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Italia eliminata dai Mondiali in Qatar: azzurri sconfitti a Palermo 1-0 dalla Macedonia del Nord. CATASTROFE SPORTIVA ITALIOTA SENZA PRECEDENTI: ITALIA ELIMINATA DA DUE MONDIALI CONSECUTIVI E DOPO AVER VINTO UN EUROPEO A CALCI IN CULO(DI RIGORE) 26-03-22

David Beckham è solo l’ultimo intervento di chirurgia estetica

morale da parte del Qatar: storia e nefandezze dello sportwashing di Stato

Per sciogliere in italiano la parola inglese è necessaria una lunga perifrasi. Perché definire lo “sportwashing” non è esattamente un compito semplice. Secondo Amnesty International si tratterebbe di un tentativo di “sfruttare lo sport per rendere moderna la propria immagine e far distogliere lo sguardo dalla pessima situazione dei diritti umani”. Altri preferiscono parlare di chirurgia estetica morale: rendere più gradevole la facciata esterna in modo da nascondere la fatiscenza che si nasconde internamente. Due definizioni che raccontano la stessa realtà, che spiegano un fenomeno lungo quasi quindici anni. Più o meno da quando aziende e magnati arabi hanno iniziato a entrare nel calcio del Vecchio Continente. Prima sotto forma di sponsor su una maglia, poi sovrapponendo i propri nomi agli stadi più moderni d’Europa. Ma niente spiega lo “sportwashing” meglio delle vicende che riguardano l’organizzazione dei Mondiali in Qatar del 2022.L’opera di maquillage dell’emirato dell’Arabia orientale riemerge ciclicamente. E ogni volta riesce a sollevare nuove polemiche. L’ultima è arrivata ieri mattina, quando è stato reso noto che David Beckham, ex divinità pop di Manchester United e Real Madrid, sarà il nuovo “ambasciatore” della Coppa del Mondo di calcio. In più, sarà sua premura promuovere attivamente il turismo e la cultura del Qatar. In cambio di una cifra vicina ai 177 milioni di euro. Non una novità. Perché già dal 2009 l’emirato aveva chiesto ad alcuni dei calciatori di rilievo internazionale che avevano chiuso la carriera nella Qatar Stars League di supportare la propria candidatura a Paese ospitante. I primi ad accettare erano stati Ronald de Boer (che aveva giocato nell’Al-Rayyan e nell’Al-Shamal) e Gabriel Omar Batistuta (che aveva vestito la maglia dell’Al-Arabi). Qualche anno dopo era stato il turno di Xavi, che dell’Al-Sadd è stato prima giocatore e poi allenatore. E lo spagnolo si era calato talmente bene nella parte che nel 2019 aveva detto: “Non vivo in un Paese democratico, ma il Qatar funziona meglio della Spagna“.Una frase che aveva preso tutti in contropiede. E che aveva sollevato più di una obiezione. Dani Mateo, un comico spagnolo che ha partecipato a diversi programmi andati in onda su “La Sexta”, aveva commentato quelle parole in un suo intervento in diretta: “Per Xavi una dittatura teocratica con un regime monarchico assolutista funziona meglio della democrazia spagnola. Beh, in Qatar le donne non possono viaggiare liberamente, la violenza domestica non è un reato e quando una donna sposata viene violentata e sporge denuncia può essere condannata per adulterio. Ma a parte questo piccolo dettaglio, Xavi ha ragione: il sistema qatariota funziona molto meglio di quello spagnolo”. Piccolo scherno su piccolo schermo. Anche perché quella battuta tagliente non voleva far ridere, ma sottolineare come il tema del mancato rispetto dei diritti umani in Qatar sia diventato piuttosto pressante negli ultimi dieci anni. Per questo la scelta di Beckham di prestare il proprio volto all’emirato è sembrata inopportuna e volgare. Soprattutto perché è arrivata a fronte di una montagna di quattrini. Le associazioni per la tutela dei diritti umani sono inorridite. Qualche ONG britannica ha accusato lo Spice Boy di aver “venduto l’anima”. E di averlo fatto per “pura avidità“.D’altra parte la rimozione chirurgica del peccato originale qatariota è un’operazione impossibile. Qualche mese fa il Guardian ha pubblicato un’inchiesta drammatica. Dal dicembre 2010, ossia da quando il Paese ha ottenuto l’assegnazione dei Mondiali, sono morti più di 6500 lavoratori immigrati da Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. La contabilità è oscena. Perché i decessi sono più di 12 a settimana, poco meno di due al giorno. Cifre che sono un pugno allo stomaco. Ma che rappresentano chiaramente quel problema che Amnesty International denuncia da parecchio tempo. Nel marzo del 2015 l’Ong ha intervistato oltre 230 stranieri impiegati nella costruzione dello stadio Khalifa, che ospiterà una delle semifinali del torneo. Alcuni di loro erano impiegati nella ristrutturazione dell’impianto, altri nella manutenzione degli spazi vedi intorno al complesso Aspire, ossia l’Accademia/laboratorio dove vengono coltivati i talenti che dovranno tenere alto il nome della Nazione nel torneo casalingo.Eppure tutti hanno raccontato le stesse cose. Vivevano in alloggi squallidi e sovraffollati e dopo aver protestato per le condizioni di lavoro erano stati minacciati. E questa era la parte meno preoccupante del loro racconto. In molti, infatti, erano finiti in una spirale perversa. Per ottenere il lavoro in Qatar avevano versato ai reclutatori cifre che variavano fra i 500 e 4300 dollari. E spesso per mettere insieme tutti quei soldi avevano dovuto ricorrere a qualche prestito dal tasso esoso. Solo che una volta arrivati nell’emirato, avevano scoperto che il loro salario era molto inferiore rispetto a quanto promesso. Oppure, molto semplicemente, non venivano pagati per mesi. Il cortocircuito era chiaro. Nel 2014 il Comitato organizzatore dei Mondiali, che poi è anche responsabile della costruzione degli stadi, aveva dato vita a delle “Linee guida per il benessere dei lavoratori”. In pratica chiedevano alle imprese che costruivano stadi e infrastrutture di adottare per i lavoratori degli standard che erano addirittura superiori a quelli previsti dalle leggi locali. Il problema, quindi, non erano solo le riforme. Ma anche la loro concreta applicazione.L’altro grande scoglio hanno dovuto affrontare i lavoratori stranieri che arrivavano in Qatar si chiama “kefala”. È un sistema che spesso viene tradotto con il termine “sponsor” e produce un totale assoggettamento del dipendente. Sostanzialmente per cinque anni il lavoratore straniero non può cambiare occupazione o lasciare il Paese senza il permesso del datore di lavoro. In caso di violazione della regola lo straniero perde lo status di lavoratore per acquisire quello di clandestino. Il che significa correre il rischio di venire arrestati e/o espulsi. Nel 2018 c’è stato un piccolo passo avanti grazie a una riforma inserita in un Progetto triennale di cooperazione tecnica concordato fra il Qatar e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. La legge emanata dall’emiro, infatti, ha sottratto ai datori di lavoro la possibilità di negare ai dipendenti il diritto di uscire dal Paese. Eppure alcuni datori di lavoro hanno continuato a trattenere il passaporto dei propri dipendenti. Per i lavoratori stranieri, che rappresentano il 90% della popolazione qatariota, è diventato difficile anche riscuotere i propri compensi. I casi di morosità da parte delle aziende si sono moltiplicati. Il primo risale al 2017 e riguarda la Mercury Mena, una società piuttosto vicina agli organizzatori del Mondiale. Piccolo dettaglio: nel dicembre 2010, per sostenere la candidatura del Qatar, ha realizzato un suggestivo stadio-vetrina che doveva attrarre l’interesse della Fifa. E visto il successo, la ditta ha continuato a lavorare in tutti i progetti più ambiziosi legati ai Mondiali. Proprio come Lusail City, l’avveniristica città che ospiterà la gara d’esordio e la finale della competizione. Tutto molto bello. Se non fosse per un piccolo dettaglio. L’azienda non ha versato migliaia di dollari destinati a stipendi e pensioni. Praticamente per sei mesi i lavoratori si sono trovati in uno Stato straniero senza senza un soldo in tasca. E quindi senza possibilità di ripagare i prestiti che avevano contratto per pagare i reclutatori.Amnesty International ha intervistato 78 lavoratori ex dipendenti in credito con la Mercury Mena provenienti da India, Nepal e Filippine. E anche qui le testimonianze sono state avvilenti: “In Nepal, dove due terzi della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, Amnesty ha incontrato 34 persone cui la Mercury deve versare, in media, 2035 dollari a testa”. Più o meno lo stesso problema che si è avuto con la Qatar Meta Coats, società che aveva avuto in subappalto i lavoro per la facciata dello stadio di Al Bayat (il cui valore sfiorava gli 800 milioni di euro). Cento dipendenti hanno dichiarato di aver lavorato per sette mesi senza ricevere lo stipendio. E proprio come i lavoratori della Mercury Mena, anche quelli della QMC si sono ritrovati con permessi di lavoro scaduti perché le società non hanno voluto rinnovarli. Le cose sono peggiorate ulteriormente durante la pandemia. L’area industriale di Doha è diventata una vera e propria bomba sanitaria. I dormitori della capitale erano sovraffollati, senza una “adeguata” fornitura di acqua, luce e servizi igienico sanitari. Mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro era praticamente impossibile. Così sono diventati terreno fertile per la diffusione del Covid-19. E sono stati isolati. Secondo Amnesty International, poi, fra il 12 e il 13 marzo centinaia di migranti nepalesi sono stati radunati e poi trasportati nei centri di detenzione. All’inizio erano stati rassicurati: era una misura necessaria per sottoporli a un tampone di massa e poi riportarli nei dormitori. Invece sono stati espulsi dal Paese. A seguito delle proteste della Ong, il Governo del Qatar ha risposto che durante una ispezione nell’area industriale erano state scoperte “Persone coinvolte in attività illecite e illegali, come la produzione e la vendita di sostanze proibite e la cessione di cibi pericolosi che avrebbero potuto causare gravi danni alla salute”. Nei verbali di espulsione, tuttavia, non era stata specificata nessuna attività illecita.Negli ultimi anni il Qatar ha fatto dei piccoli passi avanti nella tutela dei diritti dei lavoratori stranieri. Il 30 agosto del 2020 sono stati emanati due provvedimenti importanti. Il primo sopprime il “certificato di non obiezione del datore di lavoro”. Per cambiare impiego, quindi, i lavoratori non dovranno più ottenere il nulla osta dei loro “padroni”. L’altro introduce un salario minimo, fissato a 1000 rial (al cambio 230 euro) al mese, più 300 rial per gli alimenti e 500 per l’affitto di un alloggio. Solo che la strada è ancora molto lunga. I datori di lavoro possono ancora denunciare per “clandestinità” i lavoratori migranti e possono ancora gestire direttamente i permessi di residenza, attraverso il loro rinnovo o il loro annullamento. In più le riforme non si applicano ai lavoratori domestici migranti, che sarebbero 173mila. Amnesty International ha intervistato 105 donne che prestano servizio presso le case qatariote. E molte hanno raccontato di aver subito comportamenti che oscillano dalla sgradevolezza al reato. L’85% del campione ha detto di lavorare regolarmente più di 14 ore al giorno (la legge ha fissato a 10 ore il limite massimo), sette giorni su sette. Nell’82% dei casi il datore di lavoro aveva confiscato il passaporto dei propri dipendenti. Il 38% ha dichiarato di essere state insultate e schiaffeggiate. O di aver ricevuto sputi. Mentre una donna ha dichiarato di essere stata tratta “come un cane”. Il 3.5%, invece, ha raccontato di aver subito palpeggiamenti o addirittura stupri e di non aver denunciato l’accaduto per paura di ripercussione da parte dei propri datori di lavoro.A controbilanciare i passetti in avanti fatti sulla tutela dei lavoratori ci ha pensato un ulteriore giro di vite sulla libertà di espressione. Il codice penale locale è stato emendato a inizio 2020 con l’inserimento dell’articolo 136bis che prevede una pena detentiva fino a cinque anni (con una sanzione annessa di 25mila euro) per “chiunque diffonda, pubblichi, o ripubblichi voci non confermate, dichiarazioni, notizie false o faziose, propaganda provocatoria, a livello nazionale o all’estero, con l’intenzione di danneggiare l’interesse nazionale, infiammare l’opinione pubblica, violare il sistema sociale o il sistema pubblico dello Stato”. Non che prima la libertà di espressione fosse poi tutelata. Nel 2010 il poeta qatariota Mohammed al-Ajami recitò una poesia piuttosto critica nei confronti dell’emiro nel suo appartamento in Egitto, davanti a qualche ospite. Solo che uno dei presenti filmò l’esibizione e la postò su internet. Un anno dopo al-Ajami fu arrestato in Qatar e condannato all’ergastolo per aver “incitato al rovesciamento del governo nazionale” e “aver insultato” lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani e suo figlio. Dopo cinque anni di detenzione, il poeta è riuscito a ottenere la grazie ed è stato rilasciato. La domanda rimbalza ormai da diverse ore. È possibile girarsi dall’altra parte e diventare testimonial di un Mondiale costruito sul sangue e sulle sofferenze, biglietto da visita di uno Stato che calpesta i diritti essenziali dei suoi cittadini (e non solo)? Il problema è che la risposta non può che essere legata alla morale soggettiva. E qualcuno deve aver trovato milioni di motivi per dire di sì.

