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Cop 26, firmato l’accordo sul clima. Ma è al ribasso. Testo indebolito per accontentare l’India sul carbone. Il presidente Sharma: “Profondamente dispiaciuto”13-11-21

La patria dei diritti civili: è la Spagna dell’eutanasia, una legge di sinistra

La patria dei diritti civili: è la Spagna dell’eutanasia, una legge di sinistra

Grecia, processo ad Alba Dorata: è “organizzazione criminale”. Una condanna per omicidio. In 15mila fuori dal Tribunale: scontri,0tt0bre 2020

Alba dorata colpevole di aver agito come “organizzazione criminale” e uno dei suoi membri, Yorgos Roupakias, condannato per l’omicidio del rapper ed attivista antifascista 34enne Pavlos Fyssas, avvenuto all’arma bianca nella notte del 18 settembre 2013 davanti a un bar nel suo quartiere, Keratsini, alla periferia ovest di Atene. L’assassino rischia l’ergastolo. Dopo cinque anni e mezzo di processo è arrivato il giorno della sentenza per il partito neonazista greco: almeno 15mila persone si sono radunate fuori dal tribunale, esultando appena saputo della sentenza della Corte d’appello di Atene. Dopo il verdetto sono scoppiati scontri davanti al palazzo di giustizia tra polizia e manifestanti: gli agenti hanno usato gas lacrimogeni a un cannone ad acqua per disperdere un gruppo di dimostranti che ha attaccato la polizia con bombe molotov ai margini della manifestazione

Isis ha rivendicato l’attentato di Vienna: “E’ un nostro soldato”. Il terrorista ucciso era un 20enne noto ai servizi. “Nessun indizio su altri autori”. Sono 4 le vittime, 22 feriti,03-11-20

Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco terroristico della scorsa notte a Vienna. Il gruppo fondamentalista ha affidato al suo canale di propaganda Amaq il comunicato con cui si assume la paternità dell’attentato compiuto dal 20enne austriaco di origini macedoni, Fejzulai Kujtim, che armato di kalashnikovmachetepistola e con in dosso una finta cintura esplosiva ha aperto il fuoco uccidendo quattro persone e ferendone 22.

Le Bandiere Nere hanno esaltato il gesto di Abu Dujana al-Albani, nome di battaglia di Kujtim, che ha compiuto l’attacco come “soldato del califfato”. Già nelle scorse ore era circolata la notizia che il terrorista ucciso dalle forze di sicurezza austriache aveva giurato fedeltà all’Isis.

Usa, primo via libera al piano di stimoli da 1.900 miliardi. Ma l’aumento del salario minimo non c’è. Joe Biden: “Sono deluso”

Passa il maxi piano ma non l’atteso progetto di incremento del salario minimo federale. Un successo a metà per l’amministrazione di Joe Biden che nel week end ha visto la Camera statunitense dare via libera al programma di sostegni all’economia da 1.900 miliardi di dollari, il secondo più ampi di sempre. Il piano passa ora all’esame del Senato con l’auspicio della Casa Bianca che si proceda velocemente per dare sollievo alle aziende e ai cittadini statunitensi. Tra le misure ci sono nuovi fondi per il programma vaccinali nonché risorse aggiuntive per le assicurazioni contro la disoccupazione oltre soprattutto a sostegni diretti per 1.400 miliardi di dollari, oltre ad aiuti per i governi statali. L’imperativo di muoversi rapidamente ha però causato una vittima: il raddoppio del salario minimo federale da 7,5 a 15 dollari/ora, misura gradita a gran parte dell’elettorato, fortemente sostenuta dall’ala più progressista dei democratici rappresentati nel governo da Bernie Sanders, e che riguarderebbe circa 27 milioni di lavoratori statunitensi.Per accelerare l’iter del bilancio si è infatti scelto di utilizzare una procedura particolare, chiamata “budget reconciliation” che consente di superare eventuali manovre di ostruzionismo. Il ricorso a questa procedure irrigidisce però le misure che possono essere incluse nel piano. I tecnici del Senato hanno considerato la misura sul salario è stata considerata come non strettamente attinente alle misure anti-Covid su cui il piano è impostato. La Casa Bianca ha scelto, almeno per ora, di non forzare troppo la mano.

 

Catalogna, oltre mezzo milione di manifestanti in piazza

Giornata dello sciopero generale, cinque le marce dei manifestanti per la protesta contro la condanna dei leader secessionisti. Barricate in strada e arresti, blocco alla frontiera con la Francia. L'ex presidente della regione, Carles Puigdemont, si è consegnato alle autorità belghe. Rilasciato. Vox denuncia Torra e ne chiede l'arresto immediato.

Le scene riprese in diretta da Barcellona mostrano manifestanti che lanciano oggetti di ogni genere. C'è chi scaglia transenne in metallo, cassonetti incendiati e trascinati in mezzo alla strada a fare da barricata e cariche della polizia in tenuta antisommossa. Il grosso della manifestazione, nel centro di Barcellona, si sta svolgendo in modo pacifico con i manifestanti arrivati da tutti i punti della Catalogna.

Arresti e feriti

Almeno 22 persone sono state arrestate - compresi quattro minorenni - e 89 sono rimaste ferite negli scontro con la polizia in Catalogna. È questo l'ultimo bilancio della giornata reso noto dai Mossos d'Esquadra. Quanto ai feriti, 60 sono stati registrati a Barcellona, 12 a Girona, 6 a Tarragona e 6 a Lleida. La polizia ha inoltre informato che due agenti sono stati feriti al capo da lanci di pietre.

Le proteste

In Catalogna è iniziato il quinto giorno di proteste contro la condanna di Oriol Junqueras - leader della più forte formazione politica secessionista Esquerra Republicana de Catalunya - a 13 anni di carcere insieme a un'altra dozzina di indipendentisti. Oggi, giornata dello sciopero generale, gruppi di manifestanti indipendentisti hanno interrotto diverse strade sin dalle prime ore della mattina: tra le strade bloccate anche quella alla frontiera con la Francia, chiusa in entrambi i sensi. Cinque colonne di manifestanti delle "Marce della libertà", spiega El Pais, dirette a Barcellona per partecipare, dopo tre giorni di cammino, alla manifestazione del pomeriggio.uello di oggi è il quarto sciopero generale collegato alle proteste indipendentiste in Catalogna in meno di due anni. Il processo ha condannato i leader secessionisti a 100 anni complessivi di carcere. La Sagrada Familia, il monumento più visitato di Barcellona, ha sospeso le visite. "Non è possibile garantire l'accesso al sito", si legge in un messaggio pubblicato sull'account Twitter.proteste hanno indotto la Federazione calcistica spagnola a rinviare la partita Barcellona-Real Madrid, 'El Clasico' della Liga spagnola. Il match era in programma il 26 ottobre al Camp Nou e la decisione è stata presa, riferisce il quotidiano spagnolo Marca, per evitare che potesse diventare un'occasione di protesta contro la sentenza del 'proces' ai leader catalani. Non è stata ancora fissata una nuova data per il recupero. In questo complesso scenario politico, oggi la 13enne Leonor principessa della Asturie, erede al trono e primogenita di Felipe di Spagna e Letizia, tiene il suo primo discorso pubblico al Teatro Campoamo

Stragi del ’92, quel disegno politico dietro le bombe: summit e presagi prima di Capaci. Ascolta la prima puntata del podcast Mattanza.

La domanda senza risposta se la pongono subito, il 24 maggio del ’92. Il giorno dopo la strage di Capaci, Oscar Luigi Scalfaro prende la parola davanti al Parlamento riunito e dice: “Senza invadere il campo di chi deve investigare e far giustizia ci si chiede: ma è solo mafia, questa?”. Trent’anni dopo una risposta ancora non c’è.

Una versione pacificata – Quella domanda, infatti, lo Stato ha preferito metterla da parte. Sulle stragi si è costruita una narrazione ufficiale senza punti interrogativi: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati ammazzati da Cosa nostra – e solo da Cosa nostra – in segno di ritorsione. Col Maxiprocesso avevano fatto inceppare il rodato meccanismo dell’impunità per i boss, che quindi si sono vendicati. Ma poi sono stati puniti: Salvatore Riina e Bernardo Provenzano sono morti in galera, Giovanni Brusca e gli altri hanno beneficiato di sconti di pena ma solo dopo essere diventati pentiti. Gli eroi sono morti, ma lo Stato poi ha vinto. Una narrazione tragica e piena di pathos, una versione pacificata dei fatti, perfetta per le fiction della tv. Ma che ha un problema: non corrisponde alla verità. E infatti rischia di crollare sotto il peso di quello che emerge dalle indagini e dai processi.

Il podcast del Fatto Quotidiano – Sulle stragi, infatti, esistono ancora oggi enormi buchi di trama che questa rassicurante narrazione si limita a omettere: mandanti esterni mai individuati, piste investigative mai battute, moventi molto più complessi della semplice vendetta. È mettendo insieme tutti questi elementi che Mattanza racconta le stragi del ’92. Il podcast prodotto dal Fatto Quotidiano raccoglie le testimonianze di investigatori e testimoni, sopravvissuti e killer. È composto da 8 puntate: la prima esce oggi ed è disponibile gratuitamente su ilfattoquotidiano.it e su tutte le principali piattaforme (Spotify, Apple podcast e Amazon music). Mattanza si articola in due blocchi da quattro puntate ciascuno: il primo, che racconta le vicende legate a Falcone e alla strage di Capaci, verrà pubblicato nel mese di maggio, con una puntata nuova online ogni settimana. Il secondo, invece, ricostruisce i misteri della strage di via d’Amelio e verrà rilasciato nel mese di luglio.

Un anno di presagi – Mattanza ricostruisce i vari punti oscuri di quella stagione che fa da cerniera tra la Prima e la Seconda Repubblica. Prima di diventare l’anno di Tangentopoli e delle bombe, il ’92 è stato un anno di presagi. Nei primi giorni di marzo un detenuto del carcere di Firenze invia ai giudici di Bologna una lettera in cui parla di una “nuova strategia della tensione in Italia” che sarà attuata nei cinque mesi successivi, fino a luglio. In quel periodo – sostiene – “accadranno eventi intesi a destabilizzare l’ordine pubblico” e cioè esplosioni che colpiranno persone “comuni” in luoghi pubblici, il sequestro e l’eventuale “omicidio” di un esponente politico della Dc, il sequestro e l’eventuale “omicidio” del futuro Presidente della Repubblica. Passano pochi giorni e ammazzano Salvo Lima, il viceré siciliano di Giulio Andreotti. Chi l’ha scritta quella lettera? Elio Ciolini, un uomo legato all’estrema destra, condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna. Come fa ad anticipare l’omicidio Lima, la strage di Capaci, quella di via d’Amelio? Come fa a parlare di esplosioni che colpiranno “persone comuni”, arrivando quindi a predire le stragi del ’93?La genesi di tutto – E dire che quella di Falcone non doveva essere neanche una strage ma un semplice omicidio. Un commando guidato da Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano doveva colpire a Roma, dove il giudice girava con un protezione molto blanda. Poi però Riina cambia idea, richiama i suoi e spiega che bisogna tornare in Sicilia dove avevano trovato “cose più grosse”. Quali? Il pentito Gaspare Spatuzza individua in quel cambio di strategia un passaggio fondamentale: “La genesi di tutta questa storia è quando non si uccide più Falcone a Roma con quelle modalità e si inizia quella fase terroristica mafiosa, da lì non è solo Cosa nostra”.La firma delle stragi – Secondo l’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, è l’intera fase di programmazione delle stragi che non appartiene a Cosa nostra: “Alla fine del ’91 – racconta – vi sono delle riunioni tra alcuni capimafia, che hanno la caratteristica di essere tutti massoni. Si comincia a discutere di un progetto molto complesso, che era stato suggerito dall’esterno. Le entità esterne ci mettono il software, il progetto politico, Cosa Nostra ci mette l’hardware, il braccio militare”. Sono le riunioni di Enna, quelle in cui Riina spiega ai suoi che era arrivato il momento di punire i nemici storici di Cosa nostra e pure gli ex amici, quelli che avevano tradito. Il capo dei capi dice anche un’altra cosa: gli omicidi e le stragi andranno rivendicati usando la firma della Falange Armata. È una sigla oscura che aveva esordito l’anno prima per rivendicare l’omicidio di un educatore carcerario a Milano. Poi aveva messo la firma sui delitti della Banda della Uno Bianca. Quindi spunta in Sicilia, a Enna, in bocca a Riina: chi gli ha suggerito usarla? A questa domanda, ancora oggi, non sappiamo rispondere.Uomini cerniera – Quello che sappiamo è che nel dicembre del 1991 a Enna c’è pure un personaggio che non fa parte di Cosa Nostra. Si chiama Paolo Bellini ed è stato recentemente condannato all’ergastolo per la bomba alla stazione di Bologna. E’ famoso perché durante le stragi s’infiltra in Cosa nostra su ordine dei carabinieri: doveva recuperare opere d’arte rubate e in cambio offriva un miglioramento delle condizioni carcerarie per i mafiosi. Il suo “gancio” era un ex compagno di cella: Nino Gioè, uno che aveva fatto parte del commando di Capaci e che poi morirà in carcere, vittima di un suicidio che sa molto di omicidio. È Gioè che Bellini sostiene di aver contattato già nel dicembre del 1991, quando scende in Sicilia perché – sostiene – deve recuperare dei soldi. Deve andare a Palermo, ma per dormire sceglie di arrampicarsi tra tornanti e buche e fermarsi a Enna, la città più remota dell’isola, l’unico posto d’Italia dove in quei giorni nevica: che senso ha fermarsi lì? Trent’anni dopo le domande sulle stragi sono ancora tutte lì.

Superbonus, Draghi a Strasburgo: “Non siamo d’accordo, costi triplicati”. La replica M5s: “La Commissione Ue ha più volte lodato la misura”.

