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 INTERNOTIZIE CINE MOBILE di Rosy D.  
       

 

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Favola Leicester, città in festa fino all'alba   video   Ranieri: "Vincere da vecchi è indimenticabile"

 

Il grande murale di Kate Street, a Leicester, dedicato a Ranieri dall'artista Richard Wilson

 

 

 

Favola Leicester, città in festa fino all'alba video 
Ranieri: "Vincere da vecchi è indimenticabile"

 

Trionfo allenatore "Sapevo che un giorno..." / Prime pagine 
Lo scudetto? Per i bookmakers era più facile incontrare Elvis 
Video Giocatori esultano / Ritratto La lunga marcia di Claudio

I Protagonisti / Foto Gioia tifosi / Storie Il segreto dei monaci buddisti 
RepTv Il bomber, il proprietario, il re: ecco la squadra incredibile  2 maggio 2016

 

 

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EURASIA, NUOVA RUSSIA (EST DI KIEV) E RIPRISTINO DELL'UNIONE SOVIETICA ( SENZA PASSARE PER LE REPUBBLICHE SOCIALISTE....):LA RIVINCITA DEI NAZBOLS

Il Nazional-Bolscevismo è l'ideologia che permea i passi di Vladimir Putin all'interno della ricostituzione dell'Unione Sovietica. Il NazionalBolscevismo (o Bolscevismo Nazionale) è una ideologia politica sincretica fra il Bolscevismo ed il Nazionalismo, con forti accentuazioni geopolitiche ed etniche (come il pangermanismo o il panslavismo).
Il movimento, nato negli anni venti in Germania ad opera di comunisti "eretici", a cavallo tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI secolo è stato attivo principalmente in Russia, con il Partito Nazional Bolscevico di Aleksandr Gel'evič Dugin e Eduard Limonov. Peculiare la bandiera del partito, simile a quella della Germania nazista ma con una falce e martello al posto della svastica. Si può dire anche che i NazBols rappresentano L'ESTREMA DESTRA DEL PARTITO COMUNISTA RUSSO.



In Belgio le istanze nazionalbolsceviche sono sostenute dal "Parti Communautaire National-Européen", discendente del Parti Communautaire Européen di Jean-François Thiriart. In Italia dal progetto "Fronte Patriottico" e dalla rivista "Patria - bollettino socialista",la matrice Millenium Millenarista che ha impastato assieme "il Socialismo in un Solo Stato" stalinista con il manifesto della RSI di Salò.
È accompagnato da una visione complessiva, che ne accentua il realismo e quindi concepisce la politica all'interno del "continente" Eurasia comprendente l'intera Europa, la Russia, e parte dell'Asia. Il nazional bolscevismo è programmaticamente nazionalrivoluzionario, tradizionalista, antiamericano, anticapitalista nell'ambito della Terza via; concilia le concezioni rivoluzionarie materialiste e spirituali.
Le figure di riferimento sono prese dai rivoluzionari politici del Novecento, dai teorici comunisti e socialisti, a molti teorici nazional rivoluzionari come Niekisch e Sorel. I riferimenti idealisti trovano ispirazione in Hegel, Julius Evola e altri filosofi, mentre economicamente i nazional-bolscevichi appoggiano una commistione tra le riforme economiche del comunismo e varie teorie sindacaliste di natura socializzatrice e antifiscale, ma sempre mettendo l'accento sulla spiritualità dell'azione.

Da parte dei suoi fautori il nazionalbolscevismo sembra non essere altro che una chiave per rinnovare completamente le logiche politiche che considerano ormai obsolete, superando quelli che chiamano "opposti estremismi" utili, a loro avviso, solo a dividere le tematiche popolari e rivoluzionarie.

Mentre in Russia il NazBols cresciuto e soppresso dall'azione politica sovietica si poneva a destra del Partito Comunista Russo col suo Panslavismo non del tutto abiurato dallo stesso Stalin, nell'area mediterranea (Francia,Italia) il Nazional-Comunismo era la sinistra dell'estrema destra ibridizzandosi ideologicamente di COMUNITARISMO,ossia quella tendenza d'area anglosassone tesa a mitigare gli effetti del liberalismo e che in Italia ha avuto come fautori Tommaso Demaria:1957, anno in cui Tommaso Demaria pubblica la sua opera fondamentale "Sintesi sociale cristiana". Si diffonde ad opera di vari movimenti che fanno capo al MID (Movimento Ideoprassico Dinontorganico) e FAC (Fraterno Aiuto Cristiano); in particolare il MID custodisce e promuove l'alternativa ideoprassica a comunismo e liberalismo. Promosso da un gruppo di industriali capitanati da Giacomo Costa , il comunitarismo dinontorganico di Tommaso Demaria aprì negli anni '50 interessanti prospettive al mondo dell'industria perché si poneva come trampolino per la costruzione di un nuovo tipo di società. I numerosi convegni di Rapallo tenuti agli industriali tra il 1958 e il 1971, l'azione di Giacomo Costa e Adriano Olivetti, furono il segno tangibile e concreto dell'interesse di una certa parte della classe dirigente che ambiva in quegli anni a lanciare in Italia un modello cristiano alternativo sia al capitalismo che al marxismo. Di quello sforzo resta traccia nelle opere di T. Demaria e nei progetti solo in parte realizzati e ancora rintracciabili negli atti dei convegni.Verso la fine degli anni settanta, in risposta all'opzione marxista delle ACLI venne fondato il sindacato comunitarista delle LACLI o Libere Acli di cui Demaria compose lo statuto. L'eredità di questa ambiziosa impresa trova patria e rinnovato vigore ancora oggi presso alcuni ambienti dell'imprenditoria e dell'attivismo cattolico italiano ( www.dinontorganico.it )

In Italia il comunitarismo ha cominciato a diffondersi in alcuni settori della DC, di piccoli partiti locali e della destra extraparlamentare a partire dagli anni settanta ed ha trovato spazio negli ambienti della Nouvelle Droite, senza tuttavia riuscire a dare vita ad iniziative di rilievo politico 
ad esclusione del Movimento Zero, fondato nel 2005 dal giornalista Massimo Fini, tendente a rivalutare il medievalismo e la societa' feudale plasmatasi sulla contingenza delle feroci contrazioni socio economiche successive alla caduta dell'Impero Romano, contro lo sviluppo industriale inglese.

Attualmente, un certo richiamo al comunitarismo è stato adottato anche da settori della sinistra, dal movimento per la decrescita e da altri soggetti che ripensano globalmente la propria identità politica accogliendo anche istanze storicamente proprie dell'altra parte politica e le sviluppano, come spesso affermato, oltre i concetti di destra e sinistra.

Tuttavia, al di là della dichiarata volontà di superare le categorie di destra e sinistra permangono a tutt'oggi profonde divisioni tra le varie anime del comunitarismo.

Il comunitarismo di impostazione marxista è più strutturato a livello teoretico rispetto a quello di destra (si pensi alla rivista Comunitarismo animata dal filosofo Costanzo Preve) e ha dato vita all'organizzazione internazionale denominata Campo Antimperialista. Questa organizzazione è stata duramente attaccata[3] da alcuni militanti di sinistra che non hanno gradito l'adesione ad una manifestazione di sostegno alla resistenza irachena da parte di persone provenienti da ambienti di destra[4].

Ucraina, Europa ko. Ha vinto Putin: si è preso il Donbass. E Obama non può nulla

A poco servono le 5 piccole basi che la Nato installerà sui confini. Con l'inverno le case degli europei dovranno essere riscaldate in buona percentuale con il gas erogato da Gazprom e nessuno, a di qua dell'ex cortina di ferro, vuole rischiare la catastrofe per l’Ucraina: lo "zar" lo sa ed è lui a dettare le regole del gioco. Per lui, alle prese con i danni economici provocati dalle sanzioni, dalla svalutazione del rublo, dalla negatività della Borsa di Mosca, la questione è vitale: non può permettersi di uscire sconfitto

Cara stolida, impotente, divisa Europa, inutile fingere di non capire, di credere nelle tregue sollecitate dai cannoni invasori, di immaginare che creando un “cordone” Nato di sicurezza con cinque (piccole) basi a Est si possa indurre a più miti consigli il Cremlino. E’ solo fumo negli occhi, illusioni politiche, parole che pesano nemmeno il tempo d’essere pronunciate. Sul fronte occidentale, infatti, nulla di nuovo. Tra poco ricomincia il freddo, le case dei tedeschi, degli italiani, di gran parte degli europei dovranno essere riscaldate in buona percentuale con il gas erogato da Gazprom, mica c’è Washington a rifornirci di prezioso combustibile e per di più ai prezzi concorrenziali dei russi, tantomeno con il chimerico gas di scisto…quindi, finiamola di fare la voce grossa, di esercitarci nel teatrino dei muscoli e degli schieramenti contrapposti, così tanto strombazzati dai mass media che alzano toni e ingrossano titoli, nessuno vuole rischiare la catastrofe per l’Ucraina e questo, prima di tutti, lo sa benissimo il cinico ed abile Vladimir Vladimirovic Putin. I suoi “cessate-il-fuoco” sono prese in giro, documentate regolarmente dai satelliti spia Usa. Le sue pretese, al contrario, sono chiare e ben definite, e questo fin dall’inizio degli scontri in Crimea e poi nella regione di Donetsk.

L’equazione è semplice: non solo la Russia minaccia la pace nel Vecchio Continente, ma è Putin a dettare le regole del Grande Gioco, e non vi è Obama che possa alzare la voce con annunci bellicosi di riarmo alle frontiere orientali della Nato per impedirglielo. I fatti sono piuttosto semplici, conseguenti all’atteggiamento putiniano: un giorno il capo del Cremlino assume la parte di colui che auspica la pace e propone la tregua, il giorno dopo indossa i panni del Conquistatore, di colui cioè che ridarà alla Russia il suo impero perduto a causa del Grande Errore – ossia la inopinata dissoluzione dell’Unione Sovietica. La doppiezza di Putin è l’essenza del suo profilo diciamo così “professionale”, di spia allevata dal Kgb (“lo si resta per sempre”, ha lui stesso detto più volte nei raduni coi vecchi ex compagni dei servizi segreti sovietici); del dominus di un regime che si puntella sul concetto di “democratura” (sorta di dittatura pseudodemocratica) e sulla dottrina militare che considera “minacce supplementari” e intollerabili la progressione continua della Nato verso le sue frontiere, il dispiegamento di nuovi armamenti occidentali nei Paesi baltici, soprattutto la situazione in Ucraina: considerazioni, queste, espresse sulla Rossiskaja Gazeta di qualche giorno fa (più esattamente, il 4 settembre).

Anzi, cara Europa bruxelliana e renziana, Putin si può permettere di giocare la sua Telesina a carte scoperte. Nella sua recentissima visita in Mongolia, quando ha presentato il suo piano di pace immediatamente seguite dalle dichiarazioni dei rappresentanti delle repubbliche autoproclamate confermano che la Russia si orienta verso la stabilizzazione di uno Stato non riconosciuto che si chiama “Nuova Russia“, sul territorio dell’Ucraina. Cito l’editoriale di Gazeta.ru del 6 settembre: “Le frontiere georgrafiche di questo territorio qualificato zona di sicurezza nel piano di Putin sono ancora fluide, ma il loro significato geopolitico è evidente sia per la Russia che per l’Ucraina”. Tant’è che la dirigenza della Repubblica popolare del Donetsk (l’autoproclamata RPD) sta per avviare a Mosca dei colloqui per gestire l’erogazione di gas russo nel Donbass, secondo quanto ha dichiarato il ministro della Sicurezza della RPD, tale Leonid Baranov. Il gasdotto in questione passa nella regione di Lugansk per confluire in quella del Donetsk, e pure questo è un segnale ben preciso, e propagandistico: l’indipendenza energetica da Kiev. Come la volontà di entrare nell’area monetaria di Mosca, adottando il rublo.

E’ una partita che Putin non si può permettere di perdere: difendendo “i diritti delle popolazioni russofone” (concetto basilare ufficiale russo amplificato dai media asserviti al regime, ossia quasi tutti), vuole mettere in discussione la governabilità dell’Ucraina, vuole cioè un cambiamento di potere a Kiev, un ritorno cioè all’ovile. La guerra in Ucraina, dunque, è diventata una questione “esistenziale” per il regime russo, una battaglia in cui Putin mette in gioco tutta la sua credibilità. Forte di un consenso schiacciante, sinora, quasi del 90 per cento. Ma è un consenso solido in apparenza: tutto dipende dal successo finale. Per questo sono stati mobilitati i migliori e più efficienti reparti dell’esercito, dell’aviazione della marina. I costi della mobilitazione sono ingenti, si accumulano ai danni economici provocati dalle sanzioni, alla svalutazione del rublo, alla negatività della Borsa di Mosca, alle perplessità degli oligarchi amici del Cremlino. Per questo, nell’ottica putiniana, è necessario il ritorno della riottosa e ribelle Kiev nell’ovile russo. Rea, l’Ucraina, di avere scelto un modello di sviluppo “occidentale” (ed estraneo a quello proposto da Mosca); di avere chiesto l’aiuto della Nato e di volere entrare nell’alveo dell’Unione Europea. Il vero disegno di Putin è rendere ingovernabile l’Ucraina, alimentando il caos e sollecitando la frantumazione territoriale ad Est. Nell’impegnativo e sfacciato sostegno ai ribelli c’è sia la vendetta del Cremlino, sia l’esigenza di dimostrare – più all’interno della Russia che all’esterno – che la sovranità russa è quella imperiale e non quella mutilata dal crollo dell’Urss. Del resto, lo stesso Mikhail Gorbachev, l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, ha ricordato anche sulle pagine del Fatto quotidiano di sabato che aveva proposto a suo tempo le trattative su “unione economica, unica difesa e unica politica estera”, nonché la delicata questione relativa allo status di Sebastopoli – storica base navale della Flotta Russa Meridionale del Mar Nero. Questione risolta brutalmente con le armi da Putin.

Il quale non intende cedere di un millimetro. Ogni passo indietro, per lui, sarebbe ammissione di debolezza. La sua Unione Euroasiatica – velleitaria replica alla Ue – mostra già qualche crepa e parecchie riluttanze (segnatamente da parte del Kazakhistan e persino della Bielorussia). Quanto ai separatisti ucraini, costoro non hanno la benché minima intenzione di organizzare elezioni legislative per entrare alla Rada, il parlamento ucraino. I bombardamenti su Mariupol, che stanno incrinando questa precarissima tregua, hanno chiaramente lo scopo di conquistare uno sbocco sul mare per le regioni del Donetsk e del Lugansk. Per quel che se ne sa, o per quello che lasciano trapelare i media russi, il piano di pace perorato da Putin prevede il ritiro delle truppe di Kiev dai due territori e la soppressione di ogni posto di controllo su quel pezzo di frontiera che unisce le due regioni alla Russia. E questo riporta in primo piano la questione dello status dei territori separatisti. La mossa è astuta: Mosca non intende annetterli come ha fatto con la Crimea, perché questo alimenterebbe l’inevitabile guerra civile (ci sono stati già 2600 morti). Unica concessione eventuale, il riconoscimento formale da parte della Russia nel caso in cui l’Ucraina, spalleggiata dall’Occidente, tentasse la riconquista.