L’Italia agli spareggi: comunque vada, questa non è una grande Nazionale

e il trionfo agli Europei è stato un miracolo.

Ci siamo svegliati dopo un lungo sonno azzurroE abbiamo scoperto che non era un sogno, ma un incubo. Esattamente quattro anni dopo Italia-Svezia, il punto più basso della storia del pallone italiano, la nazionale è di nuovo con un piede fuori dal Mondiale, di nuovo ai maledetti spareggi dove può succedere di tutto. In mezzo c’è stata la vittoria agli Europei, che ci ha inebriato, probabilmente illuso. Quel trionfo non si cancellerà, la coppa resterà in bacheca insieme ai ricordi dell’estate 2021, ma adesso non ci aiuterà a qualificarci a Qatar 2022. E non andarci significherebbe sparire dai Mondiali per un periodo lungo 12 anni. Di nuovo uno spareggio per andare al Mondiale. Come nel 2017, quando la Svezia ci costrinse a un’estate di penitenza e l’Italia del calcio toccò il suo punto più basso. Peggio del 2017, se si guarda al regolamento dei playoff verso il Qatar: un meccanismo infernale, che costringe a superare due avversari in gara secca. La prospettiva più dura è una: la nostra Nazionale costretta a giocarsi il Mondiale in Portogallo contro Cristiano Ronaldo e compagni. Purtroppo, è un prospettiva possibile. Per le squadre europee che aspirano ancora ad andare in Qatar nel 2022 sono rimasti appena tre posti. Saranno 12 squadre a contenderseli, che saranno divisi in tre gruppi separati con il sorteggio del prossimo 26 novembre. Le 4 squadre all’interno di ciascuno gruppo non si sfideranno in un girone, ma in una “final four“: semifinale e finale sempre a gara secca. L’Italia, fortunatamente, è testa di serie: significa che giocherà la semifinale sicuramente in casa. Le possibili avversarie? Galles, Macedonia del Nord, Turchia (in attesa dell’ultimo turno), Finlandia (o Ucraina), Austria e Repubblica Ceca. Non sono esattamente squadre cuscinetto, ma l’eventuale finale sarebbe ancora più in salita. In quel caso si può incrociare un’altra testa di serie: in questo momento sono PortogalloScoziaRussiaSvezia e Polonia. Tutte rivale pericolose, con l’incognita di dover giocare in trasferta: la seda della finalissima, infatti, sarà decisa in sede di sorteggio. Quattro anni dopo la figuraccia di San Siro, l’Italia potrebbe trovarsi a lottare per il Mondiale sempre contro la Svezia di Ibrahimovic, ma questa volta a Stoccolma. Potrebbe anche essere l’occasione per una rivincita.

 

L’Inter ci ha messo tanto ad arrivare fino a qui, a tornare grande, rivincere lo scudetto. Lo deve soprattutto ad Antonio Conte. E ai bistrattati cinesi, perché sono loro ad aver ricostruito il club dalla macerie. Dopo la gioia per lo scudetto, però, rimane un’angoscia di fondo: i nerazzurri hanno tutto per continuare a vincere, ma resta lo spauracchio di un addio del tecnico e di una smobilitazione.

