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L'IMMAGINE
RAFFIGURA LE DIMENSIONI MATERIALI DI 1000
MILIARDI DI EURO IN BANCONOTE DA 100: OVVERO
QUELLE DI UN CAMPO DI CALCIO ALTO QUANTO LA
STATUA DELLA LIBERTA'....tuttavia in
Italonia se ne fottono tutti. Ad esempio nel
paese della Lega di Merda e dello pseudo
federalismo dei coglionazzi delle baite
montanare del cazzo ci sono ben 5 regioni che
l'autonomia dal centro l'hanno ereditata dal
1970. Si tratta delle regioni a Statuto
Speciale, ovvero Sicilia, Sardegna, Valle
d'Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia
Giulia. Cinque regioni e altrettanti
trattamenti di favore: centinaia di milioni di
euro a disposizione, gestiti senza alcun
vincolo. Dal Nord al Sud (isole comprese) a
pagare è sempre e comunque il cittadino. Per
mantenere la casta di Palazzo dei Normanni ogni
siciliano spende cinque volte più dei lombardi.
In Trentino Alto Adige i presidenti di provincia
guadagnano di più del presidente degli Stati
Uniti. La regione Sardegna, invece, spende 85
milioni di euro per la gestione dei sistemi
informatici regionali. La casta in Valle d’Aosta
è una cosa seria, la politica è ovunque: un
potentissimo Consiglio regionale di 35 membri,
74 consigli comunali, 8 Comunità montane, 10
Aziende pubbliche di promozione turistica.
Infine, in Friuli Venezia Giulia i politici
regionali, oltre alle indennità, si portano a
casa un rimborso per l’uso della macchina che, a
seconda della provincia di residenza, varia dai
533 euro per i triestini ai 3. 210 per chi
arriva da Pordenone e deve farsi 117 chilometri.
UNA CARNEFICINA:
33 SUICIDATI DALL'INIZIO DEL 2012, tutti
legati alle cartelle Equitalia, ma MONTI SE NE
FOTTE !!!Lavoro: 5 milioni
di inattivi
Mai così tanti dal 2004 ad oggi.
LA LIQUEFAZIONE
DI TUTTO E TUTTI. UN PAESE MARMELLATA DOVE
SCOMPAIONO I RIFERIMENTI, A COMINCIARE DAL 25
APRILE,E SI IMPASTA SU TUTTO:DAI PARTITI AZIENDA
AI LOCALISMI SFRENATI.
La Procura di Bari
accusa l'ex premier e l'ex direttore de
L’Avanti! dello stesso reato in concorso:
induzione a rendere dichiarazioni mendaci
all'autorità giudiziaria. Si tratta della
vicenda delle escort che Tarantini ha
portato negli anni scorsi nelle residenze
del Cavaliere. Il nome di Berlusconi compare
sull'avviso di proroga delle indagini che
gli inquirenti baresi hanno notificato
l’altro ieri a Lavitola quando era già a
Poggioreale. Tarantini ha sempre sostenuto
che B. era ignaro di andare a letto con
delle prostitute. Lavitola avrebbe avuto il
ruolo di "intermediario" e di "concorrente
dell'autore materiale del reato", che
secondo le ricostruzioni dell'accusa è
Berlusconi, inducendo l'imprenditore barese
a patteggiare la pena per non fare
depositare le sue compromettenti
conversazioni telefoniche con l'ex premier di
Vincenzo Iurillo e Antonio Massari
CHIUSO IL PROCESSO MILLS: TESTA
DI B. ESCE PRESCRITTO, I GIUDICI OVVIAMENTE
CALANO LE BRACHE CON I SUPER RICCHI
Il 24 dicembre 2005, secondo l'accusa, una
società di intercettazioni portò ad Arcore la
telefonata
tra l'ex segretario dei Ds e il numero uno di
Unipol, pubblicata una settimana dopo su Il
Giornale. Silvio Berlusconi è stato rinviato a
giudizio con l’accusa di concorso in
rivelazione del segreto d’ufficio nel
procedimento per il passaggio di mano (che
portò alla pubblicazine su Il Giornale)
dell’intercettazione tra Piero Fassino e
Giovanni Consorte ai tempi della mancata
scalata alla Bnl. La telefonata passata alla
storia per l'esclamazione "abbiamo una banca".
Così ha deciso il gup Maria Grazia Domanico al
termine dell’udienza di questa mattina. “Mai
ascoltato conversazioni del genere” altrimenti
“me lo ricorderei” aveva dichiarato Silvio
Berlusconi in aula. Per l'ex premier è il
quarto processo milanese.
Antonio Di Pietro
“contro” Silvio Berlusconi.
In un’aula di Tribunale. Quella di Milano in
cui si celebra il processo per la
pubblicazione dell’intercettazione tra Piero
Fassino, all’epoca era il 2005 segretario dei
Ds, e Giovanni Consorte, numero uno di Unipol,
“Allora abbiamo una banca”. Fu il leader
dell’Italia dei Valori, nell’autunno del 2009
e oggi teste, a denunciare quello che da
settimane Fabrizio Favata, un imprenditore che
avrebbe voluto vendere la storia dell’intercettazione
non depositata agli atti dell’inchiesta della
scalata Unipol alla banca Bnl e ragala a
Mister B., andava raccontando ai giornalisti.
Poi Favata, accompagnato da una cronista,
incontrò e raccontò tutto a Di Pietro. Che
alla seconda occasione prese appunti su un
foglio di carta giallo, di quelli che “si
usano come sottopiatti” in un bar a due passi
del Pantheon. Appunti “a mo’ di verbale”
risponde Di Pietro al pubblico ministero,
l’aggiunto Maurizio Romanelli.
Berlusconi e suo fratello Paolo, editore de Il
Giornale su cui fu pubblicata la
conversazione, sono imputati per quello scoop
illecito. Il
leader del Pdl risponde in concorso per
rivelazione del segreto d’ufficio, il fratello
anche per millantato credito e ricettazione. I
processi primi distinti sono stati riunificati.
“Favata mi raccontò che
consegnò la pen drive a
Silvio Berlusconi e che Silvio Berlusconi se
la tenne” spiega Di Pietro sottolinea come
avesse chiesto più volte a Favata questo
particolare. Importante se si considera che
nella ricostruzione della Procura,
che per l’ex presidente del Consiglio aveva
chiesto in un primo momento l’archiviazione,
il Cavaliere la sera di Natale del 2005
apparve “appisolato” durante l’incontro ad
Arcore per ascoltare l’intercettazione. Alla
riunione per fare un regalo al presidente da
cui si aspettavano un regalo con Paolo
Berlusconi c’erano Favata e Roberto Raffaelli,
titolare della Rcs research control sistem, la
società che aveva in appalto le
intercettazioni della Procura. Nel salotto di
villa San Martino fu ascoltata
intercettazione e l’allora premier apparve a
Favata che poi raccontò a Di Pietro “molto
soddisfatto. Berlusconi si tenne la pen drive
e se ne andarono contenti di essersi
ingraziati il presidente del Consiglio”
continua l’ex pubblico ministero di Mani
Pulite. “Poi uscì sul giornale e furono
contenti. Dopo la prima pubblicazione ci fu un
tam tam, trasmissioni televisive e man man che
montava erano soddisfatti di aver fatto un
gran favore. Fu Paolo Berlusconi a fargli
sapere ‘mio fratello Silvio è molto contento,
è a vostra disposizione‘”. Ma la
riconoscenza non arrivò. E chi sperava come
Raffaelli di ottenere entrature in Romania per
esportare il business delle intercettazione
nello futuro Stato Ue, rimase deluso.
Di Pietro ricostruisce così
come incontrò Favata e come decise di
presentare la denuncia.
“Nella seconda metà di settembre la
giornalista Claudia Fusani mi disse che un
certo Fabrizio voleva parlarmi. Mi raccontò i
fatti a voce in un incontro alla Camera dei
deputati. Appena saputi questi fatti e mi sono
recato alla locale Procura della Repubblica.
Erano informazioni sommarie, ma a mio avviso
potevano avere rilevanza penale.
Era un dovere come cittadino anche se non
avevo capito perché era venuto da me. Mi
consegnò anche dei documenti. L’8 ottobre 2009
sempre la giornalista Fusani mi disse che
Favata voleva incontrami”. Nel bar romano Di
Pietro verbalizzò la storia di Favata.
“Raccontava sostanzialmente tre fatti. Il
primo la illecita acquisizione,
anche se lo valuterete voi, del contenuto di
una intercettazione Fassino Consorte, la
consegna a piùsoggetti e la successiva
pubblicazione. Poi la dazione di denaro. La
terza questione società gli storni di
pagamenti di fatturazioni”. La dazione,
secondo il racconto di Favata oggi raccontato
da Di Pietro, sono i circa 40-50 mila chiesti
da Paolo Berlusconi, con cui c’era stati
rapporti di lavoro, per far ottenere gli
appalti in Romania alla Rcs. Versamenti che
sarebbero continuati per mesi. L’affare andò
male. ”Favata si sentiva tradito perché non
aveva ottenuto quello che gli era stato
promesso. Diceva di essere
alla canna del gas, era disperato, mi mostrò
pure una bolletta non intestata. Dopo aver
fatto tanto diceva di essere stato
abbandonato, proprio quando ne aveva bisogno. Ricordo
una frase di Favata – dice Di Pietro – quando
gli chiesi a chi l’hai consegnata la pen
drive? L’ho fatta sentire a Silvio Berlusconi
e l’ho consegnata a Silvio Berlusconi”.
E proprio Fabrizio
Favata, che in un procedimento
separato è stato condannato a quattro anni e
due mesi, è stato sentito in aula. Quando
Berlusconi ascoltò la frase “allora, abbiamo
una banca?” rivolta da Piero Fassino a
Giovanni Consorte, “sbarrò gli occhi. Era
vigilissimo“. Davanti ai
giudici della IV sezione penale del Tribunale,
Favata ha ricostruito la serata del 24
dicembre 2005: “Silvio Berlusconi si scusò con
noi e disse che era molto stanco. Per questo
avrebbe chiuso gli occhi durante l’ascolto ma
sarebbe rimasto vigile…”. E così fu visto che
appena l’intercettazione riecheggiò nel
salotto della villa il Cavaliere
si rianimò. Favata, come ha appunto
raccontato Di Pietro, sostiene che la pen
drive con l’intercettazione venne consegnata
nelle mani di Silvio Berlusconi che, al
termine dell’incontro,”ci ringraziò e disse di
essere a nostra completa disposizione per
qualsiasi cosa, che la riconoscenza
della famiglia Berlusconi andava al di là di
qualsiasi immaginazione…e questo – dice Favata
con una ironia – l’ho provato sulla mia
pelle”.
Favata ne ha anche per il
fratello dell’ex premier che fece da
intermediario e che chiese soldi per “ungere
le ruote” e permettere alla società di
intercettazioni di inserirsi nel mercato
romeno. ”Con le buste di contanti io salivo al
secondo piano di via Negri e le consegnavo a
Paolo Berlusconi nel suo ufficio”
dice l’imprenditore. Nell’ambito della
“operazione Romania” l’editore del Giornale
“mi presentò a Roma l’onorevole Valentino
Valentini”. Poi dopo quell’incontro “Paolo mi
disse che si poteva andare avanti
nell’operazione, ma c’erano spese da
sostenere”, 40 mila euro al mese dal
maggio-giugno 2005 all’aprile 2006. L’allora
premier “sapeva perfettamente la ragione
dell’incontro, non credo ci avrebbe ricevuto
il 24 dicembre se si trattava di un
aperitivo”. Dopo aver ascoltato “il nastro che
durava una decina di minuti il premier
commentò e ironizzò con noi
su quelle parole” tra l’allora leader dei Ds
Fassino e Giovanni Consorte, all’epoca alla
guida di Unipol. Favata, come ha aveva
spiegato Di Pietro in aula, ha anche
confermato che la pen-drive venne “consegnata
da Raffaelli a Silvio Berlusconi”. Poi, ha
concluso, “ho pensato che l’avesse persa,
perché dopo qualche giorno Paolo Berlusconi ce
ne chiese un’altra copia”. E il 31 dicembre
2005 Il Giornale uscì in
prima pagina con la famosa intercettazione
“Allora, abbiamo una banca?”.
,la rivelazione di segreto d'ufficio del
caso
Unipol-Consorte-Fassino,(I
difensori hanno chiesto al collegio la
possibilità di cancellare l'udienza di lunedì
prossimo perché in concomitanza con un altro
procedimento a carico dell'ex premier, ossia
l'udienza preliminare in cui Berlusconi è
accusato di concorso in rivelazione di segreto
d'ufficio per la vicenda del nastro
Fassino-Consorte ai tempi della scalata di
Unipol alla Bnl.)
Processo Ruby, in aula arriva la Minetti
La teste: "Burlesque? No, un puttanaio"
Il consigliere regionale del Pdl in tribunale per assistere
al procedimento in cui è imputata
per induzione e favoreggiamento della prostituzione. "Non provo assolutamente
imbarazzo"
Nicole Minetti è arrivata in tribunale a Milano per assistere
alla deposizione dell'amica Melania Tumini nel processo sul caso Ruby in cui è
imputata per induzione e favoreggiamento della prostituzione (anche minorile),
assieme a Lele Mora ed Emilio Fede. Il consigliere regionale del Pdl lombardo,
in elegante tailleur nero, ha sorriso all'indirizzo dei fotografi e dei cronisti
prima di entrare nell'aula della quinta sezione penale. E ha detto di non
provare "assolutamente imbarazzo" e nemmeno vergogna. E' la prima volta che
Minetti si presenta a una udienza del processo sul caso Ruby. Tumini aveva
invece già deposto nel filone principale del processo a carico di Silvio
Berlusconi per concussione e prostituzione minorile.
"Ad Arcore era un puttanaio". Melania Tumini, compagna di
scuola della Minetti a Rimini, era stata portata ad Arcore proprio del
consigliere regionale, che aveva detto a Berlusconi che l'amica parlava francese
e aveva due lauree ."Qualcuno le ha mai prospettato che si trattasse, prima,
durante o dopo questa serata, di burlesque?", ha chiesto il pm Piero Forno alla
Tumini. "Assolutamente no", è stata la risposta. La ragazza ha ricostruito
quanto ha visto durante la serata, compresi i travestimenti delle ragazze e la
Minetti vestita in camicia e culotte". "Era un puttanaio - ha detto la teste -
ero stupita perché il presidente del consiglio del mio Paese era lì, davanti ai
miei occhi, a fare quelle cosi lì...".
"Berlusconi toccava le ragazze". Secondo quanto raccontato
dalla testimone, Berlusconi toccava nelle parti intime le ragazze durante i
balli. Il pm ha domandato, come accaduto con altri testimoni, se sia mai stata
avvicinata da persone in relazione alla sua testimonianza. Tumini ha raccontato
di avere ricevuto una visita non programmata sul lavoro da parte di un amico in
comune con la Minetti. "Prima che mi dicesse qualsiasi cosa, gli ho detto che
non avevo intenzione di ritrattare nulla, ho messo le mani avanti". Questo
episodio sarebbe accaduto nell'aprile-maggio.
La mail della Minetti. "Chiamami, prometto di non portarti più
a nessun bunga bunga". E' quanto la Minetti ha scritto in una mail a Melania
l'11 novembre 2010, dopo che il caso Ruby era scoppiato. La testimone ha
raccontato al Tribunale di aver troncato i rapporti con il consigliere regionale
e di averle mandato l'8 novembre dell'anno scorso una mail in cui "le dicevo con
molto affetto che le consigliavo di cambiare strada". L'ex igienista dentale di
Berlusconi l'11 novembre rispose "di aver compreso le mie parole cogliendo il
mio affetto - ha proseguito la testimone - e poi mi scrisse 'chiamami, prometto
di non portarti piu' a nessun bunga bunga". Tumini ha inoltre affermato di
essersi incontrata, il giorno dopo la festa a Villa San Martino, con Minetti in
centro a Milano: "Le chiesi un po' ingenuamente come si sentiva nei confronti
della sua famiglia e del suo fidanzato. Mi rispose che per lei era un'occasione
di divertimento e che non faceva nulla di male. Mi fece capire che nutriva un
certo trasporto per Berlusconi".
"Non lascio la politica". Inseguita da fotografi e giornalisti,
Nicole Minetti si è recata in bagno per fumare una sigaretta. E rispondendo a
chi gli ha chiesto se fosse intenzionata a lasciare la poltrona di consigliere
regionale, ha affermato: "No, non lascerò la politica". A chi le ha fatto notare
che in aula una testimone ha fatto dichiarazioni poco piacevoli nei suoi
confronti, ha sorriso dicendo "c'est la vie".
Nuovi stralci delle intercettazioni: l'ex
direttore del Tg4 voleva utilizzare la Battilana
(foto) e Chiara Danese per rendere più
eleganti le serate di Arcore. Ma loro non ci
stanno. La deputata M. Rosaria Rossi: "Anche
stasera bunga bunga? No, me ne vado..."
M. RAZZI
"Baci a Priapo e la
Minetti tutta nuda"
In aula c'è la 'pentita' del bunga bunga
Chiara Danese
racconta in lacrime quella notte ad
Arcore. "Mimavano rapporti orali e si
facevano
toccare dal premier. Chiedemmo di andare
via e Fede ci disse: ora scordatevi di
fare le meteorine"
"Eravamo imbarazzate, non sapevamo cosa
fare e volevamo andarcene via". Chiara
Danese, una delle giovani ospiti ad
Arcore, ha descritto così in aula al
processo sul caso Ruby, nel quale è
imputato Silvio Berlusconi, il suo
disagio per quella cena, l'unica alla
quale ha partecipato, dove le ragazze a
tavola si passavano di mano in mano la
statua di Priapo, mimavano "rapporti
orali" e "ballavano e si dimenavano"
toccando e facendosi toccare le parti
intime dall'ex premier e da Emilio Fede.
Chiara Danese davanti ai giudici della
quarta sezione penale del tribunale ha
raccontato della sera del 22 agosto 2010
come un'esperienza "scioccante". Lei e
l'amica Ambra - che ad aprile dell'anno
scorso hanno deciso di raccontare tutto
ai magistrati - erano state invitate a
quella festa da Emilio Fede, tramite
l'agente Daniele Salemi, dopo le finali
di Miss Piemonte vinte da Ambra. Nella
sua testimonianza la giovane ha
descritto la cena e il dopocena a casa
di Berlusconi con la scena di Priapo
seguita da una sorta di "girotondo
erotico" attorno al tavolo fatto dalle
giovani ospiti, tra cui Roberta Bonasia,
le due gemelle De Vivo e "due donne di
colore vestite in modo indecente che
sembravano due prostitute", che
"ballavano, si dimenavano, gli toccavano
le parti intime, si scoprivano il seno
cantando 'meno male che Silvio c'e" e
chiamandolo 'papi'" e lui le chiamava
'le mie bambine'".
Chiara ha poi parlato della sala del
bunga bunga, dove sono scesi dopo aver
cenato e dove sono continuati i balli
hard che si sono conclusi con lo
spogliarello di Nicole Minetti, "rimasta
completamente nuda. Io non guardavo. Ero
troppo imbarazzata", ha proseguito la
testimone. Quando poi le ospiti del
bunga bunga hanno cercato di coinvolgere
in queste danze anche Ambra e Chiara,
quest'ultima ha detto ai giudici: "A me
veniva da piangere". E quando hanno
chiesto di andare via, Emilio Fede ha
detto alle due "di scordare di fare le
meteorine", lavoro per cui la sera prima
erano state convocate nello studio
dell'ex direttore di Tg4 per fare un
casting.
Rispondendo alle domande di Niccolò
Ghedini, uno dei legali dell'ex capo del
governo, Chiara fra le lacrime ha
spiegato che per il clamore mediatico di
questa storia e per essere stata una
volta sola ad Arcore, tuttora lei e la
sua famiglia vivono male in quanto nel
piccolo paese dove abita "pensano che
sia una escort e quello che mi dispiace
è che insultano anche mio padre e mia
madre". Ghedini le ha subito passato un
fazzoletto di carta per asciugarsi le
lacrime.
Perchè io lo mando
affanculo lui e le sue case di
merda...no, dai scherzo....
Nicole fa questioni di idraulica
"Mi hai lasciata al freddo e al gelo"
Nicole Minetti
Immobiliare
Olgettina. La Minetti amministra il
traffico e gli appartamenti delle
ragazze. Le regole della casa, le
beghe tra Marysthell e le gemelle De
Vivo, i progetti che finiscono "sempre
in m...". E Silvio, reduce dalla
battaglia parlamentare, incontra
problemi di idraulica e caldaie
Contratti, caparre,
affitti, bollette. E' immobiliare
Olgettine. Amministratore unico,
Nicole Minetti; ufficiale pagatore,
ragionier Giuseppe Spinelli. E' la
fine di settembre del 2010, "Papi" sta
per compiere 74 anni mentre nubi
minacciose si addensano sul giro
festaiolo di Arcore. Ma il dramma non
è ancora esploso e c'è tempo per
piccole beghe da condominio, questioni
di spostamenti, liti per chi avrà la
casa più grande, problemi di
intestazioni (Minetti è intestataria
di diversi alloggi), fino a questioni
di riscaldamento e caldaie che si
guastano di cui viene investito (un
po' per scherzo e un po' sul serio) il
capo del governo della sedicente
settima potenza industriale del mondo.
In mezzo c'è tempo per le solite
lamentele di Nicole che minaccia di
buttare tutto all'aria, di mandare "affanculo
lui e le sue case di merda". Minacce
al vento: la Minetti, in fondo, è
davvero legata al premier. Solo
davanti al processo per istigazione
alla prostituzione cercherà di
prendere posizioni autonome.
"Il presidente mi ha delegata
per un appartamento". Le
prime due telefonate risalgono a
settembre 2010 e mostrano, più che
altro il meccanismo degli appartamenti
dell'Olgettina. Nicole Minetti ne è a
tutti gli effetti, l'amministratore
per conto di Berlusconi. E' lei che
dirige il traffico delle ragazze,
tratta con l'amministratore del
condominio, Fabbri (che la informa
quando si liberano gli alloggi), versa
le caparre, raccoglie e paga le
bollette dei consumi di tutte le
inquiline. Al denaro ci pensa il
ragionier Spinelli che, in certi casi
(come in quello di Barbara Guerra)
versa l'equivalente di cinque-sei mesi
alla ragazza o, in altri, consegna il
denaro direttamente alla Minetti. Il
meccanismo delle intestazioni funziona
così: se la ragazza ha uno stipendio
fisso (di solito da Mediaset)
l'appartamento le verrà intestato
direttamente; altrimenti andrà in capo
a Nicole. E va notato che tutto
avviene informando preventivamente
Berlusconi. Nicole ci tiene che tutto
avvenga con il suo beneplacito. Silvio
paga e va sfruttato a dovere, ma non
va preso in giro.
Un altro esempio delle giudiziosa
amministrazione messa in atto da
Nicole Minetti, si ha nelle due
telefonate con Elisa Toti (23
settembre e 19 ottobre 2010). La
ragazza, su suggerimento di Nicole, si
è fatta coraggio e ha chiesto a "lui"
la possibilità di avere un
appartamente per evitare, quando viene
a Milano, di dover dormire in albergo
o in casa di un'amica. Lui, magnanimo,
ha detto sì e l'ha mandata da Nicole.
L'appartamento le viene assegnato e
sarà intestato alla Minetti perché
Elisa non ha un lavoro fisso.
Ma un mese dopo, Elisa ha un problema:
soffre di vertigini e l'appartamento
al quarto piano la fa star male.
Vorrebbe cambiare e ha saputo dal
signor Fabbri che ce n'è uno libero al
primo piano. Per Nicole non ci sono
problemi e l'operazione si può fare.
Siccome, però, ci sarà una differenza
di 130-150 euro al mese, la nostra
amministratrice chiede a Elisa di
farlo presente a "Papi": "Lui, per
quella cifra, non se ne accorge
nemmeno... Ma voglio fare le cose a
regola d'arte". Encomiabile.
"Hanno fatto una sceneggiata
napoletana". In questa
telefonata (26 settembre 2010) torna
una questione
già affrontata in una telefonata
precedente tra Marysthell e "Papi".
Si tratta della diatriba per un
alloggio un po' più grande che ha
visto contrapposte Marysthell e le
gemelle napoletane Imma ed Eleonora De
Vivo. Marysthell (che ha una bambina
piccola) avrebbe bisogno di un
alloggio più grande per ospitarvi la
baby sittter quando lei fa tardi alla
sera per lavoro; le gemelle lo
vorrebbero per ricevere la madre
quando viene a trovarle da Napoli.
Vince Marysthell per decisione di
"Papi", ma, a quanto pare (Barbara
Faggioli, la stessa Marysthell e
Nicole ne parlano in questa
intercettazione) le gemelle non si
sono date per vinte e, presente Emilio
Fede, hanno messo su una "sceneggiata
napoletana" davanti a Silvio.
Risultato: Marysthell si sposta nell'appartemento
più grande, le gemelle vanno nel suo
e, a febbraio, a loro volta, avranno
un alloggio più spazioso che sta per
liberarsi.
Ma questi, si diceva, non sono giorni
felici. E Nicole coglie l'occasione
per la solita lamentela sul fatto che
Berlusconi non chiama: "Mi sono un po'
rotta... " dice e Marysthell, che
pensa sempre a quanti soldi riuscirà a
spillare a "Papi", la invita a vedersi
per discutere dei "progetti".
I "progetti", nel lessico delle
Olgettine riguardano sempre come
assicurarsi un futuro tranquillo con
un tetto sulla testa a spese di
Berlusconi. La filosofia delle ragazze
ha una sua solidità: oggi sono i
giorni delle feste e del compiacere il
drago, domani, col tempo e con l'età,
verranno anni in cui sarà bene avere
in mano qualcosa di concreto. Può
darsi che, qualcuna, in qualche
momento abbia anche pensato (o
sperato) in una vita con lui. Ma ormai
tutte hanno capito: siamo in tante,
lui è straricco, una casa a testa
potrebbe essere una giusta
liquidazione, quando tutto sarà
finito. Sarà filosofia, ma suona
concreta. E, come spesso accade,
Nicole aggiunge una nota di pratico e
amaro realismo: "...Progetti? Io non
ne ho più. Tanto, tutti quelli che gli
propongo vanno sempre a finire in
merda...".
"Io vengo a Roma per te e tu
mi lasci al freddo e al gelo".
Questa telefonata è una vera e propria
"chicca" del mondo delle Olgettine. E'
il 13 dicembre 2010 e Silvio
Berlusconi sta affrontando una delle
più difficili battaglie politiche
della sua carriera. Fini lo ha mollato
e siamo alla mozione di sfiducia. Lo
salveranno Scilipoti, Caleari e
Cesario, ma oggi c'è stato il
dibattito e lui ha appena finito di
rispondere a braccio agli attacchi
dell'opposizione e, in particolare, a
quelli pesantissimi dell'Idv: "Gliene
ho dette tante..." spiega Berlusconi a
Nicole con la voce del reduce appena
uscito dalla pugna. E lei, estasiata
(anche se confonde Camera e Senato e
confessa di non averlo ascoltato):
"Hai fatto bene, amore, hai fatto
bene...". Lui, speranzoso, credendo
che lei sia stata in Parlamento: "Ti
sei emozionata...". E Nicole ammette
di non essere venuta a sentirlo a
Palazzo Madama perché le hanno
suggerito che era meglio di no per
evitare spiacevoli incontri con i
giornalisti. Così, una telefonata
partita con i toni epici dell'eroe che
racconta la battaglia appena vinta,
scende di parecchi gradini per
arrivare a prosaiche questioni di
idraulica condominiale. E Nicole,
finalmente, rivela: "Ti ho cercato
perché non andava l'acqua calda...
Dico, io vengo a Roma per te e tu mi
lasci al freddo e al gelo...". Il tono
è in fondo affettuoso, ma questa volta
è troppo anche per il mecenate di
Arcore... E "Papi", udite udite,
questa volta forse, le butta giù il
telefono.
"Lui è come Gesù, finché c'è io
mangio
Passerò per pazza pur di avere qualcosa"
Karima el Marhoug, detta Ruby
Ruby spiega al
fidanzato Luca Risso come ha ottenuto
garanzie da Berlusconi. E racconta di
aver detto tanto ai magistrati, ma di
aver "nascosto tantissimo". E a Papi:
"Io posso passare per matta o per
prostituta. L'importante è che ne esco
con qualcosa". E con l'amico Antonio
confessa: "Lo chiamo
Papi.. Sì come la napoletana. Ma Noemi è
la sua pupilla, io sono il BUCO DEL CULO..."
"Lui può far tutto,
lui è Gesù". "Noemi è la sua pupilla. Io
sono il suo culo". "Finché ci sta lui,
io mangio". "Gli ho detto: io posso
passare per pazza, per prostituta, per
quello che vuoi, basta che ottenga
qualcosa". Parole, pensieri e
fenomenologia di Karima El Mahroug detta
Ruby. Tre delle quattro telefonate che
Repubblica.it pubblica in esclusiva
risalgono a settembre-ottobre 2010,
quando la vicenda iniziata nella notte
tra il 27 e il 28 maggio davanti alla
questura di Milano, non è ancora
arrivata sui giornali. Ma, proprio in
seguito a quella vicenda, Ruby e Silvio
Berlusconi e tutta l'allegra brigata
delle notti di Arcore sta passando
giorni tesi e difficili. La ragazza di
origini marocchine è finita "nelle
grinfie" (parole di "Papi") dei pm
milanesi Boccassini e Forno ed è stata
interrogata diverse volte (32, racconta
lei all'amica Grazia) sui suoi rapporti
con Berlusconi, lo svolgimento delle
serate a casa sua, il "bunga bunga" e se
il Cavaliere sapeva che lei era
minorenne quando si frequentavano,
forse, anche sessualmente.
Tutte le intercettazioni:
Ricatti e bugie dietro il 'bunga bunga'
Tutto l'entorage di "Papi" si è attivato
(avvocati in testa) per alzare un muro
difensivo intorno alla ragazza,
impedirle di causare altri danni,
istruirla sulle future dichiarazioni e
testimonianze. Alla costruzione del muro
partecipa, inutile dirlo, anche il
diretto interessato e la linea scelta è
quella di blandire la ragazza, di
prometterle e farle capire in tutti i
modi che se si "comporterà bene" ne avrà
un colossale e tangibilissimo utile. Lei
ha capito benissimo e in tutte queste
telefonate emerge che ha scelto di
accettare questa linea.
Berlusconi glielo riconoscerà in una
telefonata successiva (29 ottobre da
Bruxelles) in cui, parlando con
Nicole Minetti, affermerà
che Ruby "fuori dalle grinfie dei pm, si
sta comportando bene".
Ruby, dunque, non ne esce benissimo. A
sentirla parlare con l'amica Grazia, con
il fidanzato Luca Risso e con l'amico
Antonio, si trae una forte impressione
di cinismo e avidità. La ragazza ha
avuto una vita difficile, ha incontrato
molte persone pronte ad approfittare di
lei e della sua bellezza. Forse anche
per questo ha sviluppato difese,
disincanto e l'idea che il mondo
funziona più o meno così: stai coi
potenti, assecondali, non tradirli e,
alla fine, ne avrai il tuo tornaconto.
Ruby è proprio in questa fase:
intravvede il tornaconto e punta a
riscuotere. Per ciò è pronta a tutto.
Ma, al di là di questo, s'intravvedono
altri due aspetti del suo modo di
essere. Il primo va riportato al "berlusconismo"
dominante. Tutto funziona così: soldi,
sesso, immagine, tv, potere. "Lui è
intoccabile" qualunque cosa succeda,
dice a un certo punto Ruby, e sembra
crederci. Il secondo, invece, è tutto
suo, del carattere della ragazza. E' un
mix di disincanto, di amara "saggezza"
che nasce, forse, dalle esperienze
negative che le hanno attraversato la
vita. Un mix che la fa
prorompere, ridendo sguaiata, al
telefono col "farfallone" Antonio in
quella frase ormai passata alla storia:
"Noemi è la sua pupilla, io sono il suo
buco del culo..". Come dire: so da dove
vengo e so come finirà.
Sul piano processuale, in queste
telefonate, ci sono cose piuttosto
importanti. Soprattutto nella seconda.
in cui Ruby racconta a Luca Risso di una
sua lunga telefonata con il Cavaliere e
in cui dice una frase rivelatoria: "Ai
pm ho detto tante cose, perché ero
davanti all'evidenza. Ma ne ho nascoste
anche tantissime".
"Sanno che vado da Silvio".
Nella prima telefonata (7 settembre
2010), Ruby parla con l'amica Grazia e
le spiega che gli inquirenti, da quando
è affidata a Lele Mora, non vogliono che
vada in Sicilia "che veda mio padre...
Hanno controllato il mio cellulare per
togliere il numero di mio padre... Ma
quello di mia madre lo ricordo a
memoria". E Grazia, ingenua: "Ma quando
trovano i numeri di Silvio e di (Emilio)
Fede...". Ruby non si trattiene: "Ma non
hai visto, non sai? Ho avuto 32
interrogatori con il pm Forno. Solo in
due abbiamo parlato della mia famiglia".
Negli altri, è chiaro, si è parlato
molto delle serate di Arcore: "Adesso
sanno che vado da Silvio, che conosco
Silvio... Io gli ho detto che Silvio non
sapeva che ero minorenne che gli ho
detto che avevo 24 anni...". Ma nemmeno
lei ha l'aria di crederci molto.
"Lui è Gesù...". E' l'8
ottobre. Ruby ha appena avuto una lunga
e rassicurante conversazione con "lui" e
ne riferisce immediatamente al fidanzato
Luca Risso. "Chi, lui? Lui il grande"
chiede il giovanotto. "Lui... Gesù"
taglia corto la ragazza e spiega che
Berlusconi l'ha chiamata per sapere cosa
aveva detto ai pm e per tranquillizzarla
con le sue promesse. Ruby è stata
chiarissima con Papi, ai limiti della
sfrontatezza: "Ho detto tante cose, ma
ne ho nascoste tantissime... Perché ero
davanti all'evidenza e non potevo
negare". Silvio l'ha tranquillizzata con
un ragionamento che potremmo definire
"avvolgente": 1) Noi non siamo in
pericolo, siamo in difficoltà; 2) Non
sono preoccupato per me ma per te, per
la tua reputazione; 3) Gente che parla
male di me ce n'è sempre, ma si trova
sempre chi, a pagamento, smentisce; 4)
Io posso far tutto, come Gesù; 5)
Tranquilla, manterrò la mia promessa (di
coprirla d'or; ndr) devi solo aspettare
fino al primo novembre.
In mezzo al discorso di Berlusconi ci
sono le domande di Ruby. Chiare e
precise: "Gli ho fatto la domanda che mi
interessa di più. Gli ho detto che
voglio uscirne con qualcosa. E' normale,
mi ha risposto... Non si lasciano
soccombere le persone quando il mare è
in tempesta". E poi, dopo le complesse
spiegazioni di lui, l'affondo di lei: "A
me interessa che mantieni la promessa".
E qui si passa alle faccende pratiche:
"Sei andata a prendere le cose che ti ho
lasciato da Spinelli?" le ha detto lui.
E lei spiega che è passata martedì e
mercoledì, ma che una volta l'ufficio
era già chiuso e l'altra il ragioniere
non c'era. Poi aggiunge che sia Lele
Mora (che l'ha in affidamento) che
l'avvocato Giuliatti preferirebbero che
non si facesse vedere a Milano e, meno
che mai, nell'ufficio di Spinelli. "...Perché
non so se sono controllata...". Allora
"Papi" le ha detto di stringere i denti
fino al primo novembre. Poi potrà
"godere" di quanto promesso.
L'abilità dialettica e la grinta della
fanciulla quasi commuovono Luca Risso:
"Brava piccina... Brava... Così va
bene".
E lei, lapidaria: "Gliel'ho detto
chiaro, perché non ho peli sulla lingua.
Gli ho detto che io posso passare per
tutto quello che vuole: per prostituta o
per pazza. L'importante è che ne esco
con qualcosa...". E "Papi"? Papi,
paterno, le ha detto:
"...Non dovrai
passare per pazza o prostituta... Io le
promesse le mantengo...".
"Lei è la pupilla, io sono il
culo...". Seguono due
telefonate con l'amico Antonio Passaro.
Uno che sa poco e ride molto. La prima è
dell'8 settembre 2010. I due scherzano
su come lei chiama Berlusconi: "Lo
chiami zio? Lo chiami nonno?". "No, lo
chiamo Papi". "Ah - fa lui - come la
napoletana?". E qui Ruby
sfiora la Storia: "...No, io sono
un'altra cosa... Quella (Noemi; ndr...)
era la pupilla... Io sono il buco del
culo...".
L'altra risale al 15 dicembre, quando
tutto è già emerso sui giornali e
Berlusconi si è appena salvato in
Parlamento grazie a Scilipoti, Calearo e
Cesario. "Sono sempre stata una
mosca bianca - dice Ruby - Sono una che
fa la differenza". "Abbiamo visto la
differenza che hai fatto - ride Antonio
- A momenti cade il governo". "Ma poi lo
zio si è salvato - spiega lei con
termini un po' imprecisi (Ma un po' di
educazione civica, a scuola, no?) - Ha
passato le elezioni per tre punti
(tradotto: ha ottenuto la fiducia per
tre voti; ndr)... Io ho pregato tutti i
giorni...". Antonio: "Altrimenti tenevi
sulla coscienza tutto quell'ambaradan...".
Ma a lei dell'ambaradan sulla coscienza
non gliene potrebbe fregare di meno:
"No.. no... E' che se non ci sta lui, io
non mangio... Se se ne va, chi cazzo
mangia più...". Lui ride: "...Detto
proprio papale...". Lei chiosa: "Viva la
sincerità". Sipario.
Il Prefetto di Milano
e l'Olgettina
appuntamento sprint con parcheggio
Caso Ruby, nuovi stralci delle
intercettazioni. Grazie alla
raccomandazione di "Papi", la Polanco
ottiene un colloquio con il
rappresentante dello Stato, Gian Valerio
Lombardi. Tempi rapidissimi e massima
deferenza. E la ragazza potrà sistemare
l'auto in Prefettura
di P. COLAPRICO e M. RAZZI
Il Prefetto di Milano Gian Valerio
Lombardi
Grazie alla
raccomandazione di "Papi", Marysthell
ottiene un colloquio con il rappresentante
dello Stato. Gian Valerio Lombardi. Tempi
rapidissimi e massima deferenza. Compreso
l'immancabile "Mi saluti il presidente".
E la ragazza potrà sistemare l'auto in
Prefettura
"Come sta, signora...
Come posso esserle utile?". E' (con tutto
il rispetto) il macellaio? O il
pizzicagnolo?. No, è Gian Valerio
Lombardi, nonostante tutto ancora oggi
prefetto di Milano. E la signora (sempre
con tutto il rispetto) è Marysthell Garcia
Polanco, olgettina di complemento tra le
più fedeli (e anche le più esose) di
"Papi". Quella a cui Berlusconi non sa mai
dire di no anche quando il buon gusto, la
discrezione, il senso dello Stato o almeno
la decenza esigerebbero maggiore prudenza.
Ma Marysthell, da diversi anni in Italia,
si è messa in testa di arrivare alla
cittadinanza. E quando vuole, chiede. E
ottiene.
Ottiene, almeno una corsia (e parcheggio)
decisamente preferenziale, quella
tracciata dal presidente del Consiglio che
ai primi di dicembre informa il
rappresentante dello Stato nella capitale
morale d'Italia che la signora Marysthell
Garcia Polanco telefonerà, chiederà
cose... E si dovrà aiutarla. Che tutto
questo sia accaduto, lo si legge nelle
carte processuali e serve da antefatto
alla meravigliosa serie di tre telefonate
che Repubblica.it pubblica in esclusiva.
Meravigliosa perché istruttiva quant'altre
mai: uno spaccato di sfascio delle
istituzioni in salsa e prosopopea
lombarda, condito appunto da un servile
"come posso esserle utile?" e da
un'immancabile e gioioso "mi saluti il
presidente!". Se i prefetti avessero una
prefettizia spina dorsale, almeno qualcuno
di loro avrebbe potuto (dovuto) ribellarsi
quando questa storia venne fuori e fu
raccontata con dovizia di particolari,
da tutti i giornali. Non ultimo il fatto
che in casa di Marysthell erano stati
trovati 12 chili di cocaina e il suo
fidanzato era appena stato condannato a
otto anni. Questa volta, in più, c'è
l'audio che aiuta a capire meglio....
"Posso parlare col Prefetto?".
La prima telefonata risale al 6 dicembre.
Il prologo è un dialogo surreale tra
Marysthell Polanco (che dice e non dice) e
la segretaria del Prefetto (che sa che lei
dovrebbe dire, ma non si decide a dire).
Farla breve, Marysthell chiede di parlare
col Prefetto "personalmente" e la
segretaria (che ha ricevuto un preciso
input in merito) cerca di capire se questa
Garcia Polanco è proprio quella
raccomandata dal premier... In cuor suo,
forse, la solerte segretaria spera di no
e, per questo tergiversa, chiede, indaga.
Finché Marysthell sbotta: "... Chiamo da
parte del presidente Berlusconi". Aaahhh,
allora tutto cambia e la segretaria si
prostra immediatamente mentre l'impegnatissimo
("ha una riunione") Prefetto, diventa
immediatamente disponibilissimo e si
precipita, garrulo, al telefono: "Come
sta, signora... Come posso esserle
utile?". Marysthell vuole un appuntamento
e, con una breve discussione si fissa per
giovedì 9 dicembre. Ora, signori, è il 6
dicembre 2010: provate voi, albanesi,
romeni, tunisini, senegalesi, ma anche
italiani, a farvi ricevere dal Prefettto
di Milano nello stretto giro di 72 ore.
Potenza dell'aiutino berlusconiano...
"Lei può entrare in macchina".
Trovare un parcheggio nel centro di
Milano, oggi, si sa, è impresa disperata.
Ci vuole fortuna. E chi più fortunato di
un'olgettina raccomandata da "Papi"? La
segretaria del Prefetto Lombardi conosce
bene le regole del gioco e le ricorda a
Marysthell Garcia Polanco in una
telefonata del 13 gennaio 2011. E' senza
voce la pubblica impiegata, ma quella poca
a disposizione la profonde nello spiegare
a Marysthell: "Lo sa, signora, che può
entrare in macchina? Non perda tempo a
cercare un parcheggio. Lei può entrare in
macchina dal Prefetto".
"Scusi se la disturbo". Ancora
la segretaria di Lombardi e Marysthell. E'
il 17 gennaio, la ragazza ha già avuto un
primo appuntamento con Lombardi ai primi
di dicembre. Il problema si è rivelato più
complesso del previsto. I tempi per la
cittadinanza non ci sono perché manca la
continuità necessaria di residenza in
Italia. La cosa, però, non si è chiusa col
primo verdetto negativo e si cerca di
costruire un percorso comunque
relativamente rapido. La segretaria vuol
fissare l'appuntamento per l'indomani:
"Alle 12,30 o alle 18,30? Quando
preferisce". Marysthell opta per il tardo
pomeriggio. E la funzionaria prefettizia,
già che c'è le ricorda la questione del
parcheggio: "Lo, sa che può entrare in
macchina? Per gli impegni del Prefetto,
tutti entrano in macchina".
"Adesso non si gioca più"
Minetti all'attacco di "Papi"
Nicole Minetti
Nicole è arrabbiata con
Berlusconi che vorrebbe convocarla a una
riunione con gli avvocati per concordare una
linea univoca: "Io sono indagata. Prima devo
parlare con il mio avvocato". Ma tutto
sembra precipitare e le Olgettine si
lamentano, mentre circolano sospetti, voci
di tradimenti e di pedinamenti. E spunta il
fisioterapista Puricelli che cerca di
frenare l'ira della consigliere regionale
lombarda
Il gioco si fa duro,
anzi, come dice Nicole Minetti in una
telefonata con Barbara Faggioli: "Adesso non
si gioca più". Siamo a gennaio del 2011 e
l'ordinanza di rinvio a giudizio arriva il
14. Ma già da qualche giorno (una settimana
almeno) le intercettazioni delle telefonate
tra le Olgettine mostrano un clima diverso.
Toni e contenuti scendono sempre più in
basso. Nel senso che il sospetto, ormai si è
insinuato fra tutti; probabilmente anche
nella mente di Berlusconi. Qualcuno
tradisce? Chi tradisce? Berlusconi ci messo
dietro qualcuno per farci controllare? La
"pochade" si avvia a diventare tragedia: i
nervi tremano, c'è voglia di fuggire lontano
non senza, però, aver prima sistemato i
conti. E per Nicole c'è da verificare il da
farsi anche sul piano giudiziario. Lei è
indagata e, appunto, "non gioca più". "Anche
se lui è il mio capo... non vado lì ad
ascoltare la fava e la rava. Prima parlo col
mio avvocato".
"Mi ha detto di convocare le
ragazze". Vale la pena
di partire dalla telefonata del 15 gennaio.
Una confusissima Barbara Faggioli chiama
Nicole Minetti e la trova dura, fredda e
determinata. Niente più "amò", qui siamo
alla carta bollata e ciascuno deve guardare
il suo fondoschiena. La Faggioli ha un
incarico preciso che le viene da "Papi" e
dai suoi avvocati: convocare le ragazze
(tutte quelle elencate nell'ordinanza dei pm
milanesi, cioé, più o meno, tutte le
partecipanti ai riti di Arcore) per le 19
alla presenza dei legali. Chiaro
l'obiettivo: concordare una linea difensiva
per "Papi". Le registrazioni delle
telefonate stanno uscendo e sono
"spiacevoli, alcune molto brutte". Qui c'è
una velata acccusa alle ragazze che, al
telefono hanno parlato troppo (e anche male
del capo). Lui si scusa di averle messe in
questa situazione. Però...
Però, Faggioli, imbarazzatissima, ha anche
il compito di dire a Nicole che "Papi" vuole
parlare con le alle 17, da sola e, alle 18,
vedrà la stessa Barbara. Nicole, sembra
quasi disinteressata, risponde a monosillabi
e mugolii. Ma, quando Barbara, impaziente e
un po' turbata le chiede: "Allora, cosa gli
dico? Perché lui mi richiama", la Minetti
esplode di ira fredda: "Io non ci vado. Non
è più il tempo che una va lì a fare due
chiacchiere, a sentire la fava e la rava. Io
sono indagata e anche lui lo è. Io me ne
fotto...". Faggioli prende coraggio a due
mani e dice una terribile verità: "Ma lui è
il tuo capo... Lavori per lui, no?". "Sì -
risponde lei che dovrebbe essere consigliere
regionale scelta nel listino di Formigoni e,
non risulta avere alcun rapporto di lavoro
con Berlusconi - Ma adesso sono indagata.
Quindi, prima devo sentire Daria (l'avvocato
Daria Pesce, che, allora, era il suo legale;
ndr). Poi vedrò". Barbara insiste: "Potresti
venire con il tuo avvocato...". E, già che
c'è, visto la sicurezza dell'altra, si
arrischia a chiedere un consiglio: "Pensi
che dovrei parlare anch'io con quello che mi
dà consigli legali... l'avvocato?". "Se vuoi
sì... Se vuoi sì... Ma lo devi vedere... Non
è che puoi parlargli al telefono". Nessuno
dice "ciao amo'". E la telefonata finisce
lì. Malissimo.
"Ciao cucciolo". Eppure,
una settimana prima (era appena l'8 gennaio
2011), Aris poteva dirgli ancora "Ciao
cucciolo..." per iniziare una telefonata in
cui si parla delle "pazzie" della notte
prima. "Abbiamo fatto pazzie - dice "Papi" a
Marysthell - Dì a Aida (Yespica; ndr) che
questa sera non faremo niente di speciale
perché io sono stanco... stremato. E quindi
stasera facciamo una cena tranquilla. Con la
musica, ma tranquilla perché io non sarò
protagonista". Si scherza ancora, dunque, e
si fanno inviti per la serata: "Possono
venire Diana, Aida,..?". "Sì, sì, alle 9 e
30...". Però, però, qualcosa s'insinua.
Siamo a livello di battute, per carità, ma
quando Aris gli passa Marysthell e lei (che
da due sere è assente per malattia) gli
chiede se ha ricevuto il suo messaggio di
ieri, Silvio attacca a rimproverarla
scherzosamente sul fatto che "ormai non ti
importa nulla di me", che "hai appuntamenti
più interessanti e sessualmente molto più
eccitanti". La telefonata ha un finale
strano. Silvio si ricorda che anche Elena ha
telefonato per invitarsi e chiede a
Marysthell se può dirle di sì, neanche lei
fosse la padrona di casa... "Sì, va bene...
Chiamala" dice Marysthell. Ma chi è, il
maggiordomo?
"Dobbiamo dargli una sveglia".
Con voce triste, quasi da oltretomba,
Marysthell chiama Nicole e riferisce sulla
festa della sera prima. "Era strano, così
strano... Io gli ho detto che andavo via e
lui ha detto 'bene, ciao' e ha chiamato a
Lorenzo per dirgli di portarmi a casa...".
Marysthell fa l'elenco delle presenti, tra
loro anche "una montenegrina nuova" ed è
visibilmente preoccupata: "C'è qualcosa...
qualcosa di cui ti devo parlare a voce".
L'altra insiste preoccupata: "Ma non puoi
parlarne adesso...? Ti ha detto qualcosa di
me?". E Marysthell: "No, non mi ha neanche
chiesto di te... Secondo me dobbiamo dargli
una bella sveglia... O lasciar perdere una
volta per tutte".
Insomma, se nella telefonata di prima
s'insinuavano solo ombre in un clima ancora
allegro e caciarone, adesso siamo alla
paura, ai sospetti ai segnali di crolli
imminenti. Marysthell, con il suo
leggendario senso pratico riassume così il
concetto: "Siamo indietro...". Indietro con
i pagamenti, sembra voler dire. E, infatti,
aggiunge: "Tu hai dato tanto e non riceverai
niente...Ed è un peccato". E poi racconta un
piccolo episodio che riguarda Aida Yespica:
"Lui è stato carino con Aida... Le ha fatto
un regalo, un anello di Dior... Io ero
seduta vicino a lui e lui mi ha chiesto di
spostarmi per far posto a Aida. Allora ho
preso la borsa e me ne sono andata". Nicole
comincia a essere preoccupata: "Anch'io me
ne sono andata e non mi sono fatta più viva.
Poi l'ho chiamato e richiamato e lui
niente... Non era mai successo".
Insomma, bisogna parlarne, bisogna fare
qualcosa. "Perché lui ha qualcosa... O
qualcuno gli ha detto qualcosa... O lui ci
ha messo dietro qualcuno per sapere i cazzi
nostri... ". Minetti è inferocita: "Io, per
lui, sono stata sputtanata...". E cinica:
"Lui, magari, domani non c'è più... Ma noi
abbiamo trent'anni... Abbiamo una vita
davanti... E la gente si ricorda...". E
amara: "Io rischio grosso per colpa sua...".
"Se volevo fare l'operaio...".
Qui c'è poco da scherzare, perché alle
ragazze del berlusconismo escono parole e
pensieri a dir poco imbarazzanti. Aris e
Nicole si esibiscono qui ridacchiando a
livelli di cinismo inimmaginabili: "Hai
iniziato a lavorare?" chiede la Minetti: "No
- ridacchia l'altra - Ma guadagno lo
stesso... Gliel'ho detto anche a lui. Meglio
di così? mi ha detto". E poi, tranquilla:
"Mi ha detto: guadagni in una notte quanto
un muratore in cinque mesi... E io ho
pensato: se volevo fare l'operaio andavo a
fare l'operaio". "Non gli l'ho detto -
precisa Aris - perché non mi permetterei
mai...".
Qualcuna, però, si è permessa. Una delle
gemelle De Vivo... Almeno a quanto Aris
racconta a Nicole: "La gemellina gli ha
detto: però potresti darci di più... E lui
si è incazzato di brutto...".
"Mi ha detto una bugia". In
questa telefonata compare un nuovo
personaggio. E' Giorgio Puricelli,
fisioterapista del Milan che Berlusconi ha
fatto eleggere in Consiglio Regionale
insieme alla Minetti. I due (Puricelli e
Nicole) parlano di "lui". Il fisioterapista
racconta dei "progressi" del capo: "L'ultimo
dell'anno è rimasto tranquillo a casa, quasi
da solo... Ma ha già ripreso la sua attività
ginnica". Quale sia l'attività ginnica
preferita da Berlusconi lo sanno tutti.
Anche Nicole: "So tutto... So tutto". Ma lei
è letteralmente inferocita perché lui non si
fa più vivo. Puricelli cerca di calmarla:
"Chiamalo tu...". ma lei è irremovibile: "Mi
ha detto una bugia...". Probabilmente si
riferisce alle assicurazioni sul fatto che
nessuno era indagato e a quelle successive
quando le prometteva che l'avrebbe difesa.
"Non mollo... Non sono una ragazza, quando
lo chiamo non è per chiedergli qualcosa...
Se lo capisce bene... Altrimenti vuol dire
che non gli interessa. Se gli interessava,
una telefonata la faceva...". Puricelli
rinuncia ai tentativi di arginare la furia
della ragazza. Che insiste: "Io lo cercavo
per aiutarlo... Ho visto il libro di
Guzzanti "Mignottocrazia". C'è un intero
capitolo su di noi. Volevo sapere se gli
dava fastidio che denunciassi Guzzanti
perché so che Guzzanti, forse gli vota la
fiducia". Politica, soldi, amore, sentimenti
feriti... Possibile che Puricelli abbia
riferito a Berlusconi. Una decina di giorni
dopo, infatti,
telefonerà all'Infedele di Gad Lerner per
insultare il conduttore, la trasmissione
("incredibile postribolo televisivo") e
tutti gli ospiti ("le cosiddette signore
presenti"), invitare Iva Zanicchi ad
"alzarsi e andarsene" e, soprattutto, per
lanciarsi in un elogio sperticato della
Minetti: "che ha due leauree, che si è fatta
da sola, è di madre lingua inglese..."
TI VOGLIO UN ATTIMO
BRIFFARE:
"FOTTILO
DI BRUTTO, TI HO COMPRATO UN BEL COMPLETINO DA SUBMUTANTE
IN MEGA MASK NERISSIMA,MOLTO PNEUMATICO, PERCHE' LUI GODE A FARSELO METTERE NEL
CULO TUTTO, EPPOI VIA ANDARE, PRENDIGLI TUTTO,
CHIARO,FREGATENE !!!"
Ogni giorno le intercettazioni più significative del
processo Ruby. La consigliera regionale Pdl istruisce le giovani (le 'briffa',
secondo il suo neologismo).Le
telefonate delle ragazzeal
premier:"Chiedono
favori, raccomandazioni e immobili". E lui:
"Stasera me lo fate un balletto?". Ghedini e Longo:"Denunceremo
chi ha pubblicato i file"
"Ci sono le zoccole e quelle più troie in mutasub e
serie"
Così Nicole "briffava" le ragazze di Arcore
Nicole Minetti
Un altro gruppo di intercettazioni riguardano Nicole
Minetti che organizza una festa ad Arcore in settembre. Si parla di come
vestirsi e la consigliera regionale, previa telefonata di assenso di "Papi",
deve "briffare" una nuova venuta. Ma si rivelerà un fallimento...
"Gasata dura", "Ti briffo", "Quando arrivi in station?".
Ma come parlava (e, soprattutto, di cosa parlava?) la consigliera regionale
lombarda Nicole Minetti quando (fine estate 2010) si dava da fare per
organizzare i festini di Arcore? Perché Nicole è un'organizzatrice nata e si
preoccupa di tutto: dalla "mise" che le ragazze indosseranno, a che siano
preparate e pronte a tutto. Tutto quello che serve a far sì che lui, il
"boss dei boss", "the love of my life", sia allegro, soddisfatto e su di
giri per la presenza di ragazze nuove e sempre più belle.
Le telefonate di questo gruppo risalgono al 19 settembre 2010. Qualche mese
prima di quelle in cui Ruby spiegava che Berlusconi l'avrebbe coperta d'oro
in cambio del suo silenzio. Telefonate che Repubblica.it ha messo in onda in
esclusiva e che hanno trovato notevole interesse anche in Marocco, come
dimostrano i siti di
"MaroccOggi" ,
"Hespress",
"Goud" e
"Alif
Post". In quelle del secondo gruppo abbiamo visto all'opera Emilio Fede
e alcune delle ragazze alle prese con le intemperanze di Katerina, la
"favorita" pro tempore di "Papi". Nel terzo, la protagonista è indubbiamente
Nicole.
Ecco dunque, la Minetti che discute con Lisa Barizonte. Di cosa? Dei
travestimenti per il "burlesque" serale ad Arcore. Nicole non ha dubbi, si
vestirà da maestra "con occhiali, reggicalze e sotto l'intimo sexy...".
Chissà cosa ne pensano le insegnanti elementari che, di solito, vestono più
morigerati grembiuli... L'altra, la Barizonte, che ha qualche problema con
l'italiano (è sudamericana) non sa bene cosa si metterà. Alla fine, dopo una
discussione lessicale sul termine "vestaglia" bofonchia che indosserà "una
cosa normale". L'importante è che sia divertente...
Ma la festa si avvicina e ci vuole una telefonata a "Papi" per avere
conferme. Lui è dolce e sbrigativo: "Allora...". Lei espansiva e
confidenziale: "Love of my life...". Lui, pensieroso e un po' stanco:
"..Questa sera facciamo una festa, dopo tanto tempo...". Lei non si tiene
più: "Posso portare una ragazza?... Carinissima... bellissima... Alla
seconda laurea". Lui, laconico, risponde tre volte "Ottimo".
A Nicole non resta che "briffare" la preselta "carinissima" e "con due
lauree". Si tratta di una vecchia compagna di studi, Melania Tumini, che
sembra pronta e interessata a partecipare a una serata ad Arcore. Nicole la
"briffa" mentre è in treno. Le dice che Silvio è entusiasta all'idea di
conoscerla, che ha detto "ottimo" (vero) e, già che c'è, le spiega
l'ambientino... "...La tipologia è varia - fa, didascalica - Ce n'è di
ogni... C'è la zoccola, ci sono le 'sudamericans disperate', quelle un po'
più serie come Barbara Faggioli... E, poi, ci sono io che faccio quello che
faccio". Cosa farà mai la Minetti? Niente, intanto dà consigli che hanno il
pregio della chiarezza: "Non sii (sic) timida, fregatene, battitene il cazzo
e via andare..". Un crescendo un po' imbarazzante, ma efficace.
Ma Melania, evidentemente, non ha abbastanza pelo sullo stomaco. O, forse,
non è stata "briffata" bene da Nicole. Perché la sua testimonianza sulla
serata di Arcore sarà tra le più pesanti per dimostrare che non si trattava
di feste eleganti, anzi.
Melania parlerà di un "troiaio" e di essersi sentita in imbarazzo:
"Sembra di stare al Bagaglino", dirà. "E lui - ormai - fa quasi pena...
Si presenta in modo molto basso... Si potrebbe dire: sei malato... E sua
moglie lo diceva".
In fondo, quella di Arcore, è un'educazione sentimentale... Lo dimostra
anche il dialogo tra due ragazze sudamericane, Marystelle Polanco e Aris
Espinoza, oggetto di una delle intercettazioni. Qui si parla (in spagnolo)
abbastanza esplicitamente di soldi. Nel senso che Aris spiega a Marystelle
come ha fatto a ottenere il suo compenso serale che "Papi", quella sera (il
18 settembre) non sembrava intenzionato a scucire. Scena: le ragazze tutte
in macchina, aspettano Aris per partire. Lui cerca di congedarla. Lei,
ferma. "Non te ne vai?". "No". "Rimani?". "No". E, allora, "Papi" capisce.
Fanno duemila euro e Aris sale in macchina con le altre.
E Ruby disse all'amica
"Silvio mi dà quanto voglio"
Sono i giorni in cui scoppia il caso: la ragazza parla al
telefono con gli amici e il padre. "Mi hanno detto di passare per pazza, mi
danno quanti soldi voglio". Il problema è che sono minorenne e che frequento
da un anno Berlusconi" di PIERO COLAPRICO
MILANO - Una volta Silvio Berlusconi ha dichiarato: "Le
intercettazioni sono secchiate di fango (...) non si possono in alcun modo
gettare in pasto al pubblico delle telefonate che, trascritte su carta o anche
rappresentate da attori in tv, rischiano di assumere un significato del tutto
diverso dall'originale".
Esiste però una grande distanza tra realtà di Silvio Berlusconi e la realtà
che va emergendo nell'aula giudiziaria del processo Ruby-Silvio. Nella prima
"realtà" ci si ostina a definire ancora le sue ad Arcore, a Roma, in Sardegna,
sul lago Maggiore come "cene eleganti". La versione è stata modificata più
volte, prima c'erano solo cene, adesso emergono "balletti del genere burlesque".
La realtà non solo della procura, anche di numerosi testimoni, degli
investigatori, delle intercettazioni è meno cangiante.
Ecco, dunque, alcuni audio originali che riguardano i due processi in corso e
imperniati sull'allora minorenne Karima El Mahroug, detta Ruby Rubacuori:
quello con imputato Berlusconi per concussione e prostituzione minorile,
l'altro dedicato a Emilio Fede, ex direttore del Tg 4, Lele Mora, ex agente di
spettacolo, e Nicole Minetti, consigliere regionale pdl, alla sbarra per aver
gestito un "sistema" per portare al "drago" (definizione dell'ex moglie,
Veronica Lario) ragazze facili e ben retribuite per le porno-serate.
