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. Avevo qualche perplessità a
intervenire sull’argomento. L’ultima volta che ho parlato di
faccende che riguardavano la Juventus ho raggiunto
il record personale di commenti negativi, per usare un eufemismo. Ma
il dibattito che si è creato attorno
alle vicende della partita di domenica scorsa mi sembra troppo
interessante per restarne fuori e quindi vorrei dire la mia, non
tanto su quello che si è visto in campo ma sui commenti che ha
ispirato. Il primo è quello “alla Tavecchio”
che sposta il problema sul versante delle tecnologie.
Introduciamo supporti tecnologici, la moviola in campo e così
aiutiamo gli arbitri a non sbagliare valutazioni. A parte il fatto
che in una partita ricca di episodi dubbi, come quella di domenica,
il ricorso alla moviola sarebbe stato quasi continuo, con
spezzettamenti del gioco all’infinito, c’è un altro problema che
questa richiesta tace. Siamo proprio certi che la moviola
potrà definire senza ombra di dubbio il punto in cui Pogba è stato
atterrato? Di un’altra cosa, invece, siamo certi, del fatto che
nessuna moviola potrà mai stabilire se un attaccante
bianconero ostacolava la visuale del portiere della Roma sul tiro di
Bonucci. E qui arriviamo al secondo
atteggiamento fastidiosamente fuorviante che si è manifestato nella
contesa giornalistica, quello che, affrontando le
dichiarazioni post-partita di Totti, ha cercato di salvare capra e
cavoli, ponendosi come al di sopra delle “fazioni” ma eludendo la
sostanza del problema. E’ l’atteggiamento che potremmo definire
“alla Sconcerti”, il quale, dall’alto della sua saggezza, sostiene
che la Roma è stata danneggiata dagli errori arbitrali, ha buon
motivo di essere arrabbiata ma non ha nessun diritto di evocare
complotti. Nessuno, però, ha parlato di
complotti. Le cose sono andate ben diversamente dall’evocazione vaga
di un complotto. Totti si è presentato davanti alle telecamere e con
un tono molto pacato, persino un po’ malinconico,
educatissimo – quasi un piccolo lord, un campione di
galateo in confronto alle sguaiatezze di certe signore – ha detto di
avere l’impressione che
la Juventus goda di un trattamento speciale, che
gli arbitri risolvano sempre i casi dubbi a suo favore. Nessun
complotto, nessuna macchinazione, una semplice costatazione. È il 12
marzo 1972, la lotta per lo scudetto è apertissima: la Juventus, che
pure ha perso per una grave malattia il suo alfiere Bettega da
qualche settimana, resiste in testa alla classifica, con due punti
di vantaggio sulla coppia Milan-Torino. La giornata è cruciale:
mentre la Juve gioca in casa col Bologna, sest’ultimo in classifica,
i rossoneri sono impegnati sul campo del Cagliari, una grande
dell’epoca, che li segue in classifica a un solo punto. I locali
vanno in vantaggio con Gori in avvio del primo tempo, il Milan
pareggia con Bigon a inizio ripresa. A tre minuti dalla fine, quando
la partita sembra ormai avviata a chiudersi sul pareggio, Riva
prende palla in area e cerca di liberarsi di Anquilletti con una
mezza rovesciata, non riuscendovi perché la sfera colpisce
l’avversario al braccio sinistro, stretto vicino al fianco.