A febbraio si era limitato a sottolineare che coloro che “tuonavano” in difesa del superbonus erano “quelli che hanno scritto la legge che permette di fare lavori senza controlli“. Ora Mario Draghi torna all’attacco dello sconto fiscale del 110% per gli interventi di efficientamento energetico e antisismico fortemente voluto nel 2020 dal Movimento 5 Stelle e confermato dal suo governo con alcune modifiche sul meccanismo di cessione dei crediti applicabile anche alle altre agevolazioni fiscali. Intervenendo alla plenaria del Parlamento Europeo il premier ha rivendicato che il suo governo è “nato come governo ecologico, fa del clima e della transizione digitale i suoi pilastri più importanti”. Ma, ha detto, “non siamo d’accordo su tutto, sul bonus del 110% non lo siamo, perché il costo di efficientamento è più che triplicato e i prezzi degli investimenti per attuare le ristrutturazioni sono triplicati, perché (il superbonus ndr) toglie la trattativa sul prezzo“. Cioè: visto che paga lo Stato, chi ingaggia una ditta per fare i lavori non ha interesse a cercare di strappare sconti.Il deputato M5s Riccardo Fraccaro, padre della norma, ha risposto a stretto giro: “Mario Draghi nel suo intervento a Strasburgo durante la plenaria del Parlamento europeo ha dichiarato di non essere d’accordo sul Superbonus; sinceramente lo avevamo già dedotto dai continui blocchi e dalle modifiche apportate alla misura nei mesi scorsi che di fatto hanno rischiato di renderla inutilizzabile. Vorrei ricordare al nostro presidente del Consiglio che il superbonus è espressione della volontà parlamentare di tutte le forze politiche, e per questo, anche se il suo giudizio personale è negativo, non può boicottare una misura che peraltro in più occasioni ha ricevuto lodi dalla stessa Unione Europea”. Il riferimento è al plauso arrivato lo scorso dicembre dal vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans e dalla commissaria Ue per l’Energia Kadri Simson e alla “promozione” arrivata a inizio marzo nel report pubblicato dall’European Construction Sector Observatory secondo cui “ha avuto grande successo” e “sta generando un’elevata e crescente domanda”.

Il documento assegna alla misura un punteggio di 4 stelle su 5 e auspica un’estensione dei tempi per l’attuazione degli interventi approvati – cosa che il governo Draghi ha appena previsto nel decreto Aiuti – , un’allargamento del campo di applicazione ad altre tipologie di edifici come gli hotel, una ulteriore semplificazione delle procedure per rendere più facile l’accesso alla detrazione e eventualmente una modifica dei requisiti di efficientamento minimi (oggi è sufficiente un miglioramento di due classi energetiche). La richiesta europea è insomma di rendere la misura più efficace, certo non di limitarne la portata. Quanto all’esplosione dei prezzi lamentata dall’ex presidente Bce, a febbraio il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha firmato un decreto che fissa i tetti massimi di costo per gli interventi.

Le parole di Draghi non sono piaciute nemmeno alla deputata di FacciamoECO Rossella Muroni, che intervenendo in Aula alla Camera in replica all’informativa del governo sulle misure contro il caro energia ha detto: “Mi preoccupano le dichiarazioni del premier Draghi che a Bruxelles ha affermato di non condividere il superbonus. Una misura strategica che ci sta aiutando a migliorare la prestazione energetica delle nostre case, a tagliare le emissioni e a sostenere l’edilizia di qualità. Una misura che sta contribuendo in modo significativo ai dati positivi sul Pil che il governo cita volentieri”

 

Incidenti sul lavoro, Inail: “Nei primi tre mesi del 2022 saliti del 50%, boom nei trasporti e magazzinaggio. 189 quelli mortali: quattro in più”

Almeno due morti bianche al giorno. E un aumento delle denunce di infortunio del 50% rispetto ai primi tre mesi del 2021. Nella Giornata mondiale per la salute e sicurezza sul lavoro, i dati Inail aggiornati al primo trimestre 2022 raccontano di un trend in forte aumento. Le comunicazioni di incidenti di qualsiasi gravità arrivate all’istituto tra gennaio e marzo sono state 194.106 contro le 128.671 del primo trimestre del 2021 e le 130.905 di gennaio-marzo 2020 segnato però dal lockdown. Quelli con esito mortale sono stati 189, quattro in più rispetto alle 185 registrate nel primo trimestre del 2021 e 23 in più rispetto alle 166 dello stesso periodo 2020. “Numeri inaccettabili, e i numeri reali sono ancora più alti, a causa delle mancate segnalazioni in maniera particolare nei settori fragili”, commenta Tina Balì, segreteria nazionale Flai Cgil. “Evidentemente non bastano le politiche di prevenzione fin qui adottate, occorre un drastico cambio di passo. La sicurezza sul lavoro non è un costo ma un investimento. Bisogna agire di più sulla prevenzione, sulla capacità di costruire reti e sulla formazione continua”.L’incremento dei casi mortali rispetto allo scorso anno riguarda i casi in itinere durante il tragitto casa-lavoro, passati da 31 a 51, mentre quelli avvenuti in occasione di lavoro sono scesi da 154 a 138. L’aumento ha riguardato l’industria e servizi (da 158 a 160 denunce) e l’agricoltura (da 16 a 20 casi). Ha riguardato solo le donne, con un aumento da 14 a 24, mentre tra gli uomini c’è stata una discesa da 171 a 165. Secondo i dati Inail, sono in aumento le denunce dei lavoratori italiani (da 158 a 163), in calo quelle dei comunitari (da 9 a 8) e in parità quelle degli extracomunitari (18 in entrambi i periodi). Dall’analisi per classi di età, da segnalare gli aumenti dei decessi tra gli under 40 (da 34 a 49 casi) e tra i 45-49enni (da 22 a 24), mentre sono in calo quelli tra i 40-44enni (da 17 a 16).

In generale, gli incidenti di ogni livello di gravità sono notevolmente aumentati: quelli sul luogo di lavoro dai 115.286 del primo trimestre 2021 ai 176.545 del 2022 (+53,1%) e quelli in itinere hanno fatto registrare un aumento del 31,2%, da 13.385 a 17.561. A marzo 2022 il numero degli infortuni sul lavoro denunciati ha fatto segnare un +46,6% nella gestione Industria e servizi (dai 109.662 casi del 2021 ai 160.813 del 2022), un -0,4% in Agricoltura (da 5.891 a 5.866) e un +109,1% nel Conto Stato (da 13.118 a 27.427). Incrementi degli infortuni in occasione di lavoro si osservano in tutti i settori produttivi, in particolare nei Trasporti e magazzinaggio (+166,9%), nella Sanità e assistenza sociale (+110,4%) e nell’Amministrazione pubblica (+73,8%).

L’analisi territoriale evidenzia un incremento delle denunce di infortunio in tutte le aree del Paese: più consistente nel Sud (+64,3%), seguito da Nord-Ovest (+63,4%), Isole (+60,7%), Centro (+51,3%) e Nord-Est (+31,8%). Tra le regioni con i maggiori aumenti percentuali si segnalano principalmente la Campania (+116,2%), la Liguria (+85,3%) e il Lazio (+73,8%). L’aumento che emerge dal confronto di periodo tra il 2022 e il 2021 è legato sia alla componente femminile, che registra un +72,9% (da 51.550 a 89.130 denunce), sia a quella maschile, +36,1% (da 77.121 a 104.976). L’incremento ha interessato sia i lavoratori italiani (+54,6%) che quelli extracomunitari (+35,1%) e comunitari (+25,6%).

Multinazionali, poco o nulla per monouso e riduzione degli imballaggi inutili. Involucri riutilizzabili? Il 2% della plastica sul mercato

Le multinazionali che producono, utilizzano e riciclano enormi volumi di imballaggi in plastica e che si sono impegnate a cambiare strada stanno riducendo il consumo di quella vergine. Ma il ritmo è ancora lento e le azioni non sono sufficienti. I progressi, infatti, sono in gran parte guidati dal crescente utilizzo di contenuto riciclato nel packaging, mentre sono scarsi gli sforzi per eliminare monouso e imballaggio inutile. E pochissimo si fa sul fronte del riuso. Certo, l’anno del Covid-19 non ha aiutato, ma resta il fatto che l’impiego di materiale vergine è diminuito di poco più dell’1% nel 2020 rispetto all’anno precedente, mentre il ricorso a confezioni ricaricabili è stato pari a meno del 2% di tutta la plastica messa in commercio. L’ultimo rapporto della Ellen MacArthur Foundation mostra come hanno agito, nel 2020, alcune delle multinazionali che immettono sul mercato più tonnellate di plastica, tra le centinaia di realtà che aderiscono Global Commitment and Plastic Pact network. L’iniziativa, promossa dalla fondazione, prevede di rendere pubbliche le quantità di polimeri utilizzate, ridurre l’uso di materiale vergine, eliminare gli imballaggi non riciclabili e non necessari e assicurare la messa in commercio di soli involucri riutilizzabili, riciclabili o compostabili. Per il report, hanno fornito i loro dati (oltre a 18 governi), anche 130 aziende, che rappresentano più di un quinto del mercato globale degli imballaggi in plastica. Tra queste Coca Cola, PepsiCo, Nestlé, Danone, Unilever, Mars, Henkel, L’Oreal, Colgate-Palmolive e l’italiana Ferrero. Se dal 1950 al 2018 si è passati, con una crescita esponenziale, da circa 2 milioni di tonnellate di plastica vergine utilizzata a oltre 300 milioni di tonnellate, nel 2019 e nel 2020 si sono registrate per la prima volta riduzioni rispettivamente dello 0,6% e dell’1,2%. “Una traiettoria discendente – si spiega nel report – rafforzata da nuovi impegni per ridurre l’uso totale di plastica o plastica vergine in termini assoluti entro il 2025, che quest’anno è diventato un requisito obbligatorio per aderire al Global Commitment”. Si prevede, infatti, che questi obiettivi porteranno a una riduzione totale della plastica vergine utilizzata dai firmatari negli imballaggi di circa il 19% entro il 2025 (rispetto al dato del 2018). E che, insieme al raggiungimento dei target sul contenuto riciclato negli imballaggi, eviterebbe la produzione di circa 8 milioni di tonnellate di plastica vergine ogni anno (con un risparmio di 40 milioni di barili di petrolio). Ma siamo nel campo delle intenzioni.Di concreto c’è che la riduzione della plastica vergine utilizzata tra il 2018 e il 2020 è stata in gran parte determinata dall’aumento dell’uso di quella riciclata, principalmente negli imballaggi in PET rigido, come quello delle bottiglie di acqua e latte e di alcuni flaconi. E, comunque, si è passati dal 5,2% di contenuto riciclato (sul totale dell’imballaggio in plastica utilizzato dalle aziende) del 2018, al 6,3% del 2019 per arrivare all’8,2% nel 2020. Sulla base degli attuali obiettivi, circa l’80% della prevista riduzione del contenuto vergine per il 2025, continuerà a dipendere proprio dall’aumento del contenuto riciclato. Ma gli analisti osservano “un allarmante scarso investimento” per ridurre il ricorso al monouso: la maggior parte delle azioni (il 76%) “implicano la sostituzione con altra plastica o carta”, mentre solo per il 24% dei casi si tratta di “cambiamenti sostanziali”, come l’eliminazione diretta o il passaggio a modelli di riutilizzo. Di fatto, meno del 2% degli imballaggi in plastica dei firmatari del Commitment è stato progettato per essere riutilizzabile nel 2020. La quota è addirittura diminuita, passando dall’1,8% del 2019 all’1,6% del 2020. Più della metà di tutte le aziende che aderiscono non produce imballaggi in plastica riutilizzabili. Anche il livello di ambizione è basso: solo l’11% dei firmatari ha lanciato più di tre progetti pilota sul riutilizzo nel 2020, mentre il 56% non ne ha lanciato nessuno. Il risultato di tutto questo è che il 34,7% della plastica utilizzata negli imballaggi che nel 2020 le aziende hanno messo sul mercato non è né riutilizzabile, né compostabile e neppure riciclabile. Di conseguenza, il packaging che rientra in almeno una di queste opzioni rappresenta il 65,3% (percentuale in aumento di appena lo 0,5%), ma per la stragrande maggioranza perché è riciclabile. E si parla sempre di ciò che fanno le multinazionali che aderiscono all’iniziativa, senza considerare tutte le aziende che ogni giorno a livello globale operano in questo settore. L’80% del mercato degli imballaggi in plastica è fuori da azioni e impegni, mentre si prevede che la domanda di packaging in plastica raddoppierà nei prossimi due decenni.

