche.
Ne resta ancora una a Roma. Poi si comincerà a fare sul serio.
La lezione danese sul concetto di squadra: il soccorso di
capitan Kjaer, il muro oplitico dei compagni e il ‘giocate’ di
Eriksen dall’ospedale
SuperLeague, lo scenario è drammatico: il ‘calcio-lusso’ è
servito
Immaginiamo che la Brexit della Superleague vada
in porto. Che cioè i club ribelli della Premier League, della
Liga spagnola e della Serie A perseverino nel loro progetto e
non cedano alle minacce dell’Uefa.
Immaginiamo di conseguenza che l’Uefa, indifferente ai
prevedibili problemi riorganizzativi e alle altrettanto
inevitabili battaglie legali, decida di applicare la linea più intransigente e
dura e, in simbiotico accordo con le federazioni nazionali,
decreti la loroesclusione dai
campionati, sia europei che nazionali.
Ora, zoomiamo sulla Serie A. Nel nostro caso, con un campionato già
annichilito dal Covid, con gli stadi vuoti, con le squadre alla
canna del gas economico e un oggettivo disorientamento delle
tifoserie (ma anche degli sponsor), ci si ritroverebbe a
ridisegnare la classifica. Senza il dominio milanese e torinese,
sarebbe l’Atalanta a
godersi il primato, seguita a ruota daNapoli,
Lazio, Roma,
Sassuolo e Verona, mentre nessun cambiamento si avrebbe in zona
retrocessione: le ultime tre sono Crotone, Parma e Cagliari.
Resterebbero in 17, a sette partite dal termine del campionato.Ed
è probabile che, per evitare sanguinosi e dispendiosi ricorsi e
controricorsi, si arriverà ad un compromesso: la retrocessione verrà
graziata,
in modo che il campionato successivo si possa disputare sempre
con venti squadre, le 17 rimaste dopo l’epurazione di Juve,
Milan e Inter più le prime tre di serie B promosse in A,
altrimenti scoppierebbe la rivolta delle squadre che in B hanno
investito milioni per sperare di conquistare la massima serie,
penso per esempio al Monza di Berlusconi e Galliani…
Lasciamo da parte l’etica e la morale dello sport, badiamo al
sodo, che è poi la molla della ribellione. I
quattrini. I bilanci. Le prospettive. La
privatizzazione delle sfide di alto livello. La prima grana che
la Lega di serie A dovrà affrontare, nell’ipotesi della Grande
Esclusione, sarà l’ovvia reazione (legale) di Dazn,
la pay tv che ha detronizzato Sky sborsando 840 milioni per i
diritti tv della serie A. Senza Juventus, Inter e Milan,
sarebbero soldi gettati al vento. I tre club, infatti, muovono
il 75 per cento dei capitali di serie A, hanno il maggior numero
di tifosi e dispongono delle “rose” più quotate. Ci sarebbe un crollo
dell’audience.
Un esodo dei telespettatori verso la tv che invece garantirà i
diritti di trasmettere gli incontri della Superleague: vuoi
mettere il fascino travolgente delle partite fra Arsenal,
Atletico Madrid, Barcellona,
Chelsea, Inter, Juventus, Liverpool,
Manchester City e Manchester United, Milan, Real Madrid,
Tottenham, rispetto a quello di Spezia-Benevento o
Sassuolo-Crotone, o Torino-Genoa? Lo scenario è drammatico.
I campionati diventerebbero assai meno influenti e perderebbero
gran parte dei ricavi da parte di investitori e pubblico. E’ ciò
che è successo negli Stati Uniti, con la Nba… mica fantascienza.
Ma storia dello sport di vertice.Perciò
è chiaro che Dazn vorrà indietro gran parte dei soldi di un
contratto che secondo lei non ha rispettato i patti. Perché
senza le tre squadre che complessivamente hanno conquistato 72
scudetti (36 la Juventus, 18 ciascuna Inter e Milan) mentre
altre tredici squadre ne hanno vinti 44 (Genoa 9, Torino,
Bologna e Pro Vercelli 7, Roma 3, Fiorentina, Lazio e Napoli 2,
Cagliari, Casale, Novese, Sampdoria e Verona 1) significa abbassare
la qualità del
torneo e fragilizzarne le prospettive. In un futuro del genere,
le squadre provinciali sarebbero preda degli speculatori,
soprattutto stranieri, come del resto sta già in parte avvenendo
con le più recenti acquisizioni (vedi La Spezia e Parma).
