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GERMANIA; DOPO I 100 MILIARDI DI EURO PER IL RIARMO, 200 MILIARDI DI EURO PER L'ABBATTIMENTO DEI COSTI ENERGETICI

La svolta della Germania

Compatta, anche se con distinguo sulle priorità, la maggioranza. Robert Habeck, vicecancelliere e Ministro dell’Economia in rappresentanza dei Verdi ha parlato di necessità di reagire alla “guerra energetica” della Russia. Ma la svolta più importante è quella di Christian Lindner, “falco” rigorista dei Liberali che, da Ministro delle Finanze, solo pochi giorni fa proponeva in Europa il ritorno al Patto di Stabilità e ora ha corretto le sue posizioni preparandosi, sul fronte interno, a dare il via libera alle spese massicce del governo ma mantenendo, a parole, il sostegno alla necessità di tornare nel 2023 alla disciplina di bilancio.

“In passato”, nota La Stampa, “durante la pandemia, il governo sospese la regola del “freno al debito” per ridare fiato all’economia. Si tratta di una costituzionale che permette di derogare al pareggio di bilancio per lo 0,35% del Pil annuale e che può essere sospesa in caso di situazioni di eccezione e di catastrofi naturale”. La guerra in Ucraina è lo stato d’eccezione dopo la catastrofe pandemica che in questo caso può, anche negli anni a venire, giustificare comunque eventuali prese di posizione in controtendenza con questo auspicio. E Lindner nel frattempo mira a mettere in campo aiuti attraverso il Fondo di stabilizzazione economica introdotto durante la pandemia.

Il maxi-fondo su cui puntano Scholz e Lindner

Lo scopo del Fondo di stabilizzazione economica (Fse) era quello di stabilizzare l’economia in risposta alla pandemia di Covid. L’Fse è stato creato con l’obbiettivo di fornire sostegno sotto forma di misure di stabilizzazione per aiutare le imprese di tutti i settori a rafforzare la loro base di capitale e ad affrontare le carenze di liquidità. Si rivolge alle imprese dell’economia reale la cui scomparsa avrebbe un impatto significativo sul mercato del lavoro tedesco o sull’attrattiva della Germania come sede di attività. L’Fse agisce per mezzo di due strumenti di stabilizzazione (che possono essere applicati in combinazione) da un lato, promuove garanzie federali sui prestiti, comprese le linee di credito, e sui prodotti del mercato dei capitali; dall’altro, promuove misure di ricapitalizzazione come mezzo diretto per rafforzare il patrimonio netto delle imprese in difficoltà.

Fse ha fino ad oggi promosso operazioni di ricapitalizzazione per 9 miliardi di euro e si prevede il suo utilizzo anche per operazioni come quella di Uniper che raddoppierà tale cifra. Può inoltre promuovere manovre di sostegno alla banca pubblica KfW, la Cassa Depositi e Prestiti tedesca, a cui fino ad ora ha concesso 30 miliardi di euro. Dunque, il Fse creato nel 2020 è di fatto ben al di là dal raggiungere le quote di risorse stanziate: di fatto esso è stato “armato” con 600 miliardi di euro di risorse, corrette a 250 miliardi nel 2022. Una somma che Lindner spera di poter orientare per coprire le spese per la crisi energetica. Ma occultare una spesa pari al 5% del Pil in un fondo che copre la metà dei 1.300 miliardi messi in campo da Angela Merkel e da Scholz, ai tempi Ministro delle Finanze, è complesso.

La “Cdp” tedesca

Così come è complesso operare con KfW. Negli anni la KfW è diventata la più grande banca pubblica per lo sviluppo al mondo e gestisce asset per 500 miliardi di euro. Durante la pandemia le risorse sono state orientate per fare in grande ciò che in Italia è stato affidato a Sace con il programma Garanzia Italia: aprire alla concessione di prestiti alle imprese in crisi mediate dalla garanzia pubblica.

Due settimane fa il governo federale ha chiesto che KfW si rafforzi, in modo che le società energetiche possano esser sostenute con ancora più garanzie e supporto alla liquidità. Si tratta di autorizzazioni di credito per un importo di circa 67 miliardi di euro, che ricadranno alla fine nel piano del Fse.

Il nuovo debito inevitabile

Sulla carta Berlino avrebbe i numeri per coprire dunque i 200 miliardi con fondi già stanziati. Ma il diavolo è nei dettagli e riporta alla considerazione che per la Germania sarà necessario fare deficit. In virtù del nuovo regolamento Ue sugli aiuti di Stato, infatti, la Germania ha promosso misure di sostegno alle imprese tramite Fse e KfW, ma non può mettere in campo con il loro ausilio i piani che Scholz ha in mente per abbattere il prezzo del gas nella loro interezza. Scholz ha intenzione di sterilizzare diverse imposte, calmierare i prezzi del gas, finanziare gli importatori, accelerare sugli investimenti in transizione per superare la dipendenza dall’oro blu. Tutte misure per cui un ricorso alla leva della spesa pubblica è necessaria, in quanto politiche omnicomprensive e non mirate su un singolo obiettivo come un’operazione di salvataggio aziendale.

Quando Lindner è subentrato all’inizio di dicembre, si è trovato a lavorare con un progetto di bilancio per il 2022 scritto dal suo predecessore (ora cancelliere) Olaf Scholz prima dello scoppio dell’ondata di omicron della pandemia di coronavirus. Tale progetto includeva circa 100 miliardi di euro di nuovo debito. E dopo aver assunto nuovi debiti per quasi 140 miliardi di euro quest’anno, il bilancio nazionale della Germania per il 2023 prevede solo 17 miliardi di euro di nuovo debito. Ipotesi irrealistica, in virtù dell’adesione al freno costituzionale, di fronte a tale onerose necessità. Semplicemente, il gioco delle tre carte potrebbe essere l’assunzione di una forte quota di nuovo debito negli ultimi mesi dell’anno per poi tornare alla disciplina sulla carta l’anno prossimo. Anche se restano “elefanti nella stanza” come il fondo per il riarmo da 100 miliardi di euro annunciato da Scholz a febbraio e ancora da strutturare operativamente, che sicuramente convoglierà risorse pubbliche in un Paese che viaggia verso una dura recessione.

E sulla necessità di fare debito si è espressa criticamente anche la prestigiosa Frankfurter Allgemeine Zeitung, che in un articolo ha puntualizzato: “La Costituzione consente di aggirare il tetto all’indebitamento solo se lo Stato non ha avuto alcuna influenza sulla causa. Per questo Olaf Scholz e Christian Lindner hanno parlato di guerra energetica che la Russia sta conducendo contro la Germania”, osserva la Faz, che attacca: “In effetti, la Germania non può fare nulla per questa guerra, anche se deve essere considerato criminalmente negligente che questo Stato non abbia corretto la sua dipendenza unilaterale da una Russia che da anni si comporta in modo più aggressivo, ma, al contrario, l’ha smaccatamente perseguita”.

Più probabile che si arrivi a un regime ibrido, ma se anche la metà delle risorse fosse utilizzata per compensare il caro-bollette, finanziare tagli fiscali e aumentare le reti di protezione sociale Berlino è in grado di arrivare a 240 miliardi di nuovo debito nel 2022, una quota pari al 6% del Pil. Alla faccia di ogni prospettato ritorno all’austerità. Dal 58,9% del 2019 la quota debito/Pil è salita al 68,3% nel 2021; ora l’indebitamento netto lo potrebbe portare, come minimo, al 70,9% a fine anno con prospettive di peggioramento connesse alla prossima recessione. Per Berlino si fa dura e giustamente Scholz mette in campo tutte le carte superando ogni possibile tentazione austeritaria di ritorno. 

Mentre in Italia si tentenna nel varare un intervento da una decina di miliardi, il governo tedesco si è accordato sull’introduzione di un tetto al prezzo del gas pagato da famiglie e imprese. La differenza sarà a carico dello stato nell’ambito di un intervento dal valore compreso tra i 150 e i 200 miliardi di euro. Il governo attingerà al Fondo di stabilizzazione economica, che non fa parte del normale bilancio federale. Un gruppo di esperti elaborerà i dettagli del limite di prezzo. “Il prezzo del gas deve andare giù”, ha detto il cancelliere tedesco Olaf Scholz, annunciando il provvedimento. Alla luce di quel che è accaduto ai gasdotti Nord Stream è chiaro che “presto il gas non sarà più rifornito dalla Russia. Questo significa anche che scomparirà la prevista “Gasumlage”, il supplemento gas in bolletta che doveva aiutare le aziende energetiche in difficoltà. La misura doveva entrare in vigore il 1 ottobre, ma sarà annullata perché “non serve più”, come ha detto oggi il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck. Il governo vuole ora aiutare direttamente le aziende. Il colosso Uniper, maggior importatore tedesco di gas russo, è del resto già in corso la nazionalizzazione.La Germania è però ben preparata al cambiamento della situazione” ha aggiunto il cancelliere tedesco. “Ci troviamo in una guerra dell’energia“, ha detto il ministro delle finanze tedesco, Christian Lindner. “Con l’attacco ai gasdotti la situazione si è decisamente inasprita”, ha aggiunto. Putin vuole “distruggere molto di quello che le persone per decenni hanno costruito” in Germania. “Noi non possiamo accettarlo e ci difenderemo“, ha scandito Lindner. Il freno al prezzo del gas deciso oggi “è una chiara risposta a Putin, ma anche una chiara segnalazione al Paese. Noi siamo economicamente forti, e questa forza economica la mobilitiamo, quando serve, come adesso”.Secondo l’Agenzia tedesca delle reti, nell’ultima settimana il consumo di gas di famiglie e piccole imprese è stato significativamente superiore al consumo nello stesso periodo dello scorso anno. La settimana è stata anche più fredda. I dati sono “molto preoccupanti”, perché “senza un considerevole risparmio, anche nel settore privato, sarà difficile evitare una carenza di gas in inverno”, ha affermato il presidente dell’Agenzia, Klaus Mueller. Secondo Mueller, grazie ai serbatoi gas ben riempiti (al 92%, ndr), si potrà superare l’inverno senza danni, ma, appunto, sarà necessario risparmiare e “questo dipenderà da ogni singolo individuo”.Il fronte europeo – La mossa tedesca spiazza gli altri paesi europei. Domani è in programma il vertice straordinario dei ministri dell’Energia dell’Ue in cui dovrebbero essere decisi provvedimenti da adottare congiuntamente ma Berlino ha deciso di muoversi da sola. Le trattative erano già prima complicate. “La proposta di un price cap allo stesso livello per tutto l’import del gas è una misura radicale che comporta rischi significativi legati alla sicurezza di forniture di energia”, hanno sottolineato fonti Ue spiegando il testo presentato ieri sera dalla Commissione sugli interventi sul mercato dell’energia. “E’ una valutazione di bilanciamenti, vantaggi e rischi. Non credo che stiamo dicendo ‘no a 15 Paesi membri, diciamo che è meglio mettere un price cap al gas russo e negoziare” con i singoli fornitori i prezzi dell’energia, aggiungono le stesse fonti.Diversi paesi membri” tra quelli che da settimane chiedono una proposta Ue sul price cap su tutte le importazioni di gas, “stanno diventando sempre più nervosi per la mancata reazione della Commissione europea, è un dato di fatto”, afferma un alto funzionario europeo alla vigilia della riunione straordinaria dei ministri dell’Energia. La richiesta di un price cap generalizato contenuta in una lettera indirizzata all’esecutivo Ue firmata da 15 stati, tra cui l’Italia, è stata avanzata “per esercitare pressioni sulla Commissione”, tuttavia – sottolinea la stessa fonte – “al tavolo” dei Paesi membri “non c’è una voce univoca”.

DAL CROLLO DI DRAGHI ALLE ELEZIONI AL 25 SETTEMBRE: CENTRODESTRA

APPARENTEMENTE

IN VANTAGGIO

,PARTITO della DIOSSINA ARROGANTE verso il M5S

Draghi verso le dimissioni. Sì del Senato alla fiducia ma Fi, Lega e 5S non votano. Domani il premier alla Camera. Letta: "Parlamento contro l'Italia".  Conte: "Messi alla porta". Meloni esulta.20-07-22

CLAMOROSA CRISI DI GOVERNO ITALIOTA, IL LEADER DEL M5S STUFO DI STARE NEL GOVERNICCHIO DEI BANCHIERI CHE NON VEDONO L'ORA DI METTERE LE MANACCE UNTUOSE SOPRA I 200 MILIARDI DEL PNRR GARANTITI DA CONTE SOTTO IL SUO GOVERNO,Draghi rassegna le dimissioni, Mattarella le respinge: “Si presenti in Parlamento per valutare la situazione”. Mercoledì il discorso alle Camere – Scenari possibili..14-07.2022

"....che un intero Paese si metta con cieca fiducia nelle mani di ottantenni sfidando le leggi della natura, prima ancora che della Costituzione, mi lascia sgomento. Ancora di più, visto il curriculum, affidarsi a Draghi. A partire dall’acquisto dei derivati di Morgan Stanley, che pesano ancora oggi sui conti pubblici per miliardi, alle privatizzazioni selvagge, come Autostrade e Telecom. Poi l’autorizzazione all’acquisto di Antonveneta data a Montepaschi come governatore di Bankitalia. Il capolavoro della lettera con i compitini assegnati al governo Berlusconi e attuate da Monti e che, secondo quanto contenuto nel Pnrr del governo Gentiloni, ci è costata 300 miliardi di euro di Pil solo dal 2012 al 2015. Per carità di patria non parlo della Grecia e dell’uso che fece della Bce. Oggi, da sostituto di Conte, appoggia un piano di sanzioni che sembra fatto più per penalizzare l’Italia che la Russia con la richiesta di tetto al prezzo del gas snobbata da tutti: non bisogna essere esperti in materia per capire quanto sia ridicola.Sta provocando il fallimento di imprese edilizie che hanno l’unica colpa di aver creduto nello Stato, che in 6 mesi ha varato 16 norme diverse, e poi le gaffe come “Erdogan dittatore”. Daje e daje lo spread va alle stelle, oltre 200. Credo che la buona immagine di Draghi derivi solo dalla narrazione omissiva fatta dai media dei salotti buoni e dal loro braccio politico: il Pd. Nessuna democrazia liberale può reggere a lungo a tutto questo.....", parole scrittte da Pietro Francesco Maria De Sarlo, sostenitore del Fatto Quotidiano, che io approvo totalmente sperando che Conte esca da questa escrescenza di governo prima della chiusura estiva del Parlamento, quantomeno per rendere un pochino amare le "vacanzine" dei "nostri" "signori" parlamentari

Il decreto Aiuti è in mano a una bella galleria di incoscienti

“C’è del metodo in questa pazzia” dice Polonio riferendosi ad Amleto. Come nell’omonima pièce di William Shakespeare, anche il manicomio della politica italiana – a ben guardare – è attraversato da un filo di logica che ne spiega (al limite, giustifica) le ricorrenti mattane.

Scrivo queste note la sera prima degli esami del decreto Aiuti e della possibile implosione del governo; senza possedere sfere di cristallo di sorta. Non per questo mi sfugge la follia, dagli evidenti esiti provocatori, di inserire nel cruciale provvedimento, in discussione il 14 luglio, il corpo estraneo rappresentato dall’inceneritore romano. Così come la costante ostentazione di un vassallaggio psicologico al limite del servilismo nei confronti di Nato e ambienti guerrafondai anglo-americani riduce al ruolo di lacchè dello straniero presunti rappresentanti del popolo italiano, quali il primo ministro Mario Draghi e il titolare della Farnesina Luigi Di Maio.Che dire delle materie ambientali e della riconversione energetica affidate alle cure irridenti del pifferaio magico Roberto Cingolani, che se ne strafrega dell’emergenza climatica e dei morti per il crollo dei ghiacciai, visto che quanto risulta interessargli – come da lunga biografia di impresario dei finanziamenti all’accaparramento gabellato per scientifico – è soltanto la benevolenza di quanti dalla congiuntura di crisi intendono ricavarci i dollaroni. Senza dimenticare la gestione temeraria delle relazioni industriali da parte del ministro preposto Andrea Orlando, intento a baloccarsi con le questioni salariali e occupazionali di sua competenza, mentre l’insofferenza dei nostri lavoratori per gli ingiusti taglieggiamenti subiti e le promesse migliorative mai attuate sta trascinandoli innanzi a un bivio: disperazione o ribellione. E parliamo non di nicchie disagiate, bensì di una componente rilevante della società nazionale. Con le facilmente prevedibili conseguenze in quanto a tenuta della coesione sociale – per non dire di ordine pubblico – che l’espressione imbambolata in permanenza del politico in carriera sembra non tenere minimamente in considerazione.

Dunque, una bella galleria di incoscienti, che al proprio particulare sacrificano qualunque priorità, a partire dall’interesse generale per arrivare alla dignità. Ma che razza di pensieri albergano in quelle loro testoline?

Prendiamo l’ultimo caso citato, l’Orlando stordito: il ragazzotto cresciuto insieme alla quasi coetanea Raffaella Paita (1969 contro 1974) nella Fgci (la federazione dei giovani comunisti) de La Spezia, la città più litigiosamente politicante d’Italia. Così i due personaggetti hanno iniziato una scalata partendo dai polverosi corridoi in penombra di partito, apprendendo un’idea di politica come pura tecnologia del potere. La stessa convinzione che accomuna tutti gli altri folli succitati, il cui distacco dalla realtà assume due aspetti: il carrierismo e la passione per i ricchi; di converso, l’insofferenza nei confronti dei meno abbienti. Quelli che Matteo Renzi definiva “gli sfigati” e François Hollande “gli sdentati”.Tutti figli – questi e quelli – di un unico fenomeno sociale: l’arrivo ai vertici della società di una pletora di parvenu, interessati esclusivamente alla propria ascesa personale. In larga misura allevati alle teorie della cosiddetta Terza Via, promossa negli anni Novanta da Tony Blair, Bill Clinton e Gerard Schröder; gente che si faceva strada incassando il consenso tradizionale del popolo di sinistra e promuovendo politiche di destra. Il motivo per cui ora i giovani e i ceti in difficoltà non si fidano più di questa sinistra: il garden club del Terzo Millennio.

Il circolo dei privilegiati, composto da politicanti e affaristi, a cui sbavano di appartenere anche consistenti fette di giornalismo, anch’esso in carriera e sempre pronto a offrire i propri servizi per acquisire benemerenze. In questo momento cercando di sferrare il colpo finale al tentativo di Giuseppe Conte per salvare il salvabile del lascito Cinquestelle; in quanto realtà incasinata ma estranea alle frequentazioni compromettenti. Dalle “puntuali” accuse al candido fazzoletto a tre punte da taschino di Giuseppi, scambiato per una vaporosa “pochette” multicolore (nevvero, Max Panarari?) alla rimozione del ruolo svolto nell’assegnazione all’Italia del Recovery (da Mariolina Sattanino in giù).