 

Assalto Cgil dell'ottobre 2021, cinque nuovi arresti: c'è il leader dei No Vax Franzoni e militanti di Forza Nuova

Mani pulite, cosa resta trent’anni dopo. Colombo e Davigo: “Oggi la corruzione non indigna. Pnrr? C’è il rischio Tangentopoli”

Altro che “eroi” in camice: 66 mila esodati del post-Covid. Contratti scaduti e zero assunzioni

Legge salvasuicidi, nel 2021 boom di istanze dagli indebitati: +64% a Milano, +350% a Roma. Commercialisti: “Avvisaglie di tempesta”. La lentezza dell'iter, che prevede la definizione di una proposta di accordo finalizzata a ripagare parte del debito in funzione delle risorse disponibili, fa da tappo rischiando di alimentare fenomeni usurari. Le stime: stando a un sondaggio ben 371.500 imprese non fallibili potrebbero presto chiedere di beneficiare dell'opportunità. Senza contare i privati. La Città Metropolitana di Bologna ha aperto nel 2018 uno sportello ad hoc che fornisce assistenza anche nella preparazione della documentazione necessaria. Con la crisi che incalza i debiti aumentano anche tra privati cittadini, professionisti, imprenditori agricoli e artigiani. Crescono così anche le istanze di accesso alle procedure di sovraindebitamento previste dalla legge 3 del 2012, tristemente nota come salvasuicidi. Ma la lentezza dell’iter che prevede la definizione di una proposta di accordo finalizzata a ripagare parte del debito in funzione delle risorse disponibili fa da tappo, rischiando di alimentare fenomeni usurari. Non c’è ancora un dato nazionale per il 2021, ma le rilevazioni sul territorio, raccolte dal fattoquotidiano.it, mostrano uno scenario a tinte fosche. E per la Fondazione nazionale dei commercialisti il trend in ascesa rappresenta solo la prima avvisaglia di una vera e propria tempesta che potrebbe manifestarsi una volta esauriti gli effetti dei ristori governativi. Secondo un sondaggio fatto dai ricercatori della Fondazione nel 2021 ci sono 371.500 imprese non fallibili – si tratta di imprenditori agricoli e piccoli imprenditori commerciali – che potrebbero ben presto chiedere di beneficiare della legge. Ben il 29,3% del totale di queste tipologie di imprese che danno lavoro ad oltre 455mila dipendenti.Tornando ai numeri già accertati, a Bologna lo sportello sovraindebitamento della Città metropolitana ha segnalato un aumento delle istanze del 12% nel 2021 raggiungendo quota 164. Ma, da ottobre 2018, il numero di richieste di informazioni sono state ben 586, in buona parte provenienti da privati. A Milano, sempre nel 2021, le richieste di aiuto alla Camera arbitrale sono schizzate del 64% passando dalle 123 pratiche del 2020 alle 192 istanze dello scorso anno. Con l’11% dei debitori totalmente incapienti. A Roma, l’Ordine dei commercialisti ha segnalato un aumento del 357% da 7 pratiche del 2020 a 32 del 2021. A Venezia, infine, sempre secondo i commercialisti, nel 2021 le istanze sono state 39, in aumento dell’11 per cento. Ma nell’intera Regione guidata da Luca Zaia la situazione è decisamente peggiore: 387 istanze, in crescita di oltre il 18% rispetto al 2020, con un picco a Vicenza (220), seguita da Verona (75) e Padova (53). Del resto, già nel 2020, sull’intero territorio nazionale, il ministero della Giustizia aveva registrato più di 6mila istanze di cui 1500 relative al 2019. Di queste il 56% (circa tremila) risultavano pendenti, mentre le composizioni segnalate dai tribunali, erano appena 677 (+10% nel 2021), una goccia nel mare rispetto alle procedure. Segno che da una parte la domanda è decisamente elevata, dall’altra il meccanismo è troppo lento rispetto alle necessità pressanti dei sovraindebitati.

 

 SUPER DELINQUENZA ED ORGANIZZAZIONI ARMATE

Ndrangheta a Roma, le intercettazioni: "Siamo pronti a fare la guerra". Così i boss si sono presi la Capitale

La "scalata" di Vincenzo Alvaro dal Café de Paris alla prima filiale delle cosche in città. Il ruolo di 'Ntoni Scarpacottta Carzo: "Prima eravamo sparpagliati ora siamo un esercito"

“Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”. La ‘ndrangheta ha aperto ufficialmente bottega nella capitale. Un’informazione che ormai circolava da tempo dagli addetti ai lavori ma che ha trovato conferma ufficiale solo oggi con l’inchiesta “Propaggine”, che ha portato a due ordinanze di custodia cautelare emesse dai gip su richiesta delle Dda di Roma e di Reggio Calabria. Nel filone calabrese dell’indagine, coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri è finito agli arresti domiciliari anche un politico, il sindaco di Cosoleto Antonino Gioffré, accusato di scambio elettorale politico-mafioso. Nel paesino nella piana di Gioia Tauro, sotto l’influenza della cosca Alvaro, il sindaco, eletto con la lista civica “Alleanza per i valori”, in sostanza avrebbe favorito l’assunzione di un altro soggetto indagato.Complessivamente, 29 sono le persone finite in carcere mentre cinque i soggetti per i quali il gip ha disposto gli arresti domiciliari. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, favoreggiamento commesso al fine di agevolare l’attività del sodalizio mafioso e la detenzione e vendita di armi comuni da sparo ed armi da guerra aggravate. In manette sono finiti i vertici della cosca Alvaro. Oltre al sindaco di Cosoleto, Antonino Gioffré, ai domiciliari, sono stati arrestati Carmine Alvaro detto ‘u cuvertuni’, ritenuto il capo locale di Sinopoli. In manette anche i capi locale di Cosoleto, Francesco Alvaro detto ‘ciccio testazza’, Antonio Alvaro detto ‘u massaru’, Nicola Alvaro detto ‘u beccausu’ e Domenico Carzo detto ‘scarpacotta’. Nel troncone reggino dell’inchiesta, secondo gli inquirenti, si è riusciti a dimostrare come i tentacoli della cosca Alvaro-Penna si sarebbero allungati sull’amministrazione comunale di Cosoleto. Nel piccolo paesino della Piana di Gioia Tauro, ci sarebbe un locale di ‘ndrangheta autonomo nelle attività illecite ordinarie ma funzionalmente dipendente da quello di Sinopoli. Dalle indagini, infatti, è emerso un forte interesse della cosca all’esito delle elezioni amministrative del Comune di Cosoleto del 2018 vinte dal sindaco Gioffré che era in contatto con l’indagato Antonio Carzo.Le indagini sviluppate dal Centro Operativo Dia di Roma hanno fornito gravi indizi dell’esistenza dell’associazione di ‘ndrangheta denominata cosca Alvaro-Penna, i cui sodali risultano detentori di un radicato controllo del territorio e delle attività economiche, nonché infiltrate nella gestione di alcune amministrazioni locali. Il possesso di armi, anche da guerra, da parte dei componenti dell’associazione criminosa determina la pericolosità dell’associazione stessa. Sul filone romano dell’inchiesta, la Dia ha eseguito numerose perquisizioni e altre 43 ordinanze di custodia cautelare. Il blitz ha interessato diverse zone della capitale e della provincia di Roma. Alcuni indagati sono accusati di far parte di una locale di ‘ndrangheta, radicata nella capitale e finalizzata ad acquisire la gestione e il controllo di attività economiche in svariati settori, ittico, panificazione, pasticceria, del ritiro delle pelli e degli olii esausti. Secondo gli inquirenti, l’organizzazione criminale faceva sistematicamente ricorso ad intestazioni fittizie al fine di schermare la reale titolarità delle attività.L’inchiesta delle due Procure ha consentito di dimostrare per la prima volta come la cosca Alvaro abbia dato vita, nella capitale, ad un’articolazione criminale. Era il cosiddetto “locale di Roma” che rappresenta un “distaccamento” autonomo del sodalizio radicato in Calabria e in particolare con quella che gli inquirenti chiamano “casa madre sinopolese” che ha il compito di trovare una soluzione alle frizioni tra i sodali romani. Per risolverle i due capi locale di Roma venivano in Calabria per discuterne durante con i vertici della famiglia in occasione di eventi particolari, quali matrimoni o funerali. “Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto“, dicono gli indagati in un’intercettazione. La ndrina romana riconosciuta ufficialmente dalla “casa madre ” in Calabria. Il gruppo criminale era guidato dai boss Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo. Proprio Alvaro è il boss intercettato mentre sostiene: “Siamo una carovana per fare la guerra“.

 

L’Italia agli spareggi: comunque vada, questa non è una grande Nazionale

e il trionfo agli Europei è stato un miracolo.

Ci siamo svegliati dopo un lungo sonno azzurroE abbiamo scoperto che non era un sogno, ma un incubo. Esattamente quattro anni dopo Italia-Svezia, il punto più basso della storia del pallone italiano, la nazionale è di nuovo con un piede fuori dal Mondiale, di nuovo ai maledetti spareggi dove può succedere di tutto. In mezzo c’è stata la vittoria agli Europei, che ci ha inebriato, probabilmente illuso. Quel trionfo non si cancellerà, la coppa resterà in bacheca insieme ai ricordi dell’estate 2021, ma adesso non ci aiuterà a qualificarci a Qatar 2022. E non andarci significherebbe sparire dai Mondiali per un periodo lungo 12 anni. Di nuovo uno spareggio per andare al Mondiale. Come nel 2017, quando la Svezia ci costrinse a un’estate di penitenza e l’Italia del calcio toccò il suo punto più basso. Peggio del 2017, se si guarda al regolamento dei playoff verso il Qatar: un meccanismo infernale, che costringe a superare due avversari in gara secca. La prospettiva più dura è una: la nostra Nazionale costretta a giocarsi il Mondiale in Portogallo contro Cristiano Ronaldo e compagni. Purtroppo, è un prospettiva possibile. Per le squadre europee che aspirano ancora ad andare in Qatar nel 2022 sono rimasti appena tre posti. Saranno 12 squadre a contenderseli, che saranno divisi in tre gruppi separati con il sorteggio del prossimo 26 novembre. Le 4 squadre all’interno di ciascuno gruppo non si sfideranno in un girone, ma in una “final four“: semifinale e finale sempre a gara secca. L’Italia, fortunatamente, è testa di serie: significa che giocherà la semifinale sicuramente in casa. Le possibili avversarie? Galles, Macedonia del Nord, Turchia (in attesa dell’ultimo turno), Finlandia (o Ucraina), Austria e Repubblica Ceca. Non sono esattamente squadre cuscinetto, ma l’eventuale finale sarebbe ancora più in salita. In quel caso si può incrociare un’altra testa di serie: in questo momento sono PortogalloScoziaRussiaSvezia e Polonia. Tutte rivale pericolose, con l’incognita di dover giocare in trasferta: la seda della finalissima, infatti, sarà decisa in sede di sorteggio. Quattro anni dopo la figuraccia di San Siro, l’Italia potrebbe trovarsi a lottare per il Mondiale sempre contro la Svezia di Ibrahimovic, ma questa volta a Stoccolma. Potrebbe anche essere l’occasione per una rivincita.

 

 

 

 

 

 
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 12-05-22, 78° GIORNO DI GUERRA

Iryna Mudra, viceministra della Giustizia ucraina

L'ESERCITO RUSSO IN GRAVE RITIRATA A KARKIV, MESSO SOTTO PRESSIONE DAGLI UCRAINI CHE NELL'OBLAST DI LUHANS FANNO SALTARE IN ARIA I PONTI PER IMPANTANARE, COME A KIEV,L'AVANZATA DEI CARRI RUSSI CHE HANNO BISOGNO DI STRADE sopratutto FERRATE. I RUSSI PER RAPPRESAGLIA BOMBARDANO I GRANAI DI ODESSA, MENTRE IL FIANCO NORD RUSSO ENTRA IN CRISI CON LA SPINTA FRENETICA DELLA FINLANDIA AD ENTRARE NELLA NATO. MOSCA CHIUDE IL FLUSSO DI GAS VERSO LA POLONIA E MINACCIA DI FARE ALTRETTANTO NEI CONFRONTI DI HELSINKY.PUTIN E' IN GRANDISSIMA DIFFICOLTA' SOPRATTUTTO A LIVELLO MILITARE: COME SPIEGATO DALL'EX LEADER DI WAGNER, IL PRESIDENTE RUSSO HA GIOCATO D'AZZARDO AD AGGREDIRE UN PAESE CON UN ESERCITO DI 300.000 UOMINI CON 250.000 UOMINI SPARPAGLIATI SU UN FRONTE MOSTRUOSO ED A NULLA STA VALENDO AVER DIMEZZATO LA LINEA DI COMBATTIMENTO. MANCANO GLI UOMINI E LA SOLA CONCENTRAZIONE DI FUOCO NON BASTA. Altresì totalmente disastrosi i comportamenti delle truppe di Mosca che sistematicamente si lasciano andare ad azioni brutali ed ammazzamenti folli, senza alcuna giustificazione, come se comunque facenti parte di un modus operandi a prescindere per cui in ogni caso bisogna raggiungere una cifra di morti ammazzati che siano soldati nemici oppure no. L'azione di denazificazione si sta trasformando in massacro e sterminio sul modello EINSATZ, un assurdo ideologico portato avanti da un esercito erede DISGRAZIATO dell'Armata Rossa. All'assurdo ideologico si sta unendo IL TOTALE DISPREZZO delle alte sfere militari russe verso il soldato, il quale non solo viene lasciato totalmente solo e senza ordini, ma addirittura AFFAMATO col chiaro intento di scatenare i più bassi istinti bestiali irrefrenabili e fuori controllo: dal quale ad esempio è esploso IL POGRON DI BUCHA, una sorta di RIEDIZIONE AGGIORNATA dell'HOLOMODOR STALINIANO degli anni trenta del novecento. A livello politico internazionale, se l'intento era quello di spingere la Nato a 3000 km dalla frontiera russa facendo salvo il fianco Baltico, visto che le repubbliche Baltiche fanno già parte della Nato MA CHE E' SOLO con i confini dell'Estonia che la Nato tocca la Russia, assieme alla Norvegia nell'estremo nord, bene, questo intento sta fallendo IN MANIERA MACROSCOPICA in quanto l'adesione a tappe forzate della FINLANDIA espone praticamente l'intero NORD RUSSO sotto schiaffo NATO. Un fallimento poderoso e colossale perchè INEVITABILMENTE metterà il presidente Putin a dover spostare uomini e risorse ANCHE A NORD, quando già ora NON CI SONO UOMINI SUFFICIENTI per coprire il fronte di guerra del sud-est ucraino. All'interno della federazione si assiste altresì al crescere di una forte avversione verso il centro e l'arruolamento anche negli sconfinati territori siberiani, da secoli vastissimo bacino periferico USATO dal centro COME CARNE DA CANNONE. I centri reclute dati alle fiamme ne sono testimonianza, il segno evidente che le notizie dal fronte, nonostante la censura, corrono veloci e fanno propendere le giovani reclute a fuggire da quell'inferno che il solo guazzabuglio ideologico DUGHINIANO non può imbiancare ed abbellire. Altresì il presidente russo sa benissimo che al centro e nella parte continentale è estremamente difficile reclutare uomini soprattutto dopo vent'anni di fortissime iniezioni di CONSUMISMO che si è sostituito totalmente al COMUNISMO. La spaventosa crescita dei prezzi delle materie prime stà paradossalmente favorendo l'economia russa, la quale incassa miliardi di dollari che usa da una parte per finanziarsi la guerra e dall'altra, grazie alle triangolazioni commerciali che eludono L'EMBARGO TOTALE, per comprare merce e cibo occidentali allo scopo di riempire lo stomaco del russo "medio" che in questo modo si fa pochissime domande e si abbevera volentieri alla PROPAGANDA.

