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Mondo

 

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ISIS-DAESH, Guerra dal Nord Africa all'Afghanistan (2011 [inizio della Primavera Araba]-?)

 

Siria, Usa: “Iniziato il ritiro delle truppe”. Curdi: “E’ una coltellata nella schiena” Dubbi Pentagono: favore a Russia e Iran

Siria, Usa: “Iniziato il ritiro delle truppe”. Curdi: “E’ una coltellata nella schiena” Dubbi Pentagono: favore a Russia e Iran

 

L'annuncio della Casa Bianca: "Cinque anni fa, l’Isis era potente e pericolosa in Medio Oriente. Ora gli Stati Uniti hanno sconfitto il califfato". Il Dipartimento della difesa avrebbe cercato di convincere l'amministrazione che una mossa del genere sarebbe un tradimento degli alleati curdi, le cui truppe da anni operano a fianco di quelle statunitensi. Graham, senatore repubblicano: "Errore come quello di Obama".

Washington ha dato il via al ritiro delle truppe dalla Siria. “Abbiamo iniziato a riportare a casa i soldati degli Stati Uniti mentre passiamo alla fase successiva di questa campagna”, afferma la Casa Bianca in una nota. “Cinque anni fa, l’Is (Islamica state, lo Stato islamico, ndr) era una forza estremamente potente e pericolosa in Medio Oriente. Ora gli Stati Uniti hanno sconfitto il califfato” nella regione. Ma è scontro con il Pentagono: “La lotta all’Isis non è finita, anche se la coalizione ha liberato alcuni territori che erano in mano all’organizzazione”, afferma Diana White, portavoce del Dipartimento della Difesa, confermando come gli Usa “hanno iniziato il processo di rientro delle truppe e si avviano alla prossima fase della campagna”.

La notizia del rientro dei 2mila militari del contingente Usa era stata anticipata da diversi media statunitensi e da un tweet di Donald Trump: “Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria, la mia unica ragione di permanenza lì durante la presidenza Trump”, ha scritto il presidente degli Stati Uniti. Una decisione che, secondo il New York Times, troverebbe contrario il Pentagono: i vertici del Dipartimento della difesa avrebbero cercato di convincere la Casa Bianca che una mossa del genere sarebbe un tradimento degli alleati curdi le cui truppe da anni operano a fianco di quelle Usa in Siria e che rischierebbero di essere attaccate da un’offensiva della Turchia.

 

Secondo il Wall Street Journal il ritiro sarebbe stato deciso dallo stesso Trump a seguito di una conversazione con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che considera dei “terroristi” le Forze siriane democratiche, sostenute da Washington e che operano nell’est del Paese nel quadro della Coalizione internazionaleanti-Isis. Lunedì lo stesso Erdogan ha annunciato che la Turchia potrebbe avviare “da un momento all’altro” una nuova operazione militare contro i curdi in Siria, nell’area a est del fiume Eufrate. E dalle forze curde arriva il grido di allarme: la decisione “improvvisa” degli americani è una “pugnalata alla schiena“, afferma una fonte militare delle Forze siriane democratiche.

Non solo: in una serie di incontri e telefonate, il segretario alla Difesa James Mattis e altri funzionari hanno evidenziato i rischi legati ad un ritiro integrale: la decisione consentirebbe alla Russiae all’Iran di ampliare il proprio controllo sul Paese di Bashard.

“Queste vittorie sull’Is in Siria non segnano la fine della Global Coalition o della sua campagna – si legge ancora nel comunicato della Casa Bianca – Abbiamo iniziato a riportare a casa le truppe degli Stati Uniti mentre passiamo alla fase successiva di questa campagna. Gli Stati Uniti e i nostri alleati sono pronti a impegnarsi nuovamente a tutti i livelli per difendere gli interessi americani ogni volta che sarà necessario”, prosegue la Casa Bianca. “Continueremo a lavorare insieme”, si legge ancora. La lotta al terrorismo verrà condotta su tutti i fronti per contrastare l’espansione degli estremisti, bloccare “finanziamenti e supporto” e impedire “che si infiltrino attraverso i nostri confini”.

La decisione contraddice le precedenti affermazioni del Consigliere americano per la Sicurezza nazionale John Bolton, secondo il quale gli Stati Uniti avrebbero mantenuto la loro presenza militare nella regione fino a quando le forze iraniane non avessero lasciato la Siria.

Strasburgo, 3 morti. Killer in fuga: “Può essere su una Ford Fiesta”. Grave il giornalista italiano ferito. Cherif Chekatt, attentatore 29enne in fuga, forse è scappato in Germania. Ha anche ferito 16 persone, sei delle quali sono gravi. Tra loro anche un giovane giornalista italiano, che è in condizioni gravissime. Trovato del materiale esplosivo nell'abitazione dell'attentatore, che era già stato condannato 20 volte per reati comuni. 12 dicembre 2018. Caccia all’uomo nel cuore dell’Europa per trovare l’autore della strage di Strasburgo. Francia e Germania sono mobilitate per cercare Cherif Chekatt, il 29enne accusato di essere il killer, che intorno alle 20 di martedì sera ha fatto fuoco nel mercatino di Natale uccidendo 3 persone (e non due, come detto dalla prefettura martedì mattina) e ferendone altre 16, sei delle quali in modo grave. Tra queste c’è anche l’italiano Antonio Megalizzi. Il procuratore di Parigi, confermando che il killer ha urlato “Allah Akbar”, ha spiegato che ci sono “due morti e una terza persona in stato di morte cerebrale”. Si tratta di un turista thailandese di 45 anni, la cui moglie risulta tra i feriti, un uomo di origini afghane e un francese che viveva in città. Anche alle forze di polizia italiane è arrivata la nota di allerta diramata per le ricerche del terrorista: secondo l’Adnkronos, per gli investigatori Cherif potrebbe essere a bordo di una Ford Fiesta targata CX168FD.

Grave l’italiano ferito: “In coma. Non operabile” – Nella sparatoria è rimasto coinvolto anche il giornalista italiano Antonio Megalizzi, 28enne originario di Trento. “È in coma e non si può operare per la posizione gravissima del proiettile che è arrivato alla colonna alla base del cranio, vicino alla spina dorsale”, ha spiegato Danilo Moresco, padre di Luana, la sua fidanzata. “Ci hanno detto che Antonio è stato colpito alla testa da un proiettile sparato da quel delinquente. Le due ragazze che erano con lui (la trentina Caterina Moser e Clara Stevanato, veneta e residente a Parigi, ndr) ce l’hanno fatta a scappare, rifugiandosi poi in un locale pubblico. Hanno perso di vista Antonio, perché lui è rimasto a terra”.

La nota di allerta: “Killer a bordo di una Ford Fiesta” –Intanto sono stati fermati il padre, la madre e i due fratelli di Chekatt che, scrive la Bild, dopo essere scappato su un “taxi nero” pare sia fuggito in Germania. Lì pare che abbia dei riferimenti a cui appoggiarsi. Nel 2016 era stato infatti condannato dal tribunale di Singen a 2 anni e tre mesi. Aveva commesso un furto in uno studio dentistico e poi in una farmacia del Baden-Wuerttemberg, riferisce l’emittente tedesca N-tv. In un primo momento, secondo quanto emerso dalla riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa) che si è tenuta al Viminale, si escludeva che l’attentatore avesse collegamenti con l’Italia. Poi l’agenzia Adkronos ha dato notizia della nota arrivata alle forze di polizia italiane:  “A seguito dei fatti terroristici accaduti a Strasburgo in data 11 dicembre 2018 al mercato di Natale si richiede di collaborare nelle ricerche di Chekatt Cherif, nato il 21 febbraio 1989 a Strasburgo, persona armata e pericolosa suscettibile di viaggiare a bordo di Ford Fiesta targata CX168FD”, si legge nel documento che comprende anche una foto di Cherif. Nell’immagine il 29enne, ricercato in tutta Europa per l’attentato di Strasburgo, appare con i capelli corti scuri e con la barba.

Situazione Libia: Il maglio francese e l'accordo Minniti per la drastica riduzione degli sbarchi in Italia.

Si è tenuto oggi al palazzo dell’Eliseo di Parigi un vertice fra le più importazioni fazioni in lotta in Libia. Sponsorizzato dal presidente Emmanuel Macron, l’incontro ha riunito delegati di altri 20 paesi e 4 organizzazioni internazionali, ufficialmente per creare le condizioni per uscire dalla crisi. Formula piuttosto vaga dietro la quale si celano profonde differenze fra i promotori.

La Francia, in particolare, è tacciata da diplomatici di altri paesi di voler accelerare a tutti i costi il processo elettorale, iniziativa che secondo i suoi critici mira a rafforzare il generale Haftar, attore con cui Parigi si è più volte schierata in questi anni. Il comunicato emesso alla fine del vertice effettivamente impegna le parti a cercare di realizzare al più presto le elezioni; ma non è stato firmato e – a differenza delle bozze precedenti – non contiene un calendario né la minaccia di sanzioni verso chi non rispettasse l’esito del voto.

Dopo un incontro simile lo scorso luglio, l’Esagono continua a voler perseguire una propria agenda in Libia. A danno dell’Italia, sponsor del premier al-Serraj, riconosciuto dall’Onu. Gli attriti nordafricani fra Roma e Parigi sono figli di un’asimmetria nelle percezioni reciproche e nelle rispettive capacità di esercitare influenza oltre i propri confini. (29 maggio 2018) Al di là dell’emergenza migranti sostenuta in un clima di costante campagna elettorale, gli sbarchi nelle coste italiane non erano così contenuti da anni. Da gennaio 2018 ad oggi il numero è di 5 volte inferiore rispetto all’anno passato. Una vittoria amara dato che l’arresto degli arrivi è in parte il risultato del tanto criticato memorandum d’intesa dell’allora governo Gentiloni con il primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli, Fayez al Serraj.

Dall’est all’ovest. Nonostante le critiche contro le ripetute violazioni dei diritti umani del governo libico (ad oggi non firmatario della convenzione di Ginevra), la stretta sulle partenze c'è stata ed ha comportato lo spostamento parziale delle rotte migratorie. Il cambiamento dei porti di partenza ha così determinato una variazione della provenienza dei migranti. Così, a differenza degli anni passati, nei primi sei mesi del 2018 il maggior numero di migranti, sbarcati in Italia, ha dichiarato di esser di nazionalità tunisina. Tunisia. Nel 2017 la Tunisia era all’ottavo posto delle nazionalità arrivate in Italia. La maggior parte sono migranti economici alla ricerca di migliori condizioni lavorative. Il paese nordafricano, nonostante un’economia in crescita, ha ancora seri problemi di disoccupazione. Inoltre, le politiche di sviluppo attuate dal governo hanno portato a forti scontri, repressi anche con la forza, poiché hanno allargato il già notevole divario tra ricchi e poveri, aggravando la situazione nelle aree più vulnerabili. Oltre ai problemi economici, ci sono anche ancora leggi draconiane che colpiscono la comunità Lgbti, l’omosessualità è infatti punita con il carcere. Inoltre il governo, cavalcando l’onda di insicurezza e sotto il velo della lotta al terrorismo sta attuando azioni di contrasto che violano i diritti umani. Eritrea. Nei primi sei mesi del 2018 sono sbarcati in Italia 2.233 eritrei, la seconda nazionalità per numero. Le persone che fuggono dal paese, scappano da uno stato che impone il servizio militare a tempo indeterminato, limita la possibilità dei suoi cittadini di espatriare e usa questo escamotage per sfruttare gli arruolati in lavori pesanti. Il paese, da anni in tensione con i vicini, ha una delle economie più povere del mondo. Secondo i dati Unicef di giugno 2017, 22.700 mila bambini al di sotto dei 5 anni verserebbe in uno stato di malnutrizione acuta. Il paese non riconosce inoltre la libertà di culto, né quella di stampa. Sudan. Terzi nel 2018, noni nel 2017. Sono circa 1373 i migranti provenienti dal Sudan sbarcati in Italia. Un paese che in seguito alla scissione con il Sud Sudan, non ha mai trovato pace. Libertà d’espressione, di riunione e di stampa sono diritti costantemente calpestati dal governo d Khartoum. Gli arresti arbitrari hanno colpito anche esponenti del terzo settore e dell’opposizione politica. Inoltre il persistere dell’instabilità politica alimentata dagli scontri con i vicini del sud, ha alimentato le crescenti violazioni del diritto internazionale e di guerra anche con uccisioni sommarie di civili, stupri e saccheggi. Drammatica anche la situazione economica con aree come il Kordofan del Sud e Nilo Blu dove si stima che quasi il 40% della popolazione sia fortemente malnutrita. Nigeria. Nel 2017 è stata la nazionalità più diffusa tra i migranti, nel 2018 è la quarta. Ma questo non vuol dire che la situazione in Nigeria sia migliorata.  La minaccia di Boko Haram continua a flagellare parte del paese. Centinaia i morti nell’ultimo anno, con picchi di violenza che hanno portato allo sfollamento di intere comunità. Migliaia le persone costrette ad abbandonare le loro abitazioni. Come se non bastasse, la reazione dello stato al terrorismo sta portando all’aumento di casi di violenze e violazioni contro civili da parte delle forze governative. Arresti arbitrari anche di donne e minorenni, uccisioni sommarie e il mancato impegno del governo nel perseguire i responsabili delle violazioni accertate. La Nigeria inoltre persegue la comunità Lgbti, le donne sono vittima di leggi e consuetudini arretrate e ha una limitatissima libertà di stampa

Migranti, Onu: “Il patto con la Libia è disumano
Si tollerano le torture per evitare gli sbarchi”
; a 6 anni dalla morte di Gheddafi, sorgono di nuovo i campi di concentramento e sterminio. Tutti gli autori di questo patto devono essere portati alla sbarra per crimini contro l'umanità ad incominciare dal Ministro dell'Interno Italiota Pezzo di Merda Minniti, 14 novembre 2017

 

Il patto dell’Europa con Tripoli “è disumano e la sofferenza dei migranti detenuti nei campi in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”. Sono queste le parole durissime dell’Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad Al Hussein che è intervenuto per parlare delle politiche migratorie dell’Unione europea e in particolare dell’accordo del governo italiano con le autorità libiche

 

Egitto, bombe e raffiche di mitra contro
i fedeli in moschea: “235 morti, 109 feriti”
, 24-11-17

 

Iraq, Baghdad: “Caduta ultima roccaforte Isis,Tal Afar”. Coalizione: “Il califfato è alla fine”

Iraq, Baghdad: “Caduta ultima roccaforte Isis”. Coalizione: “Il califfato è alla fine”

 
MONDO

Il comandante dell’operazione militare nella regione, generale Abdul Amir Yarallah, ha detto che le forze lealiste hanno cominciato ad avanzare nel territorio urbano. Brett McGurk, inviato degli Stati Uniti: "Dal 2014, l’Isis ha perso il 95% del territorio che controllava in Iraq e in Siria". Forza iraniane: "Anche in Siria la vittoria è vicina"

Karim, l'italiano che combatte in Siria, racconta la campagna per riconquistare Raqqa

La presa di Tabqa da parte delle Forze siriane democratiche è stata un passaggio cruciale per l'assedio di Raqqa, durato fino al 17 ottobre e conclusosi con la sconfitta dell'Isis e la cacciata dei miliziani da quella che era considerata la capitale siriana del Califfato. Karim Franceschi, di Senigallia, è stato il primo italiano ad andare in Siria per combattere contro l'Isis a Kobane. Era il gennaio del 2015. Ora guida uno dei battaglioni internazionali d'assalto, che fanno parte dello Ypg curdo.

“Così abbiamo liberato Raqqa”. Parla l’italiano per 7 mesi in prima linea a combattere contro l’Isis, Claudio Locatelli

 

 

 

L'Iraq dopo Kirkuk riprende anche Sinjar ai curdi. Trump: "Noi non siamo con nessuno"

L'Iraq dopo Kirkuk riprende anche Sinjar ai curdi. Trump: "Noi non siamo con nessuno"
Milizie sciite festeggiano la ripresa di Kirkuk (reuters)

 

L'avanzata dell'esercito federale e delle milizie nel Kurdistan. Ripresi anche i pozzi di petrolio: minata l'autonomia del governo regionale che ha promosso il referendum per l'indipendenza. L'esercito federale iracheno e le milizie sciite di Hashad al Shaabi (mobilitazione popolare) continuano l'avanzata nei territori del nord dell'Iraq che da mesi erano sotto controllo dei peshmerga curdi. All'alba le milizie curde si sono ritirate da Sinjar, la città yazida che era stata liberata dai curdi dopo mesi di occupazione da parte dello Stato Islamico. Masloum Shingali, il comandante di una milizia yazida locale, ha detto che i soldati curdi hanno lasciato la città prima dell'alba e che poche ore più tardi sono arrivate la milizie sciite che combattono per il governo di Bagdad.

Il sindaco della città, Mahma Khalil, dice che ormai Sinjar è sotto il controllo delle forze del governo federale, e che non ci sono stati combattimenti, quasi ci fosse stata un'intesa fra i Peshmerga e le forze di Bagdad. 

L'offensiva del governo federale iracheno è iniziata nella notte di sabato innanzitutto contro Kirkuk, la grande città a 250 chilometri a nord di Bagdad che era stata occupata dai curdi, ma non fa parte della regione amministrativa del Kurdistan con popolazione curda, ma è abitata soprattutto da arabi e turcomanni. Liberata Kirkuk, le milizie dell'esercito popolare e quelle di "mobilitazione popolare" sciite hanno occupato anche tutti i maggiori campi petroliferi della zona: la tv di Bagdad sostiene che sono stati ripresi i pozzi di Havana e Bai Hassan, ad ovest di Kirkuk, dopo avere conquistato lunedì quelli di Baba Gurgur, a est.

A questo punto il governo di Bagdad avrebbe il controllo di circa 400mila dei 600mila barili di petrolio al giorno estratti nella regione del Kurdistan. Significa che il Krg, il Kurdistan regional government (che ha promosso il referendum per l'indipendenza) di fatto non ha più le risorse per mantenere la sua autonomia, e che quindi a parte la perdita di un territorio importante come quello di Kirkuk, l'autonomia sarebbe stata di fatto ridimensionata economicamente.
 
Nella notte per la prima volta il presidente americano Donald Trump ha commentato l'offensiva di Bagdad in Kurdistan: "Gli Stati Uniti non prenderanno posizione a favore dell'uno o dell'altro. Da molti anni abbiamo una relazione molto buona con i curdi e siamo anche stati dalla parte dell'Iraq, pur se non avremmo mai dovuto essere lì", dice Trump, che in passato aveva criticato l'intervento militare americano in Iraq.

Una portavoce del Dipartimento di Stato dice che Washington "è molto preoccupata per le notizie della violenza intorno a Kirkuk: sosteniamo l'esercizio pacifico dell'amministrazione congiuntamente da parte del governo centrale e del governo regionale, coerentemente con la costituzione irachena, in tutte le aree contese".
 
Gli Usa temono che lo scontro possa destabilizzare la coalizione che sta combattendo contro lo Stato islamico. Ma alcuni elementi lasciano pensare che le operazioni in Kurdistan non dovrebbero interferire in maniera negativa con l'offensiva contro lo Stato Islamico: innanzitutto il fatto che le aree ancora occupate dai terroristi del Califfato si sono molto ridotte, e che lo sforzo militare terrestre iracheno potrà essere molto più concentrato. Fra l'altro l'esercito iracheno e le milizie sciite in questi ultimi mesi hanno avuto modo di consolidarsi e rafforzarsi dopo le operazioni iniziali avviate con il sostegno degli Stati Uniti e dell'Iran che a terra ha sostenuto e organizzato soprattutto Hashad al Shaabi.
 
 

La provincia di Kirkuk, il cui capoluogo omonimo è situato 250 chilometri a nord-est di Bagdad e conta circa un milione di abitanti, è stata al centro di influenze e interessi contrastanti da quando, nel 1927, i britannici vi scoprirono il petrolio. Durante l'era del deposto e defunto presidente iracheno Saddam Hussein l'area era stata sottoposta a un processo di 'arabizzazionè forzata, come molte altre aree miste dell'Iraq.
Ma nel 2014, quando l'esercito federale abbandonò il nord del Paese di fronte all'avanzata dei jihadisti dell'Isis, le forze della vicina regione autonoma del Kurdistan occuparono la città e i siti petroliferi più importanti.

Da allora Kirkuk è rimasta sotto il controllo dei Peshmerga, e le autorità del Kurdistan avevano avviato un lento processo di integrazione che ha comportato la diffusione della lingua curda e la nomina di rappresentanti di questa etnia in posti chiave dell'amministrazione, compresa la polizia.