 

Undici, lunghissimi anni. Tre proprietà diverse, da Moratti a Suning, passando per Thohir. Addirittura 15 allenatori, calciatori neanche a contarli, svariate rifondazioni, delusioni in serie, a volte proprio figuracce, brevi illusioni di rinascita (come le cavalcate iniziali di Stramaccioni e Mancini) e rovinose cadute, sofferte riconquiste (il ritorno in Champions con Spalletti) e ancora sconfitte (la finale di Europa League dell’anno scorso). Alla fine, la gioia. L’Inter ci ha messo tanto ad arrivare fino a qui, a tornare grande, rivincere lo scudetto. Lo deve soprattutto ad Antonio Conte. E ai bistrattati cinesi, perché sono loro ad aver ricostruito l’Inter dalla macerie. Adesso che però il titolo è in bacheca, il dominio della Juventus sulla Serie A è spezzato, l’incubo finito, rimane un’angoscia di fondo, una serie di domande assillanti a rovinare la festa nerazzurra: Conte resterà o se ne andrà? La rosa verrà rinforzata o smantellata? Suning venderà e a chi? Insomma, questo scudetto sarà il primo di una lunga serie, l’inizio di un nuovo ciclo, o solo il canto del cigno, prima di un altro declino?I tifosi oggi dovrebbero solo gioire. L’Inter ha vinto. E avrebbe tutto per continuare a farlo. Innanzitutto è la squadra nettamente più forte, come dimostra il distacco sulle rivali. Poi è una squadra giovane: l’età media di 28,1 anni per l’undici titolare, la terza più vecchia di tutto il campionato, inganna. La alzano sensibilmente Handanovic, e poi i vari Young, Vidal, Kolarov, l’usato sicuro preteso da Conte per dare esperienza, ma in realtà l’ossatura, che è quella che conta, non supera i 25 anni: da Skriniar a Bastoni, passando per Barella e Hakimi, e poi Lukaku-Lautaro, coppia del presente e del futuro, c’è un telaio già pronto e buono per almeno 5 anni a venire, che va solo potenziato. Persino dal punto di vista contabile l’Inter non sarebbe messa troppo male: al netto degli imbarazzi societari dei cinesi, può contare su un ricco parco calciatori, non ha grossi riscatti da onorare e prima delle perdite dovute al Covid cominciava a mostrare un trend in miglioramento.Tutto questo in un panorama generale in cui le rivali annaspano: la Juventus dovrà affrontare una rivoluzione tecnica e forse anche societaria, il Milan se manca ancora l’ingresso il Champions si ridimensiona nuovamente, l’Atalanta è una realtà meravigliosa ma di una dimensione oggettivamente inferiore, Roma e Napoli hanno progetti interessanti ma sono le incognite di sempre. Non serve molto per proseguire il cammino. Certo, i vari Psg, City, Bayern viaggiano su un altro pianeta, dove si fanno investimenti impensabili in questo momento. Ma per puntare a vincere ancora in Italia ed essere competitivi in Europa basterebbe puntellare e allungare la rosa, 3-4 giocatori, uno per reparto, magari un innesto davvero di qualità come fu Hakimi l’estate scorsa.Poi però c’è quello che succede fuori dal campo. C’è una proprietà distante, inaccessibile, legata a doppio filo al governo cinese che ha deciso di smobilitare gli investimenti sul pallone. C’è la prospettiva di un mercato a saldo zero, che vuol dire nessun rinforzo, o peggio ancora cessioni pesanti per finanziare gli acquisti. C’è lo spauracchio dell’addio di Conte (uno che non si è mai fatto problemi ad andarsene sbattendo la porta, se non ha ciò che vuole) e persino di Marotta. Il sogno che finisce proprio quando inizia, dopo tutta la fatica fatta per arrivare fino a qui. Nel suo discorso di festeggiamento, alla domanda sul futuro il presidente Zhang ha parlato della missione dell’Inter di portare “energia positiva” alle persone. Sarebbe stato meglio dare una semplice garanzia sull’intenzione di non smantellare la squadra. L’ultima volta che l’Inter ha vinto, fu la conclusione di un ciclo, quello del Triplete di Mourinho, straordinario e irripetibile, che infatti non si è ripetuto. Adesso ci sono le condizioni per aprirne un altro. O per ripetere la stessa storia.

 

IL DISASTRO DI AGNELLI E PEREZ !! LA SUPER LEGA SPROFONDA IN 48 ORE, ADDIO AL PATTO DI SANGUE.
Agnelli: "Superlega senza inglesi? Non è più il caso". Juve, crollo in Borsa. Marcia indietro Inter e Milan, scuse Liverpool.

Superlega, Ceferin avverte le 12 ribelli: "Mi hanno sottovalutato, ora ci saranno conseguenze"

Il numero uno dell'Uefa si toglie qualche sassolino dalla scarpa: "Deluso da tutti, salvo solo il Barcellona, ma senza il supporto di Bayern, Borussia Dortmund e Psg non avremmo vinto questa battaglia. Agnelli? Meglio ingenuo che bugiardo, Florentino Perez vorrebbe uno al mio posto che obbedisca ai suoi comandi. Adesso vogliono il dialogo, non sto dicendo che non parleremo, ma penso che dovremo valutare le conseguenze". Aleksander Ceferin, all'emittente slovena '24ur': "Ora ci aspettiamo che tutti si rendano conto del loro errore e ne subiscano le conseguenze".

"Agnelli? Meglio ingenuo che bugiardo"

Ceferin va all'attacco soprattutto di Andrea Agnelli e Florentino Perez. "Sabato ho ricevuto chiamate da 5 dei 12 club, mi hanno detto che avrebbero firmato. Allora ho chiamato Agnelli e mi ha detto che non era vero, che erano stronzate, che era tutto inventato. Gli ho detto che se era così avremmo potuto uscire con una dichiarazione pubblica. Mi ha detto: 'Perfetto, prepara una bozza'. Quando l'ha vista ha detto che non gli piaceva molto la bozza, che l'avrebbe cambiata un po' e mi avrebbe richiamato. Ma non ha più chiamato e ha spento il telefono. Sono stato ingenuo? Meglio ingenuo che bugiardo". Era un tentativo di creare una fantomatica lega di ricchi che non seguisse alcun sistema, che non avrebbe tenuto conto della piramide del calcio in Europa, della tradizione, della cultura, della storia - continua - ci hanno tutti sottovalutato. Questo è tipico delle persone che sono per lo più circondate da coloro che annuiscono e che dicono loro di essere il migliore, il più bello e il più intelligente. Probabilmente hanno sottovalutato me e l'intera situazione, mi sorprende che non sapessero in quale situazione si trovassero. Ma ora mi aspetto che in futuro nessuno nel mondo del calcio mi sottovaluti. Per me - prosegue Ceferin - è assolutamente orribile che l'avidità possa essere così forte al punto che non ti importa dello sport che amiamo, della cultura, della tradizione europea, dei tifosi e, per ultimo ma non meno importante, delle amicizie personali".Di certo non avrò mai più un rapporto personale con certe persone". Poi un elogio ai tifosi: "Il merito di questa vittoria è stato soprattutto loro che hanno inscenato una vera rivoluzione e non si sono lasciati disprezzare, ignorare, non hanno permesso che si potesse pensare di comprarli".

Superlega, il fronte inglese si spacca: "Il Chelsea e il Manchester City lasciano".
Superlega sospesa, le inglesi rinunciano: il torneo non parte.

“La Superlega non ci interessa”: ora l'Inter pensa al piano B. E allo scudetto.

Andrea Agnelli: "La Superlega per coinvolgere i giovani, la competizione è con Fortnite e Call of duty"

Superlega, le sanzioni Uefa: "I ribelli esclusi dalle Coppe"

Superlega, il fronte inglese si spacca: "Il Chelsea e il Manchester City lasciano"

I media locali: "Stanno preparando la documentazione per abbandonare il progetto". Secondo la stampa spagnola verso l'uscita anche l'Atletico Madri, Il capitano del Liverpool Henderson convoca una riunione con i suoi pari della Premier. Le perplessità di Guardiola e Klopp e il muro (vincente) eretto da Boris Johnson.

La grande pressione dei tifosi e del governo Johnson ha spaccato il fronte dei sei big team di Premier League promessisi alla Superlega. Secondo la Bbc e Itv il Chelsea sarebbe pronto ad abbandonare il progetto già nelle prossime ore. Il club di Roman Abramovich "avrebbe già preparato la documentazione per sganciarsi" dalla Superlega. Insomma, per l'ufficialità sarebbe solo questione di (poco) tempo. Da un paio di ore erano partite le proteste fuori dallo Stamford Bridge con centinaia di tifosi a manifestare contro la Superlega. Non solo. Anche il Manchester City dello sceicco Mansour starebbe abbandonando definitivamente la Superlega, secondo il Sun. E secondo la stampa spagnola stessa decisione avrebbe preso l'Atletico Madrid.

Da stamattina a Londra giravano voci sul possibile ripensamento di almeno una squadra coinvolta. Anche al Liverpool gli animi sono molto tesi, e nelle prossime ore potrebbero esserci novità importanti pure nel Merseyside. Il capitano Jordan Henderson, infatti, ha convocato un vertice di emergenza con i suoi pari delle altre squadre di Premier League. Secondo il Daily Mail, si tratterebbe di una mossa decisa all'ultimo, dopo le proteste dei tifosi dei "Reds" e le frasi amare di ieri sera dell'allenatore Jurgen Klopp e il centrocampista Milner contro la Superlega dopo la partita contro il Leeds: "Non ci piace e la dirigenza non ci ha coinvolti". Match che ha visto anche la clamorosa iniziativa della squadra di Bielsa che ha indossato - e prima ancora lasciato negli spogliatoi degli ospiti - magliette con scritto "il calcio è dei tifosi", "la Champions League dovete conquistarvela", oltre alle contestazioni dei tifosi dello stesso Leeds contro il pullman del Liverpool fuori dallo stadio. Proteste che si sono ripetute oggi davanti Stamford Bridge prima di Chelsea-Brighton.