Ucraina, la mappa aggiornata della guerra

 

 

11-05-22, 77° GIORNO DI GUERRA

Gruppo Wagner, la testimonianza dell’ex comandante dell’armata di Putin: le “perdite enormi dell’esercito”, il ricorso (mai ammesso) ai mercenari | Esclusiva.

“Io, comandante di Wagner” (edito da Libreria Pienogiorno) esce oggi in tutto il mondo: è la testimonianza di Marat Gabidullin, già comandante di quella che è considerata la brigata delle tenebre del Cremlino, famosa per la sua ferocia. “I miei connazionali sono pronti a sentirsi orgogliosi per le esibizioni di forza, dimenticando le loro esistenze miserabili”

“Pessimismo” sui canali Telegram vicini al Wagner Group: “Servono 600-800mila uomini o perderemo”. Ora Mosca cerca di reclutare 20mila soldati su Superjob.ru. La paga prevista? Da 500 euro al mese

Lo chiamano “la Brigata delle tenebre”, è la truppa di mercenari di Putin, per molti una delle sue armi segrete, forse la più pericolosa. È famoso per la ferocia delle proprie operazioni, in Siria come in Africa e Ucraina, dove ha combattuto e sta combattendo al fianco (ma sarebbe meglio dire all’ombra) degli eserciti e degli schieramenti ufficiali. Il Gruppo Wagner è questo, ma anche molto altro. Per la prima volta viene raccontato dall’interno, grazie alla testimonianza di un suo ex ufficiale, Marat Gabidullin. “Io, comandante di Wagner” (288 pagine, 18,90 euro, codice ISBN 979128002 29571, edito da Libreria Pienogiorno) esce oggi in contemporanea internazionale. Ma ha anche rischiato di non uscire mai. Nel 2020 un piccolo editore siberiano aveva annunciato la pubblicazione della prima testimonianza non anonima dall’interno del gruppo di mercenari, ma il giorno dopo l’autore aveva ricevuto minacce tali da costringerlo ad annullare il progetto. Ora questa testimonianza viene alla luce. Per gentile concessione dell’editore e in anteprima per l’Italia, ilfattoquotidiano.it pubblica qui sotto un estratto del documento.

Ucraina, nei villaggi liberati a Est dove Mosca abbandona i cadaveri dei suoi soldati

 

Nella zona orientale di Kharkiv gli ucraini ricacciano le truppe russe verso il confine. E raccolgono i corpi che il Cremlino non vuole mostrare

Guerra in Ucraina, prima interruzione dei flussi di gas “causa azioni delle forze russe”. Stop compensato con forniture da altri punti

 Il tracciato passa infatti dalla stazione di compressione di Novopskov attraversando il Donbass e i russi, accusa la società, stanno sottraendo parte del gas in transito (si suppone per destinarlo proprio alle regioni separatiste). Questo mette in pericolo “la stabilità e la sicurezza dell’intero sistema di trasporto del gas”, afferma Kiev. Di qui la decisione di invocare la clausola di forza maggiore e interrompere il trasporto, dopo aver “ripetutamente informato Gazprom” dei problemi legati alla presenza delle truppe di Mosca.Per la stazione di confine di Novopskov passa quasi un terzo dei flussi verso l’Europa via Ucraina: fino a 32 milioni di metri cubi al giorno. Di conseguenza secondo Yuriy Vitrenko, numero uno della compagnia statale ucraina degli idrocarburi Naftogaz, le forniture caleranno di altrettanto a meno che la Russia non reindirizzi il gas alla stazione di compressione di Sudzha, più a nord e in corrispondenza dei territori controllati da Kiev (vedi cartina sopra). “Il trasferimento del flusso non richiede alcun costo aggiuntivo da parte russa e non vi sono ostacoli tecnici per tale operazione”, sottolinea il comunicato di Gtsou. “In questo modo la Russia sarebbe in grado di mantenere il transito attraverso l’Ucraina e di adempiere ai propri obblighi nei confronti dei partner europei”.

Il gruppo russo Gazprom – secondo cui il transito è sempre andato avanti “indisturbato” e la quota di forniture compromesse ammonta a solo un quarto del totale e non un terzo – a parole ha respinto al mittente questa opzione, anche se i dati preliminari sul flusso mostrano quantità più elevate attraverso una seconda stazione nel territorio controllato dall’Ucraina.

Il sistema italiano per ora non registra rallentamenti negli arrivi “grazie all’interconnessione delle reti e alla diversificazione delle fonti di importazione”, fa sapere Snam. Dai dati pubblicati in tempo reale sul suo sito risulta che i flussi a Tarvisio sono in diminuzione rispetto a martedì: circa 1,6 milioni di metri cubi standard all’ora contro i 2,4 di ieri mattina. Ma sono in parte compensati da un maggior afflusso a Passo Gries (da Norvegia e Paesi Bassi), dove stanno arrivando 2,1 milioni di metri cubi all’ora a fronte degli 1,5 di martedì mattina, e a Mazara del Vallo (dall’Algeria, 2,8 MSm3 contro 2,6). Dunque la domanda al momento è soddisfatta e proseguono anche le iniezioni di gas in stoccaggio. I prezzi nei primi scambi ad Amsterdam, piazza di riferimento per l’Europa, hanno superato i 100 euro al megawattora toccando i 103, in aumento del 4% rispetto alla chiusura di martedì. Poi hanno ripiegato verso i 93 euro.

L'Isola dei Serpenti e la Bielorussia, le nuove minacce sul fronte Ovest

Il Donbass, il Mar Nero, Sumi e la minaccia da nord di Lukaschenko: tutti i fronti del conflitto a quasi 80 giorni dall'inizio dell'invasione.

 Il confine dell'Ucraina con gli altri stati è lungo 4558 km, suddivisi fra Russia (1 576 km), Moldavia (939 km), Bielorussia (891 km), Romania (169 km a sud, 362 a ovest), Polonia (428 km), Ungheria (103 km), e Slovacchia (90 km), oltre ai 2 872 km di costa marittima.

10-05-22, 76° GIORNO DI GUERRA

Tre missili ipersonici su Odessa

Tre missili Kinzhal – i nuovi missili ipersonici della Russia – sono stati sparati ieri sera da un aereo su un hotel nella zona di Odessa, colpito anche un centro commerciale con altri sette missili. Lo ha reso noto Sergey Bratchuk, portavoce dell’amministrazione militare regionale di Odessa citato dalla Cnn che ha geolocalizzato e verificato l’autenticità di due video che circolano sui social e mostrano danni significativi alla struttura turistica di Zatoka. Le unità russe hanno attaccato ieri la città usando sottomarini, navi e aerei. La Cnn afferma che non è chiaro perché sia stato colpito l’albergo e chi o cosa potesse ospitare.

Decine di corpi di soldati russi abbandonati in strada a Kharkiv. Missili ipersonici su Odessa, colpito un hotel.

"Mentre la Russia sfila sulla Piazza Rossa, migliaia di suoi soldati morti sono ammucchiati in sacchi su treni frigorifero". Lo scrive su Twitter Anton Gerashchenko, consigliere del ministro degli Interni ucraino, citando il servizio di Al Jazeera English. "I russi si rifiutano di prenderli, così l'Ucraina potrebbe anche doverli seppellire a spese proprie", aggiunge. 

Oim, oltre 8 mln di sfollati interni e 13,7 mln totali

Il numero di sfollati interni a causa della guerra in Ucraina ha superato la soglia degli 8 milioni. È quanto emerge dall'ultimo rapporto dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), secondo cui gli sfollati interni sono 8.029.000, su 13.686.000 persone totali costrette a lasciare le proprie case.

 

Kiev: ancora 100 civili nell’Azovstal

“Oltre ai militari, nei rifugi rimangono almeno 100 civili. Tuttavia, ciò non riduce la densità degli attacchi da parte degli occupanti. L’artiglieria pesante e gli aerei hanno continuato a bombardare l’impianto per tutto il giorno. I tentativi di prendere d’assalto il terreno continuano a fallire”. Lo afferma il consigliere del sindaco di Mariupol Petro Andryushchenko su Telegram, citato da Ukrinform, a proposito della situazione nell’acciaieria Azovstal di Mariupol.

Attacchi aerei ripetuti, più di uno all’ora nell’ultimo giorno, insieme a “operazioni di assalto” via terra. La Russia stringe nuovamente in una morsa di fuoco l’acciaieria Azovstal di Mariupol, dove centinaia di combattenti ucraini continuano a resistere. E dove, secondo Kiev, ci sono ancora 100 civili rifugiati nei sotterranei. L’assedio all’impianto siderurgico, circondato da settimane dalle truppe di Mosca, è ripartito – ha spiegato il consigliere del sindaco di Mariupol – dopo che un convoglio Onu ha lasciato la regione di Donetsk.

I russi hanno cercato di far saltare un ponte usato per le evacuazioni, ha aggiunto, così da bloccare gli ultimi soldati – appartenenti al reggimento Azov e a una brigata della Marina ucraina – rimasti all’interno. Le unità di Mosca, sostiene il battaglione con componenti neonazisti, stanno usando “artiglieria navale, razzi Mlrs, Ur-77, carri armati”. Attraverso il loro canale Telegram, i soldati sostengono che nelle ultime 24 ore l’esercito russo ha effettuato 34 attacchi aerei sul territorio dello stabilimento, inclusi 8 con bombardieri strategici.

Una situazione critica, aggravata dalla presenza, secondo il consigliere del sindaco di Mariupol Petro Andryushchenko, di “almeno 100 civili” ancora nei rifugi: “Ciò non riduce la densità degli attacchi da parte degli occupanti”, ha sostenuto. Ma finora i tentativi di prendere l’impianto – dove sventola ancora la bandiera dell’Ucraina – sono “falliti”. Il tempo però stringe e l’esercito di Kiev sta lavorando ad un piano militare per salvare i combattenti, ha detto l’ex comandante del reggimento Azov Maxim Zhorin in una intervista esclusiva a Canale 24 riportata da Unian.

La strategia viaggia in parallelo con i canali diplomatici già aperti. Zhorin ha annunciato i preparativi per l’operazione militare spiegando che vengono sviluppati con la leadership delle forze armate ucraine. Tuttavia, ha spiegato, sarà prima necessario completare l’equipaggiamento militare e il rifornimento delle armi. “Non sono sicuro che attualmente i combattenti che si trovano sul territorio dell’Azovstal abbiano tanto tempo, quindi ci stiamo preparando e lavorando in parallelo in due direzioni: diplomatica e militare per tirarli fuori”, ha affermato. L’operazione “potrebbe essere in più fasi raggruppando le unità” asserragliate nell’impianto.

 

 

 

09-05-22, 75° GIORNO DI GUERRA

“Pessimismo” sui canali Telegram vicini al Wagner Group: “Servono 600-800mila uomini o perderemo”

 

 

Oggi la parata militare, attesa per le parole di Putin. Le storie da Kherson, occupata dai russi: “Una grande prigione, fuggire è impossibile e si muore di fame”

Copertina di In Russia è il “giorno della vittoria”: cosa si celebra e cosa ci si aspetta da Putin nel discorso post-parata

 

07-05-22, 73° GIORNO DI GUERRA

La Nato si oppone alle aperture di Zelensky: “La Crimea russa? Non lo accetteremo mai”. Kiev: “Evacuati tutti i civili dalle Azovstal”. E' LA NATO CHE COMANDA NON ZELENSKY.

 Azovstal: evacuati tutti i civili. I marines: "Non lasciateci morire".

 

Conte: “Questa corsa al riarmo è una follia. Da noi posizioni di buonsenso, ma ci trattano da molestatori”. Superbonus? “Al governo solo a queste condizioni”.Il ministro degli Esteri: “Da Zelensky apertura importantissima, ora tocca a Putin”.

“Allargare l’Unione europea all’Ucraina ora? E’ un discorso assurdo”. Così Marco Travaglio ad ‘Accordi&Disaccordi’, il talk politico in onda su Nove, ha commentato un passaggio dell’intervento di Mario Draghi a Strasburgo in cui il presidente del consiglio italiano auspicava “l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea” in nome di un processo di allargamento accelerato. “Quel discorso di Draghi, per fortuna, non l’ha sentito nessuno, perché se capovolgevi le telecamere vedevi un emiciclo completamente deserto. – ha detto il direttore de Il Fatto Quotidiano – Quindi il nostro peso è dimostrato dal fatto che quando parla Draghi, almeno in Europa, nessuno lo sta a sentire. Ma è il capolavoro dell’ipocrisia. Quell’uomo lì, da presidente della Bce, è quello che ha fatto la famosa cura “lacrime e sangue” ai greci. E se facciamo entrare l’Ucraina, che è un Paese che era già fallito prima della guerra e mi posso immaginare in che condizioni economiche si ritroverà alla fine della guerra, poi che cosa gli fanno? La cura da cavallo? Manda la Troika dopo averli fatti entrare, chiedono lacrime e sangue dopo tutto il sangue e le lacrime che hanno versato in questa guerra? Ma di cosa stanno parlando? Ma come possono pensare di far entrare un Paese che ha nell’esercito regolare il battaglione Azov? Lo scopriranno dopo? O se ne accorgono prima?”, ha concluso il giornalista.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/07/travaglio-su-nove-lucraina-nellue-assurdo-la-situazione-economica-e-il-battaglione-azov-nellesercito-lo-impediscono/6581653/

06-05-22, 72° GIORNO DI GUERRA

Mariupol, i parenti dei soldati del battaglione Azov chiusi nell'acciaieria: "Il governo ci tappa la bocca"

Mariupol, i parenti dei soldati del battaglione Azov chiusi nell'acciaieria: "Il governo ci tappa la bocca"

“Basta chiacchiere, è ora di fare qualcosa per salvarli”. Le mogli e le fidanzate, le madri e i fratelli dei soldati del battaglione Azov chiusi nell’acciaieria dell’Azovstal a Mariupol alzano la voce contro il governo Zelensky, accusandolo di non fare abbastanza per risolvere l’assedio che minaccia di ucciderli tutti. “Siamo disperate, forse il nostro governo non vuole parlare di Azov e Mariupol… Stanno cercando di tapparci la bocca e di chiudere l'argomento Mariupol in modo che la gente non parli e si dimentichi della guarnigione militare. Non ci supportano”, dice a Repubblica la sorella di un soldato del battaglione Azov chiuso nell’acciaieria.

