INTERNOTIZIE CINE MOBILE di Rosy D.  
       

 

PRIMISSIMO PIANO

 

 

 

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Situazione Libia: Il maglio francese e l'accordo Minniti per la drastica riduzione degli sbarchi in Italia.

Si è tenuto oggi al palazzo dell’Eliseo di Parigi un vertice fra le più importazioni fazioni in lotta in Libia. Sponsorizzato dal presidente Emmanuel Macron, l’incontro ha riunito delegati di altri 20 paesi e 4 organizzazioni internazionali, ufficialmente per creare le condizioni per uscire dalla crisi. Formula piuttosto vaga dietro la quale si celano profonde differenze fra i promotori.

La Francia, in particolare, è tacciata da diplomatici di altri paesi di voler accelerare a tutti i costi il processo elettorale, iniziativa che secondo i suoi critici mira a rafforzare il generale Haftar, attore con cui Parigi si è più volte schierata in questi anni. Il comunicato emesso alla fine del vertice effettivamente impegna le parti a cercare di realizzare al più presto le elezioni; ma non è stato firmato e – a differenza delle bozze precedenti – non contiene un calendario né la minaccia di sanzioni verso chi non rispettasse l’esito del voto.

Dopo un incontro simile lo scorso luglio, l’Esagono continua a voler perseguire una propria agenda in Libia. A danno dell’Italia, sponsor del premier al-Serraj, riconosciuto dall’Onu. Gli attriti nordafricani fra Roma e Parigi sono figli di un’asimmetria nelle percezioni reciproche e nelle rispettive capacità di esercitare influenza oltre i propri confini. (29 maggio 2018) Al di là dell’emergenza migranti sostenuta in un clima di costante campagna elettorale, gli sbarchi nelle coste italiane non erano così contenuti da anni. Da gennaio 2018 ad oggi il numero è di 5 volte inferiore rispetto all’anno passato. Una vittoria amara dato che l’arresto degli arrivi è in parte il risultato del tanto criticato memorandum d’intesa dell’allora governo Gentiloni con il primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli, Fayez al Serraj.

Dall’est all’ovest. Nonostante le critiche contro le ripetute violazioni dei diritti umani del governo libico (ad oggi non firmatario della convenzione di Ginevra), la stretta sulle partenze c'è stata ed ha comportato lo spostamento parziale delle rotte migratorie. Il cambiamento dei porti di partenza ha così determinato una variazione della provenienza dei migranti. Così, a differenza degli anni passati, nei primi sei mesi del 2018 il maggior numero di migranti, sbarcati in Italia, ha dichiarato di esser di nazionalità tunisina. Tunisia. Nel 2017 la Tunisia era all’ottavo posto delle nazionalità arrivate in Italia. La maggior parte sono migranti economici alla ricerca di migliori condizioni lavorative. Il paese nordafricano, nonostante un’economia in crescita, ha ancora seri problemi di disoccupazione. Inoltre, le politiche di sviluppo attuate dal governo hanno portato a forti scontri, repressi anche con la forza, poiché hanno allargato il già notevole divario tra ricchi e poveri, aggravando la situazione nelle aree più vulnerabili. Oltre ai problemi economici, ci sono anche ancora leggi draconiane che colpiscono la comunità Lgbti, l’omosessualità è infatti punita con il carcere. Inoltre il governo, cavalcando l’onda di insicurezza e sotto il velo della lotta al terrorismo sta attuando azioni di contrasto che violano i diritti umani. Eritrea. Nei primi sei mesi del 2018 sono sbarcati in Italia 2.233 eritrei, la seconda nazionalità per numero. Le persone che fuggono dal paese, scappano da uno stato che impone il servizio militare a tempo indeterminato, limita la possibilità dei suoi cittadini di espatriare e usa questo escamotage per sfruttare gli arruolati in lavori pesanti. Il paese, da anni in tensione con i vicini, ha una delle economie più povere del mondo. Secondo i dati Unicef di giugno 2017, 22.700 mila bambini al di sotto dei 5 anni verserebbe in uno stato di malnutrizione acuta. Il paese non riconosce inoltre la libertà di culto, né quella di stampa. Sudan. Terzi nel 2018, noni nel 2017. Sono circa 1373 i migranti provenienti dal Sudan sbarcati in Italia. Un paese che in seguito alla scissione con il Sud Sudan, non ha mai trovato pace. Libertà d’espressione, di riunione e di stampa sono diritti costantemente calpestati dal governo d Khartoum. Gli arresti arbitrari hanno colpito anche esponenti del terzo settore e dell’opposizione politica. Inoltre il persistere dell’instabilità politica alimentata dagli scontri con i vicini del sud, ha alimentato le crescenti violazioni del diritto internazionale e di guerra anche con uccisioni sommarie di civili, stupri e saccheggi. Drammatica anche la situazione economica con aree come il Kordofan del Sud e Nilo Blu dove si stima che quasi il 40% della popolazione sia fortemente malnutrita. Nigeria. Nel 2017 è stata la nazionalità più diffusa tra i migranti, nel 2018 è la quarta. Ma questo non vuol dire che la situazione in Nigeria sia migliorata.  La minaccia di Boko Haram continua a flagellare parte del paese. Centinaia i morti nell’ultimo anno, con picchi di violenza che hanno portato allo sfollamento di intere comunità. Migliaia le persone costrette ad abbandonare le loro abitazioni. Come se non bastasse, la reazione dello stato al terrorismo sta portando all’aumento di casi di violenze e violazioni contro civili da parte delle forze governative. Arresti arbitrari anche di donne e minorenni, uccisioni sommarie e il mancato impegno del governo nel perseguire i responsabili delle violazioni accertate. La Nigeria inoltre persegue la comunità Lgbti, le donne sono vittima di leggi e consuetudini arretrate e ha una limitatissima libertà di stampa

Migranti, Onu: “Il patto con la Libia è disumano
Si tollerano le torture per evitare gli sbarchi”
; a 6 anni dalla morte di Gheddafi, sorgono di nuovo i campi di concentramento e sterminio. Tutti gli autori di questo patto devono essere portati alla sbarra per crimini contro l'umanità ad incominciare dal Ministro dell'Interno Italiota Pezzo di Merda Minniti, 14 novembre 2017

 

Il patto dell’Europa con Tripoli “è disumano e la sofferenza dei migranti detenuti nei campi in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”. Sono queste le parole durissime dell’Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad Al Hussein che è intervenuto per parlare delle politiche migratorie dell’Unione europea e in particolare dell’accordo del governo italiano con le autorità libiche

 

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Mondo

 

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ISIS-DAESH, Guerra dal Nord Africa all'Afghanistan (2011 [inizio della Primavera Araba]-?)

 

 

Egitto, bombe e raffiche di mitra contro
i fedeli in moschea: “235 morti, 109 feriti”
, 24-11-17

 

Iraq, Baghdad: “Caduta ultima roccaforte Isis,Tal Afar”. Coalizione: “Il califfato è alla fine”

Iraq, Baghdad: “Caduta ultima roccaforte Isis”. Coalizione: “Il califfato è alla fine”

 
MONDO

Il comandante dell’operazione militare nella regione, generale Abdul Amir Yarallah, ha detto che le forze lealiste hanno cominciato ad avanzare nel territorio urbano. Brett McGurk, inviato degli Stati Uniti: "Dal 2014, l’Isis ha perso il 95% del territorio che controllava in Iraq e in Siria". Forza iraniane: "Anche in Siria la vittoria è vicina"

Karim, l'italiano che combatte in Siria, racconta la campagna per riconquistare Raqqa

La presa di Tabqa da parte delle Forze siriane democratiche è stata un passaggio cruciale per l'assedio di Raqqa, durato fino al 17 ottobre e conclusosi con la sconfitta dell'Isis e la cacciata dei miliziani da quella che era considerata la capitale siriana del Califfato. Karim Franceschi, di Senigallia, è stato il primo italiano ad andare in Siria per combattere contro l'Isis a Kobane. Era il gennaio del 2015. Ora guida uno dei battaglioni internazionali d'assalto, che fanno parte dello Ypg curdo.

“Così abbiamo liberato Raqqa”. Parla l’italiano per 7 mesi in prima linea a combattere contro l’Isis, Claudio Locatelli

 

 

 

L'Iraq dopo Kirkuk riprende anche Sinjar ai curdi. Trump: "Noi non siamo con nessuno"

L'Iraq dopo Kirkuk riprende anche Sinjar ai curdi. Trump: "Noi non siamo con nessuno"
Milizie sciite festeggiano la ripresa di Kirkuk (reuters)

 

L'avanzata dell'esercito federale e delle milizie nel Kurdistan. Ripresi anche i pozzi di petrolio: minata l'autonomia del governo regionale che ha promosso il referendum per l'indipendenza. L'esercito federale iracheno e le milizie sciite di Hashad al Shaabi (mobilitazione popolare) continuano l'avanzata nei territori del nord dell'Iraq che da mesi erano sotto controllo dei peshmerga curdi. All'alba le milizie curde si sono ritirate da Sinjar, la città yazida che era stata liberata dai curdi dopo mesi di occupazione da parte dello Stato Islamico. Masloum Shingali, il comandante di una milizia yazida locale, ha detto che i soldati curdi hanno lasciato la città prima dell'alba e che poche ore più tardi sono arrivate la milizie sciite che combattono per il governo di Bagdad.

Il sindaco della città, Mahma Khalil, dice che ormai Sinjar è sotto il controllo delle forze del governo federale, e che non ci sono stati combattimenti, quasi ci fosse stata un'intesa fra i Peshmerga e le forze di Bagdad. 

L'offensiva del governo federale iracheno è iniziata nella notte di sabato innanzitutto contro Kirkuk, la grande città a 250 chilometri a nord di Bagdad che era stata occupata dai curdi, ma non fa parte della regione amministrativa del Kurdistan con popolazione curda, ma è abitata soprattutto da arabi e turcomanni. Liberata Kirkuk, le milizie dell'esercito popolare e quelle di "mobilitazione popolare" sciite hanno occupato anche tutti i maggiori campi petroliferi della zona: la tv di Bagdad sostiene che sono stati ripresi i pozzi di Havana e Bai Hassan, ad ovest di Kirkuk, dopo avere conquistato lunedì quelli di Baba Gurgur, a est.

A questo punto il governo di Bagdad avrebbe il controllo di circa 400mila dei 600mila barili di petrolio al giorno estratti nella regione del Kurdistan. Significa che il Krg, il Kurdistan regional government (che ha promosso il referendum per l'indipendenza) di fatto non ha più le risorse per mantenere la sua autonomia, e che quindi a parte la perdita di un territorio importante come quello di Kirkuk, l'autonomia sarebbe stata di fatto ridimensionata economicamente.
 
Nella notte per la prima volta il presidente americano Donald Trump ha commentato l'offensiva di Bagdad in Kurdistan: "Gli Stati Uniti non prenderanno posizione a favore dell'uno o dell'altro. Da molti anni abbiamo una relazione molto buona con i curdi e siamo anche stati dalla parte dell'Iraq, pur se non avremmo mai dovuto essere lì", dice Trump, che in passato aveva criticato l'intervento militare americano in Iraq.

Una portavoce del Dipartimento di Stato dice che Washington "è molto preoccupata per le notizie della violenza intorno a Kirkuk: sosteniamo l'esercizio pacifico dell'amministrazione congiuntamente da parte del governo centrale e del governo regionale, coerentemente con la costituzione irachena, in tutte le aree contese".
 
Gli Usa temono che lo scontro possa destabilizzare la coalizione che sta combattendo contro lo Stato islamico. Ma alcuni elementi lasciano pensare che le operazioni in Kurdistan non dovrebbero interferire in maniera negativa con l'offensiva contro lo Stato Islamico: innanzitutto il fatto che le aree ancora occupate dai terroristi del Califfato si sono molto ridotte, e che lo sforzo militare terrestre iracheno potrà essere molto più concentrato. Fra l'altro l'esercito iracheno e le milizie sciite in questi ultimi mesi hanno avuto modo di consolidarsi e rafforzarsi dopo le operazioni iniziali avviate con il sostegno degli Stati Uniti e dell'Iran che a terra ha sostenuto e organizzato soprattutto Hashad al Shaabi.
 
 

La provincia di Kirkuk, il cui capoluogo omonimo è situato 250 chilometri a nord-est di Bagdad e conta circa un milione di abitanti, è stata al centro di influenze e interessi contrastanti da quando, nel 1927, i britannici vi scoprirono il petrolio. Durante l'era del deposto e defunto presidente iracheno Saddam Hussein l'area era stata sottoposta a un processo di 'arabizzazionè forzata, come molte altre aree miste dell'Iraq.
Ma nel 2014, quando l'esercito federale abbandonò il nord del Paese di fronte all'avanzata dei jihadisti dell'Isis, le forze della vicina regione autonoma del Kurdistan occuparono la città e i siti petroliferi più importanti.

Da allora Kirkuk è rimasta sotto il controllo dei Peshmerga, e le autorità del Kurdistan avevano avviato un lento processo di integrazione che ha comportato la diffusione della lingua curda e la nomina di rappresentanti di questa etnia in posti chiave dell'amministrazione, compresa la polizia.

A Kirkuk vivono 850 mila abitanti, di cui un terzo curdi e un venti per cento turcomanni; nella sua area vengono estratti ogni giorno 400.000 barili di petrolio, quasi il 70% dei 600.000 che Erbil invia fino al terminal turco sul Mediterraneo di Cehyan, sbocco dell'oleodotto che parte proprio da Kirkuk. La crisi è precipitata con il referendum del 25 settembre per l'indipendenza voluto dal presidente del Governo regionale del Kurdistan, Massoud Barzan

Raqqa, caduta la capitale dell’Isis: “Completamente strappata al Califfato”. 3.200 morti nella battaglia finale – FOTO

 
Civili nelle strade di Raqqa liberata dall’Isis
 

"L’operazione militare è terminata, ma adesso portiamo a termine un’operazione di pulizia per porre fine alle cellule dormienti di Daesh che ci sono ancora", ha spiegato al telefono con l'agenzia spagnola Efe il portavoce delle Fsd, Talal Salu. Nei giorni scorsi circa 3mila civili e 275 jihadisti e foreign fighters erano stati evacuati dalla città grazie a un accordo tra le Forze democratiche siriane a maggioranza curda e lo Stato islamico

 

Cade la capitale dello Stato Islamico. Le forze curdo-siriane alleate degli Stati Uniti che combattono l’Isis, infatti, hanno confermato di avere interamente strappato Raqqa al controllo del Califfato. L’annuncio è stato dato dalle stesse Forze democratiche siriane (Sdf), a predominanza curda, sostenute dalla Coalizione internazionale a guida americana.

“A Raqqa l’operazione militare è terminata, ma adesso portiamo a termine un’operazione di pulizia per porre fine alle cellule dormienti di Daesh (acronimo arabo per indicare l’Isis ndr) che ci sono ancora”, ha spiegato al telefono con l’agenzia spagnola Efe il portavoce delle Fsd, Talal Salu, anticipando che le Forze democratiche siriane pubblicheranno a breve un comunicato proclamando ufficialmente la liberazione di Raqqa dall’Isis.

Gli ultimi combattenti jihadisti si erano trincerati in un’area molto ristretta del centro della città. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani tra di loro c’erano molti foreign fighters, cioè combattenti stranieri arrivati da altri Paesi arabi ma anche da Usa ed Europa per combattere nelle file dell’Isis. È sempre l’Osservatorio a tracciare una prima stima delle vittime della battaglia finale per riconquistare la roccaforte Isis: almeno 3.200 morti da giugno ad oggi, tra cui non meno di 1.100 civili. Almeno 267 i bambini e 194 le donne decedute.

Intanto sullo stadio di Raqqa è stata issata la bandiera dell’Ypg, le Unità di protezione del popolo curdo, la più potente delle fazioni che compongono l’alleanza curdo araba. Rojda Felat, comandante delle operazioni delle Forze siriane democratiche a Raqqa, ha dichiarato che sono in corso le operazioni per mettere in sicurezza lo stadio, ripulendolo dalle mine disseminate dai jihadisti. L’impianto sportivo è l’ultimo grande obiettivo riconquistato dalle Forze democratiche, mentre prima erano stati riconquistati l’ospedale, altra zona di resistenza delle milizie jihadiste, e piazza al Naim, divenuta celebre perché teatro delle esecuzioni pubbliche dei boia dell’Isis. 

