Con l'istanza di fallimento
presentata dalla procura della Repubblica di Parma, il Parma
Calcio è obbligato a saldare tutti i debiti entro il 19
marzo 2015, l'alternativa per legge è la ristrutturazione
dei 170 milioni di euro di debiti DA PARTE DI TUTTI I
CREDITORI secondo la par condicio creditorum. Significa che
il nuovo proprietario Manenti non deve saldare solo le
pendenze, 25 milioni di euro, verso il fisco, ma anche tutto
il resto. L'elettrotecnico delle vongole veraci ex geometra
Galliani è stato accusato, al pari della Lega Serie A, ed in
quanto Principe Dominatore di tal Lega grazie al suo ruolo
di distributore di soldi ai club via Infront,di essersene
fottuto pur sapendo molto bene quello che era lo stato del
Parma Calcio sin dal maggio 2014 quando venne estromesso
dall'Europa League pur essendo arrivato sesto per pendenze
fiscali non onorate. La Confindustria Italiota del calcio se
ne è strafottuta in puro stile italiano e la risposta del
"Pelatina" è stata che quando fallisce un'azienda in Italia,
di certo non si da la colpa alla Confindustria,
dimenticandosi,l'ex geometra, che la Confindustria del
Calcio non ha un mero ruolo consuntivo MA DI CONTROLLO. E'
evidentissima la totale irregolarità del campionato di
calcio con un club iscritto alla Serie A già in B e per
giunta fallito. Oggi il club non ha nemmeno i soldi per
aprire lo stadio ma cosa si è inventato l'ex geometra del
cazzo? Per salvare la mera apparenza sta obbligando la Lega
ad anticipare al Parma Calcio i soldi del "paracadute"
retrocessione per prolungare l'agonia fino a fine
stagione,poi naturalmente il Parma Calcio potrà sprofondare
tranquillamente nei dilettanti, si, perchè IL LODO PETRUCCI
(voluto nel 2004 per "salvare" club falliti come Napoli,
Torino, Bologna, Perugia....), che prevedeva la ripartenza
dei club falliti dalla categoria immediatamente inferiore a
quella di appartenenza, è stato ABROGATO il 27 maggio 2014.
400 milioni in arrivo per Fininvest dopo la
rottura del Nazareno
Il Nazareno è morto, il momento è propizio per vendere.
Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi, collocherà
circa 92 milioni di azioni di Mediaset, pari al 7,79% del
capitale, scendendo al 33,4% della controllata. Una mossa che
non gli farà perdere il controllo, restando azionista di
riferimento del Biscione. Ma l'obiettivo è capitalizzare, fare
cassa. Con l'attuale valore in Borsa delle azioni Mediaset, che
varia tra 4,06 euro e i 4,262 euro del prezzo di chiusura
odierno, l'incasso per la famiglia di Arcore a questi valori si
aggira tra i 373 e i 392 milioni di euro.
Il collocamento delle azioni avverrà attraverso una procedura
di 'accelerated book building'. Un'operazione veloce, quindi, ma
che comporterà uno sconto massimo del 4,7% sul prezzo di
chiusura. Poco male, vista la crescita esponenziale del valore
delle azioni Mediaset da due anni a questa parte. Cioè quando
sono nate le larghe intese del governo guidato da Enrico Letta:
a quei tempi, un'azione valeva sul mercato 1,9 euro, oggi quasi
il triplo.
La risalita è stata graduale ed è culminata con la stipula
del Patto del Nazareno: a febbraio 2014 le azioni valevano 4,2
euro. Come oggi, grossomodo. Se si tiene conto che la
partecipazione nella tv di Cologno è in carico a 1,09 euro, la
plusvalenza lorda per Fininvest potrebbe toccare, con questa
operazione, la punta massima di 290 milioni. Ora che il Patto
del Nazareno è morto (o comunque moribondo), l'occasione, quella
giusta, per cedere quote consistenti della partecipazione in
Mediaset potrebbe non presentarsi più. Non a questi prezzi di
favore.
D'altro canto per il Cav,
oltre alle valutazioni politiche, ci sono quelle economiche da
fare. Come il fisiologico calo degli incassi derivanti da
Publitalia: come ricordava il Fatto qualche giorno fa, solo nel
2007 Publitalia '80 incassava 3 miliardi di euro, ora arriva a
stento a due. Un'emorragia continua nei conti di casa
Berlusconi. E che non si può sottovalutare. Basti pensare che
l'ultima volta che il Cav ha ceduto parte delle azioni del
Biscione risale a 10 anni fa. Come ricorda Repubblica,
"nell'aprile 2005, all'indomani di una sonora sconfitta alle
elezioni regionali, Fininvest, che allora deteneva direttamente
e indirettamente il 50,99% di Mediaset, aveva avviato il
collocamento di 197 milioni di titoli ordinari Mediaset, pari a
circa il 16,68% del capitale sociale".
La motivazione ufficiale della Holding è che la liquidità
consentirà di "proseguire nel rafforzamento della struttura
finanziaria e patrimoniale della società e di agevolare
eventuali investimenti in un'ottica di diversificazione del
portafoglio azionario". Ovvero, fare cassa per poi reinvestire
in nuove attività imprenditoriali.
Oppure per rimpinguare un po' le
casse di Fininvest, certamente poco floride in questi ultimi
anni.Si
tratta infatti di una indispensabile boccata d’ossigeno per la
finanziaria, i cui conti a fine 2013 evidenziavano un rosso di
428,4 milioni dopo quello di 285 milioni di fine 2012. A
zavorrare il bilancio, oltre alla sentenza sul Lodo Mondadori,
anche svalutazioni e oneri di ristrutturazione.
La decisione di cedere parte dell'azionariato arriva dopo
l'indiscrezione di Dagospia, prontamente smentita
dall'interessato, di possibili dimissioni di Fedele Confalonieri
dalla presidenza di Mediaset. "Fantasie", le ha bollate. Eppure
è noto come il Fedele compagno di Berlusconi abbia sempre
criticato la scelta del leader di Forza Italia di andare allo
scontro frontale con il premier Matteo Renzi, soprattutto in un
periodo in cui il suo partito ha superato il Pd per divisioni
interne e voci di scissioni. Uno scontro da cui Mediaset avrebbe
ben poco da guadagnare.