A Kirkuk vivono 850 mila abitanti, di cui un terzo curdi e un venti per cento turcomanni; nella sua area vengono estratti ogni giorno 400.000 barili di petrolio, quasi il 70% dei 600.000 che Erbil invia fino al terminal turco sul Mediterraneo di Cehyan, sbocco dell'oleodotto che parte proprio da Kirkuk. La crisi è precipitata con il referendum del 25 settembre per l'indipendenza voluto dal presidente del Governo regionale del Kurdistan, Massoud Barzan

Raqqa, caduta la capitale dell’Isis: “Completamente strappata al Califfato”. 3.200 morti nella battaglia finale – FOTO

 
Civili nelle strade di Raqqa liberata dall’Isis
 

"L’operazione militare è terminata, ma adesso portiamo a termine un’operazione di pulizia per porre fine alle cellule dormienti di Daesh che ci sono ancora", ha spiegato al telefono con l'agenzia spagnola Efe il portavoce delle Fsd, Talal Salu. Nei giorni scorsi circa 3mila civili e 275 jihadisti e foreign fighters erano stati evacuati dalla città grazie a un accordo tra le Forze democratiche siriane a maggioranza curda e lo Stato islamico

 

Cade la capitale dello Stato Islamico. Le forze curdo-siriane alleate degli Stati Uniti che combattono l’Isis, infatti, hanno confermato di avere interamente strappato Raqqa al controllo del Califfato. L’annuncio è stato dato dalle stesse Forze democratiche siriane (Sdf), a predominanza curda, sostenute dalla Coalizione internazionale a guida americana.

“A Raqqa l’operazione militare è terminata, ma adesso portiamo a termine un’operazione di pulizia per porre fine alle cellule dormienti di Daesh (acronimo arabo per indicare l’Isis ndr) che ci sono ancora”, ha spiegato al telefono con l’agenzia spagnola Efe il portavoce delle Fsd, Talal Salu, anticipando che le Forze democratiche siriane pubblicheranno a breve un comunicato proclamando ufficialmente la liberazione di Raqqa dall’Isis.

Gli ultimi combattenti jihadisti si erano trincerati in un’area molto ristretta del centro della città. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani tra di loro c’erano molti foreign fighters, cioè combattenti stranieri arrivati da altri Paesi arabi ma anche da Usa ed Europa per combattere nelle file dell’Isis. È sempre l’Osservatorio a tracciare una prima stima delle vittime della battaglia finale per riconquistare la roccaforte Isis: almeno 3.200 morti da giugno ad oggi, tra cui non meno di 1.100 civili. Almeno 267 i bambini e 194 le donne decedute.

Intanto sullo stadio di Raqqa è stata issata la bandiera dell’Ypg, le Unità di protezione del popolo curdo, la più potente delle fazioni che compongono l’alleanza curdo araba. Rojda Felat, comandante delle operazioni delle Forze siriane democratiche a Raqqa, ha dichiarato che sono in corso le operazioni per mettere in sicurezza lo stadio, ripulendolo dalle mine disseminate dai jihadisti. L’impianto sportivo è l’ultimo grande obiettivo riconquistato dalle Forze democratiche, mentre prima erano stati riconquistati l’ospedale, altra zona di resistenza delle milizie jihadiste, e piazza al Naim, divenuta celebre perché teatro delle esecuzioni pubbliche dei boia dell’Isis. 

Già domenica, quando era cominciato l’assalto finale alla città, centinaia di miliziani di Daesh e migliaia di civili, tra cui le famiglie degli stessi estremisti, erano stati evacuati da Raqqa in base a un accordo raggiunto tra le Sdf e lo Stato islamico, con la mediazione di capi tribali locali. Anche ai foreign fighters era stato permesso di lasciare la città, nonostante l’opposizione soprattutto dei servizi segreti francesi, convinti che in città si nascondessero anche le menti degli attentati di Parigi. Secondo le Sdf sono stati evacuati nei giorni scorsi circa 3mila civili e 275 miliziani dell’Isis, mentre tra i 250 e i 300 jihadisti stranieri

La gioia per la liberazione della città, però, lascia presto il posto alla situazione di emergenza in cui si trovano i sopravvissuti. “I bambini che si trovano nei campi intorno a Raqqa hanno raccontato ai nostri operatori che sono stati costretti a essere testimoni di esecuzioni e decapitazioni – spiega Save the Children in un comunicato – Hanno detto di aver visto amici e familiari saltare in aria a causa delle mine presenti sulle strade e di aver assistito a bombardamenti che hanno ridotto in cenere le case. Ci potrebbero volere molti anni per curare i danni psicologici che hanno subìto”, continua l’ong, che ha denunciato anche le condizioni delle “circa 270mila persone fuggite dai combattimenti a Raqqa che hanno urgentemente bisogno di aiuti, mentre i campi di sfollati sono al limite del collasso“.

La battaglia per liberare Raqqa è iniziata a giugno. La città era controllata dall’Is dal 2014 e si ritiene che da qui i miliziani pianificassero gli attacchi all’estero. È a Raqqa, infatti, che si concentravano migliaia di foreign fighters. Sempre a Raqqa, poi, l’Isis aveva organizzato la sua amministrazione locale che prevedeva tasse, burocrazia e polizia. È l’ultima grande città persa dallo Stato Islamico mentre la scorsa estate l’esercito iracheno, sempre coadiuvato dagli Stati Uniti, aveva espugnato Mosul.

 hanno rifiutato l’accordo.


 

 

 

Mosul, ultimo atto:il 9 luglio 2017 cade la seconda capitale del Califfato, un milione di profughi, oltre centomila civili uccisi, città rasa al suolo

Siria, 4 zone cuscinetto e cessate il fuoco: Russia, Turchia e Iran trasformano le loro aree di influenza in entità politiche (4 maggio 2017)

"La Troika Russia–Iran–Turchia è lo strumento più efficace per risolvere la crisi siriana", disse il 20 dicembre il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, nel corso di un vertice a Mosca. Ora arrivano i primi risultati dell'accordo. Tensione nel nord del Paese tra Ankara e Washington: "Se veicoli Usa continuano a sostenere l'avanzata dell'Ypg verso la città di Raqqa, potrebbero essere colpiti accidentalmente"

Quattro zone cuscinetto e il cessate il fuoco dal 6 maggio. Sono questi i termini principali di un memorandum d’intesa siglato giovedì 4 maggio ad Astana, in Kazakistan, fra i tre paesi garanti della tregua in Siria: Iran, Russia e Turchia.

 

 

 

 

Iraq, viaggio tra le rovine di Ramadi,la capitale del gigantesco ovest irakeno: liberata dall'Is, distrutta dalle bombe(1-5-16)

 

Iraq, viaggio tra le rovine di Ramadi: liberata dall'Is, distrutta dalle bombe
(ap)

 

Da sempre considerato ribelle e difficile da governare, il capoluogo sunnita della provincia di al Anbar è stato dominato dagli uomini di abu Musab al Zarkawi, il capo del ramo iracheno dell'organizzazione fondata da Bin Laden. E' stato lui a gettare le basi del Califfato. C'è voluto un anno per riconquistarla. Ma gli effetti della pioggia di raid aerei e degli ordigni eplosivi disseminati dai miliziani dell'Is prima di fuggire hanno trasformato la città. La reazione del governatore davanti ai giornalisti arrivati per un'intervista: "Andate subito via, restare è un suicidio". Ramadi è situata a 50 chilometri ad ovest di Bagdad, sulla medesima direttrice di Falluja, la città completamente annientata dagli statunitensi tra l'aprile ed il dicembre del 2004. Non solo annientata, ma fosforizzata e riempita di uranio impoverito, facendone una delle aree più contaminate di radiazioni ed agenti tossici dell'intero pianeta.

I marines assediarono e bombardarono Falluja nell’aprile di 6 anni fa, dopo che 4 dipendenti della compagnia di sicurezza Blackwater furono uccisi e i loro corpi bruciati e portati per la città. Dopo 8 mesi di stallo nelle operazioni, i Marines decisero di usare l’artiglieria e i bombardamenti aerei per piegare la resistenza. Utilizzando armi legali, fu detto. Prima che si scoprisse dell’uso del fosforo bianco, in grado di bruciare, a contatto con l’aria, pelle e carne su cui si deposita: un’arma illegale, in campi di guerra densamente popolati come una città. E ora il dubbio è “che siano state usate anche armi contenenti uranio, in qualche forma”, dice il dottor Busby.

I militari britannici, che affiancarono gli americani durante l’assalto, rimsaero esterrefatti notando il volume di fuoco impiegato per l’operazione. Falluja venne considerata una zona sulla quale poter sparare liberamente: “In una sola notte vennero lanciati 40 colpi di artiglieria pesante su un singolo settore della città”, ricorda il brigadiere Nigel Aylwin-Foster. Il comandante che ordinò quell’uso devastante di munizioni non lo considerò rilevante, tanto da non menzionarlo nemmeno nel rapporto al comandante delle truppe Usa.

 

 

 

 

Kabul, il mullah Omar è morto due anni fa,nel 2013

Lo hanno confermato i servizi segreti afgani, anche se gli integralisti insistono nel negare la morte del loro capo supremo, che sarebbe avvenuta nell'aprile 2013. Mistero sulle cause del decesso (29-07-15)

 

 

 

FRONTE DEL MEDITERRANEO

 

Migranti, ad aprile 2016 più sbarchi in Italia
che in Grecia: molti arrivati dall’Egitto
Brennero, “Austria: “Per ora no muro”
. Egitto, "400 migranti dispersi in un naufragio"

Ue: "Bene proposta italiana", ma Berlino boccia gli eurobond 
Intervista Il medico di Fuocoammare: "Andiamo a salvarli"

Gommone in avarìa nel Canale di Sicilia: 6 morti, 108 in salvo foto 

migranti-pp-990x192 (IL PICCOLO ALIAN, SIRIANO,6 ANNI, PER NON DIMENTICARE MAI COSA PURTROPPO E' CAPACE DI FARE L'UOMO SULL'UOMO A 70 ANNI DALLA CARNEFICINA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.....NON ABBIAMO IMPARATO NIENTE...)

Migranti, “700 bambini morti nel 2015
Raddoppiato numero totale vittime”
Appello Unicef: “Fermare l’ecatombe”

Traffico migranti, 7 arresti in tutta Italia

Egitto, "400 migranti dispersi in un naufragio"

Il gommone soccorso nel Canale di Sicilia (foto dalla nave Aquarius dell'Ong Sos Méditerranée)
Migranti, già superato record di sbarchi
"A fine anno saranno più di 100mila"
Lega: "Colpa di Renzi". Il Pd: "Sciacalli"

Migranti, già superato record di sbarchi "A fine anno saranno più di 100mila" Lega: "Colpa di Renzi". Il Pd: "Sciacalli"
 

Inchiesta sulla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013
Dossier / foto / video / Il viaggio di papa Francesco
Ieri nuova tragedia: 30 morti per asfissia


 

 

 


ECONOMIA ITALIOTA

 

 

 
 
 

Fatture, no alla banca dati: la Privacy ferma il Fisco

Decreto fiscale in vigore da oggi. Che cosa c’è: da rottamazione ter a definizione agevolata delle liti con le Entrate

Debito pubblico, l’Italia non guarirà tornando alla lira. Basta saperne un po’ di economia

Questo post spiega a chi non si interessa molto di economia alcuni punti chiave per capire il marasma in cui si trova l’Italia e le ricette che vengono proposte per rimediarvi.

Partiamo da una semplice considerazione: le banconote e le monete emesse dalla banca centrale di un Paese sono una passività del settore pubblico. In altre parole sono considerate un debito del governo. Quindi, specularmente, per chi le ha in tasca costituiscono un credito verso il governo. Una banconota, in altre parole, è una cambiale con cui il governo paga i suoi dipendenti, i suoi debitori, i pensionati eccetera. Questa cambiale ha due caratteristiche: non paga interessi e non ha una scadenza. Ma una persona accetta quei pezzetti di carta colorata perché milioni di individui l’accetteranno in cambio di beni (pane, vino, cicoria ecc.) o servizi (visite mediche, biglietti dell’autobus, taglio di capelli ecc.).

Ai bei tempi andati del gold standard (fino al 1971) a garanzia di questo debito del governo nel bilancio della banca centrale c’erano le riserve auree. Oggi che le banche centrali non pongono a garanzia della moneta un bene fisico come l’oro, il corrispettivo di questa passività dello Stato è un asset immateriale: la fiducia nel governo e nelle istituzioni pubbliche, economiche, politiche, militari, giudiziarie ecc. Infatti si definisce moneta fiduciaria.

Il fatto che questo questo asset sia immateriale è fonte di infinita confusione per chi non ha acquisito almeno i rudimenti di economia. La confusione deriva da un semplice fatto: la fiducia nelle istituzioni non è misurabile. Quindi a fronte di un elemento concreto, tangibile, di uso quotidiano come banconote e monete, con un valore preciso stampigliato sopra, vi è un elemento impalpabile. Questa dissonanza cognitiva sull’insostenibile leggerezza della fiducia pone un problema politico, perché l’elettore è bombardato da una propaganda ossessiva sulle virtù taumaturgiche della moneta e non riesce a raccapezzarsi. Viene indotto a pensare che più si aumenta la quantità di moneta in circolazione, più sale il reddito reale degli individui. Invece non è così. Altrimenti la banca centrale avrebbe inventato la bacchetta magica con cui creare ricchezza senza limiti.

L’impalpabile fiducia sui cui si regge il valore della moneta è essenzialmente la fiducia che le banconote mantengano nel tempo il loro valore per l’acquisto di beni reali. Se oggi con dieci euro si compra una pizza, ma per mancanza di fiducia nelle istituzioni la gente si convince che domani quella pizza costerà venti euro, nessuno terrà una banconota in tasca o nel portafogli. Si precipiterà a spenderla. Per rendersi conto di cosa succede in concreto basta digitare su Google “inflazione Venezuela”.

Inoltre nel bilancio dello Stato esiste un’altra passività: il debito pubblico, cioè la somma di Bot, Btp e altre obbligazioni emesse dal governo. A differenza della moneta, questi titoli pagano un interesse e hanno una scadenza. I risparmiatori li comprano perché nutrono fiducia che il governo alla scadenza ripaghi con gli interessi questi titoli di credito. Quindi anche in questo caso il valore dei titoli dipende dalla fiducia nelle istituzioni. E lo ripeto per chi fosse confuso: è la stessa identica impalpabile fiducia nelle istituzioni che spinge ad accettare in pagamento le banconote.

Da alcuni anni vengono diffuse sul web tutta una serie di farneticazioni da varie bande di mestatori, che si presentano sotto varie etichette, ma che appartengono allo stesso ceppo (o alla stessa ceppa per dirla alla Di Maio): Mmt, noeuro, minkioliristi, sovranisti, fascio-comunisti, patacchisti eccetera. Le farneticazioni poggiano su un banale, semplicistico e puerile pilastro: il governo, tramite la banca centrale, deve stampare moneta per acquistare le obbligazioni pubbliche. In questo modo risolve tutti i problemi economici, azzera il debito dello Stato e anzi può creare dal nulla, per incanto, le risorse con cui pagare pensioni, sussidi, reddito di cittadinanza, opere pubbliche e ogni ben di Dio senza che nessuno lavori e produca. Insomma la stampante “magggica” vagheggiata nel piano B del Savona in versione descamisado tardo-peronista.

I peron-sovranisti essenzialmente propugnano una partita di giro tra passività: ai titoli pubblici si sostituisce moneta. Tradotto: a una passività del governo con interessi e con scadenza definita si sostituisce una passività senza interessi e senza scadenza. Ma come abbiamo visto, entrambe le passività si reggono sulle stesse fondamenta: la fiducia. Quindi cosa si ottiene in pratica da questa partita di giro?

Prendiamo un caso reale che ci riguarda tutti da vicino. L’ultima asta del Btp Italia è stata un fiasco clamoroso come non se ne registravano da anni. Detto in soldoni, la gente si fida poco del governo italiano e delle sue istituzioni. Qual è la ricetta che propongono i peron-sovranisti di lotta e di sgoverno? Tornare alla lira in modo da ricomprare il debito pubblico italiano con minkiolire fresche di stampa. In parole povere un governo screditato (cioè che non gode di alcuna fiducia) risolverebbe magicamente i problemi costringendo la gente a scambiare carta straccia con altra carta straccia. Se tra i lettori qualcuno ritiene che questa sia una strategia vincente, io ne sono immensamente felice. Vendesi stupenda fontana monumentale rinascimentale nel cuore di Romain puro marmo di Carrara a prezzo sensazionale, di assoluto realizzo.

Magneti Marelli, Fca la vende alla Calsonic Kansei per 6,2 miliardi di euro

Magneti Marelli, Fca la vende alla Calsonic Kansei per 6,2 miliardi di euro

L'accordo con il fornitore giapponese di componentistica si perfezionerà nel 2019, e darà vita a un colosso da 15,2 miliardi di fatturato. La sede resterà in Italia, a Corbetta, per almeno cinque anni e verranno tutelati i livelli occupazionali. Soddisfatti i sindacati, che tuttavia restano vigili.

Alla fine, la prima decisione “pesante” dell’era Manley è arrivata: Magneti Marelli è stata ceduta da FCA ai giapponesi della Calsonic Kansei per 6,2 miliardi di euro, e le sue attività verranno effettuate sotto il nome di Magneti Marelli CK Holdings. La Calsonic Kalsei, di proprietà del fondo Usa Kkr, è uno dei principali supplier di componentistica giapponesi, che insieme all’azienda italiana formerà un colosso da top ten dei fornitori mondiali, dal fatturato di 15,2 miliardi di euro e dalla forza lavoro di ben 65 mila persone distribuite in quasi 200 impianti e centri di ricerca e sviluppo in Europa, Giappone, America e Asia-Pacifico.

“Questa è una giornata di trasformazione sia per Magneti Marelli che per Calsonic Kansei, che creano così un business globale con una gamma eccezionale, presenza geografica, competenza e prospettive future: una combinazione ideale”, ha dichiarato il numero uno di Fca Mike Manley, al quale ha fatto eco l’ad di CK Beda Bolzenius: “Insieme beneficeremo di una presenzageografica e di linee di prodotti complementari, mentre i nostri rispettivi clienti beneficeranno di un maggiore investimento in persone, processi e prodotti innovativi”.

 

 

Le trattative per la cessione iniziarono quando sul ponte di comando di Fca c’era ancora Sergio Marchionne, che più che altro in mente aveva lo scorporo di Magneti Marelli: un modo per far entrare denaro fresco da distribuire agli azionisti. Lui stesso, tuttavia, aveva affermato di poter riconsiderare l’ipotesi della vendita, in cambio di un “big check”: insomma, di fronte a un’offerta irrinunciabile l’affare si poteva andare in porto.

Quell’offerta, nondimeno, tardava ad arrivare. Prima di stringere coi giapponesi Fca aveva parlato anche con altri, tra cui Apollo Global Management e Bain Capital, come riporta il sito specializzato Autonews.com. Una volta focalizzata la trattativa con Calsonic Kalsei, c’era da trovare il punto d’incontro tra domanda e offerta: Marchionne aveva fatto sapere che il suddetto “big check” era una cifra non inferiore ai sei miliardi di euro. Dopo l’estate ballava ancora circa un miliardo, differenza poi colmata con l’ultima offerta appunto da 6,2 miliardi di euro. A quel punto è arrivata la mossa Pietro Gorlier, l’ex amministratore delegato “riassorbito” dandogli la poltrona di responsabile Fca per l’area Emea lasciata libera dopo le dimissioni di Alfredo Altavilla.Infine, c’è il capitolo lavoratori. Sia Fca che CK hanno fatto sapere con una nota ufficiale di voler tutelare i livelli occupazionali e le operazioni in Italia, anche per questo il quartier generaleresterà a Corbetta (vicino Milano), almeno per i prossimi cinque anni. Anche perché Magneti Marelli continuerà ad essere il fornitore di Fca, che manterrà nel suo perimetro la divisioneplastica. Soddisfatti i sindacati, che restano comunque guardinghi: “La cessione di Magneti Marelli non provocherà effetti diretti e immediati sui rapporti di lavoro, poiché avverrà tramite passaggio azionario e fusione con la società acquirente”, ha dichiarato il segretario generale della Uilm Rocco Palombella, “e il fatto che la giapponese Calsonic sia concentrata in Asia (e che magneti Marelli non sia presente in Giappone, ndr) dovrebbe escludere pericolose sovrapposizioni, mentre la prosecuzione dei rapporti di fornitura con Fca dovrebbe assicurare piena continuitàproduttiva. Ma la nostra attenzione come sindacato sarà massima”. Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario generale Fim Cisl Marco Bentivogli: “L’accordo prevede la salvaguardiaintegrale della forza lavoro, su cui vigileremo affinché l’operazione sia una grande occasione di crescita“. “E’ fondamentale avviare sin da subito un confronto sul futuro del gruppo”, commenta infine la segretaria generale della Fiom-Cgil Francesca Re David, “sia dal punto di vista occupazionale sia produttivo e della ricerca e sviluppo su cui chiederemo un ruolo attivo del Governo“. A metà mattinata, spinto dalla cessione di Magneti Marelli, il titolo Fcaguadagnava il 4,26% a Piazza Affari.