Già domenica, quando era cominciato l’assalto finale alla città, centinaia di miliziani di Daesh e migliaia di civili, tra cui le famiglie degli stessi estremisti, erano stati evacuati da Raqqa in base a un accordo raggiunto tra le Sdf e lo Stato islamico, con la mediazione di capi tribali locali. Anche ai foreign fighters era stato permesso di lasciare la città, nonostante l’opposizione soprattutto dei servizi segreti francesi, convinti che in città si nascondessero anche le menti degli attentati di Parigi. Secondo le Sdf sono stati evacuati nei giorni scorsi circa 3mila civili e 275 miliziani dell’Isis, mentre tra i 250 e i 300 jihadisti stranieri

La gioia per la liberazione della città, però, lascia presto il posto alla situazione di emergenza in cui si trovano i sopravvissuti. “I bambini che si trovano nei campi intorno a Raqqa hanno raccontato ai nostri operatori che sono stati costretti a essere testimoni di esecuzioni e decapitazioni – spiega Save the Children in un comunicato – Hanno detto di aver visto amici e familiari saltare in aria a causa delle mine presenti sulle strade e di aver assistito a bombardamenti che hanno ridotto in cenere le case. Ci potrebbero volere molti anni per curare i danni psicologici che hanno subìto”, continua l’ong, che ha denunciato anche le condizioni delle “circa 270mila persone fuggite dai combattimenti a Raqqa che hanno urgentemente bisogno di aiuti, mentre i campi di sfollati sono al limite del collasso“.

La battaglia per liberare Raqqa è iniziata a giugno. La città era controllata dall’Is dal 2014 e si ritiene che da qui i miliziani pianificassero gli attacchi all’estero. È a Raqqa, infatti, che si concentravano migliaia di foreign fighters. Sempre a Raqqa, poi, l’Isis aveva organizzato la sua amministrazione locale che prevedeva tasse, burocrazia e polizia. È l’ultima grande città persa dallo Stato Islamico mentre la scorsa estate l’esercito iracheno, sempre coadiuvato dagli Stati Uniti, aveva espugnato Mosul.

 hanno rifiutato l’accordo.


 

 

 

Mosul, ultimo atto:il 9 luglio 2017 cade la seconda capitale del Califfato, un milione di profughi, oltre centomila civili uccisi, città rasa al suolo

Siria, 4 zone cuscinetto e cessate il fuoco: Russia, Turchia e Iran trasformano le loro aree di influenza in entità politiche (4 maggio 2017)

"La Troika Russia–Iran–Turchia è lo strumento più efficace per risolvere la crisi siriana", disse il 20 dicembre il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, nel corso di un vertice a Mosca. Ora arrivano i primi risultati dell'accordo. Tensione nel nord del Paese tra Ankara e Washington: "Se veicoli Usa continuano a sostenere l'avanzata dell'Ypg verso la città di Raqqa, potrebbero essere colpiti accidentalmente"

Quattro zone cuscinetto e il cessate il fuoco dal 6 maggio. Sono questi i termini principali di un memorandum d’intesa siglato giovedì 4 maggio ad Astana, in Kazakistan, fra i tre paesi garanti della tregua in Siria: Iran, Russia e Turchia.

 

 

 

 

Iraq, viaggio tra le rovine di Ramadi,la capitale del gigantesco ovest irakeno: liberata dall'Is, distrutta dalle bombe(1-5-16)

 

Iraq, viaggio tra le rovine di Ramadi: liberata dall'Is, distrutta dalle bombe
(ap)

 

Da sempre considerato ribelle e difficile da governare, il capoluogo sunnita della provincia di al Anbar è stato dominato dagli uomini di abu Musab al Zarkawi, il capo del ramo iracheno dell'organizzazione fondata da Bin Laden. E' stato lui a gettare le basi del Califfato. C'è voluto un anno per riconquistarla. Ma gli effetti della pioggia di raid aerei e degli ordigni eplosivi disseminati dai miliziani dell'Is prima di fuggire hanno trasformato la città. La reazione del governatore davanti ai giornalisti arrivati per un'intervista: "Andate subito via, restare è un suicidio". Ramadi è situata a 50 chilometri ad ovest di Bagdad, sulla medesima direttrice di Falluja, la città completamente annientata dagli statunitensi tra l'aprile ed il dicembre del 2004. Non solo annientata, ma fosforizzata e riempita di uranio impoverito, facendone una delle aree più contaminate di radiazioni ed agenti tossici dell'intero pianeta.

I marines assediarono e bombardarono Falluja nell’aprile di 6 anni fa, dopo che 4 dipendenti della compagnia di sicurezza Blackwater furono uccisi e i loro corpi bruciati e portati per la città. Dopo 8 mesi di stallo nelle operazioni, i Marines decisero di usare l’artiglieria e i bombardamenti aerei per piegare la resistenza. Utilizzando armi legali, fu detto. Prima che si scoprisse dell’uso del fosforo bianco, in grado di bruciare, a contatto con l’aria, pelle e carne su cui si deposita: un’arma illegale, in campi di guerra densamente popolati come una città. E ora il dubbio è “che siano state usate anche armi contenenti uranio, in qualche forma”, dice il dottor Busby.

I militari britannici, che affiancarono gli americani durante l’assalto, rimsaero esterrefatti notando il volume di fuoco impiegato per l’operazione. Falluja venne considerata una zona sulla quale poter sparare liberamente: “In una sola notte vennero lanciati 40 colpi di artiglieria pesante su un singolo settore della città”, ricorda il brigadiere Nigel Aylwin-Foster. Il comandante che ordinò quell’uso devastante di munizioni non lo considerò rilevante, tanto da non menzionarlo nemmeno nel rapporto al comandante delle truppe Usa.

 

 

 

 

Kabul, il mullah Omar è morto due anni fa,nel 2013

Lo hanno confermato i servizi segreti afgani, anche se gli integralisti insistono nel negare la morte del loro capo supremo, che sarebbe avvenuta nell'aprile 2013. Mistero sulle cause del decesso (29-07-15)

 

 

 

FRONTE DEL MEDITERRANEO

 

Migranti, ad aprile 2016 più sbarchi in Italia
che in Grecia: molti arrivati dall’Egitto
Brennero, “Austria: “Per ora no muro”
. Egitto, "400 migranti dispersi in un naufragio"

Ue: "Bene proposta italiana", ma Berlino boccia gli eurobond 
Intervista Il medico di Fuocoammare: "Andiamo a salvarli"

Gommone in avarìa nel Canale di Sicilia: 6 morti, 108 in salvo foto 

migranti-pp-990x192 (IL PICCOLO ALIAN, SIRIANO,6 ANNI, PER NON DIMENTICARE MAI COSA PURTROPPO E' CAPACE DI FARE L'UOMO SULL'UOMO A 70 ANNI DALLA CARNEFICINA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.....NON ABBIAMO IMPARATO NIENTE...)

Migranti, “700 bambini morti nel 2015
Raddoppiato numero totale vittime”
Appello Unicef: “Fermare l’ecatombe”

Traffico migranti, 7 arresti in tutta Italia

Egitto, "400 migranti dispersi in un naufragio"

Il gommone soccorso nel Canale di Sicilia (foto dalla nave Aquarius dell'Ong Sos Méditerranée)
Migranti, già superato record di sbarchi
"A fine anno saranno più di 100mila"
Lega: "Colpa di Renzi". Il Pd: "Sciacalli"

Migranti, già superato record di sbarchi "A fine anno saranno più di 100mila" Lega: "Colpa di Renzi". Il Pd: "Sciacalli"
 

Inchiesta sulla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013
Dossier / foto / video / Il viaggio di papa Francesco
Ieri nuova tragedia: 30 morti per asfissia


 

 

 


ECONOMIA ITALIOTA

 

 

 
 
 

 

Le sigle sindacali hanno proclamato l'astensione dal lavoro anche per i lavoratori saltuari che si aggiungono nei periodi di grandi consegne, come Black Friday e Natale (24-11-17)

‘Ecco come Amazon ci spreme fino allo sfinimento’

 

Piombino, “basta prese in giro, ora azioni legali”
Tre anni dopo il governo scopre il piano-bluff

 

Tre anni dopo i tweet di giubilo di Matteo Renzi, la situazione delle acciaierie di Piombino precipita definitivamente. Il rilancio dell’ex Lucchini per mano dell’algerino Issad Rebrab non avverrà. È stata un presa in giro, come la definisce il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Tanto che il sindaco Massimo Giuliani, che in questi anni di passione è arrivato a ospitare gli operai all’interno del Comune, lo dice senza giri di parole: “Evidentemente il ministro Calenda ha preso atto che non ci sono ulteriori fatti o documenti che facciano ritenere il piano industriale di Aferpi  attendibile, verosimile e fattibile

Redditi, Ocse: “Negli ultimi 30 anni quelli degli over 60 cresciuti del 25% in più rispetto a quelli dei 30enni”

Tra i ruderi dell'industria italiana

 

 

 

 

 

 

 

Disoccupazione, la verità nascosta

Disoccupazione, la verità nascosta

 

IL CROLLO ECONOMICO DI UNA NAZIONE TRA IL 2014 ED IL 2015

 

 

 

POLITICA ITALIOTA

 

 

 

CON RENZI DALL'ISONZO AL SESIA, e DAL SESIA ALL'arno IMMENSA AREA NO LEFT!!!Psicodramma Pd, Zingaretti: ‘Un ciclo è chiuso’
Ma i renziani: ‘Visto? Si perde anche senza di lui’
PD verso lo sfascio totale, non si sogna di espellere il Giglio di Merda che ha disintegrato una intera epoca storica di lotte e sacrifici massimi.

 

 

Pisa, Massa e Siena, addio alla Toscana rossa (leggi)Risultati – Terni alla Lega, Avellino e Imola a M5s
Matteo Orfini: “Su migranti e antipolitica abbiamo inseguito il racconto della destra” (video di M. Lanaro). Le amministrative comunali certificano l'annientamento di un partito liquefattosi all'indomani del fallimento del Referendum Costituzionale, 24 giugno 2018. L’elettorato di centrosinistra, invece, riesce a tenere serrati i ranghi quando il proprio candidato è al ballottaggio, mentre quando non c’è (come nel caso di Terni) si divide tra astensione (prevalente) e M5s. Anche in questi tempi di grandissima volatilità elettorale, insomma, si conferma solida la barriera fra centrodestra e centrosinistra. Per quanto riguarda il comportamento complessivo degli elettori, si nota “l’involontario mutamento che sta attraversando il il Pd, non più dominante al Nord”. Ma soprattutto: il centrodestra “sta mettendo solide radici nelle zone centrali del Paese”. Quindi il consenso per la Lega non è “episodico”. Diversa invece la situazione per i 5 stelle: da una parte si confermano i principali catalizzatori delle “seconde preferenze degli elettori” (hanno vinto 5 ballottaggi su 7), ma la “perdurante disorganizzazione a livello territoriale lo rende un partito d’opinione su scala nazionale” che “produce tensioni e incertezze nell’intero sistema politico, lacerato tra un faticoso tripolarismo nazionale e un più o meno imperfetto bipolarismo municipale”.

Il Pd è morto perché ha perso i suoi ideali

Il Pd ha perso i suoi elettori perché ha perso i suoi ideali, le associazioni di riferimento, gli intellettuali di riferimento, le sue basi culturali. Li ha persi nome dei suoi stessi malintesi ideali, per stare giustamente al passo (nel modo sbagliato, ingannati dal neoliberismo) con la modernità.

È nato come il “partito della Costituzione”. Ma poi ha litigato con la stragrande maggioranza dei costituzionalisti italiani, persino con i partigiani. Lo ha fatto varando, con una maggioranza parlamentare eletta in modo incostituzionale, una modifica in senso autoritario (certamente non in senso liberale) di un terzo della Costituzione. Ma l’Italia non ha bisogno di più leggi, in fretta. Ha bisogno di leggi migliori, fatte con attenzione, da parlamentari e istituzioni veramente sotto il controllo di chidetiene la sovranità. L’esatto contrario dell’idea di Renzi (e, prima di lui, gli altri nipotini di Veltroni: Letta, ecc.).

 

 

Ha ignorato o manipolato la domanda di moralizzazione del sistema politico (ridurre gli stipendi dei parlamentari) riducendola a una questione di costi (ridurre il numero dei parlamentari). A una domanda di “più democrazia” ha risposto: “riduciamo le istituzioni di controllo della democrazia”. La Rai e la pubblica amministrazione sono ancora politicizzate, perpetuando una soffocante “dittatura della mediocrità” premessa di ogni corruzione.

È nato come il “partito della giustizia sociale”, ma ha poi litigato con tutti gli economisti neo-keynesiani, e con il sindacato, perché ha preferito l’euro e il neoliberismo di Maastricht. A causa delle pressioni innescate dall’euro ha dovuto varare fra l’altro:

– il “pareggio in bilancio” in Costituzione, sancendo la rinuncia alle classiche politiche keynesiane di contrasto alla disoccupazione;

– il Jobs Act, perché in assenza di tassi di cambio aggiustabili, e di meccanismi alternativi (rifiutati dalla Germania) l’aggiustamento di eventuali divaricazioni competitive non può che farsi attraverso la precarizzazione e il deprezzamento del lavoro.

Ha così presieduto a un’impennata senza precedenti e tuttora irrisolta della prima causa di povertà e disagio sociale – la disoccupazione -, e a una diffusa precarizzazione del lavoro.

La disoccupazione a sua volta ha reso esplosiva la “questione migranti”, e lasciato alle classi popolari l’unica opzione di una “guerra fra poveri” tipicamente di destra.

È nato come il partito delle primarie aperte, il partito dell’articolo 49 della Costituzione (che imporrebbe la democrazia nei partiti). Ma ha poi organizzato primarie truffaldine, che un Pietro Scoppola (lo storico indipendente della sinistra cattolica, “garante” del Pd nella fase di gestazione) quasi piangente, nella primavera del 2007, fu sul punto di denunciare pubblicamente. Grazie a molteplici norme capziose, chi non è un maggiorente del partito e non controlla cordate non ha nessuna possibilità – non di vincere, ma – di partecipare in più del 10-12% dei collegi. Inoltre, nell’epoca dei social media, quando i giovani e la gente più che mai vogliono partecipare, i circoli del Pd sono stati trattati come meri centri di raccolta del consenso, privati di qualsiasi potere, titolari di una partecipazione meramente formale. Né alle associazioni ambientaliste, antimafia, per i dd.uu., ecc., sono stati riservati posti in Direzione nazionale.

La soluzione è un grande Congresso di rifondazione, preceduto da quattro grandi Conferenze programmatiche su “Democrazia”, “Economia e Classi popolari”, “I migranti e noi”, “Il Partito: democrazia e partecipazione”, dove il ruolo primario sia affidato agli intellettuali per la discussione, e alla base del partito per il voto (anche online?) delle tesi contrapposte. Si discuta apertamente:

1. di come moralizzare e democratizzare (nella sostanza) il sistema politico;

2. dell’euro, di Maastricht, e del perché la sinistra necessariamente muore in un simile contesto di regole economico-finanziarie; di come si possa superare questa situazione, non escludendo a priori alcuna opzione;

3. di come limitare l’immigrazione quando da noi c’è crisi, e di come integrare chi accogliamo;

4. di come attivare una partecipazione diretta dei circoli nelle scelte del partito; di come passare dalla cooptazione della classe politica alla democrazia delle pari opportunità per tutti.

Poiché il Pd è ormai largamente renzizzato, lo scontro politico-identitario vedrà probabilmente protagonista un gruppo neoliberale, che si strutturerà intorno all’ex segretario e a Calenda. Poi vi sarà, intorno al bravo Zingaretti, uno stormo di struzzi ex-Pci che non hanno capito la profondità del cambiamento necessario: quelli che pensano di risolvere andando a “battere i pugni a Bruxelles” (sai che risate i signori dello spread). L’unica speranza per il Pd è emerga un gruppo socialdemocratico neokeynesiano e neo-roosveltiano critico dell’eurozona, anticasta, innestato di giovani e teste pensanti, capaci di trovare strade nuove.

P.s.: Oggi su Repubblica Ezio Mauro scrive che gli italiani sono disposti a “scambiare la libertà con la protezione”. Non ha capito: gli italiani le vogliono entrambe!

Grazie, Oettinger

Dobbiamo essere grati al tedesco Gunther Oettinger (CDU) per aver detto apertamente una spiacevole verità: “I mercati… insegneranno agli italiani a non votare per i partiti populisti”. I veri amici sono quelli che ti mettono di fronte la realtà. La verità ci farà liberi. Angela Merkel aveva ricordato il giorno prima: “Anche con la Grecia di Tsipras all’inizio fu difficile, poi ci accordammo”. Poi… dopo che gli spread avevano piegato i greci ribelli, e consegnato al Consiglio Europeo un Primo Ministro greco in ginocchio. Piangendo implorò pietà per il suo popolo, e salvò il posto, ma dovette ingoiare condizioni durissime. Una scena che ricorda quando Marco Aurelio (179) o Costanzo II (369) ricevevano i capi germani sconfitti.