In effetti Conte bersaglio di invettive è la cartina di tornasole della collusione, a mio avviso abbastanza mafiosetta, tra carrieristi a oltranza. Il motivo della mia simpatia nei confronti dell’ex premier, pur riconoscendone i limiti di carattere e di determinazione politica. Insomma, un bravo riformista moroteo di provincia, inviso alla canea di privilegiati posizionali che nelle loro ansia accaparrativa porteranno popolo e Paese allo stremo; a partire dall’indifferenza nei confronti di esclusioni e disuguaglianze. Che necessiterebbero “Aiuti”.

 

 

ALLARME COVID 5A ONDATA ALL'INTERNO DEL LIBERI TUTTI:

107.122 nuovi casi, 105 morti. Tasso di positività al 26%. I pazienti in area medica sono oltre 10mila-- 14-07-2022

 

142.967 nuovi casi e 157 decessi. Forte aumento dei ricoverati, su anche le intensive. L’Oms ai governi: “Reintrodurre restrizioni”---12-07-2022.In Germania la terapia intensiva è già in sofferenza: mai così tanti ricoveri a luglio, manca personale

Covid, 107mila nuovi casi, positività al 28%. L’intervista | “Si torna verso un milione al giorno? Può non essere negativo, ecco perché”-07-07-22

86.334 nuovi casi: incidenza al 27,3%. Morti in 72, nei reparti 238 contagiati in più. Quasi un milione di attualmente positivi,01-07-22.Covid, Iss: Rt in aumento a 1,30 da 1,07. In 4 regioni ricoveri oltre la soglia del 15%.I dati del monitoraggio settimanale. Otto regioni a rischio alto. In Calabria, Sicilia, Umbria e Val d'Aosta occupazione dei reparti sopra la media nazionale del 10%

ALLARME RECESSIONE BIS dopo il disastro della prima ondata Covid marzo 2020. L’inflazione accelera: 8% a giugno. Mai così dal 1986. Letta: “Rischiamo la recessione e il conflitto sociale”. Conte: priorità poveri e precari, serve salario minimo.Il leader M5s: “Nel 2050 5,7 milioni di lavoratori poveri, serve pensione di cittadinanza” (leggi)

ALLARME REGGIO CALABRIA, la cartina tornasole dello sfascio meridionale.

https://www.repubblica.it/cronaca/2022/07/01/news/reggio_calabria_

sospesa_e_tutte_le_inchieste_di_ndrangheta-356079237/?ref=RHTP-BH-I353657054-P3-S1-T1

 

M5S, Grillo dal blog attacca gli scissionisti: "Il traditore si sente un eroe". Di Maio: "Basta picconare il governo"

L'IMPERO DEGLI UOMINI MERDA: DOPO AVER DISINTEGRATO IL MOVIMENTO LIQUIDO FONDATO DA CASALEGGIO-GRILLO CON UN "BORBONISMO" DA POLTRONA, DI MAIO, IL RAGIONIERE COL TERNO AL LOTTO DEL SUCCESSO DEL FU MOVIMENTO 5 SBERLE, SI STACCA DALLA SUA FORTUNA PER FONDARE UNA SUA PSEUDO-CREATURA PER CONCLUDERE LA LEGISLATURA ED INCASSARE IL BONUS A VITA...

M5s, la scissione di Di Maio: “Oltre 60 parlamentari nel nuovo gruppo”. C’è già il nome: “Insieme per il futuro”. Di Battista: “Il futuro? Il suo”.Annunciata dai giornali, auspicata (da una parte e dell’altra) e mai veramente portata fino in fondo, alla fine è successa: Luigi Di Maio ha messo in atto la scissione dal Movimento 5 stelle. Proprio quando Mario Draghi stava per iniziare il suo discorso davanti al Senato, le agenzie di stampa hanno iniziato a battere la notizia che più di 50 parlamentari hanno firmato per seguire il ministro degli Esteri nella sua nuova formazione politica. Era già pronto anche il nome, “Insieme per il futuro”, e la prima lista di nomi. Il primo a commentare è stato l’ex deputato e (per ora) ex esponente 5 stelle Alessandro Di Battista. E, seppur dicendo di non voler parlare della “nuova scissione”, ha ricordato il perché lui se ne è andato: “Un Movimento”, ha scritto su Facebook, “nato per non governare con nessuno ha il diritto di evolversi e governare con qualcuno per portare a casa risultati. Non ha alcun diritto di governare con tutti per portare a casa comode poltrone. Si chiama ignobile tradimento“. Un messaggio molto chiaro per l’ex collega, al quale poco prima si era rivolto provocatoriamente anche su Instagram: “Insieme per il futuro? Il futuro di Di Maio”, ha scritto. In mattinata era tornato a parlare sul blog anche Beppe Grillo: “Chi non crede più nelle regole parli”, ha scritto. Neanche tre ore dopo, l’ex capo politico, quello che nel 2018 guidava il Movimento al 33%, dava il via alla sua operazione per spaccare definitivamente con il passato. Gli impatti sull’esecutivo – Quali effetti avrà l’operazione sull’esecutivo? Per ora, non molti. Di Maio ha informato Draghi, che ha rinnovato la sua fiducia e in serata è andato al Quirinale, poco prima della conferenza stampa, per informare Mattarella. Intanto i 5 stelle si sono affrettati a smentire le indiscrezioni di Bloomberg: “Il M5s smentisce categoricamente una sua uscita dal governo”, si legge. Quindi hanno rivendicato l’impegno a lavorare con la maggioranza: “Oggi il M5s ha lavorato sino all’ultimo minuto, nell’interesse di tutti i cittadini, per ottenere nella risoluzione votata dal Parlamento un chiaro riferimento alla necessità di perseguire un’escalation diplomatica, non militare e un più ampio coinvolgimento del Parlamento in ordine agli indirizzi che verranno decisi nei più rilevanti summit internazionali sul conflitto ucraino. Il costante impegno che abbiamo dedicato a elaborare la risoluzione è la smentita più forte alle voci di una nostra uscita dal governo, che in queste ore sta malevolmente circolando”.

I nomi di chi segue Di Maio – Al momento si tratta di nomi da confermare. Ma insieme alle indiscrezioni dello strappo, ha iniziato a circolare anche la lista di chi ha deciso di seguire l’ormai ex leader M5s. I numeri sono cambiati più volte nel corso del pomeriggio, ma partendo dal fatto che alla Camera servono almeno 20 deputati per far nascere un nuovo gruppo e al Senato ne bastano 10, Di Maio può contare sul sostegno minimo per continuare a giustificare la sua permanenza all’esecutivo. A Palazzo Madama sono 11 i nomi di chi sta con lui: sicuramente Primo Di Nicola, senatore al primo mandato e che in questi giorni si è più volte esposto in sua difesa, e Simona Nocerino, la senatrice (anche lei al primo giro) che avrebbe dovuto sostituire Petrocelli alla commissione Esteri e fu silurata dai suoi stessi colleghi. Poi i senatori (tutti eletti nel 2018) Fabrizio Trentacoste, Antonella Campagna, Vincenzo Presutto, Francesco Castiello, Gianmarco Corbetta, Pietro Lorefice, Sergio Vaccaro Daniela Donno (già eletta anche nel 2013). Ha detto che lascia il M5s, ma per ora non aderisce al progetto di Di Maio, il senatore Emiliano Fenu. Alla Camera sono almeno 24: ci sono i fedelissimi al secondo mandato come Gianluca Vacca, Sergio Battelli, Daniele Del Grosso, Carla Ruocco e il questore della Camera Francesco D’Uva. Ma anche la viceministra all’Economia Laura Castelli e il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano (entrambi al secondo giro). E naturalmente Vincenzo Spadafora (al primo mandato). Si parla anche dell’adesione del viceministro della Salute Pierpaolo Sileri. Poi Alberto Manca, Caterina Licatini, Luigi Iovino, Andrea Caso, Davide Serritella, Paola Deiana, Filippo Gallinella, Elisabetta Barbuto, Iolanda Di Stasio, Sabrina De Carlo, Alessandro Amitrano, Elisa Tripodi, Nicola Grimaldi, Dalila Nesci, Simone Valente, Andrea Giarrizzo. Il Movimento 5 stelle finora poteva contare su 155 deputati e 72 senatori. Dopo la fuoriuscita dei dimaiani, i numeri saranno ridimensionati: “Puntiamo a 60 iscritti”, dicono alcuni vicini al ministro degli Esteri.


 

“Insieme per il futuro” – Ma cosa vuole fare Di Maio? Per il momento le intenzioni del ministro degli Esteri restano confuse. I piani di rottura sono accelerati nelle ultime ore: tutto è iniziato con la rottura pubblica della scorsa settimana e poi si è passati allo scontro sulla bozza di risoluzione che chiedeva lo stop all’invio delle armi in Ucraina. Di Maio è arrivato sabato scorso ad accusare alcuni colleghi M5s di “disallineare l’Italia da Nato e Ue”. Un’accusa che ha provocato un terremoto e portato alla diffida ufficiale di ieri del Consiglio nazionale M5s. E soprattutto alla dura condanna anche di una voce solitamente molto prudente nel Movimento come Roberto Fico, che ha invece definito “stupidaggini” le parole di Di Maio e poi si è detto “deluso e arrabbiato”. E’ stato uno dei tanti punti di non ritorno delle scorse ore. Ma adesso Di Maio cosa vuole fare? Già stasera il ministro degli Esteri dovrebbe radunare i nuovi gruppi. Dicono alcuni dei suoi più vicini, che l’obiettivo non sarebbe quello di fare un “partito personale”, anche perché difficile basarsi sui suoi consensi che sono indissolubilmente legati al Movimento. Piuttosto Di Maio guarderebbe al 2023, a una formazione che “parta dai territori, dalle esperienze degli amministratori locali e delle liste civiche”, dicono. Per questo il primo cittadino di Milano, Beppe Sala, è considerato un interlocutore. E per questo lo stesso sindaco ha avuto contatti diretti con Di Maio negli ultimi mesi. Interlocutori sono pure tutti gli altri che guardano al centro. L’obiettivo, in Parlamento, è quello di attrarre anche deputati e senatori dei gruppi di centrodestra ma in rotta con le forze di appartenenza. “I valori fondanti del M5s restano e ce li portiamo con noi”, hanno assicurato. Ma le cose possono ancora cambiare decine di volte.

La causa scatenante: la politica estera, Draghi, Grillo o il doppio mandato? – Come si è arrivati alla rottura lo abbiamo visto tutti, ma ancora resta da chiarire quali sono state le vere cause scatenanti. I dimaiani ribadiscono che tutto si è giocato sulle questioni di politica estera: “Troppe fibrillazioni“, dicono a ilfattoquotidiano.it, “troppe minacce senza mai arrivare a niente. Sul nostro posizionamento in questa guerra non si possono fare battaglie politiche”. Il casus belli è stato quello sicuramente, ma da solo non poteva bastare per far crollare tutto. Un elemento da non trascurare è anche quello che più volte viene rinfacciato a Luigi Di Maio: il ministro degli Esteri è al secondo mandato in Parlamento e a breve gli iscritti dovranno votare per decidere cosa vogliono fare di quello che è il principio fondante del Movimento. Di Maio nega che sia quello il punto della questione, ma è un fatto che restando dentro il M5s la sua carriera politica aveva una data di scadenza e ora no. Inutile dire che le prese di posizione, molto chiare, degli ultimi giorni, di Grillo sul tema hanno avuto un’influenza: il fondatore del Movimento non ne vuole sapere di derogare a quello che è l’ultimo (unico) principio davvero intoccabile del suo progetto politico. Poi c’è stato sicuramente il fattore Draghi: mancano le conferme ufficiali, ma per il presidente del Consiglio governare con un’opposizione (quella M5s) che contesta le sue scarse comunicazioni al Parlamento e alcune delle strategie di politica estera, era ed è un problema da risolvere. Non è escluso che nelle ultime ore abbia osservato (se non incoraggiato) le mosse di Di Maio. Infine a scatenare lo strappo ci sono stati sicuramente i pessimi rapporti tra Di Maio e Conte: negli ambienti M5s non si esita a parlare di “odio politico” ed è quello che di fatto si è scatenato più o meno pubblicamente. La verità è che la scissione arriva dopo mesi (anni) di faide interne e strategie per costruire quella che di fatto si è dimostrata la sua corrente di potere. L’obiettivo è sempre stato quello di costruire il suo percorso personale che resistesse alla fine dei suoi due mandati nel Movimento. Ora, senza simbolo e senza Beppe Grillo, si completa la sua metamorfosi senza 5 stelle.

 


 

Ci aspetta una tempesta economica perfetta. Come negli anni 70, ma senza soldi da stampare

Neppure se l’avessero fatto apposta gli europei sarebbero riusciti a creare una tempesta economica e finanziaria perfetta come quella attuale. Dopo decenni di crescita e di innovazione tecnologica siamo ripiombati negli anni Settanta: inflazione galoppante, guerra in alcuni paesi produttori di materie prime strategiche, caduta dei salari reali, rallentamento della crescita economica, aumento dei tassi d’interesse e tumulto a piazza affari. Mancano solo le Brigate Rosse, l’Ira, l’Eta e la leva militare negli Usa per guerra in Vietnam per ottenere de-ja-vu storico perfetto.

Negli anni Settanta due guerre posero fine ad un lunghissimo periodo di crescita e prosperità, molto simile a quello che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni. La guerra del Yom Kippur del 1973 e quella tra Iraq ed Iran del 1980. Entrambe causarono una contrazione dell’offerta di petrolio che ne provocò un aumento improvviso dei prezzi. Negli anni Settanta, però, i paesi importatori non avevano nessun potere nei confronti dei paesi produttori. Oggi la decisione di non acquistare più petrolio e gas naturale dalla Russia è stata presa da noi europei. Perché questa decisione è importante? Vediamolo.

L’embargo del 1973 che fece quadruplicare i prezzi del petrolio quasi nottetempo fu un evento di portata mondiale, tutti ne risentirono e quindi si dovette correre ai ripari usando organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario. A seguito dell’aumento vertiginoso delle entrate in dollari nella bilancia dei pagamenti dei paesi produttori di petrolio, il Fmi iniziò il riciclaggio dei petroldollari, incanalò questa liquidità nel sistema finanziario occidentale. I petroldollari sostennero l’economia americana e quella occidentale attraverso investimenti principalmente finanziari.

Oggi la situazione è completamente diversa. Paesi emergenti come la Cina, l’India ed una buona fetta del continente africano non partecipano all’embargo ed acquistano petrolio e gas russo in rubli a prezzi privilegiati, stabiliti da contratti bilaterali. Grazie al fracking, gli Stati Uniti sono tornati ad essere un esportatore netto di petrolio e gas naturale, e quindi beneficiano dell’aumento del prezzo, nonostante partecipino alle sanzioni. L’improvvisa impennata della domanda energetica europea è stata positiva per gli Stati Uniti, ha assorbito l’aumento di capacità produttiva iniziato nel 2017 e programmato per soddisfare l’ascesa futura della domanda asiatica. La Russia, come avvenne negli anni Settanta con i paesi arabi produttori di petrolio, si è trovata a dover gestire un improvviso aumento delle entrate energetiche nella bilancia dei pagament, – e già la contrazione della domanda europea non ne ha fiaccato le finanze grazie all’aumento vertiginoso dei prezzi -, entrate a quanto pare in gran misura in rubli. Ma certo non verrà a riciclarle da noi.

Morale, la situazione in Europa è critica come lo era negli anni Settanta, ma non nel resto del mondo, e questa criticità viene messa in evidenza dal ritorno di un’inflazione galoppante. Negli Stati Uniti, invece, l’impennata dei prezzi è dovuta alla crescita sostenuta delle domanda interna nel post Covid. Tanto per capire, il prezzo della benzina negli Stati Uniti è la metà di quello che paghiamo in Europa, i salari dei lavoratori privi di qualificazione sono aumentati dal 2019 e continuano a salire per attirare forza lavoro, l’offerta di lavoro continua a crescere. Riequilibrare l’economia americana sarà più facile perché è essenzialmente una questione interna legata, riequilibrare l’economia europea è molto più complicato a causa della dipendenza dal petrolio e dal gas estero.

Sapevano gli americani che lanciare la campagna di sanzioni contro la Russia avrebbe fiaccato noi europei e rafforzato la propria economia energetica? E’ chiaro che la risposta è positiva, Washington non avrebbe mai preso una decisione tanto negativa per la propria economia. Noi invece sì.

Adesso che la guerra in Ucraina sta diventando una realtà di lungo periodo e che fare il pieno di benzina costa quanto un biglietto aereo low cost, ci si accorge che siamo noi quelli che stanno peggio di tutti. Persino la politica di armare l’Ucraina è più positiva per gli Stati Uniti, dove si trova l’epicentro dell’industria bellica occidentale e spera che i governi continuino a spedire armi ed armamenti svuotando i magazzini militari e così facendo dando spazio all’acquisto di nuove armi, più moderne e micidiali. Altro pilastro della politica delle sanzioni l’embargo su tutti i prodotti russi, e così non solo si è chiuso l’accesso del Vecchio Continente a fonti energetiche a prezzi competitivi, con un colpo di spugna è scomparso anche il mercato russo per i nostri esportatori e per l’industria del turismo. Voilà, la crisi energetica ed il ritorno agli anni Settanta in Europa. E la Russia? Dopo lo choc iniziale l’economia sembra riprendersi, anche grazie all’aumento vertiginoso dei prezzi energetici.

Una domanda: ma che succederà a guerra finita? Ipotizzando che Putin perda, cosa pensano i nostri leader europei che succederà in Russia? Un’elezione democratica? O il caos che abbiamo visto negli anni Novanta. Sia che Putin perda o vinca quel petrolio e gas naturale a basso prezzo non lo vedremo più! Riflettiamo su questo punto.

La cosa più triste è che alla guida dell’Italia durante questo disastro di politica estera c’era l’uomo che ha salvato l’Europa dalla crisi del debito sovrano, così almeno si diceva. Ma stampare soldi, va detto, è molto, molto più semplice di guadagnarli.