 

Le sigle sindacali hanno proclamato l'astensione dal lavoro anche per i lavoratori saltuari che si aggiungono nei periodi di grandi consegne, come Black Friday e Natale (24-11-17)

‘Ecco come Amazon ci spreme fino allo sfinimento’

 

Piombino, “basta prese in giro, ora azioni legali”
Tre anni dopo il governo scopre il piano-bluff

 

Tre anni dopo i tweet di giubilo di Matteo Renzi, la situazione delle acciaierie di Piombino precipita definitivamente. Il rilancio dell’ex Lucchini per mano dell’algerino Issad Rebrab non avverrà. È stata un presa in giro, come la definisce il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Tanto che il sindaco Massimo Giuliani, che in questi anni di passione è arrivato a ospitare gli operai all’interno del Comune, lo dice senza giri di parole: “Evidentemente il ministro Calenda ha preso atto che non ci sono ulteriori fatti o documenti che facciano ritenere il piano industriale di Aferpi  attendibile, verosimile e fattibile

Redditi, Ocse: “Negli ultimi 30 anni quelli degli over 60 cresciuti del 25% in più rispetto a quelli dei 30enni”

Tra i ruderi dell'industria italiana

 

 

 

 

 

 

 

Disoccupazione, la verità nascosta

Disoccupazione, la verità nascosta

 

IL CROLLO ECONOMICO DI UNA NAZIONE TRA IL 2014 ED IL 2015

 

 

 

POLITICA ITALIOTA

 

 

 
 
 IL MAGMA

Il regime non riuscì a creare una propria classe politica e fallì sul terreno di quei ceti borghesi che avrebbero dovuto essere il punto di forza... Non solo non fu capace di crearla, ma era esso stesso la causa, principale e quindi ineliminabile di questa incapacità. Da qui il dramma del regime e la sua più intima condanna all’autodistruzione, a prescindere da quelle che furono poi le cause “esterne” della sua fine».

È il giudizio sintetico sulla parabola del ventennio fascista, formulato qualche decennio fa dal suo storico più illustre, Renzo De Felice. Mi è tornato in mente in questi giorni di polemiche furiose su borghesi, borghesucci, madamine e su altre parole che non sto qui a ripetere. Torna la borghesia nelle polemiche di questi giorni, a proposito della manifestazione di Torino Sì-Tav, a sorpresa, perché si tratta di un attore in gran parte assente nella vicenda italiana. Da noi, a differenza che in altri Stati europei, c’è la debolezza, l’assenza, l’incapacità della borghesia di caratterizzarsi come portatrice dell’interesse generale del Paese, il suo essere attratta da interessi piccoli, particolari, mediocri. Un enorme e indistinto ceto medio che non è mai riuscito a diventare borghesia, l’ha definito Giuseppe De Rita (Repubblica, 14 novembre), «un magma sociale che sobbolle proprio perché non riesce a fare quel salto».

Dopo il voto del 4 marzo e la vittoria del Movimento 5 Stelle, arrivato a percentuali superiori al trenta per cento e paragonabili a quelle dei grandi partiti rappresentanti di quel corpaccione centrale dell’elettorato italiano come la Democrazia cristiana, in tanti si sono chiesti, con speranza o con timore, se da quel magma politico sarebbe emerso l’embrione di una classe dirigente o se sarebbe rimasto un network di umori, un megafono di rancori, un insieme di frustrazioni impossibile da riportare all’interesse generale, nonostante l’identificazione con una piattaforma che prende il nome di Rousseau.

Oggi, dopo cinque mesi di governo, si può dire che quella scommessa stia fallendo, o meglio, che stia prendendo una piega molto conosciuta, in sintonia con la tradizione italiana.Il Movimento 5 Stelle, nato come l’alfiere del cambiamento e della rivoluzione, si propone sempre di più come l’ennesima versione del trasformismo, l’adeguamento ai vizi nazionali, un mosaico di rivendicazioni apparentemente irrisolvibili, più Alberto Sordi che Beppe Grillo (posto che come attore Sordi Grillo se lo sarebbe mangiato). Ci sono partiti che riuscendo a mediare tra interessi e spinte contrapposte sono rimasti al governo per decenni. Ma la Dc ha potuto farlo nella stagione della Prima Repubblica in virtù dell’intelligenza di una leadership plurale, di un radicamento territoriale e della presenza della Chiesa che consentiva di assorbire tutto. In più, c’era un sistema politico coerente e stabile e un quadro internazionale che manteneva l’equilibrio. Mentre per M5S non esiste nessuna di queste condizioni. Il sistema politico è disastrato e i riferimenti istituzionali vacillano, presidenza della Repubblica a parte: il Parlamento è vuoto, il governo è rappresentato da un presidente del Consiglio inconsistente e da ministri tanto inutili quanto arroganti, la burocrazia gira a vuoto in assenza di input e la ricostruzione del ponte Morandi a Genova sta già diventando lo specchio di un’impasse collettiva. E in M5S non si vedono leader né intelligenze, non si sa chi potrebbe tenere insieme le varie anime se dovessero cominciare ad andare in direzione opposta. M5S è il partito del condono, della promessa mancata, del fasullo elevato a cultura politica. Era già chiaro nelle premesse: il Vaffa per gli altri che deresponsabilizza, che scarica le colpe su altri, la Casta, il Potere, per non fare mai i conti con se stessi. Nella prova di governo tutto questo si è accentuato, fino a proporre un dilemma nuovo e forse inatteso: cosa fare se, in tempi rapidi, il Movimento dovesse implodere?

Nel Palazzo non si parla d’altro e la prospettiva alletta o atterrisce. Nessuno pensa, naturalmente, che un partito in grado di raccogliere il 32 per cento dei voti possa sparire da un momento all’altro. La precedente legislatura, poi, ha dimostrato che M5S è invulnerabile rispetto alle conseguenze di espulsioni, dimissioni, micro-scissioni. Nessuno dei fuoriusciti o degli espulsi tra i parlamentari è riuscito a farsi rieleggere, fuori da Roma solo il sindaco di Parma Federico Pizzarotti è riuscito a farsi rieleggere nella sua città fuori e contro M5S. La novità, però, è che lo scontro tra le diverse anime o, se si preferisce, tra i dirigenti e i peones avviene non sui dogmi di Grillo ma sulle politiche di governo, com’è successo al Senato sull’emendamento sul condono edilizio a Ischia, bocciato grazie al voto in dissenso di Gregorio De Falco e di Paola Nugnes.

Si parla di ortodossi e governativi, come in tutti i partiti nati da una posizione estrema, il solito dilemma. Quello che manca al Movimento per chiudere rapidamente la crepa è una cultura politica di base, quello che tiene tutti insieme, una leadership forte e riconosciuta, una serie di risultati da poter vantare. Resta il Movimento, un’entità metafisica e astratta, restano la piattaforma Rousseau e la Casaleggio associati con il suo carico di conflitto di interessi, di rapporti con le aziende pubbliche, ovviamente in crescita, e resta il potere conquistato che diventa la condizione esistenziale di M5S: il cambiamento c’è perché M5S è al governo e dunque restare o resistere al governo diventa un fine in sé, non è un mezzo per realizzare il contratto, il programma o alcunché.

L’immobilismo si addice al Movimento, lo si è capito da tempo, se M5S sceglie muore oppure svela la sua vera natura, di conservazione dell’esistente. Se Luigi Di Maio per sopravvivere è costretto a mantenere tutto bloccato all’anno zero, in un eterno attimo di partenza, la Lega di Matteo Salvini ha l’interesse opposto: mettere tutto in movimento, portare a compimento la campagna di conquista del centrodestra cominciata dopo il voto del 4 marzo, quando il capo leghista ha deciso di separare i suoi destini da quello di Silvio Berlusconi. Restare al governo per Salvini è un mezzo, a differenza di Di Maio, per cui è un fine. Un mezzo per accrescere consenso, potere, autorevolezza. Internazionale, un trampolino per passare all’assalto dell’Europa. In questi percorsi paralleli le due strade sono destinate a separarsi, perché è difficile per Salvini immaginare di restare a lungo al governo con i Toninelli o con il partito di Virginia Raggi senza pagare a sua volta un prezzo elettorale o la delusione del pragmatico elettorato del Nord che non ama i no di M5S e una visione non soltanto sovranista ma autarchica.

Bisogna trovare il momento giusto per scendere dall’alleanza, prima che la delusione per il Movimento 5 Stelle si estenda anche in direzione Lega.

A questo servono i nemici esterni: a giustificare ritardi, contraddizioni, frenate, marce indietro, e anche rotture. L’Europa è il nemico perfetto, con la sua burocrazia sclerotizzata, con l’impossibilità di prendere posizione anche nel caso della procedura di infrazione nei confronti del governo italiano, degna di Bisanzio più che di Bruxelles. I giornalisti sono l’altro nemico perfetto di questo movimento che si abbevera di visibilità e prospera nelle polemiche mediatiche, ma che al tempo stesso vorrebbe mutilare il giornalismo del suo ruolo più essenziale: le inchieste, le critiche, le domande, la possibilità di dare all’opinione pubblica strumenti per giudicare più flessibili e meno definitivi di quelli di cui gode la magistratura, ma altrettanto importanti per il controllo del potere. La democrazia è quel sistema in cui la stampa controlla e critica il potere, in regimi di altro tipo succede l’opposto, il potere controlla la stampa e condiziona i giornalisti. Qui da noi, nell’Italia 2018, tutto questo avviene con la partecipazione e la complicità di altri giornalisti, i più anti, naturalmente. E si perpetua così un altro classico della tradizione italiana: fare opposizione dai vertici del potere, perché - naturalmente - il vero potere è sempre altrove: tra i centri finanziari, tra gli editori, sui giornali, in tv.

L’attacco ai giornalisti scatenato dai capi dei Cinque Stelle è il segno più fragoroso di una difficoltà, di un rischio implosione più vicino di quello che si pensi. Tutto questo dovrebbe spingere l’opposizione ad accelerare, a tenersi pronta per elezioni che potrebbero rivelarsi più vicine del previsto. Fino a poche ore prima della comunicazione della sua decisione, Marco Minniti è stato molto incerto se candidarsi o no alla segreteria del Pd. In queste settimane l’ex ministro dell’Interno ha spiegato ai suoi interlocutori di avere tutto da perdere e di aver valutato la possibilità di entrare nella corsa perché estremamente preoccupato per le sorti della democrazia italiana.

Una scena pesantemente condizionata da attori internazionali che si muovono da padroni in Italia, a partire da quel Vladimir Putin che è stato il vero protagonista nascosto della conferenza di pace sulla Libia di Palermo e che spesso dà l’impressione di muovere a suo piacimento i partiti del governo italiano sulla scacchiera continentale: uno sprazzo del potere di condizionamento che l’ex blocco sovietico esercita in Italia e nel resto d’Europa ce lo danno  le inchieste  di Paolo Biondani, Vittorio Malagutti, Stefano Vergine e Francesca Sironi. In questa situazione, l’Italia rischia di scivolare verso lande sconosciute, uno di quei paesi in cui l’opposizione politica non esiste o è affidata ad alcuni giornalisti e intellettuali coraggiosi e quasi sempre avversati dai governanti. Che un’analisi così cupa sia in gran parte condivisa da un uomo che ha gestito negli ultimi anni gli apparati di sicurezza e i servizi di intelligence è un motivo di preoccupazione in più.

Ora la scelta di Minniti è compiuta, così come quella di Nicola Zingaretti e di Maurizio Martina, e il congresso finalmente comincia. Resta l’esigenza di avere in tempi rapidi un leader riconosciuto per il principale partito di opposizione che avverte il pericolo della dissoluzione, con il suo ex leader Matteo Renzi che ormai visibilmente sta con un piede dentro e uno fuori. Ed è l’unico elemento che per paradosso avvicina M5S e Pd: il principale partito di governo e il principale partito di opposizione condividono la stessa situazione di possibile implosione. In un sistema impazzito.

 

 

Def, dal reddito di cittadinanza alle pensioni al condono: ecco cosa ci sarà nella manovra

 

Lega e 5 Stelle: deficit al 2,4% per tre anni. Secondo i calcoli sale dagli iniziali 33 a 40 miliardi, per finanziare l'avvio della flat tax, il reddito e la pensione di cittadinanza e il superamento della legge Fornero. Condono fino a 100mila euro, ma Garavaglia rilancia: "Sarà a 500mila"

 

IL MASSACRO DI RENZI, L'ANNIENTAMENTO STORICO DELLA SINISTRA IN ITALIA E LA NASCITA DEL GOVERNO GIALLO_VERDE, PRIMO DELLA STORIA D'ITALIA AL DI LA' DEL POSIZIONAMENTO IDEOLOGICO. Dalle ideologie al Sovranismo economico-Finanziario. Scompaiono le idee a fronte degli accelleratori di pagamento informatici.

CON RENZI DALL'ISONZO AL SESIA, e DAL SESIA ALL'arno IMMENSA AREA NO LEFT!!!Psicodramma Pd, Zingaretti: ‘Un ciclo è chiuso’
Ma i renziani: ‘Visto? Si perde anche senza di lui’
PD verso lo sfascio totale, non si sogna di espellere il Giglio di Merda che ha disintegrato una intera epoca storica di lotte e sacrifici massimi.

 

 

Pisa, Massa e Siena, addio alla Toscana rossa (leggi)Risultati – Terni alla Lega, Avellino e Imola a M5s
Matteo Orfini: “Su migranti e antipolitica abbiamo inseguito il racconto della destra” (video di M. Lanaro). Le amministrative comunali certificano l'annientamento di un partito liquefattosi all'indomani del fallimento del Referendum Costituzionale, 24 giugno 2018. L’elettorato di centrosinistra, invece, riesce a tenere serrati i ranghi quando il proprio candidato è al ballottaggio, mentre quando non c’è (come nel caso di Terni) si divide tra astensione (prevalente) e M5s. Anche in questi tempi di grandissima volatilità elettorale, insomma, si conferma solida la barriera fra centrodestra e centrosinistra. Per quanto riguarda il comportamento complessivo degli elettori, si nota “l’involontario mutamento che sta attraversando il il Pd, non più dominante al Nord”. Ma soprattutto: il centrodestra “sta mettendo solide radici nelle zone centrali del Paese”. Quindi il consenso per la Lega non è “episodico”. Diversa invece la situazione per i 5 stelle: da una parte si confermano i principali catalizzatori delle “seconde preferenze degli elettori” (hanno vinto 5 ballottaggi su 7), ma la “perdurante disorganizzazione a livello territoriale lo rende un partito d’opinione su scala nazionale” che “produce tensioni e incertezze nell’intero sistema politico, lacerato tra un faticoso tripolarismo nazionale e un più o meno imperfetto bipolarismo municipale”.

Grazie, Oettinger

Dobbiamo essere grati al tedesco Gunther Oettinger (CDU) per aver detto apertamente una spiacevole verità: “I mercati… insegneranno agli italiani a non votare per i partiti populisti”. I veri amici sono quelli che ti mettono di fronte la realtà. La verità ci farà liberi. Angela Merkel aveva ricordato il giorno prima: “Anche con la Grecia di Tsipras all’inizio fu difficile, poi ci accordammo”. Poi… dopo che gli spread avevano piegato i greci ribelli, e consegnato al Consiglio Europeo un Primo Ministro greco in ginocchio. Piangendo implorò pietà per il suo popolo, e salvò il posto, ma dovette ingoiare condizioni durissime. Una scena che ricorda quando Marco Aurelio (179) o Costanzo II (369) ricevevano i capi germani sconfitti.

Il significato delle parole di Oettinger è questo. “Gli italiani non sono un popolo liberosono in una gabbia; e quanto più si lanciano contro le sbarre, tanto più si fanno male; i colpi che si infliggono sono il migliore modo per indurli a non riprovarci più”. Rimuovere questa semplice realtà per noi è disastroso. Tutti i politici italiani hanno protestato, ma con motivazioni diverse. Per il Pd (e alcuni eurocrati): “Sono dichiarazioni soprattutto stupide”. Ovvero: “molto meglio evitare, oltre il danno, anche le beffe”, per non aizzare gli italiani, complicando il lavoro ai secondini.  

 

 

Mai più, si chiude una delle legislature più di merda della storia repubblicana del cazzo

 

 

L’incontro a casa Boschi tra i vertici di Etruria e Veneto Banca ci fu. E tra i presenti c’era anche Maria Elena Boschi, ministra del governo Renzi. A confermare lo scoop del Fatto (leggi) è uno dei protagonisti, Vincenzo Consoli. “Il ministro partecipò a un incontro nella casa di famiglia nella Pasqua del 2014, per un quarto d’ora, nel quale non proferì parola”, ha detto l’ex ad di Veneto Banca davanti alla Commissione. Non solo, l’ex numero uno della banca veneta ha portato documenti e testimoni per suffragare la tesi delle ingerenze di via Nazionale (articolo di P. Fior) nel tentativo di imporre il matrimonio con Pop Vicenza

 di F. Q.

SIMONA GRANATI - CORBIS VIA GETTY IMAGES
 

Il cerchio si stringe attorno a Maria Elena Boschi e alla sua fragile difesa, audizione dopo audizione. Dice il ministro del Tesoro Padoan: "Io non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un'autorizzazione, la responsabilità del settore bancario è in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio". Traducendo in maniera un po' grossier dal linguaggio formale, significa: la Boschi non agiva nel mio conto. Concetto reso ancora più esplicito quando il senatore Augello, in commissione" chiede a Padoan: ma almeno l'allora ministro delle Riforme riferiva degli incontri con Consob, Bankitalia e l'ad di Unicredit Ghizzoni? Risposta: "Ho appreso di specifici incontri dalla stampa".

 

Etruria, il capo della Consob sconfessa la Boschi
Si è occupata da ministro della

Significa che Maria Elena Boschi non porta il risultato di cotanto attivismo e interessamenti né in colloqui informali col ministro competente né nella sede formale del cdm. Un ministro, giova ricordare, giura sulla Costituzione di "esercitare le proprie funzioni nell'interesse esclusivo della nazione". E dunque, si ripropone la domanda: a che titolo la Boschi si occupava del dossier banche, la cui responsabilità è "in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio?". O meglio: si occupava di banche nell'interesse del paese e dunque avrebbe dovuto riferire a Padoan degli incontri, o della banca di cui è vicepresidente il padre, animata da una preoccupazione privata?

 

Ricapitolando. Di quella banca parlò con il presidente di una autorità indipendente come la Consob Giuseppe Vegas, in più occasioni. In una per informarlo che il padre sarebbe diventato vicepresidente di Etruria; in un'altra per esprimergli, non si sa a che titolo dopo le parole di Padoan, "preoccupazione per il futuro del settore orafo perché a suo avviso c'era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla banca di Vicenza". La preoccupazione per il settore dell'oro, argomento degno di un confronto collegiale in cdm però non viene portato all'attenzione del ministro del Tesoro.

banca del padre(14-12-17)

 

Maria Elena Boschi si è occupata eccome dei problemi di Banca Etruria. Contrariamente a quanto affermò in Parlamento il 18 dicembre 2015. Giuseppe Vegas, ex parlamentare di Forza Italia oggi presidente (uscente) della Consob da un paio d’anni in rotta di collisione con il renzismo, gioca nella sua deposizione sui coni d’ombra temporali e lo dice senza mezzi termini: su Banca Etruria “ho avuto modo di parlare della questione con l’allora ministro Boschi”, che espresse “un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza”

 di F. Q.

Quando i gufi erano Renzi, Confindustria e Fitch
Il disastro dopo la vittoria del No? Non si è visto

 

Per dirla con Matteo Renzi, hanno perso i “gufi” e i “profeti di sventura”. Ma stavolta il gufo è lui. Insieme ai suoi fedelissimi e a centri studi, agenzie di rating e banche d’affari che, prima del referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale, avevano evocato scenari di caos politico e apocalisse economica in caso di vittoria del No. Un anno dopo, con il pil a +1,5%, l’Italia resta in coda alla classifica Ue ma ben lontano dal -0,7% paventato nel luglio 2016 da Confindustria. Ed è lo stesso Renzi a rivendicarlo. Negli ultimi 12 mesi, poi, non si sono registrate fughe di capitali né la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro

 di Chiara Brusini

Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: Mori e Dell’Utri condannati a 12 anni. Di Matteo: “Ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi”

Ai vertici del Ros inflitta la stessa pena del fondatore di Forza Italia. Otto anni a De Donno, ventotto a Bagarella, dodici a Cinà: sono stati tutti riconosciuti colpevoli di violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato. Prescritto Brusca, assolto Mancino per falsa testimonianza. Otto anni a Ciancimino per calunnia a De Gennaro. Il pm: "Mentre i giudici saltavano in aria qualcuno nelle Istituzioni aiutava i boss a ottenere i risultati chiesti da Riina"

 

Sette minuti e cinquanta secondi. Tanto ci ha impiegato il giudice Alfredo Montalto per dire che non solo la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma che ad averla fatta sono stati i boss mafiosi, tre alti ufficiali dei carabinieri e il fondatore di Forza Italia. Mentre la piovra assassinava magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, inermi cittadini nelle stragi di Firenze e Milano, uomini delle istituzioni hanno cercato un contatto: sono diventati il canale che ha condotto fino al cuore dello Stato la minaccia violenta dei corleonesi. Che alla fine hanno ottenuto un riconoscimento grazie a Marcello Dell’Utri, uomo cerniera di Cosa nostra quando s’insedia il primo governo di Silvio Berlusconi.