Il significato delle parole di Oettinger è questo. “Gli italiani non sono un popolo liberosono in una gabbia; e quanto più si lanciano contro le sbarre, tanto più si fanno male; i colpi che si infliggono sono il migliore modo per indurli a non riprovarci più”. Rimuovere questa semplice realtà per noi è disastroso. Tutti i politici italiani hanno protestato, ma con motivazioni diverse. Per il Pd (e alcuni eurocrati): “Sono dichiarazioni soprattutto stupide”. Ovvero: “molto meglio evitare, oltre il danno, anche le beffe”, per non aizzare gli italiani, complicando il lavoro ai secondini.  

 

 

Mai più, si chiude una delle legislature più di merda della storia repubblicana del cazzo

 

 

L’incontro a casa Boschi tra i vertici di Etruria e Veneto Banca ci fu. E tra i presenti c’era anche Maria Elena Boschi, ministra del governo Renzi. A confermare lo scoop del Fatto (leggi) è uno dei protagonisti, Vincenzo Consoli. “Il ministro partecipò a un incontro nella casa di famiglia nella Pasqua del 2014, per un quarto d’ora, nel quale non proferì parola”, ha detto l’ex ad di Veneto Banca davanti alla Commissione. Non solo, l’ex numero uno della banca veneta ha portato documenti e testimoni per suffragare la tesi delle ingerenze di via Nazionale (articolo di P. Fior) nel tentativo di imporre il matrimonio con Pop Vicenza

 di F. Q.

SIMONA GRANATI - CORBIS VIA GETTY IMAGES
 

Il cerchio si stringe attorno a Maria Elena Boschi e alla sua fragile difesa, audizione dopo audizione. Dice il ministro del Tesoro Padoan: "Io non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un'autorizzazione, la responsabilità del settore bancario è in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio". Traducendo in maniera un po' grossier dal linguaggio formale, significa: la Boschi non agiva nel mio conto. Concetto reso ancora più esplicito quando il senatore Augello, in commissione" chiede a Padoan: ma almeno l'allora ministro delle Riforme riferiva degli incontri con Consob, Bankitalia e l'ad di Unicredit Ghizzoni? Risposta: "Ho appreso di specifici incontri dalla stampa".

 

Etruria, il capo della Consob sconfessa la Boschi
Si è occupata da ministro della

Significa che Maria Elena Boschi non porta il risultato di cotanto attivismo e interessamenti né in colloqui informali col ministro competente né nella sede formale del cdm. Un ministro, giova ricordare, giura sulla Costituzione di "esercitare le proprie funzioni nell'interesse esclusivo della nazione". E dunque, si ripropone la domanda: a che titolo la Boschi si occupava del dossier banche, la cui responsabilità è "in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio?". O meglio: si occupava di banche nell'interesse del paese e dunque avrebbe dovuto riferire a Padoan degli incontri, o della banca di cui è vicepresidente il padre, animata da una preoccupazione privata?

 

Ricapitolando. Di quella banca parlò con il presidente di una autorità indipendente come la Consob Giuseppe Vegas, in più occasioni. In una per informarlo che il padre sarebbe diventato vicepresidente di Etruria; in un'altra per esprimergli, non si sa a che titolo dopo le parole di Padoan, "preoccupazione per il futuro del settore orafo perché a suo avviso c'era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla banca di Vicenza". La preoccupazione per il settore dell'oro, argomento degno di un confronto collegiale in cdm però non viene portato all'attenzione del ministro del Tesoro.

banca del padre(14-12-17)

 

Maria Elena Boschi si è occupata eccome dei problemi di Banca Etruria. Contrariamente a quanto affermò in Parlamento il 18 dicembre 2015. Giuseppe Vegas, ex parlamentare di Forza Italia oggi presidente (uscente) della Consob da un paio d’anni in rotta di collisione con il renzismo, gioca nella sua deposizione sui coni d’ombra temporali e lo dice senza mezzi termini: su Banca Etruria “ho avuto modo di parlare della questione con l’allora ministro Boschi”, che espresse “un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza”

 di F. Q.

Quando i gufi erano Renzi, Confindustria e Fitch
Il disastro dopo la vittoria del No? Non si è visto

 

Per dirla con Matteo Renzi, hanno perso i “gufi” e i “profeti di sventura”. Ma stavolta il gufo è lui. Insieme ai suoi fedelissimi e a centri studi, agenzie di rating e banche d’affari che, prima del referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale, avevano evocato scenari di caos politico e apocalisse economica in caso di vittoria del No. Un anno dopo, con il pil a +1,5%, l’Italia resta in coda alla classifica Ue ma ben lontano dal -0,7% paventato nel luglio 2016 da Confindustria. Ed è lo stesso Renzi a rivendicarlo. Negli ultimi 12 mesi, poi, non si sono registrate fughe di capitali né la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro

 di Chiara Brusini

Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: Mori e Dell’Utri condannati a 12 anni. Di Matteo: “Ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi”

Ai vertici del Ros inflitta la stessa pena del fondatore di Forza Italia. Otto anni a De Donno, ventotto a Bagarella, dodici a Cinà: sono stati tutti riconosciuti colpevoli di violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato. Prescritto Brusca, assolto Mancino per falsa testimonianza. Otto anni a Ciancimino per calunnia a De Gennaro. Il pm: "Mentre i giudici saltavano in aria qualcuno nelle Istituzioni aiutava i boss a ottenere i risultati chiesti da Riina"

 

Sette minuti e cinquanta secondi. Tanto ci ha impiegato il giudice Alfredo Montalto per dire che non solo la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma che ad averla fatta sono stati i boss mafiosi, tre alti ufficiali dei carabinieri e il fondatore di Forza Italia. Mentre la piovra assassinava magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, inermi cittadini nelle stragi di Firenze e Milano, uomini delle istituzioni hanno cercato un contatto: sono diventati il canale che ha condotto fino al cuore dello Stato la minaccia violenta dei corleonesi. Che alla fine hanno ottenuto un riconoscimento grazie a Marcello Dell’Utri, uomo cerniera di Cosa nostra quando s’insedia il primo governo di Silvio Berlusconi.

È una sentenza che riscrive la storia della fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda quella emessa dalla Corte di Assise di Palermo. E che il sostituto procuratore Nino Di Matteo, unico pm titolare dell’inchiesta sin dall’inizio, spiega così: “Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. E il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico“. Parole per le quali Forza Italia annuncia di querelare il magistrato della Direzione nazionale antimafia. 

 

 

Condannati boss, carabinieri e Dell’Utri – Il commento del pm, però, è legato allo storico dispositivo appena letto dai giudici che hanno condannato a dodici anni di carcere gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni. Stessa pena per l’ex senatore Dell’Utri e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina. Otto gli anni di detenzione inflitti all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, ventotto quelli per il boss Leoluca Bagarella. Per il cognato dei capo dei capi, dunque, una pena superiore rispetto ai sedici anni chiesti dai pm Di Matteo, Vittorio TeresiRoberto Tartaglia e Francesco Del Beneche invece per Mori volevano una condanna pari a 15 anni. Prescritte, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci.

La minaccia allo Stato – Sono stati tutti riconosciuti colpevoli del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice di penale: quello di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Hanno cioè intimidito il governo con la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Anzi degli esecutivi, cioè i tre governi che si sono alternati alla guida del Paese tra il giugno del 1992 e il 1994: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda. L’assoluzione di Mancino – Assolto dall’accusa di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste l’ex ministro della Dc Nicola MancinoMassimo Ciancimino, invece, è stato condannato a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro. Il figlio di don Vito, uno dei testimoni fondamentali del processo, è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici hanno inoltre condannato Bagarella, Cinà, Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno al pagamento in solido tra loro di dieci milioni di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si era costituita parte civile. Riscritta la storia della Seconda Repubblica – La parte lesa del processo sulla Trattativa è infatti il governo, intimidito dall’escalation di terrore intrapresa dai corleonesi dopo che diventano definitivi gli ergastoli del Maxi processo istruito da Falcone e Borsellino. C’è una data che cambia per sempre la storia d’Italia: il 30 gennaio del 1992. Quel giorno a Roma la Cassazione condanna i boss mafiosi al carcere a vita: è la prima volta che succede, nonostante i politici avessero assicurato il contrario. È il “fine pena mai” lo spettro che scatena la furia di Riina, capo dei capi di un’organizzazione criminale all’epoca titolare di un’enorme potenza di fuoco. Già dalla fine del 1991 il boss corleonese aveva cominciato a riunire periodicamente i suoi in un casolare in provincia di Enna per dettare la linea: in caso di pronuncia sfavorevole bisognava “pulirsi i piedi“. Bisognava, cioè, massacrare tutti quei politici che non avevano rispettato i patti. Il primo è Salvo Lima: la sua chioma bianca riversa nel sangue di Mondello il 12 marzo del 1992 è l’atto numero zero della guerra allo Stato. Ma è anche un messaggio diretto ad Andreotti nel giorno in cui iniziava la campagna elettorale per le politiche di aprile. “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”, scrive su La Stampa Falcone, poche settimane prima di saltare in aria nella strage di Capaci. 

Carabinieri e Forza Italia: il nuovo patto – Nel frattempo i carabinieri del Ros hanno già tentato di aprire un dialogo con la Cupola, agganciando Massimo Ciancimino e usando il padre Vito comeinterlocutore: per questo motivo Mori, De Donno e Subranni sono stati condannati per i fatti commessi fino al 1993. Con la loro condotta hanno cioè veicolato la minaccia di Cosa nostra fino al cuore dello Stato. La stessa cosa che ha fatto Dell’Utri, riconosciuto colpevole per i fatti commessi nel 1994. Come dire: la Trattativa tra mafia e Stato la aprirono i carabinieri, ma la portò avanti e la chiuse il fondatore di Forza Italia.

Di Matteo: “Sentenza storica” – “Che la trattativa ci fosse stata non occorreva che lo dicesse questa sentenza. Ciò che emerge oggi e che viene sancito è che pezzi dello Stato si sono fatti tramite delle richieste della mafia. Mentre saltavano in aria giudici, secondo la sentenza qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina e gli altri boss chiedevano. È una sentenza storica“, è commento del pm Di Matteo, che ha abbracciato il collega Tartaglia mentre i giudici leggevano il dispositivo. “La sentenza – ha aggiunto il pm – dice che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. La corte ritiene provato questo. Ritiene provato che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico”. “Il verdetto – ha detto invece Tartaglia  – dimostra che questo era un processo che doveva necessariamente essere celebrato. La procura ha lavorato bene, svolgendo con serietà e professionalità il proprio lavoro. Le polemiche e le critiche sono state esagerate: ma le abbiamo superate”.

Totò Riina morto, dalla scalata a Cosa nostra alle stragi: tutti i misteri del capo dei capi che dichiarò guerra allo Stato(17-11-17)

Totò Riina morto, dalla scalata a Cosa nostra alle stragi: tutti i misteri del capo dei capi che dichiarò guerra allo Stato

MAFIE

Dalla conquista della piovra, al biennio al tritolo, fino alla mancata perquisizione del covo. Tutte le domande senza risposta che il boss mafioso si è portato nella tomba dopo avere terrificato un intero Paese all'apice di un'escalation di violenza senza precedenti. Nato poverissimo in una famiglia di contadini, viddano sanguinario e analfabeta è rimasto irredibimibile fino alla fine. Stava scontanto 26 ergastoli per circa 200 omicidi

 

 

 

Partito di Renzi TRAVOLTO ALLE REGIONALI SICILIANE E NEL MUNICIPIO DI OSTIA sciolto per mafia, 06-11-17

POLITICA | Di F. Q.Pd. Ancora una Waterloo fragorosa per il Diversamente Statista Renzi, che dal 2014 non ne indovina una e se giocasse a ramino da solo perderebbe pure lì. D’Alema e Veltroni si dimisero per molto meno. Patetico il suo non averci voluto mettere la faccia. Micari, nonostante i discorsi dal pulpito, è riuscito a farsi votare meno del Poro Asciugamano. Come sempre ridicoli gli scaricabarile post-voto. Cerasa, non per nulla stimatissimo da Renzi, ha dato la colpa a Crocetta e Faraone a Grasso: una prece. Nel frattempo, il Pd muore per sua stessa mano. Ma vedrete che da domani torneranno a dirvi che “Renzi è un vincente”.Siciliani. Si dice che gli elettori abbiano sempre ragione. Ne prendo nuovamente atto. Anche se, più che un voto, quello di ieri mi è parso da parte loro un desiderio – più o meno consapevole – di eutanasia.Ventitré. Dopo 23 anni, questo paese vota ancora Berlusconi e derivati. C’è bisogno di aggiungere altro? C’mon meteorite.

 

Grasso, addio al veleno: ‘Pd senza futuro
mina le istituzioni, deriva imbarazzante’
La freddezza dei vertici: ‘E’ giusto così’

 

IL MERDELLUM ( dopo il crollo del Merdalicum nella disfatta referendaria, dopo l'affondamento della consulta del Porcatum, ecco un'altra Merdata....)

Approfittando dello sfinimento generale, il Merdellum pudicamente ribattezzato Rosatellum-bis avanza a passo di carica in commissione Affari costituzionali della Camera. Tg e giornaloni tengono fermi gli elettori, distraendoli col solito teatrino dei pupi (Pisapia attacca D’Alema, Vendola attacca Pisapia, Salvini attacca il telefono a Berlusconi, la Meloni attacca il telefono a Salvini, Delrio si attacca al tram sullo Ius soli e fa lo sciopero della fame contro il suo stesso governo, la Boldrini si attacca alla dieta Delrio, cose così). Intanto, nell’indifferenza-ignoranza dei più, il Quartetto Casta – Renzi, B., Salvini e Alfano – ci scippa ogni giorno un pezzo di sovranità. Per fermarli, il Fatto ha raccolto oltre 60 mila firme in cinque giorni all’appello dei costituzionalisti. Vi chiediamo di passare parola sui social: se qualcuno vi chiede perché, spiegategli come funziona – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 07 ottobre 2017, dal titolo “Il Merdellum-bis”.

2 nominati su 3.

Per 10 anni abbiamo avuto una legge elettorale che faceva nominare i parlamentari dai capi-partito su liste bloccate anziché farli eleggere dai cittadini con la preferenza (proporzionale) o nei collegi (uninominale). Siccome per la Consulta il Porcellum era incostituzionale, il Quartetto Casta ne ha escogitato un altro che prevede due terzi di nominati e un terzo di eletti. Due parlamentari su tre usciranno da circoscrizioni proporzionali, dove ogni partito presenta un listino bloccato da 2 a 4 candidati, scelti dai capi e dunque nominati perché non c’è preferenza e conta l’ordine di apparizione in lista. Uno su tre invece è scelto col maggioritario in collegi uninominali dove vince chi arriva primo, dunque conviene coalizzarsi col maggior numero di liste (vere o “civetta”) per raccattare almeno un voto più degli altri.

I supernominati.

Il primo Merdellum prevedeva 75-77 circoscrizioni proporzionali (8-9 eletti in media per ciascuna: totale 600, cioè 2/3 del Parlamento) e tanti collegi uninominali quanti sono i seggi assegnati con quel sistema (330, 1/3). Ma il Quartetto Casta s’è fatto due conti e ha scoperto che le circoscrizioni sono troppo piccole e numerose per garantire l’elezione ai candidati nei listini. Ecco dunque un emendamento per allargarle riducendone il numero: così più nominati avranno la poltrona assicurata.

I supermeganominati.

Due problemi. 1) I partiti, a parte il capo supremo, hanno poche facce spendibili sul territorio. 2) I vecchi politici sono così sputtanati che rischiano di non essere eletti nemmeno se si fanno nominare in un listino bloccato. Soluzione prêt-à-porter: ogni candidato può correre in un collegio e in 5 circoscrizioni.
Poi, se viene eletto in più posti, deve optare per il collegio uninominale; e, se è stato trombato in quello ma eletto in più circoscrizioni proporzionali, passa in quella dove la sua lista ha avuto più voti (nelle altre scatta il primo dei non eletti). Così è ancor più facile far passare chi vuole il capo, all’insaputa degli elettori.

Voto forzato.