Il progetto Superleague è stato subito demonizzato dai
giornaloni che vi vedono intenti poco nobili. Ma è pur vero che
“fare calcio oggi è assai difficile”, come ha ricordato Giovanni
Carnevali, amministratore delegato del Sassuolo, “le squadre più
grandi hanno più perdite e il sistema va rivisto”, ammette, “ma
nello sport ci deve essere meritocrazia. Stravolgere
la storia del campionato non è facile”.
Per qualcuno si tratta di un’operazione “rozza”: secondo Mario
Sconcerti, figlio di un noto procuratore del pugilato e tifoso
della Fiorentina, corsivista del Corriere
della Sera, il cui proprietario Umberto Cairo è anche il
padrone del Torino (la rivale della Juve). Un commento severo,
assai poco neutrale… sta di fatto che la Borsa ha accolto il
progetto con molto entusiasmo,
infatti le azioni della Juventus sono schizzate su dell’8,5 per
cento nonostante la sconfitta a Bergamo dei bianconeri con l’Atalanta.
E’ uscita allo scoperto la potenza globale finanziaria di JP
Morgan che ha confermato di finanziare la “nuova lega
antagonista dell’attuale Champions
League”, si parla già di un contributo una tantum di
3,5 miliardi di euro, e altri 2,5 arriverebbero da numerosi
fondi d’investimento (molti dei quali americani), il che
significa dotare i venti club di Superleague (15 membri
fondatori, cinque “invitati”) di una dotazione iniziale di
almeno 300 milioni. Sono cifre che stravolgeranno il
mercato ed indurranno i giocatori migliori ad accettare gli
ingaggi di questo eldorado del pallone, contribuendo così a
depauperare i campionati europei.
Non c’è dubbio che la Superleague abbia radici concrete nel
business, e che sia un chiaro tentativo di creare un cartello.
Si tratta d’affrontare un discorso di trust
e antitrust, non a caso tra i primissimi a
stigmatizzare la Superleague sono addirittura il presidente
francese Macron, il premier britannico Johnson, i tedeschi, il
presidente del Consiglio Draghi e il segretario del Pd, Letta.
Tuttavia, gli studi di previsione che Florentino
Perez, l’imprenditore proprietario del Real Madrid,
Joel Glazer, copresidente del Manchester United ed Andrea
Agnelli, presidente della Juventus che si è dimesso domenica
dall’Uefa e dalla carica di presidente dell’Eca (l’associazione
delle squadre europee che raggruppava 246 club: la Juve ha
seguito il suo patron), sono chiari.Il
progetto iniziale – un programma di partite infrasettimanali con
le 20 squadre suddivise in due gruppi (c’è già il sito
ufficiale, il logo The Super League domina la parte sinistra
della homepage) – prevede il via ad agosto. Alle 15 squadre
fondatrici se ne aggiungeranno ogni anno le 5 che hanno ottenuto
i risultati migliori. Le prime tre classificate di ogni girone
approderanno ai quarti di finale mentre le quarte e le quinte si
affronteranno (a/r) per conquistare gli ultimi due posti dei
quarti. Finale
a gara secca,
programmata per la fine di maggio (guarda caso, più o meno come
la Champions…), da disputarsi in uno stadio neutrale. A
proposito degli stadi, il piano è che tutte le squadre
fondatrici ne siano proprietarie.I membri della Superleague
giurano e spergiurano di non
volere uscire dai campionati,
anzi: “In questo momento critico ci siamo riuniti per consentire
la trasformazione della competizione europea, mettendo il gioco
che amiamo su un percorso di sviluppo sostenibile a lungo
termine, con un meccanismo di solidarietà fortemente
aumentato, garantendo ai tifosi e agli appassionati un programma
di partite che sappia alimentare il loro desiderio di calcio e,
al contempo, che fornisca un esempio positivo e coinvolgente”.
Dicono di non voleresabotare i
campionati. Ma è chiaro che questo torneo affosserebbe la
Champions, e pure l’eventuale cambiamento di format appena
varato dall’Uefa. Poche squadre di altissima qualità, fanno
capire, meglio di tornei sfiancati da partite inutili, tra club
dal passato e dalla gloria assai diversi. Un ragionamento, se
vogliamo, classista. Il calcio-lusso.