 

 

 

RUSSIA, IMPERO DEL GRANO, DEL PETROLIO, DEL GAS, DELLE TERRE RARE, DEI GAS NEON E DEL NICKEL

Ha fatto molto scalpore il fatto che nel sesto pacchetto di sanzioni europee alla Russia non sia stato incluso il “re del nickel” Vladimir Potanin, tra i più importanti oligarchi di Mosca. Ex vicepremier di Boris Eltsin e attuale fedelissimo di Vladimir Putin, secondo uomo più ricco della Russia con 33,6 miliardi di dollari di patrimonio, Potanin è stato risparmiato dall’attacco sanzionatorio europeo, complice la dipendenza di Bruxelles e dei 27 Paesi membri dell’Ue dalle forniture di nickel russe.

L’impotenza sul nickel

Dopo esser raddoppiato a 48mila dollari la tonnellata nei primi giorni della guerra tra Russia e Ucraina, il prezzo del nickel è oggi assestato poco sopra i 29.500 dollari, un prezzo del 22% superiore rispetto al periodo pre-conflitto. Mosca è il terzo produttore mondiale di nickel dopo le Filippine e l’Indonesia, coprendo circa l’11% della disponibilità globale. La sua capacità chiave sta nella potenzialità nel mercato del nickel raffinato: nel 2021 la Russia ha estratto 250.000 tonnellate, di cui 193.006 tonnellate da Nornickel, il principale produttore mondiale di nickel raffinato, di valore più pregiato rispetto a quello grezzo.

Data l’importanza di questo materiale per la transizione energetica e settori industriali come quello dell’auto elettrica, sanzionare il nickel russo è complicato. Nel 2021 le importazioni europee di questo prezioso materiale hanno toccato quota 5,92 miliardi di dollari e il peso della Russia è cresciuto dopo il bando alle esportazioni di nickel grezzo da parte dell’Indonesia toccando, per la precisione, quota 2,51 miliardi di dollari. In particolare secondo Forbes, “l’Unione europea ha acquistato da Norilsk Nickel”, la società dell’oligarca risparmiato, “il 27% del nichel importato nel 2021”.

Una quota che mostra come per Bruxelles sia difficile dire del tutto di no a ogni importazione di materie prime strategiche da Mosca. Il disaccoppiamento tra le catene del valore del Vecchio Continente e quelle di Mosca, e in parte tra quelle degli Usa e del loro rivale, non sarà mai totale. Il caso del gas naturale è emblematico e arcinoto, ma sono decisamente numerosi gli esempi di questo tipo.

Washington risparmia l’uranio russo

Gli Usa non sono dipendenti dal nickel russo ma, essendo esposti alla necessità di approvvigionarsi dai mercati mondiali partendo da una quota dominante nell’export del confinante Canada (fonte di 44% degli approvvigionamenti di Washington), non hanno toccato il patrimonio di Potanin e, di conseguenza, il suo importante colosso.

Gli Usa sono maggiormente esposti sul fronte dell’uranio: nel mercato della materia prima strategica per le centrali nucleari, infatti, Mosca è centrale per gli States assieme agli alleati Kazakistan e Uzbekistan. A inizio maggio era emerso un discorso chiaro sulla presenza di una strategia Usa per formalizzare il bando alle importazioni dalla Russia, ma nulla di tutto questo è ancora ufficiale. I dati della US Energy Information Administration certificano che il Paese importa uranio per il 22% sia dal Canada che dal Kazakistan e per il 16% dalla Russia, terza nella classifica dei fornitori agli Usa, con una quota che consentirebbe di ricevere da Washington 1,2 miliardi di dollari nel 2022.

Nella classifica seguono poi l’Australia (11%) e, quinto, l’Uzbekistan (8%). Astana, Mosca e Tashkent, nel complesso, coprono il 46% delle forniture d’uranio agli Stati Uniti, una quota difficilmente cancellabile in poco tempo.

Neon, arma segreta di Mosca

La Russia non ha subito sanzioni nemmeno sul fronte del gas neon, un materiale importante in cui, invece, proprio Mosca ha giocato d’anticipo contro l’Occidente. Il gas nobile in questione è necessario per produrre semiconduttori, che alimentano qualsiasi cosa, da smartphone e laptop alle automobili. “Il gas”, ha scritto Foreign Policy, “è un sottoprodotto della produzione russa di acciaio, che viene poi inviato in Ucraina per essere purificato e, a sua volta, spedito ai produttori di semiconduttori all’estero”. Tutto questo, ovviamente, “in tempo di pace”.

Bisogna sottolineare che “circa la metà del neon mondiale per semiconduttori proviene da due sole società ucraine, entrambe costrette a chiudere le loro operazioni durante l’invasione russa”. Una di queste è tra i tesori del Donbass agognati dalla Russia. Il blocco delle forniture di neon al mercato globale, sottolineava ad aprile Start Mag, ha reso ulteriormente più critica la problematica sul mercato mondiale dei semiconduttori. Esso rappresenta una crisi strutturale che può riverberarsi su quel Chipageddon che si sta prefigurando come la grande crisi industriale del XXI secolo. Nella prima settimana di giugno il governo russo ha imposto una restrizione alla vendita all’estero dei gas nobili, di cui complessivamente controlla il 30% del mercato mondiale, e spiegato che le vendite all’estero di prodotti come il neon saranno subordinate all’ottenimento di un permesso speciale dallo Stato; la politica resterà in vigore fino al prossimo 31 dicembre. In questo campo, nemmeno è possibile immaginare sanzioni occidentali. Anzi, è la Russia a imporre un gioco duro.

Gli altri fronti caldi

Una serie di altri beni strategici per l’industria sono stati interessati da sanzioni a macchia di leopardo o restrizioni tali da non far pensare a rotture totali. Il 9 maggio scorso, ad esempio, il governo britannico ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni, sia contro Russia che Bielorussia: dazi più alti all’importazione dei metalli preziosi, come platino e palladio, con una tariffa del 35% imposta a un mercato dal valore di circa 2 miliardi di dollari, ma nessun bando totale. Usa e Ue non hanno fatto altrettanto: in particolare, la Russia conta per il 40% della produzione mondiale di un altro materiale fondamentale per le industrie a più alto tasso di complessità tecnologica.

Pilatesca invece la soluzione adottata sull’alluminio. Cinque anni fa gli Usa, in pieno braccio di ferro con la Russia, provarono a imporre sanzioni su Rusal, primo produttore mondiale di alluminio e sul suo oligarca Oleg Deripaska. Il boom dei prezzi fece un clamore tale da portare a un rientro dalle sanzioni stesse a fine 2018. Oggi invece Deripaska e il suo patrimonio personale sono sotto sanzioni da parte del campo euroatlantico, ma Rusal può operare. La Russia con 4,5 miliardi di dollari di esportazioni è il secondo maggior venditore di alluminio al mondo. I Paesi verso cui si dirigono i prodotti made in Russia sono Turchia (20%), Giappone (14%), Cina (10%), Paesi Bassi (9%), Corea del Sud (7,2%) e Italia (5,6%): sei Paesi coprono i due terzi dell’export russo e Cina a parte sono tutti vicini o membri del campo occidentale.

Le sanzioni, un Giano Bifronte

Si capisce dunque il perché di un sistema sanzionatorio a macchia di leopardo che vede Mosca più colpita in alcuni ambiti e trattata col guanto di velluto in altri: l’integrazione della Russia nella globalizzazione e nelle catene del valore ha retto a otto anni di braccio di ferro e non finirà nemmeno col grande spartiacque della guerra in Ucraina. Indipendentemente dai voleri di Vladimir Putin e dell’Occidente. Vero e proprio caleidoscopio, le sanzioni sono estremamente complesse: Usa, Europa e alleati mettono sotto pressione la Russia in settori come la finanza, la meccanica industriale, i beni di consumo e contribuiscono a danneggiare la condizione economica del Paese e della sua fascia più povera, oltre ovviamente a mettere in difficoltà gli oligarchi, ma risparmiano quei settori critici in cui la dipendenza dalla Russia è più strutturata.

Parimenti, la Russia aumenta la sua dipendenza dall’esportazione di materie prime strategiche ma in questo campo riesce a puntare alla tempia dell’Occidente la pistola del decoupling totale. Opzione nucleare che non farebbe altro, però, che mandare una volta per tutte nelle braccia della Cina il Paese guidato da Vladimir Putin. Non a caso, sia che si parli di materie prime che di gas o derrate alimentari, la grande vincente della guerra in Ucraina e delle sanzioni è Pechino. In grado di continuare ad accaparrarsi forniture a prezzi privilegiati dalla Russia e ad essere corteggiata come mediatrice dall’Ovest mentre nel mondo infuria la tempesta scatenata dal conflitto ucraino.

 

Embargo al petrolio russo, il danno per Mosca stimato in 3 miliardi al mese. Ma l’Europa spenderà 2 miliardi in più

Il nuovo pacchetto di sanzioni europee contro Mosca contempla anche il blocco delle importazioni via nave di petrolio russo. Un divieto immediato del 75% dell’ import e del 90% entro fine anno. L’Unione europea importa ogni giorno tra i 3 e i 3,7 milioni di barili di petrolio russo, circa il 30-40% della produzione di Mosca attestata intorno ai 10 milioni di barili al giorno. Con l’embargo verrebbero meno rapidamente 1,7 milioni di barili. Ai valori di mercato attuali (124 dollari al barile) il taglio deciso dall’Europa vale circa 200 milioni di euro al giorno con un danno finale che potrebbe superare gli 8 miliardi di euro al mese. Naturalmente la Russia può vendere questi carichi altrove. A differenza del gas che è più legato alle condotte, il greggio si sposta principalmente via nave. Cina, India ed altri paesi hanno già mostrato grande interesse per quantità aggiuntive di barili di Mosca, specie se offerti a sconto anche di 20-30 dollari al barile come avviene oggi. Del resto le quotazioni sono così alte (il 70% in più di un anno fa) che i guadagni per chi vende sono in ogni caso assicurati.

Tuttavia, analisti di Rystad Energy citati da Reuters, affermano che Mosca sarebbe in grado di reindirizzare al massimo 1 milione di barili precedentemente destinati all’Ue. L’economia cinese fatica e le raffinerie indiane lavorano già al massimo delle loro capacità. Ciò significa una perdita di entrate di almeno 3 miliardi di euro al mese nella fase iniziale dell’embargo e poi fino a 4,5 miliardi una volta entrato in vigore il divieto totale. Inutili farsi illusioni, l’embargo sarà doloroso anche per l’Europa che dovrà a sua volta compensare il venire meno dei carichi russi comprando da altri fornitori e verosimilmente a prezzi più alti. Sempre secondo Rystad i costi aggiuntivi per i paesi Ue potrebbero raggiungere i 2 miliardi di euro al mese.

La Russia è il terzo produttore di petrolio al mondo dopo Stati Uniti ed Arabia Saudita. Dispone di riserve per 107 miliardi di barili, le seste più grandi al mondo dopo Venezuela, Arabia Saudita, Iran, Canada e Iraq. A parte il Canada questi paesi sono tutti membri dell’Opec, l’organizzazione dei grandi produttori, che sinora non ha accolto le richieste occidentali di aumentare la produzione per calmierare il costo dei barili.

 

 

GIUSTIZIA & IMPUNITÀ

 

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Serie B, il Pisa segna al 90° e lo stadio è una bolgia: ma Berlusconi dorme in tribuna

 

GIUSTIZIA & IMPUNITÀ

 

LA VIOLENTISSIMA MALAVITA ALBANESE ROMANA DI SECONDA GENERAZIONE

Droga, recupero crediti, ferocia, arsenali da guerra. Così la malavita albanese si è mangiata Roma

https://www.repubblica.it/cronaca/2022/05/05/news/io_sono_dio_la_mafia_albanese_a_roma-348106548/?ref=RHTP-VS-I348092457-P8-S2-T1

Ruby ter, i pm chiedono 28 condanne: 6 anni per corruzione a Berlusconi, 5 per Kharima. E Salvini spinge il referendum (che non c’entra)più inutile della storia repubblicana. Dieci milioni di euro il costo delle ficcatone del gerontocrate

Procuratrice Kiev: “Possibile scambiare il soldato russo condannato con altri prigionieri”

Irina Venediktova, procuratrice generale di Kiev, ha dichiarato nel corso di un’intervista a una tv locale che Vadim Shishimarin, il soldato russo di 21 anni condannato ieri all’ergastolo per l’uccisione di un civile ucraino il 28 febbraio a Sumy, “tecnicamente” può essere scambiato con dei prigionieri ucraini. “Puoi scambiare una persona dopo i verdetti dei tribunali. Tecnicamente, è possibile”, ha dichiarato Venediktova.

Guerra in Ucraina, il soldato russo 21enne Vadim a processo a Kiev si dichiara colpevole di crimini di guerra

Alla domanda se fosse colpevole delle accuse, inclusi crimini di guerra e omicidio premeditato, ha risposto ““. Il soldato russo Vadim Shishimarin, 21 anni, imputato nel primo processo che si è aperto in un tribunale di Kiev dall’inizio dell’invasione di Mosca, si è dichiarato colpevole. Shishimarin, proveniente della regione siberiana di Irkutsk, è stato accusato di aver ucciso un civile di 62 anni nel nord-est dell’Ucraina nei primi giorni dell’offensiva del Cremlino e ora rischia l’ergastolo.Il giovane è comparso in aula seduto in un box di vetro con indosso una felpa blu e grigia con il cappuccio e la testa rasata. Alla lettura delle accuse contro di lui, il militare ha rivolto lo sguardo a terra mentre l’interprete traduceva in russo. Secondo le accuse, il giovane soldato ha ucciso il civile vicino al villaggio di Chupakhivka nella regione orientale di Sumy il 28 febbraio scorso. I pm affermano che Shishimarin era al comando di un’unità quando il suo convoglio è stato attaccato. Lui e altri quattro soldati hanno rubato un’auto e mentre si trovavano vicino a Chupakhivka hanno incontrato un uomo di 62 anni in bicicletta.A Shishimarin, secondo l’accusa, è stato ordinato di uccidere il civile e per farlo ha usato un fucile d’assalto Kalashnikov. “Uno dei soldati ha ordinato all’accusato di uccidere il civile perché non li denunciasse“, ha spiegato l’ufficio del procuratore. Shishimarin ha fatto fuoco dal finestrino del veicolo e “l’uomo – aggiunge l’accusa – è morto all’istante, a poche decine di metri dalla sua casa”. Il Cremlino in precedenza ha affermato di non essere stato informato del caso.Il processo, che sarà seguito da molti altri, costituisce una sorta di test per il sistema giudiziario ucraino in un momento in cui anche le istituzioni internazionali stanno conducendo delle indagini sugli abusi commessi dalle forze militari russe. Vadim Shishimarin era comparso in tribunale a Kiev già lo scorso 13 maggio per l’udienza preliminare. “Ha capito ciò di cui è accusato”, aveva spiegato il suo avvocato Viktor Ovsiannikov.

 GRATTERI, PROCURATORE ANTI-MAFIA A CATANZARO: DRAGHI NON CAPISCE UN CAZZO DI SICUREZZA E GIUSTIZIA !!

Draghi è un esperto di finanza. Punto. Quando parliamo di sicurezza o di riforma della giustizia, non ci siamo proprio”. È un Nicola Gratteri a tutto campo quello che andrà in onda domani sera al “Maurizio Costanzo Show”. Ospite al teatro Parioli di Roma, il procuratore della Repubblica di Catanzaro non le manda a dire e ne ha per tutti a poche settimane dalla notizia che la ‘ndrangheta sta progettando di ucciderlo mediante un attentato esplosivo. Dalla lotta alle cosche mafiose al rapporto tra la magistratura e la politica. Gratteri non si risparmia rispondendo alle domande di Maurizio Costanzo: “C’è un’aria di restaurazione – dice il magistrato – C’è un’aria di liberi tutti. È un momento brutto per il contrasto alle mafie, alla criminalità organizzata e alla criminalità comune. È un momento in cui la magistratura è molto debole. Sono stati fatti degli errori e la magistratura non ha avuto il coraggio di autoriformarsi. Quindi in questo momento c’è una sorta quasi di vendetta della politica nei confronti della magistratura dopo 30 anni”.“Oggi – aggiunge – si stanno facendo modifiche normative in Parlamento, ma soprattutto nel governo e poi il Parlamento ratifica. Il Parlamento è gestito da 8-10 persone, non di più. Gli altri votano quello che dicono quelle 8-10 persone. In questo momento c’è un governo dove, dal mio modestissimo punto di vista, Draghi è un esperto di finanza. Punto”. Chiaro il riferimento di Gratteri alle iniziative che il governo, in questi mesi, sta portando avanti sui temi della sicurezza e della riforma della giustizia. “Non ci siamo proprio”. E il Parioli applaude il magistrato che il Consiglio superiore della magistratura e le sue correnti non hanno voluto a capo della Direzione nazionale antimafia. Il 4 maggio, infatti, il Csm lo ha bocciato grazie anche ai voti determinanti del presidente e del procuratore generale della Corte di Cassazione. Contro il procuratore di Catanzaro hanno votato pure due dei tre consiglieri del Csm indicati dal Movimento Cinque Stelle che poi, attraverso i parlamentari calabresi, ha definito la mancata nomina di Gratteri alla Dna “alquanto incomprensibile” e “senza dubbio un’occasione persa”. Un esempio che potrebbe spiegare la frase del magistrato che andrà in onda domani al “Maurizio Costanzo Show”: “Gli altri votano quello che dicono quelle 8-10 persone”.

Capaci e pista nera, la Dia perquisisce Report. L’ex investigatore: “Si poteva arrestare Riina prima della strage. Ma non venni ascoltato”

La trasmissione Report ieri sera ha approfondito la ‘pista nera’ delle indagini sulla strage di Capaci alla quale anche Il Fatto ha dedicato ieri un’inchiesta. La Procura di Caltanissetta sta cercando di capire se quanto raccontato da un collaboratore di giustizia morto da anni, Alberto Lo Cicero, e dalla sua compagna, Maria Romeo, viva e ora testimone protetto, in relazione alla presenza di Stefano Delle Chiaie, estremista di destra morto nel 2019, a Capaci nel ‘cantiere’ della strage, corrisponda a verità. Se questo scenario fosse riscontrato la strategia della tensione andrebbe postdatata a dopo le stragi di mafia del 1992 e anche del 1993 che non avrebbero avuto mandanti e finalità solo mafiose ma anche politiche.