Nei sistemi misti proporzional-maggioritari, tipo il tedesco a cui finge di ispirarsi il Rosatellum, c’è il voto disgiunto: voto il candidato che preferisco nel maggioritario e, nel proporzionale, posso scegliere un’altra lista che mi soddisfa di più. Col Rosatellum no: se voto un candidato uninominale, devo scegliere una delle liste che lo sostengono, e non altre.

Sbarramento col trucco.

Per evitare la dispersione dei partitini, c’è lo sbarramento del 3%: chi non lo raggiunge sta fuori dal Parlamento e i suoi voti se li dividono quelli che ci entrano. Ma Renzi e B. vogliono inventare liste civetta per fare massa nei collegi. Ed ecco il trucco: le liste coalizzate nei collegi che superano l’1% possono regalare i loro voti agli alleati, anziché disperderli. Così i cacicchi e capibastone, forti nel loro territorio ma deboli o sconosciuti nel resto d’Italia (Mastella nel Beneventano, De Luca nel Salernitano, Crocetta in Sicilia ecc.) potranno fondare una miriade di liste civiche per portare acqua in cambio di posti sicuri con gli alleati.

Sbarramento con truffa.

Gli alfaniani di Ap hanno due grane. 1) Il 3% se lo scordano, ma i loro ministri e parlamentari sono affezionatissimi alla cadrega, dunque non si accontentano di portare voti agli alleati col trucchetto dell’1%. 2) Sono divisi fra gli alfaniani filo-Pd e i lupiani (da Maurizio Lupi, con rispetto parlando) filo-FI. Detto, fatto. Un emendamento consente di eleggere senatori anche alle liste che non arrivano al 3% nazionale, purché lo superino almeno in tre Regioni (secondo i sondaggi l’Ap, con le sue clientele, è sopra il 3% in Sicilia, Calabria e Puglia). Così gli alfaniani potrebbero correre da soli e tornare in Parlamento con una pattuglia di senatori che poi si danno al miglior offerente: Renzi, B. o meglio Renzusconi.

Coalizioni finte.

Nel proporzionale i partiti corrono da soli. Nell’uninominale invece si coalizzano (volendo e potendo), ma per finta. Il Pd fa un Ulivetto bonsai con Pisapia e altri àscari; FI va con Lega, FdI, Rivoluzione Italiana (la bad company di B.) e un centrino (Fitto, Costa, Parisi, Verdini, Quagliariello…). Ma già sanno che non avranno il 50% per governare, quindi le alleanze serviranno solo per sbaragliare nell’uninominale i partiti solitari (M5S e Mdp), anche se valgono più di loro (M5S). Poi, la sera delle elezioni, Renzi e B. saluteranno i rispettivi alleati allergici all’inciucio (Salvini, Meloni e forse Pisapia, ma non è detto) e tenteranno di abbracciarsi in un bel governissimo. La prova? FdI presenta un emendamento per dare il premio di maggioranza a chi raggiunge il 40%. Ma Pd e FI lo bocciano: segno che non vogliono vincere per governare coi propri alleati, ma scaricarli subito dopo il voto e mettersi insieme alle spalle degli elettori. Firmiamo per fermarli.

Legge elettorale, un obbrobrio chiamato Rosatellum

Il Rosatellum-2 è peggio dell’Italicum, che era peggio del Porcellum

 

 

Tracollo PD ed M5S alle amministrative 2017

5 Stelle, le regole del suicidio perfetto

Diciamolo: l’impresa di restare fuori da tutti i ballottaggi che contano(tranne Carrara, ma nessuno è perfetto e qualcosa sfugge sempre) non era facile. Ma i 5Stelle – tutti, da Grillo in giù – ce l’hanno messa tutta e hanno centrato l’obiettivo. Litigare dappertutto, polverizzarsi in scissioni e sottoscissioni, infilare un autogol dopo l’altro fino a scomparire da tutte le grandi e medie città al voto e, non contenti, persino resuscitare il ripugnante bipolarismo centrodestra-centrosinistra, con particolare riguardo per il duoBerlusconi (vedi alla voce Graviano) – Salvini (vedi alla voce Le Pen). Questa è roba da professionisti. Chapeau.

Grillo se lo sentiva e infatti nel comizio semideserto a Genova se ne vantava, con una voluttà alla sconfitta quasi poetica, come se la disfatta fosse uno schema lungamente provato in allenamento: “Resteremo fuori da tutto, così nessuno verrà sotto casa a rompermi i coglioni perché il nostro sindaco non piace”. Di questo passo passerà alla storia, mutatis mutandis, come l’erede inconsapevole di quell’altro grande sconfittista che era Riccardo Lombardi, nel ritratto di Indro Montanelli: “Più che il potere, amava la catastrofe, per la quale sembrava che madre natura lo avesse confezionato… con un volto che il Carducci avrebbe definito ‘piovorno’, e di cui nessun pittore sarebbe riuscito a riprodurre le notturne fattezze senza ritrarlo su uno sfondo di cielo livido, solcato da voli di corvi e stormi di procellarie: questo era Lombardi, e così sempre mi apparve. In cosa consistesse il suo alto pensiero politico, non so. Ma non credo che sia la cosa, di lui, più importante”.

Ora che il capolavoro, almeno per questa tornata amministrativa, è compiuto, è bene riepilogarne le tappe, in quello che già si annuncia come un prezioso manuale di istruzioni per la Caporetto perfetta.

Mossa n. 1. Hai un sindaco, Federico Pizzarotti, che 5 anni fa ti ha fatto conquistare il primo capoluogo: Parma. Non ruba, governa benino, fa quel che può e annuncia solo quel poco che fa, sottovoce. È anche un gran rompicoglioni, refrattario agli ordini di scuderia. Tenerselo stretto e coprirlo di attenzioni, oltre a levargli ogni alibi per la fuga, sarebbe la migliore smentita ai detrattori che dipingono il Movimento come una caserma agli ordini di Grillo&Casaleggio. Ergo lo scaricano con una sospensione disciplinare di un anno, lo attaccano un giorno sì e l’altro pure, non lo chiamano mai, lo regalano agli avversari e candidano al suo posto un carneade che non mette in fila due parole in croce. Risultato: 3,18%.

Mossa n. 2. Genova è la città del fondatore, segnata dai disastri del Pd e poi della sinistra. Il luogo ideale per tentare il colpaccio. Che fare? Una bella rissa fra il capogruppo in Comune, Paolo Putti, e la capogruppo in Regione,Alice Salvatore. Il primo se ne va con tutti i consiglieri pentastellati e si associa alla sinistra. La seconda tenta di imporre il direttore d’orchestra Luca Pirondini. Che però alle Comunarie perde con tal Marika Cassimatis. Onde annientare le residue possibilità che questa ce la faccia, si annullano le Comunarie (spiegazione di Grillo: “Fidatevi di me”) per rifarle con un solo candidato: Pirondini. Che stavolta riesce a vincerle. Il Tribunale dà ragione alla Cassimatis e i 3 candidati di area si dividono i voti. Risultato: ballottaggio tra centrodestra e centrosinistra.

Mossa n. 3. Palermo è il capoluogo della prima Regione che potrebbe andare ai 5Stelle, ma il sindaco Leoluca Orlando pesca anche nel territorio di caccia grillino. I locali deputati pentastellati si mettono subito d’impegno e si fan beccare nello scandalo delle firme false: migliaia di nomi veri ricopiati in una notte per sanarne uno con la residenza sbagliata, il tutto nel 2012, quando il M5S non piazzò nemmeno un consigliere. I geni vengono indagati e interrogati dai pm, ma pensano bene di non rispondere. Grillo li sospende, quelli polemizzano pure. Le Comunarie le vince l’avvocato Ugo Forello, ex Addiopizzo, che si porta dietro una scia di sospetti sulle cause dei commercianti antiracket. Segue immancabile faida interna, con denunce in Procura e diffusione di un audio che spiega perché Forello non va bene. Risultato: Orlando sindaco per la quinta volta davanti a un suo ex fedelissimo passato a destra con la benedizione di Cuffaro.

Mossa n. 4. Taranto è l’ideale per i 5Stelle: il governo annuncia il “salvataggio” dell’Ilva che avvelena la città, con 6mila esuberi. Difficile mancare il ballottaggio. Ma si trova il modo: il vertice cittadino sostiene un candidato, ma altri Meetup si mettono di traverso con altri nomi (esattamente come a L’Aquila, a Piacenza, a Padova ecc.). Da Roma si pensa di non presentare il simbolo, magari appoggiando l’ex procuratore anti-Ilva Sebastio, sostenuto da liste civiche. Idea troppo brillante: si rischierebbe di vincere. Infatti subito accantonata. Le Comunarie last minute le vince con ben 107 voti l’avvocato Francesco Nevoli. Che inizia la campagna elettorale alla vigilia del voto. Risultato: solito ballottaggio destra-sinistra.

Mossa n. 5. Incassata la débâcle, si dà la colpa alle liste civiche coi partiti dietro; si vanta la “crescita lenta, ma inesorabile”; si esulta per i trionfi di Sarego e Parzanica; si fanno sparate anonime sui giornaloni contro i pochi volti noti e vincenti (Di Maio, Raggi, Appendino), in vista della grande, spettacolare, definitiva disfatta nazionale.

Prossima mossa. Vista la strepitosa riuscita del sistema di selezione a caso o a cazzo, si completa l’opera passando direttamente dall’“uno vale uno” al “l’uno vale l’altro”. Al posto delle Comunarie, sorteggio dei candidati dagli elenchi telefonici.

Pa, Madia: “Blocco turnover ingiusto ma la crisi pesa”. Pin per i servizi dal 2015

Il ministro spiega le linee guida del disegno di legge delega sulla riforma della Pubblica amministrazione: "Stop alle carriere automatiche: si andrà avanti solo per merito". Sul piano dei contenuti, un solo ufficio territoriale del governo per uscire "dall'idea della frammentazione"

Pa, Madia: “Blocco turnover ingiusto ma la crisi pesa”. Pin per i servizi dal 2015

 

 

 

 

Allarme demografico in Italia: nascite restano al minimo dall'Unit� d'Italia. Picco dei decessi dal dopoguerra

I dati dell'Istat. La popolazione residente in Italia si riduce di 139 mila unit�. Al 1 gennaio 2016 i residenti erano 60 milioni 656 mila. Centomila italiani (+12,4%) hanno lasciato Paese

DIARIO DELLA POLITICA ITALIANA DAL 2014 FINO AL 01 MARZO 2016

 

 

..Tutta la politca interna dalle amministrative regionali della primavera 2015, passando per le riforme delle banche popolari,al decreto milleproroghe, all'esplosione di forza italia,alla nuova responsabilita delle toghe,l'uscita di lupi,il veneto razzista, il reddito di cittadinanza finendo a pietro ingrao

 

Tutta la politica interna dall'uscita di cofferati dal pd al grillo leaks, dalla buona scuola a berlusconi che vuole le torri rai, salta il nazzareno, passa l'italicum, nasce la coalizione sociale(?) di landini,termina per sempre santoro, approvate stronzate come il voto di scambio e la riforma della pubblica amministrazione
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA ED ECONOMIA EUROPEA e Mondiale

 

Grecia, accordo all’Eurogruppo: uscita da piano di aiuti e alleggerimento del debito. Ma continua monitoraggio

Atene potrà posticipare di 10 anni, dal 2022 al 2032, il pagamento dei 110 miliardi di euro di prestiti ricevuti dal vecchio fondo salva-Stati Efsf. E si vede estendere di ulteriori 10 anni il 'periodo di grazia', quello in cui non scattano sanzioni se non si ripaga il prestito. Per accontentare Berlino, però, per i prossimi cinque anni rimarrà sotto stretta sorveglianza. Moscovici: "Crisi finisce stasera". Varoufakis: "Fanno il deserto e lo chiamano pace"

Bce, invece di fermare il QE dirottiamolo a sostegno di imprese e lavoro

L’annuncio – dato da Peter Praet, membro del comitato esecutivo dellaBanca centrale europea – che dal prossimo anno la Bce cesserà di acquistare titoli di Stato dei singoli Paesi membri ha subito messo in allarme molti governi dell’Unione a causa delle tensioni che questo provvedimento (peraltro inevitabile presto o tardi) creerà.

Il QE (Quantitative Easing) è una misura di sostegno monetario all’economia nazionale adottato per la prima volta in gran quantità dagliStati Uniti nel 2008 come difesa alla forte carenza di liquidità generata dalla Grande recessione iniziata nel 2007. Mediante la tecnica del QE laFederal Reserve americana acquistava (al ritmo di 50 miliardi di dollari al mese) titoli di Stato e obbligazioni industriali, togliendo quindi agli enti emittenti l’affanno di doverli collocare in un mercato che si trovava in quel periodo fortemente appesantito dalla crisi.

 

 

Il QE europeo si differenzia da quello americano soprattutto per il fatto che gli acquisti Bce riguardano solo titoli di Stato emessi dai paesi aderenti mentre la Fed acquistava anche titoli di imprese. In questo modo gli acquisti della Fed risultavano più efficaci in termini di liquidità diffusa sul territorio. La Fed poteva inoltre usare contemporaneamente anche la leva monetaria (svalutazione del dollaro) al fine di dare sostegno all’occupazione che è tra l’altro proprio una delle sue finalità costitutive, cosa che la Bce invece non ha.

Dato che in questo periodo si parla diffusamente della necessità di completare la costruzione di una Unione europea che non sia solo monetaria e dato che al tempo della nascita dell’euro non si è voluto né risolvere né scadenziare provvedimenti che andassero a risolvere questo gap iniziale, diventa necessario affrontare ora con coraggio e lungimiranza tutti i problemi sul tavolo tra i quali quello di dare alla Banca centrale completa operatività.

Tutti sanno bene l’ostacolo principale al raggiungimento di questo obbiettivo è stato fin dall’inizio l’elevato indebitamento che alcuni Stati avevano nel confronto con gli altri. Il requisito di “buona amministrazione” richiesto per far parte dell’Unione sarebbe certamente plausibile se fosse da parte di tutti accompagnato da ogni sforzo possibile per superare il gap. Invece non solo evidenzia a questo punto in molti casi la “spocchia” di chi vuol fare il primo della classe, ma nasconde addirittura una propensione a voler primeggiare in competizioni ad handicap impostate al contrario: cioè si fa partire avvantaggiati i più forti anziché i più deboli e si mantiene l’handicap per tutto il percorso. Un assurdo incredibile per chi volesse veramente costruire l’Unione profittando magari anche dei recenti cambiamenti politici e istituzionali in parte avvenuti, altri in corso di perfezionamento.

Gli ideali di una Unione dovevano essere quelli di chi, pur tra difficoltà consistenti, doveva tendere fin da subito a unire invece che mettere limiti, vincoli, paletti, per distinguere i “bravi” dai “cattivi”. Adesso sappiamo che non è possibile pretendere di fare unioni di questo genere ponendo pesantissimi vincoli che, oltre a essere molto difficoltosi da raggiungere per chi parte svantaggiato, si trova addirittura a competere con chi da quello svantaggio ne trova evidenti vantaggi. L’errore c’era già in partenza ed è ora di superarlo. Si può farlo in diversi modi. Uno (ottimo) è consigliato dal Nobel Joseph Stiglitz che consiglia un Europa con due euro (quello “sud” debole e quello nord “forte” per dare il tempo alle diverse economie di avvicinarsi), ma è ancora una Europa che vuole mantenere le distanze tra “ricchi” e “poveri”.

Bisogna trovare il coraggio di eliminare tutte queste divisioni e mettersi subito insieme, senza se e senza ma. Occorre recuperare l’entusiasmo e il coraggio per riunirsi ed eliminare gli “spigoli” più fastidiosi di questa Unione traballante. Proprio come hanno fatto Matteo Salvini e Luigi Di Maio per formare il governo d’Italia. Entrambi hanno rinunciato a molto, ma hanno raggiunto un traguardo che sembrava impossibile. Solo così, costruendo una vera Unione, si potranno eliminare gli egoismi dei forti e le invidie dei deboli. L’Europa non può più aspettare e non può dividersi più di quello che è già. Il mondo corre, noi (Europa) siamo quasi fermi da anni.

Per cominciare si potrebbe partire proprio dalla riforma della Banca Centrale consentendole di intervenire a sostegno delle imprese e contro ladisoccupazione con un QE mirato a questo scopo invece che a quello più generale di sostenere la liquidità monetaria, ora meno necessario ma di cui hanno beneficiato molto di più le banche che le aziende (e per niente i lavoratori). Si potrebbe fare agevolmente con emissioni speciali di titoli(cinquantennali?) degli Stati più colpiti dalla crisi dando così ampio tempo per recuperare. Non sto inventando niente, il Giappone già lo fa.