Giovedì pomeriggio, per il secondo giorno consecutivo, un gruppo di parenti e amici dei soldati del battaglione Azov ha attraversato le vie del centro di Kiev diretto a piazza Majdan, per protestare e chiedere di salvare i soldati intrappolati nell’acciaieria. Ma se mercoledì la manifestazione si era conclusa pacificamente a Majdan, giovedì le cose sono andate molto peggio. I manifestanti si sono trovati davanti la polizia che li ha dispersi, “prendendo i documenti degli uomini” e fermando alcuni degli organizzatori. La manifestazione non era stata autorizzata, e gli organizzatori si sono difesi dicendo che alcuni non erano stati avvertiti ed erano scesi in piazza comunque.

La motivazione ufficiale per la negata autorizzazione e la successiva repressione è l’esistenza della legge marziale, che rende automaticamente impossibile organizzare qualsiasi protesta. Ma la mossa resta singolare, perché il battaglione Azov in questo momento in Ucraina è al massimo della sua popolarità: la strenua resistenza per la difesa di Mariupol ha trasformato tutti i soldati del più discusso tra i reggimenti della guardia nazionale ucraina in un manipolo di eroi. E allora cosa sta succedendo?

Gli organizzatori della manifestazione vanno oltre: dicono che le loro pagine social e i post in cui parlano di Azov e in sostegno dei soldati del reggimento sono stati cancellati, sono letteralmente “spariti” dalla rete. E la disperazione per non vedere alcuna plausibile soluzione che possa portarli in salvo - al contrario dei civili per i quali almeno un’ipotesi tramite i corridoi verdi è tuttora in piedi - monta in rabbia.

I rapporti difficili tra il governo e il reggimento - figlio del battaglione che ci conquistò pessima fama di crudeltà nella guerra del Donbass, venendo formalmente accusato di crimini contro l’umanità da diverse istituzioni internazionali - sono ben noti. Nei precedenti governi Azov aveva potuto contare su una forte spalla nel governo, e in particolare nel ministero degli Interni. Ma i tempi sono cambiati. Lo stesso presidente Zelensky, che nel 2019 aveva conferito un onore militare al comandante del reggimento Denys Prokopenko, si era visto negare il saluto militare in un segno di spregio che non ha certo dimenticato; neppure quando di fronte alla pressione popolare gli ha conferito, il 19 marzo, il titolo ufficiale di “Eroe ucraino” con l’Ordine della Croce d’Oro.

Un mese fa - mentre andavano avanti complesse trattative sui massimi sistemi con i negoziatori russi fino all’appuntamento decisivo di Istanbul, e intanto Mariupol si sgretolava tra migliaia di civili morti - il vicecomandante del reggimento Sviatoslav Palamar aveva rotto il silenzio con un messaggio video fortemente polemico: “I politici dicono costantemente che ‘li sosteniamo, siamo in costante contatto con loro’, ma per più di due settimane nessuno risponde al telefono e nessuno comunica con noi”.

C’era volta molta diplomazia per rientrare nei ranghi. La protesta sollevava dubbi sulle reali intenzioni del governo di Kiev sulla difesa a oltranza di Mariupol, praticamente impossibile e molto costosa per il numero di vittime che avrebbe comportato. Davvero, ci si domandava, il governo pensava di fare qualcosa per smorzare il dramma che si stava profilando nell’acciaieria? Un contrattacco, come chiedevano i soldati asserragliati? Una trattativa efficace?

La difesa di Mariupol serviva a Kiev per tenere occupati contingenti importanti di soldati russi che si sarebbero riversati altrove, ma era anche un grosso problema negoziale perché non poteva essere militarmente difesa. E una tragedia di proporzioni epocali avrebbe reso impossibile qualsiasi ipotesi di trattativa. Come avrebbe potuto, il governo, accettare qualsiasi minimo compromesso di fronte all’eccidio di una comunità e al sacrificio dei “patrioti” del reggimento Azov e degli altri reduci superstiti, come il 36esimo di marina?Il giorno successivo la risposta non era venuta dal governo né direttamente dal presidente Zelensky. Era arrivata dal generale Valeriy Zaluzhnyi, il capo delle forze armate che gode di grande fiducia tra i militari e di una notevole autonomia rispetto alla politica: in una dichiarazione su Facebook aveva sostenuto che "le comunicazioni con le unità delle forze di difesa che eroicamente resistono nella città sono mantenute stabili, facciamo il possibile e l'impossibile per la vittoria e la protezione delle vite dei militari e dei civili. Abbiate fede nelle forze armate dell'Ucraina". Ora, però, la fede dei familiari è decisamente svanita.

La talpa di Azovstal che consegnò ai russi la mappa del tunnel: così l'Armata Rossa ha deciso l'ultimo assalto a Mariupol

Mosca: ‘Polonia minaccia integrità territoriale di Kiev’. La Cina coopera coi russi sulla tecnologia militare. L’Ucraina ha colpito un’altra fregata di Putin: diretta

 

Mappa della Confederazione POLACCA nel 1701, con i confini identici a quelli del 1733.Come si vede dalla cartina, la Polonia deteneva l'intera Ucraina a ovest del fiume Dnepr ad eccezione dell'oblast di Kiev.

 

Zelensky: “Pace se Mosca torna su posizioni 23/2”

 

L’Ucraina sarebbe disposta ad accettare un accordo di pace di compromesso con la Russia se le forze di Mosca si ritirassero “sulle posizioni del 23 febbraio”. Lo ha detto il presidente Volodymyr Zelensky, intervenendo in video alla Chatham House, think tank britannico con sede a Londra, e lasciando intendere che almeno per ora Kiev non pretenderebbe la restituzione della Crimea, annessa dai russi nel 2014. “Da parte nostra non tutti i ponti diplomatici sono stati bruciati”, ha poi precisato, evitando di avanzare richieste pure su quella parte del Donbass fra Donetsk e Lugansk sottratta a sua volta al controllo di Kiev dal 2014 

 

 

05-05-22,71° GIORNO DI GUERRA

AZOVSTAL SOTTO PESANTE BOMBARDAMENTO

https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/ucraina-nuovi-bombardamenti-russi-sull-acciaieria-azovstal-di-mariupol/414854/415788

https://www.repubblica.it/esteri/2022/05/04/news/kharkiv_i_corpi_dei_soldati_russi_esposti_a_formare_una_z-348133245/?ref=RHTP-BL-I347279517-P2-S3-T1

Kiev: “Un elettricista traditore ha fatto entrare i russi ad Azovstal”

 

In un video pubblicato in rete, il consigliere del ministero degli Interni ucraino Anton Gerashchenko ha affermato che i russi sono riusciti a entrare nell’acciaieria Azovstal di Mariupol con l’aiuto di un elettricista che conosceva la pianta dello stabilimento. “Ha mostrato loro i tunnel sotterranei che portano alla fabbrica – ha detto Gerashchenko – e i russi hanno iniziato a prenderli d’assalto usando le informazioni che hanno ricevuto dal traditore”.

 

Azovstal, convoglio Onu per l’evacuazione dei civili. Cremlino annulla le parate del 9 maggio nel Donbass

Kiev, iniziata una controffensiva a Kharkiv e Izium

L'Ucraina ha avviato operazioni di controffensiva nelle aree di Kharkiv e Izium.Lo ha comunicato il comandante delle forze armate di Kiev Valery Zaluzhny in un aggiornamento sul terreno con il generale Mark Milley, capo di stato maggiore americano, secondo quanto riporta Ukrainska Pravda.Zaluzhny ha anche spiegato che i russi stanno concentrando la loro offensiva in direzione di Lugansk, e si segnalano aspri combattimenti a Popasna, Kreminna e Torsky. Ed ha rilevato che i russi hanno ripreso a usare missili da crociera per colpire le rotte delle forniture militari agli ucraini. Quindi, ha ribadito la necessità di nuove armi.

Procuratrice ucraina: “Centinaia di civili e oltre 500 soldati feriti dentro Azovstal”

 

“Durante gli ultimi giorni siamo stati in grado di evacuare circa trecento civili dall’acciaieria Azovstal. Tuttavia ci sono ancora centinaia di civili e oltre cinquecento soldati feriti intrappolati all’interno. A seguito di un altro bombardamento dell’impianto, due donne civili sono state uccise”. Lo ha detto la procuratrice generale dell’Ucraina Iryna Venediktova, intervenendo da remoto alla Conferenza dei procuratori generali del Consiglio d’Europa, in corso oggi e domani a Palermo. “I russi aumentano i loro sforzi per demolire l’impianto, che funge da rifugio per i civili”, ha spiegato. “Ieri hanno fatto irruzione nei tunnel sotterranei dove sono in corso pesanti combattimenti. Si può solo immaginare l’entità delle atrocità nell’antica Mariupol”.

Anche la fidanzata di Putin nella black list delle sanzioni Ue

C’è anche Alina Kabaeva, 39enne ex campionessa di ginnastica ritmica e fidanzata di Vladimir Putin, tra i personaggi vicini al presidente russo candidati ad entrare nella black list Ue che è parte integrante del sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia. A quanto si è appreso da fonti europee, il nome di Kabaeva è stato aggiunto, insieme a quelli di altri tre personaggi, all’elenco proposto dal Servizio per l’azione esterna (Seae) della Commissione Ue, arrivato così a comprendere 68 persone. Se il documento otterrà l’ok unanime dei 27 Stati membri, per Kabaeva scatteranno il divieto di ingresso nei Paesi membri dell’Unione e il congelamento dei beni da lei detenuti negli stessi Paesi. 

04-05-22, 70° GIORNO DI GUERRA

Mosca: “Nessuna dichiarazione di guerra il 9 maggio”. Mariupol: persi i contatti con i soldati nelle Azovstal.

  • “Violenti combattimenti nelle acciaierie Azovstal”

    “Violenti combattimenti” sono in corso nell’acciaieria Azovstal di Mariupol. Lo ha confermato alla tv ucraina il sindato di Mariupol, Vadym Boichenko, citato dal Guardian.

    “I russi stanno accerchiando Severodonetsk”

    “A Popasna e Rubizhne la gente ha cibo e acqua per una settimana. Accedere alle città è molto complicato. Impossibile portare aiuti umanitari e evacuare le persone. I russi stanno attaccando Voevodivka il villaggio nei pressi di Severodentsk. Cercano di accerchiare e prendere Severodonetsk”. Lo riferisce su Telegram Serhii Haidai governatore regione di Luhansk.

    Mariupol: persi contatti con soldati nelle Azovstal

    Il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko, ha riferito alla tv ucraina che sono stati persi i contatti con i combattenti di Kiev nell’acciaieria Azvostal di Mariupol. Lo riporta il Guardian.

03-05-22,69° GIORNO DI GUERRA

Ucraina, il Papa: ‘Non andrò a Kiev, ma ho chiesto incontro a Putin. La sua ira facilitata dall’abbaiare della Nato alle porte della Russia’.

Papa Francesco non si recherà a Kiev, come ipotizzato nel corso delle settimane scorse, ma ha già chiesto a Vladimir Putin di poterlo incontrare a Mosca. È il Pontefice stesso a rivelarlo in un’intervista rilasciata al direttore del Corriere della SeraLuciano Fontana, aggiungendo che l’azione diplomatica della Santa Sede è iniziata immediatamente dopo lo scoppio del conflitto: “Il primo giorno di guerra ho chiamato il presidente ucraino Zelensky al telefono – dice – Putin invece non l’ho chiamato. L’avevo sentito a dicembre per il mio compleanno ma questa volta no, non ho chiamato. Ho voluto fare un gesto chiaro che tutto il mondo vedesse e per questo sono andato dall’ambasciatore russo. Ho chiesto che mi spiegassero, gli ho detto ‘per favore fermatevi’“.L’azione militare di Mosca, però, è andata avanti senza sosta e così il Papa ha deciso di provare a contattare direttamente il Cremlino. “Ho chiesto al cardinale Parolin, dopo venti giorni di guerra, di fare arrivare a Putin il messaggio che io ero disposto ad andare a Mosca – aggiunge il Pontefice – Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento”. Un atteggiamento che, sostiene Bergoglio, dimostra la mancanza di volontà del presidente russo di frenare l’avanzata dei suoi uomini, almeno per ora. Un’avanzata che, aggiunge però, può essere legata “all’abbaiare della Nato alle porte della Russia” che ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto: “Un’ira che non so dire se sia stata provocata – aggiunge -, ma facilitata forse sì”.

La verità, sostiene, è che quella ucraina è solo l’ultima goccia di una scia di sangue che dall’inizio degli Anni Duemila ha attraversato molte guerre, tutte alimentate da interessi di Stato: “La Siria, lo Yemen, l’Iraq, in Africa una guerra dietro l’altra. Ci sono in ogni pezzettino interessi internazionali – continua – Non si può pensare che uno Stato libero possa fare la guerra a un altro Stato libero. In Ucraina sono stati gli altri a creare il conflitto. L’unica cosa che si imputa agli ucraini è che avevano reagito nel Donbass, ma parliamo di dieci anni fa. Quell’argomento è vecchio”.