In ogni modo, il rischio è che le due autoproclamatisi repubbliche popolari (RPD e RPL, Repubblica Popolare di Lugansk) diventino delle cosiddette “bombe territoriali”, come è successo nel caso della Transnistria in Moldavia, dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia in Georgia. Zone d’influenza russa, cuscinetti contro la Nato. Riposizionamento di missili, revisioni delle strategie militari, ma quel che conta di più, l’apertura di un ciclo di negoziati con Kiev sotto l’egida di Mosca. E qui, di nuovo, siamo al gioco delle parti. Putin come l’uomo che vuole la pace, ma anche come quello che può scatenare l’inferno. Bisogna dargli atto che, appena il “concerto delle nazioni” occidentali strepita e grida “al lupo, al lupo!”, egli si mostra disponibile al colloquio, per sabotarli appena le cose non vanno come Mosca desidera. Negli ultimi sei mesi, è successo già tre volte. L’obiettivo di Putin è smorzare le rappresaglie. E’, soprattutto, seminare zizzania all’interno del fronte europeo. Ciò gli riesce benissimo. Perché il primo vero punto debole è l’intrinseca debolezza politica e militare dell’Ucraina. Che vanta un esercito di 800 mila uomini. Peccato che solo il dieci per cento di queste forze fossero in grado di battersi al momento dell’inizio delle ostilità, in un territorio vasto tre volte l’Italia e che solo un migliaio di essi fossero stati utilizzati “immediatamente”. Cosa che i servizi d’intelligence russa conoscevano perfettamente.

E’, in fondo, questo lo stesso scenario vigliacco che si sviluppò durante la crisi moldava e poi, sei anni fa, in Georgia. Qualcuno dice che Putin si comporta come un bullo in una scuola per bene. Senza dimenticare che una certa Europa è stata già conquistata – anzi, sarebbe meglio dire: acquistata – dalla Russia: l’Europa degli affari, delle mazzette legate al business dell’energia e delle materie prime, dei politici prezzolati dal Cremlino, e questa è una guerra assai più insidiosa da debellare.

 

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Iraq, viaggio tra le rovine di Ramadi,la capitale del gigantesco ovest irakeno: liberata dall'Is, distrutta dalle bombe(1-5-16)

 

Iraq, viaggio tra le rovine di Ramadi: liberata dall'Is, distrutta dalle bombe
(ap)

 

Da sempre considerato ribelle e difficile da governare, il capoluogo sunnita della provincia di al Anbar è stato dominato dagli uomini di abu Musab al Zarkawi, il capo del ramo iracheno dell'organizzazione fondata da Bin Laden. E' stato lui a gettare le basi del Califfato. C'è voluto un anno per riconquistarla. Ma gli effetti della pioggia di raid aerei e degli ordigni eplosivi disseminati dai miliziani dell'Is prima di fuggire hanno trasformato la città. La reazione del governatore davanti ai giornalisti arrivati per un'intervista: "Andate subito via, restare è un suicidio". Ramadi è situata a 50 chilometri ad ovest di Bagdad, sulla medesima direttrice di Falluja, la città completamente annientata dagli statunitensi tra l'aprile ed il dicembre del 2004. Non solo annientata, ma fosforizzata e riempita di uranio impoverito, facendone una delle aree più contaminate di radiazioni ed agenti tossici dell'intero pianeta.

I marines assediarono e bombardarono Falluja nell’aprile di 6 anni fa, dopo che 4 dipendenti della compagnia di sicurezza Blackwater furono uccisi e i loro corpi bruciati e portati per la città. Dopo 8 mesi di stallo nelle operazioni, i Marines decisero di usare l’artiglieria e i bombardamenti aerei per piegare la resistenza. Utilizzando armi legali, fu detto. Prima che si scoprisse dell’uso del fosforo bianco, in grado di bruciare, a contatto con l’aria, pelle e carne su cui si deposita: un’arma illegale, in campi di guerra densamente popolati come una città. E ora il dubbio è “che siano state usate anche armi contenenti uranio, in qualche forma”, dice il dottor Busby.

I militari britannici, che affiancarono gli americani durante l’assalto, rimsaero esterrefatti notando il volume di fuoco impiegato per l’operazione. Falluja venne considerata una zona sulla quale poter sparare liberamente: “In una sola notte vennero lanciati 40 colpi di artiglieria pesante su un singolo settore della città”, ricorda il brigadiere Nigel Aylwin-Foster. Il comandante che ordinò quell’uso devastante di munizioni non lo considerò rilevante, tanto da non menzionarlo nemmeno nel rapporto al comandante delle truppe Usa.

na città spettrale, trafitta da migliaia di enormi crateri e montagne di terra sollevate dalla forza delle esplosioni. Bombe piovute dall’alto, cariche di tritolo degli ordigni piazzati dai miliziani dell’Is in fuga. Basta scorrere le immagini di questa gallery per capire la devastazione subita dalla capitale della provincia irachena di al Anbar. Da sempre feudo sunnita, Ramadi si è distinta per la sua indole ribelle sin dai tempi di Saddam Hussein. Immersa nel deserto che si apre a ovest del paese, è stata sempre considerata una città difficile da gestire. Confina con la più nota Falluja che nel 2004, tre anni dopo l’invasione dell’Iraq da parte della Coalizione internazionale a guida Usa, venne assediata da 4 mila carri armati e diventata per questo il simbolo della resistenza.

Ci si arriva percorrendo l’autostrada che collega Bagdad al confine con la Giordania. Una lunga arteria usata da frotte di giornalisti, volontari e avventurieri a bordo di convogli che viaggiavano sempre in colonna per motivi di sicurezza. Uno dei punti più rischiosi in questo viaggio che poteva durare fino a 12 ore, era appunto lo svincolo tra Ramadi e Falluja, un centinaio di chilometri dalla capitale irachena. Sfrecciando a oltre 140 chilometri l’ora si cercava di evitare soste inopportune e si tirava dritto verso Bagdad. Ma non era raro vedersi affiancare, a quella velocità, da auto scure con a bordo civili in armi che ti scrutavano e spesso tentavano di farti finire fuori strada o a obbligarti a fermare. Per derubarti o rapirti.
 

 

Iraq: "Ramadi liberata", l'annuncio in tv del portavoce dell'esercito

Per coprire il conflitto e la fasi caotiche dei primi anni dopo la sconfitta dell’esercito di Saddam Hussein era utile andarci e raccontare come la popolazione viveva quei momenti. I sunniti erano stati emarginati. Fedeli al dittatore, in fuga e nascosto verso la sua città natale Tikrit, si erano rifugiati nel loro capoluogo e da qui studiavano gli sviluppi della situazione a Bagdad. La sede del Governatorato sembrava un porto di mare. La gente entrava e usciva da questo palazzo a sei piani che sorgeva nella piazza principale. Gli uffici, le stanze e i corridoi, erano invasi da uomini e donne con in mano fogli, documenti, registri, libroni, schede. Ognuno aveva bisogno di qualcosa.

La tensione si respirava nell’aria. Tutto era incerto: il presente e il futuro. C’era una costante atmosfera di assedio. Una mattina ci entrammo anche noi. Chiedemmo del governatore. Ci indicarono una stanza: la più grande. L’uomo, seduto ad una scrivania, era attorniato da gente che lamentava ingiustizie o sollecitava una pratica. Il governatore si accorse della nostra presenza. Eravamo chiaramente degli estranei. “Chi siete, cosa ci fate qui?”, chiese allarmato. Ci qualificammo. Saltò sulla sedia. Reagì con furia. Era spaventato. “Non potete rimanere, dovete andare subito via. La città pullula di miliziani di al Qaeda”. All’epoca, era il 2003, l’intero Iraq era scosso dagli attentati di abu Musab al Zarqawi, il capo della rete fondata da Bin Laden in Mesopotamia. L’uomo che avrebbe gettato le basi per la nascita, 10 anni dopo, dello Stato Islamico.
 
Gli uomini del Califfato l’hanno occupata per quasi due anni. La conquista di Ramadi è stata forse più importante della stessa Mosul. Tagliava le vie di rifornimento dell’esercito iracheno e stringeva in una morsa la stessa capitale. Per liberarla c’è voluto un anno di scontri e di battaglie devastanti. Con centinaia di raid aerei e decine di assalti via terra.
 
Il risultato sono le immagini che vediamo in queste foto. Ricostruirla richiederà anni e una montagna di quattrini. I soldati dell’Is, prima di ritirarsi, l’hanno disseminata di trappole esplosive. Una tecnica usata in ogni territorio o città che abbandonano: ritarda l’avanzata e consente di infliggere perdite al nemico. A rimetterci, come sempre, è la popolazione. Chi non aveva i mezzi, il tempo e la possibilità di fuggire è dovuto rimanere. Intrappolato tra due fuochi, incapace di reagire. Timoroso di schierarsi, preoccupato delle vendette, inevitabili, dei nuovi padroni. Con una città devastata: buchi al posto di case, macerie invece degli uffici, strade e piazze trasformate in detriti. Con una sola certezza: Ramadi resterà sempre la capitale sunnita dell’Iraq.

dalla ritirata di palmira al ro

 

 

dalla ritirata di palmira al rosso di bilancio: anche l'isis deve fare due conti. in un anno di bombardamenti perso un miliardo di dollari.

Sono finiti i tempi d’oro per i bilanci economici dell’Isis. I raid aerei contro il presunto Stato islamico hanno portato alla distruzione di almeno 800 milioni di dollari in denaro contante, conservati all’interno di obiettivi sensibili centrati dai caccia della coalizione. Tutto ciò è stato confermato dal maggiore generale di divisione Peter Gersten vice comandante Operazioni e Intelligence della Combined Joint Task Force-Operazione Inherent Resolve, secondo cui i velivoli americani hanno colpito a più riprese magazzini in cui erano rinchiusi parte dei fondi del gruppo jihadista. I vantaggi di aderire all’organizzazione terroristica, che includono il supporto monetario per un combattente, per la moglie, l’amante e altri membri della famiglia, sono stati un fattore enorme nel processo di reclutamento di Isis. Ma i tagli agli stipendi fino al 50 per cento scoraggiano i potenziali membri. Si è passati da1500/2000 nuovi arruolati al mese nell’Isis a circa 200. Secondo poi uno studio di IHS Jane’s emerge che nel marzo 2016 le entrate mensili dello Stato islamico sono scese a 56 milioni di dollari. A metà 2015, l’insieme dei ricavi su base mensile era in media di 80 milioni di dollari.

Il rapporto aggiunge inoltre che laproduzione di petrolionelle zone sotto il controllo jihadista è anch’essa diminuita, passando da 33mila a 22mila barili al giorno. Almeno la metà dei soldi che confluiscono nelle casse di Daeshprovengono dalle tasse e dalla confisca di imprese e beni. Per sopperire alle perdite i leader del movimento jihadista hanno aumentato le imposte nei servizi di base: fra questi vi sono le tasse agli autisti di camion, imposte per chi vuole installare o riparare antenne paraboliche e “dazi sull’uscita” per chi vuole lasciare una città o un villaggio nelle mani dell’Isis. Non va meglio sul lato mediatico e propagandistico.

Secondo uno studio dell’organismo egiziano Dar Al-Ifta anche le fotografie e i video postati in rete dalle case di produzione ufficiale dell’organizzazione terroristica sono quasi dimezzati. Un calo dovuto alla uccisione di un gran numero di quadri informatici del Califfatosia in Iraq che in Siria. Secondo i dati elaborati dalla “Casa della Fatwa” egiziana il numero delle immagini postate in rete dall’Isis all’apice della sua attività mediatica tra giugno e settembre 2015, è stato di 3.217 dalla Siria e 3.762 dall’Iraq, per un totale di quasi 8mila. Una cifra quasi dimezzata scesa ad un totale complessivo di5.200 negli ultimi 3 mesi del 2015.  Nonostante la crisi evidente che attanaglia il presunto Stato Islamico bisogna però sottolineare che l’Isis è ancora in grado di accedere ai cambiavalute in Iraq,Turchia e Libano che operano al di fuori del sistema finanziario formale. Finché continua non ci sarà un collasso economico fatale dall’interno ma peggiorerà sicuramente il tenore di vita.

L’Isis si è comunque dimostrato adattabile e finora resistente ma se vorrà continuare ad avere mire espansionistiche sicuramente dovrà fare i conti con i suoi bilanci. La strategia migliore dellacoalizione anti-Isis resta quella di “togliere l’acqua al pesce” come direbbe Mao, l’unica in grado di essere attuata visto che è difficile mettere d’accordo le varie potenze su una strategia militare comune. Ognuno in Medio Oriente sta combattendo la sua guerra e la politica estera e di difesa specialmente degli europei con in primis laFrancia è strettamente ambigua e connessa con gli interessi economici di Paesi arabi che finanziano l’Isis.

 

 

 

 

 

isis: il fronte medio orientale e del maghreb tra il 2014 ed il 2015

 

 

Iraq, esecuzioni di massa a Tikrit   Le immagini scattate dal satellite

         Iraq, esecuzioni di massa a Tikrit
Le immagini scattate dal satellite

           La denuncia di Human Rights Watch
       Curdi: "Kirkuk ormai fa parte del Kurdistan"
Foto Migliaia in fuga dalle zone occupate

 

L’avanzata dell’Is tra Siria e Iraq
Così il Califfato ha cancellato il confine nel giro di un anno (giugno 2014-giugno 2015)


 


 

 


Centinaia di ragazze yazide tenute prigioniere. Intanto si allunga l'elenco delle denunce contro i miliziani sunniti dello Stato islamico (Is, ex Isis). L'ultima, fatta dalla parlamentare yazida Vian Dakhil, riguarda oltre 600 ragazze della minoranza religiosa degli yazidi che sono tenute in ostaggio nel carcere di Badush, a Ninive. Le ragazze sono state rapite insieme ad altri componenti della minoranza yazida a Sinjar, località vicina a Mosul.

Continua intanto il dramma di decine di migliaia di profughi yazidi, fuggiti nei giorni scorsi da Sinjar, conquistata dagli islamisti. Secondo Dakhil, "50 bambini al giorno" muoiono sulle montagne intorno a Sinjar, dove migliaia di sfollati sono bloccati senza viveri ed acqua. Per alleviare le loro sofferenze aerei statunitensi hanno lanciato pacchi di aiuti umanitari. Altre migliaia, invece, affrontano in condizioni difficilissime il viaggio verso la frontiera siriana, distante decine di chilometri, per mettersi in salvo. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto al mondo "di fare di più" di fronte al dramma degli yazidi.

 

 


Ma proprio la Dakhil, protagonista qualche giorno fa di un drammatico appello nel Parlamento di Bagdad, è rimasta ferita oggi dopo che l'elicottero su cui viaggiava si è schiantato mentre stava fornendo aiuti umanitari agli sfollati sul monte Sinjar. Al momento non si hanno altre notizie sulle sue condizioni di salute. Nell'incidente sarebbe stato coinvolto anche un giornalista del New York Times e il fotografo freelance che viaggiava con lei, i quali però avrebbero solo ferite lievi.
 

 

 

 

 

IL DISASTRO DEI SERVIZI SEGRETI USA:ISIS COMPLETAMENTE IGNORATA!!