Disney acquista 21th Century Fox per 52,4 miliardi di dollari

Arriva l'ufficialità dell'accordo. Smembrato l'impero di Rupert Murdoch. Gli azionisti di 21st Century Fox riceveranno 0,2745 azioni Disney per ciascuna azione in loro possesso. Disney si assumerà anche 13,7 miliardi di debiti

Bitcoin, la miniera d’oro delle criptovalute nel deserto industriale bulgaro

Dove c’erano le industrie oggi si “fabbricano” criptovalute: scaffali pieni di computer e “minatori” davanti agli schermi. Si producono qui, vicino Sofia, perché l’energia costa un terzo

 

 

Qatar, l’isolamento diplomatico non minaccia l’impero del gas

Qatargas, la più importante società di gas naturale liquefatto del mondo, ha annunciato l’accordo a medio termine con Botaş Petroleum Pipeline Corporation (Botaş). Secondo le condizioni dell’accordo, Qatargas consegnerà 1,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto (Gnl) all’anno per tre anni. Saad Sherida Al-Kaabi, presidente e amministratore delegato di Qatar Petroleum e presidente del consiglio di amministrazione di Qatargas, ha dichiarato che questo nuovo accordo con Botaş rafforzerà ulteriormente il rapporto tra Qatar e Turchia.

Tutto ciò nonostante le misure diplomatiche e commerciali dei sauditi contro l’Emirato governato dalla famiglia Al-Thani. Il Qatar oggi è uno dei più importanti Paesi produttori ed esportatori di gas naturale e fornisce all’Italia ed a parte dell’Europa un prodotto che settimana dopo settimana arriva nei nostri porti e nei terminali di rigassificazione.

A causa dell’ dell’instabilità della Libia, di sicuro non più sinonimo di sicurezza, il Qatar oramai è il terzo fornitore di gas per il nostro Paese, avendo superato proprio oggi la Libia. Nel 2016, infatti, secondo i dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, Doha ha consegnato all’Italia 5,8 miliardi di metri cubi di gas, coprendo pressoché la totale fornitura di gas naturale liquefatto per il nostro Paese.

Il gas qatarino finisce al rigassificatore situato a Rovigo, denominato Adriatic Lng. Il rigassificatore di Rovigo, di cui Edison è azionista, è in grado di coprire circa il 10% della domanda nazionale di gas naturale, ovvero 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’impianto è gestito dalla società Adriatic LNG di cui Edison detiene una quota del 7,3%. Gli altri azionisti sono ExxonMobil Italiana Gas (70,7%) e Qatar Terminal Company Limited (22%). Il terminale Adriatic LNG è la prima struttura off-shore al mondo in cemento armato per la ricezione, lo stoccaggio e la rigassificazione di gas naturale liquefatto (Gnl).

Persino la Russia, regina dell’export si è dovuta inchinare dinanzi al Qatar. Infatti la capacità di liquefazione della Russia, nonostante le enormi riserve, è inferiore ai 30 milioni di tonnellate l’anno, contro i poco meno di 80 milioni del Qatar. A quanto pare il Qatar può godere del sostegno dell’Iran, due Paesi uniti proprio nel gas. Si tratta del South Pars/North Dome, considerato ad oggi il più grande giacimento di gas al mondo. Se la parte principale del giacimento si trova sotto la sovranità del Qatar, la parte rimanente appartiene invece all’Iran. Proprio quest’ultimo resta un produttore di alcune qualità di greggi impiegati a livello internazionale nella realizzazione di benzine e gasoli indispensabili ma che dopo la fine delle sanzioni non ha ancora raggiunto la fluidità commerciale tale da garantire la tranquillità contrattuale ed economica di prodotti e servizi con le aziende estere.

Pur di giocare ancora un ruolo geopoliticamente importante, gli iraniani hanno garantito a Doha una serie di rifornimenti fondamentali per la popolazione qatarina e soprattutto lo spazio aereo vitale alla sopravvivenza della stessa Qatar Airways all’indomani della clamorosa decisione del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e dell’Egitto nei confronti proprio del Qatar.

La partita energetica è appena iniziata e le draconiane posizioni dei sauditi sono relative ad un pericoloso asse Iran-Qatar. L’obiettivo è evitare il monopolio e una stabilizzazione dell’area tornando ad avere una fetta della torta equamente divisa anche se il Qatar ha ancora una carta da giocare, quel del gasdotto Dolphin, che con i suoi quasi 400 km trasporta il gas verso proprio gli Emirati Arabi e Oman.

 

Catalogna, le reazioni su Twitter dopo il discorso di Puigdemont: “Indipendenza durata 6 secondi. Se l’è fatta sotto”

 

 

 

Catalogna, l’ottusità di Madrid e i rischi concreti di una guerra civile

 

 

Steve Bannon e lo spauracchio Cina: o alleanza o Terza guerra mondiale

 

Germania, negazionisti che sostengono Hitler ed ex collaboratori della Stasi: chi sono i nuovi deputati eletti da AfD( Alternative fur Deutschland)

La Brexit? Era uno scherzo

Muore Charles Manson, il neo nazi made in USA, autore nel 1969 della strage di Bel Air. Aveva 83 anni, 17-11-17

 

 

 

 IMPUNITA' GIUDIZIARIA

 

 

Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: Mori e Dell’Utri condannati a 12 anni. Di Matteo: “Ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi”

Ai vertici del Ros inflitta la stessa pena del fondatore di Forza Italia. Otto anni a De Donno, ventotto a Bagarella, dodici a Cinà: sono stati tutti riconosciuti colpevoli di violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato. Prescritto Brusca, assolto Mancino per falsa testimonianza. Otto anni a Ciancimino per calunnia a De Gennaro. Il pm: "Mentre i giudici saltavano in aria qualcuno nelle Istituzioni aiutava i boss a ottenere i risultati chiesti da Riina"

 

Sette minuti e cinquanta secondi. Tanto ci ha impiegato il giudice Alfredo Montalto per dire che non solo la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma che ad averla fatta sono stati i boss mafiosi, tre alti ufficiali dei carabinieri e il fondatore di Forza Italia. Mentre la piovra assassinava magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, inermi cittadini nelle stragi di Firenze e Milano, uomini delle istituzioni hanno cercato un contatto: sono diventati il canale che ha condotto fino al cuore dello Stato la minaccia violenta dei corleonesi. Che alla fine hanno ottenuto un riconoscimento grazie a Marcello Dell’Utri, uomo cerniera di Cosa nostra quando s’insedia il primo governo di Silvio Berlusconi.

È una sentenza che riscrive la storia della fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda quella emessa dalla Corte di Assise di Palermo. E che il sostituto procuratore Nino Di Matteo, unico pm titolare dell’inchiesta sin dall’inizio, spiega così: “Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. E il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico“. Parole per le quali Forza Italia annuncia di querelare il magistrato della Direzione nazionale antimafia. 

 

 

Condannati boss, carabinieri e Dell’Utri – Il commento del pm, però, è legato allo storico dispositivo appena letto dai giudici che hanno condannato a dodici anni di carcere gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni. Stessa pena per l’ex senatore Dell’Utri e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina. Otto gli anni di detenzione inflitti all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, ventotto quelli per il boss Leoluca Bagarella. Per il cognato dei capo dei capi, dunque, una pena superiore rispetto ai sedici anni chiesti dai pm Di Matteo, Vittorio TeresiRoberto Tartaglia e Francesco Del Beneche invece per Mori volevano una condanna pari a 15 anni. Prescritte, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci.

La minaccia allo Stato – Sono stati tutti riconosciuti colpevoli del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice di penale: quello di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Hanno cioè intimidito il governo con la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Anzi degli esecutivi, cioè i tre governi che si sono alternati alla guida del Paese tra il giugno del 1992 e il 1994: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda. L’assoluzione di Mancino – Assolto dall’accusa di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste l’ex ministro della Dc Nicola MancinoMassimo Ciancimino, invece, è stato condannato a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro. Il figlio di don Vito, uno dei testimoni fondamentali del processo, è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici hanno inoltre condannato Bagarella, Cinà, Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno al pagamento in solido tra loro di dieci milioni di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si era costituita parte civile. Riscritta la storia della Seconda Repubblica – La parte lesa del processo sulla Trattativa è infatti il governo, intimidito dall’escalation di terrore intrapresa dai corleonesi dopo che diventano definitivi gli ergastoli del Maxi processo istruito da Falcone e Borsellino. C’è una data che cambia per sempre la storia d’Italia: il 30 gennaio del 1992. Quel giorno a Roma la Cassazione condanna i boss mafiosi al carcere a vita: è la prima volta che succede, nonostante i politici avessero assicurato il contrario. È il “fine pena mai” lo spettro che scatena la furia di Riina, capo dei capi di un’organizzazione criminale all’epoca titolare di un’enorme potenza di fuoco. Già dalla fine del 1991 il boss corleonese aveva cominciato a riunire periodicamente i suoi in un casolare in provincia di Enna per dettare la linea: in caso di pronuncia sfavorevole bisognava “pulirsi i piedi“. Bisognava, cioè, massacrare tutti quei politici che non avevano rispettato i patti. Il primo è Salvo Lima: la sua chioma bianca riversa nel sangue di Mondello il 12 marzo del 1992 è l’atto numero zero della guerra allo Stato. Ma è anche un messaggio diretto ad Andreotti nel giorno in cui iniziava la campagna elettorale per le politiche di aprile. “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”, scrive su La Stampa Falcone, poche settimane prima di saltare in aria nella strage di Capaci. 

Carabinieri e Forza Italia: il nuovo patto – Nel frattempo i carabinieri del Ros hanno già tentato di aprire un dialogo con la Cupola, agganciando Massimo Ciancimino e usando il padre Vito comeinterlocutore: per questo motivo Mori, De Donno e Subranni sono stati condannati per i fatti commessi fino al 1993. Con la loro condotta hanno cioè veicolato la minaccia di Cosa nostra fino al cuore dello Stato. La stessa cosa che ha fatto Dell’Utri, riconosciuto colpevole per i fatti commessi nel 1994. Come dire: la Trattativa tra mafia e Stato la aprirono i carabinieri, ma la portò avanti e la chiuse il fondatore di Forza Italia.

Di Matteo: “Sentenza storica” – “Che la trattativa ci fosse stata non occorreva che lo dicesse questa sentenza. Ciò che emerge oggi e che viene sancito è che pezzi dello Stato si sono fatti tramite delle richieste della mafia. Mentre saltavano in aria giudici, secondo la sentenza qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina e gli altri boss chiedevano. È una sentenza storica“, è commento del pm Di Matteo, che ha abbracciato il collega Tartaglia mentre i giudici leggevano il dispositivo. “La sentenza – ha aggiunto il pm – dice che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. La corte ritiene provato questo. Ritiene provato che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico”. “Il verdetto – ha detto invece Tartaglia  – dimostra che questo era un processo che doveva necessariamente essere celebrato. La procura ha lavorato bene, svolgendo con serietà e professionalità il proprio lavoro. Le polemiche e le critiche sono state esagerate: ma le abbiamo superate”.

 

 

FonSai, rinviati a giudizio Ligresti e l’ex presidente della vigilanza, Giannini

 

 

 

 

DISASTRO CLIMATICO E MORFOLOGICO ITALIOTA

 

 

Terremoti, una “finestra” sotto il mar Ionio spiega l’allontanamento della Sicilia dalla Calabria

Terremoti, una “finestra” sotto il mar Ionio spiega l’allontanamento della Sicilia dalla Calabria

 

La scoperta avrà importanti implicazioni per capire meglio come si formano le catene montuose e come questi processi siano legati ai forti terremoti storici registrati nelle due regioni

 

 

 

PERCHE' IL SEVESO ESONDA A MILANO?

 

 

LA STORIA, cultura, scienza, tecnica

 

 

 

 

 

'Oumuamua, il primo asteroide interstellare mai osservato

'Oumuamua, il primo asteroide interstellare mai osservato
Credit: ESO/M. Kornmesser 

 

Lungo, con una luminosità estremamente variabile e rossiccio. E' stato avvistato dal Canada-France-Hawaii Telescope e la sua traiettoria ha origine fuori dal nostro Sistema solare

 

 

 

DAI GALLI INSUBRI AI ROMANI. DALL'EPOCA REPUBBLICANA A QUELLA IMPERIALE

 

 

 

 

MEDIOLANUM CAPITALE DELL'IMPERO ROMANO (285 d.C. - 476 d.C.) DA MASSIMIANO A TEODOSIO IL GRANDE

Ormai la città era diventata influente ed importante e gli imperatori, al varo della Tetrarchia voluta da Diocleziano allo scopo di consolidare strutture e confini di un impero sempre più vasto,decisero di farne capitale . Il confine nord in quel momento storico era a 400 chilometri e l'esistenza di un centro vasto come Mediolanum rispondeva perfettamente alle esigenze di difesa contro le invasioni barbariche sempre più frequenti.

IL PODEROSO SVILUPPO URBANISTICO TARDO-IMPERIALE

 

 

 

In via Boffalora riceve le acque del Deviatore Olona. Sottopassa il Naviglio Pavese vicino a Chiesa Rossa (ricevendone anche parte di portata) e lascia la città in direzione Rozzano sempre a cielo aperto. Dopo aver attraversato il pavese sfocia nel Lambro a Sant’Angelo Lodigiano.

Il Lambro

Molti, per differenziarlo dal Colatore Lambro Meridionale, preferiscono indicarlo come Lambro Settentrionale. Ma il suo nome originale è Lambro. Nasce dai Monti del San Primo a Magreglio. Arriva da Monza attraverso Cologno Monzese e nella zona di Cascina Gobba sottopassa il Naviglio Martesana ricevendone le acque in eccesso. Entrato nel territorio comunale di Milano attraversa il parco Lambro, viale Forlanini, Cascina Monluè ed esce in zona Peschiera Borromeo. A Melegnano riceve le acque della Vettabbia e Cavo Redefossi, mentre a Sant’Angelo Lodigiano riceve il Colatore Lambro Meridionale. A Senna Lodigiana confluisce nel Po.

La situazione attuale:
Il Lambro risulta completamente scoperto come fiume nonostante la scarsa qualità delle sue acque. La sua posizione periferica l’ha preservato dalla tombinatura selvaggia che hanno subito i canali milanesi. Sicuramente la sua portata risulta aumentata in quanto nel corso dei secoli è diventato lo scolmatore delle acque di Milano. Tutto l’attuale sistema idrico di Milano scarica direttamente o indirettamente nel Lambro (Vettabbia, Redefossi e Lambro Meridionale). L’unica via di uscita “alternativa” delle acque da Milano è il Naviglio Pavese.

Cosa resta a Milano…
A Milano del suo passato fluviale, oltre il Naviglio Grande, la Darsena e il Naviglio Pavese resta veramente poco. Il mio auspicio personale è che presto vengano riattivati i percorsi storici, ovviamente non prima di una depurazione delle acque a monte della città, di una razionalizzazione dei percorsi dove riaprire i canali e una buona manutenzione negli anni a venire. Togliere definitivamente le auto dal centro, potenziando il trasporto pubblico (magari anche idrico!) e restituendo l’acqua sarebbe un gran bel sogno…per adesso accontentiamoci di ricordare la città com’era con i suoi canali attraverso le foto in bianco e nero!

A chi fosse interessato ad approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro: “Viaggio nel sottosuolo di Milano tra acque e canali segreti” di M. Brown, A. Gentile e G. Spadoni – Editore Comune di Milano, non più disponibile in commercio ma a disposizione presso le biblioteche comunali rionali di Milano e il consorzio di biblioteche CSBNO, da cui sono state tratte la maggior parte delle immagini di questo articolo e con cui mi sono documentato per scriverlo.

 

http://vecchiamilano.wordpress.com/2011/07/28/i-canali-di-milano-2-parte/

 

Arminio

 

Germania Magna

 

Spedizione germanica di Germanico (14-16 d.C.)

 

Maroboduo alleato di Roma contro Arminio

 

Guerre marcomanniche (166-189 d.C.)

 

Invasioni barbariche del III secolo (212-305 d.C.)

 

Battaglia di Adrianopoli (378)

 

Attraversamento del Reno (31 dicembre 406)

 

 

Odoacre Rex gens Germanicorum, Patrizio della diocesi d'Italia fino al 488

 

 d.C.

 

Teodorico Re ostrogoto e Patrizio d'Italia suddito dell'Impero d'Oriente (493-526 d.C.)

 

 

 

http://www.skuola.net/storia-arte/medioevo/storia-arte-medievale.html

 

 

 

IL DISASTRO DELLE INVASIONI BARBARICHE E LA CADUTA DELL'IMPERO

 

 

 

Le mura aureliane, da Porta san Sebastiano a Porta Ardeatina.