È una sentenza che riscrive la storia della fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda quella emessa dalla Corte di Assise di Palermo. E che il sostituto procuratore Nino Di Matteo, unico pm titolare dell’inchiesta sin dall’inizio, spiega così: “Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. E il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico“. Parole per le quali Forza Italia annuncia di querelare il magistrato della Direzione nazionale antimafia. 

 

 

Condannati boss, carabinieri e Dell’Utri – Il commento del pm, però, è legato allo storico dispositivo appena letto dai giudici che hanno condannato a dodici anni di carcere gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni. Stessa pena per l’ex senatore Dell’Utri e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina. Otto gli anni di detenzione inflitti all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, ventotto quelli per il boss Leoluca Bagarella. Per il cognato dei capo dei capi, dunque, una pena superiore rispetto ai sedici anni chiesti dai pm Di Matteo, Vittorio TeresiRoberto Tartaglia e Francesco Del Beneche invece per Mori volevano una condanna pari a 15 anni. Prescritte, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci.

La minaccia allo Stato – Sono stati tutti riconosciuti colpevoli del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice di penale: quello di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Hanno cioè intimidito il governo con la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Anzi degli esecutivi, cioè i tre governi che si sono alternati alla guida del Paese tra il giugno del 1992 e il 1994: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda. L’assoluzione di Mancino – Assolto dall’accusa di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste l’ex ministro della Dc Nicola MancinoMassimo Ciancimino, invece, è stato condannato a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro. Il figlio di don Vito, uno dei testimoni fondamentali del processo, è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici hanno inoltre condannato Bagarella, Cinà, Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno al pagamento in solido tra loro di dieci milioni di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si era costituita parte civile. Riscritta la storia della Seconda Repubblica – La parte lesa del processo sulla Trattativa è infatti il governo, intimidito dall’escalation di terrore intrapresa dai corleonesi dopo che diventano definitivi gli ergastoli del Maxi processo istruito da Falcone e Borsellino. C’è una data che cambia per sempre la storia d’Italia: il 30 gennaio del 1992. Quel giorno a Roma la Cassazione condanna i boss mafiosi al carcere a vita: è la prima volta che succede, nonostante i politici avessero assicurato il contrario. È il “fine pena mai” lo spettro che scatena la furia di Riina, capo dei capi di un’organizzazione criminale all’epoca titolare di un’enorme potenza di fuoco. Già dalla fine del 1991 il boss corleonese aveva cominciato a riunire periodicamente i suoi in un casolare in provincia di Enna per dettare la linea: in caso di pronuncia sfavorevole bisognava “pulirsi i piedi“. Bisognava, cioè, massacrare tutti quei politici che non avevano rispettato i patti. Il primo è Salvo Lima: la sua chioma bianca riversa nel sangue di Mondello il 12 marzo del 1992 è l’atto numero zero della guerra allo Stato. Ma è anche un messaggio diretto ad Andreotti nel giorno in cui iniziava la campagna elettorale per le politiche di aprile. “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”, scrive su La Stampa Falcone, poche settimane prima di saltare in aria nella strage di Capaci. 

Carabinieri e Forza Italia: il nuovo patto – Nel frattempo i carabinieri del Ros hanno già tentato di aprire un dialogo con la Cupola, agganciando Massimo Ciancimino e usando il padre Vito comeinterlocutore: per questo motivo Mori, De Donno e Subranni sono stati condannati per i fatti commessi fino al 1993. Con la loro condotta hanno cioè veicolato la minaccia di Cosa nostra fino al cuore dello Stato. La stessa cosa che ha fatto Dell’Utri, riconosciuto colpevole per i fatti commessi nel 1994. Come dire: la Trattativa tra mafia e Stato la aprirono i carabinieri, ma la portò avanti e la chiuse il fondatore di Forza Italia.

Di Matteo: “Sentenza storica” – “Che la trattativa ci fosse stata non occorreva che lo dicesse questa sentenza. Ciò che emerge oggi e che viene sancito è che pezzi dello Stato si sono fatti tramite delle richieste della mafia. Mentre saltavano in aria giudici, secondo la sentenza qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina e gli altri boss chiedevano. È una sentenza storica“, è commento del pm Di Matteo, che ha abbracciato il collega Tartaglia mentre i giudici leggevano il dispositivo. “La sentenza – ha aggiunto il pm – dice che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. La corte ritiene provato questo. Ritiene provato che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico”. “Il verdetto – ha detto invece Tartaglia  – dimostra che questo era un processo che doveva necessariamente essere celebrato. La procura ha lavorato bene, svolgendo con serietà e professionalità il proprio lavoro. Le polemiche e le critiche sono state esagerate: ma le abbiamo superate”.

Totò Riina morto, dalla scalata a Cosa nostra alle stragi: tutti i misteri del capo dei capi che dichiarò guerra allo Stato(17-11-17)

Totò Riina morto, dalla scalata a Cosa nostra alle stragi: tutti i misteri del capo dei capi che dichiarò guerra allo Stato

MAFIE

Dalla conquista della piovra, al biennio al tritolo, fino alla mancata perquisizione del covo. Tutte le domande senza risposta che il boss mafioso si è portato nella tomba dopo avere terrificato un intero Paese all'apice di un'escalation di violenza senza precedenti. Nato poverissimo in una famiglia di contadini, viddano sanguinario e analfabeta è rimasto irredibimibile fino alla fine. Stava scontanto 26 ergastoli per circa 200 omicidi

 

 

 

Partito di Renzi TRAVOLTO ALLE REGIONALI SICILIANE E NEL MUNICIPIO DI OSTIA sciolto per mafia, 06-11-17

POLITICA | Di F. Q.Pd. Ancora una Waterloo fragorosa per il Diversamente Statista Renzi, che dal 2014 non ne indovina una e se giocasse a ramino da solo perderebbe pure lì. D’Alema e Veltroni si dimisero per molto meno. Patetico il suo non averci voluto mettere la faccia. Micari, nonostante i discorsi dal pulpito, è riuscito a farsi votare meno del Poro Asciugamano. Come sempre ridicoli gli scaricabarile post-voto. Cerasa, non per nulla stimatissimo da Renzi, ha dato la colpa a Crocetta e Faraone a Grasso: una prece. Nel frattempo, il Pd muore per sua stessa mano. Ma vedrete che da domani torneranno a dirvi che “Renzi è un vincente”.Siciliani. Si dice che gli elettori abbiano sempre ragione. Ne prendo nuovamente atto. Anche se, più che un voto, quello di ieri mi è parso da parte loro un desiderio – più o meno consapevole – di eutanasia.Ventitré. Dopo 23 anni, questo paese vota ancora Berlusconi e derivati. C’è bisogno di aggiungere altro? C’mon meteorite.

 

Grasso, addio al veleno: ‘Pd senza futuro
mina le istituzioni, deriva imbarazzante’
La freddezza dei vertici: ‘E’ giusto così’

 

IL MERDELLUM ( dopo il crollo del Merdalicum nella disfatta referendaria, dopo l'affondamento della consulta del Porcatum, ecco un'altra Merdata....)

Approfittando dello sfinimento generale, il Merdellum pudicamente ribattezzato Rosatellum-bis avanza a passo di carica in commissione Affari costituzionali della Camera. Tg e giornaloni tengono fermi gli elettori, distraendoli col solito teatrino dei pupi (Pisapia attacca D’Alema, Vendola attacca Pisapia, Salvini attacca il telefono a Berlusconi, la Meloni attacca il telefono a Salvini, Delrio si attacca al tram sullo Ius soli e fa lo sciopero della fame contro il suo stesso governo, la Boldrini si attacca alla dieta Delrio, cose così). Intanto, nell’indifferenza-ignoranza dei più, il Quartetto Casta – Renzi, B., Salvini e Alfano – ci scippa ogni giorno un pezzo di sovranità. Per fermarli, il Fatto ha raccolto oltre 60 mila firme in cinque giorni all’appello dei costituzionalisti. Vi chiediamo di passare parola sui social: se qualcuno vi chiede perché, spiegategli come funziona – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 07 ottobre 2017, dal titolo “Il Merdellum-bis”.

2 nominati su 3.

Per 10 anni abbiamo avuto una legge elettorale che faceva nominare i parlamentari dai capi-partito su liste bloccate anziché farli eleggere dai cittadini con la preferenza (proporzionale) o nei collegi (uninominale). Siccome per la Consulta il Porcellum era incostituzionale, il Quartetto Casta ne ha escogitato un altro che prevede due terzi di nominati e un terzo di eletti. Due parlamentari su tre usciranno da circoscrizioni proporzionali, dove ogni partito presenta un listino bloccato da 2 a 4 candidati, scelti dai capi e dunque nominati perché non c’è preferenza e conta l’ordine di apparizione in lista. Uno su tre invece è scelto col maggioritario in collegi uninominali dove vince chi arriva primo, dunque conviene coalizzarsi col maggior numero di liste (vere o “civetta”) per raccattare almeno un voto più degli altri.

I supernominati.

Il primo Merdellum prevedeva 75-77 circoscrizioni proporzionali (8-9 eletti in media per ciascuna: totale 600, cioè 2/3 del Parlamento) e tanti collegi uninominali quanti sono i seggi assegnati con quel sistema (330, 1/3). Ma il Quartetto Casta s’è fatto due conti e ha scoperto che le circoscrizioni sono troppo piccole e numerose per garantire l’elezione ai candidati nei listini. Ecco dunque un emendamento per allargarle riducendone il numero: così più nominati avranno la poltrona assicurata.

I supermeganominati.

Due problemi. 1) I partiti, a parte il capo supremo, hanno poche facce spendibili sul territorio. 2) I vecchi politici sono così sputtanati che rischiano di non essere eletti nemmeno se si fanno nominare in un listino bloccato. Soluzione prêt-à-porter: ogni candidato può correre in un collegio e in 5 circoscrizioni.
Poi, se viene eletto in più posti, deve optare per il collegio uninominale; e, se è stato trombato in quello ma eletto in più circoscrizioni proporzionali, passa in quella dove la sua lista ha avuto più voti (nelle altre scatta il primo dei non eletti). Così è ancor più facile far passare chi vuole il capo, all’insaputa degli elettori.

Voto forzato.

Nei sistemi misti proporzional-maggioritari, tipo il tedesco a cui finge di ispirarsi il Rosatellum, c’è il voto disgiunto: voto il candidato che preferisco nel maggioritario e, nel proporzionale, posso scegliere un’altra lista che mi soddisfa di più. Col Rosatellum no: se voto un candidato uninominale, devo scegliere una delle liste che lo sostengono, e non altre.

Sbarramento col trucco.

Per evitare la dispersione dei partitini, c’è lo sbarramento del 3%: chi non lo raggiunge sta fuori dal Parlamento e i suoi voti se li dividono quelli che ci entrano. Ma Renzi e B. vogliono inventare liste civetta per fare massa nei collegi. Ed ecco il trucco: le liste coalizzate nei collegi che superano l’1% possono regalare i loro voti agli alleati, anziché disperderli. Così i cacicchi e capibastone, forti nel loro territorio ma deboli o sconosciuti nel resto d’Italia (Mastella nel Beneventano, De Luca nel Salernitano, Crocetta in Sicilia ecc.) potranno fondare una miriade di liste civiche per portare acqua in cambio di posti sicuri con gli alleati.

Sbarramento con truffa.

Gli alfaniani di Ap hanno due grane. 1) Il 3% se lo scordano, ma i loro ministri e parlamentari sono affezionatissimi alla cadrega, dunque non si accontentano di portare voti agli alleati col trucchetto dell’1%. 2) Sono divisi fra gli alfaniani filo-Pd e i lupiani (da Maurizio Lupi, con rispetto parlando) filo-FI. Detto, fatto. Un emendamento consente di eleggere senatori anche alle liste che non arrivano al 3% nazionale, purché lo superino almeno in tre Regioni (secondo i sondaggi l’Ap, con le sue clientele, è sopra il 3% in Sicilia, Calabria e Puglia). Così gli alfaniani potrebbero correre da soli e tornare in Parlamento con una pattuglia di senatori che poi si danno al miglior offerente: Renzi, B. o meglio Renzusconi.

Coalizioni finte.

Nel proporzionale i partiti corrono da soli. Nell’uninominale invece si coalizzano (volendo e potendo), ma per finta. Il Pd fa un Ulivetto bonsai con Pisapia e altri àscari; FI va con Lega, FdI, Rivoluzione Italiana (la bad company di B.) e un centrino (Fitto, Costa, Parisi, Verdini, Quagliariello…). Ma già sanno che non avranno il 50% per governare, quindi le alleanze serviranno solo per sbaragliare nell’uninominale i partiti solitari (M5S e Mdp), anche se valgono più di loro (M5S). Poi, la sera delle elezioni, Renzi e B. saluteranno i rispettivi alleati allergici all’inciucio (Salvini, Meloni e forse Pisapia, ma non è detto) e tenteranno di abbracciarsi in un bel governissimo. La prova? FdI presenta un emendamento per dare il premio di maggioranza a chi raggiunge il 40%. Ma Pd e FI lo bocciano: segno che non vogliono vincere per governare coi propri alleati, ma scaricarli subito dopo il voto e mettersi insieme alle spalle degli elettori. Firmiamo per fermarli.

Legge elettorale, un obbrobrio chiamato Rosatellum

Il Rosatellum-2 è peggio dell’Italicum, che era peggio del Porcellum

 

 

Tracollo PD ed M5S alle amministrative 2017

5 Stelle, le regole del suicidio perfetto

Diciamolo: l’impresa di restare fuori da tutti i ballottaggi che contano(tranne Carrara, ma nessuno è perfetto e qualcosa sfugge sempre) non era facile. Ma i 5Stelle – tutti, da Grillo in giù – ce l’hanno messa tutta e hanno centrato l’obiettivo. Litigare dappertutto, polverizzarsi in scissioni e sottoscissioni, infilare un autogol dopo l’altro fino a scomparire da tutte le grandi e medie città al voto e, non contenti, persino resuscitare il ripugnante bipolarismo centrodestra-centrosinistra, con particolare riguardo per il duoBerlusconi (vedi alla voce Graviano) – Salvini (vedi alla voce Le Pen). Questa è roba da professionisti. Chapeau.

Grillo se lo sentiva e infatti nel comizio semideserto a Genova se ne vantava, con una voluttà alla sconfitta quasi poetica, come se la disfatta fosse uno schema lungamente provato in allenamento: “Resteremo fuori da tutto, così nessuno verrà sotto casa a rompermi i coglioni perché il nostro sindaco non piace”. Di questo passo passerà alla storia, mutatis mutandis, come l’erede inconsapevole di quell’altro grande sconfittista che era Riccardo Lombardi, nel ritratto di Indro Montanelli: “Più che il potere, amava la catastrofe, per la quale sembrava che madre natura lo avesse confezionato… con un volto che il Carducci avrebbe definito ‘piovorno’, e di cui nessun pittore sarebbe riuscito a riprodurre le notturne fattezze senza ritrarlo su uno sfondo di cielo livido, solcato da voli di corvi e stormi di procellarie: questo era Lombardi, e così sempre mi apparve. In cosa consistesse il suo alto pensiero politico, non so. Ma non credo che sia la cosa, di lui, più importante”.

Ora che il capolavoro, almeno per questa tornata amministrativa, è compiuto, è bene riepilogarne le tappe, in quello che già si annuncia come un prezioso manuale di istruzioni per la Caporetto perfetta.

Mossa n. 1. Hai un sindaco, Federico Pizzarotti, che 5 anni fa ti ha fatto conquistare il primo capoluogo: Parma. Non ruba, governa benino, fa quel che può e annuncia solo quel poco che fa, sottovoce. È anche un gran rompicoglioni, refrattario agli ordini di scuderia. Tenerselo stretto e coprirlo di attenzioni, oltre a levargli ogni alibi per la fuga, sarebbe la migliore smentita ai detrattori che dipingono il Movimento come una caserma agli ordini di Grillo&Casaleggio. Ergo lo scaricano con una sospensione disciplinare di un anno, lo attaccano un giorno sì e l’altro pure, non lo chiamano mai, lo regalano agli avversari e candidano al suo posto un carneade che non mette in fila due parole in croce. Risultato: 3,18%.

Mossa n. 2. Genova è la città del fondatore, segnata dai disastri del Pd e poi della sinistra. Il luogo ideale per tentare il colpaccio. Che fare? Una bella rissa fra il capogruppo in Comune, Paolo Putti, e la capogruppo in Regione,Alice Salvatore. Il primo se ne va con tutti i consiglieri pentastellati e si associa alla sinistra. La seconda tenta di imporre il direttore d’orchestra Luca Pirondini. Che però alle Comunarie perde con tal Marika Cassimatis. Onde annientare le residue possibilità che questa ce la faccia, si annullano le Comunarie (spiegazione di Grillo: “Fidatevi di me”) per rifarle con un solo candidato: Pirondini. Che stavolta riesce a vincerle. Il Tribunale dà ragione alla Cassimatis e i 3 candidati di area si dividono i voti. Risultato: ballottaggio tra centrodestra e centrosinistra.

Mossa n. 3. Palermo è il capoluogo della prima Regione che potrebbe andare ai 5Stelle, ma il sindaco Leoluca Orlando pesca anche nel territorio di caccia grillino. I locali deputati pentastellati si mettono subito d’impegno e si fan beccare nello scandalo delle firme false: migliaia di nomi veri ricopiati in una notte per sanarne uno con la residenza sbagliata, il tutto nel 2012, quando il M5S non piazzò nemmeno un consigliere. I geni vengono indagati e interrogati dai pm, ma pensano bene di non rispondere. Grillo li sospende, quelli polemizzano pure. Le Comunarie le vince l’avvocato Ugo Forello, ex Addiopizzo, che si porta dietro una scia di sospetti sulle cause dei commercianti antiracket. Segue immancabile faida interna, con denunce in Procura e diffusione di un audio che spiega perché Forello non va bene. Risultato: Orlando sindaco per la quinta volta davanti a un suo ex fedelissimo passato a destra con la benedizione di Cuffaro.

Mossa n. 4. Taranto è l’ideale per i 5Stelle: il governo annuncia il “salvataggio” dell’Ilva che avvelena la città, con 6mila esuberi. Difficile mancare il ballottaggio. Ma si trova il modo: il vertice cittadino sostiene un candidato, ma altri Meetup si mettono di traverso con altri nomi (esattamente come a L’Aquila, a Piacenza, a Padova ecc.). Da Roma si pensa di non presentare il simbolo, magari appoggiando l’ex procuratore anti-Ilva Sebastio, sostenuto da liste civiche. Idea troppo brillante: si rischierebbe di vincere. Infatti subito accantonata. Le Comunarie last minute le vince con ben 107 voti l’avvocato Francesco Nevoli. Che inizia la campagna elettorale alla vigilia del voto. Risultato: solito ballottaggio destra-sinistra.

Mossa n. 5. Incassata la débâcle, si dà la colpa alle liste civiche coi partiti dietro; si vanta la “crescita lenta, ma inesorabile”; si esulta per i trionfi di Sarego e Parzanica; si fanno sparate anonime sui giornaloni contro i pochi volti noti e vincenti (Di Maio, Raggi, Appendino), in vista della grande, spettacolare, definitiva disfatta nazionale.

Prossima mossa. Vista la strepitosa riuscita del sistema di selezione a caso o a cazzo, si completa l’opera passando direttamente dall’“uno vale uno” al “l’uno vale l’altro”. Al posto delle Comunarie, sorteggio dei candidati dagli elenchi telefonici.