Usa, così l’intelligence ha sottovalutato Isis Obama: “Più veloce dei nostri servizi”

Gli Stati Uniti, le sue spie, i suoi militari, i suoi politici, non sarebbero stati capaci di valutare la minaccia effettiva. L’accusa è stata rilanciata dal conservatore The Wall Street Journal, ma anche altri media di solito più benevoli nei confronti dell’amministrazione democratica cominciano a esprimere i primi dubbi. E c'è chi ricorda che nel covo di Bin Laden fu trovato un documento in cui si definivano "troppo radicali" le azioni dei miliziani

Un gigantesco fallimento dei servizi di intelligence americani. È questo il dubbio, secondo alcuni la certezza, che si diffonde in queste ore nelle stanze del potere a Washington. Gli Stati Uniti, le sue spie, i suoi militari, i suoi politici, non sarebbero stati capaci di valutare la minaccia effettiva portata dall’Isis, lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. L’accusa è stata rilanciata, nelle scorse ore, dal conservatore The Wall Street Journal, ma anche altri media di solito più benevoli nei confronti dell’amministrazione democratica cominciano a esprimere i primi dubbi e distinguo. 

Obama: “Avanzata Isis più veloce di quanto i nostri servizi prevedevano”"
“Abbiamo sottostimato forza, coesione e leadership dell’Isis”, ha detto il generale Michael Flynn prima di abbandonare la guida della Defense Intelligence Agency (DIA). “L’avanzata dell’Isis è stata più veloce di quanto i nostri servizi e i politici Usa prevedevano”; ha ammesso Barack Obama qualche ora dopo. La ‘svista’ – centinaia di militanti che si impadroniscono di alcune delle più importanti città irachene, e molte aree in terra siriana, sino a essere pronti a formare un califfato islamico – appare tanto più clamorosa se si considera che almeno dal 2001 il terrorismo islamico è al centro delle preoccupazioni della politica Usa, e che in Iraq gli Stati Uniti ci sono rimasti per otto lunghi anni. Qui è stata costruita la più grande ambasciata Usa al mondo, con oltre duemila funzionari; qui, a Baghdad e dintorni, ci sono almeno 25 mila contractors americani che lavorano in tutti i settori, da quello militare al sanitario all’estrazione del petrolio. Oltre confine, in Siria, è in corso da tre anni una guerra civile che tiene impegnati i servizi e i politici di mezzo mondo. 

Prima della presa di Mosul i servizi dubitavano che l’Isis ne avrebbe avuto la forza
Tutti questi fattori avrebbero dovuto/potuto spingere all’adozione delle necessarie contromisure da parte della prima potenza al mondo. Invece nulla. Nei giorni immediatamente precedenti la presa da parte dell’Isis di Mosul, la seconda città irachena, i funzionari dell’intelligence americana si trovavano ancora a discutere se il gruppo islamista ne avrebbe avuto la forza. Dopo la caduta della città, l’ammiraglio John Kirby, portavoce del Pentagono, spiegava che “a questo punto fissiamo la nostra attenzione su Mosul, ma ciò non cambia i nostri calcoli”. Ancora nei giorni successivi alla presa di Mosul, il 10 giugno, con le truppe islamiste che procedevano verso Sud mostrando una straordinaria efficacia e una capacità di penetrazione praticamente infallibile, le autorità d’intelligence americana discutevano se l’Isis “sarebbe stato capace di mantenere la presa di Mosul”, (lo ha dichiarato al Wall Street Journal un funzionario, rimasto anonimo, della Defence Intelligence Agency). 

In documento di Al Qaeda le azioni di Isis definite “troppo radicali”
Eppure le autorità americane avrebbero avuto nel passato diverse occasioni per tracciare la “minaccia Isis”. Un documento di 21 pagine trovato nel rifugio pakistano dove Osama bin Laden fu ucciso, redatto con ogni probabilità da un suo collaboratore e di cui ha parlato nelle scorse ore l’inglese Daily Mail, dettaglia sulle atrocità dell’Isis – uso di armi chimiche, bombardamento delle moschee, massacri di cristiani – e conclude che le sue azioni erano “troppo radicali” e tali da gettare discredito sulla stessa al Qaeda all’interno del mondo musulmano. Alle autorità Usa era poi già chiaro, a fine 2013, che l’Isis stava cercando di montare una campagna per la conquista di vaste aree in Iraq. La cosa era chiara perché Cia e Dia erano al corrente di incontri tra militanti dell’Isis e i vertici dell’Armata di Naqshbandia, guidata da un ex-collaboratore di Saddam Hussein, Izzat Ibrahim al-Douri, in questo momento presumibilmente in Siria. Proprio la connessione siriana illumina in modo ancor più netto il fallimento dell’intelligence Usa. Mentre l’Isid stringeva alleanze in Siria, e rafforzava il suo controllo di vaste aree del territorio siriano attorno a Deir al Zour, i funzionari dell’intelligence Usa andavano al Congresso e spiegavano a deputati e senatori che la minaccia principale nel paese di Assad veniva dalla riorganizzazione di al Qaeda. 

Dalla Libia all’Afghanistan gli svarioni dell’intelligence Usa
“La raccolta dei dati è un compito difficile”, si è giustificato Jeff Anchukaitis, portavoce del direttore della National Intelligence. “Gli analisti devono fare le loro previsioni sulla base delle percezioni di comando, controllo, capacità di leadership, esperienza e disciplina di combattimento”. Per molti, proprio questa capacità di previsione è qui tragicamente fallita, e aggiunto il “fallimento Isis” ad altri clamorosi svarioni dell”intelligence Usa: in Egitto, Mali, Libia, Kenya, Ucraina, Afghanistan. Tra le possibili cause di questi risultati così scadenti c’è probabilmente il fatto che le agenzie di intelligence Usa, a partire dallo scoppio della cosiddetta “Global War on Terrorism”, sono state coperte di finanziamenti e lasciate praticamente libere di agire, al di fuori di ogni controllo (il caso della Nsa e dei poteri di intercettazione denunciati da Edward Snowden ne è solo un esempio). Un’altra causa, più politica e profonda, l’ha proposta Michael Brenner, analista del Center for Transatlantic Relations. L’eccezionalismo americano, la fede nell’indispensabile capacità di leadership americana, condivisa da George W. Bush e Barack Obama, hanno coperto “l’inesperienza, l’incapacità di valutare gli aspetti interni dei Paesi esteri, l’incompetenza di molti che hanno usato la minaccia terroristica soltanto come strumento di ambizioni personali”.

 

 

 

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IN 100.000 IN FUGA NELL'ESTREMO NORD ED IN TURCHIA

 

, USA E FRANCIA VOGLIONO RIATTIVARE I BOMBARDAMENTI

 

 PER BLOCCARE L'AVANZATA DELL'ISIS

 


Lo Yazidismo (dal persiano yazd, "angelo") è la religione praticata dagli Yazidi o Yezidi, 500.000 persone che vivono soprattutto nei dintorni della città di Mossul, in Iraq. Vi sono poi piccole comunità sparse per Siria, Turchia, Iran, Georgia e Armenia, a cui si aggiungono alcuni rifugiati in Europa.

Lo Yazidismo è presente nel Vicino Oriente da più di 4.000 anni. In esso sono confluiti, nel tempo, elementi di giudaismo cabalistico, Cristianesimo mazdeo (vedi Zoroastrismo) e misticismo islamico. Alcuni studiosi definiscono lo Yazidismo "il museo dei culti orientali".

L'origine della religione degli yazidi è ormai generalmente considerata dagli studiosi come un complesso processo di sincretismo, in cui il sistema di credenze e le pratiche di una fede locale hanno avuto una profonda influenza sulla religiosità degli aderenti all'ordine dei sufi Adawiyya, dopo la morte dello Sheik Adi ibn Mustafa, ci fu una deviazione delle iniziali norme islamiche dello yazidismo. Lo sheik si stabilì nella valle del Lalis (circa 36 miglia a nord-est di Mossul), nei primi anni del XII secolo, era una figura di indubbia ortodossia, godeva di molta influenza. Morì nel 1162, e la sua tomba a Lalis è oggetto di pellegrinaggio.

Secondo il calendario Yezidi, l'aprile 2012 ha segnato l'inizio dell'anno 6762 (quindi l'anno 1 sarebbe stato il 4.750 aC secondo il calendario gregoriano).

Nel corso del XIV secolo, importanti tribù Yezidi la cui sfera di influenza si estendeva anche in Turchia furono citati nelle fonti storiche come Yazidi.

La loro resistenza ai dominatori arabi calati su Mossul fu storica. Gli yazidi superarono indenni il dominio della dinastia Safavide e degli Ottomani, che si contesero nei secoli il controllo di Mossul, città yazidi bagnata dal fiume Tigri e situata ai piedi delle montagne del Kurdistan e all'inizio del deserto arabico del Rub‘ al-Khālī. Era un punto di passaggio obbligato per tutte le carovane che dall'Asia centrale si dirigono verso la Siria (e il mare Mediterraneo) e verso l'Anatolia.

I mongoli di Gengis Khan, che pure avevano preso Baghdad dopo un assedio di una sola settimana, a Mossul dovettero mantenere l'assedio per un anno intero.

In un proverbio arabo è raccolto tutto l'odio contro i curdi yazidi: «Tre calamità vi sono al mondo: le locuste, i topi e i curdi». Se i wahhabiti hanno dato la caccia agli yazidi in quanto "apostati", i tradizionalisti sunniti li chiamano "adoratori del diavolo".

Gli yazidi rischiarono l'estinzione nel 1892, quando le truppe ottomane penetrarono nella valle di Lalish e passarono a fil di spada migliaia di abitanti, distruggendo il mausoleo dello shaykh ("maestro") Adi ibn Mustafa, morto nel 1162.

Durante il regime di Saddam Hussein, gli yazidi vennero classificati come "arabi", in modo tale da falsare gli equilibri etnici nella regione. Il regime comunque li emarginò e li trattò da cittadini di serie B. Dalla caduta di Saddam nel 2003, i curdi richiedono che gli yazidi siano riconosciuti come facenti parte del popolo curdo a tutti gli effetti.

Gli yazidi venerano Melek Ṭāʾūs, un angelo dalle sembianze di un pavone. Il culto di Melek Ta'us sembra contenere elementi propri di mitraismo, mazdeismo, manicheismo, islam e giudaismo. Con tutta probabilità, esso deriverebbe dall'antico culto pre-islamico proprio del popolo curdo. Intorno alla metà del XII secolo, il maestro Adi ibn Mustafa riformò la religione (ciò fa pensare dunque che il culto originario fosse in qualche misura diverso dall'attuale). I vari clan possono inoltre presentare alcune differenze nell'interpretazione dei testi sacri.

Gli yazidi chiamano loro stessi Dasin. Secondo un'errata etimologia popolare, il termine "yazidi" deriverebbe dal nome del califfo omayyade Yazid I (680-683); più probabilmente, esso proviene dal medio-persiano (lingua pahlavi) yazd, cioè "angelo", forse in riferimento a Melek Ta'us.

Gli yazidi credono in un dio primordiale, la cui azione è terminata con la creazione dell'universo. Melek Ta'us, invece, è un'entità divina attiva, in origine un angelo dalle sembianze di un pavone (Melek vuol dire appunto "angelo" e Ṭāʾūs significa "pavone") che, dopo essere decaduto, si pentì e decise di ricreare il mondo che era stato distrutto. Riempì perciò alcune giare con le sue lacrime e se ne servì per estinguere il fuoco dell'Inferno. Alcuni clan venerano come un santo il maestro ʿAdi, considerato una sorta di discepolo di Melek Ta'us. Altre sei divinità minori sono talvolta onorate.

Le sacre scritture dello Yazidismo sono il Libro della Rivelazione e il Libro Nero.

Gli yazidi sono piuttosto diffidenti verso le persone di altre religioni: per esempio, la preghiera (da effettuare due volte al giorno sempre in direzione del sole) non può essere recitata in presenza di persone estranee al culto di Melek Ṭāʾūs. Il mercoledì è il giorno sacro, sebbene sia il sabato ad essere considerato il giorno di riposo. A dicembre vi è poi una lunga festività di tre giorni. Vi sono altri giorni sacri definiti dal Libro Nero, ad esempio il giorno 20 di luglio è definito di riposo perché sacro. Il significato di molte di queste ricorrenze non è però comunemente divulgato e tutto ciò ammanta di misterioso questo complesso culto.

Il rituale principale è il pellegrinaggio annuale, della durata di sei giorni, verso la tomba del maestro ʿAdi a Lalish (a nord di Mossul). Durante la celebrazione i fedeli si immergono nelle acque di un fiume, lavano le statue raffiguranti Melek Ta'us e accendono centinaia di lampade sulle tombe di ʿAdi e degli altri santi. Nel corso della cerimonia viene anche sacrificato un bue, ragione per cui lo Yazidismo è talvolta associato al mitraismo.

La società yazidi presenta una struttura gerarchica che vede ai vertici un capo secolare, detto Amīr, e un capo religioso, detto Shaykh.

Usi e costumi

Gli yazidi sono per lo più monogami, anche se, in alcuni rari casi, ai capi è concesso avere più di una moglie. I bambini vengono battezzati alla nascita; la circoncisione è una pratica diffusa ma non obbligatoria. Subito dopo la morte i defunti sono deposti con le mani giunte in tombe di forma conica.

Gli yazidi, ritenendosi gli unici veri discendenti di Adamo, non accettano né i matrimoni interreligiosi (neppure con i curdi di religione musulmana), né le conversioni. La pena più grave per un fedele è l'espulsione dalla comunità, poiché l'espulso va incontro alla perdita dell'anima, anche se non mancano casi di violenza fisica. Come nel caso di Du'a Khalil Aswad, una ragazza di 17 anni curda di fede Yazidi uccisa a calci e pietre nel 2007, per essere stata vista con un ragazzo di etnia diversa.

Quale figura di demiurgo, Melek Ta'us è spesso ritenuto dai musulmani uno shaytan, cioè un "diavolo" che devia i veri credenti. Nell'Islam, infatti, si ritiene che Iblis o Shaytan corrompa l'uomo, portandolo ad affiancare altre divinità ad Allah, che secondo la religione islamica è l'unico vero dio. Proprio a causa di tale interpretazione, gli yazidi sono stati spesso perseguitati con l'accusa di adorare il diavolo.

 

 

 

L'IRAQ NON ESISTE PIU' !!! (04-07-2014)

Iraq, Generale Usa: "L'esercito può difendere solo Bagdad". Curdi spingono verso l'indipendenza.
L'ISIS DIVENTA IS:Califfato, si combatte in Siria e in Iraq una sfera di influenza che comprende tutta l'Africa Centro-Nord,tutto il Medio Oriente fino all'Indo,tutta l'Asia Centrale,tutto il Caucaso fino a Volgograd,tutta la penisola balcanica fino a Vienna,tutta la penisola iberica....

 

 

Iraq, esercito si ritira: fallita la riconquista di Tikrit. Stato Islamico 'espropria' case cristiani

 

 

Dopo

le bombe, le marce, i sermoni, arrivano le ruspe. Fra le priorità dell'Isis, l'esercito qaedista che sta prendendo il controllo dell'Iraq, c'è infatti la fretta di abbattere le vestigia e i monumenti considerati infedeli. Così sui canali della propaganda fondamentalista arrivano le immagini di minareti, tombe e templi sciiti e cristiani abbattuti o fatti saltare per aria.