Cominciamo questa nostra esclusiva riportando alcune telefonate di Ruby. Sono
state registrate dalla polizia giudiziaria del tribunale, su ordine del gip e
si sente la ragazza raccontare al padre e alle amiche di essere stata "pagata
per tacere". Lei dice da "Silvio". Anche se, parlando con l'amica Antonella,
spiega di essere amica "ma proprio amica..." di Silvio "da un anno". E quando
lei le chiede cosa intenda per "amica", Ruby aggiunge che non c'è stato sesso
anche se nessuno ci crederà perché "lui mi dà 47 mila euro alla settimana...
Ed è pazzo di me, ma proprio pazzo.." Ascoltando queste intercettazioni,
regolarmente depositate e quindi pubblicabili, è possibile farsi un'idea
dell'opera di disinformazione che l'allora presidente del Consiglio e i suoi
collaboratori cercarono di attuare. E' Ruby stessa a confermarlo, parlando con
il padre e con gli amici. "Mi ha detto di passare per pazza, ha detto che mi
dà quanti soldi voglio". "E' pazzo di me". Il problema di questo processo è
che sono minorenne"
Processo Ruby, parla Fadil:
“L’onorevole Rossi mi chiese di fare la danza
del ventre”
La modella ospite delle feste
di Arcore racconta che la deputata del Pdl la
esortò a ballare per Berlusconi insieme ad
altre ragazze. E denuncia "pressioni" da parte
di un uomo misterioso affinché incontrasse
l'ex premier a dibattimento in corso. Il
racconto di un balletto hard di Nicole Minetti
e Barbara Faggioli con tanto di crocifisso.
Iris Berardi "travestita da Ronaldinho".
Chi si fermava la notte "per sesso prendeva
più soldi". L'allora premier avrebbe mostrato
alle ragazze un cartone animato dove
Gianfranco Fini appariva "deformato e seduto
sul wc"
Imane Fadil in Tribunale a Milano
Una deputata del Pdl,
Maria Rosaria Rossi, spinge
le giovani ospiti di Arcore a esibirsi in
danze hard davanti a Silvio Berlusconi. La
consigliera regionale Nicole Minetti
e la show-girl Barbara Faggioli
ballano travestite da suore davanti all’ex
premier. Il quale mostra alle ragazze un
cartone animato satirico con Gianfranco Fini
deformato e seduto sul water. Sono alcuni
degli episodi a tinte forti emersi dalla
testimonianza della modella marocchina
Imane Fadil, ospite dei
festini di Arcore, davanti ai giudici del
processo “Ruby” contro Silvio
Berlusconi, in corso a Milano. La
ragazza ha aggiunto di aver subito pressioni
e minacce da uno sconosciuto, a dibattimento
già in corso, perché incontrasse di nuovo il
premier. Secondo Iman, inoltre, le ospiti
delle cene a Villa San Martino “prendevano
molto di più” se si fermavano anche la
notte. E si fermavano “per sesso, perché le
ragazze se ne lamentavano e avevano paura
delle malattie. Ma tutte facevano a gara per
fermarsi perché chi si fermava prendeva
molto di più”. Tra le protagoniste
dei rapporti a pagamento, una ragazza, “di
nome Joanna”, e una ragazza “del Guatemala”.
L’ex premier Berlusconi è accusato di
sfruttamento della prostituzione minorile e
concussione. Secondo la testimone,
Kharima al Marough alias
Ruby ”poteva vendicarsi e mettere nei guai”
l’ex premier. La teste ha spiegato di averlo
saputo da Barbara Faggioli, secondo la quale
la giovane marocchina “aveva video e foto
molto compromettenti sulle feste” e
“Berlusconi l’aveva allontanata in quanto
minorenne”.
Rispondendo al pm Antonio Sangermano
su eventuali sollecitazioni esterne in
merito alla sua testimonianza, Fadil ha
detto ai giudici di aver subito “pressioni”
da una persona per “andare ad Arcore” tra il
maggio e il giugno 2011, quando il
dibattimento a carico dell’ex premier era
già cominciato. Condito da una minaccia: “Se
dici qualcosa del nostro incontro sono
problemi tuoi”. La ragazza ha raccontato di
aver “incontrato quest’uomo vicino a casa e
mi ha dato un telefono non intercettabile
per organizzare un appuntamento ad Arcore,
ma io non ho voluto”, ha spiegato. L’uomo
“alto biondo e con gli occhi azzurri”
l’avrebbe contattata “circa 5 volte”, e
incontrata altre due volte. L’uomo
misterioso voleva organizzare “un incontro
ad Arcore” a cui Fadil avrebbe dovuto
partecipare. La ragazza però si era
rifiutata, “perché avevo paura e ne avevo
già parlato con il mio avvocato”. In
occasione del secondo incontro, “lui mi
disse che si stava arrabbiando, perché tutte
le volte che organizzava l’incontro io non
ci andavo, e a quel punto ho deciso di non
rispondere più al telefono”. Fadil ha anche
spiegato davanti ai giudici di poter
“cercare quel telefono che mi è stato
consegnato, anche se ho cambiato casa non
l’ho più con me”, per metterlo a
disposizione dei magistrati.
Imane Fadil racconta anche del ruolo attivo
di una deputata del Pdl, Maria
Rosaria Rossi, che nel corso di una
serata le chiese di fare la danza del
ventre. “Mi andò a procurare un foulard e
ballai, la Berardi si dimenava col
reggiseno, Katarina (ndr. un’altra delle
ospiti) m’invitava in modo aggressivo a
ballare con lei. A me non andava, avevo
capito che aveva dei disturbi
comportamentali e, inoltre, non aveva un
buon odore”.
Sulla performance delle ragazze travestite
da suore, con tanto di crocifisso, ecco il
suo racconto: “Eravamo in piedi, stavamo
prendendo da bere al bar – afferma
riferendosi a una serata del febbraio 2010 –
la Faggioli stava facendo una performance
nella saletta del ‘bunga bunga’. Dopo dieci
minuti scomparve con la Minetti, poi si
presentarono con una tunica nera, una croce
e un copricapo bianco e fecero una
performance che non mi sarei mai aspettata.
Fecero ‘Sister act’, poi ballarono, si
dimenarono e si tolsero la tunica, restando
solo con l’intimo”.
Una scena che era già stata raccontata a
ilfattoquotidiano.it da un’altra testimone
diretta delle notti di Arcore.
L’esibizione mette in imbarazzo la giovane
modella. “Chiesi a Lele Mora
di andarmene. Non ero l’unica. Due ragazze
ungheresi si erano avvicinate a me, videro
che ero imbarazzata e parlammo sconcertate.
Berlusconi chiese a Mora che cosa avessi e
lui disse: ‘Lei à particolare, la conosco da
anni’. A fine serata, “Berlusconi mi invitò
a entrare nel suo ufficio. Ci fece dei
regali, tra cui un orologio con lo stemma
del Milan e degli anellini. Quindi, mi prese
in disparte e disse: ‘Non vorrei che tu ti
offendessi, ma so che hai bisogno’ e mi
disse di prendere una busta. La presi e
dentro c’erano duemila euro in contanti”.
Imane lascia la dimora di Arcore,
ma ”mentre uscivamo sentivo che Minetti e
Faggioli avevano deciso di fermarsi a
dormire”
(qui l’intervista di Imane Fadil a Il Fatto
Quotidiano).
Altro siparietto della serata, il cartone
animato satirico con il presidente della
Camera Gianfranco Fini seduto sul water,
mostrato, secondo il racconto della
testimone, da Berlusconi ad alcune ospiti.
“Berlusconi ci portò in uno stanzino. Sul
tavolo c’era I-Pad spento, che poi si fece
accendere. Vedemmo un video cartoon satirico
in cui c’era l’allora presidente della
Camera deformato seduto sul wc. Quello era
il periodo della vicenda della casa di
Montecarlo”.
In un’altra occasione, lo spettacolo serale
ha preso una piega calcistica. E’ sempre
Imane Fadil a spiegarlo ai giudici del
Tribunale di Milano: “In un’altra serata,
invece, è stata Iris Berardi
al centro della scena insieme ad una delle
gemelle De Vivo: “Ricordo
che si travestì da Ronaldinho
con tanto di maglia, maschera del giocatore,
ha ballato per poi rimanere in perizoma”. E
ancora, sempre nella villa di Arcore, lo
show di una ragazza, Roberta Nigro,
che “nella saletta del Bunga Bunga iniziò a
ballare con Lisa Barizonte
e le due cominciarono a toccarsi e Lisa
tolse le mutandine alla Nigro”. Poi “si
aggiunse anche la Minetti, che era ben
preparata a quello spettacolo, perchè
indossava il reggicalze”. Alla fine di
quella serata, ha raccontato ancora Fadil,
“io ricevetti una busta con 5 mila euro in
contanti e Berlusconi mi chiese di fermarmi
per la notte, ma io tornai a casa”.
Rispondendo alle domande del pm, Imane Fadil
ha affermato che “a organizzare le serate
erano Nicole Minetti ed Emilio Fede“,
imputati insieme a Lele Mora in un
procedimento parallelo nel quale la modella
marocchina è parte civile.
Procura di Milano: da
Berlusconi 127mila euro a Nicole Minetti, Imma
ed Eleonora De Vivo
I movimenti bancari,
risalenti a qualche mese fa, sono stati
segnalati dall'Unità di informazione
finanziaria della Banca d'Italia (Uif) ai
magistrati, che hanno acquisito tutta la
documentazione, inserendola nelle
"indagini suppletive" notificate ai difensori
dell'ex premier (processo Ruby) e di Lele
Mora, Emilio Fede e dell'ex igienista dentale
del Cavaliere
Le gemelle Eleonora e Imma De Vivo
Pochi mesi fa
Silvio Berlusconi ha versato
127mila euro in quattro bonifici a
Nicole Minetti, Imma ed
Eleonora De Vivo, tre delle
partecipanti alle cene eleganti del
Cavaliere, ma soprattutto tutte testimoni
nel processo sul Ruby Gate e il
Bunga Bunga. In questo procedimento, l’ex
presidente del Consiglio è imputato di
prostituzione minorile per i rapporti con la
minorenne Karima el Mahroug
e di concussione per le telefonate alla
Questura milanese la notte del 27 maggio
2010, in cui il premier aveva chiesto di
affidare la ragazza marocchina al
consigliere regionale Nicole Minetti. La
notizia è stata pubblicata sull’edizione
odierna del Corriere della Sera.
I movimenti bancari sono stati segnalati
dall’Unità di informazione finanziaria della
Banca d’Italia (Uif) alla Procura della
Repubblica di Milano, che ha acquisito tutta
la documentazione, inserendola nelle
“indagini suppletive” notificate dai pm
Ilda Boccassini e
Antonio Sangermano ai difensori di
Berlusconi (processo Ruby) e di Nicole
Minetti, Lele Mora ed Emilio Fede, gli
ultimi tre imputati di favoreggiamento alla
prostituzione per le “serate eleganti” nella
villa di Berlusconi ad Arcore.
Per quanto riguarda i bonifici bancari
‘incriminati, tra ottobre e novembre scorso
Nicole Minetti ha incassato sul suo
conto corrente presso Banca Intesa due
versamenti, rispettivamente di 15mila e
40mila euro (‘prestito infruttifero’ la
prima causale, nessuna specificazione per la
seconda somma), provenienti dal conto di
Silvio Berlusconi presso il
Monte dei Paschi di Siena. Quelli alla sua
ex igienista dentale, però, non sono gli
unici versamenti contestati all’ex capo del
Governo: a luglio e ottobre scorso, infatti,
ha versato in due tranches 72mila euro –
giustificando la somma come ‘regalìa – sul
conto di Enzo De Vivo
(padre delle gemelle Eleonora e Imma, ndr)
presso la filiale napoletana della Cassa di
Risparmio di Parma e Piacenza. Lo stesso
Enzo De Vivo, interrogato il 5 aprile scorso
da Ilda Boccassini, ha
confermato di aver ricevuto quei soldi
proprio da Silvio Berlusconi: i 72mila euro
non erano per lui, ma per le sue figlie, che
avevano fatto versare la somma sul conto del
genitore per ‘evitare pettegolezzi’.
“Le mie figlie – ha raccontato Enzo De Vivo
ai pm – mi dissero che sul mio conto sarebbe
arrivato del denaro da parte dell’onorevole
Berlusconi che era
destinato alle mie figlie, le quali si erano
rivolte appunto all’onorevole per un aiuto
economico. I bonifici sono pervenuti sul mio
conto proprio per evitare pettegolezzi da
parte dei direttori dell’istituto bancario,
dove le mie figlie avevano dei conti
personali”. Il pm Ilda Boccassini
ha fatto presente a De Vivo che
“dal 12 agosto 2011 al 29 settembre 2011
sono state disposte operazioni di
prelevamento in contante per la somma di
10862 euro”.. “Effettivamente – ha chiarito
l’uomo – sono stati fatti da me dei prelievi
ma le ho utilizzate personalmente quelle
somme, mi sono servite per pagare la
benzina o per cose comunque mie
personali. Le spese come si sa, a causa
della crisi economica che investe il nostro
Paese, sono aumentate, la benzina è
aumentata in modo esponenziale e quindi di
quel bonifico, il primo ricevuto pari a 42
mila euro, io mi sono autofinanziato“.
Le grane per l’ex premier, però, non
finirebbero qui, visto che negli stessi atti
depositati dai pm nei due processi sul caso
Ruby emergerebbe anche il “possibile
pagamento da parte di un terzo (Silvio
Berlusconi) delle spese di difesa”
di Nicole Minetti. E’ quanto risulta da una
segnalazione di Bankitalia sui movimenti
bancari della Minetti, che ha incassato
100mila euro da Berlusconi e il giorno dopo
pagato 87mila euro ai suoi legali. La data
in questione è il 22 giugno del 2011, a
processo sul caso Ruby già
in corso. E’ quanto emerge dalle
segnalazioni che la Banca d’italia ha
inoltrato alla Procura di Milano. Il giorno
successivo, il 23 giugno del 2011, il
consigliere regionale lombardo, imputata per
induzione e favoreggiamento della
prostituzione anche minorile, ha
inviato sempre via bonifico alcune somme ai
suoi legali: 37.440 mila a Daria
Pesce, 24.960 a Piermaria
Corso e altri 24.960 allo studio
legale associato Gagliani Righi.
Nel periodo compreso tra il 15 aprile 2011 e
il 14 ottobre dello stesso anno,
complessivamente, l’ex premier ha bonificato
alla Minetti 145mila euro.
”Nulla di men che lecito”. Così l’avvocato
Nicolò Ghedini ha definito
i soldi versati, tramite bonifici, dall’ex
premier Silvio Berlusconi a Nicole Minetti e
alle gemelle Eleonora e Imma De Vivo, tutte
e tre testimoni nel processo sul caso Ruby.
“Si tratta di somme erogate palesemente
tramite bonifici bancari, totalmente
tracciati, da un conto personale dello
stesso Presidente Berlusconi” ha detto
Ghedini, aggiungendo che “l’accostamento fra
versamenti e qualifica di testimoni nel
processo cosiddetto ‘Ruby’ è assolutamente
pretestuoso e privo di ogni fondatezza”. Il
legale dell’ex premier ha
sottolineato inoltre che “è del resto assai
usuale e non desta alcuna problematica che
vi siano rapporti economici intercorrenti
fra soggetti indagati o imputati e
testimoni. Basti pensare ad un
titolare di azienda che citi quali testi i
propri dipendenti o nel caso di testimoni
che siano familiari o parenti. In realtà, il
presidente Berlusconi con
la consueta generosità – ha concluso Ghedini
– ha ritenuto di aiutare, in totale
trasparenza e proprio mediante palese
bonifico bancario, delle
persone che, a cagione del clamore mediatico
creato su inesistenti vicende processuali,
stanno vivendo momenti di grande difficoltà
familiare, professionale ed economica. Nulla
quindi di men che lecito”.
Ruby, un agente in aula:
“Rilasciata senza documenti per le pressioni
di Palazzo Chigi”
BUNGA BUNGA E CORRUZIONE:La
macchina del bunga-bunga si nutre di
soldi. Ma forse non solo il
bunga-bunga. Berlusconi preleva dai suoi conti
una gran mole di denaro in contanti,
anche nelle settimane in cui è impegnato a
riconquistare, uomo dopo uomo, la maggioranza
in Parlamento. Preleva 13 milioni di
euro. Di solito stacca assegni da 30
mila euro, come l’11, il 21 gennaio e l’11
febbraio, il 12 maggio 2010. Il 16 febbraio
c’è un assegno da 7 mila euro e il 24 febbraio
un altro da 30 mila euro. Sono giorni in cui
Ruby va ad Arcore. Si trova ad Arcore anche
quando dal suo conto al Monte dei Paschi di
Siena vengono emessi assegni di 350 mila euro,
il 23 aprile, e di 330 mila, il 26 aprile.
Tutti assegni firmati da Berlusconi e
incassati da Giuseppe Spinelli,
il cassiere del premier. Gli assegni più
cospicui sono del 21 e 22 dicembre 2010 (350
mila euro) e del 23 dicembre (257 mila).
Mario Landolfi, poliziotto in servizio in
Questura la notte del 27 maggio 2011,
testimonia al processo contro Silvio
Berlusconi. E conferma che le disposizioni del
pm minorile Fiorillo furono disattese per le
telefonate della Presidenza del consiglio.
Resta a Milano il dibattimento contro Minetti,
Fede e Mora
La notte in cui Ruby si
trovava in Questura a Milano ci furono
pressioni perché fosse rilasciata il prima
possibile. E la ragazza marocchina, , che da
minorenne aveva partecipato alle serate
organizzate da Berlusconi ad Arcore, lasciò
gli uffici di via Fatebenefratelli prima che
fossero recuperati i suoi documenti, al
contrario di quanto disposto dal magistrato
minorile Annamaria Fiorillo.
Lo ha affermato in aula al processo milanese
contro l’ex premier Silvio
Berlusconi, accusato di concussione
e prostituzione minorile, l’agente di
polizia Marco Landolfi, in
servizio nella notte tra il 27 e il 28
maggio 2011, sentito come testimone.
Il capo di gabinetto Pietro Ostuni
“chiedeva di accelerare le pratiche per il
rilascio” di Karima al Marough
detta Ruby, ha raccontato
Landolfi. Il commissario capo
Giorgia Iafrate lo chiamò per
dirgli che la ragazza non doveva “essere
fotosegnalata” ma bensì “lasciata andare”. E
questo perché Iafrate aveva ricevuto una
telefonata di Ostuni che a sua volta era
stato contattato dalla Presidenza del
Consiglio dei ministri, che indicava la
ragazza come la nipote dell’allora
presidente egiziano Mubarak.
Il pm Fiorillo aveva disposto che Ruby
dovesse essere fotosegnalata e collocata in
una comunità o altrimenti trattenuta in
questura, ma “la dottoressa Iafrate riceveva
in continuazione telefonate da Ostuni che
chiedeva di accelerare le pratiche del
rilascio poiché alla Presidenza del
Consiglio aveva già detto che era stata
rilasciata”. La dottoressa Iafrate, ha
proseguito Landolfi, “era molto agitata.
Andava avanti e indietro, si alzava per
andare verso la ragazza… Il questore non fu
avvisato di quanto stava accadendo”.
Così Ruby, arrivata in Questura in seguito a
una denuncia per furto, venne affidata a
Nicole Minetti -altra
protagonista delle notti di Arcore che si
era qualificata come “consigliere
ministeriale regionale presso la presidenza
del consiglio dei ministri” - prima che
fosse recuperata, come aveva disposto il pm
Fiorillo, una copia dei suoi documenti di
identità. Come risulta dalle carte ed è
stato riaffermato in aula, il verbale di
affidamento alla consigliera regionale,
imputata in un altro processo, è stato
stilato alle due di notte, mentre i
documenti di identità sono arrivati il
giorno dopo.
Rispondendo al pm Antonio Sangermano
che gli chiedeva se non gli fosse venuto
qualche dubbio sulla parentela della
marocchina con l’ex presidente egiziano,
Landolfi ha risposto: “Ho dato per certo che
i superiori o la dottoressa Iafrate avessero
accertato l’effettiva parentela con Mubarak”.
Intanto resterà a Milano l’altro processo
sulle notti di Arcore, che vede imputati per
favoreggiamento della prostituzione la
stessa Minetti, Emilio Fede
e Lele Mora. Lo hanno
deciso i giudici, che hanno respinto le
eccezioni di competenza territoriale delle
difese che volevano spostare il procedimento
a Messina (dove è avvenuto il primo incontro
tra Fede e Ruby) o a Monza (competente per
territorio su Arcore). Intanto accusa e
difese si sono dette contrarie alle riprese
televisive in aula, questione sulla quale i
giudici si pronunceranno il 2 marzo.
I movimenti
bancari del premier nell'inchiesta fiorentina su Verdini
e Dell'Utri. Dalle mini minor per le bunga girls, ai
prestiti infruttiferi per amici e politici vari, fino ai
finanziamenti ai circoli della Libertà del ministro
Brambilla
Altre due
ragazze parti civili al processo sulle notti
di Arcore. Ma solo contro Nicole Minetti
Iris
Berardi e Barbara Guerra erano tra le più
assidue frequentarici dei festini
organizzati da Silvio Berlusconi. Al
processo per induzione alla prostituzione,
accolte dalla corte anche le richieste già
presentate da Imane Fadil, Chiara Danese e
Ambra Battilana. Che esce dall'aula in
lacrime
La showgirl Barbara Guerra
Altre due ragazze
coinvolte nelle notti di Arcore, Barbara Guerra e Iris Berardi, si sono
costituite parte civile al processo per
favoreggiamento e induzione alla
prostituzione in corso a Milano, ma solo
nei confronti di Nicole
Minetti, e non degli altri due
imputati Emilio Fede
e Lele Mora. La
stessa scelta era stata fatta nella scorsa
udienza dalle giovanissime miss piemontesi
Ambra Battilana e
Chiara Danese, e
dalla modella marocchina Imane
Fadil. Oggi la corte
presieduta dal giudice Annamaria Gatto ha
ammesso tutte le cinque richieste. Nessun’altra
delle 33 ragazze a cui era stato
notificato il decreto del giudizio avviato
come persone offese si è presentata oggi
in aula o ha manifestato la volontà di
costituirsi. Il processo riguarda anche
l’accusa di favoreggiamento della
prostituzione minorile relativo al caso
Ruby.
Guerra e Berardi sono state “vittime e
persone offese” dei festini organizzati
dall’ex premier Silvio
Berlusconi nella sua residenza
di Villa San Martino ad Arcore, ha
spiegato il loro legale Luigi
Faggella. Nella scorsa udienza
il giudice della quinta sezione penale di
Milano Anna Maria Gatto
aveva disposto di notificare il decreto a
tutte le ragazze maggiorenni – il processo
perché, secondo una recente
giurisprudenza, anche le persone che
subiscono il reato di induzione e
favoreggiamento della prostituzione sono
da considerarsi “vittime” e persone offese
da reato.
Nella richiesta di costituzione le due
giovani lamentano un “danno morale”,
mentre, come ha aggiunto l’avvocato, “il
danno all’immagine è nei fatti ed è dovuto
al battage pubblicitario del processo”.
Berardi e Guerra chiedono di essere parti
civili solo contro l’attuale consigliere
regionale lombardo perché, “i fatti che le
riguardano sono da ascriversi alla sola
Minetti”. L’avvocato ha fatto riferimento
ai principi espressi nell’ordinanza del
giudice ovvero alla “libertà di
autodeterminazione nella sfera sessuale
della donna e alla dignità della persona”.
Decidendo di ammettere tutte le richieste,
il collegio ha riconosciuto che le ragazze
possono avere subito un danno dalla
partecipazione alle feste ad Arcore nella
residenza di Silvio Berlusconi. Negli atti
di costituzione, Battilana e Danese hanno
lamentato di avere subito una “profonda
sofferenza per essere state considerate
meretrici”, pur essendo “scappate” dalla
villa dell’ex premier dopo avere assistito
a scene a sfondo sessuale. Hanno sotenuto
di avere patito un “notevole danno
morale”, mentre Imane Fadil ha fatto
riferimento a una compressione nella sfera
di autodeterminazione della libertà
sessuale. “Si farà luce su tante cose in
questo processo”, ha commentato la 27enne
marocchina.
Ambra Battilana, giovanissima torinese
portata ad Arcore da Fede il 22 agosto
2010, è uscita dall’aula in lacrime dopo
aver sentito le argomentazioni delle
difese contro la costituzione di parte
civile. Per i legali degli imputati, il
fatto di non aver concesso nulla di
sessualmente rilevante, non rende
“perfezionato il reato di induzione della
prostituzione”.
Per la prima volta
nella storia, gli Usa subiscono un downgrade.
Standard & Poor's abbassa il rating ad AA+ con
outlook negativo legato ai rischi politici.
Rabbia, dunque,
mista a sgomento all’interno dell’amministrazione
Obama che
adesso si trova con il triste primato di essere il
primo governo nella storia statunitense che ha visto
un abbassamento del giudizio di rating sul debito
del Paese (una decisione che puo’ minare ancor piu’
la fiducia degli investitori). “Una sentenza viziata
da un errore da 2mila miliardi di dollari parla da
sè”, ha tagliato corto un portavoce del Tesoro.
Anche questo botta-e-risposta segna una prima volta
nei rapporti con Standard & Poor: non c’era mai dato
che l’amministrazione criticasse apertamente la sua
capacità di comprensione del sistema politico
statunitense. Il Tesoro Usa ha discusso per tutto il
pomeriggio di venerdì con gli uomini di S&P tentando
di convincerli che le prospettive del debito sovrano
siano migliori di quanto appaiano a prima vista, ma
non sono riusciti nell’intento. In sostanza
l’agenzia ritiene che i tagli approvati da
Washington per elevare il tetto del suo debito non
siano stati sufficientemente severi.
Obama getta la spugna: USA in
bancarotta? NO, basta spostare l'asticella e l'arte
dello stampare moneta prosegue nel suo corso...Obama
ha ceduto. Il tetto del
debito pubblico
degli Stati Uniti fissato per legge sarà alzato di
2.400 miliardi di dollari per evitare il default.
l'8 luglio 2011 segna
l'inizio del tracollo economico italiota. Le Borse
mondiali vendono a tonnellate tutti i titoli di
credito italioti nella speranza di rientrare ora di
un credito che domani non potranno piu' far valere.
Il risultato è una crescita spaventosa del tasso di
interesse che il governo italiota deve allegare per
rendere appetibili quei titoli di credito necessari
per stampare carta moneta. Ma è una coperta ormai
inesistente: 2000 miliardi di euro di debiti sono un
pianeta che non può piu' essere rifinanziato. La
manovra da 160.000 miliardi di vecchie lire non può
piu' rattoppare un buco da 4.000.000 di miliardi di
vecchie lire....
La denuncia
arriva direttamente dal quotidiano economico del
Wall Street Journal. In sostanza nei bilanci dei
primi dieci istituti americani le perdite nascoste
pesano tutt'ora per quasi 14 miliardi di dollari
C'ERANO QUASI 300 MILIONI DI EURO DI CONTENZIOSO
MONDADORI - DI PROPRIETA' FRAUDOLENTA DI TESTA
D'ASFALTO - COL FISCO PER LA SOLITA EVASIONE FISCALE.
SICCOME LO STATO HA BISOGNO DI DENARI E SICCOME I
PEZZI DI MERDA NATURALMENTE AL GOVERNO AGISCONO PER IL
BENE COMUNE, ECCO CHE CON UN CODICILLO MONDADORI SE NE
ESCE CON UN CONTRIBUTO DI 8,6 MILIONI DI EURO, IL
RESTO?? CHE SI FOTTANO!!!
La Russa mattatore della
manifestazione a Milano. Pochissimi intimi hanno
potuto ammirare il vasto campionario in sfilata a
cominciare dal SubTranMutantex Brambilla
La Cina
Capital-Comunista e' la seconda economia mondiale dopo
gli Stati Uniti. Italia retrocessa al settimo posto.
Una bolla di calore
clamoroso manda in fumo, nel mese di luglio, il
raccolto di grano di Russia ed area Mesopotamica.
L'abbattimento delle riserve di grano sui mercati
mondiali determina una velocissima ascesa del prezzo
del pane soprattutto nei paesi terzomondisti
chegenerano fortissimo malcontento popolare, un
malcontento che esploderà nel gennaio 2011 in tutto il
Nord Africa e Medio Oriente con la caduta dei regimi
di Gheddafi (guerra civile orchestrata dalla potenze
occidentali allo scopo di mettere le mani sul petrolio
alla fonte), Mubarach in Egitto, Ben Alì in Tunisia (
con sfruttamento delle forze di destra italiote del
flusso migratorio generatosi allo scopo di tamponare
l'emorragia di voti alle amministrative
dell'aprile-maggio 2011), Emiri in Bahrein, Assad in
Siria, anche se quest'ultimo, protetto da Russia ed
Iran,continua a mantenere il potere attraverso il
massacro totale della popolazione.
COME
SI CHIUSE IL LUGLIO ITALIOTA DEL 2010? CON 18 MILIARDI
DI TAGLI FINANZIARI A SCUOLA E REGIONI SUI 25
REALIZZATI IN MANOVRA DA TREMORTI
PER "CORREGGERE" I
CONTI PUBBLICI E CON L'ALLUNGAMENTO DEI TEMPI DELLA
PENSIONE. IL GRAN VISIR DOPO AVER ESPULSO LA SUA
CAMERIERA FINI DAL PARTITO, LO FA MASSACRARE DALLA SUA
STAMPA FINANZIATA PUBBLICA SUL CASO DELL'APPARTAMENTO
DEL COGNATO SVENDUTO DAL PATRIMONIO IMMOBILIARE DI AN.
IL PAPPAMENTO NEL FRATTEMPO NEGAVA L'AUTORIZZAZIONE A
PROCEDERE DELLA PROCURA CONTRO COSENTINO, ACCUSATO DI
CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA. LA VITTORIA
NEI VOTI DEL PAPPAMENTO DEL GRAN VISIR SI DEVE ALLA
PODEROSA VENDITA DI PARLAMENTARI DI MEZZA TACCA
PROVENIENTI DA TUTTO LO SPETTRO POLITICO AL GRAN VISIR
CHE NON LESINA DANARI A PIOGGIA PER TUTTI COLORO CHE
SI VENDONO COME DEI MERDOSI. IL CASO COSENTINO SI LEGA
ALLA SCOPERTA DELLA LOGGIA MASSONICA P3 COSTITUITA DA
TESTE DI CAZZO DEL GRAN VISIR CON LO SCOPO DI
CORROMPERE A MANI BASSE LA CORTE COSTITUZIONALE REA DI
AVER STOPPATO TROPPE LEGGI AD PERSONAM DEL GRAN VISIR.
NELLA LOGGIA VI ENTRA ANCHE IL GINNICO BERTOLASO, IL
COMANDANTE IN CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE, RITIRATOSI
POI NEL NOVEMBRE 2010. PROSEGUE NEL FRATTEMPO LA
PODEROSA CADUTA ECONOMICO-INDUSTRIALE DELL'ITALIA.
Aveva 71
anni, era malata da tempo. E' stata la
fondatrice del Kenya's Green Belt Movement. Il
premio le fu assegnato per "il contributo alle
cause dello sviluppo sostenibile, della
democrazia e della pace"
«C'è il rinnovo per Mancini. In
tre anni ecco 19 milioni»
La firma sul nuovo contratto non
c'è ancora, ma secondo la stampa
inglese arriverà entro la fine di
questa settimana, prima che
Mancini, che ieri ha assistito
alla vittoria del Pescara in casa
della Sampdoria, vada in vacanza
con la famiglia
LONDRA (INGHILTERRA) -
Rinnovo di contratto in vista
per Roberto Mancini, volato a
Abu Dhabi la settimana scorsa
per discutere i dettagli del
nuovo accordo triennale da 19
milioni di euro. La firma sul
nuovo contratto non c'è ancora,
ma secondo il Daily Mail
arriverà entro la fine di questa
settimana, prima che Mancini,
che ieri ha assistito alla
vittoria del Pescara in casa
della Sampdoria, vada in vacanza
con la famiglia. Il manager del
Manchester City è volato a Abu
Dhabi martedì scorso in
compagnia del suo vice David
Platt e del direttore sportivo
Brian Marwood. Dopo l'incontro
con lo sceicco Mansour, che si è
voluto complimentare di persona
per la conquista della Premier
League, sono cominciate le
trattative per prolungare
l'attuale contratto che scade
nel 2013. Il presidente Khaldoon
Al Mubarak ha proposto a Mancini
un nuovo accordo fino al 2015,
con un sostanzioso ritocco verso
l'alto, dagli attuali 4 a 6,3
milioni di euro a stagione. Un
chiaro segnale di stima e
gratitudine per quanto finora
fatto da Mancini, che in due
anni e mezzo ha vinto un
campionato e una Fa Cup. Mancini
è rientrato in Italia giovedì
scorso senza firmare ma non
sembrano esserci dubbi sul suo
futuro, che continuerà ad essere
all'Etihad Stadium.
Montpellier
campione
Ma è finale vergogna
La protesta durante
Auxerre-Montpellier
La rivelazione conquista il suo
primo titolo imponendosi 2-1 sul
campo dell'Auxerre, dove però a
inizio ripresa la gara è stata
sospesa per lancio di oggetti (il
pubblico protestava per lo scarso
impegno). Interrotta per 5' al 32'
anche Lorient-Psg per lancio di
razzi dei tifosi della squadra di
Ancelotti, che vince 2-1 in
rimonta (in gol Pastore e Thiago
Motta) ma non basta
PARIGI - Ultima
giornata che ha dell'incredibile
nel campionato di calcio
francese, non tanto per l'esito
del torneo e la conquista del
tricolore transalpino, quanto
per quello che è accaduto sui
due campi principali.
Protagonisti, però, in entrambi
i casi non i ventidue in campo
bensì il pubblico sugli spalti.
LANCIO OGGETTI, SOSPESA
AUXERRE-MONTPELLIER -
La partita Auxerre-Montpellier,
decisiva per l'assegnazione del
titolo 2012 della 'Ligue 1', è
stata interrotta a causa del
comportamento dei tifosi sugli
spalti. Al rientro in campo
dagli spogliatoi per l'inizio
del secondo tempo, dopo l'1-1
dei primi 45', i giocatori delle
due squadre sono stati infatti
accolti da un fitto lancio di
palle da tennis, rotoli di carta
igienica e pomodori. In questo
modo il pubblico ha voluto
protestare per l'atteggiamento
remissivo dei calciatori sul
terreno di gioco, che avevano
dato l'impressione di
accontentarsi del pareggio (al
Montpellier bastava un punto per
laurearsi per la prima volta
campione di Francia mentre la
compagine di casa era già
retrocessa). L'arbitro Said
Ennjimi ha così ritardato la
ripresa del gioco, poi l'ha
ordinata ma ha dovuto sospendere
il match al 5' st perché il
lancio di oggetti è
ricominciato.
UTAKA, DOPPIETTA CHE
VALE IL TITOLO -
Successivamente la partita è
ripresa, dopo un'interruzione di
15 minuti. Alla fine il
Montpellier si è imposto per 2-1
in rimonta: Olivier Kapo aveva
portato in vantaggio i locali al
20', raggiunti
al 32' da
John Utaka, che poi alla
mezz'ora della ripresa firmava
la doppietta personale mettendo
il sigillo sul trionfo di questa
provinciale, capace di prevalere
nel testa a testa sul Psg
costruito con i miliardi degli
sceicchi.
ANCHE LORIENT-PSG
SOSPESA 5' PER LANCIO RAZZI
- Ma non è finita qui.
Anche il confronto fra Lorient e
Paris St. Germain, secondo in
classifica a tre punti dal
Montpellier alla vigilia del
turno conclusivo, è stato
interrotto al 32', sull'1-0 per
il Lorient (a segno al 28' Kevin
Monnet-Paquet), per il lancio di
razzi in campo da parte del
pubblico di fede parigina. In
questo caso l'arbitro Laurent
Duhamel ha ritenuto che non ci
fossero le condizioni di
sicurezza necessarie per far
continuare l'incontro. La
partita è rimasta interrotta per
cinque minuti, poi è ripresa.
VITTORIA INUTILE FIRMATA
PASTORE E THIAGO MOTTA
- Alla fine la squadra della
Capitale, guidata in panchina da
Carlo Ancelotti, è riuscita a
ribaltare il risultato, vincendo
per 2-1. Una rimonta inutile,
però, viste le notizie che
arrivavano da Auxerre, quella
firmata dagli 'ex italianì
Javier Pastore, in gol al 61', e
Thiago Motta, in rete al 75'. E
così il Psg costruito dal
direttore sportivo Leonardo deve
accontentarsi della piazza
d'onore, mentre retrocedono
invece in Ligue 2 Digione e Caen
che vanno a fare compagnia all'Auxerre.
Il Pescara di
Zeman in A
Travolta la Sampdoria
La squadra abruzzese passa a
Marassi 3-1 e riconquista la
massima serie dopo 19 anni con una
giornata di anticipo. Per i
biancazzurri doppietta di Caprari
e rete di Immobile, per i
blucerchiati Juan Antonio di JACOPO
MANFREDI
GENOVA - Al secondo
tentativo, il Pescara non manca
l'appuntamento con il destino e
centra, dopo 19 anni, il ritorno
in serie A imitando, a poche ore
di distanza, il Torino. A Genova
doveva vincere per rintuzzare
l'assalto di Verona e Sassuolo e
lo ha fatto con autorevolezza
(1-3) chiudendo i conti, in
pratica, dopo appena mezz'ora.
E' vero che, con il risultato
arrivato da Nocera, la Samp si
era già matematicamente
garantita l'accesso ai play-off
ma i doriani, sotto agli occhi
di Roberto Mancini, non hanno
certo steso tappeti rossi agli
avversari, rassegnandosi alla
sconfitta solo dopo aver subito
il terzo gol.
CAPRARI APRE LE DANZE
- Dopo un'occasione per parte
(Pozzi e Cascione) sono gli
ospiti a passare (18') con un
preciso destro in diagonale di
Caprari, smarcato in area da
Verratti. La Samp reagisce con
carattere ma al 26' sciupa con
Icardi una ghiotta occasione per
pareggiare. L'attaccante,
preferito ad Eder, salta anche
Anania in uscita ma liscia
incredibilmente a porta vuota il
pallone col sinistro.
PATATRAC DI ROMERO,
IMMOBILE RADDOPPIA - Il
Pescara ringrazia e, al 29',
raddoppia approfittando di un
altro regalo: stavolta lo fa
Romero che sbaglia
clamorosamente un rinvio,
calciando addosso all'accorrente
Immobile che raccoglie i frutti
del proprio pressing vedendo il
pallone schizzare
rocambolescamente in rete.
POZZI FALLISCE IL RIGORE
DELL'1-2 - Insigne
manca lo 0-3, fa ancora peggio
al 45' Pozzi che, dopo essersi
procurato con esperienza
(fallo di
Anania) un calcio di rigore, lo
calcia malamente sul palo
esterno, fallendo la migliore
delle occasioni per riaprire il
discorso prima dell'intervallo.
VERRATTI E ANANIA
CHIUDONO LA PORTA -
Nella ripresa la Samp ci prova
ancora ma, nel giro di 1', tra
il 52' ed il 53', sciupa altre
due limpide occasioni con Pozzi,
che si fa respingere sulla linea
da Verratti un destro a colpo
sicuro, e con Gastaldello, che
calcia addosso ad Anania, solo
davanti al portiere.
CAPRARI COMPLETA LA
FESTA - Il Pescara
riordina le idee e, dopo aver
impegnato per due volte Romero
con Insigne, triplica al 61' con
Caprari che, lanciato in area,
salta in dribbling due uomini e
batte con un preciso rasoterra
il portiere blucerchiato. Zeman
in panchina si commuove. E' il
segnale che la festa
biancazzurra può iniziare
davvero anche se, all'83', la
Samp riesce, se non altro, a
rendere meno pesante il passivo
con il subentrato Juan Antonio
che batte Anania con un preciso
destro in diagonale su assist di
Laczko.
Dopo tre anni trascorsi nel
purgatorio della serie cadetta, la
squadra allenata da Giampiero
Ventura ha conquistato la
promozione in A vincendo 2 a 0
allo stadio Olimpico contro il
Modena. In città piove a dirotto,
ma il tripudio della gente non
conosce ostacoli
Fuori dalla
cinta daziaria ha perso il suo
appeal da tempo, ma in città,
quando vince il Toro,
è ancora festa di popolo. E
pazienza se piove. Anzi, il
diluvio è un compagno di viaggio
da quel 4 maggio 1949 quando le
nuvole inghiottirono la squadra
più bella e amata, sul
terrapieno della
Basilica di Superga.
Quando vince la Juve, Torino si
riempie (anche) di turisti, le
previsioni cambiano e la folla
di villeggianti calcistici della
festa ringrazia il cielo e
saluta il pullman scoperto. Ieri
no, ma la festa è uguale.
Al
Filadelfia, il tempio
del Grande Torino
ridotto a rudere da 15 anni,
sono in migliaia, bagnati e
contenti. Potrebbero essere di
più, allo stadio erano in
25mila, di più, oggi, non ce ne
stanno. Due gol, uno per tempo,
e tutto va stranamente come
doveva andare. Qualcuno,
nell’intervallo, evoca lo
spettro di Mozzini,
che il 16 maggio 1976, giorno
dell’ultimo scudetto granata,
incappò in in comico autogol
contro il Cesena e per poco non
rovinó la festa. Non succede, e
anche se i tempi non sono più
gli stessi.
Si fa festa
uguale. Chi non è tifoso non
capirà. Dirà che il tifo è
l’oppio dei popoli, che con
tutti i problemi che ci sono
affidare il proprio buonumore a
un mondo marcio come quello del
calcio è una puerile
bestemmia. Forse hanno
ragione, ma sicuramente non
hanno mai abbracciato uno
sconosciuto con le lacrime agli
occhi dentro uno stadio. Torino
è una città in difficoltà. Anni
di loisir post
industriale hanno dato i loro
frutti cancellando la fuliggine
grigia della company town
fordista del ’900. Ma ora la
rinascita presenta il conto. Un
debito
miliardario, niente soldi in
cassa, asili chiusi e
cooperative sociali senza
stipendio da mesi. Ha senso
festeggiare per una
promozione in Serie A
(dopo tre campionati passati
nella serie cadetta)? Sì, se non
ci fosse nessuno ci
guadagnerebbe. Così abbondano i
sorrisi.
E’ quasi
sera, il pullman dei ragazzi in
granata arriva ai ruderi del
Fila. Tutti
immaginano di rivedere capitan
Mazzola
rimboccassi le maniche al suono
del ferroviere trombettiere
Bolmida. Un
tempo era l’inizio del quarto
d’ora granata, in cui i vecchi
tifosi giurano non sia mai
mancato il gol. Questa volta è
solo per il via al giro scoperto
in città. Pazienza se piove. Il
Toro è tornato.
Dal City al
Psg, i nuovi padroni del calcio
comandano i petrodollari degli
sceicchi
Mansur bin Zayed al Nahyan,
proprietario del Manchester City
Gli investitori arabi hanno sfondato
un muro conquistando la Premier. Ed
ora possono cambiare il panorama e
gli equilibri più dei russi. E
l'Italia li aspetta
dal nostro
corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Il mondo è degli
sceicchi. Lo si diceva un tempo,
alludendo al petrolio. Lo si
ripete ora, a proposito del
calcio. Sotto, c'è sempre l'oro
nero. Ma in superficie adesso c'è
il pallone, di cui gli Emirati
Arabi, il Qatar e magari un giorno
o l'altro qualche altra potenza
energetica del Medio Oriente
vogliono diventare i padroni. Non
c'è dubbio che ci stanno
riuscendo, dopo che il Manchester
City si è aggiudicato la Premier
League. Il muro è stato abbattuto.
Ed è solo l'inizio. "Ogni estate
Real Madrid e Barcellona spendono
un sacco di soldi per comprare due
o tre giocatori", ha detto ieri
Roberto Mancini alla Bbc. "Penso
che dobbiamo fare altrettanto, per
migliorare ancora e avere la forza
di competere contemporaneamente
per la Premier e per la Champions".
E se si guarda alle ultime
campagne del Real da 200 milioni
si può avere un'idea di quanto
potrebbe scucire ora il City, o
meglio lo sceicco Mansur, un
giovanotto con l'aria dello
studente che è stato solo una
volta allo stadio Etihad di
Manchester, 4 anni fa, e ha
preferito restare lontano dai
riflettori anche domenica, ma che
è imparentato con l'emiro di Abu
Dhabi e guida il fondo di
investimenti più ricco del
pianeta.
L'emiro del Qatar ha comprato il
Paris Saint Germain, un altro
sceicco, sempre del Qatar, nel
2010 ha acquistato il Malaga e
quest'anno col 4° posto nella Liga
è arrivato in Champions. E lo
shopping continuerà.
Gli sceicchi
cercano la squadra giusta, nel
paese giusto: si dice che abbiano
puntato gli occhi anche
sull'Italia, o forse è un calcio
italiano disperatamente a caccia
di capitali che ha puntato gli
occhi sugli arabi, per non
retrocedere ulteriormente al rango
di ex-potenza europea. Il Milan è
in trattativa per la cessione di
una quota, e altrettanto Zamparini
per il Palermo.
Nemmeno gli oligarchi russi hanno
così tanti soldi da spendere. E
soprattutto è diversa la
motivazione. Abramovich lo fa per
fare pubblicità a sé e ai suoi
affari, per capriccio, perché
tutti, anche i miliardari, hanno
bisogno di un giocattolo. Ma
proprio per questo, così com'è
venuto, potrebbe andarsene, o
decidere di spendere meno, se non
altro per non irritare il suo vero
padrone, lo zar Putin, che tutto
vede da Mosca e potrebbe sempre
mettergli l'ex-Kgb alle calcagna.
Gli sceicchi invece hanno uno
scopo geopolitico. Per fare
ottenere rispetto e influenza al
loro paese. Per suscitare simpatie
in Occidente. Per avere alleati
economici e protezioni militari. È
una strategia a lungo termine.
Perciò non smetteranno di spendere
tanto presto.
Galatasaray
campione. Scontri fra tifosi in
Turchia
La squadra
di Fatih Terim e Felipe Melo ha
vinto per la 18/a volta nella sua
storia il titolo di campione di
Turchia, pareggiando 0-0 sul campo
dei rivali del Fenerbahçe
ISTANBUL - Il Galatasaray ha
vinto per la 18/a volta nella sua
storia il titolo di campione di
Turchia, pareggiando 0-0 sul campo
dei rivali del Fenerbahçe. Uno
choc per i tifosi di casa che ha
dato il via a diversi scontri tra
supporter a cui è seguito
l'intervento della polizia. Il
Galatasaray che non vinceva il
campionato dal 2008 ha terminato
la stagione con un punto di
distacco dal Fenerbahçe che
avrebbe potuto aggiudicarsi a sua
volta il titolo in caso di un
successo nel proprio stadio. E
così il trionfo del Galatasaray ha
fatto scoppiare una serie di
incidenti tra le due tifoserie.
Scontri arginati dalla polizia in
assetto antisommossa che ha dovuto
usare lacrimogeni e cannoni spara
acqua. Dai fotogrammi sul circuito
internazionale si vedono numerosi
seggiolini divelti lanciati sul
campo invaso dai tifosi.
I giocatori del Galatasaray
rintanati negli spogliatoi dello
stadio, a fine partita, hanno
rifiutato di ricevere il trofeo di
campioni di Turchia. "Non si
riceve una coppa negli spogliatoi"
si è lamentato il tecnico del
Galatasaray, Fatih Terim (ex
allenatore di Milan e Fiorentina).
Incidenti sono scoppiati anche
all'esterno dello stadio, dove le
unità della polizia in assetto
antisommossa hanno fatto ricorso
ai cannoni spara acqua per
disperdere i tifosi. Il canale
televisivo NTV ha mostrato alcune
immagini con una vettura della
polizia turca in fiamme nei pressi
dello stadio. Diversi poliziotti
sono poi stati feriti dal lancio
di pietre, mentre diverse unità
delle forze dell'ordine sono state
mobilitate per soccorrere alcuni
tifosi investiti dai gas
lacrimogeni. A Sivas, nella
Tirchia centrale, un supporter del
Galatasaray di 29 anni è stato
accoltellato allo stomaco nel
corso di una colluttazione. Nella
città di Denizli, invece, un uomo
di 46 anni è morto colpito da
infarto mentre guardava la
partita.
Guidolin
sorprende tutti
"Sono stanco, mi fermo"
Annuncio a sorpresa del tecnico
bianconero: " Ringrazio i ragazzi ma
ora devo staccare la spina. Non so
se sono in grado di affrontare
un'altra stagione con oltre 50
partite. Ne parlerò con calma con la
società. Potrei fare il dt? E' una
buona idea"
"E' stata
una grande impresa, superiore a
quella dello scorso anno, ma
l'anno prossimo non so se ci
sarò". Francesco Guidolin rovina,
in parte, la grande festa
dell'Udinese per la conquista dei
preliminari di Champions,
annunciando di volersi fermare: "
Ringrazio i ragazzi per il bel
regalo che mi hanno fatto ma ora
avverso solo una gran voglia di
riposare. Sono stanco, devo
staccare la spina".
NON SO SE SARO' PRONTO PER
LUGLIO - Parole che
suonano come un addio anche se poi
Guidolin corregge, parzialmente,
il tiro: " Ne parlerò con la
società, faremo assieme le giuste
valutazioni. Ora mi sento solo di
dire che non so se per luglio avrò
ricaricato le pile. Di certo il
tempo che manca all'avvio della
nuova stagione è poco..."
POTREI FARE IL DIRETTORE
TECNICO - Il tecnico
bianconero si dice provato da una
stagione che è stata lunghissima.
" Ora come ora non mi sento in
grado di ripartire per un'altra
annata di oltre 50 partite. Questa
mi ha consumato, devo riposarmi".
Guidolin lancia anche un'idea alla
società per il futuro: " Io come
direttore tecnico con un giovane
allenatore in panchina? Potrebbe
essere la soluzione giusta. Io
sono pronto".
Dortmund,
conferma in coppa
Bayern travolto in finale
Lewandoski esulta, sconsolati
Badstuber e Neuer
I
gialloneri doppiano il successo in
campionato, dominando la finale di
Berlino contro i bavaresi. Finisce
5-2: segnano Lewandowski (3), Kagawa
e Hummels per i gialloneri, la
squadra di Heynckes replica
parzialmente con Robben (rigore) e
Ribery
Ora il
trionfo del Borussia Dortmund è
completo. Dopo aver vinto la
Bundesliga, la squadra allenata
da Jurgen Klopp si è imposta
anche nella finale di coppa di
Germania. In un Olimpico di
Berlino stracolmo, i gialloneri
hanno battuto la rivale della
stagione, il Bayern Monaco. Un 5-2
che non ammette repliche, e che
conferma la superiorità negli
scontri diretti emersa anche in
campionato (doppia vittoria 1-0).
La gara ha subito preso una piega
favorevole per il Dortmund, andato
in vantaggio appena al 3' con un
tocco ravvicinato del giapponese
Kagawa, pronto nello sfruttare un
assist di Goetze. Buona comunque
la reazione dei bavaresi, che
trovano il pari con Robben, freddo
nel trasformare un calcio di
rigore concesso per fallo del
portiere Weidenfeller su Gomez.
Sul finire del primo tempo, la
svolta del match: rigore per il
Borussia che Hummels trasforma
nonostante il tuffo intuitivo di
Neur, quindi Kagawa serve in
verticale Lewandowski che segna
appena entro l'area.
Nella ripresa è ancora il polacco
a colpire in contropiede per il
poker con un destro ad incrociare
preciso e potente. Bayern comunque
orgoglioso: Mario Gomez colpisce
una traversa da pochi metri con un
colpo di testa, quindi Ribery
inventa un bel gol con un sinistro
dalla media distanza. Sono
comunque episodi isolati: il
Dortmund resta sempre padrone
della situazione, e complice un
errore clamoroso di Neuer, arriva
il definitivo 5-2 siglato dallo
scatenato Lewandoski con un colpo
di testa a porta spalancata.
Dortmund in festa, al
Bayern resta
la finale di Champions League con
il Chelsea, confine tra una
stagione trionfale e una
fallimentare
Le spese
folli del Man City
un miliardo per la premier
Sergio Aguero, una delle
stelle del City
Uno studio
del 'Daily Telegraph rivela che dal
2008 ad oggi lo sceicco Mansur bin
Zayed al-Nahyan ha sborsato qualcosa
come un miliardo e 200 milioni di
euro per acquistare e rafforzare il
club inglese
dal corrispondente
LONDRA
- Che cosa serve per
vincere la Premier League in
quattro anni, o perlomeno per
arrivare all'ultima giornata con
"due dita" sul titolo, come dice
Roberto Mancini alla vigilia del
match decisivo di domenica con i
Queen Park Rangers? Serve, più o
meno, un miliardo di sterline,
vale a dire un miliardo e 200
milioni di euro, la cifra spesa
dal 2008 ad oggi dallo sceicco e
petroliere Mansur bin Zayed
al-Nahyan, fratello del principe
della corona di Abu Dhabi, per
acquistare e rafforzare il
Manchester City. Lo rivela uno
studio dei bilanci delle società
della massima serie inglese
compiuto dal Daily Telegraph, che
mette in luce i favolosi guadagni
e le ancora più favolose spese del
campionato probabilmente più bello
ma certamente più ricco del mondo.
Per l'esattezza, da quando è
diventato di proprietà (di fatto)
degli Emirati Arabi, il City ha
speso 930 milioni di sterline, a
cui tuttavia vanno aggiunti gli
acquisti (55 milioni di sterline)
dell'estate scorsa, più i salari,
i premi e le spese varie della
stagione in corso, che ancora non
risultato nei bilanci del club. Il
totale di quattro anni o meglio
quattro campionati supera dunque
nettamente il miliardo di
sterline, una somma strabiliante.
Nel bilancio relativo ai primi tre
anni della gestione Mansur, la
squadra ha generato 365 milioni di
sterline tra incassi allo stadio,
diritti televisivi e sponsor, per
cui il resto, 565 milioni di
sterline, pari a più di 600
milioni di euro, ce lo ha dovuto
mettere lo sceicco di tasca
sua. Non un
problema, per uno dei (giovani)
uomini più ricchi del pianeta,
tantomeno per l'emiro di Abu Dhabi
che attraverso il suo fondo di
investimenti distribuisce denaro a
pioggia dove meglio ritiene
opportuno in una strategia di
conquista del "soft power" di cui
il suo piccolo paese ha bisogno
per sentirsi rispettato e proetto
sulla scena internazionale.
L'analisi del Telegraph rivela
inoltre che, relativamente alla
stagione 2010-2011, le venti
squadre della Premier League hanno
generato complessivamente un
fatturato di 2 miliardi e 230
milioni di sterline, pari allo
0,148 per cento del pil della Gran
Bretagna: come una multinazionale
dell'industria, dunque. Tutti
insieme, i venti club hanno speso
1 miliardo e mezzo in salari e
costi per lo staff. E tutti
insieme hanno accumulato un debito
di 1 miliardo e 390 milioni di
sterline, che costa loro 97
milioni di sterline l'anno di
interessi. Il City ha chiuso la
scorsa stagione con il passivo più
pesante: 194 milioni di sterline.
Lo seguono, in questa graduatoria
dei bilanci in rosso, il Liverpool
con 89 milioni e il Chelsea con 86
milioni. Le altre due grandi del
football inglese hanno invece
chiuso il bilancio 2010-'11 in
attivo: il Manchester United con
62 milioni di sterline e l'Arsenal
con 21 milioni. Ma l'Arsenal non
vince più niente da cinque anni e
lo United, se non riuscirà a
portare via il titolo al City
all'ultima giornata, chiuderà la
stagione senza neanche un trofeo,
il suo peggior risultato dal 2004.
Per vincere a questo livello, è il
messaggio della Premier, bisogna
spendere, possibilmente intorno a
un miliardo. In attesa che la
regola della Uefa sul Financial
Fair Play, ovvero sull'obbligo di
spendere quanto si guadagna e non
di più, entri presto in funzione.
Stracittadina
combattutissima anche se piena di
errori, anche arbitrali. Finisce 4-2
per i nerazzurri: reti in
successione di Milito, Ibrahimovic
(uno su rigore), quindi ancora il
Principe con due tiri dal dischetto.
Chiude la serata Maicon
MILANO
- E' stato uno dei
derby più roventi degli ultimi
anni. Lo vince l'Inter, che si
regala un barlume di speranza per
la conquista del terzo posto e
soprattutto affossa le speranze
scudetto del Milan. Un successo
meritato, frutto di una partita
ricca di errori (4-2, troppi gol
per la perfezione tattica), anche
arbitrali, ma che ha visto le
squadre battersi con le ultime
energie - poche - rimaste dopo una
stagione logorante. Insomma,
Stramaccioni forse di guadagna la
conferma azzeccando il primo derby
della vita, ma va dato atto al
Milan di non avere mollato neanche
un momento l'idea di prendere la
Juve campione d'Italia.
Per capirci qualcosa, nella
confusione generale che
caratterizza il finale del primo
tempo, bisogna carpire il quadro
tattico soprattutto nella parte
iniziali. Stramaccioni la affronta
simil Ranieri (ricordate il derby
di andata), con due linee molto
serrate - Alvarez va a sinistra -
con Sneijder sulla trequarti a
sostegno di Milito. Allegri
sceglie il guizzante Robinho quale
partner di Ibra, lasciando a
Boateng il compito di giocare tra
le linee e dando a van Bommel le
chiavi della mediana. Dicevamo del
derby di andata. Tatticamente
simile, è diverso caratterialmente
l'approccio dell'Inter, che non
aspetta ma aggredisce. Il gol di
Milito con un destro sotto misura,
che segue ad una occasione analoga
divorata da Ibrahimovic, è il
primo spartiacque della partita.
Prende il via una fase tutta
nerazzurra, condita anche dal
presunto gol fantasma - meno netto
di quello di Muntari - dopo un
colpo di
testa di Samuel
splendidamente respinto da Abbiati.
Il secondo spartiacque della gara
lo offre l'arbitro Rizzoli, che
inventa un rigore per il Milan -
gelido Ibra nella trasformazione
in barba alle provocazioni di
Julio Cesar - ed innesca reazioni
a catena. Animi esacerbati, si
scatena una specie di caccia
all'uomo. Menzione 'specialè per
un calcione di Samuel a Robinho,
meritevole di un rosso vivo che
non arriva. Insomma, Inter
sull'orlo di una crisi di nervi e
Milan paradossalmente
rivitalizzato di energie sempre
più carenti. Da segnalare nel
contesto i cambi forzati di
Abbiati e Bonera con Amelia e De
Sciglio che privano Allegri di
altri cambi.
La ripresa vede un Milan più
concreto, con Ibra che subito
mette la freccia con un preciso
tocco morbido. Interisti sempre
più nervosi, calmati solo dal
rigore - giusto - concesso a
Milito (che trasforma) per ingenua
trattenuta di Abate. Energie che
calano, squadre lunghe, è fin
troppo evidente che non finirà
così. Il match point del Milan è
sulla coscia di Muntari, che da
due passi non tramuta in rete un
assist di Ibra. Quello dell'Inter
è per Milito, che sigla la sua
tripletta personale segnando il
terzo rigore della serata: il
fallo di Nesta su girata di testa
di Pazzini è soggetto ad
interpretazione, in pratica altre
polemiche. Il Milan, sbilanciato
dall'ingresso di Cassano, non ne
ha più, l'Inter dilaga e Maicon
con un destro da lontano fa poker.
I nerazzurri consegnano lo
scudetto alla poco amata Juve: a
giudicare da come si sono
impegnati, la cosa non li tocca
particolarmente
Inter batte Milan 4-2
(1-1) Inter (4-3-2-1):
Julio Cesar 6.5; Maicon 6.5, Lucio
6.5, Samuel 5, Nagatomo 6; Guarin
6.5 (17' st Obi 6), Cambiasso 6.5,
Zanetti 6.5; Sneijder 6.5 (39' st
Cordoba sv), Alvarez 6 (30' st
Pazzini 6); Milito 7 . (12
Castellazzi, 17 Palombo, 23
Ranocchia, 28 Zarate). All.:
Stramaccioni 7. Milan (4-3-1-2):
Abbiati 6.5 (35' pt Amelia 6);
Abate 6, Nesta 5.5, Yepes 5.5,
Bonera sv (21' pt De Sciglio 6);
Nocerino 6, Van Bommel 6, Muntari
6 (32' st Cassano sv); Boateng 6;
Robinho 6, Ibrahimovic 6.5. (5
Mexes, 8 Gattuso, 18 Aquilani, 21
Maxi Lopez). All.: Allegri 6.5 Arbitro: Rizzoli
di Bologna 4.5. Reti: nel pt 14'
Milito, 44' Ibrahimovic (rigore);
nel st 1' Ibrahimovic, 7' Milito
(rigore), 34' st Milito (rigore),
42' st Maicon. Recupero: 3' e 3' Angoli: 10-4 per
l'Inter. Ammoniti: Zanetti,
Nocerino, Julio Cesar, Abate,
Alvarez, Van Bommel per gioco
falloso; Maicon per comportamento
antiregolamentare. Spettatori:
78.222 per un incasso di 2.655.183
euro.
IL
MOMENTO DEGLI UOMINI MERDA
Gli
spettatori tengono solo per
gli ascolti tv che infatti crescono
e per la finale di Coppa Italia, il
20 maggio, ci vorrebbero almeno...
quattro stadi Olimpici (richieste
per 300.000 biglietti!). Il nostro
calcio ha tanti problemi e a livello
europeo quest'anno ha rimediato
sonori schiaffoni (dal prossimo
anno, poi, inizia il declino con
sole tre squadre in Champions, di
cui una ai preliminari...).
Alla
tredicesima giornata di ritorno gli
spettatori medi erano 22.000
(circa), due anni fa 23.500.