 
 

L’uomo chiave della storia è Alberto Lo Cicero, prima confidente dei Carabinieri e poi collaboratore di giustizia. Lui e più ancora la sua compagna hanno parlato ai Carabinieri già nel 1992 non solo di Delle Chiaie. Come ha riferito a Report il brigadiere dei carabinieri Walter Giustini, che allora seguiva Lo Cicero, il collaboratore gli aveva raccontato nei primi mesi del 1992 che Salvatore Biondino era l’autista di Riina. Giustini scrisse un’informativa ben prima della strage di Capaci ma nessuno seguì l’autista per prendere il boss. Se Biondino fosse stato pedinato, ha concordato il carabiniere Giustini con l’intervistatore Paolo Mondani, Totò Riina si sarebbe potuto arrestare prima delle stragi.

Giustini fu trasferito a Como nel 1993 per ragioni di sicurezza (era nel mirino dei boss) poi ha comandato una stazione dei Carabinieri sul litorale laziale e da qualche anno è in pensione. Lo abbiamo raggiunto al telefono.

È vero che Lo Cicero vi aveva raccontato che c’erano movimenti a Capaci prima della strage e per questo stavate lì il 23 maggio?

Quella mattina, noi stavamo riscontrando le confidenze di Lo Cicero. Quando capivamo che c’erano movimenti strani noi andavamo a Capaci. Lavoravo tantissimo e dormivo in macchina nel tragitto. Un giorno mi disse: ‘Giustino, guarda a Capaci ho visto dei personaggi che è strano che siano qui se non perchè debba succedere qualcosa di eclatante’. Io gli chiesi: ma cosa deve succedere? E lui mi rispose: ‘non lo so ma qualcosa deve succedere perché non c’è motivo che questi personaggi siano qui.

Fino a che ora siete stati lì il 23 maggio?

Siamo stati lì per un servizio di osservazione sulla strada che porta a Capaci per un po’. Poi, visto che potevamo essere notati alla lunga, ho smobilitato il dispositivo dicendo ‘va bene così, oggi abbiamo acquisito degli elementi ma è meglio che torniamo domani o lunedì’. Alle 17 smobilito e passo sull’autostrada per tornare a Palermo poco prima della strage. Abbiamo sentito l’esplosione (alle 17 e 58, ndr) quando siamo arrivati in via Oreto, alla fine dell’autostrada. Siamo tornati indietro e abbiamo visto quello che abbiamo visto.

Quando ha iniziato a parlare con lei Lo Cicero?

A gennaio 1992. Un mese prima era stato vittima di un agguato. Io gli ho spiegato che prima o poi sarebbero tornati e lo convinsi a collaborare. Noi lo scortavamo con la macchina. Lui all’inizio diceva e non diceva. Poi mano mano che prendeva confidenza ha cominciato a raccontare questa storia sulla quale ho lavorato per un anno.

Il collaboratore era un falegname insospettabile. Però aveva molte informazioni. Come faceva?

Lui era l’autista di Mariano Tullio Troia che gli aveva fatto il recinto nella sua tenuta a Cruillas dove lui faceva il falegname e Mariano Tullio Troia era un boss di primo livello.

Lo Cicero le racconta subito che Mariano Tullio Troia incontrava Totò Riina accompagnato da Salvatore Biondino?

Non posso rispondere perché sono stato sentito dalla magistratura ed è secretato.

A noi risulta che questa cosa la dice poco dopo l’inizio del rapporto, diciamo gennaio-febbraio 1992

Diciamo che ci indica dei personaggi da attenzionare. Devo dire che pure io all’inizio avevo un po’ di dubbi: erano tutti incensurati, mai sentiti. Io sono abituato ad accertare e sono andato a fondo.

Ci risulta che parlò anche di un tal Sensale e di Giovan Battista Ferrante (insospettabile allora ma poi arrestato, condannato e pentito) e di Antonino Troia (non parente di Mariano Tullio poi condannato per la strage di Capaci) e voi per questo eravate il 23 maggio a Capaci.

Sì diciamo che ci parla di molte persone in quel periodo. Poi abbiamo fatto 18 arresti a marzo del 1993 grazie a Lo Cicero e nell’ordinanza di custodia cautelare si riconosce che all’inizio non sembrava attendibile ma poi si è dimostrato che lo era.

Allora perché non fu valorizzato il suo contributo?

Io ho chiesto le intercettazioni e me le hanno date però c’era poca convinzione, quasi un muro, in Procura. Io credo alla buona fede: Lo Cicero non era nessuno per loro e poi andava in contrasto con pentiti più blasonati. Lui per esempio parlò di suo cugino Armando Bonanno e disse che era vivo ma altri dicevano che era sparito per lupara bianca. Se aveva ragione lui ora sarà morto di vecchiaia.

Vi parlò anche di Stefano Delle Chiaie…

Fino a un certo punto, Non lui, ma la Romeo ci ha citato i rapporti tra Delle Chiaie e il fratello. Però in maniera estemporanea.

E voi le avete chiesto di portarvi le foto?

Sì e lei ci portò delle foto del fratello e Delle Chiaie mi sembra fosse però un convegno

Poi Maria Romeo parlerà di Delle Chiaie con altri carabinieri della Pretura

Sì ma io non ne so nulla. Sarà stata chiamata dai Carabinieri della Pretura per cose minori e lei avrà colto l’occasione per dirgli quella storia.

Maria Romeo ha raccontato a Report che lei accompagnò Lo Cicero da Paolo Borsellino. Avrebbero parlato per quattro ore anche di Delle Chiaie

A me non lo dissero. Io ho parlato con Borsellino uno o due giorni prima che morisse

Di cosa avete parlato?

Paolo Borsellino mi disse ‘Tu hai messo le mani su personaggi insospettabili e te la faranno pagare’. Poi aggiunse sereno e agitato allo stesso tempo: ‘Io devo morire perché l’esplosivo per me è arrivato ma tu sei giovane e guardati le spalle’.

Ha parlato con lui di Delle Chiaie o delle indagini su Capaci partite da Lo Cicero?

Non mi parlò di Delle Chiaie. Non avevo un’indagine su quello. Invece parlammo dei personaggi citati da Lo Cicero e di Capaci.

ASCOLTA IL PODCAST – Stato di Crisi, la mafia contro lo Stato

 

 

Vaiolo delle scimmie, primo caso rilevato in Italia. Giovane rientrato dalle Canarie ricoverato allo Spallanzani

Vaiolo delle scimmie, primo caso rilevato in Italia. Giovane rientrato dalle Canarie ricoverato allo Spallanzani

C’è il primo caso di vaiolo delle scimmie rilevato in Italia. Si tratta di un giovane ricoverato all’Istituto Spallanzani di Roma, specializzato nella ricerca e nella cure delle malattie infettive. Il paziente era rientrato dalle Canarie e le sue condizioni sono discrete. È ovviamente in corso il tracciamento dei contatti e ci sono altri due casi sospettati al vaglio dei medici. L’istituto spiega che si tratta di un giovane adulto che si era presentato al Pronto soccorso dell’Umberto I”. “Il quadro clinico è risultato caratteristico e il ‘Monkeypox virus’ è stato rapidamente identificato con tecniche molecolari e di sequenziamento genico dai campioni delle lesioni cutanee. La persona è in isolamento in discrete condizioni generali, sono in corso le indagine epidemiologiche e il tracciamento dei contatti”, precisano i medici dello Spallanzani. “Al momento i tre casi osservati e nei casi in Europa e in Usa, non presentato segni clinici di gravità – proseguono gli esperti – La trasmissione può avvenire attraverso le goccioline di saliva, il contatto con le lesioni e i liquidi biologici infetti”.Proprio in Spagna (e anche in Portogallo) sono diversi i casi registrati: 23 le persone sospettate di essere state contagiate dal monkeypox. Il vaiolo delle scimmie è una malattia molto rara che si presenta generalmente con “febbre, mialgia, linfoadenopatia (ghiandole gonfie) e un’eruzione cutanea sulle mani e sul viso, simile alla varicella”. La salute dei pazienti sospetti evolve “favorevolmente”. anche se è necessario mantenerli “sotto osservazione” per la possibilità che qualcuno possa aver bisogno di un ricovero. In genere “la sua trasmissione avviene per via respiratoria”, ma, per le caratteristiche dei 23 casi in fase di analisi, il sospetto è che il possibile contagio potrebbe essere avvenuto attraverso il “contatto con le mucose durante rapporti sessuali”.Il primo paese a segnalare i contagi è stata la Gran Bretagna dove due giorni fa erano stati registrati due nuovi contagi. L’Oms, nei giorni scorsi in una nota, spiegava che “a partire dall’11 maggio è stato intrapreso un ampio tracciamento dei contatti per identificare le persone esposte al rischio di contagio nelle strutture sanitarie, all’interno della comunità e nel volo internazionale” su cui il primo paziente inglese ha viaggiato dalla Nigeria. Queste persone sono sotto monitoraggio e lo saranno per 21 giorni dalla data dell’ultima esposizione al caso. “Nessuno ha segnalato sintomi compatibili finora”. “Poiché il caso è stato immediatamente isolato ed è stato eseguito il tracciamento il rischio di trasmissione relativo a questo caso nel Regno Unito è minimo. Tuttavia, poiché la fonte dell’infezione in Nigeria non è nota, permane il rischio di una trasmissione in corso in questo Paese”.Il paziente identificato nel Regno Unito il 7 maggio era stato in Nigeria da fine aprile a inizio maggio e aveva soggiornato a Lagos e negli Stati del Delta. Ha sviluppato un’eruzione cutanea il 29 aprile ed è tornato nel Regno Unito il 4 maggio. Lo stesso giorno è andato in ospedale. Sulla base della storia del viaggio e dell’eruzione cutanea, si è sospettato subito il vaiolo delle scimmie e il paziente è stato immediatamente isolato. Il monkeypox era stato confermato dal laboratorio dell’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito (Ukhsa). Causato da un virus appartenente alla famiglia degli orthopoxvirus, il vaiolo delle scimmie può essere trasmesso per contatto o esposizione a droplet. Il periodo d’incubazione è 6-13 giorni, ma può variare da 5 a 21 giorni. La malattia presenta sintomi che di solito si risolvono spontaneamente entro 14-21 giorni. Esistono due cladi di virus del vaiolo delle scimmie, il clade dell’Africa occidentale (quello rilevato nel caso Uk) e il clade del bacino del Congo (Africa centrale).

Metà dei 15enni italiani non è capace di capire un testo scritto. Save the Children: “In sei regioni i Neet superano già i coetanei attivi”

"Un dramma non solo per il sistema di istruzione e per lo sviluppo economico, ma per la tenuta democratica di un paese", lo ha definito il presidente di Save the Children Italia, Claudio Tesauro, parlando del deficit educativo degli adolescenti italiani nella prima delle quattro giornate di riflessioni e proposte "Impossibile 2022". Che si apre descrivendo l'Italia come "uno dei paesi europei più “ingiusti” nei confronti delle nuove generazioni, visto che la povertà assoluta colpisce il 14,2% della popolazione sotto i 17 anni, rispetto al 9,1% tra i 35 e i 64 anni".

“In Italia, la dispersione scolastica implicita, cioè il mancato raggiungimento del livello minimo di competenze a 15 anni, riguarda quasi la metà degli studenti (45% in italiano, 51% in matematica)”. A dirlo è un rapporto di Save the Children legato alla quattro giorni su Infanzia e Adolescenza che parte oggi a Roma e che si intitola “Impossibile 2022“. “Un’incapacità dei ragazzi di 15 anni di comprendere il significato di un testo scritto al 51% è un dramma, non solo per il sistema di istruzione e per lo sviluppo economico, ma per la tenuta democratica di un paese”, ha detto il presidente di Save the Children Italia, Claudio Tesauro, aprendo i lavori del meeting. Al problema educativo si aggiunge poi quello dell’ingresso nel mondo del lavoro, con la fascia tra i 15 e i 29 anni che in sei regioni italiane vede i Neet, i giovani fuori da qualunque percorso lavorativo o di formazione, hanno già superato i coetanei attivi. Fuori dal nostro Paese, a partire dall’Ucraina e non solo, sono 200 milioni i bambini che subiscono le conseguenze delle guerre. E la crisi climatica fa anche peggio, producendo tre volte gli sfollati causati dai conflitti.E’ un vero tracollo quello descritto da Save the Children per quanto riguarda l’Italia. La questione del deficit educativo, con oltre la metà degli adolescenti italiani incapaci di comprendere autonomamente un testo, è peggiorata con la pandemia: “E se il deficit educativo può compromettere il futuro di bambini e adolescenti nel nostro paese, già nel presente il Covid ha spinto nella povertà assoluta altri 200.000 bambini, per un totale di quasi 1milione 400mila minori”, scrive Save the Children, che descrive l’Italia come “uno dei paesi europei più “ingiusti” nei confronti delle nuove generazioni, visto che la povertà assoluta colpisce il 14,2% della popolazione sotto i 17 anni, rispetto al 9,1% tra i 35 e i 64 anni, e al 5,3% tra i 65enni e oltre, ed è una forbice tra le più ampie tra i paesi europei”. E ancora: “In Italia ogni bambino ha il triplo delle possibilità di trovarsi in condizioni di povertà assoluta rispetto agli over 65, e il doppio delle probabilità rispetto a tutto il resto della popolazione”.C’è poi la questione dei giovani che non riescono a inserirsi socialmente: niente scuola, niente formazione, niente lavoro. “Più di due milioni di giovani, ovvero 1 giovane su cinque fra i 15 e i 29 anni, è fuori da ogni percorso”, scrive la Ong. “In SiciliaCampaniaCalabria per due giovani occupati ce ne sono altri tre che sono fuori da lavoro, formazione e studio. Dati che – ha sottolineato Tesauro nel suo discorso – fanno a pugni con la richiesta del mondo produttivo”. Quanto alla crisi legata al Covid, Save the Children sottolinea come la pandemia abbia aggravato le disuguaglianze. “Nel mondo, 117 milioni di bambini sono senza scuola a causa della pandemia, il 7,5% circa della popolazione scolastica, e nei paesi più poveri si sono persi il 66% di giorni di scuola in più rispetto ai paesi ricchi. Ma la pandemia non deve confondere la prospettiva, avvertono, “perché erano già 260 milioni i bambini che non frequentavano le lezioni anche prima: da quando i leader mondiali, nel 2015, hanno adottato gli obiettivi di sviluppo sostenibile, i mancati investimenti sull’istruzione hanno lasciato che più di 468 milioni di bambini compissero 10 anni senza aver acquisito le competenze di alfabetizzazione di base“.

 

Stragi del ’92, quel disegno politico dietro le bombe: summit e presagi prima di Capaci. Ascolta la prima puntata del podcast Mattanza.

La domanda senza risposta se la pongono subito, il 24 maggio del ’92. Il giorno dopo la strage di Capaci, Oscar Luigi Scalfaro prende la parola davanti al Parlamento riunito e dice: “Senza invadere il campo di chi deve investigare e far giustizia ci si chiede: ma è solo mafia, questa?”. Trent’anni dopo una risposta ancora non c’è.

Una versione pacificata – Quella domanda, infatti, lo Stato ha preferito metterla da parte. Sulle stragi si è costruita una narrazione ufficiale senza punti interrogativi: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati ammazzati da Cosa nostra – e solo da Cosa nostra – in segno di ritorsione. Col Maxiprocesso avevano fatto inceppare il rodato meccanismo dell’impunità per i boss, che quindi si sono vendicati. Ma poi sono stati puniti: Salvatore Riina e Bernardo Provenzano sono morti in galera, Giovanni Brusca e gli altri hanno beneficiato di sconti di pena ma solo dopo essere diventati pentiti. Gli eroi sono morti, ma lo Stato poi ha vinto. Una narrazione tragica e piena di pathos, una versione pacificata dei fatti, perfetta per le fiction della tv. Ma che ha un problema: non corrisponde alla verità. E infatti rischia di crollare sotto il peso di quello che emerge dalle indagini e dai processi.

Il podcast del Fatto Quotidiano – Sulle stragi, infatti, esistono ancora oggi enormi buchi di trama che questa rassicurante narrazione si limita a omettere: mandanti esterni mai individuati, piste investigative mai battute, moventi molto più complessi della semplice vendetta. È mettendo insieme tutti questi elementi che Mattanza racconta le stragi del ’92. Il podcast prodotto dal Fatto Quotidiano raccoglie le testimonianze di investigatori e testimoni, sopravvissuti e killer. È composto da 8 puntate: la prima esce oggi ed è disponibile gratuitamente su ilfattoquotidiano.it e su tutte le principali piattaforme (Spotify, Apple podcast e Amazon music). Mattanza si articola in due blocchi da quattro puntate ciascuno: il primo, che racconta le vicende legate a Falcone e alla strage di Capaci, verrà pubblicato nel mese di maggio, con una puntata nuova online ogni settimana. Il secondo, invece, ricostruisce i misteri della strage di via d’Amelio e verrà rilasciato nel mese di luglio.