Ora la minaccia è arrivata anche alle testimonianze più antiche, ai capolavori di due millenni e mezzo fa, quando l'Iraq si chiamava Mesopotamia ed era il cuore della nascente civiltà mediterranea. Concentrati nei dintorni della roccaforte di quello che già definiscono il nuovo Califfato, Mosul, si trovano infatti 1.791 aree archeologiche, oltre a quattro capitali dell'impero considerato nell'Antico Testamento l'esempio stesso del potere spregiudicato e blasfemo: le città monumentali degli Assiri, con le loro sculture ciclopiche e i meravigliosi bassorilievi in pietra da poco studiati. Tutto ora è nelle mani dei ribelli.«Dopo anni di abbandono, monumenti quali Ninive, Nimrud e la stessa Mosul saranno programmaticamente cancellati, rasi al suolo dalla furia iconoclasta di questi gruppi», spiega preoccupato Carlo Lippolis , che ha frequentato spesso quelle zone per scavi diretti dall'Università di Torino: «Al momento nessuno sa nulla di certo. Ma se succederà qualcosa penso che l'Isis lo farà sapere a tutto il mondo». Perché colpire Ninive significa colpire le radici della società occidentale.

Per ora, non sono stati dimostrati danneggiamenti. Ma in un'intervista al intervista al Daily Beast il direttore del museo archeologico nazionale, Qais Hussein Rashid, ha raccontato come gli uomini di al-Baghdadi si siano installati definitivamente, la settimana scorsa, all'interno del museo di Mosul, dicendo agli impiegati locali di «essere in attesa di istruzioni dalla loro guida per distruggere le statue».

L'ordine sembra sia stato chiaro: tutti i falsi idoli vanno spazzati via. Compresi quelli millenari delle sale museali di Mosul, già saccheggiate durante l'invasione statunitense del 2003, da poco ristrutturate e pronte a riaprire con ciò che era rimasto della loro ricca collezione.L'obiettivo dei miliziani dell'Isis potrebbe però non essere solo la distruzione che ruspe ed esplosivi stanno portando avanti contro i simboli della fede sciita. Secondo un'inchiesta del Guardian buona parte della ricchezza accumulata da al-Baghdadi (stimata approssimativamente in due miliardi di dollari) arriva proprio dal commercio di opere trafugate illegalmente in Siria e vendute sul mercato nero. «Hanno guadagnato 36 milioni di dollari solo dall'area di al-Nabuk, a ovest di Damasco. I pezzi hanno fino a ottomila anni», avrebbe spiegato un ufficiale dell'intelligence. E come ha raccontato l'Espresso un anno fa , i tesori strappati dalla Siria erano arrivati illegalmente anche in Italia.

Ad essere minacciati poi non sono solo i monumenti sciiti o le antichità assire. Da giugno i miliziani starebbero infatti bruciando chiese e monasteri cristiani. «Un nostro collaboratore che si trova a Baghdad mi ha confermato che per ora non ci sono notizie sicure che facciano pensare che la distruzione di antichità (musei e siti archeologici) sia già cominciata, mentre è confermato l'accanimento contro moschee sciite e chiese cristiane», continua Lippolis: «Inoltre si registrano danni a tombe di profeti: si parla ad esempio della tomba del profeta Giona, che sorge all'interno dell'area archeologica di Ninive, su di una collina sotto cui si celano le rovine di un palazzo neo-assiro, e che fino ad ora, salvo limitati sondaggi, era stata preclusa allo scavo archeologico estensivo proprio per la sacralità del luogo».

Secondo quanto ha riportato un impiegato del dipartimento dei manoscritti della biblioteca centrale di Mosul, molti volumi rari, soprattutto islamici, sarebbero scomparsi, per risbucare al di là del confine con la Turchia.  E le aree archeologiche si troveranno a breve in mezzo ai combattimenti, denunciano gli archeologi, mettendo a rischio il poco che si è salvato dai tombaroli e dalla furia religiosa, come è successo in Siria.Una fine da evitare. Ma come? «L'unica forza che può fermare questa scellerata azione dell'Isis è la popolazione locale», sostiene il docente di Torino: «che finora ha sempre tenuto molto al proprio glorioso passato e alla propria identità». Un episodio in questo senso sarebbe già avvenuto: settimana scorsa, i miliziani avrebbero provato a distruggere il santuario di Sheikh Fathi, ma sarebbero stati bloccati da un gruppo di abitanti che aveva circondato il tempio e lanciato pietre finché i ribelli non se ne erano andati. Un successo importante, ma breve: nella notte gli uomini di al-Baghdadi sarebbero tornati con un bulldozer, danneggiando irrimediabilmente la struttura.

«Io spero che la popolazione abbia la forza, la possibilità e il coraggio di opporsi», conclude Lippolis: «Sarebbe un segnale fortissimo per il mondo intero». Con una domanda che arriva fino a qui: «Noi lo faremmo?

 

Con l’Arcivescovo nel fortino dei "crociati": "Solo un Gandhi potrà salvare Bagdad"
 


Con l’Arcivescovo nel fortino dei "crociati": "Solo un Gandhi potrà salvare Bagdad"

 

 

Afghanistan, drone Usa uccide il numero uno dei Talebani Mansour. Islamisti confermano (22-05-16)

Il successore del mullah Omar è morto in un blitz in Pakistan. Secondo il Pentagono era il principale “ostacolo alla pace e alla riconciliazione tra governo afghano e milizie”

Più volte annunciata e poi smentita, questa volta pare che sia la buona. Se non altro perché sono gli stessi Talebani ad annunciare la morte del loro leader mullah Akhtar Mansour ucciso dall’attacco di un drone Usa mentre si trovava in una remota regione del Pakistan ai confini con l’Afghanistan. La conferma arriva da un comandante delle milizie islamiche.

Soprannominato il Guercio, perché cieco da un occhio, Mansour diventa capo dopo la morte nel luglio 2013 del fondatore mullah Mohamed Omar. “Un ostacolo alla pace e alla riconciliazione tra il governo afghano e i Talebani, impedendo loro di partecipare ai colloqui di pace he avrebbero potuto portare alla fine del conflitto”, afferma Peter Cook, portavoce del Pentagono.

Molti critici del mullah Mansour lo hanno accusato di essere una pedina nelle mani dell’intelligence pakistana, che hanno affermato gli abbia offerto protezione. Il dissenso interno aveva anche spinto allo stop dei colloqui di pace con Kabul. Lui stesso, nel primo discorso dopo la nomina a leader, dichiarò: “Non dovremmo concentrarci sui colloqui di pace o su cose correlate. Dovremmo farlo sull’applicazione del sistema islamico”. Parole che gli provocarono il definitivo riconoscimento di al-Qaeda, conAyman al-Zawahiri che gli aveva giurato fedeltà riconoscendolo come legittimo successore del fondatore Omar.

Di lui, al di là degli incarichi come combattente, non si è mai saputo molto. Aveva studiato in una madrassa nel villaggio di Jazolai, nel distretto Nowshera della provincia pakistana di Khyber-Pakhtunkhwa. Per un breve periodo aveva combattuto contro le forze sovietiche in Afghanistan, parte di un ex gruppo paramilitare. Dopo l’ingresso nei talebani, gli era stato assegnato un ruolo nella sicurezza a Kandahar, poi ilministero dell’Aviazione civile negli anni dei talebani al potere, tra il 1996 e il 2001. Salì sempre di più nella scala gerarchica del gruppo, sino ad arrivare al vertice.

Il 4 dicembre scorso diverse fonti talebani affermarono fosse stato gravemente ferito o addirittura ucciso in una sparatoria tra vari leader del gruppo estremista. Ma un portavoce smentito e il giorno successivo i talebani avevano diffuso una registrazione audio che affermavano fosse della voce del loro leader. Vi veniva negata la notizia del ferimento o del decesso: “Io sono in mezzo al mio popolo. Questo incidente non è mai avvenuto e non è vero. Questa è la propaganda del nemico”.

 

 

Kabul, il mullah Omar è morto due anni fa,nel 2013

Lo hanno confermato i servizi segreti afgani, anche se gli integralisti insistono nel negare la morte del loro capo supremo, che sarebbe avvenuta nell'aprile 2013. Mistero sulle cause del decesso (29-07-15)

 

 

FRONTE DEL MEDITERRANEO

 

Migranti, ad aprile 2016 più sbarchi in Italia
che in Grecia: molti arrivati dall’Egitto
Brennero, “Austria: “Per ora no muro”
. Egitto, "400 migranti dispersi in un naufragio"

Ue: "Bene proposta italiana", ma Berlino boccia gli eurobond 
Intervista Il medico di Fuocoammare: "Andiamo a salvarli"

Gommone in avarìa nel Canale di Sicilia: 6 morti, 108 in salvo foto 

migranti-pp-990x192 (IL PICCOLO ALIAN, SIRIANO,6 ANNI, PER NON DIMENTICARE MAI COSA PURTROPPO E' CAPACE DI FARE L'UOMO SULL'UOMO A 70 ANNI DALLA CARNEFICINA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.....NON ABBIAMO IMPARATO NIENTE...)

Migranti, “700 bambini morti nel 2015
Raddoppiato numero totale vittime”
Appello Unicef: “Fermare l’ecatombe”

Traffico migranti, 7 arresti in tutta Italia

Egitto, "400 migranti dispersi in un naufragio"

Il gommone soccorso nel Canale di Sicilia (foto dalla nave Aquarius dell'Ong Sos Méditerranée)
Migranti, già superato record di sbarchi
"A fine anno saranno più di 100mila"
Lega: "Colpa di Renzi". Il Pd: "Sciacalli"

Migranti, già superato record di sbarchi "A fine anno saranno più di 100mila" Lega: "Colpa di Renzi". Il Pd: "Sciacalli"
 

Inchiesta sulla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013
Dossier / foto / video / Il viaggio di papa Francesco
Ieri nuova tragedia: 30 morti per asfissia


 

 

 


ECONOMIA ITALIOTA

 

 

La banca centrale cinese prende un 2% anche di Unicredit e Monte dei Paschi

 

La banca centrale cinese prende un 2% anche di Unicredit e Monte dei Paschi

 

Investimento da quasi un miliardo, a due settimane dalla stessa puntata su Intesa Sanpaolo. Le blue chip italiane si confermano le preferite di Pechino in Europa, dopo le aziende della City.

Unipol, sciopero nel giorno dell'assemblea,28 aprile 2016

http://www.bolognatoday.it/cronaca/unipol-stalingrado-sciopero-contratto-polizia.html

Unipol non vuole più rating
di S&P. Come il re che per
non vedersi abolì gli specchi
:il gruppo ha l'80% degli investimenti in italia ed e' inevitabile un suo rating al ribasso ancorato a quello nazionale (bbb-), altresi -5,8% di utile netto rispetto al 2014,-8,8% di raccolta diretta rispetto al 2014...

 

Banca popolare di Vicenza, la Borsa dice no. Salvata dal fondo Atlante, ma le banche tremano (2-5-16)

Paracadute o veicolo di contagio? Lo stop arrivato alla quotazione in Borsa della Banca di Vicenza chiama in causa il Fondo Atlante, la ciambella di salvataggio per le banche in difficoltà, tormentate da aumenti di capitale che vanno quasi a vuoto sul mercato e affossate dal peso dei crediti deteriorati. Se le cose si mettono male per queste banche, come sta succedendo proprio a Vicenza, il Fondo deve intervenire e assolvere a uno dei suoi compiti, cioè sostenere la ricapitalizzazione. Così per l’ex Bpvi, che da sola è andata incontro al flop della sottoscrizione del nuovo capitale, Atlante sarà la mano salvifica perché garantirà l’intera copertura, andando a sottoscrivere tutte le azioni per un esborso pari a 1,5 miliardi di euro. Atlante salverà Vicenza, ma rischia di mettere in difficoltà due istituti solidi, UniCredit e Intesa Sanpaolo, che dovranno sostenere lo sforzo maggiore. Cosa succederà infatti se, come avverrà per la Banca di Vicenza dopo lo stop a piazza Affari, il Fondo dovrà tirare in ballo in modo consistente le banche che contribuiscono al suo funzionamento?

Banche, le gambe molli di Atlante

 

Inizia la battaglia per il Corriere della Sera
I soci storici lanciano la controfferta anti-Cairo

 

Il fine giustifica i mezzi e la sepoltura degli antichi dissapori. E così, pur di non far passare il Corriere della Sera nelle mani di Urbano Cairo, Diego Della Valle, Mediobanca, Unipol e Marco Tronchetti Provera hanno unito le forze. E rispolverato dal Lussemburgo Andrea Bonomi, per lanciare una controfferta da 282,75 milioni sull’editrice del quotidiano milanese, Rcs. L’Opa totalitaria valorizza la società 70 centesimi per azione, per un totale di circa 365 milioni, il 31,58% in più rispetto a quanto offerto da Cairo, per di più in azioni della sua casa editrice e non in denaro sonante. Del resto un salotto è per sempre.

 

 

Corriere della Sera, Urbano Cairo vince facendo l’editore puro (che non vuol dire immacolato) sulle macerie lasciate dagli Agnelli.

Mediaset: accordo fatto con Vivendi, Premium passa ai francesi

Il cda del Biscione ratifica l'intesa con il gruppo del finanziere Bolloré: scambio del 3,5% del capitale e passaggio della pay-tv sotto le insegne transalpine. Il titolo sale del 5,4% in Borsa.


MILANO - Accordo fatto: parte ufficialmente l'alleanza industriale e azionaria tra Mediaset e i francesi di Vivendi, il gruppo media guidato dal finanziere Vincent Bolloré che rappresenta anche il primo azionista di Telecom Italia, a un passo dal 25% della società Tlc. Il consiglio di amministrazione del Biscione,convocato nel pomeriggio per ufficializzare lo scambio azionario di un pacchetto del 3,5% del capitale con Vivendi, ha dato il via libera all'intesa che prevede una collaborazione che spazia dalla pay tv alla produzione in comune di contenuti proprietari. Il tutto in una giornata trionfale in Borsa per la società di Cologno Monzese, vissuta proprio sull'attesa dell'annuncio.

In una nota, le due società hanno spiegato di aver raggiunto un accordo "strategico industriale" che include la vendita della quota del Biscione nella pay-tv Mediaset Premium (l'89% della pay-tv, mentre il restante 11% è stato acquistato dagli spagnoli di Telefonica per 100 milioni, ma questi ultimi usciranno dalla piattaforma), in rosso e a questo punto destinata fuori dal perimetro del gruppo berlusconiano

Le due società hanno inoltre deciso di "sviluppare una partnership industriale a livello internazionale, da una parte sviluppando insieme varie iniziative per la produzione e la distribuzione di ambiziosi contenuti audiovisivi, e dall'altra di creare una piattaforma globale televisiva OTT". Si tratta di unire le piattaforme Over the top, che forniscono contenuti attraverso il web: Infinity per gli italiani e Watchever per i francesi, con l'intento di frenare l'avanzata di Netflix nel Sud Europa con un'offerta di tv e video on demand. Con Mediaset Premium, Vivendi "espande fortemente" la propria presenza e la pay tv europea, incrementando i propri clienti individuali a oltre 13 milioni "in un mercato italiano che offre importanti opportunità di crescita".

In attesa delle comunicazioni da Cologno Monzese, arrivate a Borse chiuse, il

titolo del Biscione ha chiuso in rialzo del 5,4%, superando la pur brillante performance del Ftse Mib che ha guadagnato il 4%.

11 lug 2014

Le cessioni di Digital+ e di parte di Mediaset Premium hanno dato linfa al titolo, che rimane però in ritardo rispetto a Piazza Affari. Stimiamo un utile per azione di 0,02 euro nel 2014 e di 0,09 euro nel 2015. Con queste stime il titolo resta caro.