Belisario entra a Roma

Il 9 dicembre (o il 10) del 536 Belisario entrò trionfante a Roma, nella antica capitale dell'impero romano, dove oramai i fausti di un tempo erano solo un lontano ricordo, Roma aveva solo 50.000 abitanti, Belisario non trovò resistenza da parte degli ostrogoti, per poter prendersi la città, ma subito saputa la notizia un esercito ostrogoto che si trovava nel nord Italia si mise in marcia per andar a riprendersi la città. Belisario quindi inviò un suo ufficiale che consegnò le chiavi di Roma all'Imperatore Giustiniano I, e che portò prigioniero a Costantinopoli il generale ostrogoto che aveva consegnato la città. Belisario si accorse subito che la situazione delle mura aureliane (le mura di Roma) era pessima, e quindi provvide subito a farle riparare, visto che era stato informato che gli ostrogoti si stavano avvicinando.

Nel febbraio del 537, trentamila ostrogoti si trovavano alle porte di Roma, pronti ad assediare la città, per fermare l'avanzata dei Bizantini capitanati dal generale Belisario, e prendere il possesso dell'ex capitale dell'impero.

Belisario si trovava svantaggiato, aveva solo cinquemila uomini, non sufficienti per la difesa della città, e le mura aureliane erano facilmente espugnabili dato il loro cattivo stato. Gli ostrogoti si posizionarono attorno alla città, costruendo sette accampamenti onde bloccare l'arrivo di rifornimenti e iniziarono i preparativi. Inoltre tagliarono i quattordici acquedotti della città per lasciare la popolazione senz'acqua.

Belisario, per fronteggiare la situazione, prese i seguenti provvedimenti:[1]

  1. per impedire ai Goti di penetrare nella città attraverso gli acquedotti (come aveva fatto Belisario stesso, tra l'altro, per espugnare Napoli pochi mesi prima), li fece ostruire con un solido muro.
  2. pose a custodia delle porte uomini fidati. In particolare Belisario decise di sorvegliare egli stesso la Salaria e la Pinciana, mentre affido a Costanziano la custodia della Flaminia. Una porta venne serrata con un cumulo di pietre per impedire a chicchessia di aprirla.
  3. infine decise, per provvedere ai bisogni della popolazione, di costruire dei rudimentali ma ingegnosi mulini ad acqua sfruttando le acque del Tevere. I Goti, avutene notizia da disertori, tentarono di sabotare l'invenzione gettando nelle acque del Tevere alberi e cadaveri. Belisario però riuscì a contrastare i loro tentativi di non far funzionare i mulini ad acqua con delle funi di ferro che andavano da una riva all'altra del Tevere e che impedivano agli oggetti gettati dai Goti nel fiume di proseguire oltre. In questo modo impediva inoltre ai Goti di entrare in città tramite il fiume Tevere.

All'alba del diciottesimo giorno d'assedio gli ostrogoti attaccarono, ma la loro disorganizzazione e l'inesperienza nell'uso delle macchine d'assedio permise ai bizantini di ottenere una facile vittoria, mietendo un gran numero di vittime tra le file nemiche.[4] L'assalto iniziò con i Goti che facevano avanzare le torri d'assedio verso le mura. Belisario ordinò allora agli arcieri di mirare di proposito ai buoi che trainavano le torri in modo da ucciderli e da impedire alle torri di essere trasportate fino alle mura; la strategia funzionò e i Goti si trovarono con un'arma inutilizzabile.[4]

Vitige decide quindi di cambiare strategia: ad una parte del suo esercito ordinò di tenere occupato Belisario nella difesa della Porta Salaria tramite il lancio di strali sopra i merli, mentre lui e un'altra parte dell'esercito avrebbero tentato l'attacco alla Porta Prenestina, più facile da espugnare per il debole stato delle mura.[4] Bessa e Peranio, i generali a difesa della porta e delle mura circostanti, chiesero allora aiuto a Belisario, il quale, affidata a un suo amico la difesa della Porta Salaria, andò subito a soccorrere la porta Prenestina.[5] Belisario, vedendo le mura in cattivo stato, ordinò ai suoi uomini di non respingere il nemico: lasciò pochi uomini a difesa dei merli mentre il fior dell'esercito venne collocato vicino alla Porta. I Goti, entrati da un foro nelle mura, vennero qui sconfitti e costretti alla fuga. Le loro macchine d'assedio vennero date alle fiamme.

Un'altra parte dell'esercito goto assalì nel frattempo la Porta Aurelia, difesa da Costantino. Quest'ultimo aveva con sé pochissimi uomini in quanto il Tevere, che scorreva vicino alla porta e al muro, sembrava proteggerlo abbastanza da un assalto goto e si preferì lasciare ben difesi parti di mura più importanti.[4] I Goti, valicato il Tevere, assaltarono la Porta e il Muro con ogni macchina d'assedio di sorta (soprattutto scale) e tirando frecce contro gli Imperiali. Gli Imperiali sembravano disperare: le baliste erano inutilizzabili in quanto erano a lunga gittata e quindi erano inservibili per colpire nemici molto vicini alle mura; i Goti erano in superiorità numerica; e stavano appoggiando le scale per valicare le mura.[4] I Bizantini però non si persero d'animo e, facendo a pezzi molte delle più grandi statue, le gettarono dalle mura contro i nemici.[4] La tattica ebbe successo e i nemici iniziarono a indietreggiare; allora gli Imperiali, rinvigoriti, attaccarono con maggior foga attaccando i Goti con frecce e pietre. I Goti, respinti, non attaccarono più, almeno per quel giorno, la porta Aurelia.[4]

I Goti provarono allora ad attaccare la Porta Trasteverina ma il generale bizantino Paolo riuscì a respingerli senza problemi.[5] Rinunciato all'attacco della Porta Flaminia, protetta da un suolo dirupato e dal generale bizantino Ursicino, i Goti attaccarono allora la Porta Salaria subendo gravi perdite.[5] Giunse infine la notte e la battaglia si concluse con la vittoria bizantina sui Goti. Curiosamente i Goti non attaccarono una parte delle mura non riparata da Belisario per la superstizione dei suoi uomini (essi dicevano che per via di una leggenda sarebbe stato San Pietro in persona a proteggerle dai Goti)[5]: se avessero deciso di attaccarle, forse la battaglia sarebbe finita in modo diverso per loro.

Ma la vittoria non servì a rompere l'assedio, e Belisario sapeva che il suo esercito era comunque di gran lunga inferiore a quello degli Ostrogoti, così decise di inviare un messaggero all'imperatore Giustiniano I per chiedere rinforzi:[6]

« Secondo i vostri ordini, sono entrato nei domini dei Goti, e ho ridotto alla vostra obbedienza l’Italia, la Campania, e la città di Roma. […] Fin qui abbiamo combattuto contro sciami di barbari, ma la loro moltitudine può alla fine prevalere. […] Permettetemi di parlarvi con libertà: se volete, che viviamo, mandateci viveri, se desiderate, che facciamo conquiste, mandateci armi, cavalli e uomini. […] Quanto a me la mia vita è consacrata al vostro servizio: a voi tocca a riflettere, se […] la mia morte contribuirà alla gloria e alla prosperità del vostro regno. »

Il giorno dopo la battaglia si vide costretto ad effettuare delle scelte drastiche per migliorare la difesa dell'Urbe come far uscire dalla città tutti coloro che non erano in grado di brandire un'arma (tra questi vi erano le donne e i bambini), che vennero trasferiti temporaneamente a Napoli.[7] La decisione di far uscire dalla città le persone non in grado di combattere era dovuta alla volontà di far durare il maggior tempo possibile le scorte di cibo utilizzandole solo per sfamare le persone in grado di combattere, mentre gli altri, trasferendosi a Napoli, venivano comunque sfamati.[7] Le persone trasferite a Napoli vi giunsero o per via mare o seguendo la Via Appia, senza venire attaccata dai Goti in quanto, essendo Roma una città di vastissima estensione, i Goti non erano riusciti a circondarla tutta quanta, quindi bastò uscire da una via distante dagli accampamenti goti.[7]

Proprio per questi motivi fu possibile introdurre a Roma scorte di cibo per parecchi giorni senza essere notati dai Goti. E, durante la notte, capitava di sovente che i Mauri, soldati foederati dell'Impero, facessero delle sortite contro gli accampamenti goti, uccidendone alcuni durante il sonno e spogliandoli.[7] Belisario nel frattempo notò la sproporzione tra l'estensione delle mura e il numero dei soldati che le dovevano sorvegliare e decise di risolvere il problema obbligando gli abitanti rimasti a diventare soldati e far ronda sulle mura aureliane.[7] Prese delle severe precauzioni per assicurarsi della fedeltà dei suoi uomini: cambiava due volte al mese gli ufficiali posti a custodia delle porte della città,[7] ed essi venivano sorvegliati da cani e altre guardie per prevenire un eventuale tradimento.

In quei giorni i Bizantini deposero Papa Silverio, accusato di parteggiare con i Goti, e lo spedirono in esilio in Grecia. Venne eletto al suo posto Virgilio, gradito dall'Imperatrice Teodora. Vennero espulsi, per lo stesso motivo, alcuni senatori.[7]

La conquista di Porto e i problemi arrecati ai Romani

Nel frattempo Vitige decise per rappresaglia di uccidere i senatori romani rifugiatisi a Ravenna all'inizio della guerra.[8] Inoltre, per tagliare i contatti degli assediati con l'esterno, impedendo così loro di ricevere scorte di cibo e acqua, decise di conquistare Porto, lontana circa 20 stadi, la distanza che separa Roma dal Mediterraneo.[8] Dunque, trovatala senza presidio, i Goti occuparono Porto, sterminando la popolazione locale e arrecando grossi problemi agli assediati in quanto a Porto giungevano principalmente le scorte di cibo necessarie per resistere all'assedio.[8] I Romani furono quindi costretti a recarsi ad Ostia per rifornirsi di cibarie, facendo tra l'altro molta fatica in quanto abbastanza lontana da Roma a piedi.[8]

Scontri sotto le mura

Venti giorni dopo la conquista ostrogota di Porto, arrivarono a Roma i primi rinforzi inviati da Giustiniano: i generali Valentiniano e Martino alla testa di mille e cinquecento cavalieri, per lo più Unni, ma comprendenti anche Sclaveni ed Anti, popolazioni alleate dell'Impero residenti oltre Danubio.[9] Belisario, confortato dall'arrivo di rinforzi, decise di adoperare una tattica di guerriglia, approfittando della superiorità degli arcieri bizantini per logorare le forze nemiche: ordinò ad una sua lancia, Traiano, di attaccare, alla testa di duecento pavesai, i Goti, impedendo ai suoi di combatterli da vicino con la spada o con l'asta, e permettendo loro di adoperare solo l'arco; quando le frecce sarebbero finite i soldati bizantini sarebbero riparati alle mura.[9] Traiano, ricevuto l'ordine, prese i 200 pavesai e uscì con essi dalla Porta Salaria, dirigendosi verso il campo nemico.[9] I barbari, sorpresi dall'arrivo dei 200 pavesai, si gettarono fuori degli steccati per assalire l'armata di Traiano, dispostosi sulla sommità di una collina per ordine di Belisario: i pavesai di Traiano cominciarono a colpire i nemici di frecce, uccidendone almeno mille, per poi ripararsi dentro le mura.[9] Visto che la tattica di guerriglia cominciava a dare i suoi frutti, infliggendo perdite all'armata nemica, Belisario, alcuni giorni dopo, inviò trecento pavesai alla testa di Mundila e Diogene, per attaccare allo stesso modo, adoperando l'arco, gli Ostrogoti, infliggendo così loro delle perdite persino peggiori rispetto al primo scontro; Belisario, incoraggiato, inviò altri trecento pavesai sotto il comando di Oila, i quali inflissero ulteriori perdite ai Goti; in tre scontri sotto le mura, gli arcieri di Belisario era riusciti a uccidere, secondo Procopio, ben 4.000 Goti.[9]

Vitige, allora, volendo adoperare la stessa tattica di Belisario, ordinò a cinquecento cavalieri di avvicinarsi alle mura, e di fare all'esercito di Belisario la stessa accoglienza che essi avevano ricevuto.[9] I cinquecento cavalieri goti, saliti su un'altura non distante da Roma, furono però attaccati da 1.000 arcieri scelti bizantini posti sotto il comando di Bessa, i quali, attaccando a suon di frecce i guerrieri goti, inflissero loro pesanti perdite, costringendo i pochi superstiti a fuggire negli accampamenti goti, dove furono pesantemente rimproverati per il loro fallimento da Vitige, il quale sperava che il giorno successivo, adoperando diversi combattenti e la stessa tattica, il successo avrebbe forse arriso ai Goti.[9] Due giorni dopo Vitige inviò altri cinquecento Goti, selezionati da tutti i suoi campi, contro il nemico; Belisario, accortosi del loro arrivo, inviò a combatterli Martino e Valeriano alla testa di mille e cinquecento cavalieri, i quali inflissero pesanti perdite agli Ostrogoti.[9]

Procopio spiega i motivi per cui la tattica di guerriglia di Belisario aveva successo: Belisario, infatti, si era accorto dei talloni di Achille dell'esercito ostrogoto, e stava provando a sfruttarli: infatti, mentre "quasi tutti i Romani, gli Unni ed i confederati loro sono valentissimi arcieri a cavallo", i cavalieri ostrogoti al contrario non sapevano combattere con l'arco, venendo addestrati a maneggiare le sole aste e spade; per questo motivo, negli scontri non in campo aperto, gli arcieri a cavallo bizantini, approfittando della loro abilità nell'arco, riuscivano ad infliggere pesanti perdite al nemico.[9]

 

 

LO SCONTRO IN CAMPO APERTO E LE PESANTI PERDITE SUBITE DAGLI IMPERIALI:RE VITIGE TUTTAVIA TOGLIE L'ASSEDIO PER PAURA DI ESSERE TAGLIATO FUORI DAL NORD D'ITALIA

 

 

L'ASSEDIO E LA DISTRUZIONE DI MILANO DEL 539 d.C.: I GOTI PORTANO LA GUERRA NEL NORD

La sempre più precaria situazione politica e militare causò però alla città diverse ferite e Milano conobbe, nel 539, la sua prima distruzione: l'imperatore romano d'Oriente Giustiniano I, deciso a riconquistare i territori imperiali d'occidente, attaccò il re goto Teodato inviando in Italia al comando delle sue truppe il generale Belisario, iniziando quella che diventerà la lunga Guerra gotica; durante l'assedio di Roma del 537-538, durante l'inverno del 537-538, Belisario ricevette a Roma il vescovo di Milano, Dazio, con alcuni tra i cittadini milanesi più illustri: questi chiesero al generalissimo di inviare nell'Italia nord-occidentale (provincia di Liguria) un piccolo esercito; se l'avesse fatto, loro avrebbero consegnato all'Impero non solo Milano, ma tutta la provincia romana di Liguria (grossomodo corrispondente all'Italia nord-occidentale).[4]

Belisario mantenne le promesse: mandò via mare un esercito 1.000 uomini per intraprendere la conquista della Liguria. L'esercito bizantino sbarcò a Genova e riuscì in breve tempo a occupare Milano, Bergamo, Como, Novara e a tutti gli altri centri della Liguria ad eccezione di Pavia. La reazione di Vitige, tuttavia, non si fece attendere: inviò Uraia con un consistente esercito per cingere d'assedio Milano, e sollecitò il re dei Franchi, Teodeberto I, a intervenire in suo sostegno. Teodeberto, però, avendo stretto dei trattati di alleanza con Giustiniano (che non aveva rispettato), decise prudentemente di non intervenire direttamente nel conflitto, inviando a dar manforte ai Goti non guerrieri franchi ma 10.000 guerrieri burgundi, sudditi dei Franchi.