Insomma, c'è una continua emorragia
del sistema. Non un crollo, e
nemmeno una crescita significativa.
Gli stadi, si sa, sono quello che
sono, tranne rare eccezioni . I
prezzi in qualche caso troppo cari
(scandalosi quelli della finale di
Coppa Italia).
Alcune piazze hanno scontato la
modesta annata delle loro squadre:
vedi Firenze e Roma (versante
giallorosso). Poi ci sono impianti
piccoli come Novara, Siena e Cesena.
Il Cagliari ha dovuto giocare alcune
gare "interne" a Trieste: e gli
abbonati? Pensate che fregatura. E
la crisi economica poi fa il resto.
Siamo lontani anni luce dalla
Bundesliga e dalla Premier League,
ma questa non è certo una novità.
Che
fanno i club per riportare i tifosi
negli stadi? Niente, assolutamente
niente. Alle società basta che
le tv possano fare grandi ascolti e
strappare da loro ingenti
finanziamenti (ben TRE MILIARDI DI
EURO IN 12 ANNI !!!),
e li fanno: sia Sky che Mediaset
Premium sono in crescita. Il calcio
in Italia rischia di diventare
sempre più uno sport televisivo.
Non si sa ancora inoltre cosa
succederà il prossimo anno con la
tessera del tifoso, che dovrà
trasformarsi, nelle intenzioni, in
fidelity card. A fine stagione sarà
necessario che il Viminale faccia il
punto con la Lega di serie A, prima
che vengano programmati i piani per
gli abbonamenti. Un'incertezza che
non piace, e penalizza i tifosi.
"Si gioca troppo": l'allarme arriva
proprio dai calciatori. "Si guadagna
troppo"......nessuno lo dice NEMMENO
QUEL TESTA DI CAZZO DI FULVIO
BIANCHI CHE PREVEDEVA ASSOLUZIONE
PIENA PER MOGGI, UNA SPECIE DI
SIBILLA CUMANA ALLA ROVESCIA DATO
CHE NON NE AZZECCA MAI UNA.....TANTO
CHE NON SI CAPISCE PERCHE' ANCORA
SCRIVE.........AH GIA', LA
REPUBBLICA E' UN BEL CAROZZONE
SOSTENUTO DA 50 MILIONI DI SOLDI
PUBBLICI A BABBO MORTO....UN PO'
COME I PARTITI DIMMERDA DI STO PAESE
DIMMERDA !!!!!E' vero: un tempo,
ricorda il dottor Piero Volpi,
consulente dell'assocalciatori, un
giocatore faceva al massimo 45-50
partite in una stagione. Ora può
arrivare a 65-70. Un esempio: Michel
Platini 56 gare nel 1982-83; Samuel
Eto'o 62 partite nel 2009-'10.
Giovanni Petrucci ha detto che è un
problema che va discusso con
serenità (che manca), senza farsi
travolgere dall'emozione. Ma in
realtà, ridurre il numero delle
partite è sempre più difficile. Ci
sono le esigenze di Fifa e Uefa, che
allargano i loro tornei (con
soddisfazione delle Federazioni che
prendono più soldi...). Ci sono i
campionati nazionali che, vedi
soprattutto l'Italia, devono
rispondere alle tv che li tengono in
vita a suon di miliardi di euro.
Da noi, da anni si parla di riforma
dei campionati: al massimo si può
fare il blocco dei ripescaggi per la
serie B e la Lega Pro (e difatti se
ne parlerà nel prossimo consiglio
federale del 27 aprile), ma di un
progetto di riforma vero, serio,
approfondito e che coinvolga tutte
le aree calcistiche non c'è nulla.
Ogni Lega va avanti per conto suo, e
anche il sindacato calciatori ha
l'esigenza di tutelare i posti di
lavoro. Nessuna nazione europea ha
il nostro parco professionistico. La
Lega B vorrebbe partire il più
presto possibile con quello che il
presidente Andrea Abodi ha fatto
(già) votare ai suoi club: la
riduzione da 22 società (follia del
passato...) a venti. Un primo passo
avanti ma significativo.
La Lega Pro ha già stabilito di
scendere a tre gironi con un massimo
di 60 club (trenta in meno rispetto
ad anni fa, altra follia): scelta
obbligata perché molte, troppe
società, non ce la fanno ad
iscriversi, mentre altre dopo
essersi svenate per iscriversi
falliscono a campionato in corso o
non pagano più gli stipendi (basta
vedere le tante, troppe
penalizzazioni). Per questo
giustamente Mario Macalli vuole
"ripulire" la sua Lega: solo club
sani in futuro. Ma, ripeto, un piano
organico non c'è. La Lega di A, ad
esempio, da decine d'anni ha in un
cassetto un progetto di
ristrutturazione del campionato ma
non ci pensa assolutamente a tirarlo
fuori. I grossi club (Milan, Juve,
Inter, ecc.) sarebbero a favore di
una riduzione da 20 a 18 squadre,
avendo così più spazio per
l'attività internazionale. Ma i
medio-piccoli non ne vogliono
sapere. Temono, ma non è detto che
sia vero, che le pay tv, riducendo i
club, possano pagare di meno. Di
sicuro si giocherebbero meno gare,
il calendario non sarebbe così
ingolfato (con turni
infrasettimanali in inverno che
scatenano solo polemiche e disagi
per i tifosi) e il livello del gioco
probabilmente ne avrebbe un
beneficio. Ma tutto è fermo. Non se
ne discute nemmeno. Sino al 2015 la
Lega di A ha venduto i diritti tv
con questo "format" del campionato,
è vero: ma perché non studiare un
piano dal 2015 in avanti? Una volta
c'erano 18 squadre e quattro
retrocessioni. Ora sono venti, e
sole tre retrocessioni (con il
"paracadute"). Pensate che possano
(vogliano) tornare all'antico? Pia
illusione. Anni fa, molti anni fa,
l'attuale presidente della Figc,
Giancarlo Abete, aveva studiato un
piano dettagliato di riforma dei
campionati. Fu bocciato dai veti
incrociati. Ora Abete, che è il n.1
del calcio, non può certo imporlo
alle Leghe: lo statuto glielo vieta.
E così tutto resta fermo, si
sprecano i tavoli di lavoro (e le
cene) che non portano a nulla. La
tragedia di PierMario, comunque,
potrebbe portare ad una maggiore
attenzione, e prevenzione, per
quanto riguarda la salute degli
atleti. La Lega Pro presto firma un
protocollo con la Federazione medici
sportivi. Ospite in studio durante
la rubrica "Mattino Sport", in onda
dalle 7 di questa mattina su Rai
Sport 1, il presidente della Lega
Serie B, Andrea Abodi, ha fatto il
punto a poche ore dalla tragica
scomparsa di Morosini. "Cercare di
migliorare la sicurezza? Si può
sempre fare di più, ma se vogliamo
dare un senso a tutto quello che è
successo, dobbiamo alzare
l'asticella dell'attenzione in tutti
i sensi. In tutti i campi di calcio
ci sono i defibrillatori e questo va
ricordato. Al di la di quello che è
accaduto, che ha davvero sconvolto
tutti, nostro compito adesso è
trovare soluzioni per salvare la
vita di tutti quelli che potranno
avere lo stesso problema in futuro.
Cosa faremo per ricordare Morosini?
Il prossimo weekend tutti i
giocatori che scenderanno in campo
avranno la maglietta numero 25 di
Morosini". Giancarlo Abete insiste
sulla preparazione degli allenatori
e su una diffusione più capillare
dei defribillatori.
+++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++
«Via
l'Europa League e Champions a 64
squadre»
Sarebbe il progetto segreto di
Platini e in Germania la Bild è
sicura: rivoluzione a partire dal
2016
s
N
ROMA -
Cancellare l'Europa League e
allargare la Champions League a 64
squadre rispetto alle 32 attuali.
È il progetto del presidente dell'Uefa
Michel Platini che vorrebbe
rivoluzionare l'attuale assetto
delle competizioni europee a
partire dal 2016, almeno secondo
quanto riporta il giornale tedesco
'Bild', nella sua edizione
on-line. La riforma porterebbe da
quattro a sei gli ingressi nella
'nuova Champions' delle maggiori
potenze europee (Spagna,
Inghilterra e Germania)
permettendo però anche ai paesi
più piccoli come Lettonia,
Bielorussia e Slovacchia di
partecipare alla fase centrale
della competizione. Il progetto di
allargamento della Champions ad
altre 32 formazioni, che non
sarebbe stato accolto con grande
entusiasmo dai grandi club come
Barcellona e Bayern Monaco, nasce
dalla mancanza di appeal per gli
sponsor della Europa League e
dalla necessità di Platini di
aumentare il suo consenso. Il
presidente dell'Uefa - scrive la
Bild - è un grande sostenitore
delle piccole federazioni e in
particolare dell'Europa dell'Est.
Proprio quelle che nel 2007 gli
permisero di sedere sul trono
dell'organo di governo del calcio
continentale a scapito del suo
predecessore, lo svedese Johansson.
Per lo studio "Report Calcio
2012", nella stagione scorsa i
club si sono indebitati per quasi
tre miliardi di euro. Dato in
crescita del 14 per cento, visto
che nella precedente stagione i
club della massima serie avevano
300 milioni di pendenze in meno
LA
JUVENTUS ricorre al TAR per un
risarcimento danni da 444 milioni di euro
ed alla Corte d'Appello di Roma per
impugnare il LODO TNAS che chiudeva
CALCIOPOLI QUATER
'JUVENTUS FOOTBALL CLUB S.p.A. ha
depositato in data odierna presso il
Tribunale Amministrativo Regionale del
Lazio ricorso ai sensi dell’art. 30 del
codice del processo amministrativo contro
la Federazione Italiana Giuoco Calcio
(FIGC) e nei confronti della F.C.
INTERNAZIONALE s.p.a. chiedendo la
condanna al risarcimento del danno
ingiusto subito dall’illegittimo esercizio
dell’attività amministrativa e dal mancato
esercizio di quella obbligatoria in
relazione ai provvedimenti adottati dalla
FIGC nell’estate del 2006 e del 2011.
Con tale atto JUVENTUS intende far
accertare la mancanza di parità di
trattamento e le illecite condotte che
l’hanno generata ottenendo il risarcimento
agli ingenti danni che sono
prudenzialmente stimati in diverse
centinaia di milioni di euro per minori
introiti, svalutazione del marchio,
perdita di chances e di opportunità, costi
e spese.
Il ricorso dà seguito alla pronuncia del
Presidente Tribunale Nazionale di
Arbitrato dello Sport (TNAS) del 9
settembre 2011 che ha rimesso la Società
innanzi al TAR limitatamente ai danni e
rientra nella più ampia strategia di
tutela della Juventus in ogni sede, già
preannunciata nella conferenza stampa del
10 agosto 2011.' E così: Lo prevede la
legge 380 del 2003, in questo caso la
Juventus non rompe la clausola
compromissoria in quanto ultima ratio a
fronte di tutti i ricorsi presentati in
sede giuridica sportiva.
Il
10 febbraio
2012
la Juventus ha impugnato davanti alla
Corte d'Appello di
Roma
il lodo arbitrale TNAS del
15 novembre
2011,
portando così davanti alla giustizia
ordinaria anche la mancata revoca dello
scudetto
2005-2006.
(
CALCIOPOLI IL PROCESSO SPORTIVO 1,2,3
GRADO LUGLIO-OTTOBRE 2006)
(
CALCIOPOLI BIS, IL CASO INTER E
L'INTERVENUTA PRESCRIZIONE PER UN RIMANDO
A GIUDIZIO DELL'INTER STESSA, LUGLIO 2011)
(CALCIOPOLI TER, LA RADIAZIONE DI
MOGGI-GIRAUDO-MAZZINI DEFINITIVA, FEBBRAIO
2012)
(CALCIOPOLI QUATER: LA JUVENTUS RICORRE
ALLA FIGC PER LA REVOCA DELLO SCUDETTO
2006, RICORSO RESPINTO NEL LUGLIO 2011
ribadito con sentenza TNAS del novembre
2011)
(CALCIOPOLI QUINTIES, LA JUVENTUS RICORRE
ALL'UEFA PER L'ESCLUSIONE DELL'INTER DALLA
COPPE EUROPEE, RICORSO RESPINTO)
MILANO - TUTTA LA DOCUMENTAZIONE INSERITA IN
INTERNAZIONALSIT.ALTERVISTA.INDEX71.HTM
FINITA PER SEMPRE:
Niente sconti per Moggi e
Giraudo
Corte Coni conferma la radiazione
Ribadita la
sentenza che era stata decisiva dalla corte di
giustizia sportiva della Figc nell'ambito del
procedimento sportivo su Calciopoli. Respinto
anche il ricorso di Mazzini
ROMA -
L'Alta Corte di Giustizia
presso il Coni ha respinto i ricorsi
presentati da Antonio Giraudo, Innocenzo
Mazzini e Luciano Moggi, confermando la
radiazione che era stata decisa dalla corte di
giustizia della Figc nell'ambito del
procedimento sportivo su Calciopoli.
"Moggi era il capo
decisive schede sim"
Depositate le motivazioni
del processo di Napoli che ha condannato l'ex
direttore generale della Juventus. "Chiari gli
elementi di prova"
di
DARIO DEL PORTO
Ecco tutte le 558 pagine
delle motivazioni su Calciopoli
depositate dal giudice Teresa Casoria della
nona sezione del tribunale di Napoli che ha
condannato Moggi, Bergamo e altri coimputati
e ha portato alla forte penalizzazione della
Juventus.
NAPOLI -
Depositate le motivazioni della sentenza
Calciopoli. ''Sussiste la prova della
responsabilità di Luciano Moggi a carico del
quale si ravvisano elementi utili per
ravvisare la condizione di capo'',
dell'associazione a delinquere ipotizzata
dalla Procura di Napoli, scrive in 561
pagine il collegio presieduto da Teresa
Casoria. Moggi è stato condannato a 5 anni e
4 mesi di reclusione.
Secondo i giudici va ''sgomberato il campo
da inutili esagerazioni'' come le ''vane
parole'' di alcuni testi come Manfredi
Martino e l'ex arbitro Nucini. Ma fatta
questa premessa, restano ''gli elementi di
prova per ravvisare l'esistenza di una
struttura organizzata per raggiungere il
fine della frode sportiva. Struttura avente
quale capo Moggi''. Nella interpretazione
dei giudixi appare come «ben più pregnante e
decisivo l'elemento dell'uso delle schede
straniere delle quali e' risultata la
disponibilità procurata da Moggi a
designatori e arbitri''.
Dato che per il tribunale ''ha resistito
alla critica di difese e consulenti''.
Nella interpretazione dei giudici il
processo non "ha in verità dato conferma del
procurato effetto di alterazione del
risultato finale del campionato di calcio
2004-2005 a beneficio di questo o quel
contendente". Ciò nonostante, il tribunale
ritiene "sufficienti le parole pronunciate
nelle conversazioni intercettate, nel cumulo
con il contatto telefonico ammantato di
clandestinità rappresentato dall'uso di
schede straniere, per integrare gli estremi
del reato" di frode
sportiva che, ricordano i giudici, è un
reato di tentativo.
Nella sentenza non mancano stoccate al
lavoro degli investigatori.
il collegio sottolinea che la difesa è
stata "almeno in fatto molto ostacolata
dall'abnorme numero di telefonate
intercettate, oltre 170 mila, e dal metodo
adoperato per il loro uso, indissolubilmente
legato a un modo di avvio e sviluppo delle
indagini per congettura". Il tribunale però
ritiene che il processo, "confezionato con
il ricorso a dosi massiccie di
intercettazioni, non abbia patito totale
disfatta nell'urto con il dibattimento" da
cui non sono emersi, "contrariamente a
quanto sostenuto dal coro delle difese,
fatti di totale annullamento della portata
probatoria del discorso telefonico".
I magistrati escludono invece che il
sorteggio arbitrale sia stato truccato. E su
questo punto viene assestata una nuova
bacchettata alla procura che, sostiene il
collegio,"incomprensibilmente si è ostinato
a domandare di sfere che si aprivano, sfere
scolorite e altri particolari "
Altro
lutto nel calcio: è morto Carlo
Petrini
Lutto nel mondo del calcio. È
morto questa mattina
nell'ospedale di Lucca Carlo
Petrini, ex attaccante della
Roma. Aveva 64 anni. Cresciuto
nelle giovanili del Genoa, vestì
anche la maglia del Milan nel
1968-1969, del Torino ('69 a
'71), con cui vinse la Coppa
Italia 1970-1971. Petrini arrivò
nella Roma di Nils Liedholm
nella stagione 1975-1976. Carlo
Petrini era ricoverato nel
reparto di oncologia
dell'ospedale di Lucca da sabato
scorso. Le sue condizioni,
secondo quanto si apprende da
fonti sanitarie, al momento del
ricovero erano gravissime. Da
tempo malato di tumore. L'ex
attaccante di Milan, Torino e
Roma era stato tra i primi a
denunciare l'uso del doping nel
mondo del calcio in particolare
tra negli anni Sessanta e
Settanta, ed era diventato una
specie di "fustigatore" del
mondo del pallone. Coinvolto
nello scandalo scommesse del
1980, Petrini abbandonò il
calcio e ha poi raccontato le
sue esperienze in diversi libri.
NUMEROSI LIBRI - Carlo
Petrini, che nella sua carriera
ha giocato anche nel Catanzaro
dal 1972 al 1974, dopo avere
smesso col calcio ha scritto
numerosi libri tra i quali "Il
calciatore suicidato". Per
scrivere il volume, Pertrini
indagò in prima persona sulla
morte del calciatore del Cosenza
Donato Denis Bergamini, travolto
da un camion il 18 novembre 1989
sulla statale 106 a Roseto Capo
Spulico (Cosenza). Petrini
sostenne che la morte del
calciatore era avvenuta per mano
della criminalità locale,
nonostante la magistratura
avesse chiuso la pratica
attribuendo la morte di
Bergamini ad un suicidio. Una
tesi quest'ultima, messa in
dubbio dalla Procura di
Castrovillari che su richiesta
dei familiari di Bergamini ha
riaperto l'inchiesta ipotizzando
che il calciatore sia stato
ucciso. In precedenza, nel 2000,
Petrini aveva pubblicato la sua
autobiografia, "Nel fango del
dio pallone", in cui denunciava
la pratica del doping che, a suo
dire, già negli anni '70-'80 era
dilagante.
IL PERSONAGGIO - Carlo
Petrini viveva a Lucca dal 2003.
Dopo una squalifica per il
calcio scommesse alla fine degli
anni '70, aveva goduto
dell'amnistia grazie alla
vittoria ai mondiali dell'82.
Tornato al calcio nelle serie
minori aveva chiuso la carriera
in Liguria. Dal 2005 era sposato
con Adriana Clocchiatti, figlia
dell'ex calciatore della
Lucchese Giovanni Clocchiatti.
Aveva subito ben cinque
operazioni agli occhi e da
alcuni mesi era diventato
completamente cieco. Più volte
negli ultimi anni, seppur già
molto malato, aveva ricevuto
giornalisti che lo
intervistavano per le sue
dichiarazioni e i suoi libri su
doping e scommesse, nella sua
abitazione a due passi dal
centro storico.
Addio a
Chinaglia
Fece grande la Lazio
A 65 anni
si è spento in Florida per un
infarto l'ex stella dei
capitolini, con i quali vinse
uno scudetto storico. Chiuse la
carriera negli Stati Uniti,
insieme alle stelle dei Cosmos
Giorgio Chinaglia in
azione con la maglia della
Lazio
Un lutto
sconvolge il mondo del calcio.
All'età 65 anni è morto
Giorgio Chinaglia, ex gloria
della Lazio e della Nazionale
azzurra. Chinaglia si trovava
ricoverato dallo scorso
venerdì in un ospedale della
Florida dove era stato
ricoverato per un attacco di
cuore. La notizia è stata
riportata su Twitter dal
direttore organizzativo del
Milan, Umberto Gandini, in
contatto con ambienti dello
sport americano, è stata
successivamente ripresa da Sky
Sport. "Ho appena saputo che
un grande amico e' scomparso
prematuramente, il grande
Giorgio Chinaglia. Riposa in
pace, Campione!" le parole del
dirigente milanista, che poi
ha scritto altri particolari.
"Purtroppo non e' un pesce
d'Aprile.... Mi dispiace! Era
ricoverato da una settimana
per problemi cardiaci, era
tornato a casa da qualche
giorno dopo una crisi cardiaca
che sembrava avesse superato.
Purtroppo non e' stato cosi.
Non me la sento di aggiungere
molto, se non che era un
carissimo amico che ho
conosciuto negli Stati Uniti
dopo che aveva smesso di
giocare. L'ho visto l'ultima
volta l'anno scorso, gli avevo
parlato recentemente, ero
molto legato a lui per
questioni personali"
"Mio padre - ha detto Anthony
Chinaglia, figlio dell'ex
giocatore - è morto questa
mattina intorno alle 9:30. Era
stato operato una settimana fa
dopo un attacco di cuore. Gli
erano stati impiantati 4 stent
e l'operazione era andata
bene. Era stato rimandato a
casa dove sembrava essersi
ripreso. Stamattina si era
svegliato per prendere una
medicina e si era rimesso al
letto.
Poi sono
andato a controllarlo ed ho
scoperto che non respirava
più. Ho provato a rianimarlo
ma non c'è stato niente da
fare".
Da giocatore Chinaglia iniziò
la sua carriera in Galles,
nelle file dello Swansea City,
quindi arrivo in Italia nelle
serie minori con Massese e
Internapoli. La squadra alla
quale legò indissolubilmente
la sua carriera è però la
Lazio, dove arrivò nel 1969 e
dove vinse uno scudetto
storico nella stagione
1973-74. In quello stesso
anno, fece parte della
sfortunata spedizione della
Nazionale ai mondiali di
Germania, in cui fu
protagonista di accese
polemiche con il ct Ferruccio
Valcareggi. Nel 1976 lasciò
l'Italia per iniziare
l'avventura americana con i
Cosmos, insieme ad altre
stelle del calcio mondiale.
Nel 1983 tornò alla Lazio,
questa volta come presidente,
ma due anni dopo fu costretto
a cedere la società per
problemi economici.
Nell'ottobre del 2006 cercò
una nuova scalata ai vertici
della Lazio, ma il nucleo
valutario della Guardia di
Finanza ne richiese una
ordinanza di custodia
cautelare. Nel luglio 2008 è
stato colpito da un mandato di
arresto per riciclaggio.
Dal gennaio 2011 era
ambasciatore insieme a Carlos
Alberto dei New York Cosmos,
con l'obiettivo di rilanciare
la società insieme al
presidente Pelè e al direttore
tecnico Eric Cantona.
Un nuova strage di
civili ha insanguinato la Siria nel 63esimo venerdì di proteste contro il
regime. A Hula, nella provincia ribelle di Homs, le forze di sicurezza del
regime di Bashar al-Assad hanno ucciso un centinaio di persone nel corso di un
bombardamento (26-05-2012)
Potenti esplosioni fanno tremare
la capitale siriana, facendo innalzare colonne di fumo. Tra le vittime anche
alunni che andavano a scuola. Testimoni raccontano l'orrore e donne in lacrime
nella zona. Ancora denunce dell'opposizione: decine uccisi o arrestati negli
ultimi giorni di A. STABILE
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Martedì 29 Maggio 2012 06:25
DIALOGO CON UN
ISLANDESE
Arriva
il taxi. Salgo."Torino Porta Nuova".
Il tassista ha voglia di parlare. I
tassisti si dividono in due categorie:
quelli del saluto secco e quelli che
non ti mollano per tutta la corsa.
Questo apparteneva alla seconda
categoria. Parla, parla... e a un
certo punto mi tira in ballo la Tav in
Val di Susa.
"Eh, si lei hai ragione su molte
cose (senza però citarne neppure una),
ma questi anarco insurrezionalisti
dove li mette? Fanno bene a tenerli in
galera!"
"E' gente normale che difende il suo
territorio... e la Tav è inutile,
costa 22 miliardi per una linea in cui
il traffico merci è in diminuzione da
15 anni. E poi c'è già una linea..."
"Guardi, questo non lo so, ma il
progresso non si può fermare, eh poi
questa storia dell'amianto, ma quanto
amianto abbiamo qua a Torino, se lei
sapesse, e io sono arrivato a 65 anni".
"I soldi della Tav vengono anche dalle
sue tasse, è una cifra enorme, non le
dà fastidio che non serva a nulla?"
"In Italia si buttano soldi
dappertutto, almeno questo è il
domani, pensi ai suoi nipoti che
potranno avere le merci da tutta la
Francia!"
"Non vorrei essere scortese, ma il
traffico è in diminuzione sull'attuale
linea Torino - Lione da ben 15 anni"
"E il traffico gomma allora? (si
scalda...) Li vuole o no caricare i
Tir sui treni perdio e eliminare
l'inquinamento!"
"Anche il traffico gomma è in forte
diminuzione"
"Lei ragiona come un politico e
vuole i voti delle frange estremiste,
quelle che hanno sempre fatto del male
a questa nazione"
"Le ripeto c'è una torta da 22
miliardi di soldi pubblici che si
spartiranno lobby e 'ndrangheta, se a
lei sta bene ai valsusini no e neppure
a me, "
"Eh si fa presto a dire valsusini...
Ci sono valsusini e valsusini, Quelli
della bassa valle la vogliono eccome
se la vogliono la Tav. Lo ha detto
Scalfari in televisione. Adesso mi
dirà che anche Scalfari non capisce
niente. Lei è un fazioso."
"Insomma lei non mi ascolta, se vuole
le faccio avere tutti i dati per
convincerla. Mi dia il suo indirizzo o
la sua mail"
"Eh, i dati. Tutti manipolati. Lei
è uno che crede ancora ai dati dopo
tutto quello che è successo con
l'economia in questi anni? Lei è un
ingenuo. Anzi le faccio una domanda
"Le piace il pesce?"
"Che c'entra? Si, comunque il pesce lo
mangio volentieri"
"Ecco, se lei sta a Torino e va al
ristorante e ordina del pesce come
farà in futuro senza la Tav che lo fa
arrivare dal Portogallo?"
"Dal Portogallo?"
"Si dal Portogallo, se fossimo
tutti come lei altro che progresso,
saremmo ancora all'età della pietra!"
Pago la corsa e fuggo.
(*) Questo dialogo è realmente
avvenuto
"La
realtà racconta che gli assassini di
Falcone e Borsellino e i loro complici
non hanno solo i volti truci e crudeli
di coloro che sulla scena dei delitti si
sono sporcati le mani di sangue, ma
anche i volti di tanti, di troppi
sepolcri imbiancati. Un popolo di
colletti bianchi che hanno frequentato
le nostre stesse scuole e che affollano
i migliori salotti: presidenti del
Consiglio, ministri, parlamentari
nazionali e regionali, presidenti della
Regione siciliana, vertici dei servizi
segreti e della polizia, alti
magistrati, avvocati di grido dalle
parcelle d'oro, personaggi apicali
dell'economia e della finanza. Tutte
responsabilità penali certificate da
sentenze definitive, costate lacrime e
sangue, e tuttavia rimosse da una
retorica pubblica e da un sistema dei
media...". Roberto Scarpinato (da "Le
ultime parole di Falcone e Borsellino").GIACARTA -
L'Indonesia, finalmente, abbraccia
l'Inter: quasi cinquemila i tifosi in
delirio per l'arrivo dei giocatori
nerazzurri.
Dopo quasi 15 ore complessive di
volo, inframmezzate dallo scalo a
Singapore, la squadra di Andrea
Stramaccioni é appena atterrata
all'aeroporto Soekarno Hatta di
Giacarta.
Applausi, tamburi, cori, ad
accompagnare una macchia di maglie e
bandiere nerazzurre, segno
dell'entusiasmo incontenibile dei
sostenitori indonesiani. Insieme alla
squadra Bedy Moratti e l'amministratore
delegato nerazzurro Ernesto Paolillo.
Sembra non avere fine la crisi che sta
travolgendo l'istituto di credito
spagnolo creato con la fusione di sette
banche regionali in difficoltà. S&P ieri
ha declassato il suo debito a junk. Le
preoccupazioni per lo stato di salute
delle banche europee sono un elemento
chiave della crisi finanziaria della
Vecchio continente. Quelle spagnole in
particolare sono percepite come
rischiose perché sono state fortemente
esposte alla bolla immobiliare esplosa
del paese e ora detengono enormi
quantità di asset tossici. La sola
Bankia ha a bilancio circa 32 miliardi
di euro di prestiti e investimenti al
alto rischio e, non a caso, da luglio ha
visto la sua capitalizzazione di borsa
quasi dimezzarsi di
MARCO MASCIAGA
DEBITO | Lo ha annunciato
il presidente del distretto iberico.
Anche le regioni sono piene di debiti.
Intanto il terzo istituto del paese,
Bankia, e' sull'orlo del fallimento.
Messi verra' usato come
collaterale?
La decisione della Morgan Stanley,
sotto accusa per la gestione e la
scelta del prezzo di lancio dell'Ipo.
Nelle prime ore, le azioni sono arrivate
anche a 45 dollari, prima di tornare a
38 (prezzo iniziale) e crollare verso i
30
GURU
fantasy,con accento tremontiano,impastato
con Gengis Khan e Gurdijef dei miei coglioni,col
nasino molto fino verso gli affari alla
genovese. Un po' di informazioni sulla
CASALEGGIO ASSOCIATI e sulla gestione
milionaria dei siti di Grillo e di Di
Pietro(fino al 2009)
A
Parma erano decisi sulla scelta.
Perché Tavolazzi è competente e ha già
svolto quel ruolo a Ferrara. Ma il
cerchio magico che sta attorno a
Grillo non lo gradiva e non lo
gradisce
Potrebbe
essere il giorno in cui quel
“problema di democrazia” all’interno
del Movimento 5 stelle si risolve. O
si risolve o manda in frantumi buona
parte del lavoro fatto fino a oggi.
E potrebbe essere il giorno in cui
Gianroberto Casaleggio,
l’uomo ombra del Movimento,
l’eminenza grigia con poteri che in
pochi conoscono, ma in grado di
prendere decisioni vitali, esca allo
scoperto, lasci per un attimo il
fortino della Casaleggio Associati e
dica, “vabbè, sì, sono io che ho
preso alcune decisioni, le rivendico
e difendo”. Casaleggio al telefono,
contattato dal
fattoquotidiano.it, non
risponde. Neppure a un sms. Il sito
rimane a sua disposizione per un
intervento sulla questione.
Ma Tavolazzi non
è per gli attivisti del
Movimento 5 stelle in Emilia Romagna
uno dei tanti, uno qualsiasi. È
l’uomo di cui tutti si fidano e a
lui devono molto. È anche uno degli
uomini di cui lo stesso Grillo si
fida di più, perché Tavolazzi, oltre
a essere stato un manager, ha anche
lavorato nella pubblica
amministrazione da tecnico,
direttore generale del comune di
Ferrara, da dove venne licenziato
nel 2002 in tronco, forse perché
faceva fin troppo bene il tecnico.
Succede così che,
con le buone, tutti, nessuno
escluso, chiedono a Grillo di
ripensarci. Ma dietro
quell’epurazione non c’è solo
Grillo, ma anche Casaleggio, e
convincere Beppe può anche non
bastare. Così come è accaduto. Per
mesi la questione Tavolazzi ha
sonnecchiato sui giornali. Anche la
stampa nemica del “grillismo”,
quella che girava attorno al
fortino di Genova come
fanno i lupi intorno alla carogna,
non si era accorta che il pretesto
era lì, sotto il loro naso.
Ma nel Movimento
5 stelle il tatticismo non è di
casa. Non è un tattico Grillo, non
lo sono neppure i militanti che nel
Grillo pensiero credono. Così accade
che questa mattina la questione
Tavolazzi si ripresenta come un
problema. Ma non sono i detrattori
di Grillo a farlo, ma Grillo stesso
che scrive un post e dice:
“Propongono a Parma, con l’appoggio
di un consigliere regionale (leggi
Giovanni Favia ndr),
Tavolazzi come direttore generale.
Ma Tavolazzi è incompatibile con
noi” è il senso.
I problemi
nascono ieri, dunque. Quando
Federico Pizzarotti chiama non
Grillo, ma Casaleggio.
E gli comunica di aver scelto il
direttore generale per il Comune di
Parma: si chiama Valentino Tavolazzi.
Casaleggio solo a sentirlo nominare
sobbalza sulla sedia. La telefonata
è gelida, a dir poco. Ma Pizzarotti
è deciso, Casaleggio altrettanto
deciso a dire no. Pizzarotti è forte
di un mandato che gli ha dato la sua
squadra e il suo ragionamento,
riportato da chi ha assistito alla
telefonata, suona più o meno così:
se non siamo come gli altri partiti,
sono io che scelgo. E Tavolazzi è
l’uomo che ha le competenze. Io ho
bisogno di un direttore generale che
sia bravo, certo. E Tavolazzi lo è.
Ma devo anche fidarmi e di lui mi
fido.
Così finisce la
comunicazione. Casaleggio non si
ferma, chiama uno dei suoi a Parma,
poi un altro a Bologna. E dietro ci
vede una manovra diretta e
orchestrata da Giovanni
Favia, consigliere regionale,
che non è per nulla amato da
Casaleggio. Così stamani esce il
posto di Grillo, o chi per lui. Nel
mirino Tavolazzi, ma anche quel
consigliere che ha portato avanti la
pratica Tavolazzi, secondo
Casaleggio, e che si chiama Favia,
appunto.
Tutti
smentiscono, nessuno conferma. Ma la
partita è iniziata, e non c’è
arbitro che possa sospenderla. Ne
uscirà un vincitore. Che si chiami
Pizzarotti, Favia, Tavolazzi o
Casaleggio. “Se la questione invece
verrà risolta a tavolino ne
guadagnerà il Movimento”, dice uno
degli eletti a Parma che prega di
non essere citato. “Ne guadagnerebbe
tutto il Movimento. Se ci sarà uno
scontro, tutti saremmo costretti a
leccarci le ferite”.
Il blog di
Beppe Grillo con i suoi
commenti e approfondimenti giornalieri è
considerato uno dei siti internet più
influenti del pianeta. Dietro, però, non c’è
solo la testa riccioluta e geniale del comico
genovese, ma un’altra chioma altrettanto
brizzolata e arruffata. È quella del suo
superconsulente,
considerato l’eminenza grigia del grillismo.
Un Richelieu in giacca e cravatta che dal 2004
indirizza Grillo nella sua seconda vita di
guru ambientalista e digitale, di profeta
della democrazia diretta internettiana. Per
molti è lui l’ideologo del Movimento 5
stelle nato nel 2009. Il suo nome è
Gianroberto Casaleggio.
Classe 1954,
milanese, di lui si sa poco e il suo staff
sembra voler alimentare l’alone di mistero:
«Non dà interviste né informazioni sulla sua
vita privata». Il portavoce dice solo che
legge libri di storia, che il suo personaggio
preferito è Gengis Khan, che ama i gatti e che
è proprietario di un bosco vicino a casa, che
cura nei finesettimana. Su internet viene
anche definito discepolo del filosofo e
mistico armeno Georges Ivanovic
Gurdjieff, ma dall’entourage scelgono
un «no comment».
Altro non è
dato sapere. L’unica concessione per i
giornalisti è un piccolo cadeau natalizio: un
video di Grillo o un calendarietto prodotto
dalla ditta. Insomma, l’ufficio a pochi metri
dal Teatro alla Scala della Casaleggio
associati è un bunker senza spifferi. O quasi.
In verità due ex collaboratori, Piero
Ricca e Daniele Martinelli,
dopo avere interrotto la collaborazione con il
blog hanno raccontato che i contenuti
d’interviste e video venivano discussi
direttamente con Casaleggio e non con
Grillo. Insomma, il potente sito avrebbe un
solo pilota alla cloche.
L’uomo,
occhialini da professore e parlata simile a
quella di Giulio Tremonti, predilige rimanere
sullo sfondo: lo si può incrociare solo alle
sporadiche convention dei grillini,
organizzate direttamente da lui. Negli anni
questa immagine sfocata lo ha reso sospetto e
indigesto a molti militanti a cinque stelle,
che lo criticano online reputandolo in realtà
un cerbero della democrazia della rete.
E anche se
Casaleggio liquida questi giudizi con un «ho
altro a cui pensare», il malumore è divenuto
pubblico lo scorso marzo, quando
Grillo ha pubblicato sul suo blog, in forma
anonima, la discussione (privata) su una chat
di Facebook di 11 consiglieri eletti nel M5s.
Un dibattito quasi iconoclasta: «Mi
convinco sempre più che la volontà di
Casaleggio e Grillo sia sempre più rivolta
all’implosione del Movimento» scriveva uno.
«Temo sia una volontà di portare avanti “un
esperimento”, solo che noi siamo le cavie ».
Un altro accusava il guru di «avere grattato
la pancia alle frange più m… di questo Paese».
Un terzo ne invocava il licenziamento: «È ora
di chiedere la testa editoriale di Casaleggio».
«Leggerli mi ha
fatto cadere le palle» ha chiosato il comico,
dopo averli messi alla gogna. Una delle
partecipanti alla chat, la bolognese
Federica Salsi, si è ribellata ed è
uscita allo scoperto: «Uno di noi ha divulgato
una conversazione privata e l’ha data in mano
a Casaleggio, consapevole dell’uso che ne
avrebbe fatto. Sono molto amareggiata». Questo
è il clima.
Negli stessi
giorni è stata bocciata sul blog
un’assemblea autoconvocata dai
militanti di Rimini, vogliosi di conquistare
la democrazia diretta promessa nel «non
statuto» del Movimento, visto che oggi il
dibattito interno passa attraverso il portale
web gestito dalla Casaleggio. «Dove non c’è
una vera produzione di decisioni condivise»
protesta con Panorama
Valentino Tavolazzi, ingegnere
ferrarese, pioniere del grillismo. Per queste
sue idee eretiche il 5 marzo è stato
espulso. Con un post di Grillo che si
concludeva così: «Per me da oggi è fuori dal
M5s». «Per lui, appunto» prova a
sdrammatizzare Tavolazzi. Infatti l’ingegnere
si è impegnato a sostenere i candidati
grillini di Parma e Comacchio. Quindi confessa
di non aver mai smesso di sentirsi al telefono
con il comico: «Anche la sera prima della
fatwa ho parlato con lui e m’aveva assicurato
che non avrebbe pubblicato alcun post contro
di me. Le cose sono andate diversamente. Forse
quelle parole erano firmate da Grillo ma
scritte da altri». Un’ipotesi non
dimostrabile.
Chi digita il
nome di Casaleggio sui motori di ricerca
internettiani trova solo i suoi interventi sul
futuro della rete e qualche intervista sul
tema a siti specializzati e giornalisti
esperti di tecnologia. Insieme con Grillo ha
firmato solo un libro, dal titolo ansiogeno:
Siamo in guerra. Ufficialmente la
principale missione aziendale resta «aiutare
le imprese a migliorare la presenza on line».
A metà maggio Davide Casaleggio,
figlio trentacinquenne di Gianroberto, ha
inviato ai giornali questa email: «Penso che
possa interessarvi la ricerca e-commerce in
Italia che abbiamo pubblicato». Del resto,
l’analisi del commercio digitale è un’altra
delle specialità della ditta, persino più
della politica, visto che gli affari sono da
sempre il pallino di Gianroberto. Nella sua
carriera, dopo il diploma da perito
informatico e qualche esame in fisica, ha
fatto parte del consiglio d’amministrazione di
11 società, dalla Olivetti alla Lottomatica.
Dove ci sono
informatica e affari, lì c’è Casaleggio. Il
quale è riuscito a trasformare la popolarità
del sito di Grillo in altro. «Chi spera di
trovare un blog in realtà entra in uno
splendido negozio con un sistema di vendita
che funziona benissimo» dice Edoardo
Fleischner, docente di nuovi media e
società alla Statale di Milano e coautore del
saggio Chi ha paura di Beppe Grillo?
Un fiuto per il
business che Casaleggio ha affinato nella sua
precedente vita di manager e imprenditore, un
passato che qualche grillino mal digerisce.
Negli anni 90 ha lavorato all’Olivetti di
Roberto Colaninno, per poi
diventare amministratore delegato della Webegg
(società con 600 dipendenti), joint-venture
tra Olivetti e Telecom che si occupava di
consulenza strategica per internet. Nel 2004
si è messo in proprio con un gruppo di soci.
Tutta gente che si muove bene nel mondo degli
affari e della finanza, come Enrico
Sassoon, ex direttore del settimanale
confindustriale Mondo economico e
oggi alla guida della prestigiosa Harvard
business review.
In 8 anni la
Casaleggio associati ne ha fatta di strada.
Nel 2007 ha chiuso il bilancio con un
fatturato di 2,4 milioni e un utile di
668 mila euro. Nel 2008 l’attivo è
salito a 807 mila, per flettere nel 2009 e nel
2010 (rispettivamente a 584 mila e 447 mila).
Il calo coincide con la nascita del Movimento
5 stelle: l’impresa evidentemente lo assorbe
molto.
Però l’ideologo
del superamento dei partiti sino al 2010 ha
gestito pure il sito di Antonio Di
Pietro e, secondo il Fatto
quotidiano, in passato ha avuto
simpatie leghiste. Che affiorano in
certe prese di posizione del suo blog: «La
cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i
genitori non ne dispongono, è senza senso. O
meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani
dai problemi reali per trasformarli in
tifosi».
Ma dove vuole
arrivare Casaleggio?A chi gli ha chiesto se il
Movimento punti al governo del Paese ha
risposto: «Non faccio previsioni». Purtroppo
l’ha detto senza ridere.
L’uomo che
con la sua Casaleggio Associati ha inventato
– praticamente a tavolino – il Movimento 5
Stelle. Uomo nell’ombra, vestito sempre
in giacca e cravatta, ma con i capelli da
freak, appassionato di fantasy, gran
divoratore di fumetti, affascinato da Gengis
Khan, il suo mito. Mangiatore di libri di
storia, ne legge anche due al giorno. Un
sognatore realista, un manager per se stesso
e gli altri. Quando Grillo lo incrociò per
la prima volta ne rimase affascinato, disse:
“Questo o è un genio o è un pazzo ”.
Secondo il
Fatto, Casaleggio predilige i piemontesi del
Movimento 5 Stelle perché conservatori e
esecra i fiorentini troppo “comunisti”:
Nato con
simpatie leghiste e bossiane, il suo
incontro con Grillo avviene qualche anno fa,
e dopo uno spettacolo. A quel tempo il
Movimento non esiste, ma Grillo intuisce che
dietro a quegli occhiali si nasconde una
persona capace di vedere lontano.
Casaleggio e la sua società nata nel 2004 e
della quale è presidente e gestisce assieme
a Enrico Sassoon, Luca Eleuteri, il figlio
Davide Casaleggio e Mario Bucchich, curano
nel frattempo il sito Internet dell’Italia
dei Valori per la cifra di 700.000 euro
all’anno.
Con Grillo si
sentono due o tre volte al giorno. Le
strategie vengono pianificate al telefono,
ma con minuzia e particolari. Andate a
vedere gli spettacoli di Grillo: ci sono
delle cose che il comico genovese che
saprebbe improvvisare e molto bene, recita
da copione. Perché sono le parole chiave che
Casaleggio ha detto che funzionano.
Su Internet
cominciano a circolare variegate leggende
complottiste su Beppe Grillo
e il suo legame commerciale con la
Casaleggio e Associati.
Gli autori fanno la “prosa” delle
informazioni presenti sul
loro sito e le integrano con qualche
scenario fantasioso sul condizionamento, il
controllo delle menti e via cianciando.
Arrivando anche a chiamare in causa, nei
punti più “oscuri“, fantasiosi
collegamenti con il simbolismo
massonico e l’immancabile chiosa
sul signoraggio (e non è difficile
indovinare chi è che
le mette in giro). Giusto per sfatare
qualche mito ingiustificato e un paio di
divertentissime leggende metropolitane che
si stanno costruendo, raccontiamo qualcosa
sulla Casaleggio
attingendo direttamente negli archivi on
line delle attività commerciali. Visto che
di questo si tratta, tanto vale partire da
lì.
ESSE ERRE ELLE – Cominciamo col
dire che la Casaleggio è
una piccola società a responsabilità
limitata, la cui attività precipua è la “fornitura
di software e consulenza in materia di
informatica“, anche se poi è stata
aggiunta una molto meno pomposa “vendita
on line di dvd e vhs” del quale
si comprendono perfettamente le necessità.
Diecimila euro di capitale versato e
ripartito tra i fratelli Davide
e Gianroberto Casaleggio
(2950 euro ciascuno), Mario
Bucchich e Luca Eleuteri
(con 1900 euro di quote), ed Enrico
Sassoon. Il presidente è
Gianroberto Casaleggio, ma anche
gli altri hanno poteri di disporre di
capitale. Tutti, tranne uno. Oltre a Grillo,
la Casaleggio
gestisce anche il blog di
Antonio Di Pietro. A caro prezzo:
“Solo per far marciare Internet la
tesoriera dell’Italia dei Valori spende ogni
anno 800 mila euro, buona parte dei quali
finiscono nelle tasche di Gianroberto
Casaleggio, il guru del web che ha fatto la
fortuna di Beppe Grillo“, si dice
nell’articolo del Corriere,
anche se un budget così ampio sembra un po’
utopico. Dell’affare Di Pietro
si occupa Mario Bucchich.
Di sicuro molto meno paga il Beppone
nazionale (se non altro perché è un
cliente affezionato), che si presenta
all’inizio del 2005
alla presentazione proprio del libro di
Casaleggio, e annuncia: “Sto
per attrezzare il mio sito
www.beppegrillo.it che partirà con la
tournée nei Palazzetti dello sport dal 26 a
Pordenone“. E infatti, come attività
paralella e utile a pubblicizzare gli
spettacoli del comico genovese, il suo blog
nasce proprio nel gennaio di quell’anno.
NUMERI DA APPLAUSI – Il bilancio al
31-12-2007 svela un
fatturato pari a 2,4 milioni di euro,
e un utile di 668mila euro.
La prima cosa che salta all’occhio è che è
stata costituita nel 2004 ma i suoi mezzi
propri, tolto l’utile conseguito nel 2007,
sono di soli 14.000 euro
(di cui 10.000 di capitale sociale
statutario). Quindi, gli azionisti hanno
sempre deciso di “portarsi a casa”
i soldi guadagnati,
senza
lasciarli in azienda. Come nelle migliori
tradizioni delle piccole aziende italiane.
Il fatturato 2007 è stato comunque in
diminuzione del 10%
rispetto al 2006, mentre è ottima la
redditività dell’azienda: su 100 euro di
venduto ne guadagnano, puliti con le tasse
già pagate, quasi 27.
Sarebbe interessante conoscere il costo
delle royalties che pagano a Grillo,
numero che non è disponibile nella versione
sintetica del bilancio; ad occhio però
sembra inferiore al milione di euro.
Guardando lo stato patrimoniale si nota come
l’attivo sia composto soprattutto da crediti
verso clienti (500mila euro circa)
e probabilmente magazzino per il resto
(difficili che crediti iva o diversi siano
pari a 700mila euro).
Questi sono finanziati per 565mila
euro da debiti a breve che sono
comunque in grande parte di natura
commerciale (verso fornitori) e non
finanziaria. Nessun pericolo di riduzione
delle attività in seguito al credit crunch,
insomma. A proposito di questi numeri,
sarebbe interessante porre una domanda: se
pagano l’utile ai soci, con che soldi
finanziano poi l’attivo? Non è una questione
oziosa, visto che l’utile è pari a metà
degli investimenti. In ogni caso,
un’attività in cui investi 14mila euro che
poi ti dà un utile di oltre 600mila …è roba
da applausi. “Una redditività tipica
delle società a basso impiego di capitale ed
alto impiego di amicizie“, dice un
analista.
SOCIETAS SOCIETATIS – Guardando
alla composizione azionaria, spicca,
tra i soci, la presenza del
giornalista Enrico
Sasson, che
è stato
direttore
perquattro
anni di Mondo Economico, settimanale del
Sole 24 Ore, il
quotidiano della Confindustria
(dove ha iniziato a lavorare come
inviato internazionale nel 1977), fino
alla sua chiusura. Le cronache lo
ricordano anche
intervenire
in un dibattito a Genova: “il
16 sera nel consiglio comunale
straordinario richiesto dal centro
sinistra tutto dedicato al G8,
interverranno, oltre ad Agnoletto, il
rettore della Bocconi Roberto Ruozi e l’
esperto del Sole 24 ore Enrico Sassoon“.
Qualche anno (in realtà quasi 8 )
prima
eccolo curare la “biblioteca
dei manager“, in particolar modo “I
libri del manager (Edizione Il Sole 24
Ore) una bibliografia ragionata e
commentata dei testi fondamentali scritti
per le diverse aree del management:
Scenari, General Management, Marketing,
Produzione e logistica, Tecnologie per l’
informazione, Innovazione, Ricerca e
sviluppo, Qualità, Amministrazione e
controllo, Finanza, Personale, Ambiente“.
Sassoon è stato anche direttore di
Affarinternazionali,
qui
i suoi articoli raccolti
(pochini: undici in quasi due anni), e
della Harvard Business Review,
la più diffusa rivista di management del
mondo: 15mila copie e 13,50 euro di prezzo
di copertina.
MOVIMIENTO!
– A questo proposito, è curiosa
una vicenda societaria raccontata per filo
e per segno nel dossier approfondito del
Cerved. Sassoon risulta
titolare di quote per 500 euro. Frutto di
un acquisto e di una vendita: compra da
Gianroberto Casaleggio
nel febbraio 2004 quote per 300 euro, da
Davide altri 300 euro di quote nominali,
da Bucchich e da
Eleuteri 200; sono 1000 euro in
totale, il 10% della società. Nel novembre
2006 il dietrofront: Sassoon rivende quote
per 300 euro equamente divise tra
Gianroberto e Davide,
e 100 a testa a Bucchich
ed Eleuteri. A ciascuno
dei soci, Sassoon rende
l’esatta metà di quanto ha comprato dopo
un anno e nove mesi. E’ arrivato a
possedere il 10% della società per un anno
e nove mesi, per poi scendere di nuovo.
Ad una prima lettura, sembra che
Sassoon abbia fatto da ago della
bilancia, se ad esempio uno dei Casaleggio
si fosse trovato a coalizzarsi con un
socio a discapito degli altri due, avrebbe
potuto farlo da una posizione di minor
forza, trovandosi a possedere insieme
all’alleato solo il 45%
della società, e non più il 50%.
Poi, evidentemente, la situazione di
dissenso dovrebbe essersi risolta, visto
che Sassoon ha diluito le
quote (tutte insieme nello stesso giorno),
pur trovandosi alla fine con “azioni” per
300 euro di più in tasca. In realtà, è
molto più logico pensare invece che la
posizione di Sassoon servisse a tutelare
le minoranze (gli altri due soci
minoritari) perché i due Casaleggio,
insieme, con il loro 60% di partenza
potevano prendere una serie di
deliberazioni assembleari (per le quali
basta una maggioranza del 55%), mentre
dopo l’entrata di Sassoon
si sono trovati ad avere insieme solo il
54%. Senza contare che così anche
per le decisioni da prendere con un quorum
del 75% (l’aumento del capitale sociale,
ad esempio) ci volevano quattro soci, e
non ne bastavano tre. Una situazione che è
rientrata, visto che i Casaleggio
adesso controllano il 28,5%
ciascuno della società. Per il resto,
tutto qui: un ritorno sull’investimento
del 98%, un ritorno sulle
vendite del 43% e un
attivo totale di 1,24 milioni di
euro: dietro il blog di
Grillo non c’è alcun oscuro
complotto demo-pluto-giudaico massonico.
E’ soltanto un ottimo affare.
Partito delle Libertà
circondariali,
Lega di
merda
e Partito
della Diossina:
SCOMPARSI!!!
UNA PERSEPOLI A PALERMO e
PARMA,la nomenklatura post tangentopoli si
afferma ancora a Genova. Il Movimento 5 Stelle
prende Parma,Leoluca Orlando,IDV-post-comunisti,prende
Palermo come De Magistris Napoli e Pisapia
Milano un anno fa. Clamorosa disfatta del PDL
a Como,Rieti,Alessandria,
Asti,Isernia,Piacenza,
Taranto:gli
asfaltati,ASFALTATI!!! Lega totalmente ESPULSA
DA TUTTI I BALLOTTAGGI!!!
I FISCHI
ALL'INNO DURANTE LA FINALE DI COPPA ITALIA
SONO PIU' CHE LEGITTIMI, PERCHE' L'INNO VA A
RAPPRESENTARE UNO STATO ASSOLUTAMENTE ASSENTE
NELLA DIFESA NATURALE DEL CITTADINO SUO
COMPITO FONDAMENTALE ORIGINARIO. IL SIGNOR
RIGOR MORTE NERA MONTI, DALL'ASETTICO ED
INUTILISSIMO G8 DI MERDA SE NE ESCE CON FRASI
DI CIRCOSTANZA, ALL'INDOMANI DI UNO SPROFONDO
NAZIONALE CON BOMBE PIAZZATE DA FOLLI E
TERREMOTI A PIOGGIA, CHE FANNO VENIRE IL
VOMITO. L'ULTIMA TROVATA DEL "TECNICO" E' LA
CANCELLAZIONE DEI RISARCIMENTI, DOVUTI, AI
CITTADINI CHE PERDONO TUTTO. LEGGETE E
VOMITATE !!!
.
Il
danno e la beffa. Non c’è luogo comune più
abusato, ma stamattina, quando il
terremoto ha scosso il Nord, non poteva
non venire in mente che solo un paio di
settimane fa,
con un decreto, il governo
ha chiuso con i risarcimenti ai cittadini
colpiti dalle calamità naturali,
aprendo la strada alle
assicurazioni private. L’iper
liberista Monti, dopo aver ripristinato la
possibilità di rispolverare la “tassa
sulle disgrazie”, attraverso l’aumento
dell’accise della benzina, con beffarda
lungimiranza ha polverizzato la speranza
di chi rimane vittima di alluvioni,
terremoti e altri disastri naturali:
niente soldi, non ce ne sono. Il Tesoro ha
le casse vuote, è stato spiegato al
momento, quindi che gli italiani si
arrangino. Anche nei momenti più difficili
– questo il messaggio, inutile dare
letture diverse – non contate più
sullo Stato.
Già, lo Stato. Questa
entità che si sente il bisogno di evocare
quando una bomba uccide una ragazzina a
Brindisi – e chissà poi se è veramente la
criminalità organizzata oppure il gesto di
un folle – o quando la retorica inonda la
celebrazione dei morti ammazzati dalla
mafia o da un destino carogna, come
gli operai del turno di
notte della fabbrica di Sant’Agostino,
caduti sul lavoro sotto le macerie come
tanti, sempre troppi ogni giorno. E’ uno
Stato che latita, la cui immagine plastica
di queste ore è quella di Mario Monti, in
pulloverino azzuro polvere (ovviamente di
cachemire), che da oltre Oceano parla come
un automa di “rigore e vicinanza alle
famiglie delle vittime”, ma non sembra
sfiorato dal pensiero di fare dietrofront,
invece di restare a far passerella (anche
personale) ad un G8 inutile
come tutti quelli di sempre.
Ed è uno Stato che trova il
verso d’indignarsi, certo, attraverso la
faccia feroce del suo più alto
rappresentante, ma solo perché c’è un
Grillo che sta attentando alla
sopravvivenza del corrotto sistema
partitocratico. Che non c’entra nulla con
la politica, sia chiaro, ma fa tanto
comodo far credere che sia così. “Lo
Stato, lo Stato…”, cantilenava amara,
scuotendo la testa, dal pulpito di una
chiesa stracolma di grandi papaveri delle
Istituzioni Rosaria Costa,
la vedova dell’agente di scorta di
Giovanni Falcone, Vito Schifani, davanti
alla bara del marito.
Son passati vent’anni e
questo Paese è ancora inchiodato
lì, vittima di pazzi, di mafia o
di anarchici, ostaggio di una politica
immonda e di una crisi che prima di essere
economica è di identità, di struttura, di
principi comuni. E che adesso – proprio
adesso – dovrà anche guardare in faccia le
vittime di questo ennesimo terremoto e
spiegargli che siccome dobbiamo restare in
Europa, per loro di Stato non potrà fare
nulla; a Ferrara e dintorni non arriverà
una lira. Lo stato di calamità non sarà
più qualcosa che si dichiara con
leggerezza. Come non vedranno un soldo i
genitori di Melissa o le altre ragazze di
Brindisi la cui bellezza resterà sfigurata
per sempre. Gli italiani vittime di
qualunque nemico saranno chiamati ad
arrangiarsi ancora. L’hanno sempre fatto,
in questo Paese logoro e sudato di
pazienza antica. Infinita no, però..
LA DIRETTA
Il sisma alle 4.05, di grado 6, ha gettato nel
panico la popolazione ed è stato percepito
a Milano
e in gran parte dI Lombardia e
Veneto. Due italiani e un marocchino uccisi
nel crollo dei capannoni in cui lavoravano nel
Ferrarese. Un disperso. Paura in tutta
la
provincia di Bologna.
Continuano le scosse di assestamento
/
LA MAPPA,20-05-12
Le
lettere sono state recapitate nelle
sedi dei due giornali a Milano. Un
messaggio firmato dai Nar è arrivato
alla Nuova Gazzetta di Caserta. Un
investigatore: "Chi scrive conosce gli
argomenti e cita fatti di attualità,
come Genova e Brindisi"
Le
deflagrazioni all'ingresso dell'istituto
Morvillo Falcone. Gli ordigni su un muretto
esterno
dell'edificio. Altri giovani in pericolo di
vita. Il sindaco: "Attacco della criminalità
senza precedenti"
(AUDIO) Istituto
Morvillo-Falcone,
Brindisi. Una bomba formata da tre bombole
di gas esplode. Una ragazzina morta, una
gravissima, altri sei studenti feriti. Oggi,
nel ventennale della strage di
Capaci, a Brindisi era attesa una
carovana anti-mafia proveniente da Roma.
Coincidenze? Io ho smesso
di crederci da tempo, da quando ho visto da
bambino per la prima volta Andreotti in
televisione. Ancora una volta non siamo
stati in grado di proteggere i nostri
ragazzi. Gli italiani lo pensano e io lo
dico: da tempo ci si aspettava una bomba
come questa, era nell'aria elettrica
come prima di un temporale.
Le indagini ci diranno chi sono i colpevoli.
La prima pista è quella della criminalità
organizzata. Io spero che siano trovati i
delinquenti che l'hanno collocata e i
mandanti. Soprattutto i mandanti.
Le stragi, e questa poteva esserlo se
l'esplosione fosse avvenuta pochi minuti più
tardi con l'arrivo di altri pullman di
studenti, in Italia hanno sempre avuto
colpevoli, ma non mandanti. Da piazza
Fontana, alla stazione di Bologna, a piazza
della Loggia, a Capaci, a via D'Amelio.
Gli Spatuzza sono in galera,
ma chi li ordinò è ancora a piede libero.
Questa bomba ricorre in un periodo storico
molto simile a quello del '92/'93. Furono le
bombe del Pac di Milano, dei Georgofili a
Firenze allora a precipitarci in un
ventennio infame di cui stiamo
pagando le conseguenze e a impedire ogni
cambiamento. Spero che Brindisi, che segue
l'attentato a Adinolfi a Genova, non sia
l'inizio di una militarizzazione del
territorio, di leggi speciali, di
neo terroristi e di depistaggi. Cui prodest
questo attentato? Alla criminalità
brindisina il cui territorio sarà
controllato da tutti corpi di Polizia per
mesi? Alla mafia siciliana che si vendica
così della commemorazione della morte di
Falcone? Cui prodest la
morte di una ragazza che andava a scuola?
CRISI SISTEMICA
| Il colosso bancario Usa guidato da
Jamie Dimon ha perso $2 miliardi su un
investimento speculativo legato ai
derivati. JPM: -7%, giu' le banche. Arriva
taglio rating? Documento integrale Sec.
16 Commenti
JPMorgan Chase ha annunciato di aver
perso circa $2 miliardi su un investimento
speculativo legato a titoli di credito
derivati, per posizioni prese dal suo chief
investment officer, piu' rischiose di quanto
preventivato. Il titolo JPMorgan Chase (JPM)
ha subito un calo di quasi -7% sotto quota
$38 nell'after hours al Nyse di New York. In
ribasso tutto il comparto bancario, con
vendite su Morgan Stanley, Citigroup, Bank
of America, Goldman Sachs e perdite
superiori al 2%. In calo anche i futures
sull'indice S&P500.
E' l'ennesima riprova di quanto
irresponsabili siano le attivita' di trading
delle grandi banche globali, nonostante la
grave crisi finanziaria e poi economica
scoppiata nel 2007-2008, oggi giunta quasi
al quinto anno. I derivati in questione sono
denominati "synthetic credit securities". La
banca e' stata costretta ad annunciare le
perdite in un rapporto alla Sec, nella
convinzione che non facendolo le perdite
sarebbero state piu' forti alla fine
dell'anno.
E' stata Bloomberg a diffondere la notizia
sul suo canale TV. JPMorgan Chase ha emesso
un comunicato in cui dice: "Questo
portafoglio ha dimostrato di essere piu'
rischioso, piu' volatile e meno efficace
come ammortizzatore economico rispetto a
quel che la nostra societa' aveva
preventivato in origine".
Sotto il Chief Executive Officer, Jamie
Dimon, la banca ha cominciato a fare
scommesse speculative troppo grandi e
rischiose col denaro in cassa, hanno
testimoniato 5 ex impiegati nel corso di
un'indagine svolta quest'anno. "Alcune delle
scommesse erano talmente grandi - scrive
Bloomberg - che la banca non avrebbe
probabilmente potuto uscirne senza perdere
soldi o senza provocare scosse sul mercato
finanziario", hanno detto tre ex dirigenti
di JPM.