 

Ceferin su Agnelli:"UNA FACCIA DI MERDA!!"Cairo su Marotta:"Uno schifoso traditore asservito agli interessi della Cina comunista!!"

 

 

 

 


 


 

Champions, dal 2024 da 125 a 225 partite. E cambia il format della Coppa Italia

Una parte dei presidenti cerca di chiudere in fretta, magari già domani, il contratto dei diritti tv domestici dal 2021 al 2024, ma intanto il calcio sta preparando la rivoluzione. L'Uefa ha presentato alle Federazioni una bozza della nuova Champions che andrebbe in vigore appunto dal 2024. Le squadre dovrebbero passare da 32 a 36, dalle attuali sei partite dei gironi si arriverà a dieci. Per 32 delle 36 partecipanti il metodo di ingresso dovrebbe restare quello odierno: per le altre quattro si potrebbe tener conto del ranking storico. Le squadre sarebbero divise in quattro fasce: le prime otto andrebbero direttamente agli ottavi, poi spareggi dal nono al 24° posto per decidere le altre otto qualificate. Le ultime finirebbero in Europa League. Le partite attuali sono 125: dal 2024 sarebbero 225, con un aumento dell'80 per cento. E chiaramente ci sarebbe un grosso interesse delle tv.

Il progetto, come detto, è stato fatto vedere dall'Uefa alle Federazioni nazionali. La Figc non è contraria, per Gravina non si tratta di una Superlega (anche se un po' gli assomiglia...) e poi ha avuto garanzie da Ceferin che i weekend sarebbero sempre riservati ai campionati nazionali. Le Coppe europee extralarge occuperebbero tutta la settimana. Il problema che sorge subito è quello delle date, con 225 gare di Champions il calendario sarebbe ancora più compresso (già adesso si fa fatica a trovare uno spazio per recuperare Juve-Napoli...) e vanno trovate altre 4-5 "finestre" in più rispetto ad oggi. Di ridurre la serie A da 20 a 18 pare utopistico: i presidenti non ne vogliono sapere e Gravina, a differenza di qualche suo predecessore forse troppo ottimista, questo tasto preferisce solo sfiorarlo. Per recuperare un po' di spazio si sta pensando semmai di modificare il format della Coppa Italia (che rende 35 milioni di diritti tv alla Lega): le gare degli ottavi e dei quarti verrebbero giocare tutte in una settimana e non più "spalmate" in due come adesso per esigenze tv. Inoltre ci sarebbero solo incontri ad eliminazione diretta mentre attualmente le semifinali sono ad andata e ritorno. Insomma, la Coppa Italia sarebbe un po' sacrificata per lasciare spazio all'Europa: ma bisogna anche tenere conto che i grossi club spingono tutti in quella direzione. Opporsi, è sempre più complicato.

Bayern-Lazio 2-1, i biancocelesti salutano l'Europa con dignità:Italia totalmente distrutta,nel 2021 nessuna ai quarti di Champions

 

L'Inter e quelle lacrime sulla sconfitta col Cagliari del 1974

Il tifo per Mazzola, la fotografia firmata da Boninsegna e quel calcio sognato aspettando Novantesimo Minuto

“A Milano, Cagliari batte Inter uno a zero…”. Era il tardo pomeriggio di lunedì 21 gennaio dell’anno 1974. Era un lunedì e non so dire perché si fosse giocato il campionato proprio quel giorno. Era ben lontano nel futuro il tempo del calcio spezzatino televisivo, ma tant’è, Paolo Valenti elencando i risultati del campionato di Serie A in apertura di “Novantesimo minuto” mi aveva appena rovesciato addosso la più inaspettata débâcle casalinga della mia Inter. Non avevo ancora compiuto 10 anni, ignoravo del tutto l’esistenza delle radiocronache. Così, ogni santa domenica con qualche rara eccezione, come quell’infausto lunedì, ripetevo il masochistico rito di aspettare trepidante davanti alla tv “Novantesimo”  per apprendere cosa avesse fatto la mia squadra del cuore. Da bravo bambino, la mattina andavo anche al catechismo e subito dopo a messa, onestamente più per dovere che per autentico credo. Qualcosa di simile alla fede, allora, era racchiuso solo in quei due colori, il nero e l’azzurro.

Ebbene, quel lunedì di 45 anni fa la mia fede calcistica vacillò davvero, perché quel risultato, Inter-Cagliari 0-1, al ritorno a scuola il giorno dopo mi avrebbe esposto a qualcosa di molto simile alla gogna. Pur non essendone originario, stavo crescendo in un paesino del Sud, lontano da grandi centri urbani e squadre locali di autentico riferimento. I ragazzini erano automaticamente portati a innamorarsi dei grandi club del Nord, perché vincevano. E siccome a nessuno piace perdere, era chiaro perché quasi tutti i miei coetanei fossero juventini. La Juventus, anche allora, era garanzia di successo. Costante, prevedibile, certo. Anche Inter e Milan erano club di grandissimo prestigio, nel decennio precedente avevano dominato il calcio europeo e mondiale. Ma di quei trionfi, a chi era bambino nei primi anni Settanta, arrivava solo un’eco dal passato. Il presente di Inter e Milan era racchiuso in un’unica parola: decadenza, per l’inevitabile parabola discendente dei loro campioni e la lunga attesa per un ricambio generazionale all’altezza di chi era stato mito.

Perché non era prevalso anche in me l’istinto di sopravvivenza, in questo caso il puro calcolo delle probabilità di successo rispetto all’andare incontro a sofferenza certa? Ancora oggi non so darmi una risposta. L’Inter aveva vinto il suo ultimo scudetto nel 1970-71, quando ero ancora troppo piccolo per viverlo con consapevolezza. Forse il gusto estetico: per me la maglia dell’Inter è la più bella del mondo. O il fresco clamore dei Mondiali di Mexico 70 e il gran parlare del dualismo tra Mazzola e Rivera. Il “Baffo” mi sarà stato più simpatico. “Papà, in che squadra gioca?”. O forse un inconscio desiderio di contrapposizione con un ambiente di cui faticavo a comprendere anche la lingua, col risultato di fraintendimenti continui e tante scazzottate. Allora, petto in fuori e “io sono dell’Inter”.

“Petto in fuori”, per l’intero decennio dei 70 l’Inter aveva in serbo per me solo dolori. Con la Juve si perdeva quasi sempre, in casa e fuori. Col Milan ci si dividevano i derby, ma fu un colpo durissimo la sconfitta patita ad opera dei cugini nella partita in cui ci si giocava davvero qualcosa, la finale di Coppa Italia 1976-77: Rivera, all’ultimo confronto con un Mazzola al passo d’addio, pennellò un assist perfetto per Maldera, Braglia chiuse i conti con un fulminante contropiede nel finale di partita. Nel frattempo io mi avviavo a diventare un fuoriclasse nella giustificazione dei fallimenti, nella ricerca del rigore non concesso, dello sbaglio dell’arbitro, della sfortuna delle occasioni mancate. La verità era che la grande Inter non c’era più e io avevo scelto il tempo più sbagliato per diventarne tifoso.

Lunedì 21 gennaio del 1974 mi ero illuso di poter vivere una giornata calcistica tranquilla. Il Cagliari di Gigi Riva era ormai l’ombra della squadra che Manlio Scopigno aveva condotto a uno storico scudetto nel campionato 1969-70. Ora l’allenatore dei sardi era Beppe Chiappella, che più tardi avrebbe onorevolmente servito anche la causa nerazzurra. Riva era ancora in campo dopo le resurrezioni seguite a infortuni terribili, ma viveva il suo personale crepuscolo lottando con i compagni per evitare la retrocessione in B. A Milano invece era tornato in panchina nientemeno che Helenio Herrera, il “mago” dell’Inter che dieci anni prima diventava euromondiale mentre io venivo al mondo. Di quella squadra leggendaria, erano ancora titolari Mazzola, Facchetti e Burgnich.
Prima di Inter-Cagliari, l’illusione di un ritorno alla gloria del passato era ancora viva solo negli ottimisti a tutti i costi, come me. Dopo quei 90 minuti non se ne trovò più traccia. Il Cagliari aveva resistito all’assalto nerazzurro, le frecce spuntate dell’attacco interista, l’ex cagliaritano Roberto Boninsegna, Peppiniello Massa e Carlo Muraro, erano rimbalzate sui guanti di Enrico Albertosi. Finché, al 76mo minuto, proprio Gigi Riva aveva bucato quelli di Ivano Bordon con un tiro da fuori area, credo su calcio di punizione dal limite. Ed io, il fuoriclasse degli alibi quando si trattava di motivare la sconfitta contro Juventus o Milan, non ero preparato a una tale rovinosa caduta. Valenti a Novantesimo non aveva neanche terminato la lettura dei risultati che la mia mente era già proiettata al domani. Immaginai il ritorno a scuola e l’impietosa presa in giro per la quale, in quello stesso istante, tutti i miei compagni di scuola juventini e milanisti si stavano fregando le mani. Ebbi un crollo emotivo e piansi.