 

Prezzo al momento dell’analisi (10/7/2014): 3,35 euro

Consiglio: vendi

Mediaset continua a fare cassa. Dopo aver venduto in aprile il 25% delle torri di trasmissione di Ei Towers per circa 284 milioni di euro, ha ora ceduto per 365 milioni il 22% della pay-tv spagnola Digital+ a Telefonica, alla quale ha passato anche l’11% diMediaset Premium per un corrispettivo di 100 milioni (significa valutarla nel suo complesso 900 milioni di euro, non male per un’attività ancora in rosso). In tutto fanno 749 milioni incassati, che vanno a compensare, in parte, il miliardo investito per accaparrarsi i diritti della Champions League di calcio dal 2015 (700 milioni la spesa) e parte dei diritti della Serie A italiana (373 i milioni spesi – vedi Altroconsumo Finanza n° 1084). E le cessioni non sono finite, Mediaset Premium è infatti ancora sul mercato: in prima fila sembra esserci Al Jazeera, ma anche Vivendi può essere della partita.

 

 

Nasce il polo Repubblica-Stampa. Fca esce da Rcs

 

Accordo Gruppo Espresso-Itedi. L'unione di Repubblica, Stampa e Secolo XIX porterà alla creazione del primo gruppo italiano dell'informazione stampata e digitale. Monica Mondardini sarà alla guida operativa.

Repubblica-Stampa e Corriere: terremoto in edicola.

Dopo l’uscita di Fca dai quotidiani, nasce un nuovo gruppo editoriale proprietario de La Repubblica e La Stampa. Quello dei media è però un mercato particolare. E l’analisi degli effetti su concorrenza e pluralismo dovrebbe essere svolta a livello regionale e provinciale. Le prospettive di Rcs.

Mondadori si prende Rizzoli Libri per 127,5 milioni di euro. Per volontà degli Agnelli RCS svende la sua divisione libri a Berlusconi, poi gli Agnelli decidono di dismettere tutto il parco giornali locali italiota, 5 marzo 2016, cedendolo al gruppo Espresso-De Benedetti (La Stampa-Il Secolo XIX), uscendo altresi da RCS dopo 35 anni e da socio di maggioranza dal 2014.

 

 

Fondi sovrani verso la progressiva regressione, il sistema bancario secondo l'M5s, Netflix sbarca in Italia, l'Opec mette fuori gioco gli Usa ma Nigeria, libia, Venezuela, Algeria, Iraq sono al collasso, Credit Suisse in difficoltà vara un aumento di capitale da 6 miliardi di euro, Mediaset a picco in borsa: gli abbonamenti premium non crescono.

 

Quattro imprese quotate italiane su dieci sono in mano agli stranieri, il 42% della borsa italiota in mani straniere: il crollo economico di una nazione. Cedono anche Pesenti, Pininfarina, Outlet Italia, dopo Pirelli, Infront e l'intero calcio italiota.

 

 

As Roma, Unicredit si è liberata di un altro pezzo della costosa eredità di Geronzi

 

 

UFFICIALE,L'ITALIA DI NUOVO IN RECESSIONE,6-08-14

 

 

 

E il dato Istat è peggiore delle previsioni:-0,2%

 

 

Alitalia-Etihad  firmata la "svolta sexy"
che costerà allo Stato almeno 600 milioni
 
Esuberi e soldi pubblici: giravolte di Lupi

 

 
 
Alitalia-Etihad  firmata la "svolta sexy" che costerà allo Stato almeno 600 milioni  Esuberi e soldi pubblici: giravolte di Lupi
 
 
La compagnia di bandiera ha siglato l’intesa che permetterà al vettore del Golfo di diventare socio al 49%. L'ad della compagnia del Golfo, James Hogan: "Non sarà una rivoluzione ma una evoluzione, vogliamo rendere Alitalia più sexy". Intervento di Poste, amortizzatori sociali e banche: ecco il costo per la collettività (di F. Capozzi). Videoblob: tutti gli annunci del ministro (di G. Ruccia) 

 

 

 

 

Tra i ruderi dell'industria italiana

 

 

 

 

Letizia Brichetto Moratti, la manager con il buco del culo intorno

 

La “donna del fare”, chiamata al governo da Silvio Berlusconi, sfoggia con orgoglio il suo curriculum. Ma il gruppo da lei fondato nel 2000 si è trasformato in un buco senza fondo che ha inghiottito centinaia di milioni di perdite

“È presidente e maggiore azionista di Syntek capital group, società d’investimento attiva nel settore delle telecomunicazioni e dei media con sede a Monaco di Baviera”. Correva l’anno 2001 e Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti si raccontava così sul sito Internet del ministero dell’Istruzione. Lei, donna manager, “donna del fare”, chiamata al governo da Silvio Berlusconi, sfoggiava orgogliosa l’ultimo traguardo raggiunto in carriera. A un decennio di distanza, nella sua pagina online del Comune di Milano, la sindaca Moratti conferma: è ancora lei il socio principale nonché presidente dell’advisory board di Syntek. Solo che nel frattempo è successo di tutto.

Il gruppo fondato nel 2000 dalla moglie del petroliere Gianmarco Moratti si è trasformato in un buco senza fondo che ha inghiottito centinaia di milioni di perdite. Quasi peggio dell’Inter, gran passione dell’altro Moratti, Massimo. Anche lì i bilanci sono da tempo in rosso profondo, ma almeno la squadra ha fatto man bassa di trofei. Nel regno di Letizia, invece, si perdono quattrini e basta. E poi tocca al marito staccare l’assegno per far fronte al passivo.

Negli ultimi cinque anni l’avventura Syntek è costata una somma non inferiore ai 200 milioni di euro. I conti sballati della società con sede in Baviera hanno mandato a picco i bilanci della Securfin holdings, la società di famiglia di Gianmarco e Letizia Moratti. La stessa a cui fanno capo una serie di proprietà immobiliari in Italia e all’estero (Stati Uniti e Gran Bretagna), compresa la casa del sindaco in pieno centro di Milano e il castello di Cigognola, nell’Oltrepo Pavese.

Securfin holdings ha perso 11 milioni nel 2006, addirittura 112 milioni l’anno successivo, poi 45 milioni nel 2008 e altri 20 nel 2009, ultimo dato disponibile. Dal bilancio emerge che la holding targata Moratti vanta crediti per oltre 180 milioni nei confronti di una finanziaria olandese, la Golden.e, a sua volta esposta verso Syntek. Ma le probabilità di recuperare questi prestiti sono talmente ridotte che sono state iscritte all’attivo a valore zero.

Insomma, una situazione disastrosa. Mica male per una signora che ama sfoggiare le sue competenze manageriali. Proprio lei, l’erede dei Brichetto, una dinastia di assicuratori partiti da Genova alla fine dell’Ottocento. Certo, impegnata a fare il sindaco, forse Letizia Moratti avrà trovato poco tempo da dedicare alla sua Syntek. È un fatto, comunque, che nel suo ruolo di maggiore azionista e presidente dell’advisory board avrebbe comunque dovuto dare un occhio alla gestione aziendale e alla scelta degli investimenti.

A quanto sembra gli affari sono andati a rotoli sin da principio. L’iniziativa è partita troppo tardi per cavalcare a fine anni Novanta l’onda del boom della cosiddetta New Economy. In compenso è stata investita in pieno dalla crisi. Una delle operazioni meno fortunate (eufemismo) è però molto lontana dal mondo delle nuove tecnologie. Carte alle mano si scopre che la società controllata da Letizia Moratti è riuscita a perdere svariate decine di milioni con la Cargoitalia, una compagnia aerea per il trasporto merci. Nel 2008 Syntek ha messo in vendita l’azienda, passata al gruppo Leali con il supporto di Banca Intesa. Il conto finale è stato pesantissimo: 76 milioni di perdite. Un mezzo crac che ha lasciato il segno nel bilancio della holding.

Speranze di recupero? Pochine, al momento. E pensare che nel 2000, per lanciare la neonata Syntek, i Moratti chiamarono a raccolta una schiera di consulenti d’eccezione. Un vero parterre di grandi nomi della finanza internazionale. Scorrendo l’advisory board si incontrano personaggi come Antoine Bernheim, a lungo presidente delle assicurazioni Generali, l’avvocato Sergio Erede, titolare di uno degli studi legali più noti nella city milanese, Eckhard Pfeiffer, già numero uno di Compaq computer e molti altri ancora.

Nell’elenco spunta anche il nome di Sonja Kohn, banchiera con base in Austria che dopo la sua esperienza in Syntek è stata travolta dal crac di Bernard Madoff. Era lei, questa l’accusa, a vendere in Europa i prodotti finanziari del bancarottiere americano, protagonista di uno dei crac più clamorosi della storia di Wall Street. La Kohn, così come gran parte degli altri consulenti, ha da tempo rotto i rapporti con Syntek. Motivi d’immagine: meglio tenere le distanze da una società che perde soldi a rotta di collo. Così, alla fine, il cerino acceso è rimasto a Letizia Moratti. E il marito paga.

 

Borse in rosso, Milano la peggiore
lo spread sopra la soglia dei 170 punti

Bce mette in guardia da rischi geopolitici
Rottapharm, salta la quotazione

L'industria italiana torna in calo
a maggio produzione giù dell'1,8%
, 10-07-2014

 

 

Ideal Standard, l'azienda conferma: "Orcenico chiude".

 

 

 

 

Disoccupazione, la verità nascosta

Disoccupazione, la verità nascosta

 

IL CROLLO ECONOMICO DI UNA NAZIONE TRA IL 2014 ED IL 2015

 

 

 

POLITICA ITALIOTA

 

 

SUCCESSO M5S DELUSIONE PD Pd perde 180mila voti nelle grosse città

Allle Comunali del  5 giugno, M5S al ballottaggio a Roma e Torino, il PDiMerda non prende al primo turno nemmeno Bologna; liquefatta la pseudo destra: testa a testa solo a Milano

virginia raggi

 Se la prima forza italiana esulta per essere arrivata seconda (staccatissima) a Roma, per aver vinto al primo turno a Cagliari (con un candidato di Sel) o per essere andata al secondo turno da favorita in città dove fino a tre mesi fa credeva di vincere in ciabatte (Torino, Milano, Bologna): be’, se tutto questo accade, quel partito – sebbene abbia quasi tutta l’informazione a favore – non sta forse benissimo.

Le sfide chiave. Renzi ha parlato pochissimo di Amministrative perché avvertiva la mal parata: ha il coraggio dei puffi, quando perde. Da qui al 19 giugno ciarlerà senza dire nulla: come sempre. Il 19 giugno farà i complimenti alla Raggi, tanto Roma l’ha già data per persa e spera che i 5 Stelle dimostrino in una grande città di non saper governare, regalandogli così il trionfo nel 2018 (o 2017). Le sfide chiave sono Torino e soprattutto Milano. Se perderà il suo Sala, che fino a febbraio doveva vincere al primo turno (cit), sarà per lui un disastro senza pari. Tenendo per giunta conto del tanto di buono fatto da Pisapia.

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M5S. A metà notte credevano di avere vinto ancora di più e già erano partiti con i soliti toni inutilmente trionfalistici: l’harakiri del #vinciamonoi, a molti attivisti, non ha insegnato nulla. E’ però innegabile che siano i veri vincitori. Sembra già normale, ma una forza “antagonista” che a soli 7 anni dalla nascita vince nella Capitale è notizia clamorosa. Notevole anche il risultato di Torino: Chiara Appendino parte con 11 punti in meno rispetto a Fassino, un altro che fino a pochi mesi fa doveva vincere in carrozza (cit). Torino sarebbe la vittoria perfetta per i M5S, perché Torino è molto meno complessa di Roma. Emblematico che una città notoriamente “tradizionalista” abbia regalato tanti consensi al M5S: soltanto sei anni fa, quando la Bresso perse comicamente con Cota, Pd e stampa regionale sentenziarono che era colpa di Grillo, reo di avere “rubato” i voti al centrosinistra. In sei anni è cambiato tutto. I 5 Stelle si confermano però forza altalenante: in alcune parti attecchiscono (Savona, Sicilia) e in altre no. Mestissime le prestazioni a Milano e Napoli: De Magistris gli ha rubato completamente la scena. Discreto il 16% di Bologna, ma niente ballottaggio.

M5S (dimenticavo). Due cose ancora. 1. I dibattiti sulla “democrazia interna” – vedi Pizzarotti e affini – appassionano social e media, ma interessano meno di niente l’elettorato. Non spostano nulla, anche perché tutti sanno benissimo che Di Maio conti più di Giarrusso o Grillo più di Toninelli: è il segreto di Pulcinella. 2. I 5 Stelle sono stupidamente accostati da più parti al populismo dei Trump & Le Pen, ma – oltre a non entrarci nulla – vincono proprio dove si presentano più garbati e meno divisivi. La minor presenza (mediatica) di Grillo li ha aiutati. I 5 Stelle vincono con le Raggi e vanno forte con le Appendino: nel momento in cui invece puntano sul loro aspetto crimi-lombardesco, ovvero quello “talebano-sentenziante”, esaltano i tanti ultrà in servizio permanente sul web ma vincono al massimo alla playstation.

M5S (dimenticavo un’altra volta). Il M5S non pare esattamente “morto” come si sostiene ciclicamente, per esempio dopo la loro waterloo alle Europee. Renzi non è minimamente riuscito a disinnescarli, anzi con la sua boria bulimica di potere e con le sue fanfaronate comico-dittatoriali li ha esaltati: è la sua più grande sconfitta. Stacce, Matteo.

Centrodestra. E’ morto e sepolto, anche se una vittoria di Parisi cambierebbe la narrazione (cit). Un centrodestra così marginale non si era mai visto negli ultimi vent’anni. Qualcuno mi dirà qui che il centrodestra non è certo marginale, essendo come noto al governo: vero, ma stavo parlando di centrodestra “ufficiale”. Il quale, e si sapeva già, ha chance solo quando si presenta unito (a forza e per forza). Vedi caso Liguria con Toti, vedi caso Milano con Parisi. A parte Bologna e Lettieri, dove partono comunque in netto ritardo, il resto fa piangere. Disastro assoluto a Roma: Berlusconi non ha regalato voti a Marchini, ma glieli ha tolti. Ormai quel che tocca muore, e ve lo dice un milanista.

Trani indaga su Deutsche Bank: la caduta del governo Berlusconi fu davvero ‘un colpo di Stato’?

La recente notizia dell’apertura di un’indagine, da parte dellaProcura di Trani, sulla Deutsche Bank per le operazioni – 7 miliardi di euro di valore –  effettuate sui titoli di Stato italiani tra il gennaio e il giugno del 2011, ci obbliga a fare i conti, finalmente, con quanto avvenuto in Italia nel corso di quel drammatico anno. Uncolpo di Stato: era questa la tesi che avevo sostenuto per indicare come la caduta di Berlusconi ed il conferimento dell’incarico di Presidente del Consiglio a Monti, non fosse stato che il risultato di una operazione decisa da “poteri forti” estranei al nostro Paese e realizzata con la complicità dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Tutti ricorderanno come sia stata l’improvvisa crisi dello spread a determinare la fine del governo Berlusconi: lo spread cominciò a salire dai primi giorni di luglio 2011, raggiungendo quota 244, per poi, da agosto in poi, crescere vertiginosamente fino ad arrivare, la seconda settimana di novembre, a quota 553. Chi come il sottoscritto  sollevò, allora, l’ipotesi che lo spread fosse stato “forzato” a salire artificialmente e con il solo scopo di costringere Berlusconi alle dimissioni, venne accusato di “complottismo”. E ciò nonostante i fatti parlassero chiaro: Mario Draghi, in una lettera segreta in seguito resa pubblica a fine settembre, aveva già dettato a Berlusconi misure urgenti per evitare il collasso dell’Euro e ad ottobre Merkel e Sarkozy si erano lasciati sorprendere, durante una conferenza stampa, ad ironizzare, con una certa complicità, sulla loro “fiducia” nei confronti di Berlusconi.