In realtà, i club che si autodefiniscono i migliori hanno
paura delle squadre, come l’Atalanta, che sono riuscite
a creare un modello aziendale e sportivo di altissimo livello
con investimenti relativamente modesti e una gestione oculata
delle risorse a disposizione. La squadra bergamasca ha, per
esempio, un monte ingaggisette
volte inferiore a quello della Juventus ma è
altrettanto competitiva. Significa che il livello medio dei
calciatori si avvicina a quello dei fuoriclasse o presunti tali.
Salvo che costano dieci volte di meno.
I supercampioni che fanno la differenza, ormai, sono come le
Ferrari e le Lamborghini: possono essere comprati solo da chi
dispone di grandi
mezzi finanziari. E da chi si può permettere di pagare
ingaggi esagerati. Ronaldo guadagna più di tutto il Crotone. O
del Benevento. O dello Spezia. Dove si muovono quelle squadre,
si muovono i soldi. Diciamo che non c’è… partita.
Chi dice che la Nazionale di Roberto Mancini ha risollevato le
sorti del calcio italiano mette la polvere sotto il tappeto
È sempre la solita storia. Ce ne ricordiamo quando i nostri club
rimediano figuracce su
figuracce inChampions e
non abbiamo nemmeno una squadra nelle prime otto inEuropa:
e allora giù paginate di giornali, dibattiti da
bar e da salotto sui motivi deldeclino.
Ma poi ce ne dimentichiamo alla prima vittoria della nazionale contromodestiavversari,
celebrate come grandi imprese. Già si parla di “Rinascimento”
del calcio italiano. Ma il movimento è in crisi e non sarà una
vittoria di club o nazionale, che tutti ci auguriamo e potrebbe
persino essere all’orizzonte, a cambiare la realtà.
La sosta delle nazionali ha messo in stand-by campionati e
coppe, già concluso il dibattito che aveva suscitato la
clamorosa eliminazione diAtalanta, Lazio e
soprattuttoJuventus dagli
ottavi di Champions, peggior risultato per i nostri club degli
ultimi cinque anni. Due settimane fa ilcalcio
italiano sembrava morto, superato, finito. Con la
nazionale riprende fiato.I
meriti sono quasi tutti di RobertoMancini.
Il ct ha costruito un gruppo e ridato un’anima a questa squadra,
ormai lo si ripete da tempo. È stato bravo ad individuare alcuni
punti fermi (soprattutto in mezzo al campo, dove ad esempio
l’esplosione di Barella eChiesa è
iniziata prima innazionale che
nei club). È stato anche agevolato dallapossibilità di
ripartire da zero e ricostruire sulle macerie lasciate daVentura,
dopo di cui era davvero difficile far peggio.
Oggi l’Italia è una squadravera,
con uno spogliatoio coeso e un’identità di gioco precisa. In
virtù di questo, si presenterà ai prossimi Europei se
non come favorita, comunque come una delle possibilivincitricifinali.
E dopo la mancata partecipazione ai Mondiali
di Russia 2018 già questo è un successo. A guardarla da
lontano sembra lafotografia di
un movimento in salute, quantomeno in ripresa. Più ti avvicini,
però, e più si notano leimperfezioni,
i difetti. L’eliminazione dei club italiani, che in Europa non
vincono per il loro provincialismo, la mancanza dipersonalità,
struttura e ovviamente risorse,
è una ferita aperta che non si può archiviare in un paio di
settimane.
Poi c’è la nazionale,
che vince e convince, ma quanto fino in fondo? È vero, è un
momento un po’ strano per il calcio
europeo. In giro per ilcontinente non
c’è molto di meglio. Ma nemmeno di peggio. A parte laFrancia che
in questo momento è di un altro pianeta,Spagna eGermania sono
in crisi, però a differenza nostra hanno vinto tutto nell’ultimo
decennio, una fase ditransizione se
la possono permettere, e soprattutto i tedeschi trainati dalBayern hanno
già iniziato laricostruzione. Olanda, Portogallo non
hanno il nostro stesso blasone. L’Inghilterra chissà
se vincerà mai qualcosa d’importante, ma si consola col
campionato più bello e ricco al mondo, che ha anche ripreso a
sfornaretalentipropri.L’Italia
invece cosa ha? Un