Pa, Madia: “Blocco turnover ingiusto ma la crisi pesa”. Pin per i servizi dal 2015

Il ministro spiega le linee guida del disegno di legge delega sulla riforma della Pubblica amministrazione: "Stop alle carriere automatiche: si andrà avanti solo per merito". Sul piano dei contenuti, un solo ufficio territoriale del governo per uscire "dall'idea della frammentazione"

Pa, Madia: “Blocco turnover ingiusto ma la crisi pesa”. Pin per i servizi dal 2015

 

 

 

 

Allarme demografico in Italia: nascite restano al minimo dall'Unit� d'Italia. Picco dei decessi dal dopoguerra

I dati dell'Istat. La popolazione residente in Italia si riduce di 139 mila unit�. Al 1 gennaio 2016 i residenti erano 60 milioni 656 mila. Centomila italiani (+12,4%) hanno lasciato Paese

DIARIO DELLA POLITICA ITALIANA DAL 2014 FINO AL 01 MARZO 2016

 

 

..Tutta la politca interna dalle amministrative regionali della primavera 2015, passando per le riforme delle banche popolari,al decreto milleproroghe, all'esplosione di forza italia,alla nuova responsabilita delle toghe,l'uscita di lupi,il veneto razzista, il reddito di cittadinanza finendo a pietro ingrao

 

Tutta la politica interna dall'uscita di cofferati dal pd al grillo leaks, dalla buona scuola a berlusconi che vuole le torri rai, salta il nazzareno, passa l'italicum, nasce la coalizione sociale(?) di landini,termina per sempre santoro, approvate stronzate come il voto di scambio e la riforma della pubblica amministrazione
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA ED ECONOMIA EUROPEA e Mondiale

 
 

Bolsonaro minaccia i popoli indigeni dell’Amazzonia. Si sta rischiando un genocidio

Bolsonaro minaccia i popoli indigeni dell’Amazzonia. Si sta rischiando un genocidio

 

Il capitalismo cinese compie 40 anni. Accettiamolo: l’economia Ue è condannata all’irrilevanza

Il capitalismo cinese compie 40 anni. Accettiamolo: l’economia Ue è condannata all’irrilevanza

Il fantasma di Karl Marx s’agita, rabbioso, per il mondo. Come poteva prevedere, il grande filosofo tedesco, che un ibrido e malefico connubio tra comunismo e capitalismo avrebbe avuto come conseguenza che tra gli indecentemente ricchi del pianeta, i miliardari veri, ben 338 oggi vivono in Cina? Già, la nuova superpotenza globale che come simbolo ha ancora “la falce e il martello”.

Non crediate sia retorica. La storica icona marxiana campeggiava martedì 18 dicembre nell’imponente Sala Grande del Popolo che s’affaccia a Pechino su Piazza Tiananmen, mentre Xi Jinping, il leader cinese più potente dopo Maoassicuratosi la carica a vita al vertice di un governo visionario ma dal pugno di ferro, pronunciava un discorso di 90 minuti per celebrare il 40esimo anniversario della politica di “riforma e apertura” varata da Deng Xiaoping nel 1978. La Cina, oggi seconda economia per Pil e ricchezza dopo gli Stati Uniti, in quattro decenni, da Deng a Xi, ha realizzato quel che nessuna nazione nella storia è riuscita a compiere: 800 milioni di persone hanno lasciato i disagi della povertà, in virtù proprio di una formula magica senza uguali né precedenti, quel mix tra comunismo e capitalismo applicato a centinaia di milioni di persone che noi europei facciamo fatica a digerire.

il percorso di sviluppo economico della Cina. Pechino quindi non ha nessuna voglia di farsi ghettizzare o irreggimentare dalla pericolosa guerra commerciale iniziata dal sovranista, isolazionista e nazionalista Donald Trump. Rivolgendosi ai membri del Pcc, il leader cinese ha promesso di portare avanti le riforme economiche, spiegando che Pechino non si discosterà dal suo sistema monopartitico e andrà per la sua strada senza seguire diktat di chicchessia. “La grande bandiera del socialismo ha sempre sventolato alta sulla nostra terra”, ha detto. Nessuna concessione, quindi, alle tattiche becere da capo-cantiere dell’inquilino alla Casa Bianca.

Quel 18 dicembre 1978, nel famoso discorso sulla politica di “apertura”, Deng Xiaoping segnò quindi la strada per la Cina: “riformare un sistema economico asfittico basato su industria pesante e ‘comuni’ nelle campagne, e aprire al mondo”, dice Marco Marazzi, coautore del libro Intervista sulla Cina (Gangemi editore). Già nel 1979 Pechino emanò la prima legge sulle joint venture sino-straniere, una trentina di articoli semplici ma all’avanguardia per un Paese che non aveva ancora un diritto societario. Poi il cambiamento delle leggi sulle comuni, le riforme agrarie con gli incentivi ai contadini a produrre di più svincolandosi dai prodotti statali, per arrivare alla separazione tra gestione e proprietà delle aziende di Stato. “Non tutto fu rose e fiori ovviamente”, spiega Marazzi, “con gli eventi di Piazza Tiananmen e la conseguente violenta repressione, il Partito Comunistariaffermò il controllo assoluto sul passo, la qualità e la profondità di tutte le riforme”. Eppure quel discorso di 40 anni fa dettò una linea che in seguito non ha mai smesso di essere applicata dai successori di Deng. Le riforme economiche, della struttura amministrativa dello Stato e l’apertura al mercato internazionale sono continuate senza interruzione, portando la Cina in otto lustri da un Pil di 150 miliardi agli attuali 12 trilioni di dollari, inferiore solo a quello Usa. Fino a 15 anni fa, quel che si decideva a Pechino aveva pochissima influenza sul resto del mondo. Oggi non più; e anche ignorando il piccolo esercito di 338 miliardari cinesi, il colosso asiatico con i suoi 1,4 miliardi di abitanti è l’altra potenza globale economica, politica e militare con cui confrontarsi (la Russia ha un Pil che è un terzo di quello italiano).

 

 

Francia, il sabato violento dei gilet gialli. Il governo: "Ora dialogo"

Francia, il sabato violento dei gilet gialli. Il governo: "Ora dialogo"
(afp)

 

Scontri in tutto il Paese, 1220 fermi: la protesta si è allargata anche a Bruxelles

Tra governo e Gilet gialli "è arrivato il momento del dialogo": lo ha detto il primo ministro francese Edouard Philippe dopo un altro sabato di tensione, con scontri in tutto il Paese e anche a Bruxelles e 1220 fermi. Un dialogo che, ha sottolineato Philippe, "è iniziato con incontri di politici e continuerà anche a Matignon dove voglio incontrare questi francesi che protestano". La prossima settimana si attende che si esprima il presidente Emmanuel Macron, che finora in pubblico ha mantenuto sull'ondata di proteste in corso ormai da quasi un mese.Il piano sicurezza approntato ha portato a 1220 fermi in tutta la Francia. Sono stati 125.000 i manifestanti nel Paese, di cui 8.000 nella sola Parigi. "C'è stata una violenza inaccettabile anche se tenuta sotto controllo grazie all'abnegazione delle forze dell'ordine", ha commentato il ministro dell'Interno, Christophe Castaner.


"Siamo stati in grado di spezzare lo slancio dei vandali", ha aggiunto, e ha ricorto che sono state trovate, ancor prima che iniziassero le manifestazioni, armi bianche e maschere anti gas. Segno, per Castaner, che "centinaia di gilet gialli erano arrivati a Parigi per provocare danni". La protesta si è allargata anche a Bruxelles: almeno 400 persone fermate e un poliziotto rimasto ferito nella capitale belga, dove era sceso in piazza un migliaio di manifestanti. L'agente, colpito al volto, non è in pericolo di vita. Alcuni 'gilet gialli' hanno lanciato oggetti contundenti, tra cui ciottoli, contro le forze dell'ordine schierate nel quartiere delle istituzioni europee, completamente chiuso a veicoli come a pedoni.A Parigi a contribuire a portare alle stelle la tensione, già altissima, c'erano le state le immagini degli agenti di polizia che giovedì hanno arrestato 151 studenti del liceo di Mantes-la-Jolie, nella periferia di Parigi, e li hanno tenuti ammanettati in ginocchio in un giardino dietro la loro scuola: diversi manifestanti hanno imitato il gesto.Il presidente americano Donald Trump ha in qualche modo messo il cappello sui gilet gialli, collegando la protesta contro il caro-carburante all'accordo di Parigi sul clima, da cui gli Usa si sono sfilati. "L'accordo di Parigi - ha twittato Trump - non sta funzionando così bene per Parigi. Proteste e rivolte in tutta la Francia. Le persone non vogliono pagare tanti soldi, molti ai Paesi del terzo mondo (che sono governati in maniera discutibile), forse per proteggere l'ambiente. Scandiscono 'vogliamo Trump', amo la Francia". E dalla Turchia, il presidente  Recep Tayyip Erdogan, ha messo l'accento sui diritti umani: "Guarda cosa sta facendo ora la polizia di quelli che hanno preso in giro la nostra polizia, quelli che hanno detto che la nostra polizia era repressiva", ha detto Erdogan, riferendosi alle critiche ricevute dall'Europa durante le grandi proteste in Turchia cinque anni fa. "Coloro che hanno usato il populismo politico contro i rifugiati e l'islamofobia sono caduti nel buco che loro stessi hanno scavato", ha concluso Erdogan.

Il Qatar annuncia l’uscita dall’Opec, il ministro dell’Energia: “Ci concentreremo sulla produzione di gas”

Secondo quanto scrive il Financial Times la decisione segue un peggioramento dei rapporti di Doha con i suoi vicini: quattro Stati arabi - Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto - hanno interrotto i rapporti commerciali con il Qatar l'anno scorso accusando l’emirato di appoggiare il terrorismo.

Il Qatar ha annunciato che a gennaio lascerà l’Opec. Il ministro dell’Energia Sherida Saad al-Kaabi ha precisato che il Paese ha deciso di concentrarsi sulla produzione di gas. Il Qatar è l’undicesimo produttore di petrolio dell’Opec ed è il più grande esportatore al mondo di gas naturale e fa parte dell’Opec. Secondo quanto scrive il Financial Times la decisione segue un peggioramento dei rapporti di Doha con i suoi vicini: quattro Stati arabi – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto – hanno interrotto i rapporti commerciali con il Qatar l’anno scorso accusando l’emirato di appoggiare il terrorismo.

Nel giugno del 2017 il Qatar aveva respinto la lista di 13 condizioni imposta da Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrain per l’abolizione delle sanzioni contro Doha definendola “irrealistica”. Tra le richieste avanzate dal fronte guidato da Ryad figuravano quella di chiudere la tv Al Jazeera, interrompere i rapporti con l’Iran e con la Fratellanza musulmana, rinunciare ad una base militare turca. Una lista che va ben oltre le accuse iniziali di sostenere il terrorismo e che impone di fatto all’emirato una limitazione della sua sovranità. Il Qatar si ritrova semi-isolato da quando, il 5 giugno 2017, i quattro Paesi arabi hanno interrotto le relazioni diplomatiche, i loro collegamenti marittimi e aerei con Doha e chiuso l’unica frontiera terrestre dell’emirato, con l’Arabia Saudita.

I quattro Paesi avevano motivato la loro decisione accusando il Qatar di sostenere gruppi “terroristici”, tra cui Al Qaeda e l’Isis, e di avere rapporti troppo stretti con Teheran, il grande rivale sciita dei sauditi nella regione. A Doha veniva chiesto in sostanza di rinunciare alla sua politica estera che negli ultimi anni l’ha portato ad intrattenere buoni rapporti su vari fronti, compreso appunto con l’Iran, Israele e allo stesso tempo gruppi legati alla Fratellanza musulmana, come Hamas, in passato abbondantemente finanziato anche dall’Iran.

Russia-Ucraina, marinaio di Kiev arrestato “confessa” davanti ai servizi segreti russi Mosca rifiuta mediazione internazionale

 

Lunedì le autorità russe hanno interrogato i marinai ucraini arrestati. Gli interrogatori sono stati condotti da uomini dell’Fsb, l’intelligence erede del Kgb, che ha anche diffuso un video della sessione. Tass: "Attaccati insediamenti a Lugansk". Le due versioni e il ruolo delle elezioni presidenziali in Ucraina

Dopo 48 ore dagli eventi attorno lo Stretto di Kerch la situazione appare precaria e di difficile risoluzione. Accuse reciproche di inadempienza ai trattati vengono scambiate fra Kiev e Mosca mentre Europa e Stati Uniti supportano apertamente la tesi ucraina. Il Parlamento di Kiev ha accetto la richiesta di Poroshenko e la legge marziale è stata imposta in alcune zone del paese, a soltanto pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Lunedì le autorità russe hanno interrogato i marinai ucraini arrestati. Gli interrogatori, riferisce la Tass, sono stati condotti da uomini dell’Fsb, l’intelligence erede del Kgb, che ha anche diffuso un video della sessione, in cui uno dei marinai confessa la natura provocatoria delle azioni della marina ucraina. “Le richieste radio (dalle guardie di frontiera russe, ndr) sono state deliberatamente ignorate, c’erano armi e mitragliatrici a bordo: ero consapevole che si trattava di una provocazione“, ha dichiarato davanti alle telecamere il comandante Vladimir Lesovoy.
L’Fsb ha interrogato anche Andrei Drach, un ufficiale del servizio di sicurezza ucraino (Usb), che si trovava a bordo della nave Nikolpol, e Sergei Tsybizov, marinaio dello stesso vascello.

 
 

 

Un tribunale della Crimea, annessa nel 2014 dalla Russia, ha deciso che tre marinai ucraini, tra gli oltre 20 catturati, saranno trattenuti in detenzione provvisoria per due mesi, accusati di aver superato illegalmente la frontiera russa. “Per ora tre persone sono state poste in detenzione provvisoria sino al 25 gennaio”, ha dichiarato la commissaria per i diritti umani della penisola, Lyudmila Lubina. I tre marinai sono stati identificati come Vladimir Varimez, Vladimir Bespaltchenko e Andreï Oprysko.

Sul piano diplomatico il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov ha rifiutato ogni mediazione internazionale, dopo un incontro a Parigi con il collega francese Jean-Yves Le Drian. “Non vedo la necessità di alcun tipo di mediatori”, ha detto Lavrov, dopo che il ministro tedesco Heiko Maas aveva suggerito che Germania e Francia potessero contribuire a trovare una soluzione tra Mosca e Kiev. Lavrov ha affermato che per scongiurare altri incidenti di questo tipo gli alleati occidentali dell’Ucraina dovrebbero inviare un “segnale forte” a Kiev a fermare ogni “provocazione”. Il ministro russo ha ribadito che sono stati gli ucraini a provocare lo scontro.

Due versioni contrastanti

Vi sono due narrazioni opposte degli eventi accaduti domenica 25 novembre nello Stretto di Kerch, lungo pochi chilometri di larghezza e unico accesso che dal Mar Nero consente agli scafi di inoltrarsi nel Mare di Azov. Da una parte Kiev lamenta la violazione del Trattato, stipulato nel 2003 con Mosca, il quale definisce lo Stretto e le acque circostanti come storicamente condivise da entrambi i paesi e ne stipula la libera navigazione per battelli civili e convogli militari.

Mosca ha da parte sua accusato le navi ucraine di aver manovrato in maniera pericolosa, entrando nelle acque territoriali russesenza aver ottenuto prima alcuna autorizzazione. Queste avrebbero poi cercato di forzare il blocco organizzato dalla Guardia costiera russa, costringendo le autorità a intervenire.

Di certo c’è che due vascelli si sono scontrati e che i militari russi in una fase successiva abbiano aperto il fuoco. Più di 20 marinai ucraini sono al momento detenuti (anche il loro numero è incerto, alcune fonti parlano di 23 mentre altre di 24 uomini) e almeno 3 di questi sarebbero stati curati in ospedali russi. L’intero convoglio ucraino sarebbe stato trainato nella notte fra domenica e lunedì nel porto russo di Kerch.

In una giravolta di telefonate, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha raggiunto diversi leader europei. Angela Merkelha espresso preoccupazione per l’utilizzo di armamenti, impegnandosi con ogni mezzo per contribuire a fermare l’escalation. In una telefonata con il presidente polacco Andrzej Duda, Poroshenko avrebbe ottenuto il supporto della Polonia e un impegno a coordinare i futuri passi per contrastare la “minaccia russa”. Entrambi hanno richiesto all’Unione Europea di introdurre nuove sanzioni e di portare la materia all’attenzione del Consiglio Europeo. Sia Kiev che Varsavia si sono opposti alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2 che collegherà Russia e Germania nel Mar Baltico. Da tempo diverse voci chiedono l’imposizione di penali per impedirne la realizzazione.

Prima della crisi Poroshenko pareva all’angolo e destinato a perdere qualsiasi sfida elettorale a causa della crisi economica che colpisce il paese. Gli ultimi sondaggi a disposizione proiettavano infatti al secondo turno una sfida fra l’ex primo ministro Yulia Tymoshenko, alla guida del partito “Patria” e Vladimir Zelenskiy. La prima, 57enne, ha una lunga carriera politica alle spalle e un’ambigua posizione nei confronti di Mosca. Durante una riunione dello stesso Consiglio di Sicurezza Nazionale nel febbraio del 2014 la Tymoshenko avrebbe insistito perché l’Ucraina accettasse l’annessione della Crimea da parte della Russia. Lo scorso ottobre la stessa avrebbe dichiarato che la popolazione ucraina avrebbe dovuto decidere riguardo l’ingresso del paese nella Nato attraverso un referendum popolare. Al contrario Zelensky, un 40enne uomo di spettacolo e attore, è completamente privo di esperienza politica e per questo attrae una consistente parte di elettorato, in questo momento alla ricerca di idee e volti nuovi.

Secondo le analisi di voto, separato soltanto da pochi decimali dall’attuale presidente, vi sarebbe anche Sviatoslav Vakarchuk, il frontman degli Okean Elzy, una delle più importanti band rock ucraine. La stessa può vantare un largo seguito anche in Russia. Vakarchuck è stata una figura largamente associata alle manifestazioni di piazza del 2014 che hanno portato alla fuga dell’ex presidente Viktor Yanukovych.

Mentre il paese si prepara alla campagna elettorale del 2019, la situazione in Ucraina appare paradossale. Le truppe dell’esercito regolare nel Donbass sono state messe in stato di allerta mentre, secondo quanto riporta l’agenzia russa Tass, l’artiglieria avrebbe attaccato diversi insediamenti dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk. Il tutto mentre Poroshenko dichiara pubblicamente di avere prove che la Russia starebbe pianificando un attacco su larga scala e le autorità russe dichiarano di aver arrestato alcuni ufficiali dei servizi di sicurezza ucraini a bordo delle navi dirette verso lo Stretto di Kerch.

In un perenne rimbalzo fra richiami al nazionalismo, improbabili cospirazioni e allusioni verso inaspettate aperture future, vi è la sola certezza che da oggi la questione del Mare di Azov fa parte della vasta sfida geopolitica tra Mosca e l’Occidente e che solamente l’elezione di un nuovo presidente in Ucraina non potrà di certo risolverla.

 

Standard&Poor’s salva il rating dell’Italia. Ma vede nero. l'Italia retrocedeva in B nel gennaio 2012, da allora ha mantenuto la "categoria" subendo tuttavia gli sbalzi dell'andamento del debito, 28 ottobre 2018

Conti pubblici italiani bocciati. Ma a metà. Come da pronostico Standard&Poor’s mantiene il rating dell’Italia a Bbb, ma taglia l’outlook da stabile a negativo. Dunque il debito non è ancora spazzatura ma i saldi strutturali di bilancio non sono quelli indicati dal governo. Sono peggiori.

Se non altro il declassamento almeno è stato evitato anche se adesso resta da capire la reazione dei mercati, lunedì. “A nostro avviso, il piano economico del governo rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia”, sostiene l’agenzia nel suo report, nel quale bolla la manovra come “un’inversione rispetto al precedente consolidamento di bilancio e in parte torna indietro sulla precedente riforma delle pensioni”. Le stime del Pil, scrive Standard & Poor’s “sono ottimistiche e non ci si aspetta più che il debito italiano rispetto al pil continui a calare”. Ma soprattutto il deficit a fine 2019 salirà al 2,7% e non al 2,4% come stimato dal governo.

La decisione arriva dopo che l’agenzia Moody’s ha declassato la scorsa settimana il nostro Paese a Baa3, mantenendo un outlook stabile sul debito pubblico italiano. A fine agosto, invece, Fitch aveva confermato il rating a Bbb, ma rivedendo l’outlook da stabile a negativo. Standard & Poor’s, quindi, era l’ultima agenzia  ad esprimersi nel 2018.

Le scale di valutazione di solito partono dalla tripla AAA, cioè la massima sicurezza del capitale, e terminano con la D, cioè il default, quando il capitale è dato praticamente per perso. In mezzo alla scala c’è una linea di confine, quella dell’investment grade, sotto cui l’investimento viene giudicato altamente speculativo, e dove per policy la maggior parte dei fondi non speculativi non può investire. In passato la affidabilità del giudizio delle agenzie è stato messo in passato in discussione, come quando a Lehman Brothers venne riconosciuta affidabilità fino a pochi giorni prima del suo fallimento.

L’Italia si mantiene comunque per adesso sopra il “non investment grade”, che sarebbe la soglia sotto la quale la situazione diventerebbe molto critica per il nostro Paese. Esistono infatti regolamenti che obbligano i fondi obbligazionari a disfarsi dei titoli sotto l’investment grade, perché giudicati speculativi. Se due agenzie portassero l’Italia sotto l’investment grade, Goldman Sachs ha calcolato che potrebbero scattare vendite di titoli pubblici italiani per 100 miliardi.