POI SONO COMINCIATE, LENTAMENTE, AD USCIRE ALCUNE RIVELAZIONI. ALAN FRIEDMAN, NEL 2014, RIVELÒ CHE, GIÀ NEL GIUGNO 2011, NAPOLITANO AVEVA SONDATO MARIO MONTI, CHIEDENDOGLI SE SAREBBE STATO DISPONIBILE A PRENDERE IL POSTO DI BERLUSCONI. LA PUBBLICAZIONE DEL TESTO DI UN’AUDIZIONE DEL 7 DICEMBRE 2011 DI PAOLO SAVONA HA RIVELATO INOLTRE CHE NELL’AGOSTO 2010 L’ALLORA MINISTRO TREMONTI AVREBBE CONFERMATO L’ESISTENZA DI UN PIANO STRAORDINARIO DEL GOVERNO PER ABBANDONARE L’EURO E TORNARE ALLA LIRA. CHE LA GERMANIA AVESSE IL MASSIMO INTERESSE AD IMPEDIRE AD OGNI COSTO QUESTO “PIANO B”, APPARE EVIDENTE. ED ECCO CHE, ORA, SI SCOPRONO LE MANOVRE DI DEUTSCHE BANK PER ALTERARE IL PREZZO DEI TITOLI DI STATO ITALIANI, COMINCIATE PROPRIO NEI MESI IN CUI FU AVVIATA LA CRISI DEL DEBITO ITALIANO CHE PORTÒ ALLA CADUTA DEL GOVERNO BERLUSCONI.

QUI NON SI TRATTA, BENE INTESO, DI DIFENDERE UNA PARTE POLITICA NEI CONFRONTI DI UN’ALTRA. SI TRATTA DI FARE FINALMENTE CHIAREZZA SU QUANTO ACCADUTO. È TEMPO CHE UNA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SI PRENDA IL COMPITO DI FAR LUCE SU QUELLO CHE È SUCCESSO IN QUELL’ANNO. NÉ PIÙ NÉ MENO CHE “UN COLPO DI STATO”, CONTINUO PERSONALMENTE A PENSARE. CERTAMENTE UNA CRISI CHE HA SEGNATO LA FINE DELLA “SECONDA REPUBBLICA” E L’INIZIO DI QUELLA  STAGIONE CHE, OGGI, HA PORTATO RENZI AL POTERE. E CON LUI IL TENTATIVO  DI CONCLUDERE  QUEL COLPO DI  STATO CON LA DISTRUZIONE DELL’ORDINE DEMOCRATICO ATTRAVERSO LA DEMOLIZIONE DELLA COSTITUZIONE.

LA FINE DEL NORD

 

Con meno sgravi lavoro stabile crolla


“In primo trimestre -77% di nuovi posti


fissi rispetto a 2015.
E a marzo -150%”

 

 

M5s, Pizzarotti sospeso. “Trasparenza è dovere”
Lui replica: “Sono mesi che chiedo chiarimenti”

 

“Chiesto avviso, non ha mandato niente”. Sindaco: “Non lascio, non mando documenti a mail anonima”
IL PRIMO CITTADINO ANNULLA GLI IMPEGNI ISTITUZIONALI. E IL SUO STAFF NON PARLA (di S. Bia). Due sindaci PentaStellati di due grandi città, Parma e Livorno,invischiati malamente in cose poco chiare. E' chiaro che per il M5Stelle, orfano del suo co-fondatore, si aprono scenari non proprio rosei a 15 giorni dalle amministrative.

Livorno, indagato il sindaco M5s
Avviso garanzia su gestione rifiuti
Grillo lo chiama: siamo con te

Nogarin: "Pronto a lasciare" / L'inchiesta 
Pd: da loro doppiopesismo, noi garantisti

Foto Polemica Twitter: ora manifesterete a Livorno?

Addio Pannella, il leader radicale morto a 86 anni
Così ha cambiato l’Italia restando in minoranza(19-05-16)

Ha dato il divorzio all’Italia. Quando i poteri forti cattolici non ne volevano sapere. Alle donne diede l’aborto legale. Ha inventato le battaglie per i diritti civili, per l’obiezione di coscienza antimilitarista, ha avversato la partitocrazia quando gli altri intascavano tangenti. Questo e altro, Marco Pannella – morto a 86 anni – ha regalato all’Italia. Ricavandone spesso sorrisi beffardi e offese. Se ne va un grande del Novecento italiano, che si è confrontato e polemizzato con tutti i leader della storia: da Togliatti e De Gasperi fino a Berlusconi e Renzi. Sempre in minoranza, ma capace, con i radicali, di trascinare masse e segnare nel profondo animo e storia del Paese

altro arresto nel PDiMerda di Renzi l'Ebete di Firenze!!!

ARRESTATO SINDACO PD DI LODI SIMONE UGGETTI
“STAVA FORMATTANDO PC CANCELLANDO LE PROVE”

 

25 aprile: Nel giorno dell'inizio della precipitosa ritirata nazifascista dall'Italonia, incalzati dagli anglo-americani, che si sostituiranno a loro mantenendo armi e bagagli anche dopo la liquidazione dell'URSS,anche il Fatto Quotidiano piazza in prima pagina la vittoria di una squadra DI MERDA.

Salute, cala l'aspettativa di vita
e non si investe in prevenzione

Il rapporto 2015 sul benessere degli italiani
"Persi in 15 anni i vantaggi acquisiti in 40"

 

DIMEZZATI GLI SGRAVI CROLLANO GLI IMPIEGHI STABILI


INPS: “A FEBBRAIO -33 PER CENTO DI INDETERMINATI”

 

IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE
L’AFFLUENZA FINALE SI FERMA AL TRENTADUE PER CENTO

LA FACCIA DI MERDA: "POLITICI VECCHIO STILE DIRANNO DI AVER VINTO ANCHE SE HANNO PERSO". LO SCANDALO PETROLIO DELL'EX MINISTRO GUIDI FA SFONDARE IL QUORUM SOLO IN BASILICATA.(17-4-16)

 

Riforme, via libera al Senato dei nominati
Dissidenti Pd e Fi non votano, M5S fuori

 

Palazzo Madama approva in prima lettura il ddl Boschi. Tiene asse con Forza Italia, ma i dem perdono
pezzi. Lega e Sel non partecipano. Renzi assente dice: "Nessuno può più fermare il cambiamento"

 
Riforme, via libera al Senato dei nominati Dissidenti Pd e Fi non votano, M5S fuori
 
 
Primo via libera alla riforma del Senato. Con 183 voti a favore Palazzo Madama dice il primo sì al provvedimento, dopo settimane di polemiche e scontri. Non partecipano Lega Nord e Sinistra ecologia e libertà. Il Movimento 5 stelle e Augusto Minzolini, tra i critici di Forza Italia, lasciano l’Aula, mentre a sinistra è Vannino Chiti ad annunciare il non voto dei dissidenti Pd. Romani (Fi) rivendica: "Senza Forza Italia, Renzi non avrebbe avuto maggioranza" (video). Calderoli: "Ddl è incostituzionale" (video)

 

 

 

 

 

MARONI INDAGATO PER CONCUSSIONE
"Pressioni per piazzare due fedelissime"

 

Il governatore è accusato dalla Procura di Busto di avere indotto le società Eupolis ed Expo
a contrattualizzare due sue ex collaboratrici in modo da evitare i rilievi della Corte dei Conti

 

Debito pubblico, nuovo record a maggio
raggiunta quota 2.166,3 miliardi di euro

Debito pubblico, nuovo record a maggio raggiunta quota 2.166,3 miliardi di euro
 
Il debito pubblico tocca a maggio i 2.166,3 miliardi. L'Adusbef: "Il governo Renzi chiude il quarto mese di presidenza con un debito pro capite pari a 36.225 euro"

 

 

 

Pa, Madia: “Blocco turnover ingiusto ma la crisi pesa”. Pin per i servizi dal 2015

Il ministro spiega le linee guida del disegno di legge delega sulla riforma della Pubblica amministrazione: "Stop alle carriere automatiche: si andrà avanti solo per merito". Sul piano dei contenuti, un solo ufficio territoriale del governo per uscire "dall'idea della frammentazione"

Pa, Madia: “Blocco turnover ingiusto ma la crisi pesa”. Pin per i servizi dal 2015

 

 

 

 

Mose, sì all'arresto di Galan da Giunta autorizzazioni

Mose, sì all'arresto di Galan
da Giunta autorizzazioni

La palla all'Aula della Camera
seduta fissata per il 15 luglio
E lui si appella ai deputati

 

 

Allarme demografico in Italia: nascite restano al minimo dall'Unit� d'Italia. Picco dei decessi dal dopoguerra

I dati dell'Istat. La popolazione residente in Italia si riduce di 139 mila unit�. Al 1 gennaio 2016 i residenti erano 60 milioni 656 mila. Centomila italiani (+12,4%) hanno lasciato Paese

DIARIO DELLA POLITICA ITALIANA DAL 2014 FINO AL 01 MARZO 2016

 

 

..Tutta la politca interna dalle amministrative regionali della primavera 2015, passando per le riforme delle banche popolari,al decreto milleproroghe, all'esplosione di forza italia,alla nuova responsabilita delle toghe,l'uscita di lupi,il veneto razzista, il reddito di cittadinanza finendo a pietro ingrao

 

Tutta la politica interna dall'uscita di cofferati dal pd al grillo leaks, dalla buona scuola a berlusconi che vuole le torri rai, salta il nazzareno, passa l'italicum, nasce la coalizione sociale(?) di landini,termina per sempre santoro, approvate stronzate come il voto di scambio e la riforma della pubblica amministrazione
 

 

Canone Rai in bolletta, ultimo giorno per chiedere l’esenzione: come non pagare

Scade oggi, 16 maggio, il termine per chiedere l’esenzione dal pagamento del canone Rai. Da quest’anno, infatti, il balzello si paga automaticamente attraverso la bolletta dell’elettricità. Ma sono gli stessi contribuenti a dover presentare la dichiarazione sostitutiva, pena l’esborso di 100 euro, se ricadono nelle categorie non tenute al versamento. Vale per chi non ha un apparecchio tv o non ne ha uno ulteriore rispetto a quello per cui ha presentato denuncia di cessazione dell’abbonamento, oltre che per chi ha l’utenza elettrica intestata a un componente della famiglia diverso da quello che già paga il canone.

Il canone è dovuto solo dai soggetti che possiedono un televisore: non dovranno pagarlo quelli che guardano i canali della Rai attraverso computer, tablet e smartphone, perché – secondo quanto chiarito dal ministero dello Sviluppo economico – il canone si applica solo agli apparecchi in grado di ricevere, decodificare e visualizzare il segnale digitale terrestre o satellitare, direttamente o tramite un decoder esterno.

Per non pagare il canone o per non farlo due volte, si deve compilare un modello ad hoc (scarica qui il modello) che si compone di due quadri: quello Aper chi dichiara di non avere alcuna tv (ricordando però che da quest’anno la dichiarazione non veritiera è punibile penalmente dagli 8 mesi ai 4 anni di carcere) e il quadro B per chi invece, pur essendo titolare di un’utenza elettrica, ha già nel proprio nucleo un familiare che paga il canone Rai.

Chi deve compilare e inviare il modulo per l’esenzione?
Più utenze elettriche intestate allo stesso soggetto – Nel caso in cui un contribuente sia titolare di più utenze di tipo domestico residenziale non rischia il doppio addebito: il canone viene addebitato su una sola utenza elettrica.

Un solo canone tra moglie e marito – Se un coniuge ha sempre pagato l’abbonamento tv, mentre l’utenza elettrica residenziale è intestata all’altro, ed entrambi appartengono alla stessa famiglia anagrafica, il canone dovrà essere pagato una sola volta e non sarà necessario presentare alcuna dichiarazione sostitutiva. L’addebito, infatti, sarà fatto solo sulla bolletta della luce intestata al coniuge e sarà lo sportello Sat a procedere alla voltura del canone.

Coppie di fatto – Se non si rientra nella definizione di famiglia anagrafica si paga un secondo canone. Se, invece, si trasmette all’Anagrafe un’apposita dichiarazione di esistenza del vincolo affettivo se ne sborsa uno solo.

Nuove utenze elettriche – Chi attiva un’utenza elettrica per la prima volta nel corso dell’anno, e non è già titolare di un’altra utenza residenziale nell’anno di attivazione, è esonerato dal pagamento del canone solo se presenta la dichiarazione entro la fine del mese successivo alla data di attivazione della fornitura.

Bed and breakfast - I contribuenti che sono titolari di un bed and breakfast e che già pagano il canone speciale per la tv non sono tenuti al pagamento dell’abbonamento alla tv per uso privato e, se sono intestatari di utenza elettrica residenziale, possono evitarne l’addebito presentando la dichiarazione sostitutiva di non detenzione, compilando il quadro A.

Residenza all’estero – Il cittadino residente all’estero che ha un’abitazione in Italia deve pagare il canone tv solo se sono presenti apparecchi televisivi all’interno dell’abitazione. In caso contrario deve presentare l’autocertificazione per l’esenzione.

Eredi – Se muore l’intestatario dell’utenza elettrica, il coniuge – in qualità di erede – deve presentare la dichiarazione sostitutiva per l’esenzione dal pagamento del canone compilando il quadro A del modello.

Suggellamento tv – Chi gli scorsi anni ha fatto domanda di suggellamento (l’unica strada possibile per chiedere la disdetta e che da quest’anno non ha più valore) deve presentare la dichiarazione sostitutiva.

Ricoverati in una casa di riposo – Se il contribuente ha la tv in casa è comunque tenuto al pagamento. Se, invece, non è titolare di un’utenza elettrica perché, ad esempio, la bolletta è intestata al figlio che risiede in altra abitazione, ed è già titolare di abbonamento dovrà seguire la procedura già utilizzata negli anni passati e, quindi, nel caso non abbia la tv, dovrà dare disdetta dell’abbonamento ai sensi dell’art. 10 del RDL n. 246/1938, inviando un’apposita raccomandata allo Sportello Sat.

Diplomatici – Sono esentati dal canone gli agenti diplomatici, i funzionari o gli impiegati consolari, i funzionari di organizzazioni internazionali, i militari di cittadinanza non italiana o il personale civile non residente in Italia di cittadinanza non italiana appartenenti alle forze Nato di stanza in Italia.

Over 75 - Obbligo di presentare la dichiarazione per non pagare il canone anche da parte di chi è esente per età e per reddito, ossia da parte di chi ha compiuto 75 anni  e possiede un reddito annuo  con un tetto attualmente fissato a 6.713 euro.