Un anno di presagi – Mattanza ricostruisce i vari punti oscuri di quella stagione che fa da cerniera tra la Prima e la Seconda Repubblica. Prima di diventare l’anno di Tangentopoli e delle bombe, il ’92 è stato un anno di presagi. Nei primi giorni di marzo un detenuto del carcere di Firenze invia ai giudici di Bologna una lettera in cui parla di una “nuova strategia della tensione in Italia” che sarà attuata nei cinque mesi successivi, fino a luglio. In quel periodo – sostiene – “accadranno eventi intesi a destabilizzare l’ordine pubblico” e cioè esplosioni che colpiranno persone “comuni” in luoghi pubblici, il sequestro e l’eventuale “omicidio” di un esponente politico della Dc, il sequestro e l’eventuale “omicidio” del futuro Presidente della Repubblica. Passano pochi giorni e ammazzano Salvo Lima, il viceré siciliano di Giulio Andreotti. Chi l’ha scritta quella lettera? Elio Ciolini, un uomo legato all’estrema destra, condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna. Come fa ad anticipare l’omicidio Lima, la strage di Capaci, quella di via d’Amelio? Come fa a parlare di esplosioni che colpiranno “persone comuni”, arrivando quindi a predire le stragi del ’93?La genesi di tutto – E dire che quella di Falcone non doveva essere neanche una strage ma un semplice omicidio. Un commando guidato da Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano doveva colpire a Roma, dove il giudice girava con un protezione molto blanda. Poi però Riina cambia idea, richiama i suoi e spiega che bisogna tornare in Sicilia dove avevano trovato “cose più grosse”. Quali? Il pentito Gaspare Spatuzza individua in quel cambio di strategia un passaggio fondamentale: “La genesi di tutta questa storia è quando non si uccide più Falcone a Roma con quelle modalità e si inizia quella fase terroristica mafiosa, da lì non è solo Cosa nostra”.La firma delle stragi – Secondo l’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, è l’intera fase di programmazione delle stragi che non appartiene a Cosa nostra: “Alla fine del ’91 – racconta – vi sono delle riunioni tra alcuni capimafia, che hanno la caratteristica di essere tutti massoni. Si comincia a discutere di un progetto molto complesso, che era stato suggerito dall’esterno. Le entità esterne ci mettono il software, il progetto politico, Cosa Nostra ci mette l’hardware, il braccio militare”. Sono le riunioni di Enna, quelle in cui Riina spiega ai suoi che era arrivato il momento di punire i nemici storici di Cosa nostra e pure gli ex amici, quelli che avevano tradito. Il capo dei capi dice anche un’altra cosa: gli omicidi e le stragi andranno rivendicati usando la firma della Falange Armata. È una sigla oscura che aveva esordito l’anno prima per rivendicare l’omicidio di un educatore carcerario a Milano. Poi aveva messo la firma sui delitti della Banda della Uno Bianca. Quindi spunta in Sicilia, a Enna, in bocca a Riina: chi gli ha suggerito usarla? A questa domanda, ancora oggi, non sappiamo rispondere.Uomini cerniera – Quello che sappiamo è che nel dicembre del 1991 a Enna c’è pure un personaggio che non fa parte di Cosa Nostra. Si chiama Paolo Bellini ed è stato recentemente condannato all’ergastolo per la bomba alla stazione di Bologna. E’ famoso perché durante le stragi s’infiltra in Cosa nostra su ordine dei carabinieri: doveva recuperare opere d’arte rubate e in cambio offriva un miglioramento delle condizioni carcerarie per i mafiosi. Il suo “gancio” era un ex compagno di cella: Nino Gioè, uno che aveva fatto parte del commando di Capaci e che poi morirà in carcere, vittima di un suicidio che sa molto di omicidio. È Gioè che Bellini sostiene di aver contattato già nel dicembre del 1991, quando scende in Sicilia perché – sostiene – deve recuperare dei soldi. Deve andare a Palermo, ma per dormire sceglie di arrampicarsi tra tornanti e buche e fermarsi a Enna, la città più remota dell’isola, l’unico posto d’Italia dove in quei giorni nevica: che senso ha fermarsi lì? Trent’anni dopo le domande sulle stragi sono ancora tutte lì.

Superbonus, Draghi a Strasburgo: “Non siamo d’accordo, costi triplicati”. La replica M5s: “La Commissione Ue ha più volte lodato la misura”.

A febbraio si era limitato a sottolineare che coloro che “tuonavano” in difesa del superbonus erano “quelli che hanno scritto la legge che permette di fare lavori senza controlli“. Ora Mario Draghi torna all’attacco dello sconto fiscale del 110% per gli interventi di efficientamento energetico e antisismico fortemente voluto nel 2020 dal Movimento 5 Stelle e confermato dal suo governo con alcune modifiche sul meccanismo di cessione dei crediti applicabile anche alle altre agevolazioni fiscali. Intervenendo alla plenaria del Parlamento Europeo il premier ha rivendicato che il suo governo è “nato come governo ecologico, fa del clima e della transizione digitale i suoi pilastri più importanti”. Ma, ha detto, “non siamo d’accordo su tutto, sul bonus del 110% non lo siamo, perché il costo di efficientamento è più che triplicato e i prezzi degli investimenti per attuare le ristrutturazioni sono triplicati, perché (il superbonus ndr) toglie la trattativa sul prezzo“. Cioè: visto che paga lo Stato, chi ingaggia una ditta per fare i lavori non ha interesse a cercare di strappare sconti.Il deputato M5s Riccardo Fraccaro, padre della norma, ha risposto a stretto giro: “Mario Draghi nel suo intervento a Strasburgo durante la plenaria del Parlamento europeo ha dichiarato di non essere d’accordo sul Superbonus; sinceramente lo avevamo già dedotto dai continui blocchi e dalle modifiche apportate alla misura nei mesi scorsi che di fatto hanno rischiato di renderla inutilizzabile. Vorrei ricordare al nostro presidente del Consiglio che il superbonus è espressione della volontà parlamentare di tutte le forze politiche, e per questo, anche se il suo giudizio personale è negativo, non può boicottare una misura che peraltro in più occasioni ha ricevuto lodi dalla stessa Unione Europea”. Il riferimento è al plauso arrivato lo scorso dicembre dal vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans e dalla commissaria Ue per l’Energia Kadri Simson e alla “promozione” arrivata a inizio marzo nel report pubblicato dall’European Construction Sector Observatory secondo cui “ha avuto grande successo” e “sta generando un’elevata e crescente domanda”.

Il documento assegna alla misura un punteggio di 4 stelle su 5 e auspica un’estensione dei tempi per l’attuazione degli interventi approvati – cosa che il governo Draghi ha appena previsto nel decreto Aiuti – , un’allargamento del campo di applicazione ad altre tipologie di edifici come gli hotel, una ulteriore semplificazione delle procedure per rendere più facile l’accesso alla detrazione e eventualmente una modifica dei requisiti di efficientamento minimi (oggi è sufficiente un miglioramento di due classi energetiche). La richiesta europea è insomma di rendere la misura più efficace, certo non di limitarne la portata. Quanto all’esplosione dei prezzi lamentata dall’ex presidente Bce, a febbraio il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha firmato un decreto che fissa i tetti massimi di costo per gli interventi.

Le parole di Draghi non sono piaciute nemmeno alla deputata di FacciamoECO Rossella Muroni, che intervenendo in Aula alla Camera in replica all’informativa del governo sulle misure contro il caro energia ha detto: “Mi preoccupano le dichiarazioni del premier Draghi che a Bruxelles ha affermato di non condividere il superbonus. Una misura strategica che ci sta aiutando a migliorare la prestazione energetica delle nostre case, a tagliare le emissioni e a sostenere l’edilizia di qualità. Una misura che sta contribuendo in modo significativo ai dati positivi sul Pil che il governo cita volentieri”

 

Incidenti sul lavoro, Inail: “Nei primi tre mesi del 2022 saliti del 50%, boom nei trasporti e magazzinaggio. 189 quelli mortali: quattro in più”

Almeno due morti bianche al giorno. E un aumento delle denunce di infortunio del 50% rispetto ai primi tre mesi del 2021. Nella Giornata mondiale per la salute e sicurezza sul lavoro, i dati Inail aggiornati al primo trimestre 2022 raccontano di un trend in forte aumento. Le comunicazioni di incidenti di qualsiasi gravità arrivate all’istituto tra gennaio e marzo sono state 194.106 contro le 128.671 del primo trimestre del 2021 e le 130.905 di gennaio-marzo 2020 segnato però dal lockdown. Quelli con esito mortale sono stati 189, quattro in più rispetto alle 185 registrate nel primo trimestre del 2021 e 23 in più rispetto alle 166 dello stesso periodo 2020. “Numeri inaccettabili, e i numeri reali sono ancora più alti, a causa delle mancate segnalazioni in maniera particolare nei settori fragili”, commenta Tina Balì, segreteria nazionale Flai Cgil. “Evidentemente non bastano le politiche di prevenzione fin qui adottate, occorre un drastico cambio di passo. La sicurezza sul lavoro non è un costo ma un investimento. Bisogna agire di più sulla prevenzione, sulla capacità di costruire reti e sulla formazione continua”.L’incremento dei casi mortali rispetto allo scorso anno riguarda i casi in itinere durante il tragitto casa-lavoro, passati da 31 a 51, mentre quelli avvenuti in occasione di lavoro sono scesi da 154 a 138. L’aumento ha riguardato l’industria e servizi (da 158 a 160 denunce) e l’agricoltura (da 16 a 20 casi). Ha riguardato solo le donne, con un aumento da 14 a 24, mentre tra gli uomini c’è stata una discesa da 171 a 165. Secondo i dati Inail, sono in aumento le denunce dei lavoratori italiani (da 158 a 163), in calo quelle dei comunitari (da 9 a 8) e in parità quelle degli extracomunitari (18 in entrambi i periodi). Dall’analisi per classi di età, da segnalare gli aumenti dei decessi tra gli under 40 (da 34 a 49 casi) e tra i 45-49enni (da 22 a 24), mentre sono in calo quelli tra i 40-44enni (da 17 a 16).

In generale, gli incidenti di ogni livello di gravità sono notevolmente aumentati: quelli sul luogo di lavoro dai 115.286 del primo trimestre 2021 ai 176.545 del 2022 (+53,1%) e quelli in itinere hanno fatto registrare un aumento del 31,2%, da 13.385 a 17.561. A marzo 2022 il numero degli infortuni sul lavoro denunciati ha fatto segnare un +46,6% nella gestione Industria e servizi (dai 109.662 casi del 2021 ai 160.813 del 2022), un -0,4% in Agricoltura (da 5.891 a 5.866) e un +109,1% nel Conto Stato (da 13.118 a 27.427). Incrementi degli infortuni in occasione di lavoro si osservano in tutti i settori produttivi, in particolare nei Trasporti e magazzinaggio (+166,9%), nella Sanità e assistenza sociale (+110,4%) e nell’Amministrazione pubblica (+73,8%).

L’analisi territoriale evidenzia un incremento delle denunce di infortunio in tutte le aree del Paese: più consistente nel Sud (+64,3%), seguito da Nord-Ovest (+63,4%), Isole (+60,7%), Centro (+51,3%) e Nord-Est (+31,8%). Tra le regioni con i maggiori aumenti percentuali si segnalano principalmente la Campania (+116,2%), la Liguria (+85,3%) e il Lazio (+73,8%). L’aumento che emerge dal confronto di periodo tra il 2022 e il 2021 è legato sia alla componente femminile, che registra un +72,9% (da 51.550 a 89.130 denunce), sia a quella maschile, +36,1% (da 77.121 a 104.976). L’incremento ha interessato sia i lavoratori italiani (+54,6%) che quelli extracomunitari (+35,1%) e comunitari (+25,6%).

Multinazionali, poco o nulla per monouso e riduzione degli imballaggi inutili. Involucri riutilizzabili? Il 2% della plastica sul mercato

Le multinazionali che producono, utilizzano e riciclano enormi volumi di imballaggi in plastica e che si sono impegnate a cambiare strada stanno riducendo il consumo di quella vergine. Ma il ritmo è ancora lento e le azioni non sono sufficienti. I progressi, infatti, sono in gran parte guidati dal crescente utilizzo di contenuto riciclato nel packaging, mentre sono scarsi gli sforzi per eliminare monouso e imballaggio inutile. E pochissimo si fa sul fronte del riuso. Certo, l’anno del Covid-19 non ha aiutato, ma resta il fatto che l’impiego di materiale vergine è diminuito di poco più dell’1% nel 2020 rispetto all’anno precedente, mentre il ricorso a confezioni ricaricabili è stato pari a meno del 2% di tutta la plastica messa in commercio. L’ultimo rapporto della Ellen MacArthur Foundation mostra come hanno agito, nel 2020, alcune delle multinazionali che immettono sul mercato più tonnellate di plastica, tra le centinaia di realtà che aderiscono Global Commitment and Plastic Pact network. L’iniziativa, promossa dalla fondazione, prevede di rendere pubbliche le quantità di polimeri utilizzate, ridurre l’uso di materiale vergine, eliminare gli imballaggi non riciclabili e non necessari e assicurare la messa in commercio di soli involucri riutilizzabili, riciclabili o compostabili. Per il report, hanno fornito i loro dati (oltre a 18 governi), anche 130 aziende, che rappresentano più di un quinto del mercato globale degli imballaggi in plastica. Tra queste Coca Cola, PepsiCo, Nestlé, Danone, Unilever, Mars, Henkel, L’Oreal, Colgate-Palmolive e l’italiana Ferrero. Se dal 1950 al 2018 si è passati, con una crescita esponenziale, da circa 2 milioni di tonnellate di plastica vergine utilizzata a oltre 300 milioni di tonnellate, nel 2019 e nel 2020 si sono registrate per la prima volta riduzioni rispettivamente dello 0,6% e dell’1,2%. “Una traiettoria discendente – si spiega nel report – rafforzata da nuovi impegni per ridurre l’uso totale di plastica o plastica vergine in termini assoluti entro il 2025, che quest’anno è diventato un requisito obbligatorio per aderire al Global Commitment”. Si prevede, infatti, che questi obiettivi porteranno a una riduzione totale della plastica vergine utilizzata dai firmatari negli imballaggi di circa il 19% entro il 2025 (rispetto al dato del 2018). E che, insieme al raggiungimento dei target sul contenuto riciclato negli imballaggi, eviterebbe la produzione di circa 8 milioni di tonnellate di plastica vergine ogni anno (con un risparmio di 40 milioni di barili di petrolio). Ma siamo nel campo delle intenzioni.Di concreto c’è che la riduzione della plastica vergine utilizzata tra il 2018 e il 2020 è stata in gran parte determinata dall’aumento dell’uso di quella riciclata, principalmente negli imballaggi in PET rigido, come quello delle bottiglie di acqua e latte e di alcuni flaconi. E, comunque, si è passati dal 5,2% di contenuto riciclato (sul totale dell’imballaggio in plastica utilizzato dalle aziende) del 2018, al 6,3% del 2019 per arrivare all’8,2% nel 2020. Sulla base degli attuali obiettivi, circa l’80% della prevista riduzione del contenuto vergine per il 2025, continuerà a dipendere proprio dall’aumento del contenuto riciclato. Ma gli analisti osservano “un allarmante scarso investimento” per ridurre il ricorso al monouso: la maggior parte delle azioni (il 76%) “implicano la sostituzione con altra plastica o carta”, mentre solo per il 24% dei casi si tratta di “cambiamenti sostanziali”, come l’eliminazione diretta o il passaggio a modelli di riutilizzo. Di fatto, meno del 2% degli imballaggi in plastica dei firmatari del Commitment è stato progettato per essere riutilizzabile nel 2020. La quota è addirittura diminuita, passando dall’1,8% del 2019 all’1,6% del 2020. Più della metà di tutte le aziende che aderiscono non produce imballaggi in plastica riutilizzabili. Anche il livello di ambizione è basso: solo l’11% dei firmatari ha lanciato più di tre progetti pilota sul riutilizzo nel 2020, mentre il 56% non ne ha lanciato nessuno. Il risultato di tutto questo è che il 34,7% della plastica utilizzata negli imballaggi che nel 2020 le aziende hanno messo sul mercato non è né riutilizzabile, né compostabile e neppure riciclabile. Di conseguenza, il packaging che rientra in almeno una di queste opzioni rappresenta il 65,3% (percentuale in aumento di appena lo 0,5%), ma per la stragrande maggioranza perché è riciclabile. E si parla sempre di ciò che fanno le multinazionali che aderiscono all’iniziativa, senza considerare tutte le aziende che ogni giorno a livello globale operano in questo settore. L’80% del mercato degli imballaggi in plastica è fuori da azioni e impegni, mentre si prevede che la domanda di packaging in plastica raddoppierà nei prossimi due decenni.

Ruby ter, la pm Siciliano: "Berlusconi aveva schiave sessuali, è storia. Da potente amico di Putin ora è grande anziano"

 

Ci sono voluti 8 anni per arrivare alla prima sentenza del caso Ruby ter, allora l'imputato Silvio Berlusconi era "un uomo che poteva avere il mondo ai suoi piedi", un presidente del Consiglio che "si accompagnava con amicizie come quella con Putin che sta mettendo in ginocchio il mondo", ma "oggi è un grande anziano, malato, perché le certificazioni prodotte mostrano un quadro di patologie. Se un processo può arrivare ad una pronuncia di primo grado dopo 8 anni vuol dire che il sistema ha fallito. Senza scappatoie. E non diamo la colpa ai magistrati, perché questi magistrati hanno sempre cercato di portare avanti il processo".A dirlo è il procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliano iniziando la sua requisitoria nel processo sul caso Ruby ter a carico di Silvio Berlusconi e altri 28 imputati, tra cui una ventina di ex ospiti delle serate di Arcore e la stessa Karima El Mahroug che sarebbero state 'stipendiate' con versamenti e regalie per portare nei processi sul caso Ruby la versione delle "cene eleganti". Le indagini si chiusero nel 2015. Intorno ad Arcore, palazzo Grazioli e villa San Martino succede qualcosa di medioevale, 'Boccaccesco', moralmente discutibile, incredibile", le parole della pm.

I reati contestati a vario titolo sono corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza.  "Credo che la parola passata nella mente di tutti oggi sia la parola finalmente - ha aggiunto Siciliano - . C'è un elemento positivo nella parola finalmente, un'attesa agognata. Io sono fuori dal coro questa mattina, non riesco ad esprimere una reale soddisfazione". Siciliano ha chiesto ai giudici di "revocare l'ordinanza che avete emesso o in via subordinata una modifica" dell'ordinanza che riguarda la posizione delle 'olgettine'. Nella sua requisitoria - che si concluderà nella prossima udienza in calendario il 25 maggio - la pubblica accusa ricorda "il grande colpo di scena" del processo: "è stato il 3 novembre 2021, quando il tribunale con un'ordinanza di riserva" - su una richiesta (del 2019) avanzata dalla difesa del leader di Forza Italia - ha sollevato "un profilo di inutilizzabilità delle posizioni testimoniali" delle teste. In sintesi per i giudici le olgettine ai tempi dovevano essere sentite come indagate e non come testimoni, quindi le affermazioni messe a verbale non potranno essere utilizzate nel processo.

Per Tiziana Siciliano "la domanda è un'altra: queste signore avevano davvero la posizione di indagate sostanziale? Io c'ero e so come sono andate le cose, ho la profonda convinzione di aver agito correttamente. Quali elementi noi potevamo avere per iscrivere e chi che non avevano neanche un'operazioncina sospetta, una sos, non c'era niente. Su cosa avremmo dovuto iscriverle?".

Ruby ter, la procura: "Berlusconi aveva gruppi di odalische e alcune trascorrevano notte con lui"

Siciliano ha anche detto che non ha voluto pronunciare in aula la parola "vecchio, per non suscitare reazioni incontrollate", com'era avvenuta in un'altra fase del dibattimento. Per l'ex premier si prova "tenerezza per una persona anziana che sembra inseguire la giovinezza, ma forse ha solo paura della morte", ha chiarito l'aggiunto Siciliano. Che ha continuato dicendo che l'allora presidente del Consiglio "ospitava un gruppo di odalische, schiave sessuali che a pagamento lo divertivano, allietavano le sue serate". "Indipendentemente da quelle che saranno le vostre valutazioni questo fatto ci è già sfuggito ed è già consegnato alla storia. Il presidente del Consiglio usava sistematicamente allietare le proprie serate a casa propria con gruppi di odalische, schiave sessuali a pagamento, che lo divertivano e alcune trascorrevano con lui la notte", ha detto.