 

 

Donald Trump "dimezzato" dal voto di midterm. Maggioranza al Senato ma non alla Camera: ecco cosa comporta

Un presidente senza il supporto della Camera è 'esposto' all'impeachment, ma mantiene autonomia in politica estera.

Il partito repubblicano nelle elezioni di metà mandato ha perso il controllo della Camera dei rappresentanti, ma ha mantenuto (anzi rafforzato) il controllo del Senato. Il presidente quindi non potrà più contare sul supporto del Congresso nel suo complesso, una situazione che avrà importanti ripercussioni sulla sua politica interna. E lo trasforma - seppur parzialmente - in "un'anatra zoppa".

Cosa succederà alla politica estera?

Il presidente manterrà autonomia e ampi poteri, come prevede la Costituzione americana, che assegna alla Casa Bianca le prerogative in politica estera. In quel campo l'influenza del Congresso è più modesta.

Cosa succederà alla politica interna?

Di fatto questo significa entrare in una fase di difficoltà della presidenza perché le sue proposte si possono arenare di fronte al veto parlamentare. Il sistema politico americano è infatti "meno presidenziale" di quanto appaia. Le leggi più importanti, nuove tasse o nuove spese, non possono passare senza il sì del Congresso.

È importante che Trump abbia mantenuto il Senato?

Sì, anche perché il Senato ha un potere aggiuntivo rispetto alla Camera, quello di confermare o bocciare le più importanti nomine del presidente: membri dell'esecutivo e giudici. Come si è visto nel caso del giudice della Corte Suprema Kavanaugh. La guerra dei repubblicani si estenderà anche alle nomine, quindi, privando il presidente di uno degli strumenti per cambiare gli equilibri di potere.

La Camera può proporre impeachment contro Trump?

Sì, il procedimento di messa sotto accusa del presidente è una prerogativa della House of Representative. Bisognerà capire come la maggioranza democratica vorrà usare questo potere o questa minaccia. Un'ala radicale del partito vorrebbe avviare subito dei procedimenti di impeachment sia contro il presidente sia contro il giudice Kavanaugh. Ma questo potrebbe trasformarsi anche in un autogol per i democratici, trasformando - per il suo elettorato - Trump in una vittima.

 

Spagna, procura chiede oltre 200 anni per leader catalani. Ora il governo è a rischio

Spagna, procura chiede oltre 200 anni per leader catalani. Ora il governo è a rischio

 
 

A un anno dalla dichiarazione d'indipendenza di Barcellona le richieste dell'accusa: 12 condanne per ribellione e 7 per malversazione. L’avvocatura dello Stato contesta il più lieve reato di sedizione, ma per i partiti indipendentisti l’apertura dell'esecutivo è insignificante. Così la manovra “più a sinistra della storia” rischia di non avere i voti in Parlamento

Dodici condanne per ribellione, sette per malversazione di fondi pubblici e un totale di oltre 200 anni di carcere. Sono le pene chieste dalla procura generale spagnola per l’ex vicepresidente catalano Oriol Junqueras e altri cinque consiglieri del governo di Carles Puidgemont a un anno esatto dalla loro incarcerazione. Era il 2 novembre 2017 quando i leader indipendentisti venivano arrestati a seguito della dichiarazione unilaterale d’indipendenzadel Parlamento di Barcellona, forte del risultato del referendum del 1° ottobre. E le richieste hanno già avuto un effetto deflagrante nei rapporti tra il governo di Pedro Sánchez (appoggiato da Podemos) e i partiti autonomisti, i cui voti sono fondamentali per approvare la legge di bilancio (i Presupuestos generales del estado) e prolungare la vita dell’esecutivo. Le due forze catalane, i moderati del PdeCat (il partito di Puidgemont) e i progressisti dell’Erc (il partito di Junqueras) contano 17 membri al Congresso e 16 al Senato: senza il loro appoggio, l’alleanza Psoe-Podemos non ha i numeri sufficienti in nessuno dei due rami. A rischio c’è anche il sostegno degli 11 parlamentari del Pnv, il partito nazionalista basco, per natura sensibile alla causa indipendentista.

 

 

Il  alla legge di bilancio è sempre stato condizionato, da parte di Erc e PdeCat, a segnali concreti di distensione da parte del governo nei confronti dei politici sotto processo. Un obiettivo – inimmaginabile ai tempi di Mariano Rajoy – che sembrava in qualche modo raggiungibile con Sanchez, grazie anche alla mediazione del leader di Podemos, Pablo Iglesias. Se la manovra non sarà approvata entro marzo, il governo dovrà prorogare il bilancio del 2018 e sarebbe costretto di fatto alle dimissioni, con nuove elezioni da convocare nella stessa primavera del 2019 o più probabilmente in autunno.

Le dichiarazioni dei leader catalani, per ora, non lasciano immaginare alcuno sviluppo diverso da questo: il capogruppo dell’Erc, Sergi Sabrià, ha annunciato il “no forte e chiaro” dei suoi deputati ai Presupuestos, denunciando la “virulenza inaspettata” delle richieste della procura. Anche il presidente del PdeCat, David Bonvehì, è stato lapidario: “È evidente che non c’è nulla da negoziare. Ora se la devono sbrigare loro, con il loro bilancio e la loro politica spagnola”, ha dichiarato partecipando a un sit-in di solidarietà fronte al carcere di Lledoners, dove sono rinchiusi Junqueras e gli ex consiglieri della Generalitat Joaquim Forn, Raul Romeva, Jordi Turull e Josep Rull.

Per tutti loro, i magistrati hanno chiesto la condanna per ribellione e malversazione del denaro pubblico investito nel referendum: la richiesta per Junqueras, considerato il capo del movimento, è di 25 anni di carcere e interdizione dai pubblici uffici (il massimo previsto), quella per i quattro consiglieri è di 16 anni. Diciassette anni, invece, la pena sollecitata per Carme Forcadell, ex speaker dell’assemblea catalana, nonché per Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, leader delle associazioni culturali indipendentiste Anc e Ómnium cultural, che hanno avuto un ruolo centrale nell’organizzazione delle urne.

Colpevole di ribellione, nell’ordinamento spagnolo, è chi insorge “violentemente e pubblicamente” per raggiungere una serie di obiettivi, tra cui “dichiarare l’indipendenza di una parte del territorio nazionale”. È necessario, quindi, che la sollevazione avvenga con atti violenti. Secondo l’accusa, la violenza è insita nella “forza intimidatrice” delle manifestazioni convocate dai leader indipendentisti contro il governo di Madrid: potendo contare, tra l’altro, sulla fedeltà della polizia catalana (i Mossos d’Esquadra), per il cui capo, Josep Lluis Trapero, l’accusa ha chiesto 11 anni di carcere in un procedimento separato. Per sostenere la propria tesi, la procura ha fatto riferimento anche ai fatti del 20 settembre 2017, quando la Guardia Civil fece irruzione negli edifici governativi di Barcellona per sequestrare il materiale relativo al referendum: centinaia di catalani tentarono di impedire il blitz, e in 14 vennero arrestati.

 

 

 

 
 
 
 
 

 

Cina, come convivere con la nuova superpotenza globale. L’alternativa è essere travolti

Cina, come convivere con la nuova superpotenza globale. L’alternativa è essere travolti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Brasile, come siamo arrivati al fascismo di Bolsonaro

Brasile, come siamo arrivati al fascismo di Bolsonaro

Prima domanda: che cos’è oggi, dopo il voto del 28 ottobre, la República Federativa do Brasil? Risposta: la República Federativa do Brasil è una democrazia con un fascista per presidente. Ed è per questo, inevitabilmente, una democrazia in pericolo, un potenziale (ed enorme) buco nero nel cuore d’un continente che, in un tristissimo autunno, sta vivendo l’agonia della lunga stagione democratica e progressista apertasi esattamente 35 anni fa, quando alla fine dell’ottobre 1983, la vittoria di Raúl Alfonsín annunciò la fine delle dittature militari che, in Argentina, in Brasile e nell’intero “cono sur” avevano, per oltre un decennio, insanguinato l’America latina.

Perché ci si può girare attorno, si può, fin che si vuole, spaccare il proverbiale capello in quattro in merito alle similitudini e alle differenze, si possono moltiplicare i distinguo e le distinzioni, ma la sostanza resta. A dispetto delle parole a mezza bocca pronunciate il giorno del suo trionfo – “difenderò la Costituzione e la democrazia” -, il nuovo presidente democraticamente eletto, Jair Messias Bolsonaro, possiede e senza ritegno mostra, nei gesti, nelle parole, nello stile di vita, nell’estetica tutto quella che del fascismo è da sempre la linfa vitale: il culto della violenza e della morte, la volgarità, il gusto sordido della sopraffazione dell’”altro”.

 

 

Il tutto condito da un dichiarato amore non solo per la dittaturache fu, ma di quelli che della dittatura furono gli aspetti più cruenti. Bolsonaro istintivamente adora tutto ciò che abbia l’odore del sangue o, in qualche modo, sappia di caserma, di giunta militare o di golpe. E questo al punto che, nel 1999, arrivò a entusiasticamente elogiare – definendolo “la speranza dell’America latina” – persino il tenente colonnello golpista Hugo Chávez, allora fresco presidente del Venezuela e oggi mostrato postumo alle folle come il più classico degli spaventapasseri anticomunisti.

Seconda domanda: come ha fatto, questo inequivocabile fascista, a conquistare, grazie al voto popolare, la presidenza del Brasile? Per capirlo, io credo occorra partire da una data e da una formula politica. La data – che, seppur cronologicamente prossima, appare oggi anni luce lontana – è il primo gennaio dell’anno del Signore 2011. E la formula politica è: “Il dilemma della governabilità”.

Non è possibile qui, per ragioni di spazio, raccontare in dettaglio un estremamente complesso intrecciarsi di eventi. Sicché rimando, per una più accurata analisi, a un più ampio articolo che scrissi mesi fa, il giorno dell’arresto di Lula. Ridotta tuttavia al suo nocciolo la storia è questa. Quando, all’alba del 2011, Lula da Silva passò la fascia presidenziale all’erede da lui prescelta, Dilma Rousseff, vantava indici di gradimento oltre l’80%, che facevano di lui (e di gran lunga) il più popolare presidente della storia del Brasile. Lula piaceva, in effetti, a tutti. Alla super-élite “globalista” di Davos e agli “alternativi” del Foro sociale mondiale, ai socialdemocratici, ai “rivoluzionari” e, persino, ai conservatori. Entrambi i presidenti Usa da lui conosciuti come “colleghi” – George W. Bush e Barack Obama – lo avevano corteggiato e incensato, in sintonia con pressoché tutti gli altri leader planetari. In un Brasile che sembrava diventato, infine, protagonista della sua storia e di quella del mondo, Lula era a tutti gli effetti diventato la proverbiale quadratura del cerchio, il punto d’incontro d’ogni diversità, l’oasi nella quale ogni conflitto s’acquietava.

Perché? Perché sotto la sua guida il Brasile aveva – grazie alla spinta del “vento di coda” del boom mondiale delle materie prime – conosciuto per sette anni indici di crescita (più 7,5% nel 2010) pressoché “cinesi”, producendo una ricchezza che, intelligentemente redistribuita, aveva portato dalla povertà al più dignitoso alveo della classe media ben 36 milioni di persone (di fatto, un Paese più grande di mezza Italia).

Tanto miracolo – prodotto non della “rivoluzione” che Lula e il suo Partido dos tabalhadores avevano a lungo promesso, bensì, all’opposto, della “continuità-discontinuità” che, alla vigilia delle elezioni del 2002, lo stesso Lula aveva illustrato nella sua molto tranquillizzante “lettera aperta al popolo brasiliano” – aveva tuttavia una premessa e un prezzo: quello che, per l’appunto, molti analisti hanno chiamato “il dilemma della governabilità”. Popolarissimo, ma privo d’una maggioranza parlamentare, Lula poteva – come ogni altro presidente brasiliano – governare il Paese solo attraverso unacoalizione. E “coalizzarsi” sostanzialmente significa, in Brasile, venire a patti con la vischiosa realtà di potentati economici, poteri locali e clientelari o, per meglio dire, con una corruzione sistemica che il Pt ha prima tentato di cambiare “da dentro”, poi tollerato e infine cooptato.

Occultato sotto il tappeto dei successi economici, il gioco è stato infine impietosamente scoperchiato, sul finire del 2014, da due concomitanti fattori: la più profonda e prolungata recessione della storia del Brasile – esaltata dalla fine del “commodity boom” e dalla fragilità d’una crescita basicamente fondata sull’aumento del consumo – e il travolgente effetto-domino di indagini giudiziarie che, partite da una marginale inchiesta in quel di Curitiba, hanno finito per demolire l’intero sistema politico.È in questo deserto che è nato il fenomeno Bolsonaro. E è in questo deserto che non solo la sinistra, ma tutto il tessuto democratico brasiliano non ha saputo cogliere la realtà d’un Paese esasperato dalla violenza, dalla corruzione e da una democrazia incapace di combattere la prima e corrosa dalla seconda. Condannato e incarcerato – poco importa qui stabilire se giustamente o ingiustamente – Lula ha commesso l’errore tragico di voler trasformare le ultime presidenziali non in una battaglia per la sopravvivenza della democrazia, ma in un referendum pro o contro se stesso. E lo ha perduto. Tutta la democrazia brasiliana lo ha perduto. E ora la domanda – una domanda angosciante e inedita – è: riuscirà, questa democrazia, a sopravvivere con un fascista alla sua guida?

 

Grecia, accordo all’Eurogruppo: uscita da piano di aiuti e alleggerimento del debito. Ma continua monitoraggio

Atene potrà posticipare di 10 anni, dal 2022 al 2032, il pagamento dei 110 miliardi di euro di prestiti ricevuti dal vecchio fondo salva-Stati Efsf. E si vede estendere di ulteriori 10 anni il 'periodo di grazia', quello in cui non scattano sanzioni se non si ripaga il prestito. Per accontentare Berlino, però, per i prossimi cinque anni rimarrà sotto stretta sorveglianza. Moscovici: "Crisi finisce stasera". Varoufakis: "Fanno il deserto e lo chiamano pace"

Bce, invece di fermare il QE dirottiamolo a sostegno di imprese e lavoro

L’annuncio – dato da Peter Praet, membro del comitato esecutivo dellaBanca centrale europea – che dal prossimo anno la Bce cesserà di acquistare titoli di Stato dei singoli Paesi membri ha subito messo in allarme molti governi dell’Unione a causa delle tensioni che questo provvedimento (peraltro inevitabile presto o tardi) creerà.

Il QE (Quantitative Easing) è una misura di sostegno monetario all’economia nazionale adottato per la prima volta in gran quantità dagliStati Uniti nel 2008 come difesa alla forte carenza di liquidità generata dalla Grande recessione iniziata nel 2007. Mediante la tecnica del QE laFederal Reserve americana acquistava (al ritmo di 50 miliardi di dollari al mese) titoli di Stato e obbligazioni industriali, togliendo quindi agli enti emittenti l’affanno di doverli collocare in un mercato che si trovava in quel periodo fortemente appesantito dalla crisi.

 

 

Il QE europeo si differenzia da quello americano soprattutto per il fatto che gli acquisti Bce riguardano solo titoli di Stato emessi dai paesi aderenti mentre la Fed acquistava anche titoli di imprese. In questo modo gli acquisti della Fed risultavano più efficaci in termini di liquidità diffusa sul territorio. La Fed poteva inoltre usare contemporaneamente anche la leva monetaria (svalutazione del dollaro) al fine di dare sostegno all’occupazione che è tra l’altro proprio una delle sue finalità costitutive, cosa che la Bce invece non ha.

Dato che in questo periodo si parla diffusamente della necessità di completare la costruzione di una Unione europea che non sia solo monetaria e dato che al tempo della nascita dell’euro non si è voluto né risolvere né scadenziare provvedimenti che andassero a risolvere questo gap iniziale, diventa necessario affrontare ora con coraggio e lungimiranza tutti i problemi sul tavolo tra i quali quello di dare alla Banca centrale completa operatività.

Tutti sanno bene l’ostacolo principale al raggiungimento di questo obbiettivo è stato fin dall’inizio l’elevato indebitamento che alcuni Stati avevano nel confronto con gli altri. Il requisito di “buona amministrazione” richiesto per far parte dell’Unione sarebbe certamente plausibile se fosse da parte di tutti accompagnato da ogni sforzo possibile per superare il gap. Invece non solo evidenzia a questo punto in molti casi la “spocchia” di chi vuol fare il primo della classe, ma nasconde addirittura una propensione a voler primeggiare in competizioni ad handicap impostate al contrario: cioè si fa partire avvantaggiati i più forti anziché i più deboli e si mantiene l’handicap per tutto il percorso. Un assurdo incredibile per chi volesse veramente costruire l’Unione profittando magari anche dei recenti cambiamenti politici e istituzionali in parte avvenuti, altri in corso di perfezionamento.

Gli ideali di una Unione dovevano essere quelli di chi, pur tra difficoltà consistenti, doveva tendere fin da subito a unire invece che mettere limiti, vincoli, paletti, per distinguere i “bravi” dai “cattivi”. Adesso sappiamo che non è possibile pretendere di fare unioni di questo genere ponendo pesantissimi vincoli che, oltre a essere molto difficoltosi da raggiungere per chi parte svantaggiato, si trova addirittura a competere con chi da quello svantaggio ne trova evidenti vantaggi. L’errore c’era già in partenza ed è ora di superarlo. Si può farlo in diversi modi. Uno (ottimo) è consigliato dal Nobel Joseph Stiglitz che consiglia un Europa con due euro (quello “sud” debole e quello nord “forte” per dare il tempo alle diverse economie di avvicinarsi), ma è ancora una Europa che vuole mantenere le distanze tra “ricchi” e “poveri”.

Bisogna trovare il coraggio di eliminare tutte queste divisioni e mettersi subito insieme, senza se e senza ma. Occorre recuperare l’entusiasmo e il coraggio per riunirsi ed eliminare gli “spigoli” più fastidiosi di questa Unione traballante. Proprio come hanno fatto Matteo Salvini e Luigi Di Maio per formare il governo d’Italia. Entrambi hanno rinunciato a molto, ma hanno raggiunto un traguardo che sembrava impossibile. Solo così, costruendo una vera Unione, si potranno eliminare gli egoismi dei forti e le invidie dei deboli. L’Europa non può più aspettare e non può dividersi più di quello che è già. Il mondo corre, noi (Europa) siamo quasi fermi da anni.

Per cominciare si potrebbe partire proprio dalla riforma della Banca Centrale consentendole di intervenire a sostegno delle imprese e contro ladisoccupazione con un QE mirato a questo scopo invece che a quello più generale di sostenere la liquidità monetaria, ora meno necessario ma di cui hanno beneficiato molto di più le banche che le aziende (e per niente i lavoratori). Si potrebbe fare agevolmente con emissioni speciali di titoli(cinquantennali?) degli Stati più colpiti dalla crisi dando così ampio tempo per recuperare. Non sto inventando niente, il Giappone già lo fa.

Disney acquista 21th Century Fox per 52,4 miliardi di dollari

Arriva l'ufficialità dell'accordo. Smembrato l'impero di Rupert Murdoch. Gli azionisti di 21st Century Fox riceveranno 0,2745 azioni Disney per ciascuna azione in loro possesso. Disney si assumerà anche 13,7 miliardi di debiti

Bitcoin, la miniera d’oro delle criptovalute nel deserto industriale bulgaro

Dove c’erano le industrie oggi si “fabbricano” criptovalute: scaffali pieni di computer e “minatori” davanti agli schermi. Si producono qui, vicino Sofia, perché l’energia costa un terzo

 

 

Qatar, l’isolamento diplomatico non minaccia l’impero del gas

Qatargas, la più importante società di gas naturale liquefatto del mondo, ha annunciato l’accordo a medio termine con Botaş Petroleum Pipeline Corporation (Botaş). Secondo le condizioni dell’accordo, Qatargas consegnerà 1,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto (Gnl) all’anno per tre anni. Saad Sherida Al-Kaabi, presidente e amministratore delegato di Qatar Petroleum e presidente del consiglio di amministrazione di Qatargas, ha dichiarato che questo nuovo accordo con Botaş rafforzerà ulteriormente il rapporto tra Qatar e Turchia.

Tutto ciò nonostante le misure diplomatiche e commerciali dei sauditi contro l’Emirato governato dalla famiglia Al-Thani. Il Qatar oggi è uno dei più importanti Paesi produttori ed esportatori di gas naturale e fornisce all’Italia ed a parte dell’Europa un prodotto che settimana dopo settimana arriva nei nostri porti e nei terminali di rigassificazione.