Come presentare il modello di esenzione – Una deadline quella di oggi che, tuttavia, sta scatenando l’ennesimo putiferio: la procedura deve avvenire, infatti, attraverso un percorso a ostacoli tra condizioni, cavilli e clausole da rispettare. La richiesta di esenzione può essere inviata in via telematica, su una piattaforma ad hoc dell’Agenzia delle Entrate, ma per farlo occorre essereregistrati e il Pin. E, visto che sono rimaste ancora poche ore a disposizione, l’unica strada percorribile resta la raccomandatacon cui spedire il modello e una copia di un documento di riconoscimento valido.

Ma non è affatto facile: la documentazione, ha spiegato l’Agenzia delle Entrate, va spedito con un “plico raccomandato senza busta” all’Ufficio di Torino 1, S.A.T. – Sportello abbonamenti TV – Casella Postale 22 – 10121 Torino. Chi ha provato a farlo, tuttavia, l’ha definito “un incrocio tra un origami e un’esercitazione di educazione tecnica”. Come riportano Libero e Repubblica, per riuscirci servono pazienza e nastro adesivo. Il plico va, infatti, fabbricato con le proprie mani piegando tutti i fogli a soffietto in tre parti, in modo da simulare la forma di una busta. In questo modo la piega lascerà il testo stampato all’interno (non visibile) e la parte bianca all’esterno, su cui scrivere il mittente e il destinatario.

Nel suo sito, poi, l’Agenzia delle Entrate suggerisce di stampare il modulo fronte retro, dunque su un foglio unico, “per risparmiare sulle spese postali”. Poi occorre sigillare i lati aperti con il nastro adesivo. E attenzione a non usura la spillatrice. Non ci riuscite? Su Youtube i video tutorial stanno spopolando. Il call center delle Poste assicura che il costo del plico senza busta è identico a quella della normale raccomandata in busta, vale a dire 4,50 euro (fino a 20 grammi di peso) più 95 centesimi per la ricevuta di ritorno. Peccato che molti contribuenti si siano sentiti richiedere anche il triplo, perché non sono riusciti a rimanere nel formato della semplice raccomandata e abbiano pagato per un formato più grande. Il motivo della procedura del plico raccomandato senza busta? Nel 2005, la Cassazione stabilì che l’invio di una lettera raccomandata in busta chiusa – con ricevuta di ritorno – non prova che la lettera contiene per davvero una determinata cosa. In altre parole, spetta sempre al mittente dimostrare il contenuto della sua raccomandata. Principio confermato da un’altra sentenza del 2015. Così che le Entrate, per aumentare la garanzia dei contribuenti, richiede che il modulo di esenzione venga inviato senza busta, anche se ha già dichiarato che accetterà anche i moduli che riceve in busta chiusa.

E non finisce qui. Un segnale delle difficoltà degli italiani arriva dai centralini che sono in campo per dare informazioni. L’Unione Nazionale Consumatori sta contattando in queste ore i call center delle Entrate (844.800.444 ) e della Rai (800 93 83 62) che sono in tilt, trovando anche 100 persone in attesa. E, solo dopo un’ora con la linea caduta tante volte, è stato possibile parlare con un operatore. Tant’è che il Codacons ha ufficialmente chiesto unaproroga dei termini per la richiesta di esenzione, visto che stanno ricevendo al loro sportello migliaia di richieste di aiuto da parte degli utenti. Ma, a coloro che pensassero che con la giornata di oggi tutto si risolverà, meglio ricordare che la documentazione per l’esonero ha validità annuale e dovrà essere rinnovata ogni anno.

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA ED ECONOMIA EUROPEA

 

 

Borse, vince l’incertezza: mercati mondiali in profondo rosso. Milano migliore solo di Atene

I rinnovati timori legati alla ripresa dell’economia in Europa, Usa e Cina, oltre che la crisi del petrolio di nuovo in caduta libera, hanno affondato tutte le piazze mondiali, mandando letteralmente a picco banche e petroliferi. (08-02-2016)

 

Borse: Londra e Milano si fondono con Francoforte

Accordo fatto: nasce il colosso degli scambi in Europa da 21 miliardi. Gli azionisti di Lse (gruppo che controlla Piazza Affari) avranno il 45,6%, i tedeschi in maggioranza. Il nuovo gruppo manterrà le sedi nella City e nella città tedesca. Rolet lascerà il gruppo

Banche, le gambe molli di Atlante

Mario Draghi vara un maxi-piano di stimolo, sorprendendo i mercati. Preoccupano Pil e Inflazione. Frecciata ai tedeschi

http://comune-info.net/2016/02/slump-la-crescita-non-tornera-mai-piu/

 

 

 

Murdoch, super pay tv in Europa: l’inglese BSkyB compra Sky Italia e Germania

Il magnate australiano acquisisce le due reti attraverso il gruppo Fox, che controlla al 100 per cento. Un'operazione mirata a fornire al tycoon i mezzi per alzare la maxi offerta da 80 miliardi di dollari su Time Warner, per la quale ha già ricevuto un rifiuto

 

 

 

 

Juncker presidente Commissione Ue
Problema Mogherini: "No dall'Est"

 
 
Il parlamento europeo sceglie il nuovo presidente. Nel suo programma si annunciano nuovi finanziamenti. Fonti interne: "Il ministro degli Esteri italiano buon candidato ma dieci Paesi sono contrari". 5 Stelle protestano: "Noi espulsi da ogni carica"

 

 

 

 

 IMPUNITA' GIUDIZIARIA

 

 

 

 

 

 

 

 

Concordia, inizia il dopo   fotostoria   A bordo si cerca l'ultima vittima

Concordia, inizia il dopo fotostoria
 

 

 

L’Unità, sedici pagine bianche nel penultimo numero in edicola

 

 

FonSai, rinviati a giudizio Ligresti e l’ex presidente della vigilanza, Giannini

 

 

 

 

DISASTRO CLIMATICO E MORFOLOGICO ITALIOTA

 

Earth Day, aumenta la febbre della Terra
Allarme Nasa: “Già vicini a soglia limite”

E Apple donerà proventi app al Wwf

L’impegno a “portare avanti ogni sforzo per limitare l’aumento delle temperature a 1,5 °C”, come prevede l’accordo sul clima, è, infatti, uno dei punti salienti dell’intesa stipulata da 195 Paesi allaconferenza “Cop21″ di Parigi. Ma già all’indomani del summit, alcuni esperti avevano sollevato dubbi sull’efficacia dell’accordo,giudicato insuffficiente a limitare le emissioni di gas serra, e a contenere la febbre del Pianeta. I primi dati raccolti nel 2016 e le previsioni dell’esperto Nasa sembrano andare nella stessa direzione, confermando alcune perplessità iniziali.

Secondo quanto scrive la rivista New Scientist, per sapere se le temperature medie globali della superficie del Pianeta si manterranno elevate per tutto il 2016 bisognerà, tuttavia, guardare a El Niño, l’aumento delle temperature superficiali del Pacifico. Un’attenuazione di questo fenomeno tropicale, alla base del motore climatico terrestre, potrà infatti portare, secondo gli esperti, a una riduzione di questo trend di crescita. “È essenziale – conclude Jan Fuglestvedt, climatologo del Center for international climate and environmental research di Oslo, e vice presidente del gruppo di scienze fisiche dell’Ipcc – che i Governi sappiano come e quando è necessario agire, per mantenere il surriscaldamento al di sotto di 1,5 °C”.Clima, 175 Paesi firmano all’Onu l’accordo
Cop21: “Segnale di speranza per il futuro”
(23-4-16)

2015, torna El Niño: porterà alluvioni e caldo record

La corrente oceanica anomala è tornata dopo 5 anni di pausa. Ci saranno effetti su scala globale: piogge violente e alluvioni in Cile, Perù, Bolivia; lunghe siccità in Australia e in Indonesia

 

 

 

Questo ''deserto'' è il Ticino si cammina sul letto del fiume

REP TV / SICCITA'
 

 

Questo ''deserto'' è il Ticino
si cammina sul letto del fiume
 (gennaio 2016)

 

 

Nubifragi sul Gargano, è allarme rosso
c'è un 70enne morto, un giovane disperso

Video A Peschici, l'acqua travolge tutto / Le foto
Campeggi evacuati, traffico in tilt /
Il meteo di PIERO RUSSO, 4-5-6 settembre 2014

Bomba d'acqua fa strage in Veneto: quattro morti nel Trevigiano, due feriti gravi,3 AGOSTO 2014

 

Varese, il lago esonda e la città è in ginocchio. Allagamenti e frane anche nel Comasco, 30 luglio 2014

Il lago è esondato fra Capolago e il lido della Schiranna e il fiume Olona è fuoriuscito dagli argini in alcuni tratti. Molte strade della città sono allagate e i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi

 

 

 

 

PERCHE' IL SEVESO ESONDA A MILANO?

 

 

LA STORIA

 

DAI GALLI INSUBRI AI ROMANI. DALL'EPOCA REPUBBLICANA A QUELLA IMPERIALE

 

 

 

 

MEDIOLANUM CAPITALE DELL'IMPERO ROMANO (285 d.C. - 476 d.C.) DA MASSIMIANO A TEODOSIO IL GRANDE

Ormai la città era diventata influente ed importante e gli imperatori, al varo della Tetrarchia voluta da Diocleziano allo scopo di consolidare strutture e confini di un impero sempre più vasto,decisero di farne capitale . Il confine nord in quel momento storico era a 400 chilometri e l'esistenza di un centro vasto come Mediolanum rispondeva perfettamente alle esigenze di difesa contro le invasioni barbariche sempre più frequenti.

IL PODEROSO SVILUPPO URBANISTICO TARDO-IMPERIALE

 

 

 

STORIA DELLA CANALIZZAZIONE DI MILANO

I progetti per l’imminente Expo del 2015 spesso parlano di vie d’acqua per raggiungere l’area dove sorgerà il sito; inoltre dai risultati del recente referendum riguardo la valorizzazione dei navigli, i milanesi hanno accolto con grande entusiasmo l’idea di restituire i corsi d’acqua a Milano.

 

Restituire… avete letto benissimo, non è un errore di battitura ma non molti sanno che a Milano scorre un labirinto di corsi d’acqua che si intersecano sotto la città.

Già dal precedente articolo sulla tombinatura del fiume Olona si è capito qual è stata la politica delle giunte milanesi dell’ultimo secolo: coprire, nascondere e cancellare il passato fluviale di Milano.

Queste decisioni appaiono molto criticate al giorno d’oggi; purtroppo l’aumento costante del traffico automobilistico e l’inquinamento crescente delle acque (non dimentichiamo che Milano fino al 2003 non disponeva di un sistema di depurazione delle acque efficace) non lasciarono scampo ai canali milanesi.

Il sottosuolo di Milano, oltre a una ricca presenza di acqua da fontanili e risorgive (gli utenti delle metropolitane conoscono benissimo il problema della falda acquifera per i frequenti allagamenti dovuti a questo fenomeno), può vantare moltissimi corsi d’acqua sotterranei.

Creare una mappa, o citarne tutti i nomi sarebbe un lavoro da ingegnere esperto del servizio idrico milanese pertanto mi limiterò a descrivere i tratti principali e i rami più importanti.

Naviglio Martesana, Seveso e Cavo Redefosssi
Il naviglio della Martesana fu costruito tra il 1460 e il 1496 (anno in cui fu raggiunta la fossa interna presso San Marco). La diga di “presa” del naviglio si trova a Trezzo sull’Adda. Il suo percorso cittadino in origine percorreva completamente l’odierna via Melchiorre Gioia.

Giunto al Ponte delle Gabelle (attuale viale Montegrappa angolo Melchiorre Gioia) entrava attraverso i Bastioni in città, proseguiva lungo la via San Marco fino a creare il “Tombone di San Marco” (el Tumbun in dialetto) dove infine sfociava nella cerchia interna dei Navigli nell’attuale via Fatebenefratelli.

Il Seveso invece è un torrente che nasce a Cavallasca (CO) sul monte Sasso e attraversa tutta la Brianza fino ad entrare a Milano in zona Niguarda. Il corso è stato deviato in antichità dai Romani per creare il Grande Sevese e il Piccolo Sevese, due canali difensivi lungo le Mura repubblicane. Nel 1471, quando la Martesana giunse alla Cascina de Pomm, il Seveso venne deviato per ricevere le acque in eccesso della Martesana fino al 1496 quando ,completata la Martesana, il Seveso ne divenne un affluente.

Il Cavo Redefossi nasce nel 1783 circa dal Naviglio Martesana al ponte delle Gabelle con lo scopo di evitare le esondazioni del naviglio nei periodi di piena (ricordando che in quel punto il naviglio ha appena ricevuto le acque del Seveso).

Percorrendo i viali di circonvallazione dei Bastioni orientali (fungendo quindi anche da fossato difensivo) porta le sue acque da Porta Nuova fino a Porta Romana (attuale piazza Medaglie d’Oro) dove devia verso Sud e, percorrendo tutto l’attuale Corso Lodi, porta le sue acque a Melegnano dove sfocia nel Lambro (dopo aver ricevuto anche la Vettabbia, di cui parleremo più avanti).

La situazione attuale: attualmente in superficie scorre solo la Martesana fino a Cascina de Pomm; da quel punto inizia il suo percorso sotterraneo lungo la via Melchiorre Gioia.

Il Seveso sul territorio di Milano è interamente tombinato; inizia il suo percorso sotterraneo in via Ornato e sfocia nella Martesana alla confluenza tra via Carissimi e via Gioia.

Nonostante il suo percorso sotterraneo riesce spesso a far parlare di sé per le continue esondazioni in zona Niguarda che avvengono con una frequenza impressionante al minimo aumento di portata; la costruzione del Canale Scolmatore di Nord – Ovest e di una griglia di decantazione prima della tombinatura non hanno portato a un miglioramento sperato.

Al Ponte delle Gabelle, interrato nel manto stradale, esiste tutt’ora la diga che dà origine al cavo Redefossi (vedi schema).

La maggior parte delle acque della Martesana viene sversata nel Redefossi che percorre sotterraneo tutta la circonvallazione dei Bastioni (via Monte Santo, viale Vittorio Veneto, viale Piave, viale Premuda e viale Monte Nero) fino a Corso Lodi dove scorre sempre sotterraneo fino a rivedere la luce a San Donato Milanese e San Giuliano anche se in tempi recentissimi si sta provvedendo alla tombinatura anche di questo tratto.

Dal Ponte delle Gabelle esiste ancora un piccolo canale che porta una minima quantità d’acqua lungo la via San Marco e da lì a mezzo del Cavo Borgonuovo (che percorre la via omonima) a rifornire il Grande Sevese che nasce sotto via Montenapoleone.

Grande Sevese, Piccolo Sevese, Ticinello e Vettabbia
Il Grande Sevese e il Piccolo Sevese sono due canali scavati in età romana (all’incirca in età repubblicana), derivati da una deviazione del torrente Seveso a Nord della città (detta Sevesetto). Il Grande Sevese costeggiava le mura romane dal lato orientale mentre il Piccolo Sevese seguiva lo stesso percorso dal lato occidentale. Dalla loro unione, che avveniva nella zona dell’attuale Parco delle Basiliche, nasceva la Vettabbia.

La Vettabbia è un canale che nasceva appunto come detto in precedenza dalla confluenza del Grande e Piccolo Sevese nell’attuale Parco delle Basiliche. Il suo percorso puntava verso sud/est andando ad intercettare il Lambro. In epoca romana, riceveva anche portata dell’Olona deviato dai romani per rifornire la fossa difensiva occidentale.