“Ma stai piangendo?”. Era la voce di mio padre. Fui assalito dal pudore, non ebbi il coraggio di rispondere, trattenni i singhiozzi e mi sforzai di ricompormi. Non riuscii a essere sincero con mio padre, non lo credevo in grado di comprendere la portata del dramma esistenziale in cui quell’Inter-Cagliari 0-1 mi aveva sprofondato. Perché mio padre era l’adulto più distaccato dal calcio che io conoscessi. Seguiva Novantesimo soltanto per verificare i risultati sulla schedina del Totocalcio. Lui non studiava le partite per indovinare il risultato. Nelle due colonne allineava sempre sempre la stessa sequenza di uno, due, ics ed era felice quando scopriva di aver puntato su esiti contrari alla logica. Se la dea bendata del pallone un giorno lo avesse assistito, avrebbe incassato la vincita milionaria che gli avrebbe cambiato la vita. Un agnostico del calcio, non poteva capire.

E invece no, la realtà era molto diversa. Mio padre era stato un bambino esattamente come me. Appassionato di calcio, tifoso della Roma e stregato dal Grande Torino. Scoprii anni dopo con quale cura avesse custodito una ingiallita copia del “Calcio Illustrato”, un numero monografico dedicato proprio al più grande undici della storia granata consegnato alla leggenda dal disastro aereo di Superga. Fu la vita a strappare via l’innocenza di mio padre, proprio quando aveva la mia età, dieci anni. Nel 1938 si trovò improvvisamente senza papà. Il nonno era morto nella catastrofe che devastò uno stabilimento chimico destinato in epoca fascista alla produzione di esplosivi. C’era stata una prima deflagrazione, lui fu tra i primi ad accorrere in soccorso degli operai rimasti intrappolati tra il fuoco e le macerie, fu investito da una seconda esplosione.

La tragedia familiare e la guerra cambiarono mio padre e il suo destino. Oltre a essersi preso la vita di mio nonno, quello stabilimento chimico fu obiettivo di martellanti bombardamenti. Con la comunità sfollata, papà percorse più volte chilometri di campagna disseminata di orrori per scambiare qualcosa con carne e uova al mercato nero. Nei suoi occhi di ragazzo rimasero impressi non solo cadaveri in divisa e mostrine, anche la meschinità e la disonestà di cui può essere capace l’essere umano in tempi difficili. Con questo fardello, terminato il conflitto e primo figlio maschio, prese la via dell’emigrazione. Dopo dieci anni di Brasile, tornò per rivedere sua madre e non ebbe la forza di lasciarla ancora. Ma non restò in paese. La sua storia di emigrazione continuò in Italia, finché un giorno, da marito e padre, non decise di fermarsi in quel paesino del Sud. Dove ogni sabato avrebbe giocato la stessa schedina, sperando nella vincita che avrebbe cambiato quella sua difficile vita.

Dunque, anche mio padre era stato un bambino, solo meno fortunato di me. E quel pomeriggio del 21 gennaio di 45 anni fa, aveva compreso le mie lacrime. Di fronte al mio chiudermi a riccio non aveva insistito. Ma non aveva lasciato cadere la cosa, come scoprii con grande sorpresa qualche mese dopo.

Era un assolato giorno di primavera, il dolore di Inter-Cagliari 0-1 era ormai metabolizzato e l’Inter, affidata alla guida di Enea Masiero dopo l’improvviso ricovero di Herrera, era protagonista di un finale di stagione scoppiettante, impreziosito da un derby vinto addirittura per cinque a uno. Quel giorno tornavo a casa dopo la scuola particolarmente soddisfatto. Avevo la tasca del grembiule piena di figurine: in una bustina avevo trovato quella, rarissima, di William Vecchi, proprio il portiere del Milan che aveva raccolto cinque palloni in fondo al sacco. Lo avevo scambiato senza esitazioni (mai completato un album in vita mia) e ne avevo ricavato un bel pacco di doppioni senza valore ma perfetti per giocare sui marciapiedi con gli amici.

Affamato, mi sedetti a tavola davanti a un piatto di minestra fumante. “Non ti sei accorto di nulla?” sentii dire a mio padre, illuminato da un sorrisetto furbo. Lo guardai perplesso. Lui mi fissò e con lo sguardo mi rivolse un chiaro invito a scrutare sotto il piatto. Toh, una busta da lettera arancione. “Che cos’è?”. “Apri e guarda”. Aprii e guardai. Dentro c’era una foto. La estrassi con delicatezza. Uno scatto in bianco e nero. Un calciatore dell’Inter fissava l’obiettivo finendo col guardarmi negli occhi, in una posa che simboleggiava il suo ruolo di bomber: le braccia infilate tra le maglie di una rete da calcio. Sulla foto l’autografo vergato con un pennarello blu: “Roberto Boninsegna”. Dietro, il timbro del fotografo ufficiale dell’Inter, Marco Ravezzani.

Non so quanto tempo restai a osservarla. Devono essere stati lunghi minuti di felicità, se quando distolsi lo sguardo dalla foto per rivolgerlo verso mio padre la minestra non fumava più e il colpaccio delle figurine nemmeno lo ricordavo. Quel pomeriggio del 21 gennaio, commosso dal mio pianto di piccolo tifoso innocente e impotente, il mio papà aveva preso carta e penna per scrivere una lettera che avrebbe spedito all’indirizzo “Inter, Milano”, raccontando l’accaduto. Credevo che il mio papà non mi capisse, invece sapeva tutto del mio tifo per l’Inter e del conto da pagare all’amore per una squadra di calcio. Sapeva persino chi fosse il giocatore che ammiravo di più, Boninsegna.

Centravanti piccolo e robusto, combattivo, il "Bonimba" era dotato di spiccate doti acrobatiche e grande elevazione, i suoi gol di testa erano sempre capolavori di tempismo, potenza e bellezza. Capocannoniere con l’Inter campione d’Italia 1970-71, Boninsegna resta nella storia dell'Inter e nell'epica del calcio europeo anche per la lattina che lo centrò alla testa negli ottavi di finale della Coppa Campioni 1971-72 in casa del Borussia Moenchengladbach. Il match si trasformò in una corrida e finì 7-1 per i tedeschi (prima di andare ko e abbandonare la sfida Boninsegna aveva segnato il gol del momentaneo pareggio). Grazie al fattaccio della lattina l'Inter ottenne la ripetizione, vinse a San Siro 4-2 (altro gol di Boninsegna) e passò il turno pareggiando 0-0 la replica dell'andata, giocata stavolta a Berlino. Il cammino europeo dell'Inter sarebbe proseguito quell'anno fino alla finale, persa per 2-0 contro l'Ajax a Rotterdam, il 31 maggio 1972. Ma Boninsegna fu anche l'uomo che servì a Rivera la palla del 4-3 alla Germania nella leggendaria semifinale dei Mondiali in Messico del 1970, oltre a segnare l'unico gol azzurro, l'illusorio pareggio, nella finale stravinta per 4-1 dal Brasile di Pelè.

Guerriero di mille gloriose battaglie, Boninsegna era entrato nel mio cuore e nella mia fantasia. E ora era lì, tra le mie dita, che mi fissava infilando le mani nella rete. Così Inter-Cagliari 0-1, una sconfitta, è diventata la mia “partita della vita”. Perché a lei è legato uno dei ricordi più belli e struggenti della mia infanzia. Perché dopo quella batosta qualcuno all’Inter lesse la lettera del mio papà e accontentò la sua richiesta di fare qualcosa per consolare il suo bambino. Se la mia fede nerazzurra aveva vacillato il 21 gennaio del 1974, quel gesto aveva reso “umana” e mi aveva fatto sentire vicina una squadra di calcio che fino a quel momento avevo vissuto solo attraverso una tv in bianco nero da un piccolo paese del Sud. Perché mi ha insegnato che nessun risultato è già scritto e il fallimento non è un destino ineluttabile. Che la tristezza accudisce il seme dell'allegria e i fiori sbocciano anche nel deserto, come un dono miracoloso. Soprattutto, capii che mio padre era il mio miglior amico e lo avrei avuto sempre accanto, nelle piccole e grandi cose della vita.