In una conference call con lo stesso Ceo
Dimon convocata subito dopo la chiusura di
Wall Street, JPMorgan Chase ha annunciato
che le perdite si sono verificate nella
divisione gestita dal direttore finanziario
di JPM Bruno Iskil, specificamente nel
portafoglio dei crediti sintetici. La banca
ammette che avra' bisogno di $971 milioni di
capitale come collaterale se il rating sara'
tagliato di un gradino dalle agenzie (Moody's,
S&P e Fitch) e di $1.7 miliardi se il taglio
sara' di due gradini. Circa 1 miliardo e'
stato perso nelle ultime 6 settimane e tutta
la cifra nel primo trimestre 2012. La
perdita sulle posizioni speculative risulta
se il calcolo viene fatto "mark to market" e
cioe' ai prezzi attuali segnati oggi sul
mercato dai titoli derivati in portafoglio.
Negli ambienti bancari di Manhattan si parla
addirittura stasera di un possibile taglio
del rating di 3 gradini, poiche' JPM
potrebbe avere in portafoglio "crediti
sintetici" a lungo termine ("Level 3 CDS FTW
per posizioni IG/HY", tanto per usare il
gergo ultra-tecnico dei trader). "Al 31
marzo 2012 il valore totale dei titoli
derivati nel portfolio gestito da Bruno
Iskil eccedeva i costi di circa $8
miliardi", si legge nel comunicato.
A New York Iksil era noto per le sue maxi
scommesse ultra-rischiose, fino a $200
miliardi l'una. Come cio' sia ancora
consentito dagli organi di controllo del
mercato, negli Stati Unii e nel resto del
mondo, dopo quel che e' accaduto negli
ultimi anni, e' una domanda a cui solo la
storia potra' dare una risposta. JPMorgan
Chase si era fatta notare nel corso della
crisi finanziaria post crack Lehman Brothers
del 2008, come "una banca dai bilanci solidi
come una fortezza". Da oggi, si capisce
quanto cio' o non e' mai stato vero o non lo
e' certamente piu'.
Borsa Milano ai minimi di marzo 2009,
spread sopra 440 punti base.
PAESE
BLOCCATO DA UN VECCHIO DI OTTANT'ANNI CHE
CONTINUA AD AMMORBARE LA NAZIONE COI SUOI
PROBLEMI PERSONALI:BLOCCO RIFORMA RAI, BLOCCO
LEGGE ELETTORALE, BLOCCO LEGGE ANTI
CORRUZIONE, TIRARE A CAMPARE FINO ALL'APRILE
2013 E SPERARE NEL FIUME LETE', perchè se si
andasse oggi al voto SAREBBE SPAZZATO VIA PER
SEMPRE !!!
AZIONARIO
|
Volano i rendimenti nel
collocamento dei bond iberici. Sentiment
generale ko. Ftse Mib a quota 13.000. Calo
capitalizzazione mercati azionari globali
superiore a $3.000 miliardi dall'inizio di
maggio. Raffica di sospensioni per i
bancari.
Le elezioni municipali di
maggio sono l'ultimo concreto test politico
prima delle consultazioni nazionali del
prossimo anno. Se i sondaggi sono corretti, i
politici italiani prenderanno la stessa
lezione dei tiranni della Primavera Araba: la
repressione del cambiamento si traduce in un
sollevamento popolare. La fiducia nella classe
politica è a una sola cifra. Gli scandali e la
corruzione si contendono lo spazio nei
giornali con una frequenza che sconvolge anche
il pur assuefatto elettorato italiano. È
opinione condivisa che il governo di tecnici
non eletti di Mario Monti - la sua stessa
esistenza è la prova dell'incapacità della
democrazia italiana di produrre un'alternativa
migliore - sia stato incaricato di ripulire il
disastro che i politici sono stati incapaci di
risolvere.
La politica italiana è diventata
burocrazia. I protagonisti storici
cercano di respingere gli sfidanti non con
piattaforme di idee, l'oratoria o la politica,
ma con la macchina radicata dei loro partiti.
Se aprite un paio di giornali degli ultimi 18
anni, troverete gli stessi nomi. Prendete
Pier Ferdinando Casini. Ha
iniziato la sua carriera politica nella
Democrazia Cristiana, ha poi rotto e da allora
ha guidato altri due raggruppamenti nati da
scissioni e fusioni. "Nel resto del mondo,
i partiti rimangono gli stessi, ma cambiano i
leader", dice Matteo Renzi, il sindaco di
Firenze e uomo politico che ha lottato per
sfondare nel panorama nazionale. "Per noi,
è il contrario." Secondo la legge
elettorale - introdotta nel 2005 - gli
elettori non votano i singoli candidati, ma
liste di partito stilate dai leader politici
che, come prevedibile, selezionano in base
alla lealtà. Berlusconi è stato cacciato in
novembre e il suo alleato di lunga data
Umberto Bossi, capo della xenofobica Lega
Nord, si è dimesso in aprile tra le accuse di
spesa di fondi del partito per conto della sua
famiglia. Ma entrambi sono stati
rimpiazzati da sottotenenti scelti
con cura. Nel frattempo, i loro avversari a
sinistra continuano a scandagliare le
profondità delle loro gerarchie di partito per
una serie di burocrati poco stimolanti.
Con i leader del Paese concentrati sul loro
gioco di poltrone, i problemi della terza
economia più grande d'Europa sono rimasti in
larga parte trascurati. L'attuale generazione
di politici ha governato come se fosse
determinata a prosciugare il Paese
prima di morire. Dal 1994 in Italia i
partiti hanno ricevuto 3,3 miliardi di dollari
di finanziamento pubblico delle campagne
elettorali, ma solo 800 milioni sono stati
contabilizzati come spesa elettorale; il resto
è scomparso nelle casse dei partiti. Nel
frattempo l'economia è in stallo. Nel mese di
aprile, l'Istituto Nazionale di Statistica ha
rilevato che l'11,6% della forza lavoro aveva
rinunciato a cercare lavoro - da sommarsi al
tasso ufficiale di disoccupazione del 9,8%.
Finora, la reazione del Parlamento è stata un
altro "gioco delle
sedie musicali". Il 19 aprile,
Casini ha presentato il Partito della
Nazione, che spera comprenda membri
del governo tecnico del Primo Ministro Monti.
Per non essere da meno, il successore di
Berlusconi, Angelino Alfano, ha dichiarato che
lui e l'ex Primo Ministro faranno presto un
annuncio "che cambierà il corso della
politica italiana nei prossimi anni."
Anche i politici di sinistra parlano di
rimpasto. Parma è una città indebitata, con un
grave dissesto economico. Il MoVimento 5
Stelle è un salto nell'ignoto, nel domani. Gli
altri sono la continuità con il passato, la
certezza del suicidio assistito.
Vincenzo Bernazzoli, il candidato
del Pdmenoelle è presidente della
Provincia di Parma (ma le province
non dovrebbero essere abolite?) in carica
(così se perde conserva il posto di lavoro) e
sostenitore dell'inceneritore
(che causa neoplasie), ha spiegato che il
futuro di Parma è nel maggiore indebitamento
bancario e che (nessuna paura) i suoi uomini
sanno come trattare con i banchieri. "Le
banche hanno smesso di fare cessione di
credito nei confronti di Comune e partecipate.
Non danno più soldi per paura che il Comune
sia insolvente... Senza liquidità non si
possono pagare i fornitori e già a giugno,
molte cose rischiano di saltare. E potrebbero
saltare anche stipendi: insomma, Parma è
sull’orlo del baratro, è bene che si sappia.
Per uscire da tutto ciò è necessario
convincere le banche a fare un prestito ponte
per permettere di superare il rischio
collasso. E per chiedere i soldi noi abbiamo e
persone capaci, persone della società
civile... competenti e in grado di trattare
con le banche”. Non ne dubito. Banche e
partiti sono gemelli siamesi.
GOMORRA PAGA
GOMORRA
“Senza il pizzo
Gomorra non lo avrebbero girato”. L’affiliato
alla camorra Oreste Spagnuolo
racconta la sua vita tra omicidi ed
estorsioni. È un fiume in piena, un killer che
dopo crimini atroci pare volersi vuotare
l’anima. Ma tra le centinaia di pagine di
deposizioni ecco che un nome fa compiere un
salto sulla sedia agli inquirenti:
Matteo Garrone. Il regista di Gomorra,
pronto a sbarcare a Cannes, secondo Spagnuolo
sarebbe stato vittima di un’estorsione della
camorra. Di più, nei verbali,
Spagnuolo parla di Garrone
che avrebbe incontrato un camorrista agli
arresti domiciliari. Riferisce, lo mette nero
su bianco in un libro, che sarebbero stati
pagati ventimila euro per girare il film. Così
il regista sarà ascoltato dagli inquirenti.
“GOMORRA” (tratto dal libro di
Roberto Saviano) dopo aver
incassato oltre 10 milioni e consensi unanimi
non conosce pace. Fantasie o una realtà che in
terra di camorra pare più fervida
dell’immaginazione? Di sicuro è riportato
nella deposizione di Spagnuolo,
killer dell’ala stragista dei Casalesi guidata
da Giuseppe Setola. Non
parliamo di uno stinco di santo, ma di uno dei
protagonisti della strage di Castelvolturno.
Un camorrista cresciuto in una famiglia
borghese del Vomero. Ma dopo l’arresto nel
settembre 2008 ecco la trasformazione: diventa
gola profonda. Un pentito ritenuto credibile
dai pm della Dda di Napoli (Cesare
Sirignano, Giovanni Conzo,
Catello Maresca, coordinati
da Franco Roberti prima e poi
da Federico Cafiero De Raho).
Grazie anche ai racconti di Spagnuolo
sono finiti in galera i suoi compagni di
sangue e di pizzo, fino al capo Setola.
Spagnuolo racconta la
terribile storia dei casalesi. Ma si sofferma
anche sugli incontri che, dice lui, sarebbero
avvenuti tra Alessandro Cirillo,
numero due del clan, e Garrone.
Il regista, sostiene Spagnuolo,
avrebbe incontrato Cirillo
quando quest’ultimo era ai domiciliari.
Spagnuolo sostiene di aver
saputo degli incontri da Cirillo,
detto “o’ sergente”, il vice di Setola
che oggi sconta l’ergastolo. Nel libro
“Confessioni di un killer”, edizioni Ancora
del Mediterraneo, scritto dalla giornalista
Daniela De Crescenzo,
Spagnuolo ripercorre la sua vita
criminale tra omicidi ed estorsioni. E
racconta che per girare Gomorra sarebbero
stati pagati ventimila euro al clan:
“Chiedevamo la tangente a tutti, ci siamo
fatti pagare perfino da Garrone“.
Spagnuolo spiega: “Quello (Garrone,
ndr) a Castel Volturno ha girato
l’Imbalsamatore nel quale recitò
Bernardino Terracciano, uno dei
nostri che intascò ottomila euro”. Il boss
pentito continua: “Prima di cominciare le
riprese il regista andò a casa di Cirillo, che
all’epoca stava ai domiciliari, per mettersi
d’accordo. Garrone gli mandò
ventimila euro e le riprese girarono lisce
come l’olio. Un bel guadagno”.
IL
TRAMITE tra Cirillo
e Garrone sarebbe stato
Terracciano che ha recitato nel film Gomorra e
ancor prima, racconta Spagnuolo,
nell’Imbalsamatore, altro film capolavoro di
Garrone. Dopo Gomorra,
Terracciano è stato arrestato e
condannato per associazione camorristica. “Terracciano”,
raccontano gli investigatori, “ha provato a
difendersi spiegando di non aver niente a che
fare con Setola, ma di averlo incontrato
quando era latitante solo perché o’ cecato voleva
vedersi con Garrone“. Il Fatto ha chiesto a
Spagnuolo conferma delle sue
dichiarazioni. Il killer pentito è categorico:
“Senza pagare il pizzo non si poteva girare il
film”. E gli incontri tra Garrone e Cirillo?
E quei ventimila euro?“Sono in corso
indagini, devo rispettare il segreto
istruttorio”.
La Procura di Napoli, nelle prossime
settimane, ascolterà il regista su questa
vicenda. Calunnie e fango sul film Gomorra?
Lui, Garrone, che cosa
risponde? Il Fatto gli ha chiesto se
davvero ci siano stati gli incontri a casa
Cirillo: “Non ho nulla da
dire”, ha risposto. Un destino tragico quello
di Gomorra, film così aderente all’inferno
della mala tra le vele di Scampia e il
litorale domitio che non si distingue più tra
finzione e realtà. Gli attori sono ragazzi e
camorristi, chiamati a recitare la loro vita.
E alla fine in prigione ci vanno davvero.
Quattro attori arrestati in tre anni. Il primo
fu proprio Bernardino Terracciano.
Nel film faceva la parte dell’estorsore
Zi’ Bernardino. Stesso nome
per personaggio e attore. Poi
Salvatore Fabbricino, ritratto dalle
cineprese di Garrone, ma
anche dalle telecamere dei carabinieri.
Osservando le immagini, il pentito
Antonio Prestieri ha indicato
Fabbricino come suo “dipendente”.
GIOVANNI Venosa in Gomorra era il
camorrista che condannava a morte due
ragazzini che spacciavano rifiutando
l’autorità del boss. La realtà racconta di
soggiorni in case di recupero del Nord Italia
e di ripetuti arresti. L’ultimo per pizzo.
Nicola B. sembrava che ce l’avesse fatta. Si
era iscritto a un istituto tecnico.
Raccontava: “Ero uno di quei giovani senza
speranza che credono di avere davanti una sola
strada, la delinquenza”. Pochi mesi fa, però,
lo hanno beccato di nuovo con un sacchetto di
droga. Agli investigatori che gli mettevano le
manette ha detto: “Ho recitato in Gomorra”.
Una garanzia.
GLI ARRESTATI ERANO GIA'
STATI TUTTI INTERROGATI DA PALAZZI ED
AVEVANO NEGATO TUTTO, OVVERO FANNO PARTE DI
QUELLA MASSA DI OMERTOSI CHE NON VUOLE
ASSOLUTAMENTE MODIFICARE LO STATUS
QUO:NEGARE TUTTO, ANCHE L'EVIDENZA.
Per molti dei giocatori
indagati, sottoposti a perquisizione, o
arrestati, oggi, e per le loro squadre di
appartenenza, non sono arrivati nemmeno i
deferimenti da parte della Procura
Federale. Deferimenti che erano
previsti per l’inizio di luglio, dopo la
conclusione degli Europei, con le sentenze
entro agosto, ma che a questo punto
potrebbero subire un’accelerazione.
Cosa
succederà ai calciatori, agli allenatori, e
alle squadre interessate? E’ presto per
dirlo. Dal punto della giustizia penale
il procuratore di
Cremona si
era già espresso non in favore di
un’amnistia, quanto di un “riconoscimento
premiale” nei confronti dei tesserati che
avessero collaborato, cosa che ha ribadito
anche oggi in conferenza stampa.
Sottolineando però che coloro che hanno
collaborato sono già stati in qualche modo
“protetti” oggi: ovvero, i provvedimenti
restrittivi sono stati presi solo per chi ha
ripetuto di essere estraneo alla vicenda
senza fornire aiuti alle indagini della
magistratura.
Un nome caldo è quello di
Mimmo Criscito, ex della
Juventus, del Genoa (periodo cui si
riferisce il provvedimento della Procura),
attualmente allo Zenit. A
Coverciano a preparare gli Europei, il
giocatore stamattina dopo le perquisizioni è
rimasto in camera, non ha partecipato agli
allenamenti e alla fine è stato escluso
dalla lista dei 23 – da ufficializzare alla
Uefa entro domani – che partiranno alla
volta della Polonia.
Da un punto di vista penale non ci sono
provvedimenti restrittivi nei suoi
confronti, come ha spiegato Di
Martino, il giocatore tecnicamente
è libero di lasciare il paese e andare
all’estero. Il fatto è che era impensabile
che il tanto sbandierato “codice etico” di
Prandelli si arenasse sulla scelta del
terzino sinistro da portare agli Europei. Il
ct darà comunque la sua risposta questa sera
alle 18 in conferenza stampa.
Poi ci sono
l’ex genoano ed ex compagno di squadra di
Criscito, Omar Milanetto,
che l’anno scorso ha lasciato il Genoa per
trasferirsi al Padova in
Serie B, e il capitano della Lazio
Stefano Mauri: entrambi arrestati
questa mattina all’alba. A
loro è contestato il reato di associazione a
delinquere finalizzato alla truffa e alla
frode sportiva. Sarebbero stati infatti
coinvolti di persona in più occasioni – con
gli altri tesserati indagati e con gli
esponenti delle organizzazioni criminali
interessate – nelle combine dei risultati
delle rispettive squadre in cambio di
denaro. Queste le partite interessate che
hanno coinvolto i tre giocatori di cui
sopra: Lazio-Genoa 4-2 del 15 maggio 2011 e
Lecce-Lazio 2-4 del 22 maggio 2011. Per
quest’ultima, ha spiegato Di Martino, il
guadagno derivante dalle scommesse sarebbe
stato di 2 milioni di euro, mentre 600mila
euro sarebbero stati utilizzati per la
corruzione dei tesserati.
Come detto,
bisognerà attendere la giustizia sportiva
per eventuali squalifiche e penalizzazioni.
I giocatori, dato che sono stati inseriti
dal procuratore Di Martino, tra quelli non
collaborativi, non dovrebbero aspettarsi
alcuno sconto di pena. Per Mauri e Milanetto,
visto anche che hanno superato la trentina,
c’è il rischio che si parli di
carriera chiusa (rischiano infatti
pene da 3 anni alla radiazione).
Per le società, cui
sarà contestata come minimo la
responsabilità oggettiva, l’idea è che
queste penalizzazioni siano “afflittive”:
ovvero dovranno incidere in maniera pesante
sulla classifica e sui risultati ottenuti.
Per la Lazio si prospetta quindi la perdita
dell’Europa League
conquistata sul campo quest’anno e una
penalizzazione nella prossima classifica di
Serie A. Per il Genoa
il rischio retrocessione.
Altro capitolo quello che
riguarda il Siena. L’appartamento del suo ex
tecnico Antonio Conte è
stato sottoposto a perquisizione: in ballo
sempre il famoso Novara-Siena 2-2
del 30 aprile 2011, per cui l’ex senese
Carrobbio aveva inguaiato il tecnico
pugliese. Sia Conte che il presidente senese
Mezzaroma devono ancora
essere ascoltati da Palazzi, perché la
posizione del Siena è stata parzialmente
stralciata nel primo troncone della
giustizia sportiva (la serie B) per essere
inserita nel secondo (la Serie A, a
luglio-agosto). Dato che sotto la lente di
ingrandimento della procura ci sarebbero
altre 7-8 partite della
società toscana, a detta del procuratore, e
nel caso venga dimostrato il coinvolgimento
dei dirigenti bianconeri, il rischio per il
Siena è la responsabilità diretta e non più
quella oggettiva. La penalizzazione a questo
punto sarebbe pesantissima, con l’ovvia
retrocessione e una possibile pesante
penalizzazione da scontare nel prossimo
campionato di Serie B.
Diverso il
discorso per Conte. Per il regolamento un
allenatore squalificato non può sedere in
panchina, entrare negli spogliatoi e
rilasciare interviste nello stadio o appena
fuori. Non gli sarebbe invece impedito di
dirigere gli allenamenti durante la
settimana, né di entrare allo stadio e
sedersi in tribuna. Da dove potrebbe dare
indicazioni al suo secondo tramite
telefonino o “staffette” di collaboratori.
Insomma, anche nella peggiore delle ipotesi,
in caso di squalifica per Conte, se la
Juventus lo ritenesse opportuno, il tecnico
bianconero potrebbe continuare a guidare i
campioni d’Italia anche la prossima
stagione. Ma, se Conte
dovesse essere deferito per associazione per
delinquere, anche la Juventus potrebbe
essere deferita nel secondo troncone per
responsabilità oggettiva, come è successo
nel primo troncone alla Sampdoria per
Bertani (deferito per quando giocava a
Novara) e allo Spezia per Carobbio (deferito
per quando era a Siena). In questo caso,
nella peggiore delle ipotesi, la Juventus
potrebbe vedersi respingere l’iscrizione
alla prossima Champions League.
Scommesse, 19 arresti e 30 perquisizioni
nell'indagine della procura di Cremona. In
manette
capitano della Lazio, giocatore del
Padova
(ex Genoa) e Bertani (Sampdoria, ex
Novara). Blitz nel ritiro Nazionale: il
difensore, indagato, salterà gli Europei. Il
pm: "Nessun altro azzurri coinvolti".
Il tecnico juventino accusato di
associazione a delinquere. Se squalificato,
l'alternativa è Capello di M. MENSURATI e G.
FOSCHINI
Esattamente un anno dopo,
quella
"storia di quattro
scommettitori sfigati"
(come la definirono alcuni dirigenti dello
sport italiano) diventa il grande terremoto
del calcio italiano. Il Servizio centrale
operativo (Sco) della Polizia di Stato,
coordinato dalla Procura di Cremona, sta
eseguendo in tutta Italia arresti e
perquisizioni nell'ambito dell'ultima
tranche dell'inchiesta Last bet, la grande
indagine sull'organizzazione internazionale
che negli ultimi due anni ha messo le mani
sul calcio italiano, truccando gare di serie
A e serie B per scommettere. E guadagnare
decine di migliaia di euro.
Tra gli arrestati ci sono il capitano della
Lazio, Mauri, l'ex capitano del Genoa Omar
Milanetto e il centravanti della Sampdoria,
Christian Bertani, oltre a una serie di
giocatori di B e di esponenti
dell'organizzazione criminale
internazionale. Al centro dell'indagine ci
sono una serie di partite di A e B del
campionato 2010-2011
truccate dall'organizzazione:
sono Napoli-Sampdoria del 30 gennaio 2011 ,
terminata con il risultato di 4-0;
Brescia-Bari del 6 febbraio (2-0)Brescia-Lecce
del 27 febbraio (2-2), Bari-Samp (0-1) del
23 aprile, Palermo-Bari (2-1) del 7 maggio,
Lazio-Genoa (4-2) del 14 maggio e
Lecce-Lazio (2-4) del 24 maggio.
CONVOCAZIONI NAZIONALE -
E' attesa per le 12 la comunicazione della
lista dei 23 azzurri per Euro 2012. A questo
punto, però, sulle scelte di Cesare
Prandelli pesa anche l'avviso di garanzia
consegnato questa mattina a Coverciano al
difensore Domenico Criscito. Il ct era già
orientato a comunicare una lista di 23
giocatori con 2-3 riserve. Tecnicamente la
lista deve essere consegnata all'Uefa domani
entro le 12, e dunque ulteriori 24 ore
saranno utili a Prandelli per valutazioni
sulla situazione di Criscito.
CRISCITO E ULTRAS -
Agli atti dell'indagine di Cremona che ha
portato agli arresti di stamani vi è anche
il resoconto di un summit in un ristorante
genovese, il 10 maggio 2011, nei giorni
precedenti la partita Lazio-Genova a cui
parteciparono Giuseppe Sculli, il calciatore
della Nazionale Domenica Criscito, un
pregiudicato bosniaco e due dei maggiori
esponenti degli ultrà del Genova. L'incontro
è stato documentato dagli agenti della
polizia che hanno condotto le indagini.
Il
capitano della Lazio, Stefano Mauri, è stato
arrestato dalla polizia nell'ambito
dell'inchiesta della Procura di Cremona sul
calcioscommesse. Tra i destinatari del
provvedimento d'arresto anche l'ex giocatore
del Genoa, ora al Padova Omar Milanetto. A
Mauri e a Milanetto, secondo quanto si
apprende, gli inquirenti contesterebbero il
reato di associazione a delinquere
finalizzato alla truffa e alla frode
sportiva. Gli investigatori avrebbero
ricostruito che sia Mauri sia Milanetto
erano disponibili, in cambio di denaro, a
combinare gli incontri delle loro rispettive
squadre. Sarebbero stati anche accertati
diversi contatti tra i giocatori e gli
esponenti dell'organizzazione criminale.
INDAGATO CONTE - Perquisizioni sono state
compiute dalla polizia nei confronti
dell'allenatore della Juventus, Antonio
Conte, nell'ambito dell'inchiesta della
procura di Cremona sul calcioscommesse.
Secondo quanto si apprende, Conte è indagato
per associazione a delinquere finalizzata
alla truffa e alla frode sportiva.
19 PROVVEDIMENTI RESTRITTIVI - Sono 19 i
provvedimenti restrittivi emessi dal Gip
del tribunale di Cremona Guido Salvini
nell'ambito dell'inchiesta 'Last Bet',
coordinata dal procuratore Roberto Di
Martino che nel giugno e nel dicembre
dell'anno scorso ha portato a diversi
arresti. L'operazione di oggi è stata
condotta dalle squadre mobili di Cremona,
Brescia, Alessandria e Bologna, coordinate
dagli uomini del Servizio centrale operativo
Anche gli indagati di questa nuova tranche
dell'inchiesta devono rispondere dei reati
di associazione a delinquere finalizzata
alla truffa e alla frode sportiva. I
particolari dell'operazione verranno
illustrati in una conferenza stampa alle 11
alla questura di Cremona, alla quale
parteciperanno gli inquirenti e gli
investigatori che hanno condotto questa
terza tranche dell'indagine.
ECCO TUTTI GLI ARRESTATI - Il Gip
Guido Salvini ha emesso complessivamente 19
provvedimenti, uno in meno delle richieste
del pm: la procura infatti aveva chiesto
anche l'arresto dell'attaccante del Genoa
Giuseppe Sculli. Dei 19 provvedimenti, 14
sono ordinanze di custodia cautelare in
carcere, 3 agli arresti domiciliari e 2
provvedimenti di obbligo di presentazione
all'autorità giudiziaria. I destinatari sono
cinque cittadini ungheresi, 11 tra
calciatori ed ex giocatori, e tre soggetti
legati a dei calciatori. Ecco nel dettaglio
i provvedimenti. STEFANO MAURI (giocatore della Lazio
- custodia cautelare in carcere) OMAR MILANETTO (ex giocatore Genoa,
ora al Padova - custodia cautelare in
carcere); KEWULLAH CONTEH (ex giocatore del
Piacenza - obbligo presentazione); JOSE INACIO JOELSON (giocatore del
Pergocrema - arresti domiciliari); ALESSANDRO PELLICORI (giocatore
svincolato del Queen's Park Rangers -
custodia cautelare in carcere); PAOLO DOMENICO ACERBIS (giocatore del
Vicenza - custodia cautelare in carcere) IVAN TISCI (ex calciatore - custodia
cautelare in carcere); FRANCESCO RUOPOLO (calciatore del
Padova - obbligo presentazione); MARCO TURATI (giocatore del Modena;
custodia cautelare in carcere); CRISTIAN BERTANI (ex giocatore del
Novara, ora alla Sampdoria - custodia
cautelare in carcere); ZOLTAN KENESEI (cittadino ungherese,
già detenuto in Ungheria); MATYAS LAZAR (cittadino ungherese già
detenuto in Ungheria - custodia cautelare in
carcere); LAZLO SCHULTZ (cittadino ungherese
già detenuto in Ungheria - custodia
cautelare in carcere); LASLO STRASSER (cittadino ungherese -
custodia cautelare in carcere); ISTVAN BORGULYA (cittadino ungherese
- custodia cautelare in carcere) VITTORIO GATTI (custodia cautelare in
carcere) LUCA BURINI (arresti domiciliari);
DANIELE RAGONE (arresti domiciliari).
CELLULA UNGHERESE - Ci sono anche
cinque cittadini ungheresi tra i destinatari
dei provvedimenti emessi dalla procura di
Cremona nell'ambito della nuova tranche
dell'inchiesta sul calcioscommesse. Secondo
quanto ricostruito dagli investigatori della
polizia, i cinque facevano parte di una
'cellula' che riferiva direttamente al boss
dell'organizzazione criminale, il
singaporiano Eng Tan Seet, colpito da
un'ordinanza di custodia cautelare emessa lo
scorso dicembre. La cellula degli ungheresi
si è di fatto sostituita al gruppo degli 'zingarì
- decimato dagli arresti dei mesi scorsi -
per continuare nella manipolazione degli
incontri dei campionati di calcio italiani.
Gli investigatori hanno accertato diversi
contatti tra i calciatori e gli emissari del
gruppo, proprio in occasione di incontri da
truccare.
BLITZ IN RITIRO NAZIONALE, INDAGATO
CRISCITO - Blitz della polizia nel
ritiro della Nazionale. Secondo quanto
apprende l'ANSA, agenti sono andati nel
centro sportivo di Coverciano per eseguire
perquisizioni nell'ambito dell'inchiesta sul
calcioscommesse condotta dalla procura di
Cremona. Era Domenico Criscito il
destinatario della perquisizione effettuata
dalla polizia nel ritiro della Nazionale a
Coverciano. Secondo quanto si apprende, il
difensore azzurro è accusato di associazione
a delinquere finalizzata alla frode e alla
truffa sportiva nell'ambito dell'indagine
cremonese che ha portato a diversi
arresti. Gli agenti che hanno effettuato le
perquisizioni nel ritiro della nazionale di
calcio e hanno consegnato a Criscito
l'avviso di garanzia sono arrivati a
Coverciano alle 6.25. Due auto e cinque
agenti hanno varcato il portone del centro
tecnico federale quando la nazionale di
Prandelli ancora dormiva, e attualmente sono
ancora all'interno di Coverciano. In
mattinata, è attesa la diramazione della
lista dei 23 azzurri per Euro 2012, nella
quale era prevista la presenza di Criscito.
È attesa per oggi alle 12 la comunicazione
della lista dei 23 azzurri per Euro 2012. A
questo punto, però, sulle scelte di Cesare
Prandelli pesa anche l'avviso di garanzia
consegnato questa mattina a Coverciano al
difensore Domenico Criscito. Il ct era già
orientato a comunicare una lista di 23
giocatori con 2-3 riserve. Tecnicamente la
lista deve essere consegnata all'Uefa domani
entro le 12, e dunque ulteriori 24 ore
saranno utili a Prandelli per valutazioni
sulla situazione di Criscito.
SUMMIT CON SCULLI, NO DEL GIP
ALL'ARRESTO - Agli atti dell'indagine di
Cremona che ha portato agli arresti di
stamani vi è anche il resoconto di un summit
in un ristorante genovese, il 10 maggio
2011, nei giorni precedenti la partita
Lazio-Genova a cui parteciparono Giuseppe
Sculli, il calciatore della Nazionale
Domenica Criscito, un pregiudicato bosniaco
e due dei maggiori esponenti degli ultrà del
Genova. L'incontro è stato documentato dagli
agenti della polizia che hanno condotto le
indagini. Il gip di Cremona Guido Salvini
non ha accolto la richiesta di arresto
avanzata dalla procura di Cremona nei
confronti dell'attaccante del Genoa Giuseppe
Sculli. Il giocatore è indagato per
associazione a delinquere finalizzata alla
truffa e alla frode sportiva.
PERQUISITA CASA DI PELLISSIER - Su
mandato della procura di Cremona la squadra
mobile della Questura di Aosta ha perquisito
questa mattina, alle 4, l'abitazione di
Fenis di Sergio Pellissier, attaccante del
Chievo coinvolto nell'inchiesta sul
calcioscommesse. Analoga ispezione è
avvenuta nella casa di Verona del giocatore,
che risulta essere indagato. All'interno
della villa sulla strada statale 26 sono
stati sequestrati computer, ipad e pennette
usb che verranno messi a disposizione degli
inquirenti.
LA GRECIA E'
FALLITA E NON SOLO TECNICAMENTE,GLI SCENARI
EUROPEI POST EURO...
Tutte le azioni
che potranno essere intraprese da ora in
avanti provocheranno alla fine una crisi
finanziaria. Il minor danno sarà garantito
dall'adozione di politiche pro-crescita
moderate, che saranno la soluzione migliore
per minimizzare i danni. Ma alla fine,
sempre che riesca a sopravvivere, l'euro non
sarà più lo stesso.
PRIMO
SCENARIO,IL MENO DRASTICO MA UGUALMENTE
LETALE: ovvero "La Francia e
altri paesi convincono la Germania ad adottare
politiche pro-crescita". Questa ipotesi è
avallata dalle ultime evoluzioni - o
involuzioni - dello scenario politico europeo.
Tra queste, "il collasso del governo
olandese, che ha reso difficile per il paese
riuscire a centrare i target di deficit e, in
Francia, il candidato socialista Francois
Hollande, che molto probabilmente vincerà le
elezioni presidenziali di domenica".
Hollande, continua il Time, ha "chiesto
l'adozione di politiche pro-crescita, fattore
che ha provocato costernazione in Germania.
Ma è fuor di dubbio che la forma mentis
dell'Europa è cambiata e che a questo punto la "Germania potrebbe non avere altra
scelta che intraprendere una strada diversa,
accettando l'eventualità di maggiori spese - e
maggiori richieste di prestiti - dai governi
nazionali. Nel breve termine, tale strategia
aiuterà le economie europee a ridurre la
disoccupazione e l'impatto della recessione.
Ma nel lungo termine i debiti dei
governi saliranno. Di conseguenza,
l'adozione di queste politiche a favore della
crescita posticiperanno, ma non risolveranno,
la crisi dell'Eurozona. La crescita dei debiti
che ne seguirà peggiorerà infatti ogni crisi
finanziaria che potrebbe presentarsi. Detto
ciò, questa opzione corrisponde al male
minore".
SECONDO
SCENARIO, LETALE E MOLTO DISTRUTTIVO,
ovvero "Le politiche di austerity portano la
maggior parte dell'Europa in recessione".
Questa seconda ipotesi è già una realtà, che
si presenta ogni giorno sotto gli occhi di
tutti. Il problema è che una dozzina di
paesi europei è già in una fase di
contrazione economica. "Nel lungo termine -
ferme restando le politiche di austerity
volute dalla Germania - i paesi in
difficoltà finanziaria dovranno tagliare le
proprie spese, aumentare le tasse, ridurre i
propri costi del lavoro e limitare il ricorso
ai prestiti. Tuttavia, tagli così veloci
renderanno ancora più difficile abbassare il
livello del debito inteso come percentuale del
Pil - e questo perchè il Pil sta scendendo".
TERZO
SCENARIO:I PAESI PIU' DEBOLI ESCONO DALL'EURO,
SHOCK INFLAZIONISTICO ALMENO PER I PRIMI DUE
ANNI MA IL DEPREZZAMENTO RILANCIA L'ECONOMIA .
La Grecia probabilmente sarà la prima ad
andare via, fattore che scatenerebbe la
speculazione su una uscita di scena di
Portogallo, Spagna, e anche Italia. Tale
situazione creerà un circolo vizioso,
spingendo i tassi di interesse a crescere
ulteriormente". Outlook: nel breve termine,
questo scenario è meno probabile; tuttavia,
sarà difficile evitarlo nel caso in cui niente
cambierà dal punto di vista dei fondamentali.
Quanto potrà essere doloroso? Guardando ai
"contro", nel lasciare l'Eurozona i paesi
provocherebbero una serie di shock alle banche
più importanti che detengono i loro debiti. Se
vogliamo guardare a un aspetto "positivo",
però, è anche vero che, una volta lasciata l'Eurozona,
i paesi potrebbero rimettere in sesto le
proprie economie intraprendendo un cammino per
la ripresa. Indicativo il caso dell'Argentina,
che, agganciando la sua valuta al dollaro agli
inizi degli anni '90, ha sofferto una forte
recessione dopo aver deprezzato la sua moneta
nel 2001. Ma entro il 2003, l'economia stava
di nuovo registrando un boom.
QUARTO
SCENARIOovvero "L'Eurozona si divide
in due diverse aree valutarie". Ovvero, Euro
di serie A ed Euro di serie B, IL
DEPREZZAMENTO DELL'AREA SUD DETERMINEREBBE LA
CRISI DEL SISTEMA BANCARIO CHE SI RITROVA IN
PANCIA TONNELLATE DI CARTA STRACCIA. "La
soluzione più razionale - ma la meno probabile
per motivi politici - è che la Germania e
altri pochi alleati, come l'Olanda, lascino l'Eurozona
e creino una loro propria moneta. L'euro
rimarrebbe la valuta dei paesi del Sud e
potrebbe essere deprezzato, al fine di
allentare la pressione su questi paesi.
Outlook: i paesi sudeuropei soffrirebbero
una recessione per un anno circa. Le banche
accuserebbero perdite sui loro bond, dovuti
però più alla flessione dei prezzi che non a
default diretti. Teoricamente, anche questa
potrebbe essere la soluzione migliore e la
meno distruttiva.
"Chi aveva per esempio 10 mila euro di titoli
greci, un paio di settimane fa si è visto
arrivare al posto del suo titolo 24 titoli
diversi, li ha sommati e si è accorto che
aveva solo duemila euro. Questo si chiama in
linguaggio tecnico “default”, si
chiama insolvenza. Se uno deve pagare degli
interessi, un rimborso (Stato o società
privata che sia) e non li paga, si chiama in
termini brutali fallimento, in termini tecnici
insolvenza o default."
Beppe Scienza
La Grecia si è salvata e io ho
perso l’80%, come la mettiamo?
La
ristrutturazione dei titoli greci, Dio non
voglia che abbiano la stessa sorte quelli
italiani, è avvenuta in due fasi:
1) si è fatta una proposta dicendo alle
banche, ai fondi comuni, alle assicurazioni:
volete accettare di cambiare questi vostri
titoli con titoli nuovi, accettate che si
faccio un taglio? In effetti la stragrande
maggioranza dei cosiddetti investitori
istituzionali hanno accettato, sul modo che
hanno accettato vorrei citare il capo della
Commerzbank tedesca, Martin Blessing, che
riguardo all’accettazione della
ristrutturazione del debito greco ha detto: "Essa
è così volontaria, come era volontaria la
confessione nell’inquisizione spagnola".
La Banca centrale ha ottenuto che le banche
accettassero questa cosa e questi sono fatti
loro. Quelli che
non sono fatti loro è che dopo, anche chi non
aveva accettato, si è trovato la stessa sorte,
gli hanno dimezzato in valore nominale i
titoli che aveva e in valore di mercato la
perdita è dell’80%. Ora questo
si chiama in linguaggio tecnico “default”,
si chiama insolvenza. Se uno deve pagare degli
interessi, un rimborso (Stato o società
privata che sia) e non li paga, si chiama in
termini brutali fallimento, in termini tecnici
insolvenza o default.
Quindi
la Grecia è fallita. Non è la prima volta che
è fallita, tutti i greci ricordano una frase
pronunciata il 10 dicembre 1893 dall’allora
primo ministro Charilaos Trikoupis che in
greco è "Δυστυχώς επτωχεύσαμεν" (distihós
eptohéfsamen) "Purtroppo siamo falliti".
I greci possono dire e dicono "Δυστυχώς επτωχεύσαμεν
ξανά" (distihós eptohéfsamen ksaná) "Purtroppo
siamo di nuovo falliti". Allora non
raccontiamo la storia che la Grecia non è
fallita: la Grecia è fallita!
Però questo
fallimento ha un’altra stranezza: non ha
toccato tutti.
Prima della ristrutturazione, prima della
proposta di adesione volontaria al piano di
taglio del debito pubblico, c'è stato un
giochettino un po’ strano. I titoli posseduti
dalla Bce e dalle altre banche centrali, della
Bundesbank, dalla Banca d’Italia ecc., hanno
subito un cambiamento di codice. Sono stati
cambiati i codici e questi titoli non sono
stati toccati, né dalla proposta, né dal
taglio coatto. Questi titoli, rimasti come
prima solo con cambiamento di codice, hanno
incassato gli interessi, quelli scaduti sono
stati tutti rimborsati: non sono falliti. Gli
stati sovrani si chiamano proprio sovrani
perché possono, se vogliono, non pagare i loro
debiti. O ci si fa la guerra oppure è così.
Il
problema dell’Italia, che purtroppo non è
stato ancora affrontato, anche perché è
difficile, sia ben chiaro, è il debito
pubblico che è a livello del 120%. Cioè il
doppio di quello che era il parametro virtuoso
di Maastricht del 60% del prodotto interno
lordo. Ora è il 120%, quando però in effetti
era così a metà degli anni 90, ma era sceso
verso il 2007 sul 103%, poi è risalito.
Questo è il macigno, non si vede come si
riesca a farlo scendere.
SCANDALO
SCOMMESSE ANCHE IN SPAGNA....
Liga, sospetto scommesse ma la Federazione
nega
L'ombra delle combine si
allunga anche sul calcio spagnolo. Una
emittente iberica ha dato stamani la
notizia che la Lega calcio spagnola (Lfp)
avrebbe denunciato alla Procura
anti-corruzione casi di combine relativi a
incontri del campionato di prima divisione
e riferito che anche l'Uefa sta indagando
su un giro sospetto di commesse legate ad
alcuni incontri
MADRID
- L'ombra delle combine
si allunga anche sul calcio spagnolo.
Una emittente iberica, Radio Cadena Ser,
ha dato stamani la notizia che la Lega
calcio spagnola (Lfp) avrebbe denunciato
alla Procura anti-corruzione casi di
combine relativi a incontri del
campionato di prima divisione e riferito
che anche l'Uefa sta indagando su un
giro sospetto di commesse legate ad
alcuni incontri. La radio non ha dato
alcuna indicazione sulle squadre
coinvolte e non ha citato le fonti di
queste informazioni, che più tardi sono
state smentite, almeno in parte dalla
lfp. Prima con una dichiarazione
dell'avvocato ed ex vicepresidente della
Lfp Javier Tebas Medrano, poi con una
nota ufficiale, la Lega ha dichiarato
che al momento non è stata fatta alcuna
denuncia alla Procura anti-corruzione in
merito a presunte irregolarità relative
allo svolgimento di incontri di prima e
seconda divisione in questa stagione. «Due
o tre settimane fa - recita ancora
la nota della Lfp - c'è stato un
incontro con il Procuratore Generale per
valutare eventuali situazioni di rischio
e coordinare azioni di prevenzione e
investigative».
PRIMO
PROCESSO O SECONDO PROCESSO??
MA CHE BRAVI I
NAPOLETANI:IL GIUDIZIO PER LORO ARRIVERA'
FORSE AD AGOSTO, QUANDO ORMAI LA
FEDERAZIONE AVRA' COMUNICATO I NOMI DEI
CLUB ISCRITTI ALLE COPPE EUROPEE...E
QUESTO PERCHE' DA NAPOLI L'INCHIESTA SUL
CALCIOSCOMMESSE VA AL RALLENTATORE...I
membri della commissione disciplinare
(primo grado della giustizia sportiva)
sono stati già messi in preallarme: questa
estate niente vacanze, almeno sino al 10
agosto. Sì,
perché i processi del calcioscomesse
rischiano di non concludersi in luglio,
tanti saranno i deferiti (per ora 22 club)
nella prossima ondata, ma di protrarsi
anche nei primi giorni di agosto. Con un
problema serio per la Figc che a fine
luglio deve dare all'Uefa l'elenco delle
squadre iscritte alle Coppe. E se
qualcuna è coinvolta nei processi? Che
farà Giancarlo Abete? Uno scandalo di
dimensioni enormi che tocca serie A, B e
Lega Pro. Non ci sono solo calciatori
infedeli o avidi ma anche troppi che
sapevano, sono stati zitti e si sono
voltati da un'altra parte. "Una piaga che
colpisce tutto lo sport, non solo il
calcio, ma io ho fiducia nella Figc e nel
lavoro di Palazzi e della procura": anche
Gianni Petrucci, presidente del Coni, sa
che sarà una lunga estate di processi.
Fatta salva la presunzione di innocenza,
visto che sinora non è stato condannato
ancora nessuno, è comunque evidente come
quello che viene fuori dalle procure di
Cremona, Bari e Napoli sia qualcosa di
inquietante, che scuote alle fondamenta il
mondo del calcio. E per fortuna che c'è la
magistratura ordinaria che ha scoperchiato
questo immenso pentolone: senza
intercettazioni (a volte casuali, perché
riferite ad altre indagini) mai avremmo
saputo nulla. Il sistema è talmente
omertoso, e inquinato dalla malavita, che
il silenzio dominava. Ma veniamo alla
situazione sportiva. Ci
saranno, come noto, due processi. Il primo
avrà inizio il 31 maggio all'ex Ostello
dalla gioventù al Foro Italiaco. In aula
anche il 1° giugno, poi stop e possibile
ripresa il 4 giugno (se servirà). Ma è
probabile che serva visto che ci saranno
stuoli di avvocati agguerritissimi pronti
ad una valanga di eccezioni. Sentenza
quindi verso fine giugno, dopo playoff e
playout di B e Lega Pro: con
soddisfazione di Andrea Abodi e Mario
Macalli. Stefano Palazzi picchierà duro,
risparmiando solo i "pentiti". Possibili
penalizzazioni da scontare la prossima
stagione, senza andare così ad intaccare
quella che si sta per chiudere. Anche
perché i "reati" non riguardano questo
campionato ma i precedenti e gli eventuali
terzi interessati avrebbero le armi
spuntate (avrebbero...).
Seconda inchiesta: Palazzi, impegnando nel
sostenere l'accusa al (primo) processo con
il vice Mensitieri, la lascerà ad una
squadra guidata da Piccolomini, Squicquero
e Ricciardi, investigatori di lunga data
che facevano parte già dell'Ufficio
Indagini del generale Italo Pappa. In
procura sono arrivate le carte (le prime)
da Bari. Presto ne potrebbero arrivare
altre da Cremona, dove in settimana
sarebbero attesi nuovi fuochi artificiali.
Più indietro Napoli, è possibile che
l'inchiesta non venga chiusa entro
l'estate: in questo caso Palazzi non
potrebbe utilizzare i verbali di Gianello
, l'ex portiere del Napoli. Qualche
tesserato o qualche club potrebbe farla
franca sino all'autunno. Ma la
procura Figc, lo ricordiamo, non ha
alternative: deve andare (sempre) a
rimorchio della magistratura ordinaria e
questo causa, purtroppo, a volte
ingiustizie con chi viene condannato prima
e con chi magari viene condannato dopo (o
la scampa). Nel secondo filone potrebbero
entrare molti club di A e anche tesserati
eccellenti: ad esempio, il pool della
procura dovrà sentire ancora Carobbio e
molti altri calciatori, dopo le accuse che
l'ex calciatore del Siena aveva rivolto
nei confronti del suo club e del suo ex
allenatore Conte. Parole tutte da
verificare: ripeto, la presunzione di
innocenza vale per tutti. Sino a sentenze
definitive. Una mole di lavoro
impressionante per la procura. Presto
dovrebbe essere stilata una prima lista di
nuovi interrogatori (sinora sono state già
sentite 111 persone...). I deferimenti
forse a fine giugno, ma è più probabile
che slittino a luglio, appena finiti gli
Europei. E maxiprocesso, come detto, che
si trascinerebbe sino ad agosto.Dopo la prima ondata di defererimenti che ha interessato
principalmente serie B e Lega pro, la
procura federale prepara le carte per una
nuova fase processuale che riguarderà club
più importanti:il Napoli per
Sampdoria-Napoli 1-0 e Napoli-Sampdoria
4-0; Udinese per Udinese-Bari 3-3 e
Chievo-Udinese 0-2; Lazio per Lazio-Genoa
4-2 e Lecce-Lazio 2-4.
E questa è solo la prima
stangata. Adesso, quando arriveranno le
altre carte dalle procure (della
Repubblica) di Cremona, Bari e Napoli,
tremerà quasi tutta anche la serie A.
Potrebbero essere coinvolte (dopo Siena,
Atalanta e Novara che già sono nel primo
filone) anche Genoa, Lazio, Napoli,
Lecce, Chievo, Udinese. Almeno 10-11
club, metà campionato. E non è detto che
non salti fuori qualche altra squadra.
Il Siena, ad esempio, rischia di essere
processato due volte: è giusto?
I club deferiti oggi da Palazzi e c.
hanno responsabilità diverse, dalla
presunta alla oggettiva, sino alla
diretta (che porta all'ultimo posto in
classifica). I giocatori dovranno
rispondere per omessa denuncia, perché
hanno scommesso (minimo due anni) oppure
perché hanno truccato, o tentato di
truccare, le partite (si arriva anche
alla radiazione).
Il maxiprocesso si
terrà allo stadio Olimpico (sala
stampa). Le decisioni di Palazzi per il
secondo troncone del calcioscommesse
arriveranno solo in giugno. I processi
in luglio, prima del 2 agosto quando la
Figc dovrà dare all'Uefa l'elenco delle
italiane iscritte alle Coppe. E
attenzione, le norme europee sono
durissime, basta essere "coinvolto" per
essere esclusi per una stagione.( Con una
modifica degli Statuti Uefa, in vigore
dal 27 aprile 2007. Adesso è prevista
per l’Uefa la possibilità di respingere
«l’iscrizione di squadre coinvolte
direttamente o indirettamente in
attività volte a influenzare il
risultato» Di questa situazione,
per esempio, ha beneficiato il Porto
ammesso alla Champions 2009 benché
coinvolto in fatti del 2003-04.
L’Uefa,non ama intervenire direttamente
sui campionati nazionali: per cui ha
fatto pressione sulla federazione turca,
minacciando eventuali conseguenze se il
club fosse stato iscritto in Champions.
È stata la Turchia, formalmente, a non
iscrivere i suoi campioni.
) I club rischiano una penalizzazione
afflittiva, da scontare in questa
stagione o, più probabile, nella
prossima. Le
classifiche potrebbero essere riscritte.
Che fare coi playoff e i playout di
serie B? Inizieranno a processi finiti,
almeno i primi. Che diranno i terzi
interessati,
esclusi magari dalla
lotta alla promozione in A? Un bel guaio
per il presidente della Lega B, Andrea
Abodi. Nei guai seri, quando usciranno
le carte di Bari, ci saranno soprattutto
il Bari (Masiello ha confessato) e il
Lecce, molti club di Lega Pro. Inoltre
saranno deferiti molti altri calciatori
e allenatori: rischiano, per omessa
denuncia, ad esempio anche Conte,
tecnico della Juve, Bonucci e Pepe.
Palazzi di solito chiede un anno o 8
mesi di squalifica ma in caso di
patteggiamento potrebbero avere 4 mesi.
Sempre ovviamente che risultino
colpevoli. Una curiosità: oggi è stata
definita la Ac Ancona. Ma non esiste
più, l'attuale Ancona che milita in
serie D ha preso il titolo dell'ex Piano
San Lazzaro, non ha usufruito del lodo
Petrucci. Diverso il caso del Mantova.
Nei
confronti del tecnico campione
d'Italia con la Juve le gravi accuse
del suo ex calciatore ai tempi di
Siena: l'allenatore salentino e la
società toscana sarebbero stati
perfettamente a conoscenza di due
combine con Novara e Albinoleffe
Una
brutta tegola si abbatte sulla
Juventus, da
stasera in ritiro a Vinovo per
preparare la finale di Coppa Italia
in programma domani a Roma contro il
Napoli. Il suo tecnico
Antonio Conte è stato
tirato in ballo dal pentito Carobbio
per due partite della scorsa
stagione, quando entrambi erano a
Siena. L’accusa è da brivido, non si
tratterebbe di una ‘banale’ omessa
denuncia ma di un vero e proprio
‘doppio illecito’ sportivo. Questo
almeno è quanto emerge dalle 8
pagine del verbale dedicate a
Carobbio e risultanti dagli
interrogatori e dalle deposizione
rilasciate dall’ex giocatore del
Siena (ora allo Spezia) sia alla
Procura della Repubblica di
Cremona sia lo scorso 29
febbraio agli 007 della Procura
Federale di Palazzi.
Le
accuse di Carobbio a Conte
e alla società saranno invece
inserite nel secondo troncone di
processi: quello che riguarderà
anche la Serie A e che si baserà
anche sugli atti provenienti dalla
procure di Napoli e Bari, i cui
deferimenti arriveranno a fine
giugno e le sentenze entro fine
luglio. Questo ‘doppio processo’ è
dovuto proprio al fatto che
Palazzi vuole prima sentire
l’ex tecnico Conte, impegnato fino
ad ora nella lotta scudetto e in
Coppa Italia, e il presidente
Mezzaroma, la cui
audizione prevista ad aprile è stata
posticipata a fine maggio per motivi
di salute. Entrambi saranno sentiti
entro la fine del mese dal
procuratore federale, lì dovranno
rispondere delle accuse gravissime
di Carobbio, ritenuto ‘credibile’ da
entrambe le procure.
Due
le partite incriminate, entrambe
della Serie B 2010-11. La prima è
Novara-Siena 2-2 del 30 aprile 2011,
al cui proposito Carobbio
denuncia: “Ci fu un accordo per far
finire la gara in parità, e in
effetti ne parlammo anche durante la
riunione tecnica. Eravamo tutti
consapevoli del risultato
concordato, soprattutto al fine di
comportarci di conseguenza durante
la sfida. Lo stesso allenatore,
Antonio Conte, ci
disse che potevamo stare tranquilli
in quanto avevamo raggiunto
l’accordo con il Novara (…)
l’accordo è stato comunicato a
tutti”. Al proposito Carobbio
racconta anche di un incontro nel
ritiro del Siena tra Drascek
del Novara e Vitiello
e poi di una conferma dell’accordo
in campo tra lui e due avversari:
Bertani e
Gheller.
La
seconda combine emersa dai verbali
di Carobbio riguarda invece la
partita dell’ultima giornata di
campionato di Serie B tra
AlbinoLeffe e Siena,
disputatasi il 29 maggio con il
Siena già promosso e i lombardi
bisognosi di punti per evitare la
retrocessione e disputare i playout
e terminata con il risultato di 1-0
a favore dei lombardi. Qui le
confessioni di Carobbio
sono ancor più circostanziate e
tirano in ballo anche i vertici
societari. Il primo contatto per
commettere l’illecito risale al
termine della partita di andata (8
gennaio 2011, vittoria del Siena per
2-1). Nelle parole di Carobbio:
“L’allenatore in seconda
Stellini (il vice di Conte,
anche lui quest’anno alla Juventus,
ndr), chiese a me e a Terzi
di contattare qualcuno degli
avversari per prendere accordi sulla
partita del ritorno, in modo da
lasciare i punti a chi ne avesse
maggiormente bisogno”.
L’accordo vero e proprio si consuma
a ridosso del match di ritorno: “Nel
tardo pomeriggio, o in serata, del
giorno prima della gara
AlbinoLeffe-Siena del 29 maggio, ci
fu un ulteriore incontro fuori dal
nostro albergo del ritiro (…)
Vennero Sala,
Passoni e Poloni,
collaboratore tecnico dell’AlbinoLeffe,
che s’incontrarono con me,
Nando Coppola e un altro
del Siena che non ricordo – racconta
Carobbio – In quell’occasione ci
accordammo per dare i punti all’AlbinoLeffe
(…) ma chiedemmo di limitare la
sconfitta a un solo gol di scarto,
possibilmente 1-0. Sia per cercare
di mantenere la miglior difesa, sia
per evitare clamori per un risultato
eclatante. In settimana si parlò
molto tra società, calciatori e
allenatore sull’accordo raggiunto
(…) Alla fine fummo tutti d’accordo,
squadra e allenatore, nel lasciare
la vittoria all’AlbinoLeffe”.
Dai
verbali, Carobbio
risulta estremamente chiaro sul
coinvolgimento del tecnico e della
società: “Alla riunione tecnica
partecipavano l’allenatore, il vice,
il preparatore dei portieri e il
collaboratore. E’ evidente che la
società fosse al corrente degli
accordi. Tutte le componenti
partecipavano a questi discorsi.
Ricordo di averne anche parlato con
Daniele Faggiano,
che è un dirigente, braccio destro
di Perinetti (fino
a pochi giorni fa direttore sportivo
del Siena, da poco approdato al
Palermo (ndr)”. Fin qui le accuse
del giocatore. Altro saranno i
processi e le sentenze, sportive ed
eventualmente penali. Attenzione
però, nella giustizia sportiva il
processo è inquisitorio, ovvero
l’onere della prova a sua discolpa
spetta all’imputato. Vedremo cosa
risulterà dalle dichiarazioni di
Conte davanti a Palazzi
e dal dibattimento in aula. L’estate
del pallone si preannuncia bollente.
Parla Carobbio, il pentito che fa
tremare Conte: ''Va così da anni in
questo mondo. Quando ti accorgi che lo
fanno tutti, lo fai pure tu. Se mi
seguissero sarebbe una rivoluzione.
Spero non mi radino, vorrei insegnare il
calcio ai bambini. Per ora lavoro in una
comunità di tossicodipendenti, è un modo
che ho per saldare qualche conto con la
mia coscienza'' di
GIULIANO FOSCHINI
ROMA - Filippo
Carobbio è l'uomo del giorno. Anzi,
meglio, il ragazzo del giorno. Perché
ha solo 32 anni e sin qui li ha
vissuti con la leggerezza del
calciatore di provincia. Dire che era
impreparato a tutto questo è dire
poco: questIi sono i qualche decina di
migliaio di insulti del tipo "Carobbio
infame, per te solo lame" che da ieri
mattina girano su Internet. "Ecco
perché preferirei che questa
conversazione rimanesse privata. Non è
il momento di parlare. Lo sta già
facendo troppa gente, è solo il
momento di stare male. In fondo me lo
merito, è giusto così". Carobbio ha la
voce scossa. Le sue parole hanno
terremotato le fondamenta di quello
che riteneva fosse il suo mondo. E
quel mondo adesso gli sta crollando
addosso.
Carobbio, lei ha accusato
l'allenatore campione d'Italia. È
normale che tanta gente parli di lei. "Fa ridere questa cosa. Da
calciatore non ho mai avuto molta
fama. Ho fatto una buona carriera ma
mi sono fermato alle soglie della
celebrità. Adesso invece parlano di me
più che di Messi. Ma io sono un
ragazzo normale". I ragazzi normali non
scommettono con gli zingari. "Nemmeno io, li ho visti una
volta e non mi sono piaciuti". A Palazzi ha detto cose
pesanti. "Pesanti, sì, forse... Però a
me piace pensare solamente che mi sono
assunto le mie responsabilità". Ha fatto il nome di Antonio
Conte. "Quello
che
avevo da dire su Conte e su tutti gli
altri l'ho detto a Palazzi e al pm. E
spero di aver preso la strada giusta". Ha dubbi? "Sono colpito di essere
l'unico ad aver detto finalmente le
cose come stavano. Mi aspettavo che
dopo tutto quello che è venuto fuori
sui giornali in questi ultimi mesi
anche gli altri avrebbero deciso di
rompere il muro dell'omertà. E invece
non lo hanno fatto... Mi chiedo
perché". Perché? "Troppi interessi nel calcio.
A livello economico, a livello di
immagine. E quindi alla fine tutti
tutelano gli interessi. E la verità va
a quel paese". Lei perché ha parlato, invece? "Ma perché non ho nulla da
perdere. Ho 32 anni, la mia carriera è
finita. Almeno così mi sono pulito la
coscienza, mi sono tolto un peso. Ho
raccontato come funziona un mondo, il
mondo del calcio, che non è come la
gente se lo immagina. Nel calcio le
cose vanno avanti così da una vita e
tutti, ripeto, tutti hanno troppo da
perdere per cambiare davvero le cose.
Personalmente nell'istante in cui sono
uscito dalla stanza di Palazzi sono
tornato ad essere quello che sono
sempre stato, un ragazzo trasparente,
normale, che giocava a pallone, non
era Maradona, ma faceva con serietà il
proprio mestiere. Tutto qui". E adesso? "E adesso passerò i guai. So
cosa si dirà, si dirà che ho parlato
per salvarmi il culo, che sono un
furbo. E invece non è così. Il mio
culo, almeno a livello sportivo, già
me lo sono giocato da tempo. Spero
solo di non essere radiato ma è una
speranza marginale. Per il resto è
chiaro che non ho nulla da perdere.
Sono gli altri, quelli che negano, che
giudicano, che stanno zitti... Sono
loro che provano a salvarsi il culo
facendomi passare per un furbo. Ma io
non sono un furbo, sono solo uno che a
un certo punto ha voluto ricominciare
a guardarsi allo specchio in pace.
Davvero, però, lasciate perdere le
interviste. Non è questo il momento di
parlare... ". Magari ha parlato perché
Palazzi aveva già in mano prove
pesanti. "Non aveva in mano un
granché, a dire il vero... Avrei
tranquillamente potuto dire: "non ne
so niente" o "non è vero nulla". No,
non è stato per quello, ripeto ho solo
voluto dire basta e provare a cambiare
le cose, e magari avere la possibilità
di tornare a fare una vita normale,
con mia moglie e i miei due figli, che
sono la cosa più importante del mondo
". Una vita normale... pensa che
sia possibile? "Non lo so. Io vivo in un
paesino piccolo e sognavo di finire
sui giornali per una punizione, non
per un verbale. Certo, se mi avessero
preso che spacciavo o che facevo del
male ai bambini, avrebbero fatto meno
casino". Come pensa di vivere adesso? "Non lo so. Spero che non mi
radino perché mi piacerebbe restare
nel mondo del calcio, magari insegnare
ai bambini a giocare. Per quanto
riguarda il lavoro, non ho idee, forse
continuerò a vivere come ho fatto in
questi ultimi mesi". Cioè? "Lavoro per una comunità per
tossicodipendenti, do una mano. È un
modo che ho per saldare qualche conto
con la mia coscienza. Ma è anche
un'esperienza bellissima. Questa gente
soffre e tu gli puoi dare una mano". Ma era davvero così "grosso"
il giro? "Quando sei lì, dopo un po'
ti accorgi che "lo fanno tutti". E
allora lo fai pure tu. Certo se adesso
guardo il giornale, e vedo che ci sono
stato solo io a raccontare, mi viene
il sospetto che lo facessi solo io,
che fosse tutto un'allucinazione...