Il “mani” appare chiaramente involontario, ma l’arbitro Michelotti,
un principe del fischietto, concede il rigore. Gigi Riva va
sul dischetto e non perdona, il Milan perde e scivola a quattro
punti dalla Juve, vittoriosa sul Bologna. Il guaio è che c’è un
fresco precedente: due giornate prima, nel big match di Torino con
la Juventus, il Milan ha lamentato un colossale rigore a favore, non
concesso da Lo Bello, che poi ha candidamente ammesso alla Domenica
Sportiva, di fronte alla moviola (che muoveva allora i primi passi),
il proprio errore. Invece c’è anche un terzo caso, quello più
scontato: il 14 aprile 1972, la Commissione disciplinare presieduta
dall’avvocato Fuhrmann condanna Rivera, in seguito alla denuncia
della Lega del 14 marzo 1972, per le dichiarazioni rilasciate a
caldo dal giocatore, nonostante nei giorni seguenti lo stesso Rivera
abbia cercato di attenuare le proprie dichiarazioni, spiegando che
non aveva inteso accusare Campanati o altri di disonestà, ma di aver
parlato soltanto di incapacità, di non aver mai avuto l’idea di
assurgere a ruolo di giudice né tanto meno di accusatore e di aver
riferito soltanto alcuni fatti come, secondo lui, veramente
accaduti. Insomma, ha
sostenuto di non aver mai mosso accuse agli arbitri di disonestà,
corruzione o malafede, ma soltanto di aver accusato Campanati di
incapacità a designare gli arbitri per le partite del Milan: che se
la disonestà esiste lo deve provare la Federcalcio, non lui, perché
non ne ha le prove. Nelle dichiarazioni rilasciate alla commissione,
come si ricava dalla sentenza, Rivera ha ribadito di avere detto ai
giornalisti che il Milan subisce da tempi errori arbitrali, frutto
dell’incapacità degli arbitri stessi oppure di chi li ha designati,
escludendo però di avere parlato di disonestà e precisando che le
dichiarazioni successive sono state rese quando si è accorto che le
prime erano state male interpretate o distorte. La squalifica al
termine del giudizio è di quelle pesanti: Rivera viene appiedato a
tutto il 30 giugno 1972, cioè fino al termine della stagione,
perdendo così il finale di campionato e di Coppa Italia, del Milan e
pure la Nazionale. Cosi nel dopo
partita Gianni Rivera si presenta davanti ai microfoni e detta, con
la sua aria cantilenante e la inconfondibile “erre” moscia, una
serie di anatemi da far rabbrividire: «Fino a
quando a capo degli arbitri ci sarà il signor Campanati, per noi del
Milan le cose andranno sempre in questo modo: saremo costantemente
presi in giro. Questo non è più calcio. A parte la nostra
comprensibile e incontenibile amarezza, mi spiace per gli sportivi…
credono che il calcio sia ancora una cosa seria. Quello che abbiamo
subito oggi è una vera vergogna. Credevo che ci avessero
fregato già a Torino contro la Juventus, invece ci presero in giro a
metà con l’autocritica di Lo Bello in televisione.
Purtroppo per il Milan avere certi arbitri è diventata ormai una
tradizione. La logica è che dovevamo perdere il campionato.
D’altronde, finche dura Campanati non c’è niente da fare: scudetti
non ne vinciamo. Io sono disposto ad andare davanti alla
magistratura ordinaria, perché ciò che dico è vero: sino alla Corte
Costituzionale. Mi hanno rotto le palle. Ha cominciato anni fa un
certo Sbardella; sono cose che tutti sanno: è dunque ora che si
dicano. Per vincere lo scudetto dovremmo avere almeno nove punti di
vantaggio nel girone di andata. In caso contrario davvero non ce lo
lasciano vincere, e se lo avessimo saputo non avremmo giocato. È il
terzo campionato che ci fregano in questo modo. Sta scritto da
qualche parte che il Milan non debba assolutamente raggiungere la
Juventus. Fino a questo momento abbiamo trovato tre arbitri che
hanno fatto tutto perché restasse sola in testa alla classifica. Se
ho raccontato delle storie mi dovrebbero squalificare a vita, ma
devono dimostrare che sono state storie. Così non si può più andare
avanti; io ho parlato chiaro, non mi sono inventato nulla, ho detto
solo cosa si verifica in campo… I casi sono due: o io mi sono
inventato tutto e allora mi squalificano a vita, oppure riconoscono
di avere sbagliato e bisogna cambiare, sostituire chi non è
all’altezza del compito». oppure si può entrare nel merito
della faccenda e dire che non c’è nessuna sudditanza,
che gli arbitri semplicemente sbagliano in perfetta buona fede come
sbagliano i calciatori, cosa che peraltro si diceva anche ai tempi
di Moggi. Quello che si dovrebbe evitare è
di fare affermazioni che si presentano come profonde e definitive a
partire da premesse inesistenti, affidandosi alla pura retorica. Il
giornalismo è un’altra cosa, anzi l’esatto opposto.
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