Nel 1973-74 la Lazio allenata da Tommaso Maestrelli vinse il suo primo campionato, il centravanti biancoceleste Giorgio Chinaglia incoronato capocannoniere con 24 gol, solo uno in più del mio Boninsegna. Anche grazie a quella insperata vittoria a San Siro, il Cagliari si salvò, ma la sua retrocessione era solo rimandata. Accadde al termine della stagione 1975-76, durante la quale Gigi Riva subì l'ennesimo grave infortunio e disse addio al calcio giocato. Nell’estate del 1974 l’Italia di Valcareggi affondò ai Mondiali in Germania e i reduci della finale di Mexico 70, che ancora costituivano l’ossatura della nazionale, compresero che il loro tempo volgeva al termine. Boninsegna avrebbe vinto ancora lo scudetto nel 1976-77, ma con la maglia della Juventus. Albertosi passò al Milan e con Rivera non avrebbe mollato prima di aver consegnato al Diavolo lo scudetto della stella, campionato 1978-79.

Proprio allo scadere del decennio, finalmente Inter. Guidati dall'allenatore Eugenio Bersellini, i nerazzurri risposero ai cugini rossoneri vincendo invece quello che le cronache sportive consegnarono agli annali come lo “scudetto dei giovani”. L'Inter 1979-80 era una squadra formata soprattutto da calciatori cresciuti nel settore giovanile nerazzurro: il portiere Ivano Bordon, i difensori Nazareno Canuti e Beppe Baresi, il libero e capitano Graziano Bini, il velocissimo attaccante Carlo Muraro e il "veterano" Lele Oriali a cui, all'età di 19 anni, era toccata la missione impossibile di marcare sua maestà Johan Cruijff nella finale di Coppa Campioni persa nel 1972. Nel giro di un paio di stagioni si erano perfettamente inseriti giovani talenti emersi dalla serie B, come il centravanti Alessandro “Spillo” Altobelli, il fantasista Evaristo Beccalossi e il tornante Giancarlo Pasinato. Ma il gol del dodicesimo scudetto interista, sigillo al definitivo 2-2 casalingo con la Roma il 27 aprile 1980, lo segnò un reduce: Roberto Mozzini, stopper del Torino campione d'Italia 1975-76.

Fu l’ultimo campionato senza stranieri e la prima vera gioia da interista per sempre. Non ho più pianto per il calcio, nella sconfitta come nella vittoria. Unica eccezione,  il 22 maggio 2010. La Champions e il Triplete, solo lacrime di gioia nella notte che 36 anni prima, disperato davanti alla tv per Inter-Cagliari 0-1, mai avrei immaginato di vivere. Papà era ancora con me. L’alzheimer ormai gli aveva sbriciolato i ricordi, ma nei suoi occhi credetti di scorgere il lampo di una luce che ero io ad aver dimenticato. Forse aveva capito tutto anche quella volta.

 

Sorteggio qualificazioni Mondiali 2022, l'Italia di Mancini con Svizzera, Irlanda del nord, Bulgaria e Lituania

A Zurigo il sorteggio da testa di serie, il ct vuole riportare gli azzurri alla fase finale dopo l'eliminazione a Russia 2018. De Rossi pesca nell'urna l'avversario più temuto in seconda fascia, poi arrivano la nazionale di Belfast, la Bulgaria e la Lituania.Dopo l'eliminazione dall'edizione di Russia 2018, l'Italia ha ritrovato un ruolo da protagonista tra le teste di serie, ma dall'urna Daniele de Rossi, testimonial scelto dalla Fifa insieme all'olandese Van der Vaart, poteva pescare un avversario migliore: la Svizzera dell'ex tecnico laziale Petkovic poteva comodamente stare nel gruppo delle più quotate. Insieme agli elvetici Mancini ha trovato due nazionali in crisi tecnica come Irlanda del nord e Bulgaria, più la Lituania.


 

Adesso è ufficiale:

 "Le Olimpiadi di Tokyo

sono rinviate al

 2021

". La pandemia di coronavirus ha messo alle corde anche il governo del Giappone: dopo una conference call tra il primo ministro Shinzo Abe e il presidente del Comitato olimpico internazionale Thomas Bach a cui hanno partecipato il governatore di Tokyo Yuriko Koike, il presidente del comitato organizzatore Yoshiro Mori, il ministro giapponese dei Giochi Olimpici Seiko Hashimoto, è arrivato l'annuncio del governo giapponese, seguito dalla benedizione del Cio: "I Giochi non si terranno in estate ma nel 2021". L'edizione si chiamerà comunque Tokyo 2020, per non perdere l'investimento sul merchandising e il marchio.

Perché il rinvio di un anno

La fiamma Olimpica non si accenderà il prossimo 24 luglio. L'operazione rinvio avrà costi significativi, ma si è resa indispensabile per il numero sempre crescente di contagi che hanno spinto al pressing le federazioni internazionali e da alcune ore anche i principali comitati olimpici internazionali, compreso quello statunitense. Tutti chiedevano la stessa cosa: lo slittamento al 2021. Il primo ministro Abe ha annunciato che anche il Cio adesso è "d'accordo al 100%" a posticipare i Giochi di un anno, seguito poi dall'annuncio del presidente del Comitato Olimpico internazionale Thomas Bach. Una soluzione che permetterà di mantenere il programma previsto senza modifiche. Certamente la migliore per sponsor e televisioni, che hanno investito pesantemente nel prodotto olimpico.

Si ferma la fiaccola

Giovedì la fiaccola olimpica sarebbe dovuta partire da Fukushima, ma la partenza è annullata, anche se la torcia resterà in Giappone. Il rinvio è una novità assoluta nella storia delle Olimpiadi moderne: anche per questo il Cio dovrà decidere a breve come comportarsi. Si va verso il congelamento delle qualifiche già effettuate, mentre le altre si svolgeranno regolarmente appena sarà permesso dalle condizioni di salute.

Le ipotesi scartate

Inizialmente per il Comitato internazionale la preferenza andava allo slittamento restando nel 2020, indispensabile per rispettare termini contrattuali e consegne, come le abitazioni del Villaggio Olimpico già interamente vendute a privati cittadini per decine di milioni di euro. Si era ragionato concretamente sull'autunno: ottobre ma anche novembre le due ipotesi, che permetterebbero di riportare a Tokyo marcia e maratona, che nel programma estivo erano previste a Sapporo per motivi climatici. Ma il governo ha optato per il rinvio di un anno: ora le federazioni internazionali di atletica (ha già mostrato un'apertura) e del nuoto dovrebbero rinviare i loro mondiali, in programma proprio nell'estate 2021.

 

 

Sport 2017con documenti Calciopoli

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 Archivio Sport 2014-2015-Inter Story

 

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Giustizia e Impunità

Crack Veneto Banca, cade in prescrizione l’accusa di aggiotaggio a carico dell’ad Consoli. Pm: “Fallimento dello Stato”.

“La prescrizione del reato di aggiotaggio è il fallimento dello Stato”. Il sostituto procuratore Massimo De Bortoli è il pubblico ministero nel processo in corso a Treviso per il crack di Veneto Banca, che ha mandato sul lastrico decine di migliaia di risparmiatori. Con queste parole amare commenta, in una pausa dell’udienza, il fatto che il 26 ottobre uno dei reati di uno dei procedimenti a carico dell’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli venga cancellato dal troppo tempo trascorso. “Se avessimo avuto più risorse, il processo si poteva fare prima. Se io, per più di un anno, non avessi dovuto fare il procuratore facente funzioni, si poteva fare prima. Se avessimo avuto più personale amministrativo, più magistrati, si poteva fare prima. Ma se mancano le risorse è evidente che questi sono i tempi. Poi c’è stato il disguido del processo andato e tornato da Roma. È un fallimento dello Stato”.Se uno dei reati cade ora, per gli altri non si tratta che attendere il 25 dicembre e la prescrizione colpirà anche le accuse di ostacolo alla vigilanza e di falso in prospetto. Questi sono i tempi della prescrizione previsti dal Codice che dimostrano di valere come patente di impunità quando i casi sono complessi e le parti civili numerose. In questo caso, poi, gli incartamenti finirono a Roma, che però si dichiarò incompetente, rimandandoli in Veneto. Il magistrato ha spiegato: “A Treviso siamo dieci sostituti su 13 della pianta organica, non abbiamo il procuratore, abbiamo carenza di personale amministrativo e carenze di personale di polizia giudiziaria. Siamo un Tribunale piccolo, anche come giudici. I giudici penali sono troppo pochi e più di così non possono fare. Per poter svolgere questo processo, hanno rinviato udienze al 2023”. De Bortoli aveva lanciato un appello all’inizio dell’anno. “A febbraio avevo chiesto la copertura di due posti da sostituto, non ho avuto risposta. Dovevamo avere di diritto anche un procuratore aggiunto che invece, all’ultimo momento, il ministero ha dato a Venezia che adesso ne ha tre e noi nemmeno uno. Siamo stati bistrattati”.