Eppure se solo qualcuno mi avesse
seguito, sarebbe una rivoluzione".
CONTE, OMESSA DENUNCIA UN BEL CAZZO!!!
Un autentico choc: "voglio
abbattere il muro dell'omertà", ha detto
il pentito Filippo Carobbio, 32 anni, che
ha lanciato durissime accuse nei confronti
dei suoi ex dirigenti del Siena,
coinvolgendo anche Antonio Conte, fresco
campione con la Juventus. C'è subito da
dire, per evitare equivoci, che il club
bianconero non è assolutamente sfiorato da
queste (brutte) vicende del
calcioscommesse perché si riferiscono a
quando Conte allenava il Siena: ma il
problema, per il tecnico, adesso sarà
quello di difendersi da accuse che sono
state ritenute "credibili" dalla procura
di Cremona, che ha scoperchiato il
pentolone su questo scandalo, e da quella
della Figc. Ricordiamo che per la
giustizia sportiva, tocca all'incolpato
l'onore della prova, e questo in alcuni
casi (ma non è detto che si riferisca a
questo), complica non poco le cose.
Comunque, il pentito Carobbio tira in
ballo il Siena per due gare "taroccate"
con il Novara e l'Albinoleffe, due gare
dello scorso torneo di serie B. Coinvolta
la dirigenza del club toscano, Conte e
molti calciatori. In caso di
responsabilità diretta, il Siena
rischierebbe la retrocessione all'ultimo
posto in classifica, l'illecito invece
si paga con tre anni di squalifica.
Due
episodi raccontati alla procura della Figc
dall'ex giocatore del Siena accusano il
tecnico della Juve. Novara-Siena del 30
aprile del 2011 è il primo dei due: "Ci fu
un accordo per far finire la gara in
parità. Ne parlammo anche durante la
riunione tecnica e lo stesso allenatore,
Antonio Conte, ci rappresentò che potevamo
stare tranquilli in quanto avevamo già
raggiunto l'accordo con il Novara per il
pareggio". Il secondo episodio è relativo
a Siena-Albinoleffe
ROMA
- Due episodi raccontati
alla procura della Figc dall'ex Siena
Filippo Carobbio accusano
Antonio Conte.
Novara-Siena del 30 aprile del 2011 è il
primo di due: "Ci fu un accordo per far
finire la gara in parità - dice Carobbio
nei verbali -. Ne parlammo anche durante
la riunione tecnica (...) lo stesso
allenatore, Antonio Conte, ci
rappresentò che potevamo stare
tranquilli in quanto avevamo già
raggiunto l'accordo con il Novara per il
pareggio (...) l'accordo è stato
comunicato a tutti (...)". Il secondo
episodio è relativo a Siena-Albinoleffe:
"Al termine della gara di andata dell'8
gennaio del 2011, l'allenatore in
seconda Stellini (ora alla Juve ndr)
chiese a me e Terzi di contattare
qualcuno dell'Albinoleffe per prendere
accordi sulla partita di ritorno, in
modo da lasciare i punti a chi ne avesse
avuto maggiormente bisogno". Alla
vigilia di "Albinoleffe-Siena del
29 maggio ci fu un incontro con Luigi
Sala, Dario Passoni (che, a quanto
risulta a Repubblica, avrebbe confermato
i dettagli dell'incontro, ndr) e Mirko
Poloni (...) in quell'occasione,
ci accordammo di concedere i punti all'Albinoleffe
(...) Preciso che in settimana si parlò
molto in società, poi alla fine fummo
tutti d'accordo squadra e allenatore, di
lasciare il risultato all'Abinoleffe
(...). È evidente che la società ne
fosse al corrente".
Carobbio, come pentito,
avrebbe diritto invece ad uno sconto di
pena. Tutte cose, ovviamente, che ora
Palazzi dovrà verificare: dopo la finale
di Coppa Italia, ci sarà un nuovo
calendario di audizioni. La procura
chiamerà a deporre anche Conte, tantissimi
calciatori e lo stesso presidente del
Siena, Mezzaroma che era già stato tirato
in ballo (ma da riferimenti in quel caso
piuttosto vaghi, addiritura di terza
mano...). Stavolta invece Carobbio è stato
estremamente preciso nella sua
ricostruzione dei fatti: come detto,
Palazzi e il suo staff lo ritengono
"credibile" mentre i suoi ex compagni del
Siena hanno negato ogni combine: ora la
parola toccherà agli incolpati. La procura
Figc intanto aspetta ancora le carte da
Bari e Napoli, per poter avviare il
secondo troncone dell'inchiesta: dovrebbe
essere questione di giorni, almeno per
quanto riguarda Bari. Lì c'è un altro
pentito, Masiello, che coinvolge società e
tantissimi tesserati. Inoltre anche da
Cremona, presto, potrebbero esserci novità
clamorose. Ma perché adesso i giocatori si
pentono così facilmente? La lista cresce:
Micolucci, Gervasoni, Masiello, Conteh,
Ruopolo, Carobbio, Cellini, Tamburini,
Cristante, Gianello, eccetera. Perché
tentano di salvare almeno in parte la loro
carriera sportiva, visto che dal punto di
vista penale la frode sportiva non fa
molta paura (a meno che ci sia anche
l'associazione a delinquere, non facile
però da dimostrare). E poi, di fronte alle
registrazioni delle loro intercettazioni,
molti calciatori alla fine devono
arrendersi quando sentono la loro voce...
La nuova inchiesta di Palazzi potrebbe
portare al deferimento di molti altri
club, fra cui alcuni di serie A (Genoa,
Lazio, Napoli, Lecce, Chievo, Bologna,
Udinese, Parma). Con responsabilità
diverse. L'Atalanta è già stata deferita
nel primo filone (ma Palazzi non è
riuscito a dimostrare il coinvolgimento
diretto del club, pur avendo "sospetti"),
così come Siena e Novara che potrebbero
essere nuovamente incolpati. In serie B,
da valutare alcune posizioni fra cui
quelle di Bari (nei guai) e Sampdoria.
Intanto, via col primo processo (22
società accusate, 61 tesserati): si parte
il 31 maggio, udienza anche il primo
giugno, poi stop il 2 e 3. Gli avvocati
stanno studiando i deferimenti: quasi
trecento pagine, più diecimila di
allegati. La sede della Disciplinare
(presidente Artico) dovrebbe essere quella
dell'ex Ostello della gioventù al Foro
Italico, davanti all'aula bunker: scartato
l'Olimpico (il 31, tra l'altro, c'è il
Golden Gala di atletica), così come sono
stati scartati due hotel, a Roma e
Fiumicino. Le sentenze si avranno a
playoff e playout di serie B e La Pro
conclusi: quindi, intorno a metà giugno.
Probabile che le penalizzazioni, dovendo
essere afflittive, vadano a ricadere sulla
prossima stagione agonistica. Moltissimi
anche i casi di omessa denuncia. Poi, a
fine giugno dovrebbe essere conclusa la
seconda trance, quella che tira in ballo
nomi eccellenti (vedi appunto Conte) e
mezza serie A. Processi a luglio: ai primi
di agosto l'Uefa vuole i nomi delle
squadre iscritte alle Coppe. Sarà un
terremoto?
La vergogna di Marassi: 101 Daspo
e inchiesta chiusa
L'inchiesta della procura federale sulla
"vergogna" di Genoa-Siena del 22 aprile è
a buon punto: sono già stati interrogati
molti tesserati del Genoa. C'è da capire
chi ha obbligato i calciatori a togliersi
la maglia, obbedendo così al ricatto di
alcuni ultrà: sono stati i poliziotti,
incapaci di "governare" la situazione,
oppure Preziosi? Intanto, la questura di
Genova, pessima nella gestione dell'ordine
pubblico in occasione della gara, ora pare
essersi svegliata: 101 Daspo (da 3 a 5
anni) e 52 denunce. Ma in futuro a Genova
qualcosa dovrà cambiare.
MA QUANDO
VERRA' CONVOCATO CONTE?? CON COMODO
PERCHE' NON C'E' FRETTA??
Il caso Conte è esemplare.
Vediamo. Il giocatore Carobbio, pentito,
accusa l'allenatore della squadra in lotta
per lo scudetto di essere stato coinvolto
in un caso di combine quando allenava il
Siena. Palazzi lo apprende in un
interrogatorio nel quale il giocatore
fornisce dettagli, circostanzia il
racconto, cita i testimoni. Palazzi scrive
il verbale della deposizione e lo mette
agli atti. Poi comincia a cercare
riscontri, torchiando tutti i tesserati
del Siena coinvolti nella vicenda. Tutti
tranne uno. Conte. Lui no, non viene
convocato. Nessuno gli chiede: scusi, ci
perdoni, la accusano di questo e quest'altro,
ci spiega come andarono le cose? No, Conte
no. Neppure quando, un mese fa, il suo
coinvolgimento trapela sui giornali, e lui
reagisce sdegnato parlando di veleni
diffusi ad arte per fermare la Juventus.
Ora, qui non si tratta di essere
colpevolisti o innocentisti, tantomeno
prima ancora che sia stato ipotizzato un
processo. Si tratta di capire, però, in
nome di quali principi l'ufficio
inquirente della federcalcio abbia deciso
di non convocare Conte fino ad oggi, 18
maggio. Ha sentito centinaia di persone,
Palazzi: squadre intere coivolte nella
lotta per la salvezza in serie A e in
quella per la promozione in B, dirigenti,
pentiti, direttori sportivi. Ha obbedito
da bravo soldato all'ordine del generale
Abete: fare presto e subito. Ha
incardinato i primi processi sportivi per
il 31 maggio, ha fatto passare notti da
incubo a due terzi delle squadre di B, ha
costretto i suoi disgraziati collaboratori
a lavorare 48 ore consecutive, per 40 euro
lordi al giorno. Però Conte non l'ha
chiamato. Quando avrebbe potuto farlo? In
un giorno qualsiasi dopo il verbale di
Carobbio. Datato 29 febbraio. Settantotto
giorni fa. Buon senso, dirà qualcuno,
c'era il campionato da far finire. Lo dica
alle 22 squadre e ai 61 tesserati deferiti
l'8 maggio, nel pieno della fase decisiva
dei loro campionati. Per loro non si
poteva aspettare, fare presto, era lo
slogan di Abete. Fare cosa, però, ancora
non si sa.
"Stragi,
E' lo Stato ad avviare la trattativa con la
mafia. Forza Italia non fu il mandante....per
ora..."
Nelle 547 pagine
della motivazione della sentenza che ha
condannato all'ergastolo il boss palermitano
Francesco Tagliavia i giudici descrivono il
movente di Cosa Nostra e spiegano come si arrivò
ai contatti tra emissari dei clan e quelli delle
istituzioni
...PERCHE' FORZA ITALIOTA NON C'ENTRA CON
LA MAFIA CALABRESE....Condello, De Stefano, Valle,
Tegano,nomi altisonanti della nuova n'drangheta
in espansione internazionale che ha scalzato
la vecchia n'drangheta localista dei
Crisafulli, dei Morabito...Gli
inviti sono stati spediti da giorni. Alla cena
elettorale del Pdl ci saranno imprenditori e
politici. A far da quinta un’antica villa
romana. L’attesa è tutta per Silvio
Berlusconi. E’ il 26 novembre 2009.
Da poco più di un anno il Cavaliere siede
sulla poltrona di presidente del Consiglio.
Qualcosa, però, in quella sera d’autunno non
torna. Sulla lista degli ospiti c’è un nome da
tempo nel mirino degli investigatori:
si tratta di Giulio Lampada,
braccio finanziario della potente cosca
Condello, oggi in carcere. Il dato è messo
agli atti dell’ultima inchiesta sui clan in
Lombardia. Carte che raccontano come la
‘ndrangheta per due volte nel 2009 sia stata a
un passo dal sedere a tavola con Berlusconi.
La prima volta il 18 maggio,
quando in una villa lombarda un tesoriere del
Pdl invita alla corte del premier il boss
Paolo Martino, poi arrestato
nel 2011. La seconda il 26 novembre,
quando assieme a Giulio Lampada ci sarà il
consigliere regionale calabrese
Francesco Morelli, un politico legato
al sindaco di Roma Gianni Alemanno.
E proprio grazie alle buone entrature dello
stesso Morelli, l’uomo della ‘ndrangheta
otterrà “la documentazione” per sedersi a un
tavolo così importante. Peccato che due anni
dopo, il 30 novembre 2011, sia Lampada che
Morelli finiranno in carcere: il primo per
mafia, il secondo per concorso esterno. Un
reato, quest’ultimo, sempre più difficile da
dimostrare penalmente, ma che sempre mette in
rilievo l’incapacità dei politici di
selezionare i propri interlocutori.
La vicenda Lampada ne è un esempio. Lui, dopo
quell’invito a cena, diventerà protagonista
dell’indagine milanese sui colletti bianchi.
A ridosso del Natale scorso,
l’inchiesta fa scattare le manette anche per
il giudice Vincenzo Giglio e
per l’avvocato Vincenzo Minasi.
In quel momento si percepisce la capacità
delle cosche di accedere nelle stanze del
potere. Il gip Giuseppe Gennari
la spiega con il “meccanismo delle conoscenze
concatenate” attraverso le quali “i Lampada
possono entrare in contatto con personaggi di
rilievo governativo”. Personaggi come l’ex
premier. Intanto, venti giorni dopo gli
arresti, l’avvocato Minasi inizia a parlare
con i magistrati chiarendo la cena del 26
novembre. Al legale, originario di
Palmi, viene chiesto conto di
un’intercettazione dove si parla di una certa
documentazione. Cosa significa? “E’
esattamente la cena con Berlusconi”, inizia il
legale. Quindi spiega: “La documentazione si
riferisce all’accredito che Lampada ha fatto
tramite Morelli”.
L’avvocato, accusato di concorso
esterno in associazione mafiosa,
ribadisce il concetto: “Che la cena fosse col
Presidente Berlusconi è fuori discussione”.
Anche se, secondo lui, all’ultimo momento
l’incontro “slittò per impegni di Berlusconi”.
“Il presidente era arrabbiato”, dirà proprio
per questo Lampada al telefono mentre la
polizia intercetta tutto. Resta il fatto che
Lampada nel mondo politico della Capitale è di
casa. Solitamente alloggia all’hotel
Parco dei Principi. In città ha
intrecciato relazioni importanti. E già il 13
novembre 2009, due settimane prima dell’invito
a cena con il Cavaliere, è a Roma. Obiettivo:
ottenere appoggi con i dirigenti dei Monopoli.
Il settore che lo ha reso un imprenditore di
successo è, infatti, quello dei
videopoker.
Ora il colletto bianco dei clan tenta di
ottenere la licenza direttamente dallo Stato.
Quel giorno ha un appuntamento con un
funzionario. Il tutto grazie alla mediazione
dell’onorevole Mario Valducci,
collaboratore di Berlusconi della prima ora e
fondatore con lui di Forza Italia.
Valducci non è indagato. Ma gli sforzi di
Lampada per entrare i contatto con il
centro-destra vengono descritti dal gip con
parole dure: “L’ambiente
politico (…) è caratterizzato da un
sistematico scambio di favori e di reciproche
influenze per il perseguimento di interessi
solamente privati”. Tanto più che “il
passaggio sulle possibili tangenti necessarie
per oliare i meccanismi dei Monopoli è
altamente verosimile”. Per il giudice non è un
caso che in quel periodo lo stesso Morelli,
attivissimo nel sollecitare i contatti con
Valducci, abbia “ottenuto il pagamento di 50
mila euro dai Lampada”.
Insomma, la ‘ndrangheta
dimostra la sua capacità di penetrazione nei
partiti. E’ la teoria delle amicizie
concatenate. Da un lato la politica romana (e
milanese), dall’altro Francesco Morelli, “uno
che – dirà Lampada – conosce anche le pietre”.
Ed è proprio il consigliere regionale che il 3
febbraio scorso verbalizza i passaggi che
precedono la cena di partito. “In mattinata
vado al Parco dei Principi, ove lui (Lampada,
ndr) alloggiava”. L’imprenditore sale a bordo
dell’auto del politico. “Abbiamo proseguito
regolarmente – dice Morelli – e mi sono
fermato al Corpo forestale dello Stato”.
Subito dopo Lampada chiede al consigliere di
tornare in albergo. “Lo abbiamo
riaccompagnato”.
Insomma il contatto tra il premier
e il presunto boss, secondo lui, è
stato mancato per un soffio. Esattamente come
era accaduto il 18 maggio in occasione di una
cena che si teneva a villa Germetto
a Lesmo. A organizzarla Luca Giuliante,
avvocato di Lele Mora e
all’epoca tesoriere regionale del Pdl. Scopo:
finanziare la campagna elettorale di
Guido Podestà. Solo
quaranta gli ospiti, tra loro ci sarebbe
dovuto essere Paolo Martino,
legato alla cosca De Stefano, assente
all’ultimo momento. L’invito arriva da
Giuliante che raccoglie i desiderata dell’ndranghetista
di poter incontrare l’ad di Impregilo e
presidente di Bpm Massimo Ponzellini.
Questo l’abboccamento telefonico
dell’avvocato: “Siccome tu mi avevi chiesto se
era possibile creare delle condizioni per
conoscerlo, forse questa è la volta buona”. La
solita teoria delle amicizie concatenate con
le quali la ‘ndrangheta ha lanciato un’opa
mafiosa alla politica italiana.
"Una trattativa indubbiamente ci fu e venne,
quanto meno inizialmente, impostata su un do
ut des. L’iniziativa fu assunta da
rappresentanti delle istituzioni e non dagli
uomini di mafia".
La corte di assise di Firenze ha depositato le
motivazioni della condanna all’ergastolo del
boss palermitano Francesco Tagliavia per le
stragi del 1993 di Roma, Firenze e Milano, e
dedica quasi 100 delle 547 pagine della sentenza
alla ricostruzione del movente degli attentati e
alla trattativa avviata all’indomani della
strage di Capaci del 23 maggio ‘92 fra Cosa
Nostra e istituzioni. L’obiettivo che le
istituzioni si prefiggevano, quantomeno
all’avvio dei contatti, fu —a giudizio della
corte di assise — quello "di trovare un terreno
di intesa con Cosa Nostra per far cessare la
sequenza delle stragi. E’ verosimile che tutti
gli apparati, ufficiali e segreti, dello Stato
temessero sommamente altri devastanti attentati
dopo quello di Capaci, nella consapevolezza che
in quel momento non si sarebbe saputo come
prevenirli e questo anche perché..., nonostante
gli sforzi encomiabili di tutte le forze di
polizia, si brancolava abbastanza nel buio,
soprattutto sul piano dell’intelligence".
Secondo i magistrati fiorentini, l’uccisione di
Paolo Borsellino e della sua scorta, il 19
luglio ’92, fu "una variante anomala".
E l’idea di colpire i monumenti fu suggerita da
elementi esterni alla mafia, probabilmente da
Paolo Bellini, oscuro personaggio vicino al
terrorismo nero e ai servizi. La corte d’assise,
che durante il processo ha sentito gli ex
ministri Giovanni Conso e Nicola Mancino,
conclude che "dalla disamina delle dichiarazioni
di soggetti di così spiccato profilo
istituzionale esce un quadro disarmante che
proietta ampie zone d’ombra sull’azione dello
Stato nella vicenda delle stragi". Riguardo ai
"nuovi referenti" indicati da Spatuzza e da
altri collaboratori, e cioè Silvio Berlusconi e
Marcello Dell’Utri, la corte parla di "gravi
affermazioni" sul loro conto, che tuttavia al
momento non hanno ricevuto una verifica
giudiziaria, "neanche interlocutoria" e, stando
alle risultanze del processo fiorentino,
conclude : "Non ha trovato consistenza l’ipotesi
secondo cui la nuova 'entità politica' che stava
per nascere si sarebbe addirittura posta come
mandante o ispiratrice delle stragi".
VI RICORDATE IL RASTRELLAMENTO DELLE N'DRINE
DEL LUGLIO 2010? BENE, BEN 34 ASSOLUZIONI E PENE
DIMEZZATE A TUTTI!!!
E’ stato un processo dimezzato quello conclusosi
oggi a Reggio Calabria. Il gup, Giuseppe
Minutoli, ha assolto trentaquattro
indagati e ha ridotto a 10 anni di reclusione la
pena per Domenico Oppedisano,
il capo assoluto della ‘ndrangheta. Il pm aveva
chiesto 20 anni.
Tra le pene più importanti c’è quella di
Giuseppe Commisso, condannato a 14 anni
e 8 mesi di reclusione. Fondamentali per le
indagini erano state le intercettazioni nella
sua lavanderia a Siderno, nella Locride, dove
parlava di ‘ndrangheta’ pensando di essere al
sicuro.
Tra i personaggi chiave dell’indagine c’è
Domenico Oppedisano, considerato dai magistrati
della Dda di Reggio Calabria il “capo crimine”,
ovvero una figura di congiunzione tra i tre
“mandamenti” jonico, centro e tirrenico e con le
altre locali di ‘ndrangheta installate nelle
regioni del Nord Italia e all’estero. Il gup lo
ha condannato a 10 anni di reclusione ( i pm
avevano chiesto la condanna a 20 anni).
Le condanne inflitte dal gup Minutoli sono
sensibilmente più basse rispetto a quelle
richieste dalla Procura. Alla lettura della
sentenza nell’aula bunker di Reggio Calabria
c’erano i procuratori aggiunti Michele
Prestipino e Nicola Gratteri,
e i sostituti Antonio De Bernardo,
Maria Luisa Miranda e
Giovanni Musarò.
Dopo il via
libera sui concambi da parte di Premafin, ora la
proposta di fusione è in mano a Bologna. Consob
obbliga la compagnia assicurativa a pubblicare
le minute dei consigli, dalle quali emergono i
dubbi del consigliere indipendente: la società
bolognese non ha il capitale necessario
GRANDE UNIPOL:
L'OSTACOLO ANTI TRUST E L'OPERAZIONE
ACCORPAMENTO AZIONI PER LA LIQUIDITA' PRO FONSAI
FonSai/Unipol
deviate da Antitrust su un binario morto
Di
Francesca Gerosa
Andamento misto in borsa
per i titoli della galassia Ligresti dopo
che l'Antitrust ha congelato l'operazione di
fusione fino alla conclusione
dell'istruttoria. Scende del 4,64% a quota
0,2098 euro la holding
Premafin, in compagnia di
Fondiaria Sai (-3,14% a 0,89 euro).
Viceversa sale
Milano Assicurazioni (+0,94% a 0,23
euro) con
Unipol che segna un progresso limitato
dello 0,46% a 22 euro.
L'Autorità ha in pratica bloccato i
negoziati sulla fusione tra
Unipol e
Fondiaria Sai in quanto l'operazione
pone rischi di eccessiva concentrazione nel
settore, soprattutto nell'RC Auto. Il
Garante del mercato ha messo anche in
evidenza i potenziali effetti distorsivi
derivanti dai rapporti finanziari e
"personali" tra le società coinvolte:
Mediobanca come banca agente degli
aumenti di capitale,
Generali in quanto partecipata sia dalla
stessa
Mediobanca con il 13% che da
Fondiaria Sai con l'1%.
La somma di queste partecipazioni minerebbe
fortemente la concorrenza nel settore
assicurativo. Insomma, lo stop è stato
imposto perché l'autorità intende verificare
la natura e le conseguenze della relazione
esistente tra
Unipol e
Mediobanca. "A nostro parere lo scoglio
principale è l'inclusione dell'istruttoria
del ruolo dei prestiti subordinati concessi
da
Mediobanca a
FonSai e
Unipol", osservano gli esperti di Equita.
"Riteniamo comunque che le questioni
relative agli intrecci azionari possano
essere risolti con impegni alla cessione.
Occorre dunque verificare la portata dello
stop ossia capire quali attività sono
sottoposte al blocco", precisano alla sim.
Da qui nasce l'appeal speculativo di oggi in
borsa su
Milano Assicurazioni anche se la
cessione della controllata di
FonSai potrebbe non soddisfare le
richieste dell'Antitrust che ha tempo 45
giorni per una decisione definitiva
sull'operazione.
Ma i 45 giorni richiesti si andranno a
sommare a un ulteriore periodo di 30 giorni
in cui l'Isvap sarebbe chiamata a deliberare
sulla relazione dell'Antitrust stessa,
ritardando ulteriormente il piano di
integrazione e mettendo a serio rischio di
commissariamento
Fondiaria Sai.
Lo stop arrivato ieri "è del tutto
inatteso", commentano stamani gli analisti
di Intermonte. "L'allungamento dei tempi non
aiuta le società coinvolte, in particolar
modo
Fondiaria Sai, sotto osservazioni da
parte dell'Isvap per gravi difetti di
capitale". Difficilmente, inoltre, il Cda di
FonSai troverà una banca per formare un
consorzio di garanzia per un aumento di
capitale stand alone da 800 milioni di euro.
Lo stesso presidente di
FonSai, Jonella Ligresti, era stato
molto chiaro nel corso dell'assemblea degli
azionisti della compagnia: visto che il
mercato finanziario è cambiato, "i
presupposti per un consorzio di garanzia per
un aumento di capitale stand alone di
FonSai non esistono più", aveva detto.
Un vero e proprio dietro front visto che,
nella precedente assemblea del 19 marzo, che
aveva approvato il piano di
ricapitalizzazione, aveva detto che
Mediobanca aveva dato la disponibilità
per formare il consorzio per l'aumento anche
in un'operazione stand alone, che non
comprendesse quindi
Unipol.
Qualora la fusione dovesse saltare,
"prevediamo un effetto positivo per
Unipol e
Milano Assicurazioni, quest'ultima
probabile vittima sul tavolo dei concambi",
aggiungono gli analisti di Intermonte. Non
manca chi vede nell'intervento
dell’Antitrust una finestra in cui
potrebbero rientrare in gioco Sator e
Palladio con la loro proposta alternativa.
Una proposta che al momento non è ancora
stata presa in considerazione da
Premafin a causa dell'esclusiva firmata
con
Unipol. Ma per gli analisti di Equita
l'offerta di Sator e Palladio diventerebbe
un vero pericolo per
Unipol solo nel caso in cui i due fondi
fossero in grado di presentare un consorzio
bancario di garanzia dell'aumento di
FonSai alternativo a quello di
Unipol.
Prima di
costruire la grande Unipol, utilizzando i
«mattoni» di Fonsai, Carlo Cimbri deve essere
sicuro che la malta finanziaria impiegata
abbia il giusto mix tra concambi, «Terp»
(prezzo teorico ex diritto) e dividendi. Si
svilupperà nel fine settimana: sabato Premafin
e Ugf, domenica Fonsai (+2,43% in Borsa)
preceduto dal contratto di compravendita tra
la famiglia Ligresti e Unipol (+3,28%).
Per digerire Fonsai, Bologna sarà
probabilmente costretta a chiedere al mercato
1,1-1,2 miliardi: gli analisti scommettono su
un prezzo di emissione vicino ai 9 centesimi,
per uno sconto sul Terp del 20%. Un terzo del
denaro raccolto, circa 400 milioni, sarà
riversato a Premafin (che, a differenza di
quanto previsto non dovrebbe più
ricapitalizzare a sua volta) per seguire
l'aumento di Fonsai imposto dall'Isvap:
l'ammontare dovrebbe essere 650-700 milioni e
si calcola un prezzo vicino a 15 centesimi
(sconto sul Terp del 24%).
Si tratta di una operazione monstre, che vede
racalcitrante più di una delle Coop
proprietarie della holding Finsoe, ma a creare
grattacapi a Cimbri contribuisce anche
l'attuale statuto di Fonsai. In particolare la
postilla sui dividendi assegnati alle azioni
di risparmio, che non solo assicura dividend
yield da collezione rispetto alle quotazioni
del titolo in Borsa ma prevede l'«effetto
memoria»: in sostanza Fonsai deve distribuire
anche l'arretrato delle cedole. A meno che
Cimbri invochi, Codice civile alla mano, il
principio della «parità contabile», Fonsai
risparmio renderebbe più dei Btp al culmine
della crisi. E sono molto generose anche le
cedole di Unipol privilegio: i legali
sarebbero già al lavoro su una soluzione.
Ci sono poi le difficoltà industriali
provocate dalle sovrapposizioni geografiche,
dei marchi e dal fatto di unire due reti di
vendita che lavorano con meccanismi
provvisionali diversi: Unipol ha scelto un
approccio premiante per gli agenti che hanno
portafogli redditizi ma duro da accettare per
la rete Fonsai, dove si attendono ampie
defezioni. In pratica un «dimagrimento
pilotato» dei ricavi che allevierebbe le
richieste Antitrust visto lo strapotere in
alcune aree del nuovo agglomerato. L'altro
punto spinoso sono le sinergie realmente
attuabili: si teme che il legame con le Coop
rosse rappresenti infatti un ostacolo politico
ad adottare le necessarie misure per ridurre
le 4 sedi in cui sarebbe parcellizzato il
supergruppo: su una base-costi di struttura
complessiva stimata in 900 milioni, gli
analisti considerano il 10% il minimo
accettabile. Secondo i piani, le nozze
Unipol-Fonsai-Milano dovrebbero essere
effettive nelle seconda parte di quest'anno, a
patto di ottenere l'ok dell'Isvap e di
strappare alla Consob l'esenzione dall'Opa.
Martedì le banche creditrici dei Ligresti
potrebbero infine definire l'accordo per
ristrutturare Sinergia: gli immobili
confluiranno in un fondo multicomparto
probabilmente affidato a Hines. L'obiettivo è
quello di valorizzare le proprietà.28/03/2012
13.17 Commenti - Piazza Affari
Unipol Gruppo Finanziario:
raggruppamento azioni ordinarie e privilegiate
FTA Online News
In esecuzione della
deliberazione assunta dall'Assemblea degli
azionisti di Unipol Gruppo Finanziario S.p.A.
("Unipol") tenutasi in sede straordinaria il
19 marzo 2012 (iscritta nel Registro
delle Imprese di Bologna il 27 marzo 2012), si
rende noto che, in data 2 aprile 2012, si darà
corso al raggruppamento delle azioni ordinarie
e privilegiate Unipol nel rapporto di n. 1
nuova azione ogni n. 100 azioni esistenti.
In particolare, il 2 aprile 2012 - previo
annullamento, al solo fine di consentire la
quadratura complessiva dell'operazione, di n.
6 azioni ordinarie e n. 10 azioni privilegiate
di titolarità del socio Finsoe S.p.A., con
conseguente riduzione del capitale sociale per
un importo pari a Euro 12,64 - si procederà:
? al raggruppamento delle n. 2.114.257.100
azioni ordinarie esistenti (a seguito
dell'avvenuto annullamento delle n. 6 azioni
ordinarie di Finsoe S.p.A.), prive
dell'indicazione del valore nominale,
godimento regolare (ISIN IT0001074571), cedola
n. 29, in n. 21.142.571 nuove
azioni ordinarie, prive dell'indicazione del
valore nominale, godimento regolare (ISIN
IT0004810054), cedola n. 1;
? al raggruppamento delle n. 1.302.283.300
azioni privilegiate esistenti (a seguito
dell'avvenuto annullamento delle n. 10 azioni
privilegiate di Finsoe S.p.A.), prive
dell'indicazione del valore nominale,
godimento regolare (ISIN IT0001074589), cedola
n. 35, in n. 13.022.833 nuove
azioni privilegiate, prive dell'indicazione
del valore nominale, godimento regolare (ISIN
IT0004810062), cedola n. 1.
Per effetto del raggruppamento il capitale
sociale sarà pari a Euro 2.699.066.917,47,
suddiviso in n. 34.165.404 azioni prive
dell'indicazione del valore nominale, di cui
n. 21.142.571 azioni ordinarie
(Euro 1.670.263.109,21) e n. 13.022.833 azioni
privilegiate (Euro 1.028.803.808,26).
Il raggruppamento avverrà, presso Monte Titoli
S.p.A. e a cura degli intermediari depositari,
mediante emissione delle nuove azioni
raggruppate in sostituzione delle azioni
esistenti.
Al fine di facilitare le operazioni di
raggruppamento e di monetizzare le frazioni
che dovessero emergere dalle stesse, Unipol ha
conferito incarico a Equita SIM S.p.A.
affinché la stessa, dal 5 aprile 2012 e fino
alla data del 18 aprile 2012 dietro richiesta
dell'intermediario, si renda controparte
per l'acquisto o la vendita delle frazioni
delle nuove azioni raggruppate mancanti
o eccedenti l'entità minima necessaria per
consentire agli azionisti di detenere un
numero intero di azioni. Tramite Monte Titoli
S.p.A., saranno date istruzioni agli
intermediari depositari, affinché sia
garantito ai titolari di un numero di azioni
esistenti inferiore a 100, che ne facciano
richiesta, di ricevere n. 1 nuova azione,
contro pagamento del relativo controvalore.
Tali frazioni saranno liquidate, senza
aggravio di spese, bolli o commissioni,
in base al prezzo ufficiale delle azioni
Unipol ordinarie e privilegiate, rilevato
sul Mercato Telemaco Azionario il 30 marzo
2012; prezzo che sarà comunicato a Monte
Titoli S.p.A. e agli intermediari depositari
il 2 aprile 2012.
Per quanto riguarda i possessori di azioni
ordinarie o privilegiate non dematerializzate,
si segnala che le operazioni di raggruppamento
potranno essere effettuate esclusivamente
previa consegna fisica dei certificati
azionari ad un intermediario autorizzato per
la loro immissione nel sistema di
gestione accentrata presso Monte Titoli S.p.A.
in regime di dematerializzazione.
Pertanto, a tal fine, i possessori di azioni
ordinarie o privilegiate non dematerializzate
sono invitati a presentare quanto prima i
certificati azionari presso un intermediario
autorizzato.
*** ***
Modifica del
rapporto di esercizio dei "Warrant azioni
ordinarie Unipol 2010-2013" e dei "Warrant
azioni privilegiate Unipol 2010-2013"
Unipol:
il 2 aprile raggruppamento azioni, 1 nuova ogni
100
Milano, 28 mar - Lunedi' 2
aprile avra' esecuzione il raggruppamento delle
azioni Unipol ordinarie e di privilegio in
ragione di 1 nuova ogni 100 azioni esistenti
della stessa categoria. Lo comunica la societa'
che da' cosi' esecuzione alla delibera
assembleare dello scorso 19 marzo. Per effetto
del raggruppamento il capitale sociale, pari a
2.699.066.917 euro risultera' diviso in
34.165.404 azioni prive dell'indicazione del
valore nominale, di cui 21.142.571 azioni
ordinarie e 13.022.833 azioni privilegiate. Il
raggruppamento avverra' presso Monte Titoli e a
cura degli intermediari depositari. Di
facilitare le operazioni di raggruppamento di
eventuali spezzature e' stata incaricata Equita
Sim. Com-Chm 28-03-12 14:50:38 (0257)ASS 5
BANCHE ITALIOTE
SULL'ORLO DEL BARATRO:LA PRIMA E' IL
MONTEPASCHI SIENA
SE SCATTA LA
SVALUTAZIONE IMMOBILIARE A CASCATA PER LA CRISI
DEL SETTORE EDILE E' L'INIZIO DI UNA CATENA DI
BANCAROTTE!!!
A Siena non ne va bene una,
di questi tempi. Una disgrazia tira
l’altra. Adesso che il Monte dei Paschi
sta andando a gambe all’aria
e non dà più dividendi alla Fondazione Mps,
cadono come birilli, uno per uno, i pezzi
pregiati del peculiare welfare senese.
Ed ecco atterrare su piazza
del Campo il nuovo presidente del Monte dei
Paschi,
Alessandro Profumo. Fermo ai box da
un anno, dopo essere stato fatto fuori dall’Unicredit,
credeva di dover solo rimettere insieme i
cocci di una banca sfasciata. Invece sono
arrivate le sorprese. Ieri ha dovuto
sostenere una faticosa conferenza stampa
convocata per presentarsi e caduta, invece,
all’indomani della visita di 150 finanzieri
in tutti i santuari del potere cittadino: la
banca, a Rocca Salimbeni, la Fondazione a
palazzo Sansedoni, il Comune a piazza del
Campo. “Non sapevo di questa inchiesta
quando mi hanno proposto la presidenza“,
dice. Magari è la verità.
Certamente non ha avuto il
mandato di fare pulizia, visto che è stato
chiamato dal sindaco Franco Ceccuzzi e dal
presidente uscente Giuseppe Mussari,
sodali e responsabili del
disastro. E
infatti Profumo si
rifiuta ostinatamente di commentare
l’operazione di acquisto della Banca
Antonveneta, pagata nel 2007 9,3 miliardi di
euro agli spagnoli del Banco Santander che
pochi mesi prima l’avevano pagata 6,3. E’
quello su cui indaga la procura di Siena, ma
la cosa non interessa il presidente: “Mi
chiedo quale sarebbe l’utilità di
un’inchiesta interna sull’acquisizione dell’Antonveneta.
Su questo voglio essere radicale: non
abbiamo alcuna intenzione di guardare al
passato”. Poi, per rafforzare il concetto
che non è in cerca di guai, ripropone
la teoria di Giuseppe Mussari secondo cui a
Siena la massoneria non esiste. Alla domanda
se arrivando tra le colline del Chianti
avesse percepito segni di presenze e
influenze massoniche ha risposto così: “Non
faccio parte della massoneria, non me
l’hanno mai chiesto. Non ne ho la più
pallida idea. Potrò sembrare un pò Alice nel
paese delle meraviglie ma sinceramente non
so risponderle”. A questa attenzione a non
rompere gli equilibri ha reagito ieri
l’Italia dei Valori con un’interrogazione
dei senatori Lannutti, Pancho Pardi,
Borghesi ed Evangelisti, che chiede l‘urgente
commissariamento del Monte dei
Paschi. L’imbarazzo di Profumo è utile a
ritrarre il disastro senese. Quando il
banchiere genovese descrive come un
vantaggio il non essere condizionato dal
passato, mentre illustra il Monte dei Paschi
del futuro – oggi terza banca italiana –
come un’umile banca regionale costretta a
far quadrare i conti anche mollando per
strada un po’ dei 31 mila dipendenti, mette
implicitamente sotto processo il modello
Siena oggi al capolinea con le sue manie di
grandezza.
Fa impressione che nel
bilancio 2011 del Monte dei Paschi,
nonostante i conti chiusi con un rosso di
4,7 miliardi, si vanti “l’ulteriore
rafforzamento del tradizionale legame con le
squadre sportive senesi, A.C. Siena e Mens
Sana Basket”.
Circenses. Nell’anno del disastro il Monte è
riuscito a spendere 31 milioni per le
sponsorizzazioni. Due giorni fa il senatore
leghista Massimo Garavaglia ha fatto in
Senato la seguente denuncia: “Nel momento in
cui un istituto primario bancario non paga
allo Stato gli interessi sui Tremonti-bond
che ha ricevuto e dà 25 milioni di euro a
una squadra di basket locale, probabilmente
sarebbe il caso che il governo potesse far
valere la sua voce, anche perché a casa
nostra 25 milioni di euro, dati con effetto
leva alle aziende, fanno 250-350 di milioni
di prestiti alle aziende”. E adesso che ne
sarà dello squadrone che ha all’attivo
cinque scudetti consecutivi ed è in corsa
per il sesto? Anche il Siena Calcio
deve tutto al Monte dei Paschi, così come la
famiglia Mezzaroma gestisce la squadra
perché è stata la banca a chiedere il suo
intervento – garantendo tutto il garantibile
– per prendere il posto di un altro
immobiliarista romano, Giovanni Lombardi
Stronati.
Siena forse ha vissuto al di
sopra dei propri mezzi,
sicuramente adesso non ha più i mezzi per
vivere come prima. Emblematica la vicenda
della Siena Biotech, società di ricerche nel
campo medico farmaceutico, mantenuta dai
finanziamenti della Fondazione Mps.
Pochi giorni fa tutti i 107
dipendenti (nella gran parte ricercatori,
dicono, super specializzati) sono finiti in
cassa integrazione. Ma la Fondazione, che
negli ultimi dieci anni ha distribuito al
cosiddetto territorio oltre un miliardi di
euro, forse non avrà mai più un euro da dare
alla Siena Biotech. E nemmeno
all’Università, che quanto a sfascio è stata
precorritrice. Dal 2003 al 2007, secondo le
accuse del pm Antonino Nastasi, uno di
quelli che adesso indaga sul Montepaschi,
due rettori, Piero Tosi e Silvano Focardi,
avrebbero scavato nei conti dell’ateneo un
buco da 200 milioni di euro, gonfiando a
dismisura gli organici. L’inchiesta
sull’Università è destinata con tutta
probabilità alla prescrizione, così come
quella sull’Antonveneta, che si riferisce a
fatti di quattro-cinque anni fa. Mentre per
la mega inchiesta milanese sulla frode
fiscale da oltre 3 miliardi di euro messa in
piedi dalle maggiori banche italiane, e
nella quale anche Profumo e Mussari sono
indagati, è pronta la leggina
salva-banchiere architettata dal governo
Monti. Di tutti questi scandali quindi
resteranno solo i conti del denaro sparito.
E la nuova miseria senese.
A febbraio
2012 il settore delle costruzioni è crollato del
20,3% rispetto allo stesso mese del 2011. Si
tratta del dato peggiore da gennaio del 2009,
quando si registrò un tonfo del 23,3%. Lo
comunica l'Istat, precisando che il dato
corretto per il calendario mostra un calo ancora
peggiore, pari a -23%. In contemporanea, il
Censis calcola che per effetto dell'Imu a fine
anno il prezzo delle case si ridurrà del 20% con
punte superiori al 50%.
Rispetto a gennaio la produzione è scesa di ben
il 9,9%. A febbraio 2012, si legge nella nota
dell'Istat, l'indice destagionalizzato della
produzione nelle costruzioni è diminuito,
rispetto a gennaio 2012, del 9,9%. Nella media
del trimestre dicembre-febbraio l'indice è sceso
del 6,3% rispetto al trimestre precedente.
L'indice corretto per gli effetti di calendario
a febbraio 2012 ha registrato una diminuzione
del 23% rispetto allo stesso mese del 2011 (i
giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di
febbraio 2011). Nella media dei primi due mesi
dell'anno la produzione è diminuita del 17,1%
rispetto allo stesso periodo dell'anno
precedente.
L'indice grezzo ha segnato infine un calo
tendenziale del 20,3% rispetto a febbraio del
2011. Nella media dei primi due mesi dell'anno
la produzione è diminuita del 14,2% rispetto
allo stesso periodo dell'anno precedente. Seppur
in una congiuntura da tempo negativa, la
produzione del settore costruzioni ha mostrato a
febbraio un netto peggioramento rispetto ai mesi
precedenti. A gennaio il calo tendenziale grezzo
era stato infatti del 7,4% e a dicembre del 6,7%
Il
gruppo rende ufficiale una
scelta annunciata, "per
concentrasi sul core business
e ridurre l'indebitamento".
Nulla di ufficiale sul fronte
dei compratori, Ruffini e
Lerner si dicono tranquilli
sul futuro dell'emittente. A
606 milioni di euro l'utile
dell'azienda telefonica nel
primo trimestre 2012.
Telecom Italia esce dal
settore dei media, dove è
presente fra l’altro con
l’emittente televisiva La7.
Il consiglio di
amministrazione dell’azienda
ha deliberato l’avvio del
processo di dismissione
delle attività che fanno
capo a Telecom Italia Media,
controllata al 77% dal
gruppo. Una decisione
presa “nell’ambito del
processo di focalizzazione
sulle attività
core ribadito nel piano
industriale 2012-2014. Tale
dismissione contribuirà al
conseguimento dei target di
riduzione dell’indebitamento
già annunciati”.
Si
dice tranquillo anche Gad
Lerner, conduttore di punta
della rete: “E’ un progetto
che da un paio d’anni viene
perseguito riservatamente,
oggi diventa ufficiale. Non
sono preoccupato, perché
sono convinto che La 7 ha
conquistato un ruolo tale
nel mercato televisivo, per
consistenza e autorevolezza
che può preludere solo ad
uno sviluppo futuro”. Quanto
al possibile compratore,
“sono le classiche vicende
in cui si fanno nomi quando
non c’è nulla di
consistente, le trattative
si svolgono nella
riservatezza, non è un’asta
pubblica. I nomi che
circolano lasciano il tempo
che trovano, più si fanno
nomi più sono lontane le
decisioni”.
Quanto
ai dati di bilanci, diffusi
in una nota, Telecom Italia
chiude il primo trimestre
del 2012 con una crescita
dell’utile del 10,4% a 606
milioni di euro e con ricavi
per 7,39 miliardi (+4,5%).
Il presidente
Franco Bernabè:
si è detto soddisfatto del
“decisivo miglioramento del
trend dei ricavi domestici,
nonostante il difficile
contesto macroeconomico,
unito al positivo apporto
delle attività
internazionali. Quanto
all’obiettivo di riduzione
del debito, alla base della
decisione di dismettere
Timedia, secondo Bernabè “la
generazione di cassa attesa
nei prossimi mesi ci
permetterà di raggiungere il
target di fine 2012 pari a
circa 27,5 miliardi di
euro”.
L'azienda
presieduta da Fedele
Confalonieri vede sprofondare i
guadagni, scendere i ricavi e
collassare la raccolta
pubblicitaria sia in Italia che
in Spagna. Chiuso il primo
trimestre del 2012 con un utile
netto di 10,3 milioni di euro,
in forte calo rispetto ai 68,4
milioni dello stesso periodo del
2011
Brutte notizie
per Mediaset sia in Italia che
in Spagna: crolla l’utile,
scendono i ricavi e collassa
la raccolta pubblicitaria. Il
gruppo dell’ex premier
Berlusconi ha chiuso il primo
trimestre del 2012 perdendo
più di 50 milioni di euro
rispetto all’anno precedente.
L’utile netto odierno infatti
è di 10,3 milioni di euro,
rispetto ai 68,4 milioni dello
stesso periodo del 2011. I
ricavi scendono del 12 per
cento, da 1,112 miliardi a 977
milioni. Tra gli altri dati,
il risultato operativo passa
da 135,8 a 38,9 milioni, la
redditività operativa scende
dal 12,2 per cento al 4 per
cento, l’indebitamento
finanziario netto passa da
1,775 miliardi a fine 2011 a
1,675 miliardi.
In Italia
l’azienda, come previsto dal
piano di efficienza triennale
varato nella seconda metà del
2011, sta inoltre attuando il
programma di riduzione
dei costi di
funzionamento di tutte le
principali aree aziendali che
crescerà progressivamente fino
al 2014 quando si assesterà su
un risparmio costante di 250
milioni di euro all’anno.
In borsa il
titolo in un anno ha subito
una forte contrazione. A
Piazza Affari Mediaset
Spa un anno fa si
attestava a 4,346 punti, oggi
a 1,638. A Madrid invece
Mediaset Espaða Comunicacion
S.A è passato da 6,653 punti a
3,339.
In mancanza di
segnali di miglioramento sul
mercato, il gruppo televisivo
conferma la previsione di
chiudere il bilancio con un
risultato netto inferiore a
quello dell’anno scorso. In
Italia i ricavi netti
consolidatisi sono attestati a
760,2 milioni da 846,3
milioni: in particolare
la raccolta
pubblicitaria lorda
ha registrato un calo del
10,2% a 622,7 milioni, i
ricavi Mediaset
Premium sono scesi a
131,1 milioni (da 135 milioni)
mentre i ricavi EI Towers sono
saliti a 56,1 milioni (da 38,6
milioni). La raccolta
pubblicitaria lorda
complessiva di Publitalia ’80
e Digitalia ’08, comprensiva
anche dei canali digitali pay
e dei contenuti video
distribuiti sul portale web
Mediaset.it, raggiunge i 622,7
milioni di euro contro i 693,3
milioni di euro del primo
trimestre 2011 (-10,2%). I
ricavi da attività
caratteristica Premium
-vendita di carte, ricariche,
abbonamenti Easy Pay- si sono
attestati a 131,1 milioni
rispetto ai 135 milioni del
2011, bene invece per i ricavi
Ei Towers hanno raggiunto i
56,1 milioni rispetto ai 38,6
del primo trimestre 2011.
Per quanto
riguarda la Spagna,
invece, nei primi tre mesi del
2012 i ricavi netti
consolidati generati dal
Gruppo Mediaset España hanno
raggiunto i 218 milioni di
euro rispetto ai 266,1 milioni
dello stesso periodo dell’anno
precedente. I ricavi
pubblicitari televisivi si
sono attestati a 221,3 milioni
rispetto ai 267,1 milioni del
primo trimestre 2011 L’Ebit
spagnolo è stato pari a 20,4
milioni (46,6 milioni di euro
nel primo trimestre 2011),
mentre l’utile netto è stato
pari a 21,2 milioni rispetto
ai 40,1 milioni dei primi tre
mesi del 2011.
In una nota del
gruppo si legge: “La fase
recessiva nella quale si
trovano sia Italia che Spagna
continua a condizionare
l’andamento del mercato
pubblicitario in entrambe le
aree geografiche presidiate e
determina un andamento ancora
sostanzialmente in linea con
quello dei primi tre mesi”.
IL PROSSIMO PASSO SONO LE MANETTE,
CI RIUSCIRANNO??
Mentre è in corso
il consiglio di amministrazione di
Fonsai, che dovrebbe decidere
sulla mega operazione di fusione
con Unipol, la Guardia di finanza
ha sequestrato il 20% di Premafin
nei paradisi fiscali che, secondo
le ricostruzioni della Consob,
farebbe capo a Salvatore Ligresti.
Il pacchetto è all'estero da molti
anni anche se la famiglia Ligresti
ha sempre dichiarato di non essere
titolare di queste azioni,
intestate a trust con sede in
Lussemburgo e ramificazioni nei
paradisi fiscali.
Secondo quanto è stato reso noto
oggi, i finanzieri del Nucleo di
Polizia Tributaria della Guardia
di Finanza di Milano stanno
eseguendo un decreto di sequestro
preventivo emesso dal Giudice per
le indagini preliminari del
Tribunale di Milano, Roberto
Rinaldi, di tutte le azioni
intestate, direttamente e
indirettamente, a due trust di
diritto estero, risultate essere
complessivamente pari al 20% di
Premafin.
L'indagine diretta
dal pm milanese, Luigi Orsi,
spiega una nota del Comando
Provinciale di Milano della
Guardia di Finanza, "ha permesso
di riscontrare che il valore del
predetto titolo (cioè di Premafin,
ndr) sarebbe stato oggetto di
manipolazione per il tramite delle
partecipazioni detenute da enti
controllati dai citati trust,
provocandone una sensibile
alterazione del prezzo delle
azioni".
Non sorprende quindi che Salvatore
Ligresti risulti indagato dalla
Procura di Milano per aggiotaggio
in concorso con Giancarlo De
Filippo l'uomo d'affari monegasco
al quale la procura riconduce i
due trust off shore sui quali sono
depositati il 20% di azioni
sequestrate oggi.
Nella richiesta di fallimento per
le holding Sinergia e Imco il pm
Luigi Orsi scriveva di manovre per
provocare in modo artificioso il
rialzo del titolo. Le azioni
sarebbero state comprate da 2
trust gestiti da Giancarlo De
Filippo ritenuto vicino alla
famiglia. L’inchiesta ha
permesso di riscontrare che il
valore del predetto titolo sarebbe
stato oggetto di manipolazione per
il tramite delle partecipazioni
detenute da enti controllati dai
citati trust, provocandone una
sensibile alterazione del prezzo
delle azioni.
I due trust delle Bahamas sono
Evergreen e Heritage
e, secondo i magistrati, sono
stati gestiti negli ultimi due
anni da De Filippo, collaboratore
di Ligresti. Per Heritage è stato
soltanto un trustee (cioè un
amministratore), per Evergreen un
asset manager, una sorta di
gestore di patrimoni (di fatto
investiva le azioni). La genesi di
questa quota “misteriosa” risale
al 1993, quando tra gli azionisti
di Premafin compare con l’8,6% la
Mapam, un trust riconducibile a
Ligresti, che proprio in quell’anno
aveva comunicato la riduzione
della quota in Premafin
‘ufficiale’ dal 74,52% al 50,01%.
Dopo il 2003 Mapam ha girato le
azioni a un primo trust, The
Silver Spring, e in seguito a The
Heritage Trust, a cui ora fa capo
il 12,149% di Premafin. La stessa
Mapam risulta promotore di The
Ever Green Security Trust, che
almeno dal luglio 2004 risultava
controllare indirettamente oltre
il 14% di Premafin, e che ora
risulta avere il 7,845%.
La Consob ha rilevato che nel
periodo compreso fra il 2 novembre
2009 e il 16 settembre 2010 le
società che fanno capo a questi
due trust hanno comprato tutti i
giorni in chiusura di borsa azioni
Premafin.
Un’attività, quella di acquisto di
azioni Premafin in chiusura di
scambi, quando il titolo è
particolarmente sensibile e
influenzabile, che è stata
condotta in maniera
così sistematica che i trust, di
fatto, non vi hanno guadagnato
nulla, ma, ad avviso della
Procura, a beneficiarne sarebbe
stata proprio la famiglia Ligresti.
Secondo la Consob, i trust sono
stati costituiti nel 1993
da Salvatore Ligresti e fino al
2003 sono riferiti allo stesso
Ligresti. Da ciò ne conseguirebbe,
ad avviso degli inquirenti, che De
Filippo non avrebbe agito in
autonomia da Ligresti. Elemento
che si evincerebbe dal fatto che
De Filippo ha investito il 60% su
Premafin. Ma non è tutto.
L’intermediario cui De Filippo ha
dato l’incarico di acquistare
titoli è Niccolò Lucchini,
di Lugano, che lo stesso
De Filippo ha dichiarato essergli
stato presentato da Ligresti.
Il reato che si verrebbe dunque a
delineare per entrambi è quello
di aggiotaggio preventivo. La
necessità di sequestrare le azioni
di Premafin è emerso dal fatto che
si tratta di quelle in grado di
influenzare il mercato.
Fondiaria Sai: i pm chiedono il
fallimento della società
cassaforte di Ligresti :lo scopo è
trascinare in tribunale i Ligresti
per bancarotta fraudolenta
Richiesta della Procura di Milano
che potrebbe indagare anche per
bancarotta fraudolenta. Per i
magistrati i debiti delle due
holding ammonterebbero a circa 400
milioni di euro. Una delle due
(Sinergia) detiene il 20 per cento
di Premafin, a un passo
dall'accordo con Unipol
La Procura di
Milano ha chiesto il fallimento
delle holding private della
famiglia Ligresti
Sinergia e Imco.
La richiesta di fallimento è
stata inoltrata ieri mattina
alla sezione fallimentare dal pm
milanese Luigi Orsi
titolare dell’inchiesta sul
gruppo Ligresti. Sinergia, la
cassaforte della famiglia
dell’ingegnere di Paternò,
detiene il 20% di Premafin,
oltre a una serie di terreni e
proprietà immobiliari, mentre
Imco è la società di costruzioni
del gruppo. Ora si tratta di
capire quali possano essere le
conseguenze della richiesta di
fallimento sull’operazione di
salvataggio di
Premafin-Fonsai.
L’udienza potrebbe tenersi già
tra un mese circa al tribunale
fallimentare di Milano.
Ammonterebbe a oltre 100 milioni
di euro il deficit patrimoniale
di Sinergia-Imco le holding
della famiglia Ligresti per le
quali ieri la procura di Milano
ha chiesto il fallimento.
Secondo le valutazioni della
magistratura a fronte di attivi
derivati dagli immobili che si
aggirano attorno ai 290 milioni,
i debiti delle società sono di
circa 400 milioni.
La richiesta di fallimento da
parte della Procura di Milano
delle holding della famiglia
Ligresti Sinergia-Imco spalanca
le porte anche alla possibilità
dei magistrati di procedere,
sotto il profilo penale, con
un’inchiesta per bancarotta
fraudolenta.
La decisione da parte della
Procura di presentare l’istanza
di fallimento è arrivata dopo
che è stata verificata
l’impossibilità, per la mancanza
di un accordo tra i creditori,
di approvare un piano di
risanamento (ai sensi
dell’articolo 67 della legge
fallimentare). La situazione
delle società è molto
preoccupante e in assenza di un
concordato preventivo o un
accordo ai sensi di un altro
articolo della legge
fallimentare (il 182/bis), il
fallimento delle società pare
inevitabile.
E’ presto per capire quali
saranno gli impatti della
richiesta di fallimento di
Sinergia-Imco su Premafin, la
controllante del gruppo Fonsai
di cui il 20% del capitale è in
mano a Sinergia. Certo, il
fallimento di una controllante è
molto pericoloso per la società
controllata. Ai Ligresti resta
comunque in mano un 30% di
Premafin attraverso un sistema
di holding lussemburghesi,
mentre un altro 20 della società
è detenuto dai 2 trust off share
che la Consob ritiene
riconducibili alla famiglia
siciliana. L’articolo 67 della
legge fallimentare, sul quale le
banche creditrici delle holding
non hanno trovato un accordo,
prevede la predisposizione di un
piano di risanamento che non
transita dal tribunale e non è
sottoposto al controllo
giudiziario, ma si realizza
attraverso provvedimenti interni
all’impresa.
La trattativacon Unipol.
L’effetto non si limita alle due
holding. La stessa Premafin sta
ancora trattando per entrare in
sinergia con Unipol. E peraltro
proprio ieri sera si era
registrato un colpo di scena,
perché Unipol ha proposto di
fissare già al 66,7 per cento la
quota che la compagnia
assicurativa bolognese avrà nel
nascente maxi polo assicurativo.
Proposta che ha spiazzato
Fondiaria Sai, tanto che i
consigli d’amministrazione della
Fonsai e della Milano
Assicurazioni vengono definiti
dall’esito “aperto”. La
decisione dei due board non è
insomma così “scontata”. Il cda
Premafin tornerà a riunirsi dopo
quelli di Fonsai e Milano.
L’impero
Ligresti affonda in borsa, per
Fonsai e Premafin perdite da
record
La holding del finanziere
siciliano sta letteralmente
agonizzando sotto il peso di 368
milioni di euro di debiti e
rischia seriamente il fallimento.
Anche per questo la procura sta
indagando su eventuali danni
finanziari
Giornata
nera, anzi, nerissima per la
sempre più tormentata Fondiaria
Sai e la sua controllante
Premafin. Sotto il peso di un
presente fatto di conti in rosso
e schiacciate dalle ombre
relative ad un futuro non ancora
del tutto chiaro tanto per loro
quanto per la famiglia
Ligresti, le due
compagnie cedono oggi
percentuali record a Piazza
Affari segnando ribassi da
incubo. Poco prima delle 14,
Fonsai perdeva circa il 9%
mentre Premafin lasciava sul
terreno 11,54 punti. Male anche
Unipol (-3,97%), artefice
designata dell’intervento di
salvataggio che dovrebbe
garantire un futuro a compagnia
e controllante.
Ricapitolando: Fonsai ha chiuso
il 2011 con circa 1 miliardo di
euro di perdite. Un risultato su
cui pesano le svalutazioni
emerse con le operazioni
immobiliari effettuate proprio
dalla famiglia Ligresti,
azionista del gruppo ma anche
controparte delle operazioni
stesse. Un sostanziale conflitto
di interessi, insomma, che desta
sospetti e che ha spinto il pm
Luigi Orsi
della procura di Milano ad
avviare un’indagine su eventuali
danni finanziari. Un’indagine
che arricchisce di un nuovo
capitolo il romanzo delle
avventure giudiziarie di
Salvatore Ligresti, già sotto
processo con l’accusa di
corruzione nella vicenda della
trasformazione urbanistica
dell’area di Castello di Firenze
per la quale, ieri, è arrivata
anche la requisitoria del
pubblico ministero
Gianni Tei che ha
chiesto una condanna di 3 anni e
6 mesi per lo stesso Ligresti.
La
famiglia dell’immobiliarista
siciliano controlla Fonsai
attraverso la sua holding
Premafin con una quota
effettiva, ha scoperto di
recente la Consob,
che tra partecipazioni dirette e
complesse acrobazie bahamensi si
attesta attorno al 70%. Premafin,
come noto, ad oggi sta
letteralmente agonizzando sotto
il peso di 368 milioni di euro
di debiti e rischia seriamente
il fallimento. Un’ipotesi,
quest’ultima, rilanciata oggi
dal quotidiano Milano Finanza
secondo il quale a scongiurare
questa eventualità potrebbe
essere a questo punto solo il
rapido intervento di Unipol. Una
scalata salvifica, quella
progettata dalla compagnia
bolognese, che ha già incassato
l’Ok tanto di Ligresti quanto di
Unicredit e Mediobanca,
principali creditori di Premafin
che, di fronte alle garanzie
offerte da Unipol, sarebbero
disposte a rinegoziare il debito
della holding. L’ingresso della
stessa Unipol trasformerebbe la
nuova creatura nel secondo
gruppo assicurativo italiano
dopo la triestina Generali.
A creare una certa tensione,
oggi, è stata anche la decisione
della figlia di
Salvatore Ligresti Jonella
di non abbandonare il Cda di
Fondiaria ormai prossimo al
rinnovo. Una scelta poco gradita
a chi auspicava un segnale
chiaro di uscita di scena della
famiglia dalla compagnia, cosa
per altro prima o poi
inevitabile. Di certo, per lo
meno, si sa che l’addio sarà
meno oneroso di quanto
inizialmente previsto. Unipol ha
infatti bocciato un paio di mesi
fa l’ipotesi di una maxi
liquidazione per i Ligresti, un
regalo da 70 milioni di euro che
avrebbe stonato ampiamente con i
risultati finanziari conseguiti
dalla compagnia nel corso
dell’anno passato.