A Francesco viene anche chiesto un parere sull’invio di armi all’Ucraina da parte dei Paesi occidentali, ma su questo dice di non avere una posizione definita, nonostante durante il suo pontificato si sia sempre schierato contro la produzione massiva e il commercio diffuso di mezzi d’armamento: “Non so rispondere, sono troppo lontano, all’interrogativo se sia giusto rifornire gli ucraini. La cosa chiara è che in quella terra si stanno provando le armi. I russi adesso sanno che i carri armati servono a poco e stanno pensando ad altre cose. Le guerre si fanno per questo: per provare le armi che abbiamo prodotto. Il commercio degli armamenti è uno scandalo, pochi lo contrastano”. E ha colto l’occasione per ricordare le proteste dei portuali di Genova contro le navi cariche di armi passate per la città ligure: “Due o tre anni fa a Genova è arrivata una nave carica di armi che dovevano essere trasferite su un grande cargo per trasportarle nello Yemen. I lavoratori del porto non hanno voluto farlo. Hanno detto ‘pensiamo ai bambini dello Yemen’. È una cosa piccola, ma un bel gesto. Ce ne dovrebbero essere tanti così”.E poi chiude: “A Kiev per ora non vado. Ho inviato il cardinale Michael Czerny, (prefetto del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo umano integrale) e il cardinale Konrad Krajewski, (elemosiniere del Papa) che si è recato lì per la quarta volta. Ma io sento che non devo andare. Io prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin. Ma anche io sono un prete, che cosa posso fare? Faccio quello che posso. Se Putin aprisse la porta…”. Ha avuto poi anche l’occasione di parlare con il Patriarca della Chiesa Ortodossa russa Kirill che in queste settimane si è contraddistinto per il suo appoggio alla decisione di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina: “Ho parlato con lui 40 minuti. I primi venti con una carta in mano mi ha letto tutte le giustificazioni alla guerra. Ho ascoltato e gli ho detto ‘di questo non capisco nulla. Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare vie di pace, far cessare il fuoco delle armi’. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin. Ma adesso anche lui è d’accordo: fermiamoci, potrebbe essere un segnale ambiguo”. L’Italia sta facendo un buon lavoro. Il rapporto con Mario Draghi è buono, è molto buono. È una persona diretta e semplice. Ho ammirato Giorgio Napolitano, che è un grande, e ora ammiro moltissimo Sergio Mattarella. Rispetto tanto Emma Bonino: non condivido le sue idee ma conosce l’Africa meglio di tutti. Di fronte a questa donna dico, chapeau”.


 

Mariupol, i russi attaccano l'Azovstal.
Sindaco: dispersi 11 bus con civili evacuati. Putin firma decreto: controsanzioni a Paesi ostili | 
Video Incendio nell'acciaieria

Kiev: “Cadaveri con segni di torture a Mykolaiv”. Altri bombardamenti ucraini a Belgorod : CON LE ARTIGLIERIE PESANTI TARGATE NATO L'UCRAINA BOMBARDA KURSK, BELGOROD, BRYANT, PERM, PER SPEZZARE LA LINEA DI RIFORNIMENTO RUSSA.Kiev: bombe su Zaporizhzhia, dove arrivano gli evacuati da Mariupol | Video Incendio nell'acciaieria. Giornata libertà di stampa, l’Italia perde 17 posizioni: “I giornalisti si autocensurano”. Mosca contro Unesco per esclusione da forum.Italia 58esima al World Press Freedom Index, nel 2021 era 41esima ....La Russia schiva (ancora) il default: pagati 650 milioni di dollari di cedole su due eurobond.

Guerra Russia- Ucraina, Kiev: “Individuato l’artefice della strage di Bucha. È il comandante russo Sergey Kolotsey”

L’Ucraina ha identificato il militare russo che sarebbe l’artefice del massacro di civili a Bucha. Secondo quanto riferisce la procuratrice generale ucraina, Iryna Venediktova, dietro quei corpi massacrati, torturati, giustiziati con le mani legate dietro la schiena si nasconde la regia di Sergey Kolotsey, comandante di un’unità della Guardia nazionale russa. Oltre ad aver comandato la carneficina, una delle più gravi finora registrate nel corso dell’intero conflitto ucraino, Kolotsey, bielorusso di origine, è accusato di avere personalmente ucciso quattro uomini disarmati il 18 marzo e di aver torturato un civile il 29.

Le vittime collegate al militare russo sono state trovate con le mani legate dietro la schiena e un cappuccio in testa, “sul corpo anche dei segni di tortura – ha spiegato la procuratrice – Una delle sue vittime è stata anche costretta a confessare attività sovversive contro i russi dopo essere stata picchiata selvaggiamente con un manico di fucile. Ha poi finto di eseguire un’esecuzione puntandogli l’arma sulla tempia per poi sparare un colpo vicino al suo orecchio”.

L’uomo, inoltre, si è reso protagonista anche delle razzie di prodotti dalle case e dai magazzini cittadini, poi inviati in Russia. Sui social sono circolate le sue foto intento ad accaparrarsi diversi oggetti da uno stabilimento.

 

 

 

02-05-22, 68° GIORNO DI GUERRA

Armi pesanti a Kiev, Draghi: ‘Non vogliamo escalation, ma se Ucraina non si difende avrà schiavitù, non la pace. Lealtà non si discute’. Le allucinanti puttanate del "migliore".

Procuratrice generale dell'Ucraina: identificato primo russo sospettato massacro Bucha

Sergey Kolotsey, comandante di un'unità della Guardia nazionale russa, è stato accusato di aver "ucciso quattro uomini disarmati" a Bucha il 18 marzo che "sono stati trovati mani legati dietro la schiena e segni di torture" e di "aver torturato un altro civile il 29 marzo". Lo riferisce il procuratore generale ucraino Iryna Venediktova. "È stato anche stabilito che il militare russo -secondo quanto riferisce l'ufficio del Procuratore generale su Telegram - ha costretto un'altra vittima a confessare attività sovversive contro l'esercito russo. Per fare questo, ha picchiato l'uomo in particolare con il manico del fucile. Fingendo un'esecuzione ha sparato vicino all'orecchio di un civile disarmato. Sono in corso verifiche per stabilire se è responsabile di altri crimini".

Karaganov, consigliere di Putin: “È una guerra esistenziale con l’Occidente. Colpire obiettivi in Europa? È possibile, se va avanti così”.

Ammette che il suo Paese ha colpito per primo, ma lo ha fatto “prima che la minaccia (ucraina, ndr) diventasse ancora più letale”. Una “guerra esistenziale” che per l’autore della ‘dottrina Putin‘ ha provocato – e tuttora provoca – non solo morti, ma la perdita della “superiorità morale” dei russi: “Ora siamo sullo stesso terreno dell’Occidente. L’Occidente ha scatenato diverse aggressioni. Ora siamo sullo stesso terreno morale. Ora siamo uguali, stiamo facendo più o meno come voi“. Inutile far riferimento ai tentativi diplomatici che avrebbero potuto far desistere la Russia dall’invadere il paese confinante: “Dagli occidentali abbiamo avuto promesse di tutti i tipi in questi trent’anni. Ma ci hanno mentito o le hanno dimenticate”.L’unico grande errore commesso dalla Russia, nella visione di Karaganov, fu accettare nel 1997 il ‘Founding Treaty‘ sulle relazioni Russia-Nato, che prevedeva l’allargamento dell’Alleanza Atlantica. “Firmammo perché eravamo disperatamente poveri, al collasso – afferma – ma questo allargamento è quello di un’alleanza aggressiva. È un cancro e noi volevamo fermare questa metastasi. Dobbiamo farlo, con un’operazione chirurgica”.A suo avviso, “le uccisioni di massa in Kosovo (contro i serbi, ndr) sono avvenuti dopo lo stupro della Serbia. Fu un’aggressione indicibile. E il processo a Milosevic è stato un triste e umiliante spettacolo di meschinità europea“. Oltretutto, il dittatore serbo fu giudicato dal Tribunale penale internazionale, il cui diritto non è riconosciuto dalla Russia, come l’ordine europeo emerso dopo la caduta del muro di Berlino: “Non dobbiamo riconoscere un ordine costruito contro la Russia. Abbiamo cercato di integrarci, ma era una Versailles 2.0. Dovevamo distruggere quest’ordine. Non con la forza, ma attraverso una distruzione costruttiva rifiutando di parteciparvi. Ma quando la nostra ultima richiesta di fermare la Nato è stata respinta, si è deciso di usare la forza”.Sull’obiettivo della guerra in Ucraina, il capo del Consiglio di politica estera e della difesa ha le idee chiare: “La maggior parte delle istituzioni sono, secondo noi, unilaterali e illegittime. Minacciano la Russia e l’Europa orientale. Noi volevamo una pace giusta, ma l’avidità e la stupidità degli americani e la miopia degli europei ci hanno rivelato che questi attori non la vogliono. Dobbiamo correggere i loro errori“. Ascoltando le sue parole, la possibilità che il conflitto possa allargarsi e coinvolgere anche altri Paesi non è da escludere del tutto, perché “se va avanti così, gli obiettivi in Europa potrebbero essere colpiti o lo saranno per interrompere le linee di comunicazione”.Un’ipotesi, quest’ultima, che non considera i recenti fallimenti dell’esercito russo, come il ritiro delle truppe dalla capitale ucraina. “E se l’operazione su Kiev avesse lo scopo di distrarre le forze ucraine dal teatro principale a sud e sud-est? – domanda retoricamente – Tra l’altro le truppe russe sono state molto attente a non colpire obiettivi civili, abbiamo usato solo il 30-35% delle armi”. I massacri avvenuti negli scorsi giorni e documentati dai media internazionali non fanno testo, nella visione di Mosca: “La storia di Bucha è una messinscena, una provocazione”.Karagarov ignora le prove. Ma ignora anche le risorse e le persone perse in 44 giorni di guerra: i russi sono “pronti a sacrificare tutto ciò per costruire un sistema internazionale più vitale. Vogliamo costruire un sistema internazionale più giusto e sostenibile. Diverso da quello emerso dopo il crollo dell’Unione Sovietica e che, a sua volta, ora sta crollando. Ora ci stiamo tutti fondendo nel caos. Vorremmo costruire la Fortezza Russia per difenderci da questo caos, anche se per questo diventeremo più poveri”. Per evitare tutto ciò, per ottenere un cessate il fuoco, “l’Ucraina deve diventare neutrale e completamente demilitarizzata: niente armi pesanti, qualsiasi parte dell’Ucraina rimanga. Ciò dovrebbe essere garantito da potenze esterne, compresa la Russia, e nessuna esercitazione militare dovrebbe aver luogo nel paese se uno dei garanti è contrario. L’Ucraina dovrebbe essere un cuscinetto pacifico”.Per Sergej Karaganov, ex consigliere di Putin, quella in Ucraina è una guerra contro l’Occidente. Intervistato dal Corriere della Sera, il capo del Centre for Foreign and Defense Policy di Mosca ha spiegato che il conflitto era a suo avviso inevitabile perché l’Ucraina “è stata riempita di armi e le sue truppe sono state addestrate dalla Nato, il loro esercito è diventato sempre più forte”. Inoltre, stando alle sue parole, c’è stato “un rapido aumento del sentimento neonazista in quel Paese. L’Ucraina stava diventando come la Germania intorno al 1936-‘37“. La versione di uno degli uomini più ascoltati da Putin è quella che Mosca continua a propagandare dall’inizio del conflitto, da un lato negando massacri e dall’altro addossando alla Nato le mosse che hanno portato all’invasione dell’Ucraina.

Fascisti, tardo-sovietici e neo maoisti: in Italia il rave del pensiero "critico" che ha sulle scatole la democrazia

 

29-04-22 , 65°GIORNO DI GUERRA

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Guerra Russia-Ucraina, il buco delle sanzioni: triangolazioni con il Kazakistan per aggirare il divieto di export al lusso made in Italy

https://video.repubblica.it/metropolis/metropolis81-ucraina-l-inviato-nel-donbass-ecco-perche-la-resistenza-di-kiev-e-in-difficolta/414365/415297?ref=vd-auto&cnt=1 : FRONTE DI KRAMATORSK

Triangolazioni attraverso il Kazakistan per far arrivare prodotti di lusso in Russia, nonostante le sanzioni occidentali. La voce gira da settimane negli ambienti della moda e da lì, attraverso segnalazioni anonime è arrivata fino all’attenzione del Copasir cui spetterà l’indagine e la verifica. Che la cosa avvenga lo conferma a ilfattoquotidiano.it una fonte che chiede di rimanere anonima. In sostanza, anziché spedire direttamente a un importatore di Mosca, la via per aggirare le norme approvate dall’Unione europea dopo l’invasione dell’Ucraina prevede il coinvolgimento di un soggetto con partita Iva del Paese ex sovietico che proprio con la Russia confina. Da lì la merce potrà arrivare in una boutique di Mosca o San Pietroburgo per soddisfare i desideri delle classi dirigenti e alta borghesia russe, proprio quelle che le sanzioni sul lusso vorrebbero colpire. Del resto chi oggi fa partire una spedizione per il Kazakistan non ha più incombenze del solito, oltre alla compilazione di un modulo da consegnare al trasportatore in cui in sostanza dichiara che “la merce è autorizzata per esportazione, transito e importazione in accordo con le regole Ue”, dunque non è sotto sanzioni, e che “destinazione e utilizzo finale sono in Kazakistan”.

“Annessione e Stati amici”, il piano del Cremlino per smembrare l’Ucraina

A maggio i referendum per unire Donetsk e Lugansk a Mosca. Verrebbe inglobata anche Mariupol. Consultazione per l’indipendenza nella città occupata di Kherson. Nel mirino pure la Transnistria

Kiev prepara per oggi l'evacuazione dei civili da Azovstal. Mosca conferma raid su Kiev. Bombe su checkpoint in Russia.

“I russi hanno chiuso un’area di Mariupol per assaltare Azovstal”

Le forze russe hanno chiuso un’area di Mariupol in vista di un altro possibile tentativo di prendere d’assalto l’acciaieria Azovstal, il complesso in cui è asserragliata la resistenza ucraina. Lo ha riferito Petro Andrushchenko, consigliere del sindaco della città. “Per ora, gli occupanti hanno chiuso nuovamente la piazza del distretto della Rive Gauche dal Parco Veselka, a nord dell’acciaieria. Ciò potrebbe essere dovuto a un altro tentativo di prendere d’assalto Azovstal oppure a scontri di strada”.