Intanto il dibattimento continua. Consoli ha dichiarato: “Voglio farmi interrogare per poter replicare alle tante falsità che ho sentito”. L’avvocato Ermenegildo Costabile, che lo assiste, non considera la prescrizione una vittoria: “Tra i miei parametri non c’è l’asticella che dice quando si consuma un’accusa, ci sono altri parametri, ad esempio i testimoni da portare in aula”.

All’esterno del Tribunale ha manifestato un gruppetto di persone, con al collo cartelli con la scritta “Risparmiatore veneto” e “Giustizia negata”. “Dobbiamo commentare con amarezza le tante speranze tradite – dice l’avvocato Andrea Arman, presidente del Coordinamento Don Torta – Dispiace non riuscire a ricostruire la storia vera di questi crac”. E spiega che il Fir, il Fondo indennizzo risparmiatori, a fronte di 100mila pratiche ne ha evase solo 40mila.

Se l’esito di questo primo processo appare segnato, sono aperti altri due filoni. Quello per associazione per delinquere finalizzata alla truffa (da 100 milioni di euro) a carico di un gruppo di manager della banca aveva subìto rallentamenti in estate per l’incapacità dei server di caricare la mole imponente di documenti da notificare alle difese in vista della chiusura delle indagini. Il terzo filone, relativo alla bancarotta fraudolenta, ha teoricamente le maggiori possibilità di evitare la prescrizione, ma è al momento arenato in attesa che la Cassazione decida su un ricorso riguardante la dichiarazione di stato di insolvenza della banca.

 

Ruby-ter, l'assoluzione di Berlusconi chiude il primo troncone. Ecco gli altri processi aperti e le inchieste in corso

Giovedì 21 Ottobre 2021

Per Silvio Berlusconi la sentenza di assoluzione pronunciata questo pomeriggio dai giudici del Tribunale di Siena - con l'ampia formula che il fatto non sussiste in relazione all'accusa di corruzione in atti giudiziari - chiude il primo dei tre processi sul caso Ruby-ter, ossia su quei presunti versamenti a ragazze ospiti delle serate del «bunga-bunga» di Arcore e ad altri testimoni, come il pianista di Villa San Martino Danilo Mariani, anche lui assolto dall'accusa di corruzione in atti giudiziari e condannato nei mesi scorsi solo per falsa testimonianza.

Testi pagati - questa l'ipotesi d'accusa cancellata per ora a Siena - per portare la versione delle «cene eleganti» nei processi sul caso Ruby. Per l'ex premier, però, sono ancora in corso i dibattimenti di altri due filoni, quello principale a Milano e un altro a Roma. Altri guai giudiziari pendenti per il Cavaliere sono il processo a Bari per la vicenda 'escort-Tarantini' e l'inchiesta a Firenze per le stragi di mafia.

La tranche principale dell'inchiesta Ruby ter, chiusa nel 2015 e poi 'spacchettata' per competenza territoriale anche in altre sedi giudiziarie, ha portato al processo che si tiene a Milano davanti alla settima penale, dove vengono contestati al leader di FI pagamenti per circa 10 milioni di euro in totale. Nel dibattimento Berlusconi è imputato con altre 28 persone, tra cui molte 'olgettine', la stessa Karima El Mahroug, ma anche il giornalista Carlo Rossella e la senatrice Maria Rosaria Rossi. Nelle scorse settimane l'ex presidente del Consiglio con una lettera molto dura inviata ai giudici ha rinunciato alla perizia medico legale, disposta dopo l'ennesima istanza di impedimento per motivi di salute, contestando soprattutto gli accertamenti psichiatrici. È quasi conclusa la fase dei testi dell'accusa e il 3 novembre verrà stilato il calendario degli esami degli imputati. Tre giovani, Barbara Guerra, Alessandra Sorcinelli e Marysthell Polanco, si sono dette pronte a dire la «verità» in aula, dopo aver attaccato l'ex premier con dichiarazioni alla stampa.

Il Ruby-ter in corso a Roma

 

A fine maggio la seconda sezione penale del Tribunale di Roma ha stralciato per motivi di salute la posizione del Cavaliere, separandola da quella dell'altro imputato, il cantante e amico storico Mariano Apicella. Secondo l'accusa, Berlusconi avrebbe pagato anche il cantante per indurlo alla falsa testimonianza e la prima dazione di danaro sarebbe avvenuta a Roma. In totale, il musicista napoletano - che aveva partecipato ad alcune serate del 2010 finite al centro del caso Ruby, da cui Berlusconi è poi stato assolto - avrebbe percepito illecitamente 157mila euro per mentire.

Il processo "escort" a Bari

 

Intanto, il 5 ottobre scorso, quasi due anni e mezzo dopo la prima udienza e a oltre 12 anni dai fatti contestati, è ricominciato il processo barese nei confronti di Berlusconi, nel quale è imputato per induzione a mentire, con l'accusa di aver pagato le bugie dette dall'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini (di recente condannato in via definitiva a 2 anni e 10 mesi) nelle indagini sulle escort. Secondo l'accusa, Berlusconi avrebbe fornito a Tarantini avvocati, un lavoro e centinaia di migliaia di euro proprio perché mentisse ai pm baresi che indagavano sulle escort, portate nelle residenze estive dell'ex premier fra il 2008 e il 2009.

 

Le stragi di matrice mafiosa

 

Nei mesi scorsi si è saputo che nuovi accertamenti della Procura di Firenze sono in corso nell'indagine che coinvolge Berlusconi e Marcello Dell'Utri e con al centro le stragi di mafia del 1993 a FirenzeRoma e Milano. Si tratta di un'inchiesta aperta e chiusa più volte a partire dagli anni '90. Nuove verifiche sono state disposte dopo che Giuseppe Graviano, capo del mandamento di Brancaccio di Palermo, ha parlato davanti alla Corte di Assise di Reggio Calabria nel processo alla «'Ndrangheta stragista». Graviano ha accusato il leader di Forza Italia di aver fatto affari con suo nonno, che avrebbe consegnato a Berlusconi 20 miliari di lire per investirli nel campo immobiliare. 

 

Nicolino Grande Aracri si è pentito: da oltre un mese le rivelazioni del boss di ‘ndrangheta fanno tremare i colletti bianchi del Nord Italia,16-04-21

Ilva, maxi condanne al processo Ambiente svenduto: per i fratelli Riva 42 anni in totale, 21 per Archinà. All’ex governatore Nichi Vendola tre anni e sei mesi,31-05-21

 

Il tramonto di Berlusconi, il naufragio di Renzi e la sconfitta di Salvini alle Regionali: Verdini, da mister Wolf a “mister flop” dei leader politici

Dopo aver guidato il Pdl nell'ultima stagione dell'uomo di Arcore al potere, dopo aver inventato il Patto del Nazareno trasformandosi nell'alleato fondamentale dell'ex segretario del Pd (sconfitto subito poco al referendum del 2016), ora l'ex senatore toscano è diventato il consigliere del compagno di sua figlia. Che in 13 mesi è passato dal governo con la Lega data al 36%, all'opposizione e il Carroccio che ha perso 12 punti percentuali. Dicono i bene informati che quando Denis Verdini venne a sapere della relazione tra la figlia Francesca e Matteo Salvini non ne fu troppo felice. Troppo diverso lo stile del leader della Lega da quello suo, che in gioventù fu tagliatore di manzi appena macellati – è vero – ma poi pure banchiere, editore, pluri imputato e soprattutto gran tessitore di trame di potere. Nato socialista e cresciuto repubblicano, è passato da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, ma sempre con le bretelle rosse sotto la giacca. Quel milanese troppo spesso in felpa, invece, con i suoi slogan e le sparate anti migranti non sembrava adatto agli eleganti tavolini di Pastation, il ristorante aperto da Verdini junior col rampollo dei Gucci in piazza di Campo Marzio a Roma, due passi da Montecitorio.

È noto, però, che al cuore non si comanda: con qualche felpa in meno e un paio di giacche in più, Salvini a casa Verdini ha messo le tende. Di foto con la figlia di Denis sono pieni i rotocalchi scandalistici; i giornali politici, invece hanno messo in pagina le immagini del leader della Lega in mezzo ai fiori di zucca nella vigna del “suocero”. Erano i giorni successivi al mojito del Papeete, alla rottura con i 5 stelle e alla richiesta dei “pieni poteri”: in tanti oggi nella Lega considerano quell’azzardo l’errore più grosso commesso fino a oggi dal segretario. Sono gli stessi che dopo l’Europee hanno cominciato a pressarlo: volevano far cadere il governo e capitalizzare il 36% accreditato dai sondaggi al Carroccio. È andata diversamente.