Ragazze che, ha aggiunto Siciliano, "lo divertivano, trascorrevano alcune la notte con lui e questi fatti, chiusi con sentenza passata in giudicato, sono stati cristallizzati come fatto storico: l'attività di un consolidato sistema prostitutivo". E il "dato inoppugnabile è che le due sentenze passate in giudicato entrano a far parte del processo di cui trattiamo". Prima Siciliano aveva affermato che nel caso Ruby ter si sta processando un uomo che è stato "alla Presidenza del Consiglio", tra le persone "più ricche del mondo", che "aveva il potere di modificare lo Stato" e che oggi invece "è un grande anziano malato", di cui "conosciamo la vita privata perché di interesse giornalistico e guardiamo a questo con tenerezza e compassione". E dall'altra parte "processiamo un gruppo di donne la cui caratteristica principale, causativa dei guai, è la bellezza, ormai passata, all'epoca erano molto giovani". Il procuratore aggiunto ha esordito nella requisitoria (che si chiuderà il 25 maggio) così: "Pensavo, venendo in macchina, che se ci fosse una sorta di lettore del pensiero la parola statisticamente stamani più passata nelle menti di chiunque, dai giornalisti al personale di sorveglianza e agli avvocati, è 'finalmente' che contiene soddisfazione, l'elemento positivo della conclusione". E ancora: "Io devo dire che sono fuori dal coro, non riesco ad esprimere una reale soddisfazione, è stato un impegno faticoso in questi anni, lavorativo e psicologico, ma non posso dire finalmente perché se un processo può arrivare alla pronuncia di primo grado dopo 8 anni vuol dire che il sistema ha fallito".

Ruby ter, la requisitoria: "Trovate le prove della corruzione di Berlusconi, accusa ha solide basi"

"Le prove della corruzione sono state trovate. Questo è un working in progress: adesso sappiamo tutto, anche più di quello che serve, è incredibile", ma non è stato sempre semplice mettere in fila gli elementi contro "questo gruppo di compiacenti soggetti che ruotavano intorno all'ex premier e ricevevano utiità", ha detto ancora Siciliano. A dare 'forza' all'accusa il sequestro di alcuni telefonini degli indagati che hanno restituito "fotografie, screenshot, messaggi vecchi: un materiale probatorio incontaminato che era a nostra disposizione per la prima volte". Ma anche "documentazioni bancarie che non c'erano" e che hanno "costruito una solida base documentale di quelli che prima erano soltanto dei sospetti con qualche aggancio indiziario".

 

Assalto Cgil dell'ottobre 2021, cinque nuovi arresti: c'è il leader dei No Vax Franzoni e militanti di Forza Nuova

Mani pulite, cosa resta trent’anni dopo. Colombo e Davigo: “Oggi la corruzione non indigna. Pnrr? C’è il rischio Tangentopoli”

Altro che “eroi” in camice: 66 mila esodati del post-Covid. Contratti scaduti e zero assunzioni

Legge salvasuicidi, nel 2021 boom di istanze dagli indebitati: +64% a Milano, +350% a Roma. Commercialisti: “Avvisaglie di tempesta”. La lentezza dell'iter, che prevede la definizione di una proposta di accordo finalizzata a ripagare parte del debito in funzione delle risorse disponibili, fa da tappo rischiando di alimentare fenomeni usurari. Le stime: stando a un sondaggio ben 371.500 imprese non fallibili potrebbero presto chiedere di beneficiare dell'opportunità. Senza contare i privati. La Città Metropolitana di Bologna ha aperto nel 2018 uno sportello ad hoc che fornisce assistenza anche nella preparazione della documentazione necessaria. Con la crisi che incalza i debiti aumentano anche tra privati cittadini, professionisti, imprenditori agricoli e artigiani. Crescono così anche le istanze di accesso alle procedure di sovraindebitamento previste dalla legge 3 del 2012, tristemente nota come salvasuicidi. Ma la lentezza dell’iter che prevede la definizione di una proposta di accordo finalizzata a ripagare parte del debito in funzione delle risorse disponibili fa da tappo, rischiando di alimentare fenomeni usurari. Non c’è ancora un dato nazionale per il 2021, ma le rilevazioni sul territorio, raccolte dal fattoquotidiano.it, mostrano uno scenario a tinte fosche. E per la Fondazione nazionale dei commercialisti il trend in ascesa rappresenta solo la prima avvisaglia di una vera e propria tempesta che potrebbe manifestarsi una volta esauriti gli effetti dei ristori governativi. Secondo un sondaggio fatto dai ricercatori della Fondazione nel 2021 ci sono 371.500 imprese non fallibili – si tratta di imprenditori agricoli e piccoli imprenditori commerciali – che potrebbero ben presto chiedere di beneficiare della legge. Ben il 29,3% del totale di queste tipologie di imprese che danno lavoro ad oltre 455mila dipendenti.Tornando ai numeri già accertati, a Bologna lo sportello sovraindebitamento della Città metropolitana ha segnalato un aumento delle istanze del 12% nel 2021 raggiungendo quota 164. Ma, da ottobre 2018, il numero di richieste di informazioni sono state ben 586, in buona parte provenienti da privati. A Milano, sempre nel 2021, le richieste di aiuto alla Camera arbitrale sono schizzate del 64% passando dalle 123 pratiche del 2020 alle 192 istanze dello scorso anno. Con l’11% dei debitori totalmente incapienti. A Roma, l’Ordine dei commercialisti ha segnalato un aumento del 357% da 7 pratiche del 2020 a 32 del 2021. A Venezia, infine, sempre secondo i commercialisti, nel 2021 le istanze sono state 39, in aumento dell’11 per cento. Ma nell’intera Regione guidata da Luca Zaia la situazione è decisamente peggiore: 387 istanze, in crescita di oltre il 18% rispetto al 2020, con un picco a Vicenza (220), seguita da Verona (75) e Padova (53). Del resto, già nel 2020, sull’intero territorio nazionale, il ministero della Giustizia aveva registrato più di 6mila istanze di cui 1500 relative al 2019. Di queste il 56% (circa tremila) risultavano pendenti, mentre le composizioni segnalate dai tribunali, erano appena 677 (+10% nel 2021), una goccia nel mare rispetto alle procedure. Segno che da una parte la domanda è decisamente elevata, dall’altra il meccanismo è troppo lento rispetto alle necessità pressanti dei sovraindebitati.

 

 SUPER DELINQUENZA ED ORGANIZZAZIONI ARMATE

Ndrangheta a Roma, le intercettazioni: "Siamo pronti a fare la guerra". Così i boss si sono presi la Capitale

La "scalata" di Vincenzo Alvaro dal Café de Paris alla prima filiale delle cosche in città. Il ruolo di 'Ntoni Scarpacottta Carzo: "Prima eravamo sparpagliati ora siamo un esercito"

“Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”. La ‘ndrangheta ha aperto ufficialmente bottega nella capitale. Un’informazione che ormai circolava da tempo dagli addetti ai lavori ma che ha trovato conferma ufficiale solo oggi con l’inchiesta “Propaggine”, che ha portato a due ordinanze di custodia cautelare emesse dai gip su richiesta delle Dda di Roma e di Reggio Calabria. Nel filone calabrese dell’indagine, coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri è finito agli arresti domiciliari anche un politico, il sindaco di Cosoleto Antonino Gioffré, accusato di scambio elettorale politico-mafioso. Nel paesino nella piana di Gioia Tauro, sotto l’influenza della cosca Alvaro, il sindaco, eletto con la lista civica “Alleanza per i valori”, in sostanza avrebbe favorito l’assunzione di un altro soggetto indagato.Complessivamente, 29 sono le persone finite in carcere mentre cinque i soggetti per i quali il gip ha disposto gli arresti domiciliari. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, favoreggiamento commesso al fine di agevolare l’attività del sodalizio mafioso e la detenzione e vendita di armi comuni da sparo ed armi da guerra aggravate. In manette sono finiti i vertici della cosca Alvaro. Oltre al sindaco di Cosoleto, Antonino Gioffré, ai domiciliari, sono stati arrestati Carmine Alvaro detto ‘u cuvertuni’, ritenuto il capo locale di Sinopoli. In manette anche i capi locale di Cosoleto, Francesco Alvaro detto ‘ciccio testazza’, Antonio Alvaro detto ‘u massaru’, Nicola Alvaro detto ‘u beccausu’ e Domenico Carzo detto ‘scarpacotta’. Nel troncone reggino dell’inchiesta, secondo gli inquirenti, si è riusciti a dimostrare come i tentacoli della cosca Alvaro-Penna si sarebbero allungati sull’amministrazione comunale di Cosoleto. Nel piccolo paesino della Piana di Gioia Tauro, ci sarebbe un locale di ‘ndrangheta autonomo nelle attività illecite ordinarie ma funzionalmente dipendente da quello di Sinopoli. Dalle indagini, infatti, è emerso un forte interesse della cosca all’esito delle elezioni amministrative del Comune di Cosoleto del 2018 vinte dal sindaco Gioffré che era in contatto con l’indagato Antonio Carzo.Le indagini sviluppate dal Centro Operativo Dia di Roma hanno fornito gravi indizi dell’esistenza dell’associazione di ‘ndrangheta denominata cosca Alvaro-Penna, i cui sodali risultano detentori di un radicato controllo del territorio e delle attività economiche, nonché infiltrate nella gestione di alcune amministrazioni locali. Il possesso di armi, anche da guerra, da parte dei componenti dell’associazione criminosa determina la pericolosità dell’associazione stessa. Sul filone romano dell’inchiesta, la Dia ha eseguito numerose perquisizioni e altre 43 ordinanze di custodia cautelare. Il blitz ha interessato diverse zone della capitale e della provincia di Roma. Alcuni indagati sono accusati di far parte di una locale di ‘ndrangheta, radicata nella capitale e finalizzata ad acquisire la gestione e il controllo di attività economiche in svariati settori, ittico, panificazione, pasticceria, del ritiro delle pelli e degli olii esausti. Secondo gli inquirenti, l’organizzazione criminale faceva sistematicamente ricorso ad intestazioni fittizie al fine di schermare la reale titolarità delle attività.L’inchiesta delle due Procure ha consentito di dimostrare per la prima volta come la cosca Alvaro abbia dato vita, nella capitale, ad un’articolazione criminale. Era il cosiddetto “locale di Roma” che rappresenta un “distaccamento” autonomo del sodalizio radicato in Calabria e in particolare con quella che gli inquirenti chiamano “casa madre sinopolese” che ha il compito di trovare una soluzione alle frizioni tra i sodali romani. Per risolverle i due capi locale di Roma venivano in Calabria per discuterne durante con i vertici della famiglia in occasione di eventi particolari, quali matrimoni o funerali. “Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto“, dicono gli indagati in un’intercettazione. La ndrina romana riconosciuta ufficialmente dalla “casa madre ” in Calabria. Il gruppo criminale era guidato dai boss Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo. Proprio Alvaro è il boss intercettato mentre sostiene: “Siamo una carovana per fare la guerra“.

 

 

 

 
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 04-10-2022, 222° GIORNO DI GUERRA

L’avanzata ucraina delle ultime ore

Nei combattimenti avvenuti domenica, gli ucraini sono riusciti ad avanzare in alcune località minori come Arkhanhelske e Myroliubivka. Piccoli villaggi, ma strategicamente importanti in quanto la loro conquista ha equivalso a un primo sfondamento delle difese russe a Kherson. Un obiettivo inseguito da Kiev già da agosto. Più volte durante l’estate i proclami ucraini hanno infatti parlato di una possibile controffensiva nella zona. Poi a settembre, con le avanzate dell’esercito agli ordini del presidente Zelensky a sud di Kharkiv, la situazione è cambiata e il cuore del contrattacco si è spostato nel nord est del Paese.

L’avanzamento registrato tra domenica e lunedì ha sortito gli effetti sperati dagli ucraini. Il primo sfondamento delle linee russe ha aperto una breccia lungo il fronte capace oggi di trasformarsi per i russi in una vera e propria voragine. I soldati di Mosca non sono riusciti infatti a tenere nell’unica barriera naturale situata nel quadrante a nord di Kherson, costituita dal fiume Inhulet. A quel punto gli ucraini non hanno più trovato ostacoli. L’elenco dei nomi delle località riprese in mano nelle ultime ore è piuttosto lungo e viene aggiornato passo dopo passo dalle principali testate locali.

Esplosioni anche nella città di Kherson

Adesso i russi stanno seriamente rischiando di perdere l’intero saliente a ovest del Dnepr. In tal modo gli ucraini rientrerebbero in possesso di vaste zone dell’oblast di Kherson, lo stesso che da venerdì è considerato da Mosca come parte integrante del proprio territorio. I comandi agli ordini del Cremlino adesso sono chiamati a difendere i due principali centri della zona: Nova Kakhovkha e soprattutto Kherson, il capoluogo. La prima città in linea d’aria, con l’avanzamento ucraino, è oramai distante non più di 40 km dal fronte ma è situata sulla sponda opposta del Dnepr e quindi è protetta da una barriera naturale.

Anche Kherson, tra altri corsi d’acqua della zona e difese artificiali organizzate dai russi, sembra essere protetta. Tuttavia se la progressione ucraina dovesse confermarsi anche nei prossimi giorni, il centro cittadino sarà a portata di artiglieria a corto raggio nel giro di poco tempo. Forse, hanno azzardato fonti di Kiev, qualche settimana.

Intanto l’esercito ucraino sta già facendo sentire la sua pressione. Su Telegram in diversi gruppi di cittadini di Kherson hanno segnalato diverse esplosioni in città. Probabili segnali di raid effettuati dagli ucraini in avanzata da nord. A conferma della pressione sull’unico capoluogo di regione in mano ai russi anche, tra le altre cose, il bombardamento contro il Ponte Antonivsky. Una struttura strategica in quanto collega Kherson con la sponda opposta del Dnepr. Per conquistarlo i russi, tra il 25 e il 27 febbraio scorso, hanno perso molti uomini.

24-07-2022, 151° GIORNO DI GUERRA

LA PROPAGANDA FILO-OCCIDENTALE PARLA DELL'INIZIO DEL CONTRATTACCO UCRAINO A KERSON. Davide Rossi ci comunica:

Kiev: comandante 28/ma brigata morto al fronte nel sud
 

Il comandante della 28/ma brigata dell'esercito ucraino, il colonnello Vitaly Gulyaev, è morto colpito dai missili russi mentre era al fronte nel sud dell'Ucraina. Lo annuncia il deputato del consiglio comunale di Kiev Pavlo Boychenko, come riferisce Ukrinform.
Il comandante era impegnato a fermare l'avanzata delle truppe russe nel sud dell'Ucraina per liberare le regioni di Mykolaiv e Kherson. Colonnello al fronte dal 2014, in precedenza Gulyaev aveva prestato servizio nella 93/ma brigata "Kholodny Yar" e aveva comandato il 13/mo battaglione di fanteria. Era alla guida della 28/ma brigata dal settembre 2021.

 

“È stato un vero inferno. Anche ragazzi che hanno combattuto in Siria hanno detto che là non era nemmeno vicino a ciò che sta accadendo in Ucraina“. Se diamo credito a testimonianze come questa, la guerra scoppiata alle porte dell’Europa non solo va al di là delle esperienze delle truppe e delle pianificazioni degli stati maggiori, ma dimostra la necessità di un addestramento specifico. E questo è stato un problema per tutti: ucraini, russi, volontari e mercenari. Ma per qualcuno di più.

Gli ucraini non sono partiti avvantaggiati, anzi. Per quasi due decenni, gli Usa avevano tentato di addestrare le forze ucraine: tuttavia, dopo l’aggressione russa del 2014, gli sforzi si sono rivelati vani. Da allora sono stati intensificati ed estesi a tutti i livelli. Così, è stata superata l’anomalia di un Paese, l’Ucraina, dove molti vertici della difesa avevano anche cittadinanza russa ed erano inclini a considerare i colleghi russi “camerati” dai tempi dell’Urss. Dal 2014 i militari ucraini hanno capito che per restare indipendenti avrebbero dovuto recidere questi legami personali ed imparare dagli occidentali. La prima parte della guerra del 2022, fino alla presa russa di Severodonetsk, ha visto confrontarsi due eserciti con i vertici finalmente separati, ma con culture militari, addestramento e armi quasi identiche. Così, gli occidentali, con in testa Usa e Gran Bretagna, hanno cominciato a investire pesantemente nel cambiare non solo le armi ma la stessa cultura militare di Kiev per far fare loro un balzo qualitativo. ( Di fronte a questa candida confessione risulta altrettanto candida la reazione russa a non voler recidere tali legami ed a piantare un confine ben preciso oltre il quale la Nato non può andare oltre.)

Londra ha fornito più equipaggiamenti militari di qualsiasi altro paese – a parte, ovviamente, gli Usa – e lanciato un programma – attingendo all’esperienza operativa britannica – per addestrare 10mila militari ucraini a combattere con tecniche e mezzi occidentali. Ogni corso, il primo dei quali è già cominciato, durerà diverse settimane, non sarà ovviamente rivolto a combattenti alle prime armi, ma a personale di servizio da potenziare e coprirà l’uso delle armi, il primo soccorso sul campo, l’uso di particolari tattiche e il diritto di guerra.

Addestramenti specifici per l’uso di mezzi e sistemi d’arma occidentali sono stati organizzati da Paesi “donatori” come GermaniaPolonia e Paesi Bassi: non è che uno si inventa abile utilizzatore di obici Panzerhaubitze 2000. La Francia ha addestrato 40 ucraini all’uso degli obici semoventi CAESAR, forniti parallelamente ai nostri FH70: pare molto probabile, così, che anche l’Italia abbia addestrato le forze di Kiev.

Non che tutte le forze ucraine siano state di alto livello: in Donbass hanno combattuto riservisti con un mese di “richiamo”. E le migliaia di volontari occidentali, soprattutto veterani, preparati all’uso di armi moderne ma non a una guerra di logoramento sono stati utili quanto i volontari dell’ex Urss, tutti da Paesi con conti aperti con Putin: georgianitatariceceni e russi antiregime.