 

28-04-22, 64° GIORNO DI GUERRA

Missili su Kiev durante incontro Zelensky-Guterres (Onu). Colpita anche Odessa. Usa: i russi via da Mariupol verso Zaporizhzhia. Ok Copasir a segreto su armi

 

 

Dalla Libia all'Ucraina, Putin invia altri 200 mercenari della Wagner contro Kiev. Dopo avere lasciato la nazione africana sono stati riassegnati al fronte ucraino per rinforzare le forze russe in difficoltà. E altri 1.000 militari siriani, schierati dal Cremlino in appoggio ai mercenari in terra libica, sarebbero pronti a unirsi a loro.

 

Mariupol ancora sotto attacco anche dopo lo stop ordinato da Putin: un tank russo continua a sparare sotto i bombardamenti

A Mariupol continuano i bombardamenti nonostante l'ordine di accerchiare ma non assaltare l'impianto siderurgico emanato in diretta tv dal presidente Vladimir Putin. Il consigliere del sindaco di Mariupol, Petro Andryushchenko, ha denunciato in un video l'uso delle forze da parte dei militari di Mosca. Il filmato pubblicato sul profilo Telegram del Center for Strategic Communications and Information Security mostra un tank russo contrassegnato con una "V". "Tali mezzi sono apparsi in città solo dopo l '"ordine" di Putin di fermare l'assalto ad Azovstal", ha dichiarato Andryushchenko. Le immagini satellitari scattate mercoledì 27 aprile da Planet Labs PBC e analizzate dall'Associated Press mostrano che gli attacchi russi si sono intensificati nell'acciaieria Azovstal di Mariupol. Dalle foto si vede che attacchi concentrati hanno gravemente danneggiato una struttura centrale. Si stima che circa 1.000 civili siano nell'acciaieria insieme a circa 2.000 combattenti ucraini.

https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/mariupol-ancora-sotto-attacco-anche-dopo-lo-stop-ordinato-da-putin-un-tank-russo-continua-a-sparare-sotto-i-bombardamenti/414325/415257?ref=RHTP-BS-I339021822-P7-S1-T1

 

 

27-04-22, 63° GIORNO DI GUERRA

Putin: risposta a minacce con mezzi finora inutilizzati. A cosa si riferisce? Il Sarmat e le altri armi | Scheda. “Feriti due americani volontari con l’esercito ucraino”.Il capo del Cremlino: fallito il piano per strangolarci economicamente. Esplosioni in un deposito di armi in territorio russo. Il Regno Unito valuta invio di jet agli alleati dell’Est Europa per girare caccia a Kiev. Colloquio Zelensky-Draghi, il premier negli Usa da Biden il 10 maggio. Guterres in Ucraina | ORA PER ORA

In un videomessaggio il comandante della 36esima brigata delle forze navali ucraine spiega che la situazione nello stabilimento Azovstal è “molto difficile“. “Nel nostro gruppo ci sono più di 600 soldati feriti con diversi livelli di gravità – – afferma Volynsky – Hanno un estremo bisogno di assistenza medica”. “Abbiamo anche dei civili qui con noi, ce ne sono centinaia, decine di bambini, molte persone con disabilità, anziani. I civili muoiono qui insieme a noi nel bunker”.

 

La Russia: stop gas a chi non paga in rubli. L’Ue ribatte: “La risposta sarà immediata”. Mosca impugna una pistola scarica? | I numeri

Eni in procinto di aprire un conto presso Gazprombank per i pagamenti in rubli del gas russo

I macellai di Bucha sacrificati al fronte. “Putin vuole far sparire i testimoni”

La 64esima brigata responsabile dei massacri e premiata da Mosca assedia gli ucraini a Kharkiv

Il numero 2 di Gazprombank fugge da Mosca: ‘Sto con Kiev. Suicidio di Avaev? Messinscena’. I dubbi sul delitto (simile) di un altro manager

Onu, arriva un limite al potere di veto: la decisione storica accolta fra gli applausi

 

26-04-22, 62° GIORNO DI GUERRA:

Un nuovo attacco nella Transnistria filorussa. Li Gobbi: ‘Avanzata a ovest e vertice a Ramstein minano le trattative e alimentano escalation’. La vita sospesa nella Kharkiv semi-distrutta. Nei negozi chiusi si distribuiscono beni a chi è rimasto. Mosca ferma forniture di gas alla Polonia: i prezzi volano. Berlino: “Vicini a indipendenza dal petrolio”.La Germania pronta a inviare a Kiev 50 carri armati Gepard. Così Scholz cede alle pressioni Usa e interne.

 

22 aprile, 58° giorno di guerra

Ucraina, l’ordine è: difendere la democrazia con le armi, censurando le opinioni (anche il Papa).

Se nel 1968 la rivoluzione giovanile sognava “la fantasia al potere”, nel 2022, a guerra d’Ucraina in corso, tra civili ammazzati a gogò, regna il cinismo dei governi e della stampa asservita che fingono di difendere l’Ucraina, mentre usano la ‘scusa’ della guerra per uccidere i principi e i valori ‘liberali’ tanto strombazzati, ma che per ‘lorsignori’ sono inutili orpelli. È la democrazia ologramma. Costoro mischiano i loro interessi con quelli di Putin, mentre fanno finta di difendere l’Ucraina, inviando armi obsolete delle “pulizie di Pasqua” dei loro magazzini che devono essere aggiornati. Lo dimostra l’aumento del 2% del Pil in armamenti di “ogni singolo Paese”, alla faccia della maschera dell’Europa unita.

Le armi sono come il maiale: non si butta via nulla. Se non servono, si spediscono alle Ucraine di turno, facendosi anche “difensori di civiltà”, come il bue (Biden) che dà del cornuto all’asino (Putin). Granitici custodi dei “valori occidentali”, ma guai a compromettersi con la nobile scusa di “scatenare la guerra nucleare” (traduzione: purché lontana da noi).

È bastato che il papa, in tempo reale, dicesse di vergognarsi di quei Paesi che hanno deciso l’aumento del 2% del Pil, definendoli “pazzi”, ed ecco scattare la regola dei riflessi condizionati alla Pavlov: censura immediata del papa da parte di tutti gli atei devoti che vorrebbero un papa sacrestano, e silente, pronti ad accusarlo dopo perché non ha aperto bocca. Il Tg1 (!) e tutto il cucuzzaro televisivo e stampato, arruolato al grido di Deus ‘el volt, lo accusano accusarlo pubblicamente di disfattismo con la mannaia della ‘libera’ (sic!) stampa: il papa non è dei nostri. È sufficiente che un analista di professione, il Prof. Alessandro Orsini, che, oltre ad insegnare da cattedra, va bene quando scrive sulle riviste specializzate (riservate agli addetti competenti!), ma è terribile se parla al grande pubblico e dice che inviare armi alla Ucraina è prolungare la guerra e il martirio: così egli offre sponda all’aggressore, con cui, finisca come finisca, bisogna pour trattare. La democrazia è servita, anche con le mèches.Gli armaioli sono democratici finché la democrazia non ostacola il florido mercato delle armi, diversamente la democrazia è sbagliata e bisogna ‘riconvertirla’ ai sacri interessi dell’occidente che, pur avendo fatto cose peggiori di Putin, è buono, a prescindere. La Nato è un santuario di devoti che organizza pellegrinaggi ai confini di Stati da soggiogare, fa esercitazioni per intimorire la Russia e colleziona Paesi, allargandosi quasi del doppio, anche dopo avere esaurito il proprio compito, essendo scomparso il comunismo sovietico. Motivo? Il suo vero obiettivo è sempre stato quello di ‘smembrare’ la Russia e riportarla al sec. XVI, quando esistevano tante Russie e tante tribù. È la pax americana, di cui l’inesistente Europa è il chierichetto turiferario e porta candelieri. Portatori sani di immensa menzogna. Nella liturgia cattolica, quella candela che il chierichetto porta dietro al celebrante, residuo di un tempo senza elettricità, ironia della sorte, si chiama bugia. La liturgia dell’occidente è figlia di una bugia che, a sua volta, è madre prolifica di bugie ammantate di ideali inesistenti.

Gandhi liberò l’India dal dominio dell’Impero britannico, mezzo nudo, offrendo sé e il suo popolo al massacro, sì, sfidando i carri armati e i soldati armati fino ai denti di S.M. Britannica a petto nudo. Vinse lui non le armi. Tutta la Commissione e tutto il Parlamento Europeo e tutti i Parlamentari d’Europa che, stando in piedi, inneggiavano Zelensky, avrebbero dovuto andare in Ucraina con i loro corpi e con tutto il Popolo ucraino e i pellegrini di tutto il mondo scendere per le strade ucraine e sfidare Putin a sparare sulle folle e sui simboli dell’Europa, mai nata, e restare lì a fare resistenza attiva e disarmata fino al mare di Azov, coperto da un mare umano, respingendo armati e carri armati oltre i confini dell’Ucraina: Putin e la sua ferraglia sarebbero stati sconfitti.

L’aumento del 2% di Pil era stato previsto nel 2014, ma ora l’occasione ucraina è una manna del cielo per realizzarla senza batter ciglio. Ah, la memoria! Infatti, su proposta della Lega (fonte: Mil.Ex, Osservatorio), sottoscritta da PD, FI, IV, M5S, il Parlamento ha presentato un odg che impegna il governo all’aumento (16-03-2022). Presenti 421: sì 391; no 19. Ora prepariamoci ai tagli sulla spesa sociale, sulla scuola, sulla sanità, sugli aiuti ai non abbienti, sugli aiuti all’estero, perché sono sempre i poveri che pagano la guerra e la pace a beneficio degli armaioli che scelgono la guerra e i loro profitti. Al tepore del gas russo-americano, godiamoci il salotto buono nelle comode pantofole. Ipocriti, almeno taceste!

 

LA BUNDESBANK – Stop a gas russo costerebbe 180 miliardi a Berlino.

“Non saremo cobelligeranti”. “No escalation”. Francia e Germania si smarcano da Usa e Nato.

Kiev: ‘Mosca rifiuta la tregua per la Pasqua ortodossa’. La presa di Mariupol è la svolta per Putin? Le analisi di 4 generali. ‘Ora l’Europa si smarchi dagli Stati Uniti’. Kiev, 1000 corpi di civili negli obitori. Il sindaco di Mariupol: ‘Fosse comuni’ (leggi)Intanto su media Bielorussi esce la notizia dell’ammissione da parte di Mosca di 20mila morti tra i soldati (ora per ora). Quattro militari spiegano l’importanza della battaglia per la città martire.

La striscia di suicidi anomali tra i top manager russi: quei quattro morti che si erano arricchiti col gas

In Finlandia leva obbligatoria e riservisti: Helsinki investe due miliardi per potenziare la Difesa

Macron in vista del ballottaggio presidenziale e con la paura della rimonta della Le Pen: “L’Europa parli con Putin o saranno Cina e India a costruire la pace. I due pericoli sono nucleare e cobelligeranza occidentale”

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Le truppe cecene di Kadyrov esultano per la presa di Mariupol

L'agguato notturno dei commandos alla coppia di ucraini

"Mamma, sul ponte sono morti tutti". La verità del marinaio sulla fine del Moskva

 

21 aprile, 57° giorno di guerra: Il presidente russo ha fermato improvvisamente l'offensiva finale sull'impianto nella città costiera ormai quasi totalmente conquistata. Al suo interno rimangono 2.500 tra membri del battaglione Azov, della 36esima brigata e volontari stranieri, ma anche centinaia di civili che non hanno abbandonato la struttura nel corso delle ultime evacuazioni programmate: resta da capire se volontariamente o no. “Bloccate l’acciaieria Azovstal in modo che non possa passare una mosca“. Con una sola frase rivolta al suo ministro della Difesa, Sergej Shoigu, Vladimir Putin ha probabilmente sintetizzato quella che al momento è la strategia che ha in mente per espugnare l’ultimo avamposto delle forze ucraine nella Mariupol già “liberata” dai militari russi, al termine di un assedio che va avanti ormai da settimane. Nessuno spreco di forze o di vite nelle proprie truppe, ma soprattutto nessun massacro di civili: gli 11 chilometri quadrati dell’impianto verranno sigillati, nel tentativo di stanare gli avversari provati da giorni di combattimenti, dalla fame e dalla sete. Ma anche per convincere le centinaia di civili che si calcola siano presenti all’interno a lasciare la struttura, o quantomeno a ribellarsi alle forze ucraine nel caso in cui vengano usati come scudi umani, così da poter sferrare l’attacco finale ai circa 2.500 tra membri del battaglione Azov, membri della 36esima brigata volontari stranieri senza rischiare un massacro tra la popolazione locale.

Guerra Russia-Ucraina, Kiev: “Il leader ceceno Kadyrov aveva ricevuto un piano per uccidere Zelensky”. Il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha ricevuto un piano per assassinare il presidente ucraino Zelensky il 3 febbraio durante un incontro con il presidente russo Vladimir Putin. Lo ha detto il segretario del Consiglio nazionale di Sicurezza e difesa ucraino Oleksiy Danilov, parlando ad una radio ucraina, secondo quanto riporta l’agenzia Ukrinform. Secondo Danilov, il piano per eliminare il presidente ucraino era stato concordato in quella riunione e Kadyrov si era impegnato perché la propria unità cecena completasse la missione. L’intelligence di Kiev sta verificando. “Abbiamo monitorato tutti e tre i gruppi. Uno di loro è stato eliminato dai nostri militari. Due in seguito hanno lasciato il nostro paese. Uno ora si trova nella regione di Donetsk, l’altro nella città di Mariupol, ma non sono in prima linea”, ha precisato Danilov.