IL GIGANTISMO DI
MEDIOBANCA,gli affari di quella che era la banca
di Cuccia
Chiamatelo, se volete, pronto soccorso
Mediobanca. Funziona così. Le grandi fondazioni
bancarie battono cassa? Non sanno come far
quadrare i conti nella stagione più difficile
della loro storia? All’orizzonte si profilano
perdite miliardarie per via della crisi delle
Borse? Ecco che arriva Mediobanca,
pronta a cogliere un’occasione straordinaria per
fare affari d’oro e aumentare il potere, già
enorme, di cui dispone fornendo un salvagente
agli enti a cui fanno capo partecipazioni
decisive per la stabilità delle grandi banche
nazionali: Unicredit, Intesa e Mps.
Si parte da Siena, dove i signori e padroni del
Monte dei Paschi hanno
debiti per quasi un miliardo e pochi
giorni per venire a capo della situazione. A
guidare il salvataggio della fondazione senese ,
allo stremo delle forze per la strategia
perdente dei propri vertici, sarà proprio la
banca che fu di Enrico Cuccia,
oggi guidata dalla coppia Renato
Pagliaro, presidente, e Alberto
Nagel, amministratore delegato.
Mediobanca aveva prestato alla Fondazione Monte
dei Paschi quasi 200 milioni già nel 2008 e
adesso torna a gestire le trattative per trovare
il modo di far fronte a debiti per 900 milioni.
A Padova e a Bologna, invece, le locali
fondazioni vivono l’incubo del taglio dei
dividendi di Intesa. Senza quei
soldi dovranno ridurre le erogazioni sul
territorio, cioè i finanziamenti a società,
associazioni e istituzioni no profit. Il
problema vero, però, è che l’anno scorso
entrambi gli enti si sono svenati per far fronte
all’aumento di capitale di Intesa senza
diminuire la propria quota. Alla fine ce l’hanno
fatta. Come? Semplice , è arrivata Mediobanca.
La Fondazione Cassa di Padova e Rovigo,
che ha il 4,2 per cento di Intesa, ha ottenuto
una linea di credito di 100 milioni
dall’istituto guidato da Nagel. E anche la
Cassa di Bologna (2,7 per cento
di Intesa) ha fatto ricorso a un prestito di 20
milioni sempre targato Mediobanca. Fabio
Roversi Monaco, presidente dell’ente
bolognese, a ottobre è entrato nel consiglio di
amministrazione della stessa Mediobanca, di cui
la Fondazione emiliana è anche azionista con un
pacchetto del 2,5 per cento del capitale. E non
è l’unica. Negli anni scorsi i colleghi di
Roversi Monaco hanno fatto la fila per uno
strapuntino a bordo della più blasonata tra le
banche d’affari nazionali. Sono investimenti di
sistema, spiegavano. E poi rendono.
Da Siena, a Torino fino a Verona, per citare le
più importanti, almeno una decina di Fondazioni
hanno investito centinaia di milioni in
Mediobanca. E così il cerchio si chiude, come è
tradizione nella storia dell’istituto. I
debitori diventano azionisti e viceversa. Lo
stesso succedeva ai tempi di Cuccia per i grandi
gruppi industriali privati, in quella che appare
come un’apoteosi del conflitto d’interessi. Solo
che nel caso delle Fondazioni il ricorso
all’indebitamento dovrebbe essere un evento
eccezionale e come tale, infatti, va
preventivamente autorizzato dal ministero
dell’Economia. E allora luce verde (dall’allora
ministro Giulio Tremonti) per
Siena, che è diventata azionista di Mediobanca e
ne ha ricevuto i finanziamenti.
Lo stesso vale per la Cassa di Bologna
e anche per quella di Padova.
Già nel 2008 si era mossa sulla stessa strada
anche la genovese Fondazione Carige,
a caccia di risorse per l’aumento di capitale da
un miliardo della controllata Carige. Oltre 400
milioni sono arrivati da Mediobanca che si è
presa in garanzia azioni di risparmio della
stessa Carige. I manager di Nagel sono arrivati
anche ad Alessandria, dove la locale fondazione
si è trovata a gestire un cospicuo pacchetto di
azioni Bpm ricevuti in cambio
della vendita della cassa di risparmio.
Mediobanca ha fatto da controparte, e lo è
ancora adesso, a un contratto derivato su buona
parte dei titoli Bpm di proprietà dell’ente
piemontese.
Nel mondo Unicredit, primo
azionista di Mediobanca con l’8,7 per cento del
capitale, l’intreccio è ancora più complesso.
Fabrizio Palenzona,
vicepresidente sia di Mediobanca sia di
Unicredit è il dominus della torinese
Fondazione Crt, a sua volta socia
rilevante di Unicredit. Crt a suo tempo ha
costituito una società (Perseo) partecipata e
finanziata da Mediobanca per investire in
Unicredit. E la stessa Crt, attraverso un’altra
finanziaria, ha puntato centinaia di milioni
nelle assicurazioni Generali, che sono
l’attività principale di Mediobanca. Ne viene
fuori un intreccio impressionante di
partecipazioni e prestiti, che la dice lunga sul
potere dell’ex democristiano Palenzona.
Tutti contenti, allora? Mica tanto. Per capire
meglio si può chiedere ai vertici della
Fondazione Monte Paschi, che per tappare i buchi
in bilancio sono stati costretti a mettere in
vendita i loro titoli Mediobanca nel frattempo
colpiti dal crollo generalizzato in Borsa delle
azioni bancarie. I conti finali dell’operazione
ancora non sono disponibili, ma sono prevedibili
perdite per decine di milioni. Va male, molto
male anche per la Cassa di Bologna, che a fine
2011 era in rosso di oltre 200 milioni sulla
propria partecipazione in Mediobanca. Negli
ultimi due mesi le quotazioni sono un po’
risalite ma la perdita, per ora solo potenziale,
resta consistente. Morale della storia:
Mediobanca aumenta il giro d’affari e consolida
il suo potere. Alle Fondazioni, invece, restano
debiti e perdite.
SMEMBRAMENTO e
delocalizzazione totale
FIAT: stabilimenti aperti in
Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina.
Circa 20. 000 posti di lavoro persi, dai 49. 350
occupati nel 2000 si arriva ai 31. 200 del 2009
(fonte: L’Espresso).
DAINESE: due stabilimenti in
Tunisia, circa 500 addetti; produzione quasi del
tutto cessata in Italia, tranne qualche
centinaio di capi.
GEOX: stabilimenti in Brasile,
Cina e Vietnam; su circa 30. 000 lavoratori solo
2. 000 sono italiani.
BIALETTI: fabbrica in Cina;
rimane il marchio dell’ “omino”, ma i lavoratori
di Omegna perdono il lavoro.
OMSA: stabilimento in Serbia;
cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane.
ROSSIGNOL: stabilimento in
Romania, dove insiste la gran parte della
produzione; 108 esuberi a Montebelluna.
DUCATI ENERGIA: stabilimenti in
India e Croazia.
BENETTON: stabilimenti in
Croazia.
CALZEDONIA: stabilimenti in
Bulgaria.
STEFANEL: stabilimenti in
Croazia.
TELECOM ITALIA: call center in
Albania, Tunisia, Romania, Turchia, per un
totale di circa 600 lavoratori, mentre in Italia
sono stati dichiarati negli ultimi tre anni
oltre 9. 000 esuberi di personale.
WIND: call center in Romania e
Albania tramite aziende in outsourcing, per un
totale di circa 300 lavoratori. H 3 G: call
center in Albania, Romania e Tunisia tramite
aziende in outsourcing, per un totale di circa
400 lavoratori impiegati.
VODAFONE: call center in
Romania tramite aziende di outsourcing, per un
totale di circa 300 lavoratori impiegati.
SKY ITALIA: call center in
Albania tramite aziende di outsourcing, per un
totale di circa 250 lavoratori impiegati.
Nell’ultimo anno sono stati circa 5. 000 i posti
di lavoro perduti solamente nei call center che
operano nel settore delle telecomunicazioni, tra
licenziamenti e cassa integrazione.
Eni costretta a dismettere quota Snam Rete Gas:
vantaggi per tutti
Dieci euro in più
su ogni megawattora di gas. Questo è il
differenziale che paga l’Italia rispetto ad
altri Paesi europei dove il prezzo del metano è
diminuito da aprile in poi, mentre da noi è
sensibilmente aumentato. Sono gli ultimi dati
del Gestore dei mercati energetici (Gme) a
certificarlo. Si tratta dei prezzi di dicembre
(33,1 euro contro 22,3) pubblicati ieri sulla
Newsletter mensile della società pubblica
incaricata della gestione della Borsa elettrica
e di quella, appena avviata, del gas.
Il fatto che questi dati siano usciti proprio
mentre il governo sta per dare il via libera al
decreto sulle liberalizzazioni, è una pura
coincidenza. Ma è utile per rendersi conto delle
ragioni che spingono Mario Monti e Antonio
Catricalà ad affrontare un percorso complesso e
difficile come quello finalizzato a realizzare
una maggiore competizione sul mercato
dell’energia. Nel pacchetto è entrata la
separazione proprietaria di Snam da Eni, il
dibattito tra i ministeri è tuttora in corso su
come realizzare questo passaggio, ma la norma è
ormai data per certa e ribalta l’impostazione
del governo Berlusconi favorevole alla
separazione societaria rafforzata (Ito) che il
Cane a sei zampe ha ormai praticamente
completato. Il nuovo corso è sotto i riflettori
degli analisti e della Borsa che ieri ha
penalizzato Snam (-2,8% a 3,28 euro) e premiato
Eni (+3,06% a 17,20 euro). Qualcuno ha anche
ipotizzato che l’accelerazione allo sviluppo di
nuovi giacimenti di idrocarburi in Italia,
anch’esso inserito nel decreto, vada a
compensare il gruppo. La verità è che gli
idrocarburi nazionali non vengono sfruttati al
loro potenziale: di questo si sta discutendo in
queste ore.
Le altre novità, che si stanno comunque mettendo
a punto, riguardano le bollette del gas. Il
nuovo meccanismo di calcolo degli aggiornamenti
trimestrali che scatterà da aprile sarà più
orientato verso i prezzi del mercato spot
(quelli che stanno scendendo in Europa) e non
più solo ancorato ai contratti take or pay (che
garantiscono un’approvvigionamento nel lungo
periodo ma sono anche molto più cari). In questa
direzione stava già procedendo l’Autorità per
l’Energia. E’ una misura che riguarderà i
clienti, famiglie e piccole imprese, che non
sono ancora passati al mercato libero (10-12% su
circa 18-20 milioni di bollette). Riguarderà
cioè la stragrande maggioranza dei consumatori
che in prospettiva dovrebbero così veder
diminuire il costo del gas.
Può la separazione proprietaria di Snam da Eni
risolvere questo nodo? Ai molti che pensano si
tratti di uno snodo fondamentale per mettere in
moto investimenti ed efficienza, ha risposto
ieri il vicepresidente di Confindustria Alberto
Bombassei: «Sarebbe un disastro andare a
spezzare l’Eni». Il gruppo non commenta ma da
sempre sostiene che lo scorporo non avrà effetti
per i consumatori. Da sola, la separazione non
basterà.
Occorre anche affermano industrie e analisti
eliminare molti colli di bottiglia e potenziare
i rigassificatori. Oggi Snam è un boccone grosso
valutato da Deutsche Bank 25,8 miliardi contro i
10,8 miliardi delle stime di Kepler Research su
Terna. Più facile dunque che sia la prima a
mangiare la seconda, se si deciderà di
scorporare per intero la società (che controlla
anche gli stoccaggi di Stogit e il
rigassificatore di Panigaglia), ipotesi sulla
quale sembra stia scommettendo il mercato. In
questo caso tutti danno Lorenzo Bini Smaghi,
oggi presidente di Snam, al vertice della nuova
mega-società delle reti.
I titoli Eni registrano al momento un rialzo
fiacco dello 0,12% a 17,2 euro. Secondo gli
analisti di Goldman Sachs la dismissione della
quota avra' un effetto positivo sul gruppo,
perche' ridurre in maniera significativa
l'indebitamento.
La cessione della controllata potrebbe infatti
migliorare la valutazione gia' attraente del
titolo, che vanta un dividend yield del 6% e un
rapporto tra prezzo di borsa e utili azionari
che e' ancora più interessante, se si considera
che la partecipazione di Eni in tre societa'
quotate, Galp, Snam e Saipem, contribuisce agli
utili del gruppo per il 13%, mentre, per quanto
riguarda la sua capitalizzazione di mercato,
conta solo per il 27%
BENETTON FUORI DA IMPREGILO.
GRUPPO GAVIO AL 30%, GRUPPO SALINI
AL 20%: CHI CONTROLLERA' IL PRIMO
CONTRACTOR GRANDI LAVORI IN ITALIA?
I Benetton
escono dal business dei grandi
lavori. Confermando le previsioni
della vigilia, il gruppo di
Ponzano Veneto, attraverso la
controllata Atlantia hanno ceduto
il controllo di Impregilo a uno
dei loro "concorrenti". Il nuovo
socio di controllo del primo
general contractor italiano
diventa così il gruppo Gavio, il
secondo concessionario
autostradale del nostro paese
proprio alle spalle di Atlantia. E
ora bisognerà attendere la
contromossa della famiglia Salini,
i costruttori romani che sono già
saliti al 20% di Impregilo e che
entro la metà di marzo faranno
conoscerere le loro intenzioni.
Ma vediamo l'accordo nel
dettaglio. Autostrade per l'Italia
spa, una controllata di Atlantia,
acquisirà da Sias (gruppo Gavio) e
da Mediobanca le quote di Grupo
Costanerà, così da raggiungere il
100% della società che gestisce
188 chilometri di autostrade in
Cile, di cui 98 attorno alla
capitale Santiago. L'intera
partecipazione del 45,765% del
Grupo Costanera, detenuta in
Autostrade Sud America, è stata
valutata 565,2 milioni. Allo
stesso modo, è stato sottoscritto
un accordo con Mediobanca per
l'acquisto di una quota pari
all'8,47% di Asa per un
controvalore di 104,6 milioni,
A Sias viene invece ceduta una
opzione per l'acquisto del 99,98%
dell'autostrada Torino-Savona.
Infine, ad Argofin, la finanziaria
della famiglia Gavio passa il 33%
di Igli, la scatola che controlla
il 29,96% di Impregilo.
L'esercizio dell'opzione potrà
avvenire non oltre il 30 settembre
2012, mentre il prezzo fissato per
l'esercizio dell'opzione è pari a
223 milioni.
Alla luce dell'operazione, la
situazione diventa la seguente.Grazie
alle quote dei Benetton, Gavio
prende il controllo del 29,6% di
Impregilo ma ora dovrà vedersela
con i costruttori romani del
gruppo Salini. Entro metà marzo
devono far sapere se hanno
intenzione di salire ancora e,
contestualmente, potrebbero
presentare il piano industriale
che convinca gli azionisti che il
loro progetto è migliore di quello
di Gavio. Ma non è escluso che la
società piemontese si muova già
nei prossimi giorni per rafforzare
ulteriormente la sua posizione.
PIAZZA AFFARI | Edf porta a termine
l'accordo per il riassetto dell'azienda
elettrica. La decisione arriva dopo un anno di
trattative con i soci italiani raccolti in
Delmi e guidati da A2A. Agli italiani va il
controllo di Edipower.
PIAZZA AFFARI | Il fondo sovrano
Aabar ha rastrellato i diritti necessari per
salire al 6,5% di Piazza Cordusio. Controllerà
da solo un pacchetto pari alla metà di quello
che le Fondazioni italiane...Mentre le
Fondazioni italiane ricorrono ad artifici da
hedge fund per racimolare qualche soldo e
limitare i danni in Unicredit, i sultani di
Abu Dhabi ne ipotecano la poltrona di primo
azionista pagando in petrodollari.
Monte dei Paschi: è rischio nazionalizzazione
Fari puntati su Monte dei Paschi,
che rischia sempre di più di la
nazionalizzazione "parziale o totale". E' quanto
afferma un articolo del Financial Times, che
riporta le preoccupazioni delle autorità di
regolamentazione europee.
Insieme a Commerzbank, spiega il quotidiano
britannico, MPS potrebbe infatti non essere
capace di presentare piani credibili sul
miglioramento del proprio capitale, tanto che le
stesse autorità affermano che "una iniezione di
mezzi freschi" da parte dell'Italia -nel caso di
Monte dei Paschi- e dalla Germania -nel caso di
Commerzbank - "è quasi inevitabile". Si tratta,
ha detto un funzionario, "di grandi casi".
Gli stress test che sono stati lanciati lo
scorso dicembre dallo European Banking Authority
(Eba) hanno messo in evidenza per MPS un bisogno
di capitale di 3,3 miliardi di euro; nel caso di
Commerzbank, il buco sarebbe di 5,3 miliardi.
Entrambe le banche non hanno rilasciato alcun
commento sul rischio che debbano bussare alle
porte dei relativi stati, e anzi hanno insistito
sulla loro capacità di risolvere la questione.
Tra le banche europee più importanti,
recentemente solo Unicredit, la banca numero uno
per asset, ha lanciato un'operazione di aumento
di capitale. Gli analisti intervistati dal Ft
sottolineano però che il forte tonfo del titolo
seguito all'annuncio rappresenta per altri
istituti di credito un deterrente nell'andare
nella la stessa direzione.
Forti, dunque, i timori sul futuro di MPS, che
secondo il Financial Times è al rischio maggiore
di essere costretta, almeno, a una
nazionalizzazione parziale. Tre fonti di mercato
hanno affermato che in questo caso,
interverrebbe la Cassa Depositi e Prestiti, che
potrebbe fornire fondi o direttamente alla banca
o indirettamente, attraverso il principale
azionista, la Fondazione Monte dei Paschi.
Motori fermi. Ducati in vendita
Sarà straniera (colosso indiano),altro pezzo d'Italia che
viene colonizzato (dopo Parmalat
(sotto la francese Lactails), Edison
(sotto il colosso energetico francese EDF), Fiat (sotto la statunitense Crysler),
Bulgari (sotto la francese
Lyhm-Arnaud), Alitalia (SOTTO Air
France), UNICREDIT (sotto scalata
dagli arabi di Abu Dhabi), Ferretti
(ad un colosso cinese)....)
Andrea Bonomi ha dato l'annuncio al Financial
Times: il prezzo è un miliardo di euro.
Trattative già avviate con Bmw e l'indiana
Mahindra. Si tratta, dunque, di un altro pezzo
del nostro made in Italy che se ne
SNAI IN FORTE
CRISI: MEZZO MILIARDO DI EURO DI DEBITI
San Siro, in
vendita l'area dell'ippodromo
Snai costretta a cedere, vale 160
milioni
I terreni e
le piste di trotto e di
allenamento di Trenno saranno
venduti al miglior offerente.
Snai, la proprietaria, entro un
anno dovrà restituire ai
creditori 250 milioni. Ora,
fallita la strada di un bond,
resta solo la cessione. In
bilancio gli immobili valgono 90
milioni, ma si spera di farli
fruttare quasi il doppio
di Sara
Bennewitz
Ora che è
fallito anche l’ultimo tentativo
di reperire nuovi finanziamenti
sul mercato, Snai è costretta a
vendere i suoi gioielli. Il gruppo
delle scommesse ippiche entro un
anno dovrà rimborsare ai suoi
creditori circa 250 milioni di
euro e così ora le banche fanno
pressione sulla società affinché
venda il prima possibile i terreni
e le aree adiacenti allo stadio di
San Siro.
Per mesi il gruppo guidato da
Maurizio Ughi aveva provato a
cercare una soluzione alternativa.
A metà dicembre la società aveva
interrotto le trattative con il
fondo di private equity
Bridgepoint per cedere l’attività
dei giochi, mentre questa
settimana dopo lunghe trattative è
sfumata anche la possibilità di
reperire sul mercato 350 milioni
attraverso il lancio di
un’obbligazione ad alto rischio.
Il costo di questa emissione era
lievitato a un interesse del 10,5
per cento (37 milioni all’anno), e
tale da assorbire circa un terzo
dei margini generati dal gruppo
dei giochi. Troppo.
Le banche, dunque, hanno preferito
accantonare l’idea del bond e
studiare un nuovo piano per
risolvere l’emergenza debito. E
così, dopo aver provato invano a
trovare una soluzione alternativa,
a questo punto la strada migliore
per risolvere i problemi
finanziari di Snai è vendere i
terreni del parco di Trenno e
tutte le strutture adiacenti allo
stadio di San Siro (tranne quella
del galoppo, che è vincolata). In
bilancio gli immobili hanno un
valore di circa 90 milioni, ma
potrebbero fruttare quasi il
doppio e permettere alla società
di dimezzare la sua esposizione
con le banche. Un vecchio accordo
tra Snai e un partner immobiliare
valutava queste attività 260
milioni. Ma oggi, secondo le
banche creditrici, sarebbe
impossibile realizzare una simile
somma, anche perché Snai ha poco
tempo per chiudere l’operazione e
quindi non può aspettare né i
tempi della burocrazia, né quelli
di un’e ventuale ripresa del
mercato immobiliare che ancora
scricchiola. Ma facciamo un passo
indietro. Il 15 maggio del 2007
Snai stipulò un accordo con un
advisor immobiliare, Varo, e una
società di sviluppo, Losito &
Associati, dandogli un’esclusiva
per trattare la vendita e
offrendogli anche un diritto di
prelazione ad acquistare queste
aree al prezzo di 260 milioni. Era
inteso che, se fosse cambiato il
piano regolatore milanese e Snai
avesse ottenuto l’edificabilità di
parte di questi terreni, Losito &
Associati avrebbe pagato 1.500
euro in più per ogni metro quadro
edificabile. Ma così non è stato.
Il contratto firmato due anni fa
avrebbe dovuto scadere con la fine
del 2012.
Snai non può aspettare tanto,
tuttavia, e il prezzo pattuito con
Losito & Associati è comunque
fuori mercato. Per questo
Unciredit, banca di riferimento
del gruppo dei giochi, vorrebbe
chiudere il vecchio accordo sugli
immobili e nominare un nuovo
advisor di livello internazionale
per gestire la vendita il prima
possibile e al miglior prezzo. A
questo proposito, il partner
ideale di Snai potrebbe essere
Cushman & Wakefield, società
americana che è controllata dalla
Exor della famiglia Agnelli. Data
l’esperienza e la clientela di
riferimento a cui si rivolge
Cushman & Wakefield, i tempi della
trattativa potrebbero accorciarsi
notevolmente e consentire a Snai
di chiudere l’operazione entro il
marzo 2011, quando la società
dovrà rimborsare alle banche e
agli altri creditori 250 milioni
di debito.
Recuperati
affetti della ragazza moldava nella cabina del
comandante. Intanto la Francia apre un'indagine
preliminare sul disastro della Concordia
Cermortan seguita
da Schettino in plancia
Alcuni oggetti
personali della 25enne moldava, Domnica Cemortan,
sono stati trovati dai sub nella cabina del
comandante della Costa Concordia Francesco
Schettino. È Proprio a proposito di questi
oggetti gli inquirenti ieri hanno chiesto
spiegazioni nel corso dell'interrogatorio che è
andanto avanti per sei ore, in una caserma di
Marina di Grosseto. Domnica Cemortan, ai pm
Navarro e Pizza, che l'avevano sentita come
persona informata sui fatti, ha confermato di
essere stata in plancia di comando la sera del
13 gennaio, quando avvenne l'urto con lo scoglio
nei pressi dell'Isola del Giglio.
La donna, con l'aiuto di una interprete, ha
ricostruito su richiesta della procura, tutto
ciò che ha visto e sentito quella sera. Grazie
alle sua dichiarazioni ora gli investigatori
pensano di poter aggiungere nuovi particolari.
La donna ha, infine, ribadito di essere
imbarcata regolarmente con biglietto per questo
gli investigatori le hanno chiesto di spiegare
perché alcuni suoi effetti personali erano stati
trovati nella cabina del comandante. La ragazza
ha ammesso la sua vicinanza al comandante
Schettino difendendolo come "eroe" per la
manovra che ha permesso alla nave di arenarsi
sugli scogli molto vicino alla riva subito dopo
l'impatto.
La procura ha intenzione a breve di sentire la
donna, identificata come avvocato, che la
mattina del 14 aveva incontrato il comandante
Scettino all'Hotel Bahamas dell'Isola del
Giglio. Il comandante aveva con sè alcuni
oggetti prelevati dalla nave e fra questi, in un
sacchetto rosso un computer.
Indagine Francia. La procura di
Parigi ha annunciato l'apertura di un'indagine
preliminare sul naufragio della Costa Concordia,
e ha chiesto alla gendarmeria marittima di
interrogare "l'insieme dei passeggeri francesi
sopravvissuti" per determinare circostanze del
naufragio e gestione dei soccorsi.
Oltre all'ex dg della Juventus sono stati
condannati in primo grado gli ex designatori
Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto. il pm
Stefano Capuano: "Non è stato un processo
farsa" 8/11/11
di Dario
Pelizzari
APPIANO GENTILE - Domani,
sabato 5 novembre 2011,
vigilia di Genoa-Inter, gara valida per la 11^
giornata della Serie A Tim 2011-2012, in
programma domenica 6 novembre '11 allo stadio
"Luigi Ferraris" in Marassi a Genova
(ore 12.30), Claudio Ranieri
incontrerà i giornalisti presso la sala stampa
del centro sportivo "Angelo Moratti"
di Appiano Gentile alle ore 13,30.
La conferenza sarà trasmessa in
diretta esclusiva da Inter Channel (canale 232
della piattaforma Sky Italia).
L'ex direttore dell'Avanti
trasferito a Poggioreale appena sbarcato, era latitante da otto mesi indagato
per induzione dell'imputato a mentire nella vicenda Berlusconi-Tarantini. Ora
accusato anche di corruzione internazionale e associazione a delinquere per
fondi all'editoria. Provvedimento anche per il senatore Pdl (foto):
"Mi difenderò con le unghie e con i denti"Il
commercialista del Senatore, sentito come teste dai pm di Napoli, dice che il
passaggio al partito di Berlusconi fu opera di Valter Lavitola.
L'ex direttore dell'Avanti!, arrestato oggi, è accusato di corruzione
internazionale e associazione a delinquere
AD UNO AD UNO
CADONO I RAMI SECCHI DEL PADRONE D'ITALONIA, L'EX PREMIER DI LIBIALIA:
GHEDDAFI(MORTO),
DON VERZE'(MORTO),GERONZI
(PLURICONDANNATO
ED ESTROMESSO DA GENERALI), LIGRESTI
(CONDANNATO NEGLI ANNI NOVANTA E PROSSIMO AD USCIRE DA FONDIARIA-SAI),
VERDINI(LIQUIDATO
IL SUO CREDITO FIORENTINO E PROSSIMO A PROCESSO PER COSTITUZIONE DI LOGGIA
SEGRETA), FEDE(IL
LECCACULO STORICO LICENZIATO MENTRE GUARDAVA MILAN-BARCELLONA,PROSSIMO A
GIUDIZIO PER IL CASO RUBY), MORA(IL
MAGNACCIA CHE RASTRELLAVA TROIE PER CONTO SUO IN CARCERE AD OPERA PER BANCAROTTA
FRAUDOLENTA E PROSSIMO A PROCESSO PER IL CASO RUBY)
Il signor Testa di cazzo
asfaltata l'ha studiata giusta: ha fatto finta
di aver patema nel mollare lo scranno del potere
massimo pontificio, quando in realtà non vedeva
l'ora di mollare LA FOGNA CREATA PIENA ZEPPA DI
DEBITI allo sfigatino di turno salutato come il
salvatore di non si sa bene che cosa. Rimanere
Pontefice Massimo significava perdere UN
MILIARDO DI CAPITALIZZAZIONE IN BORSA con
tracollo del 60%, con aggravio a cascata su
tutta la filiera infiacchita dal mezzo miliardo
di euro sganciato alla Cir. E' vero, si ritrova
oggi senza scudi legali all'interno dei suoi
numerosi processi, ma il Soggetto confida molto
nei tempi biblici della Giustizia Italiota (ed
infatti è già scattata la prescrizione per la
corruzione acclarata Mills...),
eppoi proprio quelle aule giudiziarie possono
tramutarsi in una splendida pubblicità.
Mediolanum, l'utile netto crolla
Proposto dividendo a 0,11 euro
I profitti del gruppo guidato da Ennio
Doris sono calati del 70% a 67 milioni, pesano svalutazioni dei titoli
governativi greci in portafoglio per 85 milioni. Masse amministrate al massimo
storico di 46,2 miliardi
MILANO - Mediolanum
ha chiuso il 2011 con un utile netto di 67 milioni, in calo del 70%, su masse
amministrate di 46.207 Milioni (+1%). Al netto delle componenti non ricorrenti
l'utile è, invece, diminuito del 16% a 193 milioni. Il consiglio di
amministrazione guidato da Ennio Doris proporrà all'assemblea dei soci un
dividendo di 0,11 euro per azione.
E, considerando l'acconto al dividendo distribuito a novembre 2011 di 0,07 euro,
il cda proporrà la distribuzione di 0,04 euro. L'assemblea dei soci si terrà il
prossimo 19 aprile in prima convocazione o 20 aprile in seconda.
Il risultato del 2011 è stato penalizzato da rettifiche di valore per impairment
dei titoli governativi greci in portafoglio, per 85 milioni, della
partecipazione in Mediobanca, per 41 milioni, già al netto dei relativi effetti
fiscali. Al netto di tali componenti l'utile sarebbe quindi stato di 193
milioni. Il risultato ha risentito, inoltre, di minusvalenze nette di
valutazione degli investimenti a fair value, per complessivi 44 milioni al netto
delle imposte, minusvalenze già interamente recuperate nei primi mesi del 2012.
Senza perdite temporanee di valore il risultato delle attività correnti del 2011
sarebbe stato superiore a quello del 2010.
Nel frattempo, le masse amministrate hanno superato il loro massimo storico
attestandosi a 46,2 miliardi. La raccolta netta è stata di 2,7 miliardi. Sul
mercato domestico l'utile è stato di 75 milioni (-68%) e le masse amministrate
di 44,2 miliardi (+1%).
L'annuncio di Fedele Confalonieri in audizione in commissione alla Camera. In
mattinata incontro con Mario Monti. L'eventualità dei tagli a costi e
investimenti collegata al calo dei profitti e della raccolta pubblicitaria
200 MILIONI
DI EURO DI COLATA DI CEMENTO BERLUSCONIANO
BLOCCATE NEL COVO DI MONZA DALLE ELEZIONI
AMMINISTRATIVE...
Monza, Pdl e Lega divisi, bocciata definitivamente la
Milano 4 di Berlusconi
Fallisce anche l'ultimo tentativo di approvare in
consiglio comunale il progetto Cascinazza spinto dalla famiglia dell'ex premier.
Le divisioni del centrodestra e l'opposizione del centrosinistra hanno impedito
il via libera al piano prima delle elezioni amministrative di maggio
Nel consiglio comunale di domenica scorsa, a sorpresa, quella stessa
maggioranza di centrodestra tenuta insieme a fatica non ha avuto i numeri
neppure per portare il documento in votazione. Uno scivolone a cui ha cercato
di rimediare ieri sera, resuscitando la variante e sperando di spuntare una
dilazione dei termini in extremis, prima dello scioglimentodel consiglio per
le elezioni del maggio prossimo. Ma il risultato non è cambiato, e ora saranno
gli elettori a decidere.
Scadeva domenica, dopo cinque anni di lavoro, oltre settanta consigli
comunali, migliaia di euro spesi in consulenti, centinaia di emendamenti
accolti, il termine perchè la Variante fosse votata dal Consiglio comunale.
Peccato che Pdl e Lega Nord si siano trovati a disporre di solo venti voti a
favore, mentre l’opposizione (formata dal centrosinistra, ma resa forte
dall’esodo dei fuoriusciti del Pdl) ne contava altrettanti contrari. Uno
stallo davanti al quale la giunta monzese ha scelto di fare un passo indietro,
senza portare nemmeno il documento in aula nonostante fosse il termine ultimo
per votarlo senza farlo decadere. «La variante del cemento è cancellata»,
aveva annunciato il leader dell’opposizione Roberto Scanagatti,
prima di capire che il Centrodestra non si sarebbe arreso.
Dopo aver riportato all’adozione in giunta il documento, ieri sera il
centrodestra ci ha riprovato. Contava forse su qualche assenza nei banchi
della minoranza che potesse capovolgere la bilancia dei voti in stallo. Ma nel
frattempo ci aveva pensato il Prefetto di Monza a togliere ogni speranza di
approvazione della variante Cascinazza, dichiarando ufficialmente scaduti i
termini. Così alle 3 di notte, l’opposizione ha abbandonato l’Aula per
protesta e la maggioranza ha potuto approvare con venti un documento che si
limita a riavviare l’iter a beneficio della prossima giunta. «Una forzatura
illegittima contro cui presenteremo ricorso al Prefetto e al Tar», ha
dichiarato comunque Scanagatti.
Certo la questione peserà in vista delle alleanze per le Amministrative che
andranno in scena a maggio, rendendo la città di Monza strategica per l’ex
premier. Non essendo, infatti, riuscito il centrodestra ad approvare il Pgt
entro i termini e riprendendo l’iter daccapo, saranno i cittadini a decidere
cosa vorranno per la Cascinazza e per la città. Appare ormai chiaro che chi si
assicurerà la vittoria nella città di Monza ne deciderà il destino. Una
possibilità che potrebbe anche far valutare a Silvio Berlusconi
la possibilità di allearsi ancora con la Lega chiedendo al Carroccio una
deroga al diktat di correre soli per avere più speranze di vincere. Una
possibilità che si deciderà domani, quando in via Bellerio a Milano, sede del
Carroccio, si definiranno le alleanze tra Lega Nord e Pdl
Amministrative, Berlusconi nasconde il Pdl e
pensa di presentare liste civiche , liste
farlocche, liste di merda per prendere voti
sotto mentite spoglie, una merdosa operazione
make up in stile merdaset in picchiata del
10% nel rastrellamento pubblicitario con la
diramazione partitica al 24% dal 38% che era
solo 4 anni fa !!!
Un vertice convocato domani a Lesmo con tutti gli
amministratori locali e lo stato maggiore del partito per mettere le basi di
quello che sarà il nuovo movimento che prenderà vita in autunno. Il Cavaliere sa
che alle prossime elezioni di maggio c'è il rischio di una sonora sconfitta così
sta valutando di non presentare il Popolo della Libertà. Ma non basta a
risolvere i problemi: dallo scandalo delle tessere false alle difficoltà di
individuare personalità forti da presentare a Genova, Palermo e Verona
Cancellare il Pdl e presentarsi
alle prossime amministrative con delle liste civiche, tentando così di
avvicinare anche l’Udc e l’elettorato moderato. Ed evitare soprattutto il
paragone con i risultati delle ultime elezioni: i sondaggi più recenti,
infatti, danno il partito di Arcore intorno al 20%. Silvio
Berlusconi sa che al voto di primavera ci sarà un bagno di sangue
ovunque, da Palermo a Verona. Così ha intenzione di far sparire il Pdl e
archiviarlo. Poi, al congresso nazionale che si svolgerà presumibilmente in
autunno, prenderà vita un nuovo partito come il Cavaliere vuole da
tempo. Anche per questo il Cavaliere ha convocato tutti gli amministratori
locali e vertici del Pdl domani sera a Lesmo, nella villa Gernetto sede
dell’università del pensiero liberale. Appuntamento ore 20.30 per una cena
tutti insieme, poi una riunione ristretta con Angelino Alfano,
i coordinatori Denis Verdini e Ignazio La
Russa, alcuni amministratori tra cui Roberto Formigoni,
i capigruppo e pochi altri per stabilire come muoversi per non rischiare di
sparire dalle amministrazioni. I nodi da sciogliere sono molti. Primo fra
tutti l’alleanza con la Lega ormai “morta e sepolta”, come ha ribadito ieri
Roberto Calderoli. Il Cavaliere si è infatti
definitivamente rassegnato: l’asse con il caro amico Umberto Bossi
non esiste più. Berlusconi ha temporeggiato fin quando ha potuto, ma Alfano e
in particolare Verdini sono riusciti a convincerlo che è arrivato il momento
di muoversi per limitare i danni.
C’è il nodo dei candidati sindaci che il Pdl non riesce a individuare, in
particolare nei comuni strategici come Palermo, Genova e Verona.
Inoltre il caos più totale delle tessere false non aiuta a migliorare il clima
di confusione che regna nel partito in vista delle amministrative.
Alfano tenta di tenere insieme i pezzi e ripete che con oltre un milioni di
iscritti, è possibile che ci siano casi isolati di irregolarità, ma “i
furbetti non passeranno”, ripete il segretario nazionale. Ma c’è il rischio
che possano essere invalidati anche i congressi già celebrati. L’ordine di
scuderia è ritrovare l’unità e agire compatti. “E’ il momento di rimboccarsi
le maniche e di lavorare ventre a terra per evitare una debacle elettorale,
che in tanti prevedono al voto di maggio”, riferisce un ex ministro azzurrro.
Si voterà in molti centri di piccola e media dimensione, ma gli occhi sono
puntati su 5 città considerate strategiche per i futuri assetti politici,
tutti comuni dove il Terzo Polo ha stabilito di correre in modo unitario:
Palermo, Genova, Verona, L’Aquila e Lecce. E se nel capoluogo ligure c’è
ancora un margine d’azione, mentre a Verona si attende che la Lega risolva lo
scontro con Flavio Tosi per una lista civica che il
Carroccio invece vuole vietargli, le attenzioni si concentrano sulla Sicilia,
la terra dove il delfino del Cavaliere rischia di cadere in mano nemica.
IN STATO DI CRISI DI LIQUIDITA'
ECCO L'AFFARE GLAMING SRL
Con oltre mezzo miliardo di euro
pagato come multa alla CIR, il gruppo
Mediaset-Mondadori-Fininvest-Mediolanum è finito
in grave crisi di liquidità. Una
bella inchiesta di Sigfrido
Ranucci per Report, la scorsa
settimana, ha portato alla luce l’ultima –
almeno tra quelle note – passione del Cavaliere:
il gioco d’azzardo online.
Mondadori, gioiello editoriale
di famiglia – controllato da Lady Marina
Berlusconi, figlia prediletta del
premier – dopo che il papà ha scelto, con leggi
e leggine, di scommettere sulle entrate da gioco
d’azzardo per finanziare la ricostruzione
dell’Aquila (e nell’inchiesta di Report
si sollevano non pochi dubbi circa il fatto che
ciò stia effettivamente accadendo) ha, a sua
volta, deciso di investire nel settore dei
giochi e delle scommesse online, chiedendo e
ottenendo una concessione per l’esercizio di
tale attività (risultato scontato se la
concessione è assegnata dall’amministrazione
autonoma dei monopoli di Stato e, dunque, da
un’amministrazione controllata dal Governo).
PERCHE' IL GIOCO D'AZZARDO
??
In un momento in cui l’azienda
del premier è in grave crisi di
liquidità, il
gioco online – complice un ingegnoso meccanismo
disegnato dagli uomini di Tremonti su misura del
premier – è uno straordinario veicolo di
autofinanziamento perché le entrate,
e non solo gli utili, della
Glaming possono essere
utilizzate per dotare della necessaria liquidità
l’intero Gruppo Mondadori, sollevandolo
dall’onere di far ricorso, come ogni comune
mortale, all’esoso sistema bancario.
Ora, la concessione alla
Mondadori è stata "girata" alla velocità della
luce dal papà della proprietaria che è
presidente del Consiglio, e già quì siamo in una
EVIDENTE forzatura, per il solito conflitto
d'interessi, in spregio altresì di una norma
precisa che recita: "Le
regole amministrativeper
l’assegnazione della concessione e la stipula
della convenzione per il gioco d’azzardo online,
infatti, prevedono – e ben se ne comprendono le
ragioni – che “ciascun soggetto partecipante
alla società costituenda non gestisca in maniera
diretta o indiretta organizzazioni o attività
sportive o comunque altre attività i cui esiti
siano oggetto di giochi pubblici… né possieda
partecipazioni in società o associazioni
sportive esercenti attività i cui esiti siano
oggetto di scommesse a quota fissa su eventi
sportivi”.
La Mondadori, come è noto, è
parte dello stesso
Gruppo Fininvest
cui appartiene anche il Milan,
le cui perdite, peraltro, sono storicamente
state ripianate proprio grazie ai maggiori utili
conseguiti dalla Mondadori.
Difficile, in tale contesto, sostenere – come
pure Lady B. ha fatto – che tra la
neo-costituita Glaming, società concessionaria
dei giochi online, e il Milan, società sportiva
impegnata in decine di competizioni oggetto di
giochi e scommesse, non vi siano quelle
relazioni che, comprensibilmente, la disciplina
sull’affidamento di concessioni per il gioco
online esclude debbano sussistere. Per
far diventare il papà anche
presidente-biscazziere, dunque, Lady B. è stata
costretta a dire una mezza verità:
non avere nulla a che fare con una società
sportiva.
A scorrere il lungo elenco dei
requisiti dei quali il concessionario di giochi
online – e nel caso che ci interessa ciascun
partecipante alla costituenda società
concessionaria – deve essere in possesso, in
realtà, viene, almeno il dubbio, che la
Mondadori possa essersi trovata costretta a dire
anche qualche altra piccola bugia.
La disciplina per l’affidamento della
concessione per i giochi online, infatti,
prevede anche che “l’impresa non abbia
commesso gravi infrazioni, debitamente
accertate, alle norme in materia di sicurezza,
previste dalla vigente normativa dello Stato in
cui è stabilita, né ad ogni altro obbligo
derivante dai rapporti di lavoro”, né
“violazioni, definitivamente accertate, rispetto
agli obblighi relativi al pagamento delle
imposte e tasse, secondo la
legislazione italiana o quella dello Stato in
cui è stabilita”.
Possibile che una grande società come la
Mondadori non abbia davvero mai commesso alcuna
violazione in materia di sicurezza sul lavoro o,
più in generale nei rapporti di lavoro con i
propri dipendenti? E possibile che – a parte le
note vicende, per le quali mancano accertamenti
definitivi – la Mondadori non abbia mai subito
alcuna condanna definitiva per evasione
fiscale? (C'è un processo in corso
infatti....)
La casa di produzione del
'Grande fratello' è sommersa dai debiti.
Secondo la stampa britannica gli hedge fund
verso cui è esposta potrebbero chiedere di
entrare nella compagine azionaria
MEDIASET AL MINIMO STORICO
Titolo al minimo storico, in
un anno ha perso il 60% (oltre un miliardo di
euro), contro il 34% perso in generale da
piazza Affari. Così le piazze di scambio
scaricano le aziende del Cavaliere.
L’interminabile agonia politica del suo
governo è già costata a
Silvio
Berlusconi più di un miliardo di
euro. A tanto ammonta la perdita di valore in
Borsa delle quote azionarie del premier in
Mediaset e Mondadori negli ultimi nove mesi.
Cioè da quando, il 14 dicembre scorso, il
governo riuscì a salvarsi in Parlamento grazie
ai voti di Scilipoti e compagnia. Da allora
intercettazioni a luci rosse, scandali
sessuali, processi e manovre finanziarie a
vanvera hanno fatto precipitare la già scarsa
credibilità del premier-imprenditore tra gli
investitori internazionali.
Dieci indagati per il caso Arner Bank. C’è
anche la società finanziata da Berlusconi
Per le persone coinvolte le accuse parlano di riciclaggio,
ostacolo all'attività degli organi di vigilanza, favoreggiamento e violazione di
alcune norme bancarie. Nei guai anche l'architetto che ha seguito i lavori delle
ville ad Antigua, tra cui anche quella del Cavaliere
Una
delle ville costruite ad Antigua
Riciclaggio, ostacolo all’attività
degli organi di vigilanza, favoreggiamento e violazione di alcune norme
bancarie: sono queste le accuse contenute negli avvisi di conclusione delle
indagini notificati dai militari della Guardia di Finanza di Milano a una
decina di persone nell’ambito dell’inchiesta (condotta dai pm
Mauro Clerici e Roberto Pellicano) sulla
filiale italiana della svizzera Arner Bank e sul Flat Point Development Limited. Quest’ultima è la società
di Antigua con una filiale torinese che fu impegnata in un imponente progetto
turistico nell’isola caraibica e alla quale, come risulta dagli accertamenti,
tra il 2005 e il 2009, sarebbero stati versati 34 milioni di euro dagli
acquirenti dei lussuosi immobili e dei quali più di 20 sono risultati provenire da conti
personali e ufficiali di Silvio
Berlusconi.
Tra i destinatari dell’avviso di conclusione delle indagini, oltre alla stessa
filiale italiana della banca (sotto inchiesta in base alla legge sulla
responsabilità amministrativa degli enti), ci sono l’ex presidente
Nicola Bravetti e l’ex ad Davide Jarach,
l’allora consigliere Marco Milla, e altri dipendenti
della banca come Flavio De Paolis e Romani
e l’ex commissario ai tempi nominato dal Ministero del tesoro, Alessandro Marcheselli. Per quanto riguarda il filone che
riguarda la Flat Point, la Procura ha contestato il reato di infedele
dichiarazione dei redditi agli amministratori Giuseppe Cappanera,
Giuseppe Poggioli ed Elisa Gamondi.
Per gli inquirenti la Flat Point sarebbe una società esterovestita e pertanto
i suoi redditi avrebbero dovuto essere dichiarati in Italia e non ad Antigua.
Nel documento di chiusura indagini risulta anche il nome di
Piergiorgio Rivolta, l’architetto che ha seguito i lavori delle
ville ad Antigua, tra cui anche quella dell’ex premier.
L'IMPERO OFF
SHORE:5 volte condannato e prescritto- legge ex cirielli sulla prescrizione lampo - (all iberian 1,stecca da 21 miliardi
a craxi),lodo mondadori,corruzione semplice
giudice metta,sme,stecca da mezzo miliardo al
giudice squillante, corruzione di testimone ,
caso Mills, che gli ha fruttato il
depotenziamento della sua posizione nelle
Tangenti alla
Guardia
di Finanza del 1996 e nel processo
All Iberian 2, la spaventosa
frode fiscale con falso in bilancio,
prescritto in
primo grado nel processo Mills
in qualità di imputato unico in quanto
corruttore del suo commercialista (anch'egli
condannato e prescritto)affinchè testimoniasse
stronzate nel processo all iberian e Tangenti
alla Guardia di Finanza)),1 depenalizzazione del reato
di falso in bilancio
per gli oltre 2000 miliardi di lire girati su 64
società off shore (all iberian 2), un colossale
falso in bilancio che è valsa la scalata a
Standa - poi svenduta e trasformata in Billa-,Rinascente,
Milan di Farina,1 condanna amnistiata, falsa
testimonianza loggia p2. "Sia ben chiaro: personalmente
non ho né denaro, né barche, né ville intestate
a società off shore, a differenza di altri che
hanno usato, e usano, queste società per meglio
tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali
e per pagare meno tasse".
Lo hanno
accertato sentenze definitive. Come quella per
il corrotto e prescritto avvocato David Mills (4
ANNI DI CARCERE PER FALSA TESTIMONIANZA AI
PROCESSI ALL IBERIAN E TANGENTI ALLA GUARDIA DI
FINANZA), il mago delle off shore del premier. O
la sentenza del processO All Iberian 2, che ha
accertato una colossale evasione fiscale, 1500
miliardi di lire, ma non ha potuto decretare la
condanna di Berlusconi. Come? Grazie a una delle
sue leggi, quella sulla depenalizzazione del
falso in bilancio, "il fatto non costituisce più
reato".Fini
ha parlato anche di ville e barche. Si riferiva
ad almeno sei ville che il suo ex alleato
possiede tra Antigua e le Bermuda, intestate a
off shore. Berlusconi è proprietario anche di
una barca di 48 metri, valore all'incirca 13
milioni di euro. È intestata alla società
Morning Glory Yachting limited, neanche a dirlo,
con sede alle Bermuda. Il salto verso i fondi
neri, il Cavaliere l'ha compiuto a metà anni '90
servendosi di Mills, soprannominato l'architetto
delle offshore.
Le
società occulte all'estero hanno permesso a
Berlusconi di accantonare centinaia di miliardi
di lire, di evadere il fisco, di pagare
mazzette, come i 21 miliardi a
Bettino Craxi
(processo all iberian 1, condannato in secondo
grado per una parte di quelle gigantesche
mazzette, condanna finita naturalmente in
prescrizione grazie ad un'altra sua merdosa
legge: EX CIRIELLI),
di eludere la legge Mammì, che all'epoca
impediva a un editore di avere più di 3
televisioni. Il cavaliere, invece, era anche
l'azionista di maggioranza, segreto, di Telepiù.
La sentenza di primo grado
del processo Fininvest-Gdf del '96 ha stabilito
che alcuni militari delle fiamme gialle si sono
fatti corrompere proprio per non indagare sulle
off shore del biscione.
In appello e in Cassazione le prove per
condannare il premier non sono state ritenute
sufficienti. In secondo grado ha contribuito
alla sua salvezza, la falsa testimonianza di
Mills del novembre '97. Sappiamo adesso che per
quella, come per un'altra deposizione reticente,
al processo All Iberian, gennaio '98, illegale
ha avuto 600 mila dollari.
E per queste
dichiarazioni taroccate in suo favore,
Berlusconi è ancora sotto processo (CIOE' LA
FOGNA UMANA E' SOTTO PROCESSO PER AVER CORROTTO
QUEL TESTA DI CAZZO DEL SUO COMMERCIALISTA
INGLESE). Sospeso, come gli altri procedimenti,
grazie ai vari scudi. Ai
giudici milanesi di All Iberian, Mills ha
nascosto tra l'altro anche i reali beneficiari
di "Century One" ed "Universal one", le due off
shore nell'isola di Guernsey, intestate a Marina
e Piersilvio Berlusconi, per decisione del
padre. Un fatto che scopriranno nel 2004 i pm
Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo. Mentre i
difensori di Berlusconi fino ad allora avevano
ripetuto che erano "società del tutto estranee a
Fininvest e Mediaset".
I falsi in bilancio,
conseguenza del vizietto delle off shore, hanno
portato a un altro processo: quello per la
compravendita dei diritti tv di Mediaset. Ma
grazie a un'altra delle leggi ad personam,
la ex Cirielli, che ha accorciato la
prescrizione, sono state azzerate la frode
fiscale per 120 miliardi di lire e
l'appropriazione indebita per 276 milioni di
dollari, fino al 1999.
Restano in piedi
quelle fino al 2003.
C'è
poi una costola di questa indagine, denominata "Mediatrade-Rti",
in fase di udienza preliminare, bloccata sempre
per il legittimo impedimento. Berlusconi è
accusato di appropriazione indebita e frode
fiscale. Mentre il figlio Piersilvio e il
presidente di Mediaset Fedele Confalonieri di
frode fiscale, fino al settembre 2009.
Secondo la procura di Milano, Mediaset avrebbe
nuovamente falsificato i bilanci e gonfiato i
costi per l'acquisto di diritti tv da major
americane. I soldi, 100 milioni di dollari,
sarebbero transitati su banche estere e, in gran
parte, confluiti su conti riconducili a
Berlusconi e ad alcuni suoi manager. A Silvio
Berlusconi, sono contestate operazioni tra il
2002 e il 2005. Anni, come per l'inchiesta
madre, in cui era sempre presidente del
Consiglio.
La Cassazione: "Berlusconi
pagò
e Dell'Utri mediò con la mafia"
Nel dispositivo
della sentenza che ha annullato con rivio la
condanna per concorso esterno del senatore la
suprema Corte dice che è stato lui a trattare
con le cosche per assicurare la protezione della
famiglia del Cavaliere che tirò fuori "cospicue
somme"
ROMA - Silvio
Berlusconi pagò ("cospicue somme") le famiglie
mafiose per assicurarsi protezione e Marcello
Dell'Utri fece da mediatore nella trattativa.
Questo scrivono i giudici della Cassazione nelle
motivazioni della sentenza
1 che
ha annullato con rinvio la condanna per concorso
esterno a Dell'Utri. Spiegano i supremi giudici
- nella sentenza 15727 di 146 pagine - che in
maniera "corretta" sono state valutate, dai
giudici della Corte d'Appello di Palermo, le
"convergenti dichiarazioni" di più collaboratori
sul tema "dell'assunzione, per il tramite di
Dell'Utri, di Mangano ad Arcore, come la
risultante di convergenti interessi di
Berlusconi e di Cosa Nostra". Provata anche la
"non gratuità dell'accordo protettivo, in cambio
del quale sono state versate cospicue somme da
parte di Berlusconi in favore della mafia".
Per quanto riguarda l'assunzione del mafioso
Mangano come stalliere alla villa di Arcore, ad
avviso della Suprema Corte il dato di fatto
"indipendentemente dalle ricostruzioni dei
cosiddetti pentiti, è stato congruamente
delineato dai giudici di merito come indicativo,
senza possibilità di valide alternative, di un
accordo di natura protettiva e collaborativa
raggiunto da Berlusconi con la mafia per il
tramite di Dell'Utri che, di quella assunzione,
è stato l'artefice grazie anche all'impegno
specifico profuso da Cinà".
E se nel periodo in cui lavorò con Berlusconi il
rapporto con la mafia, secondo i giudici, va
provato il concorso esterno in associaizone
mafiosa nel periodo che va dal 1977 al 1982
quando Dell'Utri lavorava con Rapisarda.
P3, la Corte E' di Re Silvio ma si
perseguono i suoi cortigiani, il Re della
Merda rimane al
suo posto
Non è facile
spiegare, neppure ora che l’inchiesta è
conclusa, la strana storia della P3.
Ancora più difficile è far capire a qualche
amico francese o tedesco come sia stato
possibile che nel nostro paese un presidente
del Consiglio, sia pure Berlusconi,
possa essersi trasformato nell’ispiratore di
una “società segreta” il cui scopo ultimo
era in definitiva quello di risolvere i suoi
molti guai giudiziari e qualche opaca trama
politica. Complottando al vertice di organi
costituzionali o di rilevanza costituzionale
per la modifica di norme che non gli
garantivano l’immunità (Lodo Alfano), o
risolvere annose vertenze con imprenditori
nemici (Lodo Mondadori), senza essere mai
essere neppure sfiorato dall’inchiesta
giudiziaria. Mai indagato e
neppure interrogato Berlusconi.
Eppure i suoi vecchi amici, da
Marcello Dell’Utri (condannato per
mafia) a Flavio Carboni
(processato e assolto per l’omicidio Calvi)
e a Denis Verdini,
coordinatore nazionale del Pdl da lui
nominato, stanno per essere rinviati a
giudizio sulla base di fatti ampiamente
documentati e con un carico di imputazioni
da far impallidire un criminale incallito.
Dalla violazione della legge Anselmi al
concorso in associazione per delinquere e
poi corruzione, diffamazione e violenza
aggravata. Chi più ne ha, più ne metta. Con
loro ci sono altri esponenti di rilievo del
Pdl: l’ex sottosegretario Nicola
Cosentino, per il quale pendono due
richieste di arresto, e il governatore della
Sardegna Ugo Cappellacci.
Ma anche un alto magistrato, l’ex presidente
di Cassazione Vincenzo Carbone.
L’architrave fragile dell’inchiesta romana
sulla Corte di Re Silvio, firmata dai pm Giancarlo Capaldo e
Rodolfo Caselli, è in definitiva
questa: perseguire il Vice Cesare, ma non
Cesare benché Cesare sia citato ben 19 volte
nelle migliaia di pagine processuali. Un po’
per burla, un po’ per proteggerlo dalle
intercettazioni. Ma la sua identità
traspare. Cesare non può che essere
lui, Berlusconi. Lo afferma
un’informativa della Guardia di Finanza, ma
trapela oltre ogni lecito dubbio da una
telefonata tra Carboni e Pasquale
Lombardi, il tributarista che
“sussurrava ai giudici”, in cui il primo
annuncia che Cesare non potrà essere
presente all’incontro con Verdini, nella
sontuosa e un po’ pacchiana dimora di
Palazzo Pecci Blunt, ai piedi del
Campidoglio, perché in partenza per San
Pietroburgo. In volo dall’amico Putin.
Nonostante la sua “assenza” processuale, le
66 mila pagine dell’inchiesta grondano della
presenza di Cesare. Più di altre clamorose
indagini degli ultimi anni – dalle Olgettine
a Ruby, dai festini a Palazzo Grazioli agli
strani mènage con Tarantini e Lavitola – la
P3 è quella che meglio descrive il
“sistema di potere” berlusconiano,
dentro e fuori il Pdl. Un sistema
familistico e insieme arrogante, predisposto
all’intrallazzo e alla violazione
sistematica delle leggi, ignaro di ogni
regola istituzionale, privo del più
elementare senso dello Stato.
A gestire i suoi interessi, e dunque la P3,
sono persone a lui legate da antiche,
misteriose amicizie o da più recenti e
oscuri legami politici. Il siciliano Dell’Utri,
fondatore di Forza Italia, è il
viceCesare, il grande capo cui
tutti devono rivolgersi per ogni decisione.
Il toscano Verdini è il braccio finanziario
degli affari che ruotano attorno al suo
Credito cooperativo, la Banca toscana da cui
sarà costretto a dimettersi al culmine dello
scandalo sulla Cricca. Flavio Carboni è il
vecchio sodale che gli ha aperto le porte
della Sardegna negli anni Ottanta,
vendendogli ville e terreni che gli hanno
consentito di costruire mezza Costa Smeralda
con l’ausilio di soci silenti e pericolosi
come Pippo Calò o
malavitosi della Banda della
Magliana. Ancora al suo fianco,
quasi trenta anni dopo, con il Governatore
Cappellacci, l’ emergente amministratore che
gli ha fatto vincere le elezioni in
Sardegna, che il buon Flavio tenta di
coinvolgere nel business dell’eolico
mettendo nel sacco due imprenditori
forlivesi. Tanto rapaci quanto ingenui,
pronti a sborsare oltre 6 milioni di euro,
prima di agguantare il vento.
Ma in questa storia più delle pale, ruotano
i soldi. Tutti si riempiono le tasche
all’ombra della P3. L’unico stralcio
riguarda un sontuoso regalo da 10
milioni di euro che Berlusconi
avrebbe fatto nel 2010 al vice Cesare. Siamo
ormai fuori dalla P3, smascherata e
disciolta, ma i patti vanno rispettati e la
riconoscenza onorata. Parola di Cesare.
CALCIOPOLI 2006
DOPO LA
SENTENZA DI PRIMO GRADO, CON RITO
ABBREVIATO, DEL DICEMBRE 2009, LA
SENTENZA DEL PROCESSO ORDINARIO
DELL'8 NOVEMBRE 2011
"Moggi era il
capo
decisive schede sim"
Depositate le
motivazioni del processo di Napoli
che ha condannato l'ex direttore
generale della Juventus. "Chiari
gli elementi di prova"
di DARIO DEL
PORTO
Ecco tutte le
558 pagine delle motivazioni
su Calciopoli
depositate dal giudice Teresa
Casoria della nona sezione del
tribunale di Napoli che ha
condannato Moggi, Bergamo e
altri coimputati e ha portato
alla forte penalizzazione della
Juventus.
NAPOLI - Depositate
le motivazioni della sentenza
Calciopoli. ''Sussiste la prova
della responsabilità di Luciano
Moggi a carico del quale si
ravvisano elementi utili per
ravvisare la condizione di capo'',
dell'associazione a delinquere
ipotizzata dalla Procura di
Napoli, scrive in 561 pagine il
collegio presieduto da Teresa
Casoria. Moggi è stato
condannato a 5 anni e 4 mesi di
reclusione.
Secondo i giudici va
''sgomberato il campo da inutili
esagerazioni'' come le ''vane
parole'' di alcuni testi come
Manfredi Martino e l'ex arbitro
Nucini. Ma fatta questa
premessa, restano ''gli elementi
di prova per ravvisare
l'esistenza di una struttura
organizzata per raggiungere il
fine della frode sportiva.
Struttura avente quale capo
Moggi''. Nella interpretazione
dei giudixi appare come «ben più
pregnante e decisivo l'elemento
dell'uso delle schede straniere
delle quali e' risultata la
disponibilità procurata da Moggi
a designatori e arbitri''.
Dato che per il tribunale ''ha
resistito alla critica di difese
e consulenti''.
Nella interpretazione dei
giudici il processo non "ha in
verità dato conferma del
procurato effetto di alterazione
del risultato finale del
campionato di calcio 2004-2005 a
beneficio di questo o quel
contendente". Ciò nonostante, il
tribunale ritiene "sufficienti
le parole pronunciate nelle
conversazioni intercettate, nel
cumulo con il contatto
telefonico ammantato di
clandestinità rappresentato
dall'uso di schede straniere,
per integrare gli estremi del
reato" di frode sportiva che,
ricordano i giudici, è un reato
di tentativo.
Nella sentenza non mancano
stoccate al lavoro degli
investigatori.
il collegio sottolinea che la
difesa è stata "almeno in fatto
molto ostacolata dall'abnorme
numero di telefonate
intercettate, oltre 170 mila, e
dal metodo adoperato per il loro
uso, indissolubilmente legato a
un modo di avvio e sviluppo
delle indagini per congettura".
Il tribunale però
ritiene che il processo,
"confezionato con il ricorso a
dosi massiccie di
intercettazioni, non abbia
patito totale disfatta nell'urto
con il dibattimento" da cui non
sono emersi, "contrariamente a
quanto sostenuto dal coro delle
difese, fatti di totale
annullamento della portata
probatoria del discorso
telefonico".
I magistrati escludono invece
che il sorteggio arbitrale sia
stato truccato. E su questo
punto viene assestata una nuova
bacchettata alla procura che,
sostiene il
collegio,"incomprensibilmente si
è ostinato a domandare di sfere
che si aprivano, sfere scolorite
e altri particolari "
Le
mirabolanti intercettazioni della difesa
dimostrano solo che
l'Inter tentò
di
entrare nel giro, ma invano
Quando scoppiò
Calciopoli collaboravo con Repubblica e
fui il primo a pubblicare le
intercettazioni dell’inchiesta della
Procura di Torino. Si riferivano alle gare
di precampionato dell’estate 2004, dunque
non avevano rilevanza penale perché la
frode sportiva si consuma soltanto in
partite ufficiali. Poi un gip
sciaguratamente negò la proroga quando la
stagione entrava nel vivo e si dovette
archiviare. Ma la Cupola del
Pallone era già chiara e
lampante. Poi per fortuna, partendo da
altri fatti, la Procura di Napoli
intercettò dirigenti della Figc
e di vari club, arbitri e designatori
durante il campionato 2004-2005 e giunse
alle stesse conclusioni, però penalmente
rilevanti.