E la Russia? Dopo le proteste delle mogli dei soldati asiatici e del Donbass occupato, i cui mariti sono stati mandati a combattere, con lusinghe e minacce, a migliaia di chilometri e senza il cellulare, a luglio sono emerse quelle degli stessi soldati per la scarsezza dell’addestramento. Sono migliaia i volontari che dopo nemmeno due settimane dall’arruolamento si sono trovati in prima linea a prender parte agli attacchi contro le posizioni ucraine. Secondo il ministero della Difesa di Mosca, chiunque firmi un contratto con l’esercito deve essere sottoposto a un addestramento intensivo di quattro settimane per un totale di 240 ore, inclusi uso delle armi da tiro, lancio di granate e tattiche militari. Tuttavia, durante la guerra in Ucraina, questi standard non vengono rispettati, perché servono truppe in grande quantità per riempire i buchi lasciati dagli scontri con le forze ucraine: secondo l’intelligence britannica, a giugno molti battaglioni combattevano con meno del 10% del personale.

Secondo gli avvocati e le associazioni per i diritti umani che assistono i soldati russi, è cosa normale finire in Ucraina solo a una settimana dal reclutamento. Al Cremlino servono truppe e queste possono arrivare in Ucraina in quattro modi: sottoscrivendo un contratto a tempo determinato con il ministero della Difesa, spesso con stipendio “monstre” e con benefit tipo l’azzeramento del mutuo; firmando un contratto con le formazioni armate delle repubbliche separatiste (ma senza nessun benefit di peso); con le milizie private Wagner PMC, le cui dotazioni e i cui benefit sono non eccezionali e che spesso inquadrano truppe straniere; dopo un addestramento in Cecenia, arruolati fra i miliziani del leader Kadyrov o nella guardia nazionale, i pretoriani di Putin.

In moltissimi oblast russi, dove non ci sono ascensori sociali, un contratto da soldato è l’unico modo per fare fortuna: il guaio è che alle offerte del ministero della Difesa rispondono spesso persone senza esperienza militare, che finiscono in campi di addestramento improvvisati. In certi video propagandistici russi si sono viste reclute combattere con le sneaker, andare all’assalto praticamente prese per mano dall’addestratore e usare il fucile pericolosamente vicino al cranio dei commilitoni. È ovvio che questa preparazione… non prepara alla guerra: così, giovani e padri di famiglia disoccupati e anziani con pensioni da fame partono per le caserme come quelle di Belogorod e in Cecenia attratti dalle promesse di denaro, cibo e viaggi pagati. Non si immaginano certamente che in pochi giorni di training – senza aver imparato bene a usare un’arma né a fare squadra – finiranno al fronte. Per Putin questo è un enorme grattacapo.

SECONDO ISW:

Sforzo di supporto n. 2 - Asse meridionale (obiettivo russo: difendere gli oblast di Kherson e Zaporizhia dai contrattacchi ucraini)

Le forze ucraine hanno colpito un ponte sul fiume Inhulets a meno di 10 km dalla città di Kherson a Dariivka, nell'oblast di Kherson, il 23 luglio. Il filmato mostra sei punti di impatto equidistanti sul ponte e che i veicoli passeggeri sono in grado di attraversare il ponte ma devono eludere i buchi . [17]  Il consigliere dell'amministrazione dell'oblast di Kherson ucraino Serhiy Khlan ha dichiarato che le forze ucraine hanno colpito il ponte di Dariivka come parte di un'operazione prolungata per tagliare le linee di rifornimento delle forze russe nella città di Kherson. [18]

Il 23 luglio le forze russe hanno condotto attacchi nelle retrovie dell'asse meridionale, probabilmente per ostacolare i preparativi ucraini per una controffensiva su questo asse. Le forze russe hanno lanciato quattro missili Kalibr nel porto di Odesa, colpendo una stazione di pompaggio e un granaio senza danni significativi. [19]  Il filmato dell'attacco mostra la difesa aerea ucraina che intercetta almeno due missili. [20]  Il capo dell'Oblast di Kirovohrad, Andriy Raikovych, ha dichiarato che le forze russe hanno colpito anche l'aeroporto militare di Kanatove e un impianto di trasporto ferroviario di Ukrzaliznytsia nell'Oblast di Kirovohrad con otto missili Kalibr lanciati dal mare e cinque missili Kh-22 lanciati dall'aria. [21] Il capo dell'oblast' di Mykolaiv, ucraino, Vitaly Kim, ha dichiarato che le forze russe hanno nuovamente colpito la città di Mykolaiv con sei missili antiaerei S-300. [22]

Le forze russe non hanno condotto alcun assalto di terra all'Asse meridionale il 23 luglio e hanno continuato a bombardare lungo l'intera linea di contatto. [23]

SECONDO INSIDE OVER:

Tutta la linea del fronte è però attiva: a nord, come abbiamo già avuto modo di dirvi nelle scorse settimane, l’esercito russo sta lentamente riguadagnando le posizioni abbandonate intorno alla città di Kharkiv, e ora l’azione offensiva sembra sia più incisiva anche in considerazione della necessità di “coprire il fianco” all’avanzata nella parte settentrionale dell’oblast di Donetsk, quindi lungo tutto il settore che da Izyum va verso Kharkiv. Qui i russi stanno spingendo da nord e da sudest verso la città: la 36esima Brigata meccanizzata avanza verso Stara Hnylytsia, Malynivka e Lebiazhe, mentre a settentrione i russi spingono verso la città lungo tutta la linea che va da Rubizhne a Prudyanka.

Passando al fronte meridionale, nei giorni scorsi si è sviluppata una controffensiva ucraina che ha riguadagnato terreno nell’area di Kherson, e poco più a nord dove l’esercito di Kiev è riuscito ad arrivare nei sobborghi di Velyka Oleksandrivka e spinge su Arkhangelskoye. Anche lungo il fiume Dnepr sono state riguadagnate posizioni: i russi si sono ritirati da Novovorontsovka sino a Zolotaya Balka.

Se guardiamo al panorama generale, possiamo notare che allo sforzo principale sul Donbass si è affiancata un’offensiva, per il momento non di ampio respiro, volta a recuperare il terreno abbandonato a settentrione durante la ritirata strategica di fine marzo / inizio aprile, mentre a sud i russi si sono trincerati nelle loro posizioni in attesa di completare la conquista dell’intero Donbass.

Risulta difficile ipotizzare quale sia il prossimo obiettivo di Mosca dopo la conquista dell’intero oblast di Donestsk: molto probabilmente si punterà su Zaporizhzhia e non è nemmeno da escludere che, se l’esercito russo riuscirà a conquistare Kharkiv e spingersi oltre, possa puntare su Dnipro.

È anche possibile che possa avanzare da Kherson verso Mykolaiv, anche per evitare il rischio di perdere ulteriore terreno davanti alle possibili controffensive ucraine. Del resto in queste settimane abbiamo assistito a movimenti di mezzi nel settore meridionale che potrebbero essere impiegati sia per quest’ultima possibilità sia per puntare verso Zaporizhzhia.

La guerra di logoramento russa, in ogni caso, sta dando i suoi frutti: l’esercito ucraino ha dovuto abbandonare il saliente di Severodonetsk davanti alla schiacciante superiorità dell’artiglieria russa. Lo Stato maggiore di Mosca ha dimostrato di avere imparato dagli errori visti nelle prime settimane di conflitto, razionalizzando le direttrici di avanzata e sfruttando il vantaggio numerico localmente. La decisione di “limare” il saliente alla sua estremità, sebbene non abbia molto senso dal punto di vista tattico, potrebbe avere, oltre al chiaro significato politico, quello di voler consumare le risorse – che si stanno rapidamente assottigliando – dell’esercito ucraino.

I comandi ucraini, d’altro canto, avrebbero potuto ritirarsi dal saliente molto prima, risparmiando così uomini e mezzi, ma a questo punto è chiaro che la tattica di Kiev è quella di voler infliggere il massimo danno possibile all’avversario, costringendolo a dover avanzare lentamente e a un costo alto per quanto riguarda le risorse (umane e non) impiegate.

Kiev non può vincere questa guerra. Può solo sperare di trascinare il suo avversario in una guerra di conquista lunga – ci sono voluti pur sempre 130 giorni ai russi per conquistare l’oblast di Luhansk, che è una frazione del territorio ucraino – nella speranza che il costo umano e materiale della campagna provochi una reazione interna alla Russia, che sia di tipo popolare oppure economico, che costringa il Cremlino a fermarsi.

 

 

22-07--2022,149° GIORNO DI GUERRA

LO PSEUDO STALLO RUSSO: IN LENTISSIMO MOVIMENTO SIA L'ASSE DONBASS CHE L'ASSE SUD

Nel Donbass, Google smette di funzionare. A riferirlo in un comunicato sono le stesse autorità delle due regioni separatiste filorusse dell’Ucraina Orientale che hanno accusato il motore di ricerca di “promuovere” la violenza e il terrorismo contro i russi. I cittadini delle repubbliche separatiste di Luhansk e Donestk, dunque non potranno più utilizzare il motore di ricerca del colosso della Silicon Valley. Questo sembra essere l’ennesimo atto con il quale, Mosca sta cercando di rafforzare il controllo delle aeree in cui è presente. Le ostilità a distanza e sul campo fra Russia e Ucraina, dunque, continuano. Nel 149esimo giorno di guerra, i bombardamenti continuano. Nelle prime ore del giorno è stata bombardata la regione meridionale di Mykoalayv . Secondo quanto riferiscono le autorità locali, le forze russe hanno colpito i distretti di Pervomaysk, Bashtanka e Bereznehuvate, distruggendo obiettivi civili e abitazioni private. In un post su Telegram, il capo dell’amministrazione, Vitaly Kim , ha affermato che non si hanno notizie certe su eventuali vittime. Nell’est dell’Ucraina, invece, i soccorritori hanno recuperato tre corpi dalle macerie di una scuola distrutta in un attacco da parte delle truppe russe nell’est dell’Ucraina, mentre vengono confermati 3 morti, e 23 feriti, nell’ attacco di ieri in un’area densamente popolata, nella zona di Kharkiv. Ma se sul campo l’offensiva russa nel sud dell’Ucraina continua, sul piano diplomatico un primo vero e proprio risultato è stato raggiunto.Oggi Kiev e Mosca firmeranno l‘accordo sul grano a Istanbul che sbloccherà l’esportazione di tonnellate di grano ferme nei porti ucraini. Il ministro della difesa russo, Sergei Shoigu, è atterrato a Istanbul per firmare l’accordo che prevederà la creazione di un centro operativo a Istanbul che ha il compito di supervisionare l’attuazione di un corridoio marittimo nel Mar Nero per il trasporto sicuro del grano ucraino. “Sicuro”, anche se le navi non verranno scortate durante il loro tragitto. Lo spettro di una delle più nere crisi alimentari della storia, sembra così scongiurata, ma un altro pericolo si profila all’orizzonte ed è quello del traffico di armi. Il corridoio preferenziale dedicato al grano, infatti, potrebbe essere utilizzato per trasportare illecitamente armi. Ecco che entra in gioco il centro operativo che verrà attivato a Istanbul.

 

19-07-2022, 146° GIORNO DI GUERRA

 

14-07-2022, 141° GIORNO DI GUERRA

 

Russi affermano di essere entrati a Siversk: "è nostra"

Le truppe russe e quelle separatiste dell'autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk (Lpr) affermano di essere entrate nella città di Siversk, nell'oblast sudorientale ucraino di Donetsk. Lo riporta l'agenzia russa Tass.   "La città è sotto il nostro controllo operativo e sono in corso operazioni di rastrellamento: Siversk sarà presto completamente liberata dalle truppe ucraine", dichiara una fonte delle truppe della Lpr.   Ieri l'intelligence britannica aveva affermato che "la Russia probabilmente riuscirà a conquistare diverse piccole città del Donbass nel corso della settimana, tra cui Siversk e Dolyna".

La Lituania farà transitare merci russe dopo ok Ue

La Lituania consentirà alle merci russe sanzionate per la guerra in Ucraina di transitare nel suo territorio verso l'exclave russa di Kaliningrad, ha affermato ieri sera il ministero degli Esteri lituano invertendo la sua politica sulla base delle nuove linee guida della Commissione europea. Lo riportano i media internazionali. "Rimuove le restrizioni su una certa gamma di prodotti trasportati su rotaia è una dimostrazione di realismo e buon senso", ha dichiarato un portavoce del ministero degli Esteri lituano. Il governatore di Kaliningrad, Anton Alikhanov, ha scritto su Telegram che le nuove linee guida Ue sono "solo il primo passo necessario" per risolvere lo stallo: "Continueremo a lavorare per la completa rimozione delle restrizioni".

Mosca: attacchi di Kiev hanno distrutto metà di Novaya Kakhovka

Gli attacchi di Kiev hanno distrutto metà della città Ucraina di Novaya Kakhovka, occupata dai russi, nella regione meridionale di Kherson, e provocato 187 feriti: lo ha dichiarato oggi alla televisione Rossiya-24 Vladimir Leontyev, capo dell'amministrazione militare-civile del distretto, insediato dai russi. Lo riporta la Tass.   "La vita era quasi tornata alla normalità a Novaya Kakhovka, e ci stavamo preparando per il nuovo anno scolastico. Gli ultimi attacchi missilistici ucraini hanno distrutto metà della città", ha dichiarato. I militari ucraini stanno continuando a bombardare insediamenti della regione di Kherson da quando Kiev ha perso il controllo della regione, ha aggiunto.   Nella tarda serata di lunedì, l'attacco ucraino a Novaya Kakhovka con un lanciatore Himars di fabbricazione statunitense ha provocato l'esplosione di magazzini di fertilizzanti minerali.

Corea Nord, 'amicizia' con repubbliche separatiste

La Corea del Nord ha formalmente riconosciuto l'indipendenza delle due "repubbliche popolari" separatiste filorusse nell'Ucraina orientale, quelle di Donetsk e di Luhansk, diventando la terza nazione al mondo a farlo dopo Russia e Siria.
La ministra degli Esteri nordcoreana Choe Son-hui ha inviato mercoledì le lettere alle sue controparti della Repubblica popolare di Donetsk (Dpr) e della Repubblica popolare di Luhansk (Lpr), ha riferito l'agenzia ufficiale Kcna, informandoli della decisione di Pyongyang "di riconoscere la loro indipendenza" ed esprimendo "la volontà di sviluppare le relazioni da Stato a Stato con quei paesi nell'idea di indipendenza, pace e amicizia".

 

 

07-07-2022,134° GIORNO DI GUERRA

Putin: "Non abbiamo ancora iniziato a fare sul serio". A Odessa distrutto hangar pieno di grano

 

 

04-07-2022, 131° GIORNO DI GUERRA

L'INTERA REGIONE DEL LUGHANSK SOTTO CONTROLLO DEI RUSSI E FILO-RUSSI. KIEV PROVA A RENDERE IL CONFLITTO ASIMMETRICO NEL SUD CON L'IRAKIZZAZIONE DEL CONFLITTO.

Ucraina: Putin, "offensiva prosegua dopo presa Lugansk"

Il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato al ministro della Difesa, Sergei Shoigu, di proseguire l'offensiva in Ucraina anche dopo che le truppe russe abbiano assunto il controllo dell'intera regione di Lugansk. "Le unita' militari, incluso il gruppo Est e il gruppo Ovest, devono portare a termine le loro missioni secondo i piani approvati in precedenza".

02-07-2022. 129° GIORNO DI GUERRA

Ceceni filorussi a Lysychansk: ‘Abbiamo il controllo’. Kiev nega. Lukashenko: ‘Sventato un attacco ucraino’. Gli equilibri: Mosca e l’annessione silenziosa di Minsk. Nel frattempo nell'Ucraina del sud ( Kerson-Melitopoli),una forte resistenza ucraina mette in forte difficoltà l'occupazione russa.Gli ultimi episodi che rivelano l’esistenza di una resistenza attiva

A Melitopol, così come a Berdyansk, spesso nelle ultime settimane è stata segnalata la presenza di volantini in cui la popolazione viene incitata a combattere. “Qui siamo in Ucraina”, è il senso di molti dei manifesti trovati affissi nelle cittadine occupate. Altre volte i manifesti sono rivolti direttamente ai soldati russi: “Dormite bene la notte?”, c’è scritto in uno diffuso via Telegram e fotografato a Melitopol. Il riferimento è al fatto che proprio su Telegram a volte vengono diffusi indirizzi e località dove dormono i soldati russi o dove addirittura vanno a mangiare. Come accaduto a Kherson, in cui due soldati sono rimasti uccisi il 20 giugno scorso a causa dell’imboscata tenuta da alcuni ucraini che avevano saputo con anticipo dove un gruppo di soldati era andato a pranzare. Episodi quindi che tengono con il fiato sospeso le truppe arrivate qui a marzo.

Ma oltre a volantini e manifestazioni, di recente la resistenza ucraina si è fatta sentire anche in modo più pesante. Sempre a Kherson, sono diversi gli attentati che hanno coinvolto membri dell’amministrazione filorussa. Una giunta cioè nominata da Mosca la quale, secondo Kiev, avrebbe il compito di traghettare la regione verso un referendum per l’annessione alla Russia. Intanto già dal primo maggio qui si paga in Rubli, mentre la connessione è stata agganciata alla linea della federazione russa e anche i numeri di telefono hanno oramai il prefisso russo. Ma ora i nuovi capi regionali hanno paura anche a raggiungere gli uffici dell’amministrazione. Il 18 giugno un ordigno, nascosto dietro un albero, è esploso al passaggio dell’auto di Yevhen Sobolev, direttore di un penitenziario e giudicato vicino ai russi. Stessa sorte è toccata, il 22 giugno, a Yuriy Turulev, sindaco filorusso di Chornobaivka, località vicino Kherson. Così come a Dmitry Savluchenko, saltato in aria con la sua auto nel centro di Kherson.

Le bombe a giugno sono esplose anche da altre parti nel sud dell’Ucraina. Come a Melitopol, davanti l’ingresso della sede dell’amministrazione, il 12 giugno. O come a Enerhodar, nell’oblast di Zaporizhzhia e sede della più grande centrale nucleare d’Europa, dove un ordigno ha devastato l’ufficio del sindaco filorusso nominato dal Cremlino.