A causa dell’ dell’instabilità della Libia, di sicuro non più sinonimo di sicurezza, il Qatar oramai è il terzo fornitore di gas per il nostro Paese, avendo superato proprio oggi la Libia. Nel 2016, infatti, secondo i dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, Doha ha consegnato all’Italia 5,8 miliardi di metri cubi di gas, coprendo pressoché la totale fornitura di gas naturale liquefatto per il nostro Paese.

Il gas qatarino finisce al rigassificatore situato a Rovigo, denominato Adriatic Lng. Il rigassificatore di Rovigo, di cui Edison è azionista, è in grado di coprire circa il 10% della domanda nazionale di gas naturale, ovvero 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’impianto è gestito dalla società Adriatic LNG di cui Edison detiene una quota del 7,3%. Gli altri azionisti sono ExxonMobil Italiana Gas (70,7%) e Qatar Terminal Company Limited (22%). Il terminale Adriatic LNG è la prima struttura off-shore al mondo in cemento armato per la ricezione, lo stoccaggio e la rigassificazione di gas naturale liquefatto (Gnl).

Persino la Russia, regina dell’export si è dovuta inchinare dinanzi al Qatar. Infatti la capacità di liquefazione della Russia, nonostante le enormi riserve, è inferiore ai 30 milioni di tonnellate l’anno, contro i poco meno di 80 milioni del Qatar. A quanto pare il Qatar può godere del sostegno dell’Iran, due Paesi uniti proprio nel gas. Si tratta del South Pars/North Dome, considerato ad oggi il più grande giacimento di gas al mondo. Se la parte principale del giacimento si trova sotto la sovranità del Qatar, la parte rimanente appartiene invece all’Iran. Proprio quest’ultimo resta un produttore di alcune qualità di greggi impiegati a livello internazionale nella realizzazione di benzine e gasoli indispensabili ma che dopo la fine delle sanzioni non ha ancora raggiunto la fluidità commerciale tale da garantire la tranquillità contrattuale ed economica di prodotti e servizi con le aziende estere.

Pur di giocare ancora un ruolo geopoliticamente importante, gli iraniani hanno garantito a Doha una serie di rifornimenti fondamentali per la popolazione qatarina e soprattutto lo spazio aereo vitale alla sopravvivenza della stessa Qatar Airways all’indomani della clamorosa decisione del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e dell’Egitto nei confronti proprio del Qatar.

La partita energetica è appena iniziata e le draconiane posizioni dei sauditi sono relative ad un pericoloso asse Iran-Qatar. L’obiettivo è evitare il monopolio e una stabilizzazione dell’area tornando ad avere una fetta della torta equamente divisa anche se il Qatar ha ancora una carta da giocare, quel del gasdotto Dolphin, che con i suoi quasi 400 km trasporta il gas verso proprio gli Emirati Arabi e Oman.

 

Catalogna, le reazioni su Twitter dopo il discorso di Puigdemont: “Indipendenza durata 6 secondi. Se l’è fatta sotto”

 

 

 

Catalogna, l’ottusità di Madrid e i rischi concreti di una guerra civile

 

 

Steve Bannon e lo spauracchio Cina: o alleanza o Terza guerra mondiale

 

Germania, negazionisti che sostengono Hitler ed ex collaboratori della Stasi: chi sono i nuovi deputati eletti da AfD( Alternative fur Deutschland)

La Brexit? Era uno scherzo

Muore Charles Manson, il neo nazi made in USA, autore nel 1969 della strage di Bel Air. Aveva 83 anni, 17-11-17

 

 

 

 IMPUNITA' GIUDIZIARIA

 

 

Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: Mori e Dell’Utri condannati a 12 anni. Di Matteo: “Ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi”

Ai vertici del Ros inflitta la stessa pena del fondatore di Forza Italia. Otto anni a De Donno, ventotto a Bagarella, dodici a Cinà: sono stati tutti riconosciuti colpevoli di violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato. Prescritto Brusca, assolto Mancino per falsa testimonianza. Otto anni a Ciancimino per calunnia a De Gennaro. Il pm: "Mentre i giudici saltavano in aria qualcuno nelle Istituzioni aiutava i boss a ottenere i risultati chiesti da Riina"

 

Sette minuti e cinquanta secondi. Tanto ci ha impiegato il giudice Alfredo Montalto per dire che non solo la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma che ad averla fatta sono stati i boss mafiosi, tre alti ufficiali dei carabinieri e il fondatore di Forza Italia. Mentre la piovra assassinava magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, inermi cittadini nelle stragi di Firenze e Milano, uomini delle istituzioni hanno cercato un contatto: sono diventati il canale che ha condotto fino al cuore dello Stato la minaccia violenta dei corleonesi. Che alla fine hanno ottenuto un riconoscimento grazie a Marcello Dell’Utri, uomo cerniera di Cosa nostra quando s’insedia il primo governo di Silvio Berlusconi.

È una sentenza che riscrive la storia della fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda quella emessa dalla Corte di Assise di Palermo. E che il sostituto procuratore Nino Di Matteo, unico pm titolare dell’inchiesta sin dall’inizio, spiega così: “Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. E il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico“. Parole per le quali Forza Italia annuncia di querelare il magistrato della Direzione nazionale antimafia. 

 

 

Condannati boss, carabinieri e Dell’Utri – Il commento del pm, però, è legato allo storico dispositivo appena letto dai giudici che hanno condannato a dodici anni di carcere gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni. Stessa pena per l’ex senatore Dell’Utri e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina. Otto gli anni di detenzione inflitti all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, ventotto quelli per il boss Leoluca Bagarella. Per il cognato dei capo dei capi, dunque, una pena superiore rispetto ai sedici anni chiesti dai pm Di Matteo, Vittorio TeresiRoberto Tartaglia e Francesco Del Beneche invece per Mori volevano una condanna pari a 15 anni. Prescritte, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci.

La minaccia allo Stato – Sono stati tutti riconosciuti colpevoli del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice di penale: quello di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Hanno cioè intimidito il governo con la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Anzi degli esecutivi, cioè i tre governi che si sono alternati alla guida del Paese tra il giugno del 1992 e il 1994: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda. L’assoluzione di Mancino – Assolto dall’accusa di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste l’ex ministro della Dc Nicola MancinoMassimo Ciancimino, invece, è stato condannato a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro. Il figlio di don Vito, uno dei testimoni fondamentali del processo, è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici hanno inoltre condannato Bagarella, Cinà, Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno al pagamento in solido tra loro di dieci milioni di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si era costituita parte civile. Riscritta la storia della Seconda Repubblica – La parte lesa del processo sulla Trattativa è infatti il governo, intimidito dall’escalation di terrore intrapresa dai corleonesi dopo che diventano definitivi gli ergastoli del Maxi processo istruito da Falcone e Borsellino. C’è una data che cambia per sempre la storia d’Italia: il 30 gennaio del 1992. Quel giorno a Roma la Cassazione condanna i boss mafiosi al carcere a vita: è la prima volta che succede, nonostante i politici avessero assicurato il contrario. È il “fine pena mai” lo spettro che scatena la furia di Riina, capo dei capi di un’organizzazione criminale all’epoca titolare di un’enorme potenza di fuoco. Già dalla fine del 1991 il boss corleonese aveva cominciato a riunire periodicamente i suoi in un casolare in provincia di Enna per dettare la linea: in caso di pronuncia sfavorevole bisognava “pulirsi i piedi“. Bisognava, cioè, massacrare tutti quei politici che non avevano rispettato i patti. Il primo è Salvo Lima: la sua chioma bianca riversa nel sangue di Mondello il 12 marzo del 1992 è l’atto numero zero della guerra allo Stato. Ma è anche un messaggio diretto ad Andreotti nel giorno in cui iniziava la campagna elettorale per le politiche di aprile. “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”, scrive su La Stampa Falcone, poche settimane prima di saltare in aria nella strage di Capaci. 

Carabinieri e Forza Italia: il nuovo patto – Nel frattempo i carabinieri del Ros hanno già tentato di aprire un dialogo con la Cupola, agganciando Massimo Ciancimino e usando il padre Vito comeinterlocutore: per questo motivo Mori, De Donno e Subranni sono stati condannati per i fatti commessi fino al 1993. Con la loro condotta hanno cioè veicolato la minaccia di Cosa nostra fino al cuore dello Stato. La stessa cosa che ha fatto Dell’Utri, riconosciuto colpevole per i fatti commessi nel 1994. Come dire: la Trattativa tra mafia e Stato la aprirono i carabinieri, ma la portò avanti e la chiuse il fondatore di Forza Italia.

Di Matteo: “Sentenza storica” – “Che la trattativa ci fosse stata non occorreva che lo dicesse questa sentenza. Ciò che emerge oggi e che viene sancito è che pezzi dello Stato si sono fatti tramite delle richieste della mafia. Mentre saltavano in aria giudici, secondo la sentenza qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina e gli altri boss chiedevano. È una sentenza storica“, è commento del pm Di Matteo, che ha abbracciato il collega Tartaglia mentre i giudici leggevano il dispositivo. “La sentenza – ha aggiunto il pm – dice che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. La corte ritiene provato questo. Ritiene provato che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico”. “Il verdetto – ha detto invece Tartaglia  – dimostra che questo era un processo che doveva necessariamente essere celebrato. La procura ha lavorato bene, svolgendo con serietà e professionalità il proprio lavoro. Le polemiche e le critiche sono state esagerate: ma le abbiamo superate”.

Salvini, il ministro della curva Sud a braccetto con gli ultrà condannati

Il caso. Alla festa del tifo milanista il titolare del Viminale con Luca Lucci detto il Toro, condanne per droga e violenze. E dice: "Io indagato tra gli indagati".......

La "gente per bene" traffica e spaccia droga (anche allo stadio), estorce, picchia e tenta di uccidere. La "gente per bene", come la chiama il ministro dell'Interno, gira armata di pistole e coltelli, si scontra con le forze dell'ordine e con gli ultrà avversari: e per questo è pluri-daspata. La "gente per bene" ha rapporti con le famiglie di 'ndrangheta in Lombardia, tratta partite di droga coi narcos. Una vita spericolata il cui cuore...

Ripartiamo da qua, dall’abbraccio tra il vicepremier Matteo Salvini e Luca Lucci, detto il Toro, capo della Curva sud del Milan. Domenica pomeriggio, all’Arena Gianni Brera, si celebrano i 50 anni di una delle curve storiche del tifo italiano. Ci sono tutti, capi ed ex capi, semplici tifosi, c’è anche il ministro dell’Interno che senza problemi stringe e abbraccia Lucci, spacciatore di droga così come da condanna (patteggiamento) in primo grado. Ultima ma non unica. Alle spalle il Toro ha quattro anni per l’aggressione a un tifoso dell’Inter durante il derby del 2009. Aggressione non da poco. Virgilio Motta, all’epoca vera anima del gruppo nerazzurro Banda Bagaj, per quel pugno perderà l’uso dell’occhio sinistro. Tre anni dopo, era il 2012, si suiciderà.

Droga e violenza avrebbero dovuto consigliare al ministro di non stringere così tante mani domenica all’Arena. Ministro che non fa mistero della sua fede rossonera (e ci mancherebbe) e nemmeno di aver frequentato la Sud. In quel processo Lucci e gli altri cinque imputati furono condannati anche a risarcire Motta con 140 mila euro. Subito dopo la condanna in aula la moglie del Toro urlò: “I 140 mila euro te li devi spendere tutti in medicinali, maledetto infame”. Quei soldi, anche se in ritardo, arriveranno.

Il 15 febbraio 2009 allo stadio Giuseppe Meazza va in scena l’incredibile. Dalla Sud si srotola la coreografia d’ordinanza. Lo striscione è però troppo lungo, va a finire al primo anello blu impedendo la visuale ai tifosi nerazzurri. Qualcuno, non la Banda Bagaj che sta invece in basso verso il campo, strappa quel telo di plastica. È la miccia, gli ultras rossoneri decidono di risolvere la questione. Scenderanno in un bel gruppo, cinghie in mano, orologi usati come tira pugni, volti coperti. L’obiettivo è lo striscione della Banda. A dividerli nessuno, solo pochi impacciati steward. Il racconto di vittime e testimoni è tremendo. A parlare in aula è lo stesso Virgilio. In quel momento sta proteggendo lo striscione. Spiega: “Arrivano ancora una serie di pugni, finché compare una mano. Il tizio proprietario della mano non era davanti a me. Il pugno era anomalo, un dolore fortissimo. Dolore tremendo, tolgo la mano e guardo, trovo sangue, trovo molte lacrime, sostanza gelatinosa e una lenticchia gelatinosa”. Spiegherà il dottor Maurizio Buscemi: “La lesione all’occhio è tragica, l’occhio potrebbe cedere, riaprirsi laddove è stato suturato, e riportare conseguenze ancora più gravi”. Nei giorni successivi un altro regolamento di conti ai danni di un noto personaggio della curva dell’Inter fa vacillare la pax che dura da anni tra le due tifoserie. Questo accade nel 2009. Sia chiaro per quei fatti Lucci ha scontato la sua pena. Pochi mesi dopo il suicidio di Motta, il 23 ottobre 2012 su internet compare uno scritto dal titolo: “L’indimenticabile storia dimenticata di Virgilio Motta”.

Si riassume l’accaduto con passaggi critici anche nei confronti delle istituzioni. A commento un post firmato con nome e cognome della figlia di Motta. Che lo abbia scritto lei non è dato saperlo. Si legge: “Ho quasi 13 anni, e quando mio padre morì ne avevo 9. Ero ancora piccola per la verità, non che mia madre non me l’avesse raccontata, ma faticavo a capire davvero il senso di tutto ciò (…). Mio papà non se n’è andato invano, ma se n’è andato per dimostrare a tutti che questo paese può essere bello quanto volete ma quando ne hai davvero bisogno non è quasi mai presente. Ci sarò sempre per ricordarlo”. Secondo i giudici di Milano, non il suicidio, ma l’aggressione fu colpa esclusiva di Luca Lucci. Eppure Salvini tira dritto e liquida le critiche con questa frase: “Io indagato tra gli indagati”. Sarebbe stato meglio dire “tra i condannati”. E se domenica il ministro stringeva la mano dello spacciatore, ieri ha festeggiato l’arresto dei pusher davanti alle scuole.

E torniamo alla festa con ex campioni e tifosi vip. C’è Lucci che oltre all’episodio di Virgilio e dello spaccio altri precedenti non ha, se non un buon elenco di Daspo per fatti da stadio. La droga, dunque. L’inchiesta del commissariato Centro diretto dal dottor Ivo Morelli ricuce una bella rete di spaccio. Tra gli arrestati anche il Toro, che, si legge nelle carte, utilizza gli spazi del Clan (sede storica della Curva a Sesto San Giovanni) per chiudere i suoi affari criminali. Gli investigatori filmano tutto. Immortalano così anche la presenza di Daniele Cataldo (non indagato), altra anima nera della Curva, finito in galera perché trovato con armi pesanti e droga nel suo box sempre a Sesto San Giovanni. Compare alla festa, in prima fila sul palco, Giancarlo Lombardi, detto Sandokan, regista delle dinamiche curvaiole, già in contatto con Loris Grancini, capo dei Viking della Juve oggi in carcere con pena definitiva a 13 anni per tentato omicidio. Lombardi è il grande burattinaio che nel 2006, dopo lo scioglimento della Fossa dei leonisi è preso la Curva, il secondo anello e poi il primo, scalzando personaggi storici collegati ad ambienti criminali di peso. Con Lucci oggi condivide interessi extra stadio legati alla movida. Lombardi, già condannato per una tentata estorsione al Milan, finirà in un’inchiesta per riciclaggio collegata al clan siciliano di Fidanzati.

Storia lunga quella della Sud. Oggi poi si registra c’è un nuovo gruppo, i Black Devils (non presenti alla festa), tra i cui membri ci sono persone molto vicine alla ’ndrangheta lombarda. Insomma, un bel gruppo di “amici” per l’attuale capo del Viminale che sorride e riceve pacche sulle spalle.

 

FonSai, rinviati a giudizio Ligresti e l’ex presidente della vigilanza, Giannini

 

 

 

 

DISASTRO CLIMATICO E MORFOLOGICO ITALIOTA

 

Cambiamenti climatici, Istituto superiore di sanità: “Restano 20 anni per salvare il pianeta. Provocano 250mila morti l’anno”

 

I Campi Flegrei, il più pericoloso dei vulcani italiani, sono alla vigilia (in termini geologici) di una nuova, violentissima eruzione

Terremoti, una “finestra” sotto il mar Ionio spiega l’allontanamento della Sicilia dalla Calabria

Terremoti, una “finestra” sotto il mar Ionio spiega l’allontanamento della Sicilia dalla Calabria

 

La scoperta avrà importanti implicazioni per capire meglio come si formano le catene montuose e come questi processi siano legati ai forti terremoti storici registrati nelle due regioni

 

 

 

PERCHE' IL SEVESO ESONDA A MILANO?

 

 

LA STORIA, cultura, scienza, tecnica

 

 

 

 

 

'Oumuamua, il primo asteroide interstellare mai osservato

'Oumuamua, il primo asteroide interstellare mai osservato
Credit: ESO/M. Kornmesser 

 

Lungo, con una luminosità estremamente variabile e rossiccio. E' stato avvistato dal Canada-France-Hawaii Telescope e la sua traiettoria ha origine fuori dal nostro Sistema solare

 

 

 

DAI GALLI INSUBRI AI ROMANI. DALL'EPOCA REPUBBLICANA A QUELLA IMPERIALE

 

 

 

 

MEDIOLANUM CAPITALE DELL'IMPERO ROMANO (285 d.C. - 476 d.C.) DA MASSIMIANO A TEODOSIO IL GRANDE

Ormai la città era diventata influente ed importante e gli imperatori, al varo della Tetrarchia voluta da Diocleziano allo scopo di consolidare strutture e confini di un impero sempre più vasto,decisero di farne capitale . Il confine nord in quel momento storico era a 400 chilometri e l'esistenza di un centro vasto come Mediolanum rispondeva perfettamente alle esigenze di difesa contro le invasioni barbariche sempre più frequenti.

IL PODEROSO SVILUPPO URBANISTICO TARDO-IMPERIALE

 

 

 

In via Boffalora riceve le acque del Deviatore Olona. Sottopassa il Naviglio Pavese vicino a Chiesa Rossa (ricevendone anche parte di portata) e lascia la città in direzione Rozzano sempre a cielo aperto. Dopo aver attraversato il pavese sfocia nel Lambro a Sant’Angelo Lodigiano.

Il Lambro

Molti, per differenziarlo dal Colatore Lambro Meridionale, preferiscono indicarlo come Lambro Settentrionale. Ma il suo nome originale è Lambro. Nasce dai Monti del San Primo a Magreglio. Arriva da Monza attraverso Cologno Monzese e nella zona di Cascina Gobba sottopassa il Naviglio Martesana ricevendone le acque in eccesso. Entrato nel territorio comunale di Milano attraversa il parco Lambro, viale Forlanini, Cascina Monluè ed esce in zona Peschiera Borromeo. A Melegnano riceve le acque della Vettabbia e Cavo Redefossi, mentre a Sant’Angelo Lodigiano riceve il Colatore Lambro Meridionale. A Senna Lodigiana confluisce nel Po.

La situazione attuale:
Il Lambro risulta completamente scoperto come fiume nonostante la scarsa qualità delle sue acque. La sua posizione periferica l’ha preservato dalla tombinatura selvaggia che hanno subito i canali milanesi. Sicuramente la sua portata risulta aumentata in quanto nel corso dei secoli è diventato lo scolmatore delle acque di Milano. Tutto l’attuale sistema idrico di Milano scarica direttamente o indirettamente nel Lambro (Vettabbia, Redefossi e Lambro Meridionale). L’unica via di uscita “alternativa” delle acque da Milano è il Naviglio Pavese.

Cosa resta a Milano…
A Milano del suo passato fluviale, oltre il Naviglio Grande, la Darsena e il Naviglio Pavese resta veramente poco. Il mio auspicio personale è che presto vengano riattivati i percorsi storici, ovviamente non prima di una depurazione delle acque a monte della città, di una razionalizzazione dei percorsi dove riaprire i canali e una buona manutenzione negli anni a venire. Togliere definitivamente le auto dal centro, potenziando il trasporto pubblico (magari anche idrico!) e restituendo l’acqua sarebbe un gran bel sogno…per adesso accontentiamoci di ricordare la città com’era con i suoi canali attraverso le foto in bianco e nero!

A chi fosse interessato ad approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro: “Viaggio nel sottosuolo di Milano tra acque e canali segreti” di M. Brown, A. Gentile e G. Spadoni – Editore Comune di Milano, non più disponibile in commercio ma a disposizione presso le biblioteche comunali rionali di Milano e il consorzio di biblioteche CSBNO, da cui sono state tratte la maggior parte delle immagini di questo articolo e con cui mi sono documentato per scriverlo.