Belisario decise di inviare soldati alla liberazione di Milano, ma la divisione in due fazioni dell'esercito bizantino in seguito all'arrivo in Italia del generale Narsete, fece sì che la parte dell'esercito dalla parte di Narsete disubbedì agli ordini di Belisario di accorrere alla liberazione di Milano se non l'avesse autorizzato prima esplicitamente Narsete. Quando arrivò l'autorizzazione di Narsete era troppo tardi: gli stenti subiti dai Milanesi assediati si aggravarono a tal punto «per la mancanza di cibo che molti non disdegnavano di mangiar cani, sorci ed altri animali abborriti prima per cibo dell’uomo»[5] e la guarnigione imperiale decise quindi di arrendersi. Milano fu distrutta:

« Milano quindi fu agguagliata al suolo, e massacrato ogni suo abitatore di sesso maschile, non risparmiandosi età comunque, e per lo meno aggiugnevane il numero a trecento mila; le femmine custodite in ischiavitù spedironsi poscia in dono ai Burgundioni, guiderdonandoli con esse del soccorso avutone in questa guerra. Oltre di che rinvenuto là entro Reparato prefetto del Pretorio lo fecero a pezzi e gittaronne le carni in cibo ai cani. Gerbentino, pur egli quivi di stanza, poté co’ suoi trasferirsi per la veneta regione e pe’confini delle vicine genti nella Dalmazia, e passato in seguito a visitare l’imperatore narrogli a suo bell’agio quell’immensa effusione di sangue. Quindi i Gotti, occupate per arrendimento tutte le altre città guernite dalle armi imperiali, dominarono l’intera Liguria. Martino ed Uliare coll’esercito si restituirono in Roma. »
(Procopio, La Guerra Gotica, II, 21.)

In realtà la cifra di Procopio di 300.000 milanesi maschi massacrati è esagerata e va perlomeno divisa per dieci (30.000).

Al termine della guerra gotica, che durò fino al 553/554, ma si protrasse in alcune zone dell'Italia settentrionale fino al 561/562, l'Italia fu conquistata dai Bizantini e Milano, secondo la Cronaca di Mario Aventicense, fu ricostruita per opera di Narsete:[6]

(LA)
« Hoc anno Narses ex praeposito et patricio post tantos prostratos tyrannos, ... Mediolanum vel reliquas civitates, quas Goti destruxerant, laudabiliter reparatas, de ipsa Italia a supra scripto Augusto remotus est.» »
(IT)
« In quest'anno [568] Narsete ex proposito e patrizio, dopo aver abbattuto tanti tiranni... e ricostruite lodevolmente Milano e le città rimaste, che i Goti avevano distrutto, fu destituito dal governo dell'Italia dal suddetto Augusto [Giustino II]. »
(Mario Aventicense, Chronica, Anno 568.)

Sembra che nel breve periodo bizantino potrebbe essere stata elevata a capitale della diocesi italiana (Italia del Nord), anche se ciò non è certo.[7] Infatti, intorno alla fine del VI secolo, Genova risulta essere la sede dei vicarii del prefetto del pretorio d'Italia, che potrebbero essersi trasferiti, insieme all'arcivescovo di Milano, a Genova dopo la conquista longobarda di Milano (3 settembre 569).

 

 

 

LA DECADENZA SOTTO IL PRIMO PERIODO LONGOBARDO E LA COSTRUZIONE DEL TICINELLO COME BARRIERA CONTRO LE INVASIONI DA PAVIA (568-590 d.C) DA ALBOINO ALL'ANARCHIA DEI DUCHI LONGOBARDI. IL RUOLO DI TEODOLINDA,REGINA DEI BAVARI

L'entrata in scena dei Longobardi arrivava all'improvviso. Popolo poco conosciuto alle cronache romane si contraddistingueva dagli altri popoli di lingua germanica per non aver subito alcun influsso romano contrariamente a Franchi,Visigoti,Ostrogoti che si erano divisi le spoglie dell'impero.

Nel periodo successivo alle Guerre marcomanniche la storia dei Longobardi è sostanzialmente sconosciuta. L'Origo riferisce di un'espansione nelle regioni di "Anthaib", "Bainaib" e "Burgundaib"[27], spazi compresi tra il medio corso dell'Elba e l'attuale Boemia settentrionale[28][29]. Si trattò di un movimento migratorio dilazionato nel corso di un lungo periodo, compreso tra il II e il IV secolo, e non costituì un processo unitario, quanto piuttosto una successione di piccole infiltrazioni in territori abitati contemporaneamente anche da altri popoli germanici[28][30][31].

Tra la fine del IV e l'inizio del V secolo, i Longobardi tornarono a darsi un re, Agilmondo[32], e dovettero confrontarsi con gli Unni, chiamati "Bulgari" da Paolo Diacono[33]. Sempre tra IV e V secolo ebbe avvio la trasformazione dell'organizzazione tribale longobarda verso un sistema guidato da un gruppo di duchi; questi comandavano proprie bande guerriere sotto un sovrano che, ben presto, si trasformò in un re vero e proprio. Il re, eletto come generalmente accadeva in tutti i popoli indoeuropei per acclamazione dal popolo in armi, aveva una funzione principalmente militare, ma godeva anche di un'aura sacrale (lo "heill", "carisma"); tuttavia, il controllo che esercitava sui duchi era generalmente debole[34].

Nel 488-493 i Longobardi, guidati da Godeoc e poi da Claffone, "ritornarono" alla storia e, attraversata la Boemia e la Moravia[35][36], si insediarono nella "Rugilandia", le terre a ridosso del medio Danubio lasciate libere dai Rugi a nord del Norico dove, grazie alla fertilità della terra, poterono rimanere per molti anni[36][37]; per la prima volta entrarono in un territorio marcato dalla civiltà romana[35]. Giunti presso il Norico, i Longobardi ebbero conflitti con i nuovi vicini, gli Eruli, e finirono per stabilirsi nel territorio detto "Feld" (forse la Piana della Morava, situata a oriente di Vienna[36][38]).

Un'alleanza con Bisanzio e i Franchi permise a re Vacone di mettere a frutto le convulsioni che scossero il regno ostrogoto dopo la morte del re Teodorico nel 526: sottomise così gli Suebi presenti nella regione[39] e occupò la Pannonia I e Valeria (l'attuale Ungheria a ovest e a sud del Danubio)[40][41]. Alla sua morte (540) il figlio Valtari era minorenne; quando, pochi anni dopo, morì, il suo reggente Audoino usurpò il trono[42] e modificò il quadro delle alleanze del predecessore, accordandosi (nel 547 o nel 548) con L'imperatore bizantino Giustiniano I[42] per occupare, in Pannonia, la provincia Savense (il territorio che si stende fra i fiumi Drava e Sava) e parte del Norico, in modo da schierarsi nuovamente contro i vecchi alleati Franchi e Gepidi e consentire a Giustiniano di disporre di rotte di comunicazione sicure con l'Italia[43][44].

Grazie anche al contributo militare di un modesto contingente bizantino e, soprattutto, dei cavalieri avari[12], i Longobardi affrontarono i Gepidi e li vinsero (551)[45], mettendo fine alla lotta per la supremazia nell'area norico-pannonica. In quella battaglia si distinse il figlio di Audoino, Alboino. Ma uno strapotere dei Longobardi in quella zona non serviva gli interessi di Giustiniano[46][47] e quest'ultimo, pur servendosi di contingenti longobardi anche molto consistenti contro Totila e perfino contro i Persiani[48], cominciò a favorire nuovamente i Gepidi[46][47]. Quando Audoino morì, il suo successore Alboino dovette stipulare un'alleanza con gli Avari, che però prevedeva in caso di vittoria sui Gepidi che tutto il territorio occupato dai Longobardi andasse agli Avari[47]. Nel 567 un doppio attacco ai Gepidi (i Longobardi da ovest, gli Avari da est) si concluse con due cruente battaglie, entrambe fatali ai Gepidi, che scomparivano così dalla storia; i pochi superstiti vennero assorbiti dagli stessi Longobardi[49][50]. Gli Avari si impossessavano di quasi tutto il loro territorio, salvo Sirmio e il litorale dalmata che tornarono ai Bizantini[50][51].

Invasione dell'Italia

Sconfitti i Gepidi, la situazione era cambiata assai poco per Alboino, che al loro posto aveva dovuto lasciar insediare i non meno pericolosi Avari; decise quindi di lanciarsi verso le pianure dell'Italia, appena devastate dalla sanguinosa Guerra gotica. Nel 568 i Longobardi invasero l'Italia attraversando l'Isonzo[52]. Insieme a loro c'erano contingenti di altri popoli[53]. Jörg Jarnut, e con lui la maggior parte degli autori, stima la consistenza numerica totale dei popoli in migrazione tra i cento e i centocinquantamila fra guerrieri, donne e non combattenti[52]; non esiste tuttavia pieno accordo tra gli storici a proposito del loro reale numero[54].

La resistenza bizantina fu debole; le ragioni della facilità con la quale i Longobardi sottomisero l'Italia sono tuttora oggetto di dibattito storico[55]. All'epoca la consistenza numerica della popolazione era al suo minimo storico, dopo le devastazioni seguite alla Guerra gotica[55]; inoltre i Bizantini, che dopo la resa di Teia, l'ultimo re degli Ostrogoti, avevano ritirato le migliori truppe e i migliori comandanti[55] dall'Italia perché impegnati contemporaneamente anche contro Avari e Persiani, si difesero solo nelle grandi città fortificate[52]. Gli Ostrogoti che erano rimasti in Italia verosimilmente non opposero strenua resistenza, vista la scelta fra cadere in mano ai Longobardi, dopotutto Germani come loro, o restare in quelle dei Bizantini.[55]

 

Nel 568 i Longobardi, condotti da Alboino, invasero l'Italia dalla Pannonia; dopo aver occupato le Venezie tranne alcune città costiere, Alboino invase la Lombardia e il 3 settembre della terza indizione (anno 569) entrò a Milano:

(LA)
« Alboin igitur Liguriam introiens, indictione ingrediente tertia, tertio nonas septembris, sub temporibus Honorati archiepiscopi Mediolanum ingressus est. Dehinc universas Liguriae civitates, praeter has quae in litore maris sunt positae, cepit. Honoratus vero archiepiscopus Mediolanum deserens, ad Genuensem urbem confugit. »
(IT)
« Alboino, invasa la Liguria, entrò a Milano nella terza indizione, il 3 settembre, ai tempi dell'arcivescovo Onorato. Successivamente conquistò tutte le città della Liguria, tranne quelle sul littoriale. Ma l'arcivescovo Onorato, abbandonando Milano, fuggì nella città di Genova. »
(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 25.)

 

  • LA FINE DELLA PREFETTURA D'ITALIA (584 d.C.):nasce l'Esarcato con capitale Ravenna ed i Ducati di Roma,Calabria,Amalfi
  • Il 13 agosto 554, con la promulgazione a Costantinopoli da parte di Giustiniano di una Pragmatica sanctio (pro petitione Vigilii) (Prammatica sanzione sulle richieste di papa Vigilio), l'Italia rientrava, sebbene non ancora del tutto pacificata, nel dominio romano.[2] Con essa Giustiniano estese la legislazione dell'Impero all'Italia, riconoscendo le concessioni attuate dai re goti fatta eccezione per l' "immondo" Totila, e promise fondi per ricostruire le opere pubbliche distrutte o danneggiate dalla guerra, garantendo inoltre che sarebbero stati corretti gli abusi nella riscossione delle tasse e sarebbero stati forniti fondi all'istruzione.[3] Narsete avviò inoltre la ricostruzione di un'Italia in forte crisi dopo un conflitto così lungo e devastante, riparando anche le mura di varie città ed edificando numerose chiese, e fonti propagandistiche parlano di un'Italia riportata all'antica felicità sotto il governo di Narsete.[4] Secondo la storiografia moderna tali fonti sono però esageratamente ottimistiche, in quanto, nella realtà dei fatti, Roma faticò, nonostante i fondi promessi, a riprendersi dalla guerra e l'unica opera pubblica riparata nella Città Eterna di cui si ha notizia è il ponte Salario, distrutto da Totila e ricostruito nel 565.[5] Nel 556 Papa Pelagio si lamentò in una lettera delle condizioni delle campagne, «così desolate che nessuno è in grado di recuperare.»[6] Anche il declino del senato romano non fu fermato, portando alla sua dissoluzione agli inizi del VII secolo.

    La prefettura del pretorio d'Italia, suddivisa in province.

    Narsete rimase ancora in Italia con poteri straordinari e riorganizzò anche l'apparato difensivo, amministrativo e fiscale. A difesa della penisola furono stanziati quattro comandi militari, uno a Forum Iulii (vicino al confine con Norico e Pannonia), uno a Trento, uno in Insubria ed infine uno presso le Alpi Cozie e Graie.[7] L'Italia fu organizzata in Prefettura e suddivisa in due diocesi, a loro volta suddivise in province:[7]

    1. Alpes Cotiæ (Piemonte e Liguria)
    2. Liguria (Lombardia e Piemonte orientale)
    3. Venetia et Histria (Veneto, Trentino, Friuli e Istria)
    4. Æmilia (Emilia)
    5. Flaminia (ex Ager Gallicus)
    6. Picenum
    7. Alpes Apenninæ (gli Appennini settentrionali)
    8. Tuscia (Toscana e Umbria)
    9. Valeria (Sabina)
    10. Campania (Lazio litoraneo e Campania litoranea)
    11. Samnium (Abruzzo e Irpinia)
    12. Apulia (Puglia)
    13. Calabria (Cilento, Basilicata e Calabria)

    Nel 568 l'imperatore Giustino II (565-578), in seguito alle proteste dei Romani[8], rimosse dall'incarico di governatore Narsete, sostituendolo con Longino. Il fatto che Longino sia indicato nelle fonti primarie[9] come prefetto indica che governasse l'Italia in qualità di prefetto del pretorio, anche se non si può escludere che fosse anche il generale supremo delle forze italo-bizantine.[10]

     

  •  

    Intorno al 580, stando alla Descriptio orbis romani di Giorgio Ciprio, Tiberio II divise in cinque province o eparchie l'Italia bizantina:

    • Urbicaria, comprendente i possedimenti bizantini in Liguria, Toscana, Sabina, Piceno, e Lazio litoraneo (tra cui Roma);
    • Annonaria, comprendente i possedimenti bizantini nella Venezia e Istria, in Æmilia, nell'Appennino settentrionale e nella Flaminia;
    • Æmilia, comprendente i possedimenti bizantini nella parte centrale dell'Æmilia, a cui si aggiungono l'estremità sud-occidentale della Venezia (Cremona e zone limitrofe) e l'estremità sud-orientale della Liguria (con Lodi Vecchio);
    • Campania, comprendente i possedimenti bizantini nella Campania litoranea, nel Sannio e nel Nord dell'Apulia;
    • Calabria, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell'Apulia.

    Tale riforma amministrativa dell'Italia sembra motivata dall'adattare l'amministrazione dell'Italia alle necessità militari del momento, visto che gran parte della penisola era soggetta alle devastazioni dei Longobardi e ogni tentativo (compresa la spedizione di Baduario) per debellarli era fallito. Prendendo dunque atto delle conquiste effettuate dai Longobardi, fu introdotto con la riforma il sistema dei «tratti limitanei», anticipando la riforma dell'Esarcato, che fu realizzata alcuni anni dopo.[15]

    Fine della prefettura: l'istituzione dell'esarcato (584 ca)

    Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esarcato d'Italia.

    Per arginare l'invasione longobarda, l'imperatore Maurizio (582-602) prese nuovi provvedimenti nell'Italia bizantina, decidendo di sopprimere la Prefettura del pretorio d'Italia, sostituendola con l'Esarcato d'Italia, governato dall'esarca, la massima autorità civile e militare della nuova istituzione. La carica di prefetto d'Italia non venne abolita fino ad almeno a metà del VII secolo, anche se divenne subordinata all'esarca.[16] I confini dell'Esarcato d'Italia non furono mai definiti, dato l'incessante stato di guerra tra bizantini e longobardi.

    Il primo riferimento nelle fonti dell'epoca all'esarcato e all'esarca si ebbe nel 584: in una lettera, Papa Pelagio II menziona per la prima volta un esarca (forse il patrizio Decio citato nella stessa missiva). Secondo alcuni storici moderni, l'esarcato, all'epoca della lettera (584), doveva essere stato istituito da poco tempo.[16]

  • ^ Porena, Pierfrancesco: Le origini della prefettura del pretorio tardoantica, pp. 450-459.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 63.
  • ^ Ravegnani, op. cit., pp. 63-64
  • ^ CIL VI, 1199; Liber Pontificalis, p. 305 («Erat tota Italia gaudiens»); Auct Haun. 2, p. 337 («(Narses) Italiam romano imperio reddidit urbes dirutas restauravit totiusque Italiae populos expulsis Gothis ad pristinum reducit gaudium»)
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 65.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 66.
  • ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 62.
  • ^ I Romani chiesero all'Imperatore di rimuovere Narsete dal governo dell'Italia in quanto si stava meglio sotto i Goti che sotto il suo governo, minacciando di consegnare l'Italia e Roma ai barbari. V. P. Diacono, Historia Langobardorum, II e Ravegnani, op. cit., p. 69.
  • ^ P. Diacono, II.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 70.
  • ^ Paolo Diacono, II.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 71.
  • ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 73.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 77.
  • ^ Le duché byzantin de Rome. Origine, durée et extension géographique, pp. 49-50..
  • ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 81.
  •  

     

     

     

     

     

    Agilulfo e Teodolinda garantirono i confini del regno attraverso trattati di pace con Franchi e Avari; le tregue con i Bizantini, invece, furono sistematicamente violate e il decennio fino al 603 fu segnato da una marcata ripresa dell'avanzata longobarda. Al nord Agilulfo occupò, tra le varie città, anche Parma, Piacenza, Padova, Monselice, Este, Cremona e Mantova, mentre anche a sud i duchi di Spoleto e Benevento ampliavano i domini longobardi[70].