Come si muove la resistenza ucraina

Assodato quindi che nei territori occupati ci sono più cellule attive di gruppi filo Kiev, resta da chiedersi in che modo i membri sono organizzati e come sono riusciti al momento ad organizzare più azioni nonostante il capillare controllo militare da parte russa. Matteo Pugliese su IlDomani ha spiegato come funziona la rete filoucraina nelle zone in mano a Mosca. Esiste in primis un “Centro nazionale di resistenza” e il 7 marzo scorso è stato inaugurato anche il sito web dove vengono fornite direttive e dove si svolge un coordinamento virtuale tra le varie cellule attive. Sono tre i gruppi che agiscono sotto le insegne del comitato nazionale di resistenza. Il primo gruppo è composto da civili che attuano azioni in autonomia. Non solo ordigni rudimentali o imboscate, ma anche operazioni di sabotaggio militare e civile. Ci sono infatti imprenditori, ex poliziotti, attivisti che passano informazioni a Kiev, aiutano logisticamente altri membri del comitato o riempiono le città occupate di volantini.Il secondo gruppo si aggancia invece ai servizi segreti ucraini dell’Sbu (erede locale del Kgb sovietico) e alle forze speciali connesse al Gur, l’intelligence militare guidata dal generale Kyrylo Budanov. Infine il terzo gruppo è formato da militari ucraini rimasti nelle retrovie dopo la ritirata delle forze di Kiev. Il coordinamento tra questi tre gruppi sta garantendo al momento diverse azioni di disturbo ai russi. Azioni in grado di creare grattacapi al Cremlino e ritardare il raggiungimento dei propri obiettivi. Forse, nel lungo termine, l’obiettivo è quello di arrivare a un vero e proprio scenario iracheno. Un contesto cioè dove l’avanzata militare nemica è mitigata dalle azioni della guerriglia e dai gruppi di resistenza attivi sul territorio. Il tutto nella speranza, dal punto di vista di Kiev, che la stessa guerriglia arrivi lì dove non sta riuscendo la difesa territoriale: riprendere cioè in mano il territorio.

 

 

 

01-07-2022,128° GIORNO DI GUERRA
Gazprom gela la Germania: stop al flusso di gas dal Nord Stream dall'11 al 21 luglio | Diretta A Odessa 21 morti, altra fossa. Putin disse a Macron: “Kiev vuole l’atomica”. L’Ue ora importa più gas da Usa che da Mosca. Ma non è indipendente: l’incognita di luglio

 

 

21-06-2022,118° GIORNO DI GUERRA

Lituania, restrizioni Kaliningrad anche al trasporto su strada. Gli Usa: "Sosteniamo Vilnius dalle minacce russe". Spiragli sul grano Video Il test del supermissile Sarmat. Mosca minaccia Vilnius: "Pronti a reagire se bloccate Kaliningrad" | Perché è importante quell'angolo di Russia che confina con la Lituania. Si sta per chiudere la sacca di Severodonetsk:Un filmato eccezionale permette di entrare nel cuore della battaglia per il Donbass. Il drone infatti ha ripreso il momento in cui l'avanguardia russa attacca la periferia nord di Toshkivka. E' una posizione cruciale, da cui può dipendere il destino di questa fase della guerra. Il video mostra i palazzi sovietici devastati dal fuoco dell'artiglieria: alcuni sono ridotti a scheletri, altri stanno bruciando. L'unica via d’ingresso al quartiere è stato sbarrata con il relitto di un blindato. In basso a destra, lungo la strada principale, si vedono i russi avanzare: c'è un carro armato T72, seguito a distanza di sicurezza dalla coda di cingolati che trasportano la fanteria. Ma i difensori li stanno aspettando: quando il primo mezzo di Mosca supera l'ostacolo, viene subito centrato da una cannonata. Gli invasori rispondono e si vede la scia luminosa di un missile che esplode contro la base di un condominio. Se le truppe di Mosca riuscissero ad occupare Toshkivka, l'intera linea di difesa ucraina entrerebbe in crisi. Siamo infatti sulla sponda occidentale del fiume Severskij Donec e le brigate di Kiev rischiano di venire chiuse in una sacca che comprenderebbe l'intera città di Lysyansk e le ultime difese di Severodonetsk. Migliaia di soldati potrebbe essere obbligati a rititarsi o combattere fino all'ultimo.

https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/il-momento-dell-attacco-russo-alla-citta-chiave/418967/419901?ref=RHTP-BH-I347279517-P9-S2-T1

 

Caccia all'uomo col drone: i mercenari della Wagner mostrano la guerra combattuta con il tablet

Durante questi mesi di conflitto in ucraina, sono state molte le scene di combattimento registrate direttamente dall' "occhio" dell'arma, ovvero il drone armato, usato per colpire in piccole azioni con cariche di proiettili o piccole bombe, usata sia dai russi che dagli ucraini. Ad esempio, gli ucraini usano lo ‘Switchblade’ o Bayraktar TB-2, a cui i russi rispondono prevalentemente con il modello Orion. Qui è la Compagnia di mercenaria Wagner Group al soldo dei russi, mostra come una sua "pattuglia" seduta lontana, possa andare attraverso la telecamera del drone all'inseguimento di un gruppo di soldati ucraini, stanandoli e colpendoli mentre cercano di ripararsi in una casa.

https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/caccia-all-uomo-col-drone-i-mercenari-della-wagner-mostrano-la-guerra-combattuta-con-il-tablet/418975/419909

I temibili corazzati russi Msta distruggono tank ucraini nascosti: il filmato dall'interno del blindato

L'impiego dei corazzati Msta-S sovietici sta avendo un peso specifico sostanziale nella guerra Russia-Ucraina. I semoventi di Mosca, con la loro potenza di fuoco e i 40 chilometri di gittata, stanno dimezzando i cannoni d'assalto e i tank ucraini. Esattamente come si vede in questo video in cui gli Msta da 152 mm mirano e annientano i blindati di Kiev: il mezzo sovietico è dotato di una mira laser che gli permette grande precisione nel colpo. Le immagini, riprese anche dal drone, mostrano il bombardamento su un tank ucraino.

https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/i-temibili-corazzati-russi-msta-distruggono-tank-ucraini-nascosti-il-filmato-dall-interno-del-mezzo-di-mosca/418109/419042

 

 

Ucraina, in azione i panzer tedeschi

Ucraina, in azione i panzer tedeschi

Kiev annuncia l’arrivo dei primi semoventi forniti dal governo di Berlino: sono i Pzh2000, superiori all’artiglieria russa. Anche all’Italia chieste armi dello stesso tipo

08-06-2022, 105° GIORNO DI GUERRA

Fallita la conquista diretta di Severodonetsk, dove le forze di Kiev stanno resistendo più del dovuto, l’esercito russo è pronto a passare al piano b. Visto che prendere la città frontalmente non ha portato gli esiti sperati, Mosca sta attuando una manovra a tenaglia con il fine ultimo di circondare il bersaglio e sferrare nuovi attacchi lungo l’asse settentrionale del Donbass.

In altre parole, la Russia punta letteralmente a tagliare fuori l’area di Severodonetsk da nord e da sud. Allo stesso tempo, come ha sottolineato l’intelligence britannica, i freschi bombardamenti a Izyum lasciano presupporre attacchi russi sull’asse settentrionale della regione. Per quanto riguarda Severodonetsk, “la situazione esatta nella città rimane poco chiara”, scrive il think tank Instite for the Study of War (ISW). L’esercito russo mantiene il predominio sulla maggior parte del centro urbano, ma è probabile che il controllo di porzioni di terreno passi di mano, tra russi e ucraini, con una certa frequenza.

Se allarghiamo lo sguardo su quanto accade nell’intero Donbass possiamo capire meglio il modus operandi del Cremlino. A maggio, Mosca ha guadagnato terreno sull’asse meridionale di Popasna, ma nell’ultima settimana i suoi progressi nell’area si sono arrestati. Di pari passo, come in parte già anticipato, le notizie di pesanti bombardamenti nei pressi di Izyum suggeriscono che la Russia si sta preparando a compiere un nuovo sforzo a nord.

Il punto è che la Russia dovrà quasi certamente ottenere una svolta su almeno uno di questi assi, nord o sud, per convertire i guadagni tattici in successi a livello operativo e progredire verso il suo obiettivo politico. Quale? Controllare tutta la regione di Donetsk. Diciamo, quindi, che gli sforzi per conquistare il Lugansk si potrebbero presto “fondere” con quelli per la presa del limitrofo Donetsk.

Kiev ha fatto sapere che l’esercito russo ha continuato i tentativi di avanzare a sud-est di Izyum verso Slovyansk, senza però registrare notevoli progressi territoriali. Le truppe del Cremlino hanno inoltre assaltato Dovhenke, anche qui senza successo, e aperto il fuoco contro vari insediamenti a sud-ovest e sud-est di Izyum, tra cui Velyka Komyshuvakha, Virnopillya, Dibrivne, Nova Dmytrivka e Kurulka.

Si registrano invece progressi incrementali russi a ovest di Lyman, a Shchurove e Staryi Karavan. Pare, inoltre, che le forze di Mosca stiano “ripulendo” Sviatohirsk, con combattimenti urbani in corso all’interno della città. L’obiettivo, in questo caso, è avanzare verso sud verso Slovyansk attraverso il fiume Siverskyi Donets.

Alleggerire la pressione

Nel tentativo di alleggerire la pressione su Severodonetsk, gli ucraini stanno effettuando contrattacchi limitati e localizzati, tanto a est quanto a sud, costringendo le truppe russe a concentrarsi sul mantenimento delle linee difensive a nord della città di Kharkiv e degli oblast di Kherson e Zaporizhia.La risposta russa, indiretta, arriva probabilmente dal quadrante settentrionale dell’Ucraina. Lo Stato Maggiore delle forze armate ucraine, infatti, ha fatto sapere che la Bielorussia prevede di aumentare il numero dei soldati nelle sue forze armate fino a 80.000 uomini. “Nell’ambito della creazione del comando operativo meridionale, si prevede che le dimensioni delle forze armate della Bielorussia aumenteranno fino a 80.000 soldati”, scrive lo stato maggiore sottolineando che “nelle direzioni Volyn e Polissya permane la minaccia di attacchi missilistici e aerei dal territorio della Bielorussia”.

 

 

05-06-2022, 102° GIORNO DI GUERRA

Mosca rivendica: "Abbiamo il controllo di Severodonetsk". Ma gli ucraini vanno al contrattacco con la legione straniera,l'ultima risorsa prima del tracollo.

Kiev sostiene di aver riconquistato il 20% del territorio urbano della città chiave del Donbass e di aver inflitto grosse perdite ai russi. Putin con la bava alla bocca: “Armi Usa? Le schiacceremo, li bombardiamo,li distruggiamo e li annientiamo!!!”

L'Ucraina scaglia le ultimissime riserve con la brigata internazionale ed i carri T-84.

I pronostici parlano chiaro: la Russia dovrebbe strappare le rimanenti parti del Donbass agli avversari nel giro di un paio di settimane. In ogni caso, l’esercito ucraino non ha alcuna intenzione di alzare bandiera bianca. Lo si è visto a Kiev e, più recentemente, a Mariupol. E lo vedremo anche nel quadrante orientale ucraino, dove pare che Kiev abbia gettato nella mischia uno dei suoi jolly militari nel disperato tentativo di stravolgere le sorti del conflitto.

I carri armati T-84

L’Ucraina può contare soltanto su cinque o sei T-84 Oplot, il migliore tra i carri armati a sua disposizione. Come ha sottolineato Forbes, Kiev potrebbe aver già schierato il suo unico plotone di T-84 proprio nel Donbass, dove si sta consumando la sfida con Mosca. Sui social e sul web sono circolate le prime foto che ritraggono il suddetto carro armato, in un luogo non meglio specificato del quadrante orientale del Paese.

Dal punto di vista tecnico, il T-84 a tre equipaggi è la versione ucraina del T-80 sovietico. Le caratteristiche innovative risiedono in una torretta saldata, motore diesel ad alte prestazioni e pannelli a scoppio per un deposito munizioni più sicuro. Risultato: siamo di fronte ad un carro armato di 50 tonnellate tra i più veloci al mondo. Calcolatrice alla mano, questo mezzo è capace di percorrere 40 miglia orarie su strada asfaltata.

Per quale motivo l’Ucraina, più nel dettaglio la fabbrica Malyshev di Kharkiv, ha sfornato così pochi modelli del T-84 Oplot? Per questioni economiche, certo, ma anche perché l’Ucraina poteva contare su centinaia di carri armati T-64 in funzione. E così, in 20 anni, gli ucraini hanno prodotto appena dieci T-84, metà dei quali venduti agli americani in cambio di una cospicua quantità di denaro.

Jolly sul tavolo

Siamo entrati in una fase cruciale della guerra e nessuno dei due schieramenti vuole perdere la partita. È per questa ragione che sia Kiev che Mosca stanno gettando nella mischia tutti i jolly a loro disposizione, compresi i veicoli e le armi più rare.

La Russia, inoltre, ha catturato o disintegrato circa 170-174 carri armati Ucraini T-72, T-64 e T-80 su un inventario prebellico di circa 860 mezzi totali. I partner ucraini sono pronti a inviare a Volodymyr Zelensky centinaia di T-72, ma nel frattempo Kiev si affida ai suddetti Oplot, ma anche ai T-64 Bulat.

Dall’altro lato, i russi hanno visto andare in fumo quasi 700 carri armati dei 2.800 che potevano contare prima dello scorso 24 febbraio. Pare che Mosca abbia richiamato e spedito al fronte i carri armati T-62 vecchi di una sessantina di anni, e schierato i nuovi veicoli da combattimento BMP-T. Nessuno vuole perdere questa guerra.

 

Uno dei murales dedicati ad Aljosha

Aljosha, il bimbo che saluta i tank: la propaganda russa ha un nuovo simbolo

Nel Donbass si continua a combattere. Lampi continui illuminano la notte di quello che ormai, da cento giorni, è il ‘fronte più caldo dell’Ucraina’. “Perdiamo 600 uomini al giorno” racconta il maggiore Vadym a Fabio Tonacci, inviato di Repubblica a Pokrovsk, nella regione di Donetsk.

Nel pomeriggio il maggiore ha dovuto seppellire uno dei suoi uomini, scavando una buca nel terreno e segnando con una croce di rami. “Cento morti, cinquecento feriti: questa è la media. Non possiamo durare”.

“Siamo sempre di meno”

Il maggiore Vadym fa parte della 57esima brigata: quando è scoppiato il conflitto contava 700 uomini, ora sono rimasti in 115. La 110ma è dimezzata, mentre alla 58esima brigata è rimasto solo un terzo dei soldati rispetto all’inizio. Le munizioni dell’artiglieria pesante, che è comunque vecchia, sono finite. Severodonetsk cadrà a breve, quindi o avremo i missili degli americani o ci dobbiamo preparare alla ritirata. I nemici sembrano infiniti, hanno riserve, forze fresche, non gliene frega niente di mandarle al massacro. Noi siamo sempre gli stessi e sempre di meno...” racconta ancora Vadym. Anche il presidente ucraino Zelensky ha dovuto ammettere che tra Lugansk e Donetsk il suo esercito viene decimato, con la Russia che controlla il 20% del Paese. Oltre al maggiore Vadym, che ha 36 anni, anche il sergente Maxsim (42 anni) e il soldato semplice Eugen (24 anni) continuano a versare birra nei bicchieri di plastica e raccontano il conflitto, in una notte in cui, sottolinea l’inviato, ‘hanno voglia di parlare’, senza nascondersi dietro il patriottismo o la propaganda. Eugen ha sul petto la scritta ‘Simul ad victoriam’, ossia il motto della 58esima brigata motorizzata dispiegata a Sumy prima che Putin decidesse, a fine marzo, di concentrarsi su Severodonetsk, nel Lugansk, ora per l’80% in mano russa. Lui non si separa mai dal suo kalashnikov: “È l’unica arma che ho e di cui non temo che finiscano i proiettili” sottolinea. Sul suo corpo, oltre ai tatuaggi, i segni della guerra, come la psoriasi da stress: e da quando si ritrova a percorrere ‘l’autostrada della morte’, 67 chilometri in cui si ha il 50% di possibilità di saltare in aria, ha iniziato a perdere anche i capelli. I cannoni M777 inglesi sono pochi, ed è necessario imparare a usarli; gli obici italiani non bastano, i lancia missili a medio raggio americani non sono ancora arrivati. Secondo Eugen in Donbass si combatte “da 8 anni e 100 giorni”.

“Non hanno mai smesso di martellarci”

Il maggiore ricorda il momento in cui i bombardamenti si sono fatti più intensi: Putin intanto vuole gli interi territori di Lugansk e Donetsk. Le prossime mosse sono ancora un mistero.

Quando a Kiev festeggiavano la liberazione della capitale, abbiamo visto calare colonne di tank e lanciamissili russi. Era il 25 marzo, me lo ricordo bene. Non ne parlò nessuno, allora. In ventiquattrore ce li siamo trovati vicino a Severodonetsk, non hanno mai più smesso di martellarci...“sottolinea Vadym. Sono trascorsi più di tre mesi di una guerra di cui ancora non si vede la fine.

L’esodo forzato. Dagli Urali alla Siberia la mappa dei campi per il milione deportati ucraini

Come Stalin, Vladimir Putin sta trasferendo con la forza migliaia di famiglie dalle zone occupate agli angoli più remoti e depressi della Russia, spacciando per accoglienza ciò che invece è un piano di diaspora coatta

 

Ucraina, nel deserto del porto di Odessa: "Qui il grano arriva e poi non riparte". Così il blocco favorisce i russi e i colossi americani dell'export

Nel terminal più grande del Paese i cereali venivano scaricati e ripartivano a ciclo continuo. Ma dal 25 febbraio i silos sono un capolinea e il blocco arricchisce i maggiori concorrenti nell'export, tutti americani

 

 

04-06-2022, 101° GIORNO DI GUERRA

Kiev: “Distrutta la 35ma armata della Federazione russa”, nel frattempo però, intelligentemente per non farsi annientare,è ritirata da Severodonetsk.

Possiamo quindi stimare le perdite umane ucraine dall’inizio del conflitto comprese tra i 5500 e gli 11mila uomini, a cui si devono sommare circa 18mila feriti. Nonostante l’Ucraina abbia avviato una mobilitazione generale da tempo, arrivando quindi a poter mettere in campo 200mila uomini in servizio attivo (e 900mila della riserva), questo rateo di perdite diventerà insostenibile dal punto di vista del fronte interno, pertanto in un conflitto di lungo periodo con la Russia, Kiev, se non adeguatamente sostenuta militarmente sarà costretta a richiedere una tregua, considerando che il sostegno occidentale ha delle implicazioni politiche che vanno ponderate con molta attenzione e soprattutto esso va incontro a difficoltà logistiche non indifferenti, che comunque potrebbero renderlo vano ai fini dell’arretramento russo, ma pur sempre efficace per far arrivare l’Ucraina a un tavolo di trattative, se non da una condizione di forza, almeno da Paese che non si è arreso incondizionatamente.

Dove si sta combattendo

Dai primi giorni di aprile la fisionomia della guerra ha subito una prima importante mutazione. I russi infatti il 30 marzo hanno deciso di abbandonare per intero i fronti settentrionali, ritirandosi dalla regione a nord di Kiev, così come da Sumy e da Chernihiv.