La Russia all’assalto dell’oro del Sudan e così con le ricchezze dell’Africa finanzia la guerra in Ucraina

L’attenzione della Russia alla conquista dell’Africa non poteva mica scordarsi di passare attraverso il Sudan, un Paese ricco e ancora largamente inesplorato. Le materie prime presenti nell’ex possedimento anglo egiziano sono notevoli ma qualcosa di facilmente sfruttabile e immediatamente fruibile deve aver attratto le attenzioni del Cremlino: l’oro.

Il nuovo legame tra Russia e Sudan si è manifestato chiaramente con l’astensione di Khartoum nel voto di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. La mozione approvata da 141 Paesi ha avuto 5 voi contrari (tra cui quello dell’ineffabile Eritrea) e 35 astensioni, appunto.

Un’astensione prevedibile dopo la recente visita a Mosca di una delegazione sudanese, capeggiata dal vicepresidente del Sudan, il tagliagole Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemetti, in passato uno dei capi dei janjaweed, i tristemente noti diavoli a cavallo (come li chiamava la popolazione) che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi

Dagalo, che è anche a capo delle Rapid Support Forces (RSF), il nuovo nome con cui di sono riciclati i janjaweed, ha incontrato anche il viceministro della Difesa russo, Alexander Fomin il 26 febbraio scorso, due giorni dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Durante i colloqui le due parti hanno concordato di incrementare la cooperazione militare. Finora non è trapelato nulla sull’accordo della costruzione della base navale russa a Port Sudan. Il governo di transizione ha comunque preso l’impegno di riesaminare la questione quanto prima.

Il vicepresidente sudanese ha avuto anche colloqui con il vice-primo ministro Alexander Novak. Le parti sono interessate a sviluppare la cooperazione in diversi settori, tra questi quello minerario e petrolifero, nonché nella costruzione di infrastrutture elettriche e l’uso pacifico dell’energia nucleare.

Ovviamente non poteva mancare un faccia a faccia con il potente ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Viktorovič Lavrov, che, secondo un comunicato rilasciato dal governo di transizione di Khartoum, ha detto che la Russia segue da vicino gli sviluppi in Sudan, e ha aggiunto di essere convinto che i sudanesi sapranno risolvere i loro attuali problemi, sottolineando “nessuna interferenza da parte di Mosca”.

Cameron Hudson, un ex alto funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ed esperto del Sudan presso l’Atlantic Council’s Africa Center, ritiene che la giunta di transizione spera chiaramente di ottenere, grazie alla la visita di Hemetti, il sostegno finanziario della Russia per sollevare l’economia deficitaria del Paese; potrebbe servire come una minaccia per l’Occidente, a meno che non riprenda i prestiti e trattenga le sanzioni, i militari al potere non esiteranno certamente di calarsi totalmente nell’orbita russa.

Come se non lo fosse già. Da anni sono presenti i mercenari russi del gruppo Wagner nel Paese, molto attivi già ai tempi dell’ex dittatore Omar al Bashir. Gerrit Kurtz, ricercatore del German Institute for International and Security Affairs, ha rivelato a al-Monitor, giornale on line, fondato dall’imprenditore arabo-americano Jamal Daniel, con base a Washinton DC, USA, che, in particolare Hemetti e le RSF hanno già beneficiato in passato dell’appoggio di Mosca, compresi contratti sull’estrazione mineraria, supporto nell’ambito delle comunicazioni e della sicurezza.

Non va dimenticato che il Sudan è ricco in giacimenti auriferi, eppure è una delle nazioni più povere al mondo. Per la maggior parte l’oro viene estratto in miniere a conduzione artigianale che mette in grave pericolo i minatori. Basti pensare che a dicembre sono morte oltre 30 persone nel West-Kordofan, in Darfur, in un giacimento che ufficialmente risultava chiuso.

Ma le autorità di Khartoum, in particolare il ministero delle Miniere, non si preoccupano più di tanto a far rispettare le leggi, come per esempio quella che vieta ai minatori artigianali di scavare oltre una certa profondità. Sta di fatto oltre l’80 per cento dell’oro estratto nel Paese proviene da questi siti informali, strettamente controllati dai militari e dove lavorano oltre 2 milioni di persone per un misero tozzo di pane.

Il numero due delle autorità di transizione ha interessi sostanziali nel settore. La sua azienda di famiglia, Al Gunade, è nell’estrazione e nel commercio dell’oro. Secondo documenti visti dalla ONG Global Witness, il Sudan esporta ogni anno 16 miliardi di dollari d’oro negli Emirati Arabi.

Anche i russi hanno ottenuto molte licenze, sembra che in un solo giorno l’ex dittatore Al Bashir ne abbia rilasciate 50, senza effettuare i dovuti controlli sulle compagnie russe, alcune delle quali senza esperienza nel settore.

E, secondo un’inchiesta di The Telegraph, la Russia avrebbe contrabbandato centinaia di tonnellate di oro dal Sudan negli ultimi anni.

Dal 2010 il Cremlino ha più che quadruplicato la quantità di oro detenuto nella Banca centrale, creando così un “forziere di guerra” attraverso un mix di importazioni dall’estero e vaste riserve d’oro interne come terzo produttore mondiale del prezioso metallo.

Sempre in base a The Telehraph, anche se le statistiche ufficiali non evidenziano esportazioni importanti di oro verso la Russia, un dirigente, che ha voluto mantenere l’anonimato, di una delle più grandi compagnie aurifere sudanesi ha detto al quotidiano inglese che il Cremlino è il più grande attore straniero nell’enorme settore minerario del Paese.

 20 Aprile 2022, inizia la SECONDA OFFENSIVA RUSSA in Ucraina, il 2 Aprile si era conclusa la PRIMA OFFENSIVA RUSSA incentrata su Kiev e risoltasi in un disastro.

11 aprile, 47° giorno di guerra.I separatisti filo-russi: “Preso il porto di Mariupol”. Borrell: “Servono più armi che .l’embargo su energia”. Il cancelliere austriaco da Putin: “Colloquio duro”.

MIFED: il mercato internazionale del cinema e del multimediale,

Copertina di Irlanda del Nord, i nazionalisti del Sinn Féin superano per la prima volta gli unionisti in Parlamento

Francia, Macron rieletto col 58% di voti. Le Pen al 41: estrema destra mai così forte dal 1958. Mélenchon: “Un oceano di astensionismo”.Una vittoria annuncia, ma mai così faticosa e in una Francia mai così spaccataEmmanuel Macron è stato rieletto presidente in Francia con il 58,54% dei consensi: è il terzo dopo Mitterrand e Chirac a ottenere un secondo mandato e a restare all’Eliseo. Ha vinto in un momento storico di grande instabilità, nonostante le grandi divisioni che non è riuscito a sanare nel Paese e sotto gli occhi di una dirigenza europea terrorizzata dall’ipotesi di una sconfitta. A non farcela invece, è stata Marine Le Pen. Ha perso, proprio come cinque anni fa, ma questa volta si è presentata sorridente davanti ai suoi: l’estrema destra ha ottenuto il 41,46% dei consensi13 milioni di voti e un risultato che nella Quinta repubblica, ovvero dal 1958, mai era stato così alto. “Per noi è un’eclatante vittoria”, ha proclamato. E nessuno può davvero smentirla. Macron, poco dopo, davanti ai sostenitori riuniti sotto la Torre Eiffel ha annunciato l’inizio di una nuova era, ma prima di tutto ha dovuto riconoscere quella parte di Paese che non l’ha voluto: “Dovrò rispondere alla rabbia”, ha detto.Al di là delle promesse, ora per i partiti francesi il pensiero è già alle elezioni legislative dei prossimi 12-19 giugno: perché con un Paese così spezzettato, è possibile pensare alla coabitazione, ovvero a una maggioranza in Parlamento che non sia di diretta emanazione del presidente della Repubblica. L’obiettivo fa gola a tanti. Intanto al Rassemblement National di Le Pen, che sogna la rivincita. Ma non è la sola forza ad ambire al colpo. E lo ha detto chiaramente, non appena chiuse le urne, proprio Jean-Luc Mélenchon: il leader della sinistra radicale può dare il via alla sua di campagna elettorale dopo il risultato sorprendente al primo turno. “Macron è stato mal rieletto in un oceano di astensione“, ha dichiarato. “Ora eleggetemi primo ministro, il terzo turno comincia stasera“.

 

 

 

 

 

Ballottaggi, per il centrodestra una débâcle ma chi perde di più è Meloni

Fratelli d’Italia, dopo due anni di ascesa ininterrotta, subisce il primo importante stop. Il verdetto conferma la difficoltà del centrodestra e in particolare delle sue formazioni maggiori, Lega e Fdi, di trovare candidati credibili a Roma come a Milano e in generale in tutte le grandi città. Questa tornata amministrativa è una sconfitta gravissima per il centrodestra. Ma a pagare il prezzo più alto è Giorgia Meloni, che, dopo due anni di ascesa ininterrotta, subisce il primo importante stop. La sconfitta di Enrico Michetti a Roma grava infatti soprattutto sulle sue spalle perché è la leader di Fdi ad aver sponsorizzato e fortemente voluto l’avvocato noto per le sue partecipazioni a una radio della Capitale. Un arresto che pesa e che meriterebbe un’attenta riflessione. Gli attacchi delle ultime settimane sulla vicinanza alla destra estrema non sono infatti sufficienti a spiegare le ragioni dell’esito elettorale.

Lega e Fdi hanno consapevolmente rinunciato a candidature forti a Roma e Milano

Un verdetto che conferma la difficoltà del centrodestra e in particolare delle sue formazioni maggiori, Lega e Fdi, di trovare candidati credibili a Roma come a Milano e in generale in tutte le grandi città. La sconfitta di Michetti brucia tanto quanto quella di due settimane fa nel capoluogo lombardo. Sono infatti due facce della stessa medaglia. La estrema competizione tra Meloni e Salvini ha paradossalmente convinto entrambi che l'obiettivo fosse anzitutto evitare che qualcuno potesse beneficiare del risultato elettorale. Si è preferito così rinunciare a candidature forti (almeno secondo quanto rilevato da tutti i sondaggi) come Albertini a Milano e Bertolaso a Roma che non sarebbero stati riconducibili all’uno o all’altra leader. È vero che entrambi hanno declinato l’invito, ma questo è avvenuto dopo aver preso atto che sulla loro possibile investitura c’era tutt’altro che un sostegno unanime.

Statuto M5s, per l’associazione Rousseau Vito Crimi non è più leader. Grillo smentisce: “Fino alla nomina del comitato resti capo politico”. Mentre in Senato si vota la fiducia a Draghi, nel Movimento 5 stelle si apre lo scontro anche sulla leadership interna. A metà giornata infatti, l’associazione Rousseau, ufficializzando il risultato del voto che ha abolito il ruolo di capo politico in favore di un comitato a 5, ha anche annunciato che “da oggi termina la reggenza di Vito Crimi“. Un annuncio però che l’associazione, presieduta da Davide Casaleggio, non era titolata a fare. Tanto che in serata è arrivata la replica di Beppe Grillo che ha confermato il ruolo del capo politico fino all’elezione dei cinque membri.“Caro Vito”, ha scritto Grillo nel messaggio poi pubblicato da Crimi su Facebook, “non ritengo di condividere l’assunto secondo il quale con la modifica odierna dello Statuto, cessando l’organo “capo politico”, cesserebbe anche la tua reggenza. A mio avviso, invero, la tua reggenza da capo politico resta in vigore, a prescindere dalle modifiche statutarie, fino a quando non saranno nominati i 5 componenti del nuovo Comitato direttivo, essendo del resto impensabile che il MoVimento resti privo di rappresentanza per tutto il tempo occorrente per portare a termine la procedura di nomina (raccolta delle candidature, voto e proclamazione)”. E ancora: “Comunque la tua reggenza da capo politico, fino a quando non saranno nominati i 5 componenti del nuovo Comitato direttivo, è avallata anche dall’art. 7, lett. d), dello Statuto, dove prevede che “Qualora la carica di un membro del comitato direttivo si renda vacante, il membro più anziano del Comitato di Garanzia, ne assume temporaneamente le veci”. A maggior ragione in questo caso specifico, in cui tutti i membri del Comitato direttivo devono ancora essere nominati”.

In sostegno di Crimi, nel corso della giornata, sono intervenuto vari parlamentari. “Vito Crimi resterà in carica fino all’elezione del comitato direttivo. Dispiace essere costretti a specificare una ovvietà del genere“, ha detto Francesco Silvestri, deputato e tesoriere del gruppo alla Camera. “Dispiace anche perché siamo costretti a disinnescare l’ultimo tentativo di delegittimazione nei confronti di chi ha preso sulle spalle il peso del Movimento in un momento difficilissimo, garantendo un grande impegno e una assoluta lealtà. A Vito Crimi il mio sostegno e anche il mio ringraziamento per tutto quello che ha fatto”. Tra le prime a chiedere il cambio al più presto era stata Barbara Lezzi: “Dobbiamo tutti ringraziare Vito Crimi per il lavoro svolto” ma adesso “non può più decidere nulla in nome e per conto del M5S”.

Dopo ore di silenzio, in serata è arrivata la nettissima replica di Crimi. “La mia funzione di reggenza, al contrario di quanto è stato erroneamente affermato, non è conclusa e, interpellato in tal senso il Garante Beppe Grillo, proseguirà fino a quando non saranno eletti i 5 membri del nuovo Comitato”, precisa il capo politico attaccando frontalmente Rousseau: “Non è stato convocato alcun conclave degli iscritti, la vita politica del M5S è coordinata dai suoi organi”.

 

12 nmarzo 2021 Letta dice sì: “Mi candido alla guida del Pd, non cerco l’unanimità ma la verità nei rapporti tra di noi”( una settimana prima si dimetteva Zingaretti all'indomani dell'ennesimo morbo "renziano" che sta rischiando di mangiare dall'interno lo storico partito).

Pasquino: “Renzi? Disastro per il centrosinistra e la cultura politica. Ha distrutto senza costruire”

COVID-

Covid, i dati – 56.015 nuovi casi e 158 decessi. In calo i ricoveri. Tasso di positività al 15,08%--10-05-22