Il sistema funzionava così: il calcio
italiano era nelle mani della
Juventus di Moggi e Giraudo e del
Milan di Berlusconi e Galliani,
che facevano il bello e il cattivo tempo
attraverso manutengoli come il
vicepresidente della Figc Mazzini, i
designatori arbitrali Pairetto e Bergamo e
un harem di arbitri e guardalinee di
fiducia. Il presidente Carraro
fingeva di non vedere. Così come la
giustizia sportiva e gli altri organi di
controllo. Chi si sottometteva alla Cupola
(la Lazio, la Reggina, la Roma da una
certa fase in poi e altri) aveva diritto
di esistere; chi si ribellava, come
inizialmente la Fiorentina dei
Della Valle, o era fuori dal
giro, come Moratti e Gazzoni Frascara, veniva
bastonato.
I Della Valle, secondo l’accusa, vedendo
la loro Fiorentina perseguitata dagli
arbitri, andarono a baciare la pantofola
dei Mazzini e dei Moggi, e i viola si
salvarono in extremis a scapito del
Bologna di Gazzoni. L’Inter intanto
continuava a spendere e spandere senza
toccare palla. Finché Facchetti tentò
anch’egli di entrare nel giro, ma con
scarsi risultati. Tutti sapevano come
andavano le cose, ma nessuno denunciava (a
parte Zeman, Baldini e pochi altri
outsider, subito messi fuori gioco). Anche
molti giornalisti sportivi e moviolisti,
che infatti Moggi curava amorevolmente con
regali e scoop-omaggio. Gli arbitri che
sbagliavano nella direzione giusta
venivano premiati, gli altri finivano
anzitempo la carriera.
In pieno conflitto d’interessi, Moggi e il
figlio gestivano un battaglione di
calciatori e allenatori con la Gea World,
che riuniva i figli di papà che contavano:
Geronzi, Lippi, De Mita, Calleri,
Cragnotti, Tanzi. Bastava leggere
le intercettazioni per ritenere giuste,
anzi troppo lievi, le sanzioni sportive a
Juve, Milan, Fiorentina, Lazio
e Reggina (la
Juve evitò la Serie C solo perché si
doveva salvare il Milan dalla B). E basta
rileggerle oggi per ritenere sacrosanta la
sentenza del Tribunale di Napoli che ha
condannato gran parte degli imputati per
associazione per delinquere e frode
sportiva. Tre giudici, con una presidente
tutt’altro che tenera con l’accusa (che
tentò addirittura di ricusarla) e sempre
elogiata dalle difese, hanno ritenuto
provate le accuse dopo tre anni di
dibattimento. E si son fatte una risata
dinanzi alla linea difensiva
moggian-craxiana del “così fan tutti”. Sia
perché l’eventuale responsabilità altri
non cancella quella di un imputato
colpevole; sia perché le mirabolanti
intercettazioni sfoderate dalla difesa
dimostrano al massimo che l’Inter tentò di
entrare nel giro, non che ha commesso
reati. Ora Moggi manda a dire che lui ha
fatto tutto per conto della Juve: bella
novità.
Quando Umberto Agnelli lo ingaggiò, Moggi
era imputato a Torino per aver fornito
prostitute ad arbitri per le partite di
Uefa del Torino. Quindi fu assunto proprio
perché si sapeva chi era e come operava.
Moggi aggiunge che le schede telefoniche
estere da lui usate le pagava la Juventus,
per aggirare lo “spionaggio industriale
Telecom-Inter”: e allora perché le passò
ai designatori Bergamo e Pairetto? Anziché
lasciarsi lo scandalo alle spalle, come
aveva fatto suo cugino John Elkann,
Andrea Agnelli figlio di Umberto
e amico di Moggi e Giraudo ha ripreso a
gridare al complotto e a rivendicare gli
scudetti dello scandalo, giustamente
revocati. Ora, con la sentenza di Napoli e
i messaggi di Moggi, ha quel che si
merita. Forse, anziché vellicare gli
istinti peggiori della tifoseria peggiore,
farebbe bene a guardare al futuro. A farsi
spiegare lo “stile Juventus” da chi ancora
sa cos’è come Boniperti,
Trapattoni, Zoff e Platini. E
magari a costruire stadi più sicuri.
Serie A - Zeman
"Moggi docet: il calcio è malato"
sab, 12 nov 11:07:00 2011
L'allenatore del
Pescara torna a condannare
l'operato dell'ex dg della Juventus e commenta la
sentenza del processo che ha condannato
Luciano Moggi (foto AP/LaPresse)
"Se c'è stata una
sentenza, vuol dire che ci si è basati su
qualche fatto per cui i campionati che si
sono giocati in passato non erano
sicuramente regolari. Si è dimostrato che
il calcio non era sano".
Le condanne in primo
grado del processo di
Napoli su calciopoli, in
primis quella di Luciano Moggi,
rappresentano una sorta di vittoria morale
per Zdenek Zeman, che in passato ha più
volte puntato il dito contro gli aspetti
'oscuri' del mondo del pallone.
"Non sono stato un
'picconatore' - ci tiene a precisare il
tecnico boemo, oggi sulla panchina del
Pescara - ho semplicemente detto cosa
secondo me non andava e che invece ad
altri andava bene, forse perché il calcio
è la quinta industria del Paese. Ma se per
me ci sono cose che non vanno bene, lo
dico".
"Non mi sono mai
sentito un Don Chisciotte - conclude il
tecnico - io faccio l’allenatore che cerca
di far migliorare i calciatori e cerca di
dare qualcosa ai tifosi: è la mia
posizione da 40 anni ed anche oggi è
così".
Calciopoli, Roberto
Beccantini
“Un altro complotto? No Grazie”
Però qualche mistero resta. Primo tra
tutti, l'esclusione di Franco Carraro,
distratto gestore di tutto il circo
Cinque anni e
quattro mesi per associazione a
delinquere per Luciano Moggi. La
sentenza di primo grado emessa martedì
scorso dal presidente del Tribunale di
Napoli Teresa Casoria sul processo
penale di Calciopoli è quella che si
suol definire una condanna esemplare,
che ha accolto quasi per intero le
richieste dei pubblici ministeri (per
l’ex dg della Juve avevano chiesto
cinque anni e otto mesi). Il
contrattacco del diretto interessato non
si è lasciato attendere ed è quasi certo
che la telenovela Moggiopoli non è
finita qui perché purtroppo Big Luciano
e il calcio di casa nostra sono due
entità difficilmente separabili. Ecco in
proposito le opinioni di tre
editorialisti del “Fatto Quotidiano”.
Il mio pronostico era: frode
sportiva, ma non associazione a
delinquere. Cambia tanto, e comunque
“rispetto” la colpevolezza di
Luciano Moggi, visto che nei
confronti della “Biade” juventina siamo
già al terzo indizio: giustizia
sportiva, rito abbreviato (Antonio
Giraudo), primo grado di
Napoli. Non credo nemmeno all’ennesimo
complotto. Fino alle otto di martedì
sera, il giudice Teresa Casoria
rappresentava – per il popolo juventino
e, dunque, per mezza Italia – il simbolo
della giustizia vera, l’icona delle
sentenze ponderate, l’incarnazione del
processo corretto. Dopo la lettura del
verdetto, per quello stesso popolo e per
quella stessa metà, è diventata una
Palazzi con i tacchi, la maestra di due
picciotte con le lupare puntate alla
schiena di Moggi. In questi casi, i
cittadini di un Paese normale attendono
le motivazioni, e poi cominciano a
sparare, o a spararsi. Da noi no: ci si
spara subito. Abbasso il complottismo,
dunque, ma evviva i dubbi.
Non giustifico il sistema Moggi,
preesistente al suo sbarco alla Juventus,
e mi riesce difficile immaginare i pm
napoletani al soldo di qualche grande
vecchio. Ciò premesso, restano fior di
misteri: l’esclusione, scandalosa, di
Franco Carraro,
all’epoca dei fatti gestore distratto,
molto distratto, di tutto il circo; la
celeberrima uscita di Giuseppe Narducci
sulle telefonate di Massimo
Moratti e Giacinto
Facchetti (“piaccia o non
piaccia, non ce ne sono”); le bobine e i
baffi trascurati o scartati dal tenente
colonnello Attilio Auricchio;
lo spionaggio illegale di Telecom;
l’atto d’accusa (postumo) del
superprocuratore Stefano Palazzi
contro l’Inter, il cui percorso
netto a livello disciplinare non può non
sollevare qualche sorriso, dal momento
che, senza prescrizione, dentro al
calderone (sportivo, almeno) ci sarebbe
finita anche lei: altro che scudetto a
tavolino. Detesto i comodi alibi del
“così fan tutti”.
Negli anni di Calciopoli così facevano
molti, non tutti. E più di tutti, faceva
Moggi. Per questo, ritengo doveroso un
podio delle responsabilità, ma più che
nel cuore di una organizzazione che
teneva sotto scacco i campiona-ti, mi
sembrava di essere capitato nel bel
mezzo di una guerra per bande: peccato
che alcune di esse siano state tenute
fuori dai tribunali. Per Narducci, c’era
la cupola e c’erano gli altri. Ne prendo
atto. Rimangono i dodici anni di storia
juventina fra il 1994 e il 2006, le
stagioni della Triade, scandite da
trionfi su trionfi e racchiuse tra
farmaci prescritti e telefoni bollenti.
Non che intorno fossero tutti frati e
suore – cito alla rinfusa:
passaportopoli, doping amministrativo,
premiopoli, scommettopoli – ma
in appello Moggi dovrà smontare e
ribaltare un’accusa infamante. Per lui e
per la sua ex società. Non ho capito,
per concludere, lo smarcamento della
Juventus, al di là del salvacondotto
offertole dal verdetto. Scaricare Moggi
perché era “solo” direttore generale è
viltà pura, anche se alle tasche
conviene. Fingere di non sapere obbliga
a saper fingere: come è stato fatto o
come non sanno più fare?
Minacciò Baldini,
condannato Moggi
Quattro mesi e 5.000
euro di multa per l'ex d.g.
della Juve pochi giorni dopo la sentenza
di Calciopoli che lo ha condannato a 5
anni e 4 mesi in primo grado a cui si
aggiunge un anno di reclusione in secondo
grado per il Processo GEA. Totale: 6 anni
ed otto mesi.
MILANO - L'ex
direttore generale della Juventus,
Luciano Moggi, è stato condannato a
quattro mesi di reclusione dal tribunale
di Roma per aver rivolto minacce
all'attuale direttore generale della
Roma, Franco Baldini, nel 2008. Il
giudice monocratico Luca Comand ha
disposto il risarcimento da liquidare in
separata sede fissando una
provvisionale, immediatamente esecutiva,
di 5.000 euro.
Luciano Moggi
(Ansa/Abbate)
2008
- L'accusa
di minacce fa riferimento ad un'udienza
del processo di primo grado alla
Gea, nel quale Baldini è
stato il grande accusatore di Moggi. In
particolare, prima dell'udienza del 19
giugno 2008, secondo l'accusa, Moggi
incontrò Franco Baldini fuori dell'aula
dove il dirigente giallorosso (all'epoca
dei fatti team manager della Roma) si
trovava in vista di un confronto con il
calciatore Davide Baiocco. Dopo aver
puntato il dito a dieci centimetri dal
suo naso - come Baldini denunciò in aula
prima di deporre - l'ex d.g. juventino
lo avrebbe apostrofato dicendo: «Buon
giorno pezzo di m..., stai attento che
finisce male». Per l'ex dirigente
bianconero il pm aveva chiesto una
condanna a 8 mesi.
Martedì scorso, nell'ambito del
processo di Calciopoli a Napoli, Moggi è
stato condannato a 5 anni e 4 mesi di
reclusione.
(Fonte: Ansa)
La sentenza del Tribunale di Napoli (leggi).
Per l'ex dg juventino di associazione a
delinquere e frode sportiva. Il processo
riguarda le pressioni sugli arbitri nelle
stagioni 2004-2006. Pene anche per Lotito e
l'ex fischietto De Santis / BLOOOOG!
Quando scoppiò
Calciopoli collaboravo con Repubblica e
fui il primo a pubblicare le
intercettazioni dell’inchiesta della
Procura di Torino. Si riferivano alle gare
di precampionato dell’estate 2004, dunque
non avevano rilevanza penale perché la
frode sportiva si consuma soltanto in
partite ufficiali. Poi un gip
sciaguratamente negò la proroga quando la
stagione entrava nel vivo e si dovette
archiviare. Ma la Cupola del
Pallone era già chiara e
lampante. Poi per fortuna, partendo da
altri fatti,COME IL DOPING SOMMINISTRATO A
VAGONI DAL DOTTOR AGRICOLA, la Procura di Napoli
intercettò dirigenti della Figc
e di vari club, arbitri e designatori
durante il campionato 2004-2005 e giunse
alle stesse conclusioni, però penalmente
rilevanti.
Il sistema funzionava così: il calcio
italiano era nelle mani della
Juventus di Moggi e Giraudo e del
Milan di Berlusconi e Galliani,
che facevano il bello e il cattivo tempo
attraverso manutengoli come il
vicepresidente della Figc Mazzini, i
designatori arbitrali Pairetto e Bergamo e
un harem di arbitri e guardalinee di
fiducia. Il presidente Carraro
fingeva di non vedere. Così come la
giustizia sportiva e gli altri organi di
controllo. Chi si sottometteva alla Cupola
(la Lazio, la Reggina, la Roma da una
certa fase in poi e altri) aveva diritto
di esistere; chi si ribellava, come
inizialmente la Fiorentina dei
Della Valle, o era fuori dal
giro, come Moratti e Gazzoni Frascara, veniva
bastonato.
I Della Valle, secondo l’accusa, vedendo
la loro Fiorentina perseguitata dagli
arbitri, andarono a baciare la pantofola
dei Mazzini e dei Moggi, e i viola si
salvarono in extremis a scapito del
Bologna di Gazzoni. L’Inter intanto
continuava a spendere e spandere senza
toccare palla. Finché Facchetti tentò
anch’egli di entrare nel giro, ma con
scarsi risultati. Tutti sapevano come
andavano le cose, ma nessuno denunciava (a
parte Zeman, Baldini e pochi altri
outsider, subito messi fuori gioco). Anche
molti giornalisti sportivi e moviolisti,
che infatti Moggi curava amorevolmente con
regali e scoop-omaggio. Gli arbitri che
sbagliavano nella direzione giusta
venivano premiati, gli altri finivano
anzitempo la carriera.
In pieno conflitto d’interessi, Moggi e il
figlio gestivano un battaglione di
calciatori e allenatori con la Gea World,
che riuniva i figli di papà che contavano:
Geronzi, Lippi, De Mita, Calleri,
Cragnotti, Tanzi. Bastava leggere
le intercettazioni per ritenere giuste,
anzi troppo lievi, le sanzioni sportive a
Juve, Milan, Fiorentina, Lazio
e Reggina (la
Juve evitò la Serie C solo perché si
doveva salvare il Milan dalla B). E basta
rileggerle oggi per ritenere sacrosanta la
sentenza del Tribunale di Napoli che ha
condannato gran parte degli imputati per
associazione per delinquere e frode
sportiva. Tre giudici, con una presidente
tutt’altro che tenera con l’accusa (che
tentò addirittura di ricusarla) e sempre
elogiata dalle difese, hanno ritenuto
provate le accuse dopo tre anni di
dibattimento. E si son fatte una risata
dinanzi alla linea difensiva
moggian-craxiana del “così fan tutti”. Sia
perché l’eventuale responsabilità altri
non cancella quella di un imputato
colpevole; sia perché le mirabolanti
intercettazioni sfoderate dalla difesa
dimostrano al massimo che l’Inter tentò di
entrare nel giro, non che ha commesso
reati. Ora Moggi manda a dire che lui ha
fatto tutto per conto della Juve: bella
novità.
Quando Umberto Agnelli lo ingaggiò, Moggi
era imputato a Torino per aver fornito
prostitute ad arbitri per le partite di
Uefa del Torino. Quindi fu assunto proprio
perché si sapeva chi era e come operava.
Moggi aggiunge che le schede telefoniche
estere da lui usate le pagava la Juventus,
per aggirare lo “spionaggio industriale
Telecom-Inter”: e allora perché le passò
ai designatori Bergamo e Pairetto? Anziché
lasciarsi lo scandalo alle spalle, come
aveva fatto suo cugino John Elkann,
Andrea Agnelli figlio di Umberto
e amico di Moggi e Giraudo ha ripreso a
gridare al complotto e a rivendicare gli
scudetti dello scandalo, giustamente
revocati. Ora, con la sentenza di Napoli e
i messaggi di Moggi, ha quel che si
merita. Forse, anziché vellicare gli
istinti peggiori della tifoseria peggiore,
farebbe bene a guardare al futuro. A farsi
spiegare lo “stile Juventus” da chi ancora
sa cos’è come Boniperti,
Trapattoni, Zoff e Platini. E
magari a costruire stadi più sicuri.
La Procura di Roma invia a Palazzo Madama la
richiesta di autorizzazione per l'ex tesoriere
e senatore. L'accusa è anche di associazione
a delinquere. Ai domiciliari la moglie e due
commercialisti. Lui si difende: "Provvedimento
abnorme"
I giudici hanno confermato le accuse e la pena
emessa dal tribunale in primo grado per l'ex re del latte di Collecchio. In aula
il 73enne aveva chiesto scusa alle persone che aveva contribuito a rovinare di Nicola Lillo
La Procura di Palermo acquisisce il rogito, firmato alla vigilia della
sentenza della Cassazione sul senatore Pdl. Dubbi
sui 20 milioni pagati dall'ex premier per la dimora sul Lago di Como. I
pm Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo e Lia Sava, che indagano sul ruolo che
avrebbe avuto Marcello Dell’Utri nella trattativa con la mafia nei primi anni
Novanta, vogliono vederci chiaro. L’assegno che Berlusconi ha staccato l’8
marzo appare esagerato. Soprattutto se si pensa che la perizia più recente
(nel 2004) l’aveva stimata 9,3 milioni. Inoltre, che l’ex premier nel 2011
aveva già versato 9,5 milioni sui conti correnti di Dell’Utri, in parte usati
per ristrutturare la villa di
Marco Lillo e Davide Vecchi
Disposto un nuovo procedimento al senatore Pdl
davanti alla Corte d'appello di Palermo. I giudici annullano con rinvio la
condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa
Video - "Quando il senatore incontrava i boss a Milano".
Intervista al pentito Francesco Di CarloDopo
l'annullamento della sentenza della Corte d'Appello della condanna a sette anni
di reclusione a Marcello Dell'Utri
vanno sfatati due luoghi comuni. Il primo è che la "Giustizia
è uguale per tutti", frase che andrebbe cambiata con la "Giustizia
è uguale per tutti quelli che se la possono permettere". Il secondo è
quello ingiustamente accusatorio, quella vox populi che afferma che la Giustizia
usa due pesi e due misure. Non è per nulla vero. La Giustizia usa lo stesso peso
e la stessa misura sia quando prescrive Berlusconi dal processo
Mills che quando incarcera per settimane, senza alcun processo, una
madre di famiglia
con tre figli incensurata che si è opposta alla Tav. La
Giustizia è dalla parte della Ragion di Stato. Qualcuno può affermare il
contrario? E gli interessi supremi della Nazione si difendono senza
tentennamenti sia che si tratti dei responsabili della "macelleria
messicana" del G8
(qualcuno è finito in carcere?) o dei massacratori di Aldrovandi (qualcuno è
stato almeno rimosso dall'incarico dopo la condanna
confermata in appello?).
Berlusconi ha fatto un grave torto ai suoi amici condannati in via definitiva e
finiti in carcere come Previti, Cuffaro e Mangano: non si è dimesso prima delle
loro condanne. Io ho infatti il ragionevole dubbio, e
con me qualche milione di itallani, non suffragato da alcuna prova se non dalle
due sentenze ravvicinate Mills e Dell'Utri, che lo psiconano abbia negoziato un
lasciapassare prima di dimettersi. Come fece Eltsin, che chiese precise garanzie al suo successore Putin
all'atto della sua uscita di scena. Cuffaro dovrebbe chiedere la par condicio
insieme a un vassoio di cannoli siciliani, è lui il più danneggiato. Beati gli
assetati di Giustizia, perché saranno giustiziati.
UN PAESE TOTALMENTE
DEVASTATO DALLA CORRUZIONE E DALLA CRIMINALITA'
ORGANIZZATA, LA QUALE OCCUPA 1/3 DEL TERRITORIO
NAZIONALE. UN PAESE
COL 120% DI PIL MANGIATO DA 2000 MILIARDI DI
EURO DI DEBITI, TERZO DEBITO DEL MONDO DOPO
GIAPPONE E USA, UN PAESE CON OLTRE IL 30% DI
DISOCCUPAZIONE GIOVANILE, SMANTELLATO NELLA SUA
FILIERA CULTURALE ED INDUSTRIALE
DA 10 ANNI DI POLITICHE
DEREGOLAMENTATIVE DA PARTE DI GOVERNI
SUB-DESTRORSI TELEVISIVI SPALLEGGIATI DA UNA
SOTTO-SINISTRA DE-CULTURALIZZATA E SPAPPOLATA,
UN PAESE CON QUASI DUE MILIONI DI NENE - NE
STUDIO NE LAVORO - CONTINUAMENTE AVVOLTOLATO
ALLA SUB CULTURA DELLA VACANZA TUTTO L'ANNO, UN
PAESE CON UNA SPAVENTOSA EMERGENZA DEMOCRATICA,
CON I PARTITI CONTINUAMENTE FINANZIATI DAL
PUBBLICO CHE IMPEDISCONO QUALSIASI VOGLIA DI
RIFORMA, SI RITROVA CON
UN ORGANO COSTITUZIONALE CHE VUOLE BOCCIARE LA
PROPOSTA DI REFERENDUM PER LA CANCELLAZIONE DI
UNA DELLE LEGGI ELETTORALI PIU' DI MERDA DAI
TEMPI DELLA LEGGE ACERBO DEL 1924 !!!
Confermata nell'ultimo grado di giudizio la sentenza contro l'agente che l'11
novembre 2007 sparò e uccise il tifoso della Lazio in un'area di servizio
dell'autostrada A1. Riconosciuto colpevole di omicidio volontario
pd: partito DEI DEFICENTI. PRIMARIE A GENOVA: PD DISTRUTTO ED
ANNIENTATO. PRIMARIE A PALERMO, IL
CANDIDATO SINISTRORSO RITA BORSELLINO BATTUTA DA UN EX IDV, ALTRO TRACOLLO DEL
PD. IL RICORSO AI PROBIVIRI DELLA BORSELLINO ANNULLA IL VOTO DELLO ZEN MA IL
CANDIDATO OCCULTO VINCE UGUALMENTE PER 126 VOTI..... DOPO MILANO, NAPOLI,L'INTERA PUGLIA ecco un'altra WALTERLOO PER IL
PARTITO A VOCAZIONE MAGGIORITARIA.
Ecco il perchè del
MERDELLUM con il LORO ALLEATO PREFERITO: LA MUMMIA DI ARCORE.(
Leggere I PIU' DI MERDA...):Primarie
Genova
Vince Doria (Sel)
Sconfitto il Pd
UNA MASSA SCOMPOSTA DI TESTE DI CAZZO DELLA SINISTRA
ITALIOTA DELLA MINCHIA
L'ex tesoriere DEL
PARTITO DELLA MARGHERITA LUSI ha girato su suoi
conti privati i rimborsi elettorali PER 20
MILIONI DI EURO. OGGI QUESTA TESTA DI CAZZO E' UN
DEPUTATO PD, SI UN "SOCIO" ALLA PENATI....
POLITICA
| Dal 2008 al 2011 Luigi Lusi (Margherita)
ha rubato 13 milioni di euro dirottando
sui suoi conti bancari i rimborsi
elettorali e alcuni finanziamenti del Pd.
Il tutto senza che nessuno si sia accorto
di nulla, a meno che l'accusato non stia
coprendo qualcuno: su questo punto i pm di
Roma vogliono vederci chiaro. La
frustrazione di Rutelli che scarica ogni
responsabilità: "onestà, ragione della mia
vita". GUARDA IL VIDEO SU
RUTELLI.
Responsabilità civile, è rivolta tra i
giudici. Dopo l’inaspettata approvazione
alla Camera dell’emendamento leghista
firmato da Gianluca Pini (leggi
l'articolo)
(...si sono sempre quei testa di gran
cazzo fancazzisti di merda che da vent'anni
si fottono la fiumara di danaro pubblico
per investire in...Tanzania, mica a
Varese....),
contro il parere del governo e con il sì
del Pdl, si moltiplicano le reazioni
negative delle massime cariche della
magistratura italiana. Una norma
“inappropriata” per l’ex presidente della
Corte costituzionale Cesare Mirabelli.
Mentre il numero uno dell’Associazione
nazionale magistrati Luca Palamara si
augura senza mezzi termini che
l’emendamento “venga tolto di mezzo”. Sul
fronte politico, intanto, a difesa del
provvedimento si ricompatta la “vecchia”
maggioranza di centrodestra. Ma in
un’intervista sul Secolo XIX, l’ex
magistrato ed ex parlamentare Pd Luciano
Violante definisce l’emendamento leghista
un “pasticcio ideologico” che però
“segnala un’insofferenza che non va
s
Chi trae vantaggio della responsabilità
civile? Il caso di Francesco Dettori.
Nel 1985 da pretore fa sequestrare
alcune aree dell'immobiliarista e viene
denunciato. Passeranno anni prima di
liberarsi dal peso del ricorso
miliardario
In un comune del Casertano (foto).
Il boss (videoscheda)
era in un bunker: le forze dell'ordine
hanno scavato per rintracciarlo.
Cancellieri: grande successo
(audio).
La procura: rifugio supertecnologico. Applausi
degli agenti (video).
Lo scrittore: "Mi viene
Condannato anche l'ex presidente Giovanni
Consorte. Per lui i giudici hanno disposto una
pena di tre anni e dieci mesi. Assolto,
invece, l'ex capo della Vigilanza di palazzo
Koch. Unipol dovrà pagare una provvisionale di
15 milioni di euro
Cesare
Geronzi è stato condannato a 5 anni di
reclusione per il caso Ciappazzi, l'azienda
di acque minerali che secondo la
ricostruzione dei pm di Parma l'ex patron
della Parmalat Calisto Tanzi fu "costretto"
a comprare a un prezzo fuori mercato.
Accusato di bancarotta fraudolenta e usura,
per... (continua)
Il lobbista è stato
condannato per dieci capi di imputazione,
tra cui associazione per delinquere,
favoreggiamento, rivelazione di segreto e
corruzione. Non potendo beneficiare della
sospensione della pena, quando la sentenza
passerà in giudicato, l'uomo d'affari, che
ora è libero, dovrà essere di nuovo
arrestato.
L'uso del
termine P4, con cui è ormai nota
l'associazione a delinquere, non è
soltanto frutto del mondo del giornalismo,
che pure, per ovvie esigenze, si è sentito
autorizzato a richiamare alla mente dei
lettori un termine già noto (quello, cioè,
della loggia massonica
Propaganda
Due,
detta P2, di
Licio Gelli),
ma si deve anche all'esplicita connessione
di uno dei più rilevanti protagonisti
della stessa P4,
Luigi
Bisignani,
alla loggia di
Gelli
alla quale è stato iscritto, come risulta
dagli elenchi rinvenuti a
Castiglion
Fibocchi[1]
L'indagine
è stata avviata dalla
Procura
della Repubblica
di
Napoli
grazie ai
PM
Francesco
Curcio
e
Henry John
Woodcock.
Secondo gli inquirenti
Luigi
Bisignani,
uomo chiave dell'associazione a delinquere
e sottoposto dal 15 luglio 2011 a
detenzione
domiciliare
per
favoreggiamento
e rivelazione del
segreto
d'ufficio,
avrebbe instaurato,
grazie alla
intricata rete di amicizie potenti sulla
quale e per mezzo della quale operava, "un
sistema informativo parallelo"[2]
che riguarda - secondo la Procura di
Napoli - "l'illecita acquisizione di
notizie e di informazioni, anche coperte
da segreto, alcune delle quali inerenti a
procedimenti penali in corso nonché di
altri dati sensibili o personali al fine
di consentire a soggetti inquisiti di
eludere le indagini giudiziarie ovvero per
ottenere favori o altre utilità".
Come si
accennava,
Luigi
Bisignani
sarebbe riuscito a tessere la sua tela
criminale grazie a un nutrito gruppo di
amici potenti. Lo stesso Bisignani è stato
compagno dell'attuale sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio
Daniela
Santanchè;
è inoltre definito come un grande amico di
Gianni
Letta
e
Italo
Bocchino,
vicepresidente di
Futuro e
Libertà per l'Italia,
il partito del Presidente della Camera
Gianfranco
Fini.
Tra i suoi conoscenti anche
Denis
Verdini,
esponenti importanti dell'Eni e della RAI,
oltre che diversi vertici dei servizi di
sicurezza.[3]
Dopo averlo
intercettato, gli investigatori si sono
presi cura di trascrivere il contenuto
delle intercettazioni.
Il 9
agosto 2010 Bisignani parla con
Enrico
Cisnetto,
editorialista del
Giornale
di colui che a quel tempo era direttore
del quotidiano,
Vittorio
Feltri.
In questa intercettazione - e
precisamente dalle parole di Cisnetto -
si viene a sapere che
Feltri
avrebbe intenzione di prendere il posto
di
Silvio
Berlusconi.
A detta di Cisnetto, inoltre, parte
dell'operato di Feltri è finalizzata a
destabilizzare il premier (che "sarebbe
svenuto" se avesse sentito ciò che
Feltri diceva di lui a cena).[4]
Il 18
agosto 2010 una telefonata a
Flavio
Briatore
rivela il parere di Bisignani sul
sottosegretario Santanché, che viene
descritta come un'opportunista. Nei
giorni successivi Bisignani la definirà
come una "stronza".
[4]
Il 12
settembre 2010 in una telefonata con il
figlio Renato, Bisignani parla del
ministro del Turismo
Brambilla
in modo poco lusinghiero definendola "stronza,
brutta, un mostro, mignotta come poche,
la più mignotta di tutte".[4]
Il 14
ottobre 2010 l'allora direttore generale
della RAI
Mauro
Masi
riceve da Bisignani la lettera di
licenziamento per
Michele
Santoro
e, al telefono, esulta con lo stesso
faccendiere affermando che ormai il
conduttore di
Annozero
"è morto" e che "je stamo a spaccà er
culo"[4]
Una delle
preoccupazioni del faccendiere è legata
anche alla possibilità che la
Gabanelli
"faccia puttanate"[4]
Il 2
dicembre 2010 il ministro dell'Ambiente
Stefania
Prestigiacomo
si lamenta con Bisignani del fatto che
tutti, nel centrodestra, sono referenti
di
Berlusconi.[4]
Il 27
gennaio 2011 Bisignani si congratula con
Masi, dopo che questi ha appena litigato
in diretta con Santoro. "Sei stato
bravissimo", dice a Masi, "io lo avrei
preso a schiaffi".
Dalle
parole dello stesso Bisignani, emerge
chiaramente la sua sfera di influenza
politico-istituzionale. Basti pensare al
caso della
Santanchè,
che, trovatasi in seria difficoltà dopo
che
Fini
l'aveva esautorata di ogni potere
all'interno di
Alleanza
Nazionale,
accettò il consiglio del faccendiere di
iscriversi a
La Destra
di
Francesco
Storace,
con la speranza di ottenere così una
maggiore visibilità. Fallito il tentativo
(La
Destra
infatti non superò la soglia di
sbarramento per approdare in
Parlamento,
la Santanchè era, oltretutto, candidata
premier per quel partito), Bisignani operò
al fine di riavvicinare la Santanché al
PDL.
Una nuova collaborazione governativa era
allora una prospettiva piuttosto lontana
per l'attuale sottosegretario, a causa del
veto posto da Fini, che non tollerava il
rientro nelle file del governo di
un'avversaria. Il veto cadde grazie alla
mediazione di Bisignani, che, sempre
secondo le sue parole, convinse i finiani
contattando
La Russa,
Ronchi
e
Bocchino.
Durante un pranzo a
Montecitorio,
alla presenza di Berlusconi e Fini,
Bocchino annunciò infine la caduta del
veto.
Da
segnalare come i rapporti fossero stretti
anche con
Italo
Bocchino,
il quale si era rivolto al faccendiere per
chiedergli una mano per ripristinare i
finanziamenti al quotidiano
il Roma,
che erano stati sospesi da Berlusconi
tramite il responsabile dell'editoria
Elisa
Grande.
Nell'inchiesta sulla P4 è anche coinvolto
il Maresciallo dei
Carabinieri
Enrico La
Monica,
attualmente latitante in
Senegal,
che potrebbe essere responsabile della
fuga di notizie riguardante l'inchiesta in
cui è coinvolto
Nicola
Cosentino,
ex sottosegretario, coordinatore regionale
del PDL campano e accusato di concorso
esterno in associazione mafiosa. Infatti
La Monica, presente durante
l'interrogatorio (effettuato dal PM della
Dda Marco Del Gaudio) di
Gaetano
Vassallo,
imprenditore dei rifiuti, legato al clan
dei
Casalesi
e poi diventato collaboratore di
giustizia, avrebbe diffuso tra politici e
giornalisti il contenuto del verbale
dell'interrogatorio, in cui Vassallo
parlava di presunti legami tra Cosentino e
il clan dei Casalesi. Il verbale (insieme
ad altri) fu poi pubblicato dall'Espresso.
Dalle
indagini risulta che La Monica, a
conoscenza del fatto che Cosentino sarebbe
stato oggetto di una indagine, avrebbe
detto all'onorevole
Alfonso
Papa,
deputato del PDL, di evitare rapporti
troppo stretti con Cosentino. Ciò si è
venuto a sapere grazie alla testimonianza
dell'avvocato Patrizio Della Volpe, amico
di La Monica, che ha inoltre rivelato come
il deputato Papa fosse interessato a "fare
il salto di qualità in politica".
Anche in
altre circostanze La Monica avrebbe
diffuso notizie segrete con la speranza di
ottenere in cambio una raccomandazione per
l'AISE, i servizi segreti militari.
Un ex
ferroviere amico di La Monica conferma che
il maresciallo era un "grandissimo amico"
di Papa.
[6]
La
conoscenza che il deputato
Alfonso
Papa
fece con
Luigi
Bisignani
consentì a quest'ultimo di ottenere
informazioni sulle indagini avviate nei
riguardi di
Stefania
Tucci,
con la quale Bisignani era legato
[7].
Come detto
in precedenza, l'onorevole Papa poteva
contare sul supporto del maresciallo La
Monica. E, come aggiunge Bisignani, "non
c'è dubbio che i canali informativi di
Papa erano prevalentemente nella Guardia
di finanza".
Attualmente
Papa è in carcere, a seguito
dell'autorizzazione all'arresto concessa
dalla
Camera dei
Deputati
con 319 voti favorevoli e 293 contrari
[8]
L'influenza
di Papa su dirigenti di azienda pare
comprovata dalla testimonianza di Maria
Roberta Darsena, la quale conobbe Papa nel
1999 e riuscì, grazie alle sue pressioni
(rivolte - secondo il racconto di Darsena
- direttamente all'ex presidente Cardi), a
farsi assumere quasi subito a tempo
indeterminato. A quanto pare il deputato
faceva recapitare diversi regali a
Darsena: un Rolex, un braccialetto di oro
bianco e diamanti, un anello, borse. Tutti
senza confezione e ulteriori indicazioni.
Vi è anche
il caso di Maria Elena Valenzano,
assistente parlamentare di Papa legata a
Bisignani, che avrebbe ricevuto diverse
proposte lavorative grazie alle
informazioni sulle indagini fornite a
imprenditori e politici da Papa.
Un'altra
donna, Gianna Sperandio, è risultata
possedere una carta telefonica usata dal
parlamentare e abitare in un appartamento
legato a Papa. Inoltre, le dichiarazioni
rese davanti ai magistrati rivelano che
Sperandio possiede una Jaguar regalatale
da Papa e che una volta si è recata a
Conegliano
con una
Ferrari
F430 prestatale dallo stesso deputato.
Quest'ultimo si è anche adoperato al fine
di ottenere una tessera di riconoscimento
da parte della
Camera dei
Deputati
affinché Sperandio potesse accedere a
Montecitorio.
[9]
CADE UN ALTRO AMICONE
DEL PEDERASTA:QUATTRO ANNI DI CARCERE A GERONZI PER
IL CRACK CIRIO DEL 2002
Dopo i 7 anni a Dell'Utri
per Mafia
Nove anni a Sergio Cragnotti e
quattro a Cesare Geronzi per il crack Cirio. Queste
le due principali condanne decise dai giudici della
I Sezione penale di Roma del Tribunale. Condannati
anche il genero e i figli di Cragnotti. In
particolare, al genero Filippo Fucile sono stati
inflitti 4 anni e sei mesi di reclusione. Quattro
anni anche per Andrea Cragnotti, mentre sono stati
condannati a 3 anni di reclusione gli altri due
figli del patron di Cirio Elisabetta e Massimo.
Unicredit, come responsabile civile dovrà pagare 200
milioni di euro insieme agli altri imputati
all’amministrazione straordinaria Cirio. La sentenza
conclude il processo per il dissesto della società
agroalimentare a carico complessivamente di 35
persone (una delle quali, Livio Ferruzzi
è deceduta in questi giorni), e a una società di
revisione. In particolare gli imputati erano sei
componenti della famiglia Cragnotti, con in testa il
‘patron’, 17 tra dirigenti e funzionari del Gruppo
Cirio, e 6 dirigenti della Banca di Roma, tra i
quali Geronzi, all’epoca dei fatti presidente
dell’istituto, e due dirigenti della vecchia Banca
popolare di Lodi.
Bancarotta fraudolenta per le varie ipotesi previste
dal codice e cioè per distrazione, documentale e
preferenziale, nonché truffa oltre ad altri reati
minori le accuse contestate a seconda della
posizione processuale agli imputati dai pubblici
ministeri Rodolfo Sabelli e
Gustavo De Marinis. I pm avevano chiesto 15
anni di reclusione per Sergio Cragnotti, 8 anni
oltre a pene accessorie per Cesare Geronzi, 12 anni
per Fucile, genero di Cragnotti che ha avuto un
ruolo di dirigente nell’azienda, 8 anni per i figli
di Cragnotti Andrea e Elisabetta, 6 anni per la
moglie dell’imprenditore Flora Pizzichemi e l’altro
figlio Massimo. L’inchiesta, cominciata nel 2003, si
concluse a metà del maggio 2005 e ha coinvolto
inizialmente 45 persone. Il dissesto ha danneggiato
13mila persone che avevano sottoscritto bond e
titoli di credito della Cirio.
”Resto tranquillo perché continuo a ritenere di
avere agito correttamente, nell’ambito delle
responsabilità statutarie, esercitando il compito
proprio, naturale del banchiere, senza commettere
alcun illecito. Diversamente, in casi della specie,
la funzione di ogni banchiere resterebbe
paralizzata”. Così Cesare Geronzi commenta con
l’ANSA la sentenza di condanna a quattro anni di
reclusione decisa questa sera nei suoi confronti dal
Tribunale di Roma. “Per questa ragione e per la
fiducia che nutro nella Magistratura – aggiunge –
confido che in sede di appello come è già accaduto
in un’altra circostanza del genere, l’ulteriore,
ponderata riflessione consentirà di fare piena
chiarezza e di riconoscere l’assoluta non
colpevolezza del mio comportamento”.
Per la difesa di Cragnotti, invece, “siamo in
presenza di una pena modesta (9 anni, ndr) rispetto
alle richieste avanzate dai pm della procura (15
anni, ndr)”. E dunque “speriamo in appello di poter
portare avanti le nostre ragioni perché il reato di
bancarotta si può consumare anche in un singolo
episodio”. Questo il commento di Massimo
Krogh, uno dei difensori di Sergio
Cragnotti, che per il crac del gruppo Cirio è stato
condannato dalla prima sezione penale del tribunale
di Roma alla pena più alta rispetto agli altri
imputati.
Dopo un anno Capaldo chiude le indagini. 100 mila
euro al senatore siciliano, 800 mila euro per il
coordinatore nazionale e il coordinatore regionale
della Toscana Massimo Parisi: sono le mazzette del
Pdl per l'energia eolica in Sardegna,ma non solo:
in ballo la possibilità di corrompere alti
funzionari di organi costituzionali per dirigere
in un certo modo i verdetti sulle leggi ad
personam
PER GERONZI
ALTRI SETTE ANNI
Concorso in bancarotta
fraudolenta e usura aggravata. E’ per questi capi
d’imputazione che la procura di Parma (in aula il Pm
Vincenzo Picciotti, unico componente dell’originario
pool di magistrati che diede inizio all’inchiesta
sul crac Parmalat nel 2003) ha chiesto la condanna a
sette anni di reclusione per Cesare
Geronzi nella requisitoria per il
processo Ciappazzi, nato da una ‘costolà
dell’indagine sullo scandalo da 14 miliardi di euro
del gruppo di Calisto Tanzi
. Per
Matteo Arpe, ad di Capitalia, la richiesta è stata
di due anni e sei mesi per concorso in bancarotta
prevedendo le attenuanti generiche, non contemplate
per Geronzi.
Geronzi, che, all’epoca dei fatti, era presidente di
Banca di Roma (poi Capitalia) e che poi è rimasto
per molti anni uno degli uomini più potenti della
finanza nazionale, secondo l’accusa avrebbe
costretto Parmalat ad acquistare dal Gruppo
Ciarrapico l’azienda di acque minerali siciliane
Ciappazzi, ad un prezzo gonfiato (circa 15 milioni
di euro) e con tassi da usura, facendo leva sulle
necessità di liquidità del gruppo turistico
Parmatour facente capo a Tanzi, che era “enormemente
indebitato”.
Sempre secondo l’accusa, Banca di Roma voleva
rientrare della forte esposizione di Ciarrapico. In
cambio c’era un finanziamento per Parmalat. Il pm ha
chiesto anche la condanna a quattro anni di Alberto
Giordano, vicepresidente di Banca di Roma all’epoca
dei fatti, a tre anni di Roberto Monza, direttore
centrale dell’Istituto Banca di Roma, di Riccardo
Tristano, ex componente del cda di Fineco Group
(questi ultimi condividono l’accusa di usura
aggravata con Geronzi) e di Antonio Muto, ex
dirigente Area funzione crediti della stessa banca.
E ancora: due anni e sei mesi per Eugenio Favale,
all’epoca dei fatti dirigente Area grandi clienti di
Banca di Roma e per Luigi Giove, all’epoca
responsabile recupero crediti di Mediocredito
Centrale. Per Arpe, Favale e Muto la Procura ha
chiesto l’assoluzione per l’accusa di distrazione e
per quella di bancarotta riferita alla Cosal,
società del Gruppo Parmalat che acquistò la
Ciappazzi. Chiesta l’assoluzione per Monza e
Tristano per alcune ipotesi di bancarotta e per
Giove per i capi d’imputazione che si riferiscono al
concorso nella bancarotta Parmalat e di Parfin.
Per l’accusa, l’acquisto da parte di Tanzi della
Ciappazzi è il frutto di un lungo lavoro e di
difficili trattative intercorse tra i vertici di
Banca di Roma e quelli di Collecchio. L’accusa ha
cercato di riassumere i punti salienti di queste
trattative passando in rassegna anche la storia del
finanziamento “Bridge” da 50 milioni concesso da
Banca di Roma a Parmalat ma immediatamente girato a
Parmatour.
Lapidario il commento dei legali di Geronzi,
Ennio Amodio e
Francesco Vassallo: “Con la chilometrica
lettura di una densa memoria il pm di Parma ha
sorprendentemente collocato Calisto Tanzi
sull’altare delle vittime. E ha affermato che sono,
invece, i vertici della banca finanziatrice di
Parmalat a dover rispondere di bancarotta,
dimenticando, così, che l’ex patron del colosso
alimentare di Collecchio è già stato condannato dal
Tribunale di Parma proprio per questo reato”. Il
collegio difensivo di Matteo Arpe, composto dagli
avvocati Luisa Mazzola e Paolo Veneziani, chiederà
la piena assoluzione del suo assistito.
I MEGABORG
MORATTI
FALSI PROSPETTI ED INDUSTRIE MACINA
UOMINI: UNA DELLE FAMIGLIE PIU' DI MERDA D'ITALONIA
Al
governo ed all'opposizione contemporaneamente. Ma
non solo: 2 MILIARDI DI
EURO DI INCASSO NEL 2006 PER AZIONI SARAS CHE IN UN MESE HANNO PERSO IL 70%
DEL LORO VALORE INIZIALE. UN'INCHIESTA PER FALSO IN
PROSPETTO SPROFONDATA ENTRO UNA MIRIADE TALMENTE
INTRICATA DI SCATOLE CINESI DA FAR IMPAZZIRE IL
PUBBLICO MINISTERO CHE INDAGAVA. QUATTRO MORTI NELLE
RAFFINERIE PASSATE IN CAVALLERIA, CON REGALIE
PECUNIARIE DEI FRATELLI RISPETTIVAMENTE
PRESIDENTE ED AMMINISTRATORE DELEGATO.
IL PRIMO GRADO
PER LE TRE MORTI DEL 2009 SI E' CONCLUSO CON TRE
CONDANNE E DUE ASSOLUZIONI. LA SOCIETA' SARAS NON
VIENE CONDANNATA NEMMENO PER VIA PECUNIARIA.Tre
condanne, due assoluzioni. Esclusa la responsabilità
amministrativa della Saras. Questo
il verdetto pronunciato dal Gup del Tribunale di
Cagliari, Giorgio Altieri, per la
morte di tre operai nella raffineria di Sarroch
(Cagliari) avvenuta il 26 maggio 2009 durante un
intervento di manutenzione. La diramazione sportiva
della SARAS, ovvero l'FC Internazionale, assolta per
prescrizione dei termini di giudizio in relazione
alle telefonate che l'allora proprietario Massimo,
oggi anche Presidente, faceva nei confronti dei
designatori arbitrali Pairetto-Bergamo,trascinati a
giudizio penale per frode sportiva a Napoli e
responsabili, per la giustizia sportiva, del sistema
Calciopoli che ha coinvolto tutti i maggiori club, e
non solo,del campionato di serie A. Per questo gli
eredi di Casa Savoia-Agnelli, e qualche altro grasso
feudatario italiota, come i padroni delle Tod's
Della Valle,chiedono vendetta.
Il giudice ha accolto solo parzialmente le richieste
avanzate dai pubblici ministeri Emanuele
Secci e Maria Chiara Manganiello,
condannando a due anni
Guido Grosso, 43 anni, di Cagliari,
direttore dello stabilimento (indagato
successivamente anche per il recente infortunio
mortale costato la vita a un operaio di una ditta
d’appalto siciliana, l’11 febbraio scorso),
Francesco Ledda, 45 anni, rappresentante
legale della CoMeSa di Sarroch, la ditta per la
quale lavoravano le tre vittime, e Dario
Scaffardi, 53 anni, di Milano, direttore
generale della Saras.
Assolti Antonello Atzori, di 52, di Quartu,
responsabile dell’area in cui morirono gli operai, e
Antioco Mario Gregu, di 52, di Quartu, direttore
delle operazioni industriali. Erano tutti accusati
di omicidio colposo. Nessuna sanzione, inoltre, per
la Saras, chiamata in causa attraverso il suo legale
rappresentante Gian Marco Moratti: non dovrà pagare
la sanzione di 800 mila euro chiesta dai Pm
applicando la recente norma sulla responsabilità
amministrativa. La Saras in precedenza aveva pagato
un risarcimento di cinque milioni di euro alle
famiglie che non si sono costituite parte civile. Si
sono costituiti, invece, i sindacati Fiom e
Cgil.
Nello stabilimento, a circa 20 chilometri da
Cagliari, persero la vita tre operai della ditta
d’appalto CoMeSa srl: Bruno Muntoni, di 58 anni,
Daniele Melis e Pierluigi Solinas, entrambi di 30,
rimasti intossicati dalle esalazioni mentre
effettuavano lavori di manutenzione e bonifica di un
serbatoio durante una delle fermate programmate
dell’impianto.
Per tutta la mattina, mentre il giudice era in
camera di consiglio, fuori dal Tribunale gli operai
della Fiom hanno dato vita ad un presidio con
striscioni e bandiere.
Non è
finita:
una casa da sogno in pieno
centro di Milano. Piscina in terrazzo e giardino
pensile con tanto di orto botanico a pochi metri in
linea d’aria dalle guglie del Duomo. E poi arredi
opulenti, Tintoretto alle pareti e mobili di gran
pregio. Il tutto per centinaia di metri quadrati
disposti su più piani. Ecco la casa diLetizia
Moratti,
descritta da chi la frequenta. Lusso fine a se
stesso, direte voi. Roba da super ricchi. Non solo.
Perché questa dimora sfarzosa è diventata anche una
macchina da soldi. Decine di milioni di euro che
sono serviti a coprire i buchi in bilancio della
Securfin, la holding controllata dal sindaco di
Milano e dal marito, il petroliereGianmarco
Moratti.
Possibile? Eccome: i Moratti, una delle famiglie più
ricche d’Italia, una fortuna miliardaria costruita
sul marchio delle raffinerie Saras, hanno cavalcato
alla grande una norma contenuta nel decreto
anti-crisi varato nell’autunno di tre anni fa, 2008, daSilvio
Berlusconi.
Una norma studiata per dare una mano ai piccoli e
medi imprenditori messi alle strette dalla crisi. E
invece è andata diversamente. Letizia e Gianmarco
Moratti hanno rivalutato in un colpo solo di ben 55
milioni gli immobili che fanno capo alla Securfin.
Tra questi anche la casa dove abitano insieme alla
figlia, alla nipotina e svariati gatti e cani.
L’altro figlio Gabriele si è nel frattempo dedicato
a costruirsi una dimora su misura, l’ormai celebre
“casa di Batman”, finendo sotto inchiesta penale per
abusi edilizi.
Tutto secondo legge, invece, per Moratti mamma e
papà. Con il piccolo particolare che gli aiuti
pensati per dare ossigeno al sistema produttivo in
crisi sono andati anche al petroliere e alla
consorte. I quali, a occhio e croce, non sembrano
esattamente sull’orlo del fallimento.
Giusto per
dare un’idea della situazione, va segnalato che Gianmarco Moratti e il fratello Massimo (il
presidente dell’Inter) nel 2006 si sono spartiti
quasi 2 miliardi di euro frutto del collocamento in
Borsa delle azioni Saras. L’operazione si è risolta
in un disastro per gli investitori, tra cui migliaia
di piccoli risparmiatori che hanno visto colare a
picco nel giro di poche settimane le quotazioni dei
titoli. In compenso i Moratti hanno fatto il pieno
di milioni. E già che c’erano, Lady Letizia e il
marito hanno pensato bene di attingere agli aiuti di
Stato.
È andata così.
Nell’autunno del 2008 il
crac della finanza mondiale colpisce pesantemente
l’economia reale. I governi corrono ai ripari. E
anche Roma si muove. Soldi pubblici per aiutare le
aziende in crisi. Sgravi fiscali per dare una mano
agli imprenditori. La retorica di governo, copyrightGiulio
Tremonti,
descrive così l’intervento dell’esecutivo per
rilanciare il sistema produttivo. C’è il bonus per
invalidi e pensionati, il tetto ai mutui, nuovi
fondi per scuole. Di più: a quei tempi il ministro
Tremonti si dilettava con la cosiddetta Robin Hood
tax, che, diceva lui, doveva servire a tagliare gli
scandalosi profitti dei petrolieri. Compresi,
ovviamente, anche i Moratti.
La tassa inventata dal ministro di Sherwood non ha
dato i frutti sperati. In compenso i padroni della
Saras sono riusciti a rimettere in sesto i conti di
famiglia con i soldi garantiti dal decreto
anticrisi. La notizia si nasconde tra le pieghe del
bilancio della Securfin, la società di Letizia
Moratti e del marito Gianmarco. Nella relazione che
accompagna i conti del 2008 si legge che “è stata
operata la rivalutazione sugli immobili patrimoniali
posseduti dalla società” così come previsto dal
decreto legge 185/2008, meglio conosciuto come
decreto anti-crisi. Significa che palazzi e terreni
di proprietà di Securfin alla fine del 2007 erano
iscritti a bilancio a costi storici, meno di 10
milioni di euro.
La norma sponsorizzata da Tremonti consente di
rivalutare i beni immobili delle aziende adeguandoli
ai prezzi di mercato.
Il gioco è fatto, allora. Ai Moratti è bastato
sfoderare la perizia ad hoc di un esperto che
fissasse i valore dei loro palazzi. Ed ecco che la
voce immobili si è rivalutata di ben 55 milioni.
Colpo grosso, insomma. E senza pagare neppure un
euro di tasse sulla rivalutazione, perché così
stabilisce il decreto.
Come si spiega la manovra? Perchè mai i Moratti
hanno scelto di sfruttare gli aiuti anticrisi?
Semplice.Comeil
Fatto Quotidianoha
raccontato la settimana scorsa,
la Securfin holding ha perso centinaia di milioni a
causa del disastroso andamento della controllata
, la società tedesca fondata nel 2000 da
Letizia Moratti in persona. Nel 2008 Securfin ha
chiuso il bilancio in rosso per 44 milioni, dopo
aver perso 112 milioni l’anno precedente.
Ecco allora a che cosa serviva la rivalutazione
degli immobili. Quei 55 milioni, dedotti gli
ammortamenti, sono finiti in un’apposita riserva di
bilancio per 40 milioni. Una riserva prosciugata per
far fronte alle perdite del 2008. Missione compiuta.
Grazie a Tremonti, il ministro Robin Hood.
Il fratello Massimo invece si è
limitato a ripianare i debiti dell'Inter con
i favori legislativi del "nemico" Berlusconi: nel
2003 l'Inter sfrutta il DECRETO SPALMA DEBITI per
contrastare la spaventosa svalutazione del parco
giocatori all'indomani dell'introduzione dell'euro,
nel 2005 è il turno dello scambio di giocatori
sconosciuti col Mediaset a prezzi spaventosamente
alti allo scopo di raddrizzare i bilanci, nel 2006 è
il turno della vendita del marchio "Inter" ad una
scatola cinese controllata,
stesso trucco anche per il Mediaset, una vendita
fittizia da mettere a bilancio. Dello stesso anno,
come detto,lo sbarco in borsa con SARAS, con la
gigantesca plusvalenza dirottata sul calcio mercato
allo scopo di mettere le mani, dopo 10 anni,sul
campionato italiano che diventa una questione
neroazzurra: quattro scudetti ed un secondo posto
mentre l'azienda avita piazza bilanci in rosso di
anno in annO.
Massimo Moratti
conquista vittorie sul campo, ma allo stesso tempo
deve fare i conti con il bilancio in rosso della
Saras, la società di raffinazione
del petrolio di cui è amministratore delegato. Per
l'azienda di famiglia, infatti, il 2009 si è chiuso
con una perdita netta "adjusted" di
54,5 milioni di euro: "la posizione finanziaria
netta al 31 dicembre 2009 - si legge in una nota del
gruppo - era negativa per 533 milioni di euro".
ROSSO... NERAZZURRO
In soldoni, quesi dati sono riconducibili al
programma di manutenzione e investimenti attuati
l'anno scorso. Inoltre, "il brusco calo
della domanda di prodotti petroliferi ha
portato ad una marcata riduzione anche dei margini
di raffinazione", come ha spiegato il presidente
della società Gian Marco Moratti,
fratello del presidente nerazzurro, il quale ha
comunque sostenuto di essere fiducioso per il 2010,
quando è attesa una graduale ripresa dei consumi. Il
Cda, in ogni caso, ha deciso di non distribuire
alcun dividendo tra i soci.
Possono questi numeri preoccupare i tifosi
nerazzurri? Decisamente no, visto che si parla di
un'azienda che, banconota più banconota meno,
fattura intorno ai 6 miliardi di euro l'anno.
Tanto per fare un esempio,
l'Inter chiuse il
bilancio al 30 giugno 2009 con un rosso di 154,4
milioni, e Moratti intervenne subito con un
aumento di capitale di 70 milioni: come
dire, conti in rosso ma futuro comunque roseo. Fino
a prova contraria, il giocatore che non manca mai,
alla Pinetina, si chiama Danèe.
Secondo bilancio consecutivo in rosso per Saras, la
società controllata dalla famiglia Moratti, tra i
leader in Europa per la raffinazione di idrocarburi.
I ricavi 2010 del gruppo Saras sono cresciuti del
62% a quota 8.615 milioni di euro. Più complesso
invece il raffronto con la redditività: l'Ebitda "reported"
di gruppo infatti è sceso a 223,5 milioni (-35%)
contro un valore analogo di 345,5 nell'anno
precedente, mentre se si considera l'Ebitda "comparable"
di gruppo si passa dai 149,2 milioni del 2010 ai
141,2 milioni dell'esercizio precedente (+6%).
Ancora più distanti i risultati netti di gruppo: il
valore "reported" è in rosso per 9,5 milioni (era
stato positivo per 72,6 nel 2009) mentre il
risutalto netto "adjusted" di gruppo è in rosso di
43,9 milioni, ma in miglioramento (del 19%) rispetto
ai 54,5 milioni del 2009.
Le differenze - spiega nella nota la società -
dipendono dalla metodologia usata per valutare gli
inventari (Fifo o Lifo). E, inoltre, sempre per
rendere più attinente la fotografia dei conti, sono
state tolte le poste non ricorrenti e le variazioni
del "fair value" degli strumenti derivati: le voci
così esposte vengono definite "comparable" e "adjusted"
e non sono soggette a revisione contabile. Infine la
posizione finanziaria netta: al 31 dicembre 2010 era
negativa per 560 milioni, in miglioramento rispetto
ai 644 del settembre 2010 e sostanzialmente in linea
con il dato di fine
anno 2009.
Forse la vittoria europea dell'Inter sul Chelsea di
mercoledì scorso sarà servita ad addolcire un po' la
lettura dei bilanci. Il colpo è comunque di quelli
duri. Fino a qualche mese fa Massimo Moratti aveva
sperato di riuscire a salvaguardare «i migliori
ritorni possibili per gli azionisti».
Massimo
e Bedi Moratti qualche anno fa
Di
fronte alla perdita netta di 54,5 milioni con cui la
Saras ha chiuso l'esercizio 2009, però, le illusioni
sono svanite: per quest'anno, niente dividendi. È
questa la decisione che il cda proporrà
all'assemblea degli azionisti. Una strada obbligata,
visti i numeri. Basti pensare che nel 2008 il gruppo
petrolifero aveva incassato 327,2 milioni di utili.
Per il resto, il margine operativo lordo del gruppo
ammontaa 141,2 milioni, in calo del 79%, mentre l'ebit
è negativo per 51,9 milioni, in calo del 110%.
Scendon anche i ricavi, che nel 2009 registrano una
flessione del 39%, a quota 5.317 milioni. Risultato:
la posizione finanziaria netta a fine anno è
crollata a quota -533 milioni rispetto ai 333
milioni del 2008.Una doccia fredda per gli azionisti
della Saras e per i mercati (il titolo ha chiuso in
calo del 6,39% a 1,68 euro), ma anche per i tifosi
dell'Inter, ormai abituati a considerare le ricche
cedole del gruppo la migliore garanzia per i
successi della squadra. Già perché senza i proventi
del greggio, difficilmente la società di calcio
sarebbe ancora in piedi. Anche
l'ultimo anno il presidente Moratti ha dovuto
sborsare 70 milioni di tasca sua per tappare il buco
da 154,4 milioni con cui il club ha
chiuso l'esercizio 2009. Ma la consuetudine va
avanti da tempo. Anche perché è da tempo che l'Inter
non riesce a tenere i conti in pareggio.
Nel bilancio chiuso il 30 giugno 2008 la società ha
dichiarato una perdita netta di 148,27 milioni, su
un giro d'affari, escludendo le plusvalenze
su cessione calciatori (pari a 8 milioni), di 197
milioni. Mentre egli undici bilanci che vanno dalla
stagione 1995/96 al 2005/06, l'Inter ha
accumulato 661 milioni di passivo e Moratti ha
provveduto, sempre personalmente, a
versare 400 milioni nelle casse. I soldi, finora,
sono sempre arrivati dalla Saras.
Qualche volta, stando ad alcune inchieste della
magistratura, anche in maniera non del tutto
trasparente. Quest'anno, però, i conti
non torneranno più. Niente dividendo da travasare
per tamponare il debito monstre che ad oggi
sfiorerebbe i 400 milioni di euro. Un dramma?
Non necessariamente.
La
soluzione c'è. Una bella sfoltita ai gioielli di
famiglia. Quelli che ogni domenica si danno tanto da
fare sul rettangolo verde. Di fronte a un'ipotesi
del genere c'è da scommettere che il club
riceverebbe la solidarietà, anche finanziaria, di
tutti i tifosi italiani. A partire, ovviamente, da
quelli di Milan e Roma.
I
SOCI IN DELINQUENZA DEI MORATTI:
GLI AGNELLI
IL
TRIBUNALE DEI "GRANDI" DI TORINO
SANTIFICA LE SOLITE SCATOLE CINESI
TARGATE AGNELLI
Processo
Ifil-Exor, tutti assolti
"Non c'è stato
aggiotaggio"Con mezzo miliardo di euro
gli Agnelli si presero il 10% di Fiat
sul mercato a fronte di un prestito di 3
miliardi
di euro.