All’epoca, però, si disse pure Salvini optò per quell’azzardato all-in perché fu consigliato anche da qualcun altro. Qualcuno molto più esperto nel gioco del poker rispetto ai peones leghisti. “Vuole tornare al voto per modificare la riforma della prescrizione. L’influenza di Denis Verdini, va detto, non gli fa bene“, sibilò Luigi Di Maio. Nessuno smentì: che il “genero” Salvini, astro nascente della politica italiana e vincitore indiscusso delle Europee del 2019, attingesse qualche consiglio dal “suocero” Verdini, tra le altre cose regista del patto del Nazareno, sembrava una cosa assolutamente normale. In fondo il Partito della Nazione, idea incomputa partorita dall’ex senatore di Forza Italia, non è poi così diverso dal partito nazionalista in cui da anni il leader della Lega tenta di trasformare il Carroccio.

 

Mafia, Graviano parla ancora di Berlusconi: "Volevo ricordargli il suo debito"

Al processo 'Ndrangheta stragista, il boss spiega perché nelle intercettazioni diceva di voler contattare "persone vicine" al Cavaliere: "Non aveva dato il 20 per cento dell'investimento di mio nonno. Ma di tanto in tanto arrivavano dei soldi". Lo accusa pure di avere tradito Dell'Utri. Sul figlio, nato mentre era in carcere, dice: "Non posso dire cosa è successo, ci fu un momento di distrazione degli agenti, però mia moglie non è entrata in carcere".

 

 
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Società , clima ed economia

Il Newcastle all’Arabia Saudita: così la triade del petrolio si è ricomposta anche nel calcio.

Il triangolo è servito. Con l’acquisto del Newcastle da parte di un consorzio guidato dal PIF (Fondo per gli Investimenti Pubblici) appartenente al principe saudita Mohammed Bin Salman, che deterrà l’80% delle quote dei Magpies pagando una cifra attorno ai 353 milioni di euro, la triade del petrolio Qatar-Emirati Arabi Uniti-Arabia Saudita si è ricomposta anche nell’élite del calcio europeo e mondiale. Non si tratta di una novità assoluta, visto che i tre Stati sono già attivi nel medesimo contesto calcistico, ovvero il campionato belga (autentico porto franco globalizzato nel quale 14 delle 26 società si trovano nelle mani di proprietari stranieri), dove sono proprietari rispettivamente di Lommel (EAU), Eupen (Qatar) e Beerschot (Arabia Saudita). Adesso dal parco giochi di periferia sono passati direttamente a Gardaland.

Su The AthleticMatt Slater ha sintetizzato l’acquisizione del Newcastle in poche righe. L’Arabia Saudita ha acquistato un club di Premier League perché i vicini Qatar e EAU possiedono a loro volta una società di alto profilo e, numeri alla mano, il ritorno ottenuto a livello mediatico e commerciale è risultato indiscutibile. “Ci aveva già provato un anno fa”, scrive, “ma c’era di mezzo un conflitto con il Qatar e l’utilizzo del calcio come arma per vincere tale conflitto si è rivelato inefficace. Pertanto è bastato rimuovere la questione scatenante il conflitto per ottenere il proprio investimento top”. Ovvero una squadra del campionato più ricco del mondo, pronta a diventare un nuovo Manchester City o un nuovo Paris Saint Germain.

Il conflitto Qatar-Arabia Saudita verteva su un caso, piuttosto clamoroso, di pirateria digitale. Tutto è iniziato nel giugno 2017 quando Bahrain, EAU, Egitto e Arabia Saudita decidono di imporre un embargo diplomatico, economico e logistico al Qatar, accusato di sostenere e finanziare gruppi terroristici. Vengono chiusi i confini terrestri e marittimi, viene negato il passaggio nello spazio aereo, tutti i contratti e gli scambi commerciali sono annullati. Ma l’Arabia Saudita va oltre: sul proprio territorio spunta la tv pirata beoutQ che inizia a trasmettere partite di Premier League, gran premi di Formula 1 e match di competizioni Fifa. Tutti eventi di cui la qatariota beIN possiede i diritti sportivi per il Medio Oriente e la fascia settentrionale del continente africano. Un’operazione di pirateria digitale che costa a beIN, solo per le annate 2018 e 2019 di Premier League, un miliardo di euro in mancati introiti. Questa la cifra presentata dal Qatar nella denuncia alla World Trade Organization. Secondo Dubai, dietro alla tv pirata c’è il governo saudita: è propria l’incapacità (o la mancata volontà) dei sauditi nel bloccare le trasmissioni di beoutQ (un nome, un programma) a causare lo stop nelle trattative di acquisto del Newcastle avviate nel maggio del 2020. Con buona pace di Amnesty International e di tutte le associazioni che si occupano di diritti umani, da tempo in prima fila nel denunciare gli abusi del regime saudita. Gli unici diritti che contano sono quelli commerciali (“la Premier League dovrebbe cambiare i test su proprietari e dirigenti per affrontare le questioni sui diritti umani”, ha dichiarato il Ceo di Amnesty Sacha Deshmukh): è sufficiente sistemare la questione con il proprio vicino di casa e tutte le porte si aprono. In estate il WTO ha ritenuto colpevole l’Arabia Saudita di aver violato le leggi internazionali sulla proprietà intellettuale per il caso beoutQ. Un mese dopo, la Qatar Airways ha vinto la causa per danni intentata contro i quattro stati che avevano bloccato il traffico aereo. Ma nel frattempo i rapporti si erano già distesi, specialmente quelli tra Qatar e Arabia Saudita, con la visita a inizio gennaio dell’emiro Al Thani a Riyad per il Consiglio di Cooperazione nel Golfo che ha aperto la strada alla riapertura dei confini tra gli stati. BeIN è tornata in affari con i sauditi (che compongono il bacino di utenza più grande di tutta la penisola), pertanto i sauditi sono tornati in affari con la Premier League e nel giro di poco tempo si è arrivati ai festeggiamenti per le strade di Newcastle per la fine dell’era Mike Ashley, durata 14 anni. Non deve ingannare l’aurea di mediocrità che da tempo avvolge i Magpies, con un solo piazzamento tra le prime nove di Premier ottenuto lungo tutta la gestione Ashley (accadde nella stagione 2011/12 con Alan Pardew in panchina). Se sportivamente è stato un periodo avaro di soddisfazioni e zeppo di frustrazioni, a livello commerciale il fondatore di Sports Direct lascia una società in buona salute (fino al 2018 il Newcastle, a dispetto dei modesti risultati, era ancora nella top 20 della Football Money League stilata dalla Deloitte) e, soprattutto, si mette in tasca una cifra più che raddoppiata rispetto a quanto sborsato (150 milioni di euro) nel 2007. Termini quali austerità e braccino corto (in 12 anni il Newcastle ha speso sul mercato 77 milioni, per una media di 6 milioni a stagione) sono destinati a finire in soffitta, forse tra qualche anno al popolo del St. James’s Park non provocherà più crisi di nervi ricordare certe uscite di Ashley, come la risposta data a Rafa Benitez dopo l’ennesima richiesta di investimenti nelle infrastrutture e nel potenziamento dello staff societario, scouting in primis. “Non ho mai visto un solo giocatore”, disse, “che non abbia voluto firmare con noi a causa del nostro centro di allenamento”.Con un patrimonio stimato in 376 miliardi di euro, vale a dire circa 13 volte più di quello dello sceicco Mansour del Manchester City e oltre 60 volte quello dell’emiro Al Thani del Psg, il fondo sovrano PIF lascia ipotizzare una pioggia di denaro in arrivo su Newcastle. Difficilmente però si assisterà a intensi restyling come quelli operati dal primo Abramovich al Chelsea o dallo stesso Mansour al City, visto che le regola del Financial Fair Play impongono ricavi adeguati all’ammontare delle spese. Impensabile pensare a un boom come quello della Manchester color sky blue, con 487 milioni spesi in tre anni per costruire una squadra stellare (Yaya Tourè, Carlos Tevez, David Silva) prima che fosse introdotto il FFP. Indubbiamente l’approccio al grande calcio dei sauditi è stato diverso rispetto a quello dei vicini di casa. Anni fa conclusero un bizzarro accordo “pay per view” con diversi club della Liga spagnola per il prestito semestrale di alcuni nazionali, con stipendio direttamente pagato dallo stato arabo. Quasi nessuno è mai sceso in campo e per il movimento calcistico saudita i benefici sono stati nulli. Sempre ammesso che, senza un Mondiale in casa alle porte, una nazionale competitiva interessi qualcosa alla monarchia. Il calcio come leva di soft power passa per altre strade. Come quelle che costeggiano il fiume Tyne.

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