 

http://vecchiamilano.wordpress.com/2011/07/28/i-canali-di-milano-2-parte/

 

Arminio

 

Germania Magna

 

Spedizione germanica di Germanico (14-16 d.C.)

 

Maroboduo alleato di Roma contro Arminio

 

Guerre marcomanniche (166-189 d.C.)

 

Invasioni barbariche del III secolo (212-305 d.C.)

 

Battaglia di Adrianopoli (378)

 

 
 
 
 
 
 La fine degli Unni (454 d.C - ??)

 

La massima estensione dei territori degli Unni, dalle steppe dell'Asia centrale alla Germania e dal mar Baltico al mar Nero

Provenivano dalla Siberia meridionale, come dimostra un documento cinese antico e la loro lingua era forse di ceppo turco. Lo storico romano del IV secolo, Ammiano, si limita a specificare che essi provenissero «al di là delle paludi meotiche», una zona di steppe molto vasta.[1]

un principato unno che comprendeva i territori delimitati dal Fiume Talas, dai Monti Altaj e dal Fiume Tarim arruolò come mercenari un gruppo di soldati capaci di combattere "uniti come le squame del pesce", in base a quanto scritto dalle cronache cinesi, nel 36 a.C., provenienti dalle regioni orientali di confine del Regno dei Parti: ci sono fondati indizi che tali mercenari furono legionari romani presi prigionieri dai Parti tra il 53 a.C. (disfatta di Crasso a Carre) ed il 36 a.C. (disfatta di Marco Antonio). Se effettivamente la situazione stesse in questi termini, legionari romani, in seguito catturati dai cinesi, avrebbero combattuto per gli avi di coloro che furono i protagonisti della caduta dell'Impero romano d'Occidente mezzo millennio più tardi [1]. Comunque, l'identificazione degli Unni (xiongren in mandarino moderno) con tale gruppo nomade è carente di prove. Si diceva che dove passassero gli Unni non crescesse più l'erba. Questo fa bene intendere quali fossero le devastazioni arrecate dalle loro scorrerie.

Da quando Joseph de Guignes nel XVIII secolo ha identificato gli Unni con gli Hsiung-nu, il dibattito sulla loro origine si è acceso. L'identificazione tra Unni e Hsiung-Nu, seppur affascinante, non è comprovata con prove certe, e tra l'altro, se vi sono delle analogie tra le due popolazioni, vi sono anche notevoli differenze:[1][2]

Recenti ricerche hanno mostrato che nessuna delle grandi confederazioni di guerrieri della steppa era etnicamente pura e, a rendere le cose più difficili, molti clan affermavano di essere Unni basandosi semplicemente sul prestigio del loro nome; o era attribuito da estranei che li descrivevano con comuni caratteristiche, presunti luoghi d'origine o reputazione. Sebbene sia molto difficile risalire ad un luogo di origine degli Unni, sembra che all'inizio il nome designasse un prestigioso gruppo di guerrieri della steppa la cui origine etnica è sconosciuta.[senza fonte]

Gli Unni non devono essere confusi con gli Aparni ("Unni Bianchi")[3] di Procopio, in quanto si tratta di un ramo culturale e fisico completamente diverso, né con i Chioniti (gli Unni rossi, probabilmente i Kian-yun dei cinesi)[4] che comparvero sulla scena in Transoxiana nel 320, guidati dal re Kidara.

Migrazioni degli Unni e impiego come mercenari[modifica | modifica wikitesto]

 

Massima espansione dell'impero unno (arancione chiaro), 451 circa

Gli Unni, originari dell'Asia centrale, arrivarono in Europa alla fine del IV secolo-inizi del V secolo, scacciati dalla Cina grazie alle armi e alle strutture di difesa avanzate sviluppate dai cinesi, come nuovi usi per gli esplosivi, catapulte più precise e la balestra in bronzo e l'arco. La calata delle orde nomadi degli Unni sulle pianure dell'Ucraina e della Bielorussia avvenne tra il 374 ed il 376 sotto il Re Octar e si concretizzò come il classico "Effetto domino": vennero travolti dapprima SarmatiAlaniOstrogotiSciriRugi(Battaglia del fiume Erac) e, quindi, VisigotiEruliGepidiBurgundiFranchiSveviVandali ed Alamanni, i quali tra il 378 ed il 406 si abbatterono in massa sull'Impero romano d'Occidente, disintegrandolo nel giro d'una settantina d'anni e creando, al suo posto, i regni romano-barbarici. Nel frattempo un gruppo di Unni misto ad Avari, a Turchi e a Bulgari, staccatosi dall'orda principale, aveva messo a ferro e fuoco l'Impero Sasanidedi Persia, stanziandosi nelle regioni comprese tra il Lago Balqaš ed il Fiume Indo, ed invadendo l'India stessa.

Fu intorno all'inizio del V secolo che presumibilmente avvenne la migrazione nella grande pianura ungherese: nel 412-413, anno in cui lo storico e ambasciatore Olimpiodoro di Tebe condusse un'ambasceria presso gli Unni, erano già stanziati lungo il corso medio del Danubio.[6] Probabilmente, secondo la teoria di Heather, fu lo spostamento degli Unni a spingere Radagaiso a invadere l'Italia, Vandali, Alani, Svevi e Burgundi a invadere le Gallie, e Uldino a invadere la Tracia durante la crisi del 405-408.[7] All'epoca dell'ambasceria di Olimpiodoro, gli Unni erano governati da molti re, ma nel giro di vent'anni, probabilmente attraverso lotte violente, il comando fu unificato sotto il comando di un unico re: Attila.[8]

Nel V secolo gli Unni costituirono un regno nell'Europa centrorientale, e come gli orientali Xiongnu, incorporarono gruppi di popolazioni tributarie, arrestando il flusso migratorio ai danni dell'Impero da essi stessi provocato, in quanto, volendo dei sudditi da sfruttare, impedirono ogni migrazione da parte delle popolazioni sottomesse. Nel caso europeo, AlaniGepidiSciriRugiSarmatiSlavi e specialmente le tribù gotiche, vennero tutti uniti sotto la supremazia militare della famiglia degli Unni. Guidati dai re RuaAttila e Bleda, gli Unni si rafforzarono molto. Attila (406-453) apparteneva alla famiglia reale. Nel 432 gli Unni avevano un tale potere che lo zio di Attila, il re Rua, riceveva un consistente tributo dall'impero. Ottennero la supremazia sui loro rivali, molti dei quali altamente civilizzati, grazie alla loro abilità militare, mobilità e ad armi come l'arco unno.

Negli anni 430 furono impiegati come mercenari dal magister militum Ezio per le sue campagne in Gallia, ottenendo, in cambio del loro appoggio, parte della Pannonia; grazie al sostegno degli Unni, Ezio riuscì a vincere nel 436 i Burgundi, massacrati dall'esercito romano-unno di Ezio, ridotti all'obbedienza e insediati come foederatiintorno al lago di Ginevra; gli Unni risultarono poi decisivi anche nella repressione della rivolta dei bagaudi in Armorica e nelle vittorie contro i Visigoti ad Arelate, e a Narbona,[9] grazie alle quali nel 439 i Visigoti accettarono la pace alle stesse condizioni del 418. La scelta di Ezio di impiegare gli Unni trovò però l'opposizione di taluni, come il vescovo di Marsiglia Salviano, autore del De gubernatione dei ("Il governo di Dio"),[10] secondo cui l'impiego dei pagani Unni contro i cristiani (seppur ariani) Visigoti non avrebbe fatto altro che provocare la perdita della protezione di Dio, perché i Romani «avevano avuto la presunzione di riporre la loro speranza negli Unni, essi invece che in Dio»

 

Gli Unni all'attacco.

La situazione cambiò drasticamente quando a capo degli Unni salì Attila nel 445, la cui ferocia è rimasta leggendaria. Questi, già nel 441-442, quando condivideva ancora il governo con il fratello Bleda, attaccò i territori dell'Impero romano d'Oriente approfittando dello sguarnimento del fronte danubiano dovuto all'invio di una potente flotta da parte dell'Impero d'Oriente nel tentativo di recuperare Cartagine ai Vandali. Gli Unni espugnarono rapidamente Vidimacium, Margus e Naissus, costringendo l'Impero d'Oriente a rinunciare alla guerra contro i Vandali, richiamando la flotta, e poco tempo dopo, a comprare la pace accettando di pagare un tributo di 1400 libbre d'oro all'anno.[12]Teodosio II, però, ritornata la flotta, smise di pagare il tributo agli Unni, nella speranza che con i Balcani non sguarniti di truppe e con il potenziamento delle difese, sarebbe riuscito a respingere gli attacchi unni. Quando gli arretrati raggiunsero le 6000 libbre d'oro, nel 447, Attila protestò, e al rifiuto dell'Imperatore di sborsare le 6000 libbre d'oro in questione, il re unno reagì con la guerra.[13]Nell'invasione del 447, Attila sconfisse più volte gli eserciti romano-orientali, non riuscendo ad espugnare Costantinopoli, ma devastando gli interi Balcani Orientali e costringendo l'Impero romano d'Oriente ad accettare una pace umiliante:

Forte di un esercito che si diceva potesse contare oltre 500.000 uomini, il più grande in Europa da duecento anni a quella parte, Attila attraversò la Gallia settentrionale provocando morte e distruzione. Conquistò molte delle grandi città europee, tra cui ReimsStrasburgoTreviriColonia, ma fu sconfitto contro le armate dei Visigoti, dei Franchi e dei Burgundi comandati dal generale Ezio nella Battaglia dei Campi Catalaunici.

 

Incontro tra Leone il Grande e Attila, Affresco, 1514, Stanza di Eliodoro, Palazzi Pontifici, Vaticano. L'affresco fu completato durante il pontificato di Leone X (papa dal 1513 al 1521). Secondo la leggenda, la miracolosa apparizione dei Santi Pietro e Paolo armati con spade durante l'incontro tra Papa Leone e Attila (452) avrebbe spinto il re degli Unni a ritirarsi, rinunciando al sacco di Roma.

Attila tornò in Italia nel 452 per reclamare nuovamente le sue nozze con Onoria. Gli Unni cinsero d'assedio per tre mesi Aquileia, e, secondo la leggenda, proprio mentre erano sul punto di ritirarsi, da una torre delle mura si levò in volo una cicogna bianca che abbandonò la città con il piccolo sul dorso; il superstizioso Attila a quella vista ordinò al suo esercito di rimanere: poco dopo crollò la parte delle mura dove si trovava la torre lasciata dalla cicogna. Attila conquistò poi Milano e si stabilì per qualche tempo nel palazzo reale. Famoso è rimasto il modo singolare con cui affermò la propria superiorità su Roma

 La fame e le malattie che accompagnavano la sua invasione (in Italia, infatti, stava infuriando un'epidemia di colera e di malaria e la Pianura padana non era in grado di dar sostentamento all'orda[15] barbarica) potrebbero aver ridotto la sua armata allo stremo, oppure le truppe che Marciano mandò oltre il Danubio potrebbero avergli dato ragione di retrocedere, o forse entrambe le cose sono concausali alla sua ritirata. La "favola che è stata rappresentata dalla matita di Raffaello e dallo scalpello di Algardi" (come l'ha chiamata Edward Gibbon) di Prospero d'Aquitania dice che il papa, aiutato da Pietro apostolo e Paolo di Tarso, lo convinse a girare al largo dalla città. Vari storici hanno supposto che l'ambasciata portasse un'ingente quantità d'oro al leader unno e che lo abbia persuaso ad abbandonare la sua campagna,[16] e questo sarebbe stato perfettamente in accordo con la linea politica generalmente seguita da Attila, cioè di chiedere un riscatto per evitare le incursioni unne nei territori minacciati.

Quali che fossero le sue ragioni, Attila lasciò l'Italia e ritornò al suo palazzo attraverso il Danubio. Da lì pianificò di attaccare nuovamente Costantinopoli e reclamare il tributo che Marciano aveva tagliato. Morì, invece, nei primi mesi del 453; la tradizione, secondo Prisco, dice che la notte dopo un banchetto che celebrava il suo ultimo matrimonio (con una principessa gota di nome Krimhilda, poi abbreviato con Ildikó), egli ebbe una copiosa epistassi e morì soffocato.

Collasso del suo impero[modifica | modifica wikitesto]

Le lotte per la successione, seguite alla morte di Attila, dissolsero la potenza degli Unni. Dopo il suo decesso, l'Impero unno si disgregò rapidamente: infatti i tre figli di Attila (DengizichEllac e Ernac) non riuscirono a sedare le rivolte per l'indipendenza dei sudditi degli Unni, portando alla rapida caduta dell'Impero unno. Il primo gruppo ad ottenere l'indipendenza fu quello dei Gepidi, guidati da re Ardarico, che sconfissero nel 453-454 l'esercito unno nella Battaglia del fiume Nedao (454), costringendo gli Unni a riconoscere loro l'indipendenza.[18] Negli anni successivi tutti gli altri gruppi (come Sciri, Rugi, Eruli, Longobardi, Ostrogoti) ottennero gradualmente l'indipendenza dagli Unni, e nel 468 gli Unni persero la propria indipendenza, finendo per essere arruolati come mercenari dall'Impero romano d'Oriente.

 

La tomba del bambino vampiro che svela i riti romani contro la malaria

La tomba del bambino vampiro che svela i riti romani contro la malaria
Il teschio del "bambino vampiro" con la pietra in bocca 

 

In Umbria, a Lugnano in Teverina, una villa del V secolo restituisce reperti straordinari: un ragazzino sepolto con una pietra in bocca per non farlo risorgere. Gli archeologi: "È la conferma della diffusione della malattia che fermò anche l'avanzata degli Unni di Attila"

Il "Cimitero dei bambini" di Lugnano in Teverina, in Umbria, continua a stupire gli archeologi. Nella villa romana abitata fino al V secolo, dove gli archeologi dell'Università di Stanford scavano ormai dal 1987, è stato rinvenuto lo scheletro di un bambino o bambina (ancora non è stato accertato il sesso) sepolto con una pietra in bocca. Il sasso serviva sia a non far diffondere la malattia, sia a zavorrare il corpo e non farlo risorgere come vampiro. È la prova ulteriore che nella villa erano stati sepolti in tutta fretta molti bambini ed eseguiti riti magici, per scongiurare il propagarsi di un'epidemia.

La tomba del bambino vampiro che svela i riti romani contro la malaria

Lo scavo della villa romana a Lugnano in Teverina


In realtà non di epidemia si trattava, ma di diffusione della malaria, capace di fermare anche l'avanzata degli Unni di Attila. Quando infatti nel 452 papa Leone I incontrò l'unno vicino a Verona, secondo quanto riporta lo scrittore latino Sidonio Apollinare Gaio Sollio, gli suggerì di non sottovalutare la forza dell'esercito romano, ma anche la pericolosità della zona che avrebbe dovuto attraversare, la valle del Tevere, dove imperversava una "pestilenza". La malaria, appunto.

Da anni l'archeologo David Soren, responsabile dello scavo, pubblica resoconti sulla straordinarietà della villa di Poggio Gramignano, costruita alla fine del I secolo avanti Cristo e abbandonata in tutta fretta nel V, in un primo tempo studiata per i suoi mosaici e poi diventata presto la villa del "cimitero dei bambini", quando si scoprì una stanza in cui erano stati radunati decine di bambini e feti. Come sostiene Soren anche a proposito del "Bambino vampiro", "Non si è mai vista una cosa simile, il ritrovamento è inquietante e strano e capisco che lo si stia già chiamando 'il vampiro di Lugnano'".

In pubblicazioni precedenti Soren ha anche descritto il ritrovamento di scheletri di cuccioli di cani, alcuni decapitati. Secondo l'archeologo i sacrifici dei cani servivano a placare le divinità degli inferi e inoltre negli scritti di Plinio i "succhi dei corpi dei cuccioli" erano applicati per curare varie malattie, tra le quali l'ingrossamento della milza, tipico di chi è affetto da malaria. 
 


Anche lo scheletro del "bambino vampiro", per quanto non sia ancora stato eseguito l'esame del Dna che potrà rpovarlo senza dubbi, presenta segni di malaria. Nel cranio ci sono infatti segni di ascessi ai denti, considerati, anche questi, tipici della parassitosi malarica. Il direttore dello scavo, David Pickel, dell'università di Stanford, ha aggiunto che "il ritrovamento del 'bambino vampiro' potrà dire molto sulla devastante epidemia di malaria che colpì l'Umbria circa 1.500 anni fa e soprattutto sugli effetti che ebbe sulla comunità e sul modo con cui si cercò di combatterla". 

"L'età di questo bambino e la sua particolare sepoltura con la pietra posta nella bocca, rappresentano, al momento, un'anomalia all'interno di un cimitero già anormale", ha detto Pickel. "Questo sottolinea ulteriormente quanto sia unico il sito in cui stiamo scavando - Fino a oggi, infatti, erano stati trovati scheletri di bambini più piccoli, al massimo di 3 anni. Una bambina aveva delle pietre tra le mani, anche in questo caso probabilmente per tenerla ancorata alla sepoltura".

Lo scheletro ritrovato con la pietra in bocca è per ora unico a Lugnano, ma sepolture simili sono state documentate in altri luoghi, tra cui Venezia, dove nel 2009 fu ritrovato il corpo di una donna del XVI secolo, soprannominata "Vampiro di Venezia" perché aveva un mattone in bocca. Nel Northamptonshire, in Inghilterra, nel 2017, si trovò lo scheletro di un uomo, risalente al III o IV secolo, sepolto a faccia in giù con la lingua rimossa e sostituita con una pietra.

"Queste operazioni fatte sui morti si vedono in diverse culture - osserva un altro dei ricercatori americani, il bioarcheologo Jordan Wilson -  specialmente nel mondo romano indicavano che c'era il timore che questa persona potesse tornare dai morti e cercare di diffondere la malattia ai vivi".

Gli scavi sul sito di Lugnano sono per ora sospesi e riprenderanno la prossima estate. Intanto il sito della villa è in corso di musealizzazione grazie a finanziamenti ottenuti per la copertura dell'area, mentre i reperti provenienti dalla villa e la storia della città sono visibili nell'antiquarium nello splendido centro storico di Lugnano in Teverina, in provincia di Terni e a circa un'ora di auto da Roma.

Attraversamento del Reno (31 dicembre 406)

 

 

Odoacre Rex gens Germanicorum, Patrizio della diocesi d'Italia fino al 488

 

 d.C.

 

Teodorico Re ostrogoto e Patrizio d'Italia suddito dell'Impero d'Oriente (493-526 d.C.)

 

 

 

http://www.skuola.net/storia-arte/medioevo/storia-arte-medievale.html

 

 

 

IL DISASTRO DELLE INVASIONI BARBARICHE E LA CADUTA DELL'IMPERO

 

 

 

Le mura aureliane, da Porta san Sebastiano a Porta Ardeatina.

Belisario entra a Roma

Il 9 dicembre (o il 10) del 536 Belisario entrò trionfante a Roma, nella antica capitale dell'impero romano, dove oramai i fausti di un tempo erano solo un lontano ricordo, Roma aveva solo 50.000 abitanti, Belisario non trovò resistenza da parte degli ostrogoti, per poter prendersi la città, ma subito saputa la notizia un esercito ostrogoto che si trovava nel nord Italia si mise in marcia per andar a riprendersi la città. Belisario quindi inviò un suo ufficiale che consegnò le chiavi di Roma all'Imperatore Giustiniano I, e che portò prigioniero a Costantinopoli il generale ostrogoto che aveva consegnato la città. Belisario si accorse subito che la situazione delle mura aureliane (le mura di Roma) era pessima, e quindi provvide subito a farle riparare, visto che era stato informato che gli ostrogoti si stavano avvicinando.

Nel febbraio del 537, trentamila ostrogoti si trovavano alle porte di Roma, pronti ad assediare la città, per fermare l'avanzata dei Bizantini capitanati dal generale Belisario, e prendere il possesso dell'ex capitale dell'impero.

Belisario si trovava svantaggiato, aveva solo cinquemila uomini, non sufficienti per la difesa della città, e le mura aureliane erano facilmente espugnabili dato il loro cattivo stato. Gli ostrogoti si posizionarono attorno alla città, costruendo sette accampamenti onde bloccare l'arrivo di rifornimenti e iniziarono i preparativi. Inoltre tagliarono i quattordici acquedotti della città per lasciare la popolazione senz'acqua.

Belisario, per fronteggiare la situazione, prese i seguenti provvedimenti:[1]

  1. per impedire ai Goti di penetrare nella città attraverso gli acquedotti (come aveva fatto Belisario stesso, tra l'altro, per espugnare Napoli pochi mesi prima), li fece ostruire con un solido muro.
  2. pose a custodia delle porte uomini fidati. In particolare Belisario decise di sorvegliare egli stesso la Salaria e la Pinciana, mentre affido a Costanziano la custodia della Flaminia. Una porta venne serrata con un cumulo di