    Il rafforzamento dei poteri regi avviato da Autari prima e Agilulfo poi segnò anche il passaggio a una nuova concezione territoriale basato sulla stabile divisione del regno in ducati. Ogni ducato era guidato da un duca, non più solo capo di una fara ma funzionario regio, depositario dei poteri pubblici e affiancato da funzionari minori (sculdasci e gastaldi). Con questa nuova organizzazione il Regno longobardo avviò la sua evoluzione da occupazione militare a Stato[69]. L'inclusione dei vinti Romanici era un passaggio inevitabile e Agilulfo compì alcune scelte simboliche volte ad accreditarlo presso la popolazione latina: per esempio, si definì Gratia Dei rex totius Italiae ("Per grazia di Dio, re dell'Italia intera") e non più soltanto Rex Langobardorum ("Re dei Longobardi")[71]. In questa direzione si inscrive anche la forte pressione - svolta soprattutto da Teodolinda, che era in rapporti epistolari con lo stesso papa Gregorio Magno[72] - verso la conversione al cattolicesimo dei Longobardi, fino a quel momento ancora in gran parte pagani o ariani, e la ricomposizione dello Scisma tricapitolino[70]. Paolo Diacono esalta la sicurezza finalmente raggiunta, dopo gli sconvolgimenti dell'invasione e del Periodo dei Duchi, sotto il regno di Autari e Teodolinda:

    (LA)
    « Erat hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore pergebat. »
    (IT)
    « C'era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non c'erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c'erano furti, non c'erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore. 
    »

    (Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 16)

     

  • ^ a b Jarnut, p.44.
  • ^ a b Jarnut, p. 42.
  • ^ Jarnut, p. 43.
  • ^ Paolo Diacono, IV, 9.
  •  

    DALLE LUNGHISSIME GUERRE LONGOBARDO-BIZANTINE ALLA STABILIZZAZIONE DEL REGNO

    L'iniziale incoerenza dell'occupazione longobarda,con duchi e fare che gestivano in proprio la dominazione del territorio,aveva ceduto via via alla creazione di un potere centrale stabile in grado di garantire la sicurezza sia all'interno che all'esterno. All'interno la stabilizzazione avvenne attraverso una lunghissima guerra contro i possedimenti bizantini che piano piano vennero incorporati nel regno longobardo.
     

    (il regno longobardo alla massima espansione, 770 d.c.)

     

    Russia, niente feste per i 100 anni della Rivoluzione: Putin non mette in discussione la stabilità prima del voto

    Russia, niente feste per i 100 anni della Rivoluzione: Putin non mette in discussione la stabilità prima del voto

     
    MONDO

    Il Cremilino ha deciso da tempo: in vista delle presidenziali niente festeggiamenti ma spazio ad eventi culturali, mostre e dibattiti. La decisione non ha comunque fermato i preparativi del Partito Comunista: dal 1 all’8 novembre riunioni, serate di gala sia a San Pietroburgo che a Mosca

    Russia, a Mosca si rievoca la storica parata del 1941: l’Armata Rossa partiva in guerra contro la Germania nazista

     

     

     

    50 milioni di pasticche per combattere su tutti i fronti: la droga alla base della blitzkrieg

     

    Norman Ohler rivela quanta parte avesse la chimica nel mito del vigore nazista

    La droga di Hitler: oppiacei e metanfetamine ai soldati

     

    Un nuovo saggio rivela l'uso di stimolanti chimici per vincere la guerra. Momsen, uno dei massimi storici del nazismo: "Cambia il quadro generale"

     

    DER TOTALE RAUSCH – LE DROGHE NEL REICH, 1933-45

     

    Battaglia del Caucaso(luglio 1942 - ottobre 1943, il salvataggio del Gruppo d'armate A - i podromi dell'offensiva di Kursk)

     

     

    Indagine su Hitler: davvero morì nel bunker?

    Mancano prove della morte del dittatore. E gli ultimi dossier Fbi desecretati descrivono la sua fuga da Berlino. History Channel li ha fatti esaminare 
da un ex agente Cia e da uno dei cacciatori di Bin Laden. Scoprendo che la sua presenza fu segnalata in Argentina negli anni Cinquanta.
    Dal 26 ottobre al 14 dicembre, ogni lunedì alle 21.00 History Channel (canale 407 di Sky) presenta 'Hunting Hitler' il progetto documentaristico in otto puntate di un'ora sul mistero della morte del dittatore tedesco. Il corpo infatti non fu ritrovato nel bunker di Berlino. Il team di History Channel, che include la 'leggenda' della Cia Robert Baer, ha indagato sui file dell'Fbi sulla presenza di Hitler in Argentina negli anni Cinquanta

     

    Indagine su Hitler: davvero morì nel bunker?

     

     

     

    LINEA DEL FRONTE AL 23 MAGGIO 1945, ALL'ARRESTO DELL'ULTIMO GOVERNO NAZISTA A FLENSBURG.

     

    File segreto della Cia svela: Hitler vivo e fuggito in Argentina

    Un file segreto della Cia svela che Hitler sarebbe sopravvissuto alla guerra, fuggendo in Sudamerica

    'Ritrovato un treno nazista carico d'oro'. La scoperta scuote la Polonia

    Due uomini, un tedesco e un polacco, nei giorni scorsi hanno comunicato alle autorità di Wroclaw, in Polonia, di aver ritrovato un treno carico di beni preziosi. Da decenni si vociferava dell'esistenza del convoglio, che i soldati della Wehrmacht avrebbero tentato di salvare dall'avanzata dell'Armata Rossa. Secondo i due ricercatori è stato rinvenuto in un tunnel ferroviario in disuso

     

    'Ritrovato un treno nazista carico d'oro'. La scoperta scuote la Polonia
    Un treno carico di armi, gioielli, oro e materiale industriale è stato ritrovato a Wałbrzych, cittadina nell'ovest del Paese ai confini con la Repubblica ceca e vicino all'antica città tedesca di Breslavia. Ad annunciarlo è il sindaco , che in una conferenza stampa ha confermato le notizie che erano già emerse nei giorni scorsi quando due persone, un polacco e un tedesco, avevano contattato le autorità locali comunicando la scoperta e chiedendo il 10 per cento dei proventi.

    Il ritrovamento confermebbe la veridicità di molte dicerie che negli ultimi decenni si erano diffusi nella regione
     . Il treno sarebbe appartenuto alla Wehrmacht (l'esercito regolare tedesco) e sarebbe stato in fuga dall'avanzata sovietica sul finire della seconda guerra mondiale. Entrato in una galleria vicino al castello di Książ, tra le montagne, non sarebbe più emerso. Secondo la stampa locale il tunnel sarebbe poi stato chiuso dimenticando il convoglio al suo interno.

    Lungo circa 150 metri, il materiale trovato al suo interno 
    avrebbe un inestimabile valore economico e storiografico . Nonostante non sia ancora stato comunicato cosa precisamente contenga sono già in molti a fantasticare quali meravigliose ricchezze i tedeschi avessero stipato al suo interno. Diversi storici si sono già messi alla ricerca della provenienza del treno, per individuare l'origine del carico.

    Durante la Seconda Guerra mondiale, infatti, i nazisti prelevarono oltre 550 milioni di dollari in oro dai governi dei Paesi occupati. Quando capirono che la capitolazione era vicina i soldati della Wehrmacht tentarono di mettere al sicuro i bottini dall'avanzata sovietica, trasportandoli nel cuore della Germania. Molto di essi andarono perduti, in conti bancari secretati o nelle valigie di alcuni ufficiali. Alcuni però sono rimasti dispersi in zone desolate degli ex territori occupati. Come quelli ritrovati sul treno abbandonato.

     

    LA CARNEFICINA DEL DON: LA DISTRUZIONE DELL'INTERA VIII ARMATA NELL'AMBITO DELLA BATTAGLIA DI STALINGRADO (16 DICEMBRE 1942 - 31 GENNAIO 1943)

     

    L'operazione Piccolo Saturno non toccò il Corpo alpino ma ne scoprì il fianco destro, poiché le due armate sovietiche progredirono verso sud[111]. Il successo ottenuto permise allo Stavka di continuare le operazioni nel gennaio 1943, estendendo poco a poco l'offensiva fino a includere i Gruppi d'armate Centro, Don e A: questa nuova serie di manovre iniziò con attacchi mirati alle unità ungheresi e tedesche poste a difesa del corso medio del Don e a quelle tedesco-rumene che cercavano ostinatamente di tenere Rostov, attraverso la quale doveva ripiegare dal Caucaso il Gruppo d'armate A[112]. L'obiettivo sovietico era quello di sbaragliare le unità nemiche e assumere il controllo della linea ferroviaria Svoboda-Kantemirovka, quindi avanzare verso ovest fino alla linea Urazovo-Alekseevka-Rep'ëvka[113]. Fra il 13 e il 27 gennaio la 40ª Armata del Fronte di Voronež e la 6ª e la 3ª Armata corazzata del Fronte Sud-Occidentale condussero l'offensiva Ostrogorzk-Rossoš, provocando la distruzione della 2ª Armata ungherese distribuita alla sinistra del Corpo alpino[112]. Già il primo giorno le forze magiare cedettero di schianto, il 14 formazioni sovietiche sfondarono le posizioni del XXIV. Panzerkorps che si trovava più a nord e il 15 raggiunsero Rossoš', sede del comando del Corpo alpino; inizialmente respinti, i soldati sovietici ripresero la cittadina il giorno seguente[111]. Nei primi giorni dell'offensiva il Corpo alpino mantenne le posizioni, rinforzato dalla 156ª Divisione "Vicenza", e la 3ª Divisione "Julia" riuscì assieme ad alcuni reparti eterogenei del XXIV Corpo corazzato a tenere una linea difensiva improvvisata a sud-ovest del fiume Kalitva; a metà mese, però, le divisioni sovietiche investirono anche gli alpini. Gli stati maggiori italo-tedeschi non si resero subito conto della portata dello sfondamento e tardarono a intervenire, cosicché solo la sera del 17 fu ordinato alle unità di ritirarsi, quando ormai le divisioni "Tridentina", "Julia", "Cuneense" e "Vicenza", assieme alla 385ª e 387ª Divisioni di fanteria (appartenenti al XXIV. Panzerkorps), al gruppo Waffen-SS "Fegelein" e alla modesta 27ª Divisione panzer, erano già circondate[114].

     

    Il villaggio di Šeljakino in fiamme dopo l'attacco della "Tridentina"

    Circa 70 000 uomini del Corpo alpino, assieme a circa 10 000 tedeschi e 2 000/7 000 ungheresi, si riversarono verso ovest, nel disperato tentativo di rompere l'accerchiamento sovietico e ricongiungersi al lontano fronte amico[115]. Le armate sovietiche avevano sopravanzato i reparti dell'Asse di circa 100 chilometri e le loro formazioni corazzate, nonostante si preoccupassero soprattutto di avanzare, si insinuavano continuamente con fulminee scorrerie tra le colonne in rotta, rendendo ancor più penosa la fuga attraverso la steppa innevata, a temperature comprese tra i -20 e i -40 °C[116]. Colti di sorpresa, la notte del 18 i generali Umberto Ricagno, Luigi Reverberi e Emilio Battisti, comandanti rispettivamente della "Julia", della "Tridentina" e della "Cuneense", riuscirono a riunirsi a Podgornoe, dove il generale Nasci aveva trasferito frettolosamente il suo quartier generale: fu deciso di ripiegare in due colonne separate verso il comando dell'8ª Armata, ristabilitosi a Valujki. La "Tridentina" e la "Cuneense" erano al completo degli effettivi, mentre la "Julia", che si era sacrificata per difendere il lato destro del Corpo, era ridotta a un terzo delle sue forze; le unità tedesche erano letteralmente dissanguate, combattevano con appena un quarto del loro organico e avevano a disposizione i pochi armamenti pesanti presenti tra le truppe in fuga: una decina di semoventi Sturmgeschütz III, quattro semicingolati, cinque pezzi FlaK da 88 mm e alcuni lanciarazzi Nebelwerfer. Unica reale difesa contro i carri sovietici, furono sempre in prima linea durante i feroci combattimenti per uscire dalla sacca[117]. Il generale Nasci cercò quindi di coordinare il movimento delle tre divisioni alpine e della "Vicenza", ma la confusione era enorme e di sicuro incertezza e caos avevano paralizzato anche il comando dell'8ª Armata, dacché non diramava ordini o direttive volte a salvare le divisioni accerchiate[118]. La Divisione "Tridentina", ancora coesa e combattiva, fu guidata dal generale Reverberi in testa all'enorme colonna di soldati sbandati, stremati e spesso privi di armi: coadiuvata dai corazzati tedeschi, il 19 si mise in marcia e il giorno seguente si raccolse a Podgornoe, mentre una decina di chilometri a sud, vicino al villaggio di Samojlenko, si riunì la "Vicenza". Ancora più a sud, verso Rossoš', si raggrupparono i resti della "Julia" e della "Cuneense", a cui si erano aggiunti due o tremila sbandati tedeschi[119].

     

    Un'emblematica immagine della sterminata colonna di fanti, in ritirata attraverso la steppa russa

    Da Podgornoe la "Tridentina" confluì a Postojalyj e qui tentò di spezzare il primo "anello" dell'accerchiamento. Nella feroce battaglia i sovietici inflissero dure perdite al battaglione "Verona", che riuscì comunque a conquistare lo snodo e aprire provvisoriamente la strada alla massa in disordinato ripiegamento; essa, peraltro, veniva ingrossata di ora in ora da militari tedeschi, ungheresi e rumeni lasciati indietro o sopravvissuti alla distruzione delle loro unità e migliaia di altri dispersi, appartenenti alle divisioni "Ravenna", "Pasubio" e "Cosseria"[120]. Presso la cittadina si radunarono tutte le colonne, quindi la "Tridentina" riprese l'avanzata e guidò l'attacco su Šeljakino, infrangendo un nuovo sbarramento sovietico; tuttavia le altre due divisioni alpine deviarono per errore più a nord e il 23 gennaio, a Varvarovka, incapparono in forze sovietiche cinque volte superiori: la battaglia fu tragica e le perdite altissime, interi reparti furono distrutti. I resti della "Julia"[N 5], della "Cuneense" e della "Vicenza" proseguirono ancora verso sud allontanandosi dalla "Tridentina" e dai reparti tedeschi, che nel frattempo avevano ricevuto comunicazione di cambiare destinazione e dirigersi a Nikolaevka, dato che Valujki era ormai nelle mani dei sovietici. Il generale Nasci, che aveva affiancato Reverberi alla guida della "Tridentina", disponeva di un apparato radio tedesco che gli permetteva di comunicare con il comando d'armata, ma non fu capace di contattare le altre due divisioni che proseguirono verso la meta originaria[121][122].

    Durante l'ultima fase della tragica ritirata ci furono fasi di disperazione, di caos e di cedimento morale. Gravi incidenti scoppiarono tra le truppe tedesche e quelle italiane, apparentemente per lo sprezzante, poco cameratesco comportamento dei soldati tedeschi e per violenti liti riguardanti il diritto di usufruire dei pochissimi mezzi motorizzati disponibili; in realtà non mancarono episodi di rivalsa tra le truppe italiane anche con l'uso delle armi[123][124]. La stremata colonna guidata dalla "Tridentina", comunque, non era ancora uscita dalla sacca, e nella giornata del 25 dovette dapprima fronteggiare un attacco di partigiani e forze regolari russe a Nikitowka che venne respinto dal 5º battaglione alpini e dalle residue artiglierie tedesche e italiane, e successivamente, e alle prime luci del 26 gennaio dovette respingere duri attacchi nei pressi di Arnatauwo con i battaglioni "Tirano" e "Val Camonica"[125]. Superata quest'ultima sacca, tutta la "Tridentina" si schierò per sfondare l'ultimo sbarramento sovietico a Nikolaevka: il 26 gennaio 1943 gli alpini e i rimanenti cannoni d'assalto tedesch