Una triangolazione che ha permesso agli
Elkann di iniziare la smobilitazione.
Gli ammiratori
hanno sempre visto in John
Elkann l’indiscutibile
reincarnazione del nonno, il mitico
Avvocato Agnelli, non tanto
nell’esuberanza esistenziale, che nel
nipote si ripropone in misura più
decente, quanto nella capacità di
imprimere svolte riformiste forti,
addirittura spiazzanti.
In fondo l’era
Elkann vera e propria inizia in quella
piovosa domenica di fine maggio 2004,
quando, appena dato l’ultimo saluto al
cimitero di Villar Perosa a Umberto
Agnelli, la famiglia decide
di consegnare la Fiat (data quasi per
spacciata) al semisconosciuto manager
italo-canadese Sergio
Marchionne. Mentre
Marchionne metteva a punto la strategia
industriale – assieme a quella di
comunicazione simboleggiata dal
maglioncino blu – Elkann preparava un
altro strappo traumatico per
l’immaginario popolare. Tra maggio e
giugno del 2006 scaricava in modo
pubblico e plateale la triade Moggi-Giraudo-Bettega,
accusata di aver trascinato la Juventus
nel fango di Calciopoli.
L’idea che John Elkann fosse il
Gorbaciov della Fiat, il figlio del
sistema allevato per perpetuarlo grazie
al cambiamento, il profeta
dell’innovazione nella continuità, si è
nel tempo persa per strada. Rispetto
alla vicenda della Juventus, marginale
nelle proporzioni dell’impero Agnelli ma
di straordinaria rilevanza simbolica,
Elkann si è dovuto sostanzialmente
arrendere all’onda montante della
restaurazione condotta da suo cugino
Andrea Agnelli.
Il popolo juventino ama il nuovo
presidente che porta il cognome giusto,
e sottoscrive con entusiasmo l’ansia di
rivincita impersonata da un dirigente
che non ha nessuna remora a rilanciare
la figura di Antonio Giraudo, al quale
era legatissimo suo padre Umberto, e a
dipingere la Juventus come vittima di
Calciopoli più che come colpevole
vogliosa di fustigarsi (molti juventini
veraci mettono l’autocritica di Elkann
sullo stesso piano delle lacrime del
post-comunista Achille
Occhetto, che chiedeva scusa
agli italiani per tangenti che secondo i
suoi avvocati non aveva mai preso).
Il tema calcistico aiuta a capire meglio
il discorso dell’auto. Anche in questo
caso il presidente della Fiat sembra
ispirarsi di fatto al ferreo pragmatismo
del prozio Umberto più che alle
celebrate veroniche intellettuali del
nonno. Il succo lo ha spiegato Marco
Ferrante nel suo libro Marchionne –
L’uomo che comprò la Chrysler (Mondadori
2009): “Mentre Marchionne rimette in
sesto l’azienda, la famiglia risistema
se stessa. John Elkann dichiara la
disponibilità a diluire la quota di
controllo in Fiat Auto per costruire un
gruppo più grande”.
Era proprio la logica sulla quale le
visioni del business di Gianni e Umberto
Agnelli si sono scontrate per tutti gli
anni ’90. All’Avvocato, che amava
lasciar fare a Cesare Romiti, piaceva
una Fiat legata all’auto (perché era il
business del nonno, al quale l’Avvocato
non voleva rinunciare per ragioni
sentimentali, un lusso che gli
economisti di grido riconoscono solo ai
loro committenti), ma soprattutto legata
al microcosmo italiano, dove la casa
regnante era in grado di esercitare il
suo potere e arraffare profitti in tutti
i settori dell’economia, appalti
pubblici in testa.
Umberto – emarginato dalla gestione per
volontà di Enrico Cuccia,
influente presidente onorario di
Mediobanca – riteneva che nell’auto
Torino fosse ormai troppo piccola per
competere, e tanto valeva uscire dalle
quattro ruote per giocare le proprie
carte su altri settori più innovativi e
promettenti, per esempio le
telecomunicazioni. Sappiamo com’è
finita: la Fiat è riuscita come al
solito a prendersi il controllo di
Telecom Italia pagando due lire (per
l’acquisto dello 0,6 per cento delle
azioni a fine ’97, quando il colosso
telefonico fu privatizzato), ma, siccome
non ci credeva abbastanza, un anno dopo
lasciò Umberto senza munizioni
finanziarie per fronteggiare la scalata
targata Olivetti di Roberto
Colaninno.
L’impero Agnelli
ha dunque continuato a declinare,
perdendo pezzi un po’ per volta, fino
alla morte dei due fratelli. Oggi John
Elkann, a 34 anni, non ha più l’età
dell’apprendista. Comanda pienamente, e
pienamente appoggia la strategia di
Marchionne. Il manager di Chieti, come
numero uno della Chrysler, costruisce un
gruppo integrato globale dell’auto; come
numero uno della Fiat, la sta dolcemente
portando in dote alla Chrysler.
Fingendo di avanzare, la famiglia
Agnelli sta dunque uscendo dall’auto,
come voleva Umberto. A un certo punto
rimarrà azionista di minoranza.
Mirafiori, da simbolo dell’Italia che
produce (e che progetta), si trasformerà
in uno stabilimento delocalizzato per la
produzione low cost di Chrysler in
Europa. Il gruppo Fiat continuerà a
essere forte e indipendente nei settori
in cui è già oggi sanamente
internazionale. E John Elkann sarà il
simbolo di una famiglia passata
laicamente e modernamente – con molti
dolori ma senza veri traumi – dalla
poesia del nonno alla prosa del nipote.
Il tribunale di
Torino ha deciso di assolvere gli ex
amministratori Gabetti, Grande Stevens e
Marrone, perché il fatto non sussiste.
"E' una sentenza giusta e corretta, che
riflette la realtà dei fatti e riconosce
che non c'è stato alcun crimine". La
procura aveva chiesto la condanna
Franzo Grande Stevens
TORINO - Il
Tribunale di Torino ha assolto i vertici
di Ifil-Exor Franzo Grande Stevens,
Gianluigi Gabetti e Virgilio Marrone
perché il fatto non sussiste. Erano
accusati di aggiotaggio informativo in
occasione dell'equity swap che nel
settembre del 2005 consentì alle
finanziarie degli Agnelli di mantenere
il controllo della Fiat. Secondo la
corte, presieduta dal giudice Casalbore,
i comunicati emessi in quelll'occasione
da Ifi e Ifil non turbarono l'andamento
del titolo. Virgilio Marrone ha
commentato: "E' una sentenza giusta e
corretta, che riflette la realtà dei
fatti e riconosce che non c'è stato
alcun crimine".
La procura di Torino, attraverso il pm
Giancarlo Avenati, in aula aveva chiesto
per Grande Stevens la condanna a 2 anni
e sei mesi, per Gabetti a due anni e per
Marrone a un anno e sei mesi. "Prendiamo
atto della sentenza - ha detto il
procuratore Giancarlo Caselli
sull'ipotesi di ricorso in appello
contro l'assoluzione - . Leggeremo le
motivazioni e valuteremo cosa sia giusto
e corretto fare con serena disponibilità
e senza pregiudizi che non abbiamo mai
avuto".
Al centro
del processo, l'equity swap che le
finanziarie degli Agnelli accesero
nell'aprile di quell'anno, 2005, con
Merril Lynch attraverso Exor. Una
scommessa sul corso che avrebbero avuto
le azioni Fiat negli anni successivi.
Nella primavera estate di quell'anno il
Lingotto sapeva che in settembre
sarebbbe scaduto il prestito convertendo
contratto con un gruppo di 8 banche
negli anni difficili della crisi di
inizio decennio, ovvero nel 2002. Un
prestito da tre miliardi che gli Agnelli
avrebbero potuto restituire entro
settembre o, in alternativa, convertire
in azioni da consegnare alla banche. In
questo modo però gli istituti di credito
avrebbero superato la Famiglia tra gli
azionisti
e gli Agnelli sarebbero scesi sotto la
quota di controllo del 30 per cento
della società.
Così, tra luglio e agosto
2005, Franzo Grande Stevens, nella sua
qualità di avvocato, studiò un sistema
per
consentire agli
Agnelli di mantenere il 30 per cento
della Fiat senza trasformare in azioni
il debito obbligazionario delle banche.
La scelta fu quella di acquistare da
Merril Lynch le azioni Fiat rastrellate
in primavera dalla banca d'affari per l'equity
swap: Il titolo Fiat
crolla in Borsa nella primavera del 2002
e la FIAT accede ad un prestito
obbligazionario da tre miliardi di euro
che una volta restituito avrebbe messo
gli Agnelli in minoranza. Quindi
- La Exor lussemburghese
(di maggioranza Giovanni
Agnelli & Co.) acquista da
Merryl Linch, che a sua volta aveva
rastrellato sul mercato quelle azioni,
quasi il 10% di tutta la Fiat a
un valore di circa 5 euro in modalità
equity swap, quindi a un prezzo di
cessione futuro concordato
- Ifil compra
segretamente dalla società Exor 82
milioni azioni ordinarie Fiat a un
prezzo di 6,5 euro
- Il comune azionista poteva comprare
nello stesso periodo le azioni a 7,5-8
euro Ma a fine agosto 2005, tre settimane
prima della scadenza del debito con le
banche, a una precisa richiesta della
Consob, Ifi e Ifil risposero con un
comunicato ufficiale che "non sono in
atto né allo studio" manovre sul titolo.
Anche se, si aggiungeva, era intenzione
degli Agnelli "mantenere il controllo
della Fiat".
Era sufficiente quest'ultima frase a far
capire che in realtà le finanziarie
degli Agnelli si stavano muovendo per
bloccare l'offensiva delle banche?
Secondo la Consob non era sufficiente e
dunque con quel comunicato era stato
ingannato il mercato. Per questa
ragione, a suo tempo, la Commissione di
controllo sulla Borsa aveva già
condannato in via amministrativa i
protagonisti del processo penale che si
è concluso ieri. Il tribunale di Torino
non è stato dello stesso parere.
(**Lo
swap,
Lo swap
e’ un contratto finanziario derivato tra
2 soggetti: il primo soggetto è quello
all’acqua alla gola. Ha acceso un debito
con degli interessi che prevede che
crescono. Il secondo invece ha venduto
danaro a clienti corrispondendo loro un
tasso fisso, quando, dai suoi studi si
prevede che i tassi scendano, quindi nel
futuro perderà dei soldi. Quindi il
primo soggetto ha interesse a modificare
il tasso di interesse da un variabile in
salita ad uno fisso, mentre il secondo
ha interesse a modificare il tasso da un
fisso ad un variabile in discesa.
L’incontro sta nel fatto che il primo
riceverà dal secondo un tasso variabile
in relazione all’andamento del mercato.
In questo modo coprirà con gli interessi
del secondo la fluttuazione in salita,
il secondo riceverà dal primo un tasso
fisso. In questo modo l’eventuale
discesa dei tassi verrà coperta dagli
interessi del tasso fisso corrisposti
dal primo.
L’equity si verifica all’interno di un acquisto
azionario. Quando un primo compra delle
azioni diventa proprietario di parte di
una società in relazione ai soldi che ha
sganciato. In quanto proprietario
partecipa alla divisione degli utili.
All’utile si aggiunge il Conto Capitale
o capital Gain, ovvero la differenza di
valore tra l’acquisto dell’azione di
ieri ed il valore dell’azione oggi se
positiva. Se negativa siamo di fronte al
Capital losses ovvero alla perdita in
Conto Capitale. Per evitare questa
fluttuazione si procede con l’equity,
ovvero l’investitore che deve comprare
le azioni gira a chi le detiene un tasso
di interesse fisso o variabile in cambio
del rendimento azionario di chi detiene
quelle azioni. Questo perché chi deve
acquistare ha interesse a pagare meno di
quello che è il valore reale
dell’azione, mentre chi deve vendere ha
interesse che l’azione non perda di
valore.
Convertendo il prestito bancario da 3
miliardi di euro in azioni, gli Agnelli
avrebbero perso il controllo della Fiat
a favore delle banche. Era quindi
necessario rastrellare sul mercato le
azioni Fiat ad un costo inferiore a
quello reale ed ecco l’equity swap tra
Exor e Merril Linch. La seconda deteneva
il 10% della quota Fiat che fu girato
alla prima con lo scambio di interessi.
A sua volta Exor cedette quel 10% all’Ifil
degli Agnelli con un altro equity swap.
In questo modo gli Agnelli pagarono
l’azione 6,5 euro a fronte di un valore
reale di mercato di 7,82, sborsando 576
milioni di euro per mantenere la
maggioranza azionaria, più 16 milioni di
euro di multa per la denuncia Consob, a
fronte di una esposizione di 3 MILIARDI
DI EURO.
Si è conclusa la
pesante offensiva nella
capitale e varie province dell'Afghanistan: 47 vittime in totale. Attacchi ad
ambasciate, Parlamento e Isaf.
Il racconto di Andrea Cucco:
"Sparatorie ovunque". La rivendicazione: "Vendetta per profanazioni marines"
/ Mappa
L’escalation di violenze nei primi mesi del 2012
dovrebbe far riconsiderare la definizione di frozen conflict con cui è stato
definito il contesto macedone, circa due milioni di abitanti un quarto dei
quali albanesi stabiliti principalmente nel nord. Con un tasso di
disoccupazione del 30% di Alessandro Cesarini
Sparatoria
nell'appartamento dove l'assassino della scuola
ebraica era asserragliato da oltre 30 ore. Ha
resistito fino all'ultimo. Sarkozy aveva detto:
"Lo voglio vivo".....povero scemetto, si spera
vivamente che questa gentaglia messa al potere
senza arte ne parte venga spazzata via, dal voto
naturalmente. Per quanto riguarda lo stragista,
troppi lati oscuri non fanno pensare ad un
terrorismo tout court solo ed essenzialmente
incagliato nella jihad. La prossimazione e la
pochezza dell'informazione, non solo in
generale, ma anche di intelligence, non fa che
ghettizzare un malessere interno che a noi
risulta inspiegabile...
Conflitto a fuoco e
tre agenti feriti nella notte in un edificio non
lontano dalla scuola ebraica. La polizia è certa
che il giovane di 24 anni sia il responsabile
dell'attacco di martedì. Arrestato il fratello.
La svolta dall'omicidio del primo parà.
La Francia si è
fermata
per i funerali dei 3 bambini e del rabbino (Foto
- Video)
Scandalo
intercettazioni illegali
arrestati Rebekah Brooks e il marito
La ex direttrice
del tabloid News of the world, chiuso a luglio,
fermata all'alba da Scotland Yard con il
consorte Charlie e altre quattro persone fra
Londra e il sud dell'Inghilterra. L'accusa è di
aver ostacolato il corso della giustizia
dal nostro corrispondente
ENRICO FRANCESCHINI
Rebekah Brooks (afp)
LONDRA
- E' la seconda volta che l’arrestano: Rebekah
Brooks, ex-amministratrice delegata di News
International, la società proprietaria dei
giornali e delle tivù di Rupert Murdoch in Gran
Bretagna e nel resto d’Europa, è uscita in
manette dalla sua villa dell’Oxfordshire,
all’alba di questa mattina, insieme al marito,
agli arresti pure lui. In serata hanno ottenuto
la libertà su cauzione, ma restano accusati,
insieme ad altre quattro persone arrestate ieri
mattina, di "ostruzione della giustizia"
nell’ambito dell’inchiesta sulle intercettazioni
illecite compiute dai tabloid di Murdoch per
carpire informazioni riservate su membri della
famiglia reale, leader politici e Vip, da
sbattere poi in prima pagina.
In sostanza, a Rebekah "la Rossa", com’è
soprannominata per la sua folta chioma color
ruggine, viene imputato di avere cercato di
nascondere il fatto che lei e altri dirigenti
del gruppo Murdoch erano a conoscenza delle
intercettazioni e di avere mentito nelle
testimonianze rese fino ad ora alla polizia e
alla commissione d’inchiesta.
Lei sembrava destinata a conquistare il mondo:
entrata giovanissima al News of the World, il
giornale domenicale al centro dello scandalo
(chiuso d’autorità da Murdoch l’estate scorsa),
la Brooks era stata protagonista di una carriera
vertiginosa, da segretaria a redattrice, quindi
capo-redattore, direttore responsabile e infine
amministratore delegato. Murdoch diceva che per
lui era "come una figlia": la adorava, forse
rivedendo in Rebekah i suoi stessi pregi e
difetti. Aveva sicuramente un caratterino: una
volta bisticciò così furiosamente con il suo
primo marito, l’attore televisivo Ross Kemp, che
dovette intervenire la polizia nel cuore della
notte per separarli. Con il secondo marito,
l’ex-fantino e addestratore di cavalli da corsa
Charlie Brooks, le cose sono andate molto
meglio, anche perché lui è un ex-compagno di
scuola di David Cameron nell’esclusivo collegio
di Eton e grazie a questo il primo ministro è
diventato un ospite abituale alle feste nella
casa di campagna della coppia vicino a Oxford.
Ma poi è scoppiato il Tabloidgate: la scoperta
dei telefonini spiati e delle tangenti alla
polizia, l’impressione che tra Murdoch e il
potere vi fosse un legame torbido, sottolineato
dal fatto che un ex-direttore dei suoi tabloid,
Andy Coulson, anche lui un fedelissimo di
Rebekha, sia diventato portavoce di Cameron a
Downing street. L’estate scorsa il caso è
esploso. Coulson si è dimesso da portavoce ed è
stato arrestato. Poi è stata arrestata anche
Rebekah. Entrambi sono tornati in libertà su
cauzione, ma l’indagine ha continuato ad
allargarsi e ad andare in profonditàm, anche
grazie al ritrovamento di un gigantesco archivio
digitale, centinaia di milioni di email che i
vertici del gruppo avevano cercato di
cancellare.
Il mese scorso un peccato apparentemente veniale
ha richiamato ancora una volta l’attenzione sul
rapporto privilegiato tra Rebekah e Scotland
Yard: la polizia le aveva prestato per due anni
un cavallo, uno di quelli solitamente montati
dai poliziotti, e su quel cavallo hanno
cavalcato lei stessa, suo marito Charlie e
perfino David Cameron, poco prima di diventare
primo ministro. E come era stato deciso il
prestito del destriero? Durante un pranzo a tu
per tu fra Rebekah e il capo di Scotland Yard.
Questa era la Brooks: una donna potente,
ambiziosa, spregiudicata. L’arresto suo e di suo
marito potrebbe essere il preludio a qualcosa di
ancora più grosso: se lei ha cercato di
ostacolare la giustizia, è possibile – se non
verosimile – che la stessa colpa ricada su James
Murdoch, figlio di Rupert e fino a al mese
scorso presidente di News International,
incarico da cui si è dimesso all’improvviso,
ufficialmente per occuparsi di tv sempre
all’interno del gruppo ma più probabilmente per
cercare di allontanarsi dallo scandalo.
Se Rebekah era come una figlia per il vecchio
Rupert, per James era come una sorella: loro due
insieme, una volta, entrarono come furie nella
redazione di un quotidiano rivale, l’Independent,
che aveva osato attaccarli troppo direttamente,
e tra insulti e grida avevano quasi preso a
schiaffi il direttore seduto al tavolo della
riunione del mattino. Chissà se, avanti di
questo passo, Rebekah e James si ritroveranno
insieme anche in cella.
Fosse comuni e
torture su donne e bambini Rep Tv
Amnesty "Non possiamo più tacere"
:Stronzate
!!! Nessuno farà proprio un bel cazzo di
niente perchè la Siria è troppo vicina
alla Russia ed è alleata all'Iran. Non è
l'Iraq sotto embargo e quindi facile
preda, non è la sassaia afghana e non è
nemmeno l'isolata Libia molto facile da
colpire...
Siria, nuova
strage nella città che si oppone al
regime: quarantasette vittime delle
forze di sicurezza, tutti civili.
Centinaia di famiglie scappano. Il
Consiglio nazionale chiede un intervento
urgente dell'Onu / Commenta
Il colosso del petrolio, dopo aver archiviato nel
2010 una perdita di quasi 5 miliardi di dollari per il
disastro ambientale
nel Golfo del Messico torna in attivo
Richiamati tutti i cittadini americani. Il
presidente: "Pressioni, non intervento".
Attacco delle forze di Assad contro la
città "ribelle", gli oppositori: "Stanno
sigillando l'area". Decine di morti
Iraq, la fine
era nota : ORA E' GUERRA CIVILE TOTALE. IL
RISULTATO DELL'OCCUPAZIONE AMERICANA: 750.000
MORTI DI CUI 5000 SOLDATI AMERICANI, UN PAESE
SMEMBRATO A MAGGIORANZA SCIITA CHE QUINDI GUARDA
COMUNQUE ALL'IRAN SCIITA PROSSIMO AD ESSERE
ASSALITO.
di
Massimo Fini
Il 20 agosto
del 2010 pubblicai per il Gazzettino
un articolo intitolato “Poche illusioni: ora
l’Iraq va verso una guerra civile”, dove
prevedevo che dopo il ritiro degli americani
il conflitto, già latente, fra sciiti e
sunniti sarebbe esploso in tutta la sua
violenza e senza più freni. Sono stato facile
profeta. Due giorni fa, a poco più di due
settimane dal ritiro dell’ultimo contingente
Usa, l’Iraq è stato teatro di una serie di
attentati e di scontri fra le due comunità,
con decine di morti e centinaia di feriti.
Non è che l’inizio di un’escalation.
Ciò vuol dire che gli americani non dovevano
andarsene dall’Iraq? No, che non avrebbero
dovuto invaderlo e occuparlo nel 2003 col
pretesto che Saddam Hussein
possedeva ‘armi di distruzione di massa’ che
non sono state mai trovate. L’Iraq è una
cervellotica invenzione degli inglesi
che nel 1930 misero insieme in uno Stato tre
comunità, curdi, sciiti, sunniti, che nulla
avevano a che fare tra loro e che anzi si
detestavano. Finito il protettorato inglese
nel 1960 solo un feroce dittatore come Saddam
Hussein poteva tenere insieme, con la
violenza, tre popolazioni così ostili. Saltato
il tappo Saddam sunniti e sciiti
in un primo tempo si sono uniti per combattere
il nemico comune, l’invasore, poi, vista
l’impossibilità di cacciare gli occupanti,a
partire dal 2007 con la fine di Al-Zarqawi,
hanno aperto la partita fra di loro. Saddam
era sunnita e aveva privilegiato la sua
comunità a danno degli sciiti che pur
rappresentano la maggioranza assoluta della
popolazione (62 %). Adesso gli sciiti si
vendicano sugli antichi oppressori sunniti che
rispondono. E non si vede come, perché
e quando questa catena di sangue possa finire.
Per ottenere questo brillante risultato gli
americani hanno provocato, con l’occupazione,
direttamente o indirettamente, fra i
650 e i 750 mila morti, infinitamente
di più di quanti ne avesse fatti Saddam in
trent’anni di dittatura. Ma le conseguenze
politiche sono ancora più devastanti. Da
quando, nel 1979, la rivoluzione khomeinista
rovesciò lo Scià, loro alleato (di cui la
stampa occidentale forniva immagini patinate,
sue e delle sue mogli Soraya e Farah Diba
eternamente in vacanza, ma la cui polizia
segreta, la Savak, era considerata la più
sanguinaria del Medio Oriente) tutta la
politica americana è stata (e come si vede
continua a essere) ferocemente
antiraniana. Per questo quando nel
1985 i soldati di Khomeini, dopo inenarrabili
sacrifici, erano davanti a Bassora e stavano
per prenderla, (il che avrebbe comportato
l’immediata caduta di Saddam, la riunione
dell’Iraq sciita con l’Iran, perché si tratta
della stessa gente dal punto di vista etnico,
religioso, culturale, oltre che la sacrosanta
indipendenza dei curdi iracheni) gli
americani intervennero a favore del dittatore
di Baghdad “per motivi umanitari”: non si
poteva permettere alle “orde iraniane” di
entrare a Bassora, sarebbe stato un massacro
(gli eserciti degli altri sono sempre “orde”,
solo i nostri sono regolari e legittimi).
Rimpinzarono quindi il rais di ogni genere di
armi comprese quelle chimiche che Saddam usò
sui soldati iraniani e in seguito sui curdi
“gasandone” 5000 nella cittadina di
Halabya. Oggi, con la parodia di
democrazia voluta dagli americani in Iraq, gli
sciiti iracheni, maggioranza schiacciante,
sono i padroni di gran parte del Paese
(regione curda esclusa) e rispondono di fatto
ai loro confinanti confratelli
iraniani. Così quello che gli
americani avevano negato all’Iran nel 1985
scippandogli una vittoria conquistata sul
campo di battaglia - così come gli stessi
fecero poi in Bosnia contro i Serbi
maggioritari e vincenti sul campo, che era
costata ai khomeinisti centinaia di migliaia
di morti, glielo hanno regalato 25 anni dopo
senza che Teheran abbia dovuto sacrificare un
solo uomo.
A rivelarlo una ricerca scientifica: in base
alle analisi sui civili della città irachena
rasa al suolo nel 2004, sono state trovate
tracce di uranio arricchito, lo stesso usato
per le bombe atomiche. L'Onu: “Migliaia i casi
di cancri e malformazioni infantili” di Andrea Bertaglio
Entro la fine di quest’anno l’esercito Usa
lascerà l’Iraq. Ma
il Paese dovrà fare i conti con la pesante
eredità della guerra. Soprattutto Falluja, che
grazie all’utilizzo di questi armamenti anche
contro la popolazione civile, è alle prese con
aborti, deformazioni
congenite, disfunzioni al
sistema nervoso. Impressionanti i numeri della
catastrofe sanitaria che ha colpito i bambini:
secondo i dati di un recente rapporto dell’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i
Rifugiati, “nel 2006 si sono
verificati 5.928 nuovi casi di malattie fino
ad allora inesistenti a Falluja, delle quali
circa il 70 per cento sono cancri
e malformazioni in bambini minori di 12 anni”.
Nei primi sei mesi del 2007, invece, i nuovi
casi sono stati 2.447, “di cui più del 50%
riguardanti i bambini”. Oggi la situazione
rimane gravissima in tutto il Paese, con un
tasso di cancro infantile che, in Iraq, è 14
volte quello dell’Egitto.
Una situazione denunciata sin dall’inizio dai
medici locali, e supportata negli anni
dall’evidenza scientifica di numerose
ricerche. L’ultima, in ordine di tempo, è uno
studio epidemiologico realizzato dal professor
Busby assieme a Malak Hamdan,
presidentessa della fondazione Cancro e
Malformazioni Congenite, e
Eleonore Blaurock-Busch, responsabile
del laboratorio tedesco che ha eseguito le
analisi. Con la fondamentale collaborazione di
due pediatri dell’Ospedale generale di Falluja,
i dottori Samira Alaani e Muhammed Tafash.
Oltre al suolo e alle acque del posto, i due
hanno analizzato i capelli dei genitori dei
bimbi malati. “Abbiamo trovato alti livelli di
diversi elementi comuni: calcio, alluminio,
stronzio, bismuto e mercurio” afferma Busby:
“Ma l’unica sostanza che abbiamo rilevato e
che potrebbe spiegare l’alto tasso di malattie
genetiche è l’uranio, un elemento
radioattivo”.
Uranio che, però, in questo caso non è
impoverito, bensì arricchito. Quello che “si
usa nelle bombe atomiche o
nei reattori nucleari”, ricorda Busby. Un
fatto decisamente anomalo, che ha portato i
ricercatori ad una conclusione: a Falluja,
oltre alle bombe al fosforo, sono stati
utilizzati nuovi esplosivi con che non si
erano mai visti prima. “Quello che abbiamo
trovato dimostra chiaramente che esiste una
nuova generazione di armi”, fa presente il
professore.
Ma come fanno gli scienziati ad essere sicuri
del fatto che questa forte presenza di uranio
sia attribuibile agli attacchi del marzo 2004?
“L’uranio è espulso dai capelli, e questi
crescono ad un ritmo di un centimetro al
mese”, rivela Busby che continua: “Abbiamo
ottenuto campioni di capelli molto lunghi da
alcune donne, ed abbiamo misurato i livelli di
uranio attraverso la loro lunghezza”. Un test
che ha confermato l’alta esposizione di queste
persone all’elemento radioattivo in
particolare fra il 2004 ed il 2005. “Ma
soprattutto – insiste lo scienziato – prova
l’esistenza di nuove armi all’uranio”. Ordigni
“che fanno decisamente paura”.
L’equipe di ricercatori fa presente che
qualcosa di simile è stato riscontrato anche
in un cratere in Libano causato da una bomba
israeliana. Per questo, secondo gli studiosi,
“L’identità delle armi all’uranio arricchito
usate a Falluja e in altri luoghi deve restare
una questione aperta fino a quando i militari
israeliani e statunitensi non rilasceranno
maggiori informazioni”.
Per Hamdan, coautrice della ricerca, “questa
straordinaria scoperta dovrebbe far sì che il
mondo si svegli”. Non si può continuare ad
ignorare gli effetti di queste armi
radioattive sulla popolazione civile, denuncia
la studiosa, perché “un altissimo numero di
persone innocenti sono morte e moriranno in
futuro, senza contare gli innumerevoli padri e
madri che guarderanno con orrore e pietà i
loro figli”
Chi
partecipa ai talk show deve
sapere che d’ora in poi farà una scelta di
campo”. Le parole sono di Beppe Grillo
e il riferimento pare sia evidentemente la
partecipazione ai programmi di approfondimento
politico di ieri sera a La7 e su Rai Tre (Otto
e mezzo e Ballarò).
Il comico e leader del
Movimento Cinque Stelle scrive intorno alle 23
sul suo blog: “Se il
MoVimento 5 Stelle avesse scelto la
televisione per affermarsi, oggi sarebbe allo
zero qualcosa per cento. Partecipare ai talk
show fa perdere voti e credibilità non solo ai
presenti, ma all’intero MoVimento”.
A La7 Lilli Gruber aveva
invitato Federico Pizzarotti
che contenderà la poltrona di sindaco di
Parma al candidato del
centrosinistra Vincenzo Bernazzoli
e Nicola Fuggetta che si era
presentato come candidato sindaco a
Monza. A Ballarò, invece, ha
partecipato per una parte della serata
Paolo Putti, che è stato estromesso
dal ballottaggio dal Terzo Polo per un solo
punto percentuale.
Così Grillo ribadisce: “Nei talk show il
dibattito avviene con conduttori di lungo
corso e con le mummie solidificate dei
partiti. C’è l’omologazione con il passato.
Che senso ha confrontarsi con Veltroni
o con Gasparri in prima
serata? Più che spiegarlo e ribadirlo non
posso fare. Comunque chi partecipa ai talk
show deve sapere che
d’ora in poi farà una scelta di campo”.
Inutile dire che sul blog di Grillo è partito
il dibattito degli utenti che si sono
sbilanciati anche sulla prestazione di Putti
ospite di Giovanni Floris
(con Fassino, Vendola,
la Bernini e il ministro
dell’Agricoltura Catania):
“Una conferma spiacevolissima – scrive duro
Maurizio – Un cretino
esibizionista, che si sta facendo fare a
fettine da uno sciame di politicanti ed è
arrivato a farsi dire “siete identici a noi”
da uno del Pd. Evidentemente non tutti i
candidati del MoVimento sono seri,
intelligenti e soprattutto non tutti hanno
capito che il personalismo nel Cinque Stelle
non porta da nessuna parte, fa solo danni. Via
subito questi novelli Scilipoti”.
Putti peraltro stamani ha replicato a
Omnibus: “ ”Grillo non è un leader ma una
persona che ha messo a disposizione risorse e
intuizioni e che fa da megafono al Movimento
nelle città e in rete – ha detto il candidato
sindaco di Genova – Nel Movimento esiste uno
staff formato anche da tecnici, professori
universitari, professionisti, docenti, che
discute dei contenuti e poi Grillo fa da
megafono in rete usando anche delle
provocazioni”.
“A me Putti a Ballarò stasera è piaciuto meno
di niente – interviene ancora nel blog di
Grillo Marco – Uno parlava di
urban lab e gli altri parlavano di politica,
leggi elettorali, voti di protesta, candidati
sbagliati. La crema che dentro al
dibattito-merda diventa per il telespettatore
merda a sua volta. Io eviterei le gogne
mediatiche, grazie”. A favore delle
partecipazioni televisive invece Riccardo:
“Beppe, il signor Putti li ha sbaragliati.
Quello che dici è vero perché non si arriva
così in alto per caso però una soddisfazione
ogni tanto, un peccato una tantum è come
quando il medico ci dice di non fumare dopo il
caffè”.
C’è chi, ironico, si preoccupa del puntare
solo sui blog: “Guardate che con la volontà di
non partecipare al confronto televisivo e con
un consenso M5S in continua crescita sulla
rete – dice Zeon Porter –
finirà che vi faranno una leggina
“democratica” sulla regolamentazione dei blog,
magari fatta su misura per i grillini
boom-boom”. Qualcun altro, come David,
dà invece consigli più tecnici: “Spesso i
candidati m5s sono giovani e si emozionano
facilmente in tv e questo li fa sembrare dei
coglioni. Però quando ci saranno spero presto
le politiche, in quel caso negli spazi tv
regolamentati dove è assicurato un certo tempo
per presentare le proprie idee e il proprio
programma. In quel caso bisogna andarci”.
Altri toni sembrano quasi indicare i primi
attriti tra eletti ed elettori: “Dopo 30
secondi di Ballarò avevo già voglia di
astenermi definitivamente dal voto – protesta
Ivan – Signor Putti, una
piccola chiosa. Lei e tutti gli altri
rappresentanti siete pregati di usare il
“noi”. Io faccio io farò Io Io Io… Stona
assai. In consiglio ci siamo “Noi”, lei è solo
un anonymus. Se continuate ad essere visibili
(video e audio) sarà la fine”.
Giulia
non è d’accordo: “I candidati del Movimento 5
stelle dovrebbero iniziare ad andare in tv.
Sono d’accordo con l’inesperienza, ma se non
si inizia non si impara mai. Per cui secondo
me, dovrebbero prima testare tv locali con
giornalisti e politici di basso calibro per
imparare e poi una volta fattisi i controcazzi
andare nelle tv pubbliche. Certo, uno che non
è mai andato in Tv non può e dico non può
andare ad 8:30 con la Gruber perchè lo fanno a
fettine…”. Anche se qui Pizzarotti e Fuggetta
non dovevano vedersela con dei “big”, ma con
il sindaco di Forlì Roberto Balzani,
professore di storia contemporanea “prestato”
alla politica da 3 anni.
Mario
è ancora più chiaro: “La tv conta ancora
eccome, un sacco di gente non sa nemmeno
accenderlo il pc o non ha la connessione –
spiega – In un dibattito ci vogliono gli
argomenti e l’argomentazione non è nelle corde
di tutti, l’emozione, l’ingenuità,
l’inesperienza possono giocare brutti scherzi.
Pinzarotti ha dimostrato che è possibile farlo
anche se a livello locale”. E conclude: “Beppe
non brilla certo per diplomazia(sarà un
difetto?) e lo si vede dal tono autoritario
con cui ha scritto quel minipost, questo sì ci
mette in difficoltà essendo prova di seguire
un dispotico capo, peggio di un dibattito
“pilotato” da Vespa. Urge una veloce
spiegazione da parte di Beppe”.
Ma ammette che “se non si hanno le capacità o
si pensa che provochi più danno, scomparire
dal video e mantenere le aspettative stupendo
gli scettici e i detrattori, come ha fatto la
lega nel corso degli anni sul territorio, pur
avendo argomentazioni ben più indifendibili
rispetto quelle del M5S e portare il dibattito
in rete che garantisce un equilibrio, oltre ad
un apporto di documentazione e testimonianza
sbugiardanti immediati”.
video:
dal secondo dopo guerra, nella terra fondativa
di Forza Italia che prese 61 circoscrizioni su
61 nel 2002,la destra espulsa
dall'amministrazione. SOLO NEL 2009 LA
REPUBBLICA CERTIFICAVA IL TERRITORIO CHE
ANDAVA DAL SESIA ALL'ISONZO "AREA NO LEFT" !!!
Lo schianto è memorabile. E
così tanto fragoroso da non poter essere
mistificato in alcun modo. Da ieri il Pdl è
polvere di stelle. Solo
sette mesi fa governavano il Paese e oggi
sono ridotti in percentuali imbarazzanti.
Sgretolati dalle lotte intestine interne,
dagli scandali giudiziari, ma anche
dall’assenza di una proposta politica
concreta, capace almeno di tenerli insieme
nel momento più basso del consenso. E invece no. Il partito di plastica si è liquefatto
nelle urne delle amministrative, mentre
Berlusconi, scappato in Russia per
non dover mettere la faccia sulla fine del
suo impero politico,
applaudiva in prima fila il
proseguimento anacronistico di quello
dell’amico “zar” Putin a Mosca (ormai
unico rappresentante in grande stile di quel
leaderismo carismatico che in Europa si vede
sconfitto), dopo aver tentato, a Parigi, di
vendere il Milan sconfitto al principe Al
Waleed ed essersi raccomandato con Tarak Ben
Ammar di rendere la vita difficile a De
Benedetti in caso di assalto reale di quest’ultimo
a La7.
L’umiliazione più grande è stata la
constatazione che a ridurre in atomi i numeri
del consenso pidiellino in regioni e comuni
che solo un anno fa sembravano fortilizi
inespugnabili, sarebbe stato Grillo
che ha convogliato su di sé il voto della
destra schifata dal ventennio a colori.
Peggio, insomma, non poteva andare. Scappando
in Russia, Berlusconi ha lasciato il
cerino in mano ad Alfano, mollandolo
da solo davanti alle telecamere a dire che sì,
si è trattato “di una sconfitta , ma non di
una catastrofe”, che “combatteremo per i
ballottaggi”: il PDL è al ballottaggio
solo nei comuni di Trani, Como, Piacenza,
Monza, Catanzaro, Agrigento Asti ed
Alessandria, NON HA ELETTO NESSUN SINDACO
AL PRIMO TURNO ed E' TOTALMENTE
SCOMPARSO A GENOVA, PALERMO, VERONA, PARMA,
CUNEO, L'AQUILA, TARANTO, LECCE, BRINDISI,
GORIZIA; nei fortilizi destrorsi come La
Spezia, Lucca, Belluno addirittura è incalzato
dal MOVIMENTO 5 STELLE DI BEPPE GRILLO
che
ha espresso un sindaco nel vicentino ED E' AL
BALLOTTAGGIO A PARMA ex altra roccaforte del
berlusconismo impastato col tanzismo alla
crack Parmalat. IL
MOVIMENTO 5 STELLE DI BEPPE GRILLO va al
ballottaggio a Parma ed è TERZO PARTITO NEI
COMUNI DI GENOVA (14%), VERONA(10%),
ALESSANDRIA(12%), ASTI(8,21%), BELLUNO(10%),
GORIZIA(10%), LASPEZIA (10%), LUCCA(8%),MONZA,
PIACENZA E PISTOIA (10%),una
crescita clamorosa per una forza semi
sconosciuta fino ad un anno fa. Gli ex
alleati della Lega del si e del no (nel senso
che sono alleati a seconda di come butta il
vento) riescono ad eleggere due sindaci al
primo turno a Verona e Gorizia ma
letteralmente scompaiono dalla scena a
Genova,Parma, Cuneo, Alessandria, Asti,
Belluno(!!), Como (!!!), Lucca, La Spezia,
Piacenza(!!!!), Pistoia, come sindaci di Monza
non raggiungono nemmeno il ballottaggio !!!!!.Il Pastone di
Sinistra, ALLEATO OCCULTO DEL PEDERASTA, evita
la slavina in quanto impastato ad una miriade
di rivoli localistici che tuttavia gli portano
in dote solo tre comuni: Brindisi, La Spezia e
Pistoia. A Palermo il suo candidato ufficiale
si scontra con quello dei Post Comunisti-IDV
come a Napoli un anno fa, a Genova va al
ballottaggio con una lista Civica, a Parma se
la deve vedere con gli agguerriti 5 Stelle, di
nuovo al ballottaggio ad Asti, Alessandria,
Taranto, L'Aquila, Cuneo, Belluno, Catanzaro,
Monza, Frosinone, Lucca, Piacenza,Trani e
persino nella super roccaforte SESTO SAN
GIOVANNI !!!
Dalla Russia post
sovietica, l'uomo di Plastica cerca di
deformare come al suo solito la realtà mentre
prepara nuove corruzioni, nuovo miasma
asfissiante fatto di formalina aldeide
televisiva mentre nel frattempo i topi
iniziano ad abbandonare la Super Portaerei
Mediaset costretta ad elargire comunicati
stampa ANCHE PER TRASCINARE I TIFOSI AL DERBY
- STRAPERSO- PER L'ULTIMO ASSALTO ALLO
SCUDETTO MEDIATICO DA SFRUTTARE - SE ANDAVA
BENE - PER FARE LA TIRATA ALMENO NEI
BALLOTTAGGI RIMASTI.
Gli elettori
greci hanno punito i partiti che hanno
sostenuto il piano di tagli e riforme
imposto da Unione europea, Bce e Fmi. La
destra di Nea Dimokratia di Antonis Samaras
ha il 19,1% dei consensi contro il 33,5%
ottenuto nelle precedenti elezioni. Va anche
peggio al Pasok di Evangelos Venizelos che
ottiene il 13,3% contro il 43,9% del 2009 e
si vede scavalcato al secondo posto dalla
sinistra radicale (Syriza) che conquista il
16,6%.
Con questi risultati le due forze politiche
che per decenni hanno dominato la scena
politica greca sfiorerebbero la maggioranza
in Parlamento: i conservatori occuperebbero
infatti 108 seggi e i socialisti 41, ovvero
solo 150 su 300, non abbastanza per formare
una coalizione stabile. I leader di entrambi
i partiti maggiori hanno già parlato di
alleanza di governo, ma con questi numeri
sarà difficile governarnare. A Syriza
andrebbero 51 parlamentari.
La protesta contro le misure di austerity
varate dall'esecutivo tecnico con l'appoggio
di Nea Dimokratia (Nd) e Pasok premia
anche l'estrema destra neonazista di Alba
dorata che supera la soglia di sbarramento
del 3% e entra in Parlamento con il 6,9% dei
consensi. I comunisti del KKE migliorano
leggermente rispetto al 2009. Entrano
nell'assemblea legislativa anche i Greci
indipendenti (destra) e Sinistra
democratica. Al di sotto della soglia del
tre per cento necessaria per ottenere una
rappresentanza parlamentare Verdi, Laos
(estrema destra) e Alleanza Democratica
(centrodestra).
DAL SETTEMBRE 2011 TRAMONTA LIBIALIA: IL
GIGANTESCO HAREM SHOW TARGATO BERLUSCONI-GHEDDAFI(con a
latere BEN ALI' in Tunisia), CON
ANNESSA PAGLIACCIATA MAMELUCCA IN QUEL DI ROMA PER DUE
ESTATI CONSECUTIVE (2009 E 2010 DEL COSTO COMPLESSIVO
DI 5 MILIARDI DI DOLLARI IN CAMBIO DELLA
PARTECIPAZIONE STRATEGICA DEI FONDI SOVRANI LIBICI IN
AZIENDE E BANCHE CHIAVE COME UNICREDIT, ENEL(Partecipata
dalla Cassa Deposito e Titoli), TELECOM,
MEDIOBANCA, FIAT, FINMECCANICA (Partecipata della
Cassa Depositi e Titoli),JUVENTUS FOOTBALL CLUB, E PER REALIZZARE NEL DESERTO CAMPI DI
CONCENTRAMENTO PER RINCHIUDERE TUTTA LA MASSA DI
PROFUGHI PROVENIENTE DALL'AFRICA NERA E SUB
SAHARIANA....)), E' STATO SPAZZATO VIA DALLA NATO
CONDOTTA DAL TRIO OBAMA-SARKOZY-CAMERON, QUEST'ULTIMI
GIA' A TRIPOLI E BENGASI,una volta fuggito Gheddafi,A FAR VALERE " IL COSTO " DI
TUTTA L'OPERAZIONE RELEGANDO GLI ITALIOTI IN FONDO ALLA
MANGIATOIA, CON GHEDDAFI ANCORA ITINERANTE PER LA LIBIA
COL SUO CODAZZO DI MAMELUCCHI AGGRAPPATI AI SUOI SOLDI.
RIMANE L'APPENDICE ITALIOTA CON I SUOI 2000 MILIARDI
DI EURO DI BUCO NERO CHE PIANO PIANO STA
INGHIOTTENDO TUTTA L'EUROPA PRIMA ANCORA DELLA
PUTREFAZIONE GRECA. A GUIDARE LO SPROFONDO RIMANE
MISTER BUNGA BUNGA: LA MUMMIA PRESIDENZIALE DEL
QUIRINALE VUOLE IMBALSAMARSI CON LUI ALLE SORTI DI
QUESTA FOGNA ITALICA MALEODORANTE E QUINDI LO AIUTA
IL 14 DICEMBRE 2010 DANDOGLI IL TEMPO PER
COMPRARSI TUTTI GLI SCHIAVI NECESSARI PER EVITARE LA
SFIDUCIA, SCHIAVI CHE RISPONDERANNO PRESENTE IL 22
SETTEMBRE 2011 PER SALVARE L'EX BRACCIO DESTRO DI
TREMONTI - IL MINISTRO DELLE PIRAMIDI CHE CONTINUA A
SPERGIURARE SOPRA LA FANTOMATICA TENUTA DEI CONTI
PUBBLICI ITALIOTI - , TAL MILANESE, CHE DOVREBBE ESSERE
ARRESTATO PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA
ALLA COSTITUZIONE DI UN ORGANO PARALLELO ANTI-STATALE;
SE MANCA LA MUMMIA E' L' "OPPOSIZIONE" COMPLICE A
CORRERE IN SUO AIUTO FACENDO MANCARE SUOI
PARLAMENTARI "AD HOC", LA DOVE VENGONO MENO GLI SCHIAVI,
COME NEL CASO DELLO SCUDO FISCALE DEL NOVEMBRE
2009, OPPURE NEL CASO DEL DECRETO MILLEPROROGHE
DEL GENNAIO 2011, OPPURE ANCORA NEL CASO
DELL'ACCORPAMENTO DI REFERENDUM ED ELEZIONI
AMMINISTRATIVE DEL MARZO 2011. SE ANCHE
L'OPPOSIZIONE LATITA, PER IMPOSSIBILITA' FISICA AD
ESSERE ANCORA PIU' GENUFLESSA, ALLORA E' IL TURNO
DELLA LEGA "ROMANA" DI BOSSI,CHE STABILISCE DI VOLTA IN
VOLTA CHI SALVARE, COME NEL CASO DELLO SCHIAVO PAPA
LASCIATO AL SUO DESTINO E QUINDI ARRESTATO SEMPRE
NELL'AMBITO DELLA COSTITUZIONE DI UN ORGANO PARALLELO
ANTI STATALE (P4), IN CAMBIO DI DANARI E PREBENDE COME
NEL PIU' CRISTALLINO E CLASSICO MODUS OPERANDI
LIMACCIOSO STILE BASSO IMPERO ROMANO ( SOLDI PER LE SEDI
DISTACCATE MINISTERIALI A MONZA, SOLDI PER LE PENSIONI
AL NORD, INSERIMENTO DI PERSONAGGI SINISTRATI COME "IL
TROTA" NELLA MACCHINA MANGIASOLDI AMMINISTRATIVA
ITALIOTA, FAMILISMO DEL PIU' BASSO LIVELLO IN TUTTE
LE AMMINISTRAZIONI LOCALI LEGHISTE CON DEVASTANTI MIX
CON LA MALAVITA ORGANIZZATA COME NEI COMUNI DI DESIO,
GIUNTA DIMESSASI PER LE PESANTI INTROMISSIONI DELLA
'NDRANGHETA CALABRESE, E DI LECCO). NEL FRATTEMPO IL
DIFFERENZIALE DEGLI INTERESSI CON I TITOLI SOLVENTI
TEDESCHI PASSA DA 254 DEL 1 LUGLIO 2011 A 412 IL 21
SETTEMBRE 2011 E TUTTO CIO' NONOSTANTE DUE MANOVRE
FINANZIARIE QUANTIFICATE SULLA CARTA IN 100 MILIARDI
DI EURO, CHE EFFETTIVAMENTE NON HANNO ILLUSO I
MERCATI SOPRA LA REALE FATTEZZA DELLA CLASSE DIRIGENTE
ITALIOTA: FUMOSE DELEGHE FISCALI DA 20 MILIARDI A BOTTA,
IMPROBABILI RECUPERI DELL'AMMORBANTE EVASIONE FISCALE
DAI NUMERI SCONOSCIUTI, RIMANDO A LEGGI COSTITUZIONALI
DALL'ITER BIBLICO PER TAGLIARE RADICALMENTE I COSTI
ABNORMI DELLA POLITCA D'HAREM SHOW ITALIOTA A FRONTE
DI PODEROSI TAGLI LINEARI SOPRA TUTTO IL CORPUS SOCIALE
CHE CONTRADDISTINGUE UNA NAZIONE "OCCIDENTALE":
TRASPORTI, INFRASTRUTTURE, SCUOLA, SANITA', PENSIONI
NON VERRANNO PIU' FINANZIATE DALLO STATO CHE RINUNCIA
ANCHE ALLA TUTELA DELLA SICUREZZA DELLA VITA DEL
CITTADINO CHE NON AVRA' PIU' NE LAVORO, NE DIRITTI, MA
SOLO IL DOVERE DI ESSERE SCHIAVO ALLA MERCE' DI
CHIUNQUE POSSA PERMETTERSI DI COMPRARSI LA LEGGE:
DELOCALIZZAZIONE VERSO I PAESI IN VIA DI CONTRO
SVILUPPO, CANCELLAZIONE DELLO STATUTO DEI LAVORATORI,
IMPOSSIBILITA' DI RIVOLGERSI ALLA GIUSTIZIA A FRONTE
DI ARBITRATI NOBILIARI COME NEL PIU' GREVE PERIODO
MEDIOEVALE, OBBLIGO COSTANTE A PAGARE DECIME E
BALZELLI DI OGNI TIPO: AUMENTO DELL'IVA, DELL'IRPEF,
PROBABILE REINTRODUZIONE DELL'ICI, CANCELLAZIONE DELLE
PARTITE IVA LEGGERE, BLOCCO DELLE RIVALUTAZIONI
PENSIONISTICHE IN RELAZIONE AL COSTO DELLA
VITA,CONTRIBUTO SOCIALE PER I REDDITI "RICCHI",
CANCELLAZIONE DELLE FESTE PATRONALI, CANCELLAZIONE DELLE
DETRAZIONI FISCALI LA DOVE NON SI RAGGIUNGERANNO GLI
OBIETTIVI DI PAREGGIO DEL BILANCIO, BLOCCO DELLE
TREDICESIME PER I MEDESIMI MOTIVI, SPOSTAMENTO ALL'ETERNITA'
DELL'ENTRATA IN PENSIONE, INTRODUZIONE DEI TICKET
SANITARI, AUMENTO DELLA CONTRIBUZIONE INPS DA PARTE DI
CHI NON ANDRA' MAI IN PENSIONE. UN BOMBARDAMENTO CHE
NON SMUOVE DI UN MILLIMETRO UNA POPOLAZIONE CHE APPLAUDE
AD UN FIGURO CHE COMPARE IMPUTATO E RIMANDATO A
GIUDIZIO IN 5 PROCESSI CONTEMPORANEAMENTE: PER
CONCUSSIONE E PROSTITUZIONE MINORILE, PER CORRUZIONE DI
TESTIMONI ( CASO MILLS-GUARDIA DI FINANZA/ALL IBERIAN
2), PER FRODE FISCALE DUPLICE (MEDIATRADE E MEDIASET),
PER VIOLAZIONE DI SEGRETO D'UFFICIO E SFRUTTAMENTO PER
PROPRI FINI PERSONALI (CASO FASSINO-UNIPOL); CHE
RISULTA ALTRESI' INDAGATO PER CORRUZIONE NEL CASO
TARANTINI/LAVITOLA: IL VORTICOSO GIRO DI COCA-PROSTITUTE
IN CAMBIO DI FAVORI DANAROSI AI PIU' ALTI LIVELLI, CON
VIAGGI DI STATO PAGATI DALLA COLLETTIVITA' A VANTAGGIO
DI SINISTRI FIGURI OGGI LATITANTI - LAVITOLA - O
CARCERATI - TARANTINI E SOCI - . APPLAUDE PERCHE' SA
GIA' CHE BEN 3 PROCESSI (MILLS, MEDIATRADE E MEDIASET)
SI CHIUDERANNO CON LA SOLITA PRESCRIZIONE ( GIA'
INTERVENUTA DOPO CONDANNA IN PRIMO GRADO PER I CASI LODO
MONDADORI ( CORRUZIONE DEL GIUDICE METTA), ALL IBERIAN 1
(TANGENTI A BETTINO CRAXI E QUINDI FINANZIAMENTO
ILLECITO)E SME (CORRUZIONE DEL GIUDICE SQUILLANTE);MENTRE
PER I RESTANTI E' GIA' PRONTA UNA BELLA LEGGINA
COMPRATA CHE VERRA' IMMEDIATAMENTE RATIFICATA DA UN
PARLAMENTO RIDOTTO AD APPENDICE SFINTERALE DI TUTTE LE
VARIE DEFECAZIONI DEL PADRONE D'ITALONIA. IN TUTTI I
CONSESSI INTERNAZIONALI L'ITALONIA VIENE BOLLATA COME UN
BRUTTISSIMO PROBLEMA, UNA PUSTOLA PURULENTA CHE APPESTA,
EPPURE L'URGENZA STA NELLA CINQUANTESIMA FIDUCIA DELLA
MASSA DI SCHIAVI PARLAMENTARI ATTA A RIPULIRE LO STRONZO
DEL LORO PADRONE.
LE NUOVE GUERRE
DI MASSIMO FINI
Da quando è crollato il contraltare sovietico le
democrazie occidentali,
Stati
Uniti in testa, hanno inanellato otto guerre in
venti anni, otto guerre di cui forse solo la
prima aveva una qualche giustificazione, il
primo conflitto del Golfo perché Saddam Hussein
aveva aggredito il Kuwait, le altre sette sono
tutte guerre di aggressione.
La guerra democratica ha questa caratteristica,
che si fa ma non si dichiara, la si fa con
cattiva coscienza chiamandola con altri nomi,
operazioni di
peacekeeping, operazione umanitaria,
difesa dei diritti umani, ma sono guerre. Questo
equivoco porta a tutta una serie di conseguenze,
la prima è che il nemico è sempre un criminale o
un terrorista. E quindi di lui si può fare carne
di porco, non valgono le leggi di guerra, non
valgono per i prigionieri e Guantanamo ne è un
esempio clamoroso. Nella guerra democratica le
democrazie possono colpire ma non possono
subire, sia materialmente che concettualmente. È
legittimo uccidere i soldati del nemico, ma se
il nemico uccide i nostri allora è una
vigliaccata, una porcata, qualcosa di indecente
e di intollerabile. Questa cosa fa sì che porta
una sperequazione che non è solo materiale,
perché effettivamente la guerra democratica si
fa solo con le macchine, con gli aerei, con i
droni, con i robot perché i droni sono aerei che
non hanno equipaggio teleguidati da 10
chilometri di distanza, per cui uno solo può
colpire e l’altro solo subire. Ma anche
concettualmente questo vale nel senso che se tu,
non democratico, colpisci un soldato sei un
criminale e vai giudicato come tale.
Un’altra caratteristica delle guerre
democratiche è che manca l’essenza della guerra
e cioè il combattimento. Gli occidentali non
sono più in grado di affrontare il
combattimento, la vista del corpo a corpo gli fa
orrore, ritengono questo immorale, ritengono
invece morale colpire con un missile da 300
chilometri di distanza e uccidere duemila
persone.
Le democrazie in questa loro aggressività nei
confronti di tutti i mondi altri che hanno altre
concezioni della vita, della morte e altre
tradizioni è una sorta di totalitarismo perché
noi non siamo più in grado di accettare il
diverso, l’altro. La concezione è che siamo una
cultura superiore, che è la moderna declinazione
del razzismo essendo quella classica dopo Hitler
diventata improponibile, e quindi abbiamo il
diritto e il dovere di portare le buone maniere
agli altri popoli. Questo è un totalitarismo
tanto più pericoloso perché inconscio, il
pericolo non è Bush o chi per lui, ma è Emma
Bonino, chi ci crede a queste cose, che noi si
sia possessori di diritti assoluti validi per
tutti. Ed è particolarmente doloroso perché noi
non veniamo solo come si dice dalla cultura
giudaico – cristiana, ma alle nostre spalle c’è
un’altra cultura messa in disparte che è la
cultura greca, la prima a riconoscere il diritto
di esistenza e di dignità dell’altro. Quando
Erodoto parla dei persiani li descrive come
crudeli, barbari, ma non si sognerebbe mai di
applicare i costumi greci ai persiani, i
persiani sono persiani, i greci sono i greci.
Invece noi abbiamo la pretesa di omologare
l’intero esistente alla nostra way of life.
Ripeto, questo quando si è in buona fede, in
malafede queste guerre hanno ragioni economiche.
Abbiamo bisogno di conquistare, essendo i nostri
mercati saturi, sempre nuovi mercati per quanto
poveri. Dopo il crollo dell’Unione
Sovietica le democrazie hanno avuto le mani
libere e hanno fatto tutte le guerre che hanno
voluto con i più vari pretesti, in Serbia c’era
la questione del Kossovo, in Afghanistan c’era
Bin Laden,sono
passati 11 anni e Bin Laden non c’è più da
tempo. In Libia c’era il dittatore, peraltro
corteggiato fino al giorno prima. Hanno potuto
esprimere nel modo più violento la propria
aggressività e i propri interessi che sono
interessi imperiali. Una volta le potenze quando
volevano una cosa mandavano le cannoniere e se
le prendevano. Adesso pretendiamo di fare la
guerra e di farla per il bene di coloro che
bombardiamo, uccidiamo, assassiniamo o
devastiamo, è una specie di Santa Inquisizione
planetaria ed è questo che è intollerabile,
l’ipocrisia di queste guerre. Le guerre si sono
sempre fatte, ma una volta avevano almeno quasi
una loro etica.
La Siria non la attacchiamo perché è protetta in
qualche modo dalla Russia e dalla Cina e questo
dice che i nostri interventi umanitari in realtà
non sono tali, noi interveniamo laddove non ci
sono rischi, dividiamo il mondo in figli e
figliastri. Alcuni devono essere puniti e altri
che ne fanno di peggio invece la passano liscia.
Chi attaccherebbe la Russia per il genocidio
ceceno, 250 mila morti e cioè un quarto della
popolazione? Qui viene dimostrata tutta
l’ipocrisia di questa storia dei diritti umani.
I diritti umani sono solo un grimaldello per
intervenire nei Paesi in cui ci interessa
intervenire.
Potrebbe essere che il prossimo bersaglio, ci
sono tamburi di guerra da tempo, sia l’Iran,
anche qui con giustificazioni che non hanno
alcun senso. L’Iran ha firmato il trattato di
non proliferazione nucleare, accetta le
ispezioni dell’IAEA
che sono le ispezioni O.N.U., l’agenzia che
regola le produzioni atomiche, e non ha mai
superato il 20 per cento di arricchimento
dell’uranio, per fare la bomba ci vuole il 90
per cento. Però è sotto scacco in continuazione.
Israele che ha la bomba atomica invece viene
lasciato assolutamente tranquillo. E’ una
politica di due pesi e due misure che incita
anche paesi musulmani, anche gente che non è
radicale a radicalizzarsi perché è talmente
evidente la politica dei due pesi e delle due
misure, la violenza che noi continuamente
esercitiamo che alla fine uno diventa
terrorista.
Sì se si attaccherà l’Iran sarà la Terza guerra
mondiale, è molto rischioso per le democrazie
attaccare l’Iran perché saltano anche tutte le
alleanze più o meno forzate che hanno con i
paesi cosiddetti moderati, che poi moderati
spessissimo non sono. Salterebbe l’alleanza con
la Giordania, l’Arabia Saudita, l’Egitto e
quindi sarebbe veramente la Terza guerra
mondiale ma una guerra particolare sperequata,
perché dalla nostra parte c’è questo armamento
straordinario e dall’altra ci sono popolazioni
da questo punto di vista molto più deboli, ma
anche molto più numerose. E’ abbastanza
grottesco da fuori Paesi seduti su arsenali
atomici incredibili facciano la voce grossa con
l’Iran perché ipoteticamente può fare l’atomica.
In realtà noi, inseguendo un pericolo
immaginario, cioè l’Afghanistan che non è mai
uscito dai suoi confini, che ha una tradizione
di non aggressività nei confronti dei Paesi
vicini, abbiamo creato un pericolo reale che è
il Pakistan perché questo radicalismo religioso
si è trasferito al Pakistan, solo che il
Pakistan, a differenza dell’Afghanistan che è
armato in modo antidiluviano, ha la bomba
atomica e non solo ma proprio per la sua
posizione di potenza regionale ha una concezione
politica molto meno localizzata di quanto abbia
l’Afghanistan. Quindi inseguendo un pericolo
immaginario, l’Afghanistan, ne abbiamo creato
uno reale, il Pakistan e se gli integralisti
prendessero potere in Pakistan sì allora
sarebbero cazzi acidi per tutti perché questi
hanno l’atomica, gli altri hanno il loro corpo e
qualche granata.
senza petrolio si fermerebbe. I
primi cinque Paesi da cui lo importiamo
sono Arabia Saudita, Azerbaijan, Iran,
Libia e Russia. L'Italia era il partner
principale della Libia