Il Cavo Ticinello (da non confondere con il canale omonimo che scorreva al confine con la provincia di Pavia da Abbiategrasso a Bereguardo) è un canale che trae le sue acque dalla Darsena dal lato di Porta Ticinese. Era utilizzato come canale scolmatore già da prima che venisse scavato il Naviglio Pavese. Il suo percorso è parallelo alla Vettabbia in uscita da Milano andando a sfociare nel Lambro Meridionale.

La situazione attuale: probabilmente il percorso di questi canali è la parte più affascinante di tutta la ricerca poiché ne esiste ancora buona parte in pieno centro anche se è stata completamente assorbita e celata nel manto stradale.

Il Grande Sevese scorre tutt’ora per il centro cittadino; il rifornimento d’acqua è assicurato dalla minima portata garantita dal canale sotterraneo di via San Marco (derivato dalla Martesana) che fa giungere le acque in via Montenapoleone (attuale inizio del Grande Sevese) tramite il Cavo Borgonuovo, sotto l’omonima via.

Da via Montenapoleone raggiunge piazza San Babila e completamente interrato arriva in via Larga (a pochi passi dal Duomo!!!) e da lì percorrendo le piccole vie del centro giunge al Parco dietro la basilica di San Lorenzo dove incontrandosi con il Piccolo Sevese formano il canale della Vetra che, sempre sotterraneo, sfocia nella Vettabbia.

Il Piccolo Sevese invece scorre sotto il manto stradale da Foro Bonaparte ang. Via Tivoli, alimentato probabilmente dalla Roggia Castello che arriva da nord passando a fianco del cimitero Monumentale.

Tramite le vie del centro (passando sotto via San Giovanni sul Muro, Corso Magenta e via Nirone) giunge in zona del Carrobbio e da lì in piazza Vetra dove si unisce, come già detto, al Grande Sevese nel canale della Vetra e poi nella Vettabbia.

L’attuale roggia Vettabbia (molto limitata se si pensa che in passato era un canale navigabile!) nasce appunto sotto il parco delle Basiliche dal canale della Vetra.

Percorre interrata via Calatafimi, via Col Moschin e via Castelbarco. Esce allo scoperto in viale Toscana angolo Via Bazzi (coperto però da un cartellone pubblicitario!) e a cielo aperto attraversa il quartiere ex OM (quartiere Spadolini), il Vigentino fino a sfociare nel Redefossi dopo Melegnano.

Il Cavo Ticinello invece è molto più misterioso rispetto alla Vettabbia.

Sappiamo che in Darsena esce dalle chiuse presenti verso piazza XXIV Maggio, attraversa sotterraneo il monumento del Cagnola di porta Ticinese e imbocca viale Col di Lana.

Da lì il suo percorso risultava in passato scorrere parallelo, senza incrociarsi, con la Vettabbia. Oggi non si riesce a ben capire se i due corsi scorrano ancora separati o si uniscano per questo breve tratto.

Percorrendo la via Bazzi, esce allo scoperto tra via De Missaglia e il quartiere Selvanesco e sfocia nel Lambro Meridionale.

Nella prossima parte prenderemo in considerazione la Cerchia Interna, l’Olona e il Lambro. A presto.

Cerchia Interna dei Navigli, Naviglio del Vallone, di San Gerolamo e Morto

La cosiddetta cerchia dei Navigli derivava dall’antico fossato difensivo medievale del 1156 ad opera di Guglielmo da Guintellino creato per difendere Milano dalle incursioni del Barbarossa.

 

Quando il Naviglio Grande (1272 ca.) e il Naviglio Martesana (1496) giunsero a Milano, si decise di collegare la cerchia interna a questi due corsi per sfruttare le vie d’acqua per il trasporto del marmo per la costruzione del Duomo.

Le acque della Martesana, dopo il Tombone di San Marco, si immettevano nella cerchia interna in via Fatebenefratelli, percorrevano piazza Cavour, via Senato, via San Damiano, via Visconti di Modrone, via Francesco Sforza, via Santa Sofia, via Molino delle Armi, via de Amicis e via Carducci.

Nell’attuale via Francesco Sforza all’altezza di via Laghetto, fu costruito il porto di approdo per i marmi di Candoglia del Duomo; questo “approdo” prese il nome di Laghetto di Santo Stefano, proprio accanto all’ospedale Ca’ Granda (attuale Università Statale).

Per collegare il Naviglio Grande dalla Darsena alla cerchia interna fu costruito il Naviglio del Vallone, o anche conosciuto come Viarenna, dal nome della prima conca al mondo costruita (1439 ca.). Il Naviglio del Vallone sottopassava i Bastioni dell’attuale via Gabriele d’Annunzio e tramite l’attuale via Conca del Naviglio (vedi foto di apertura) andavano ad intercettare la fossa interna all’angolo con via Molino delle Armi.

Il Naviglio Morto invece era un tratto di Naviglio nell’attuale via Pontaccio, un tratto facente parte dell’antica cerchia interna del 1156 che andava a rifornire il fossato del castello. Con la dismissione di questo compito difensivo rimase “chiuso” in via Pontaccio e prese appunto il nome di Naviglio Morto.

Stessa sorte per il Naviglio di San Gerolamo della cerchia interna che rimase attivo lungo la via Carducci, terminava nell’attuale piazza Cadorna.

La situazione attuale: con il PRG (Piano Regolatore) Beruto del 1884 venne pianificata la chiusura della fossa interna.

I primi tratti ad essere coperti furono il Naviglio Morto e il Naviglio di San Gerolamo nel 1894. La cerchia interna invece venne coperta nel biennio 1929-30. Il tratto da via Fatebenefratelli a via Molino delle Armi, compreso il Naviglio del Vallone venne coperto.

Attualmente non vi scorre acqua e non c’è possibilità che succeda in quanto gli alvei sono stati completamente riempiti durante la ristrutturazione negli anni 60/70 per scongiurare pericoli di crollo. Del passato idrico in queste vie non rimane traccia alcuna. Gli unici particolari che si possono notare sono agli incroci dei dislivelli stradali dove l’alzaia incrociava i vecchi ponti (particolarmente evidente nell’incrocio tra Molino delle Armi e Corso Italia). Resta un monumento con un tratto di naviglio in acqua stagnante (aggiungerei putrida) a ricordare la presenza della Conca di Viarenna in via Conca del Naviglio.

Olona e Lambro Meridionale
Il bacino idrico occidentale di Milano è formato da questi due corsi d’acqua. Avendone già parlato in un precedente articolo mi limiterò solo a citare gli affluenti dell’Olona. Vicino a Rho l’Olona riceve i torrenti Bozzente e Lura. In zona Musocco giunge tombinato il torrente Fugone (o Merlata) che si immette nell’Olona in zona San Siro. Più a Valle, nell’attuale piazza Stuparich l’Olona riceve il torrente Pudiga (o Mussa) che giunge a Milano nel quartiere Vialba, tombinato sotto viale Espinasse.

Il Lambro Meridionale è un colatore che trae le sue origini probabilmente dall’antico alveo del torrente Lombra (che attualmente corrisponde circa al percorso del tratto di circonvallazione tombinato dell’Olona).

Già dall’epoca romana veniva utilizzato come canale di scarico fognario (infatti ne deriva il suo nome come Lambro Merdario). La funzione del Lambro Meridionale potrebbe esser paragonata alla ben più famosa Cloaca Maxima di Roma.

Riceveva lo spurgo della città tramite un canale che percorreva via Conca del Naviglio e , ricalcando il percorso del Naviglio Grande, lo intercettava nell’attuale San Cristoforo.

Con lo scavo del Naviglio Grande, uno scarico del Naviglio stesso divenne la sua foce. Dal 1930 circa ricevette anche le acque dell’Olona sempre a San Cristoforo venendo canalizzato nel suo percorso attuale.

La situazione attuale: Il punto dove nasce il Lambro Meridionale è ancora oggi visibilissimo; le chiuse del Naviglio Grande sotto il ponte ferrato della ferrovia a San Cristoforo danno origine al canale che pochi metri dopo la nascita riceve le acque dell’Olona provenienti dalla circonvallazione.

Il colatore prosegue scoperto e canalizzato lungo le vie Malaga e Santander. All’incrocio con viale Famagosta inizia la tombinatura che scorre lungo via San Vigilio e via San Paolino.

Attraversa scoperto l’autostrada A7 e il deposito della metropolitana a Famagosta. In via Boffalora riceve le acque del Deviatore Olona. Sottopassa il Naviglio Pavese vicino a Chiesa Rossa (ricevendone anche parte di portata) e lascia la città in direzione Rozzano sempre a cielo aperto. Dopo aver attraversato il pavese sfocia nel Lambro a Sant’Angelo Lodigiano.

Il Lambro

Molti, per differenziarlo dal Colatore Lambro Meridionale, preferiscono indicarlo come Lambro Settentrionale. Ma il suo nome originale è Lambro. Nasce dai Monti del San Primo a Magreglio. Arriva da Monza attraverso Cologno Monzese e nella zona di Cascina Gobba sottopassa il Naviglio Martesana ricevendone le acque in eccesso. Entrato nel territorio comunale di Milano attraversa il parco Lambro, viale Forlanini, Cascina Monluè ed esce in zona Peschiera Borromeo. A Melegnano riceve le acque della Vettabbia e Cavo Redefossi, mentre a Sant’Angelo Lodigiano riceve il Colatore Lambro Meridionale. A Senna Lodigiana confluisce nel Po.

La situazione attuale:
Il Lambro risulta completamente scoperto come fiume nonostante la scarsa qualità delle sue acque. La sua posizione periferica l’ha preservato dalla tombinatura selvaggia che hanno subito i canali milanesi. Sicuramente la sua portata risulta aumentata in quanto nel corso dei secoli è diventato lo scolmatore delle acque di Milano. Tutto l’attuale sistema idrico di Milano scarica direttamente o indirettamente nel Lambro (Vettabbia, Redefossi e Lambro Meridionale). L’unica via di uscita “alternativa” delle acque da Milano è il Naviglio Pavese.

Cosa resta a Milano…
A Milano del suo passato fluviale, oltre il Naviglio Grande, la Darsena e il Naviglio Pavese resta veramente poco. Il mio auspicio personale è che presto vengano riattivati i percorsi storici, ovviamente non prima di una depurazione delle acque a monte della città, di una razionalizzazione dei percorsi dove riaprire i canali e una buona manutenzione negli anni a venire. Togliere definitivamente le auto dal centro, potenziando il trasporto pubblico (magari anche idrico!) e restituendo l’acqua sarebbe un gran bel sogno…per adesso accontentiamoci di ricordare la città com’era con i suoi canali attraverso le foto in bianco e nero!

A chi fosse interessato ad approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro: “Viaggio nel sottosuolo di Milano tra acque e canali segreti” di M. Brown, A. Gentile e G. Spadoni – Editore Comune di Milano, non più disponibile in commercio ma a disposizione presso le biblioteche comunali rionali di Milano e il consorzio di biblioteche CSBNO, da cui sono state tratte la maggior parte delle immagini di questo articolo e con cui mi sono documentato per scriverlo.

 

http://vecchiamilano.wordpress.com/2011/07/28/i-canali-di-milano-2-parte/

 

Dal Gottardo a Venezia. Ma in barca

di Franco Zantonelli

Manager svizzero rilancia l'idea di ripristinare l'"idrovia" usata da San Carlo Borromeo. Dai piedi delle Alpi elvetiche alla Laguna per via fluviale. "Neanche immaginate che effetto l'ingresso a Milano..."

 

 

 

http://www.skuola.net/storia-arte/medioevo/storia-arte-medievale.html

 

 

 

IL DISASTRO DELLE INVASIONI BARBARICHE E LA CADUTA DELL'IMPERO

 

 

 

Le mura aureliane, da Porta san Sebastiano a Porta Ardeatina.

Belisario entra a Roma

Il 9 dicembre (o il 10) del 536 Belisario entrò trionfante a Roma, nella antica capitale dell'impero romano, dove oramai i fausti di un tempo erano solo un lontano ricordo, Roma aveva solo 50.000 abitanti, Belisario non trovò resistenza da parte degli ostrogoti, per poter prendersi la città, ma subito saputa la notizia un esercito ostrogoto che si trovava nel nord Italia si mise in marcia per andar a riprendersi la città. Belisario quindi inviò un suo ufficiale che consegnò le chiavi di Roma all'Imperatore Giustiniano I, e che portò prigioniero a Costantinopoli il generale ostrogoto che aveva consegnato la città. Belisario si accorse subito che la situazione delle mura aureliane (le mura di Roma) era pessima, e quindi provvide subito a farle riparare, visto che era stato informato che gli ostrogoti si stavano avvicinando.

Nel febbraio del 537, trentamila ostrogoti si trovavano alle porte di Roma, pronti ad assediare la città, per fermare l'avanzata dei Bizantini capitanati dal generale Belisario, e prendere il possesso dell'ex capitale dell'impero.

Belisario si trovava svantaggiato, aveva solo cinquemila uomini, non sufficienti per la difesa della città, e le mura aureliane erano facilmente espugnabili dato il loro cattivo stato. Gli ostrogoti si posizionarono attorno alla città, costruendo sette accampamenti onde bloccare l'arrivo di rifornimenti e iniziarono i preparativi. Inoltre tagliarono i quattordici acquedotti della città per lasciare la popolazione senz'acqua.

Belisario, per fronteggiare la situazione, prese i seguenti provvedimenti:[1]

  1. per impedire ai Goti di penetrare nella città attraverso gli acquedotti (come aveva fatto Belisario stesso, tra l'altro, per espugnare Napoli pochi mesi prima), li fece ostruire con un solido muro.
  2. pose a custodia delle porte uomini fidati. In particolare Belisario decise di sorvegliare egli stesso la Salaria e la Pinciana, mentre affido a Costanziano la custodia della Flaminia. Una porta venne serrata con un cumulo di pietre per impedire a chicchessia di aprirla.
  3. infine decise, per provvedere ai bisogni della popolazione, di costruire dei rudimentali ma ingegnosi mulini ad acqua sfruttando le acque del Tevere. I Goti, avutene notizia da disertori, tentarono di sabotare l'invenzione gettando nelle acque del Tevere alberi e cadaveri. Belisario però riuscì a contrastare i loro tentativi di non far funzionare i mulini ad acqua con delle funi di ferro che andavano da una riva all'altra del Tevere e che impedivano agli oggetti gettati dai Goti nel fiume di proseguire oltre. In questo modo impediva inoltre ai Goti di entrare in città tramite il fiume Tevere.

All'alba del diciottesimo giorno d'assedio gli ostrogoti attaccarono, ma la loro disorganizzazione e l'inesperienza nell'uso delle macchine d'assedio permise ai bizantini di ottenere una facile vittoria, mietendo un gran numero di vittime tra le file nemiche.[4] L'assalto iniziò con i Goti che facevano avanzare le torri d'assedio verso le mura. Belisario ordinò allora agli arcieri di mirare di proposito ai buoi che trainavano le torri in modo da ucciderli e da impedire alle torri di essere trasportate fino alle mura; la strategia funzionò e i Goti si trovarono con un'arma inutilizzabile.[4]

Vitige decide quindi di cambiare strategia: ad una parte del suo esercito ordinò di tenere occupato Belisario nella difesa della Porta Salaria tramite il lancio di strali sopra i merli, mentre lui e un'altra parte dell'esercito avrebbero tentato l'attacco alla Porta Prenestina, più facile da espugnare per il debole stato delle mura.[4] Bessa e Peranio, i generali a difesa della porta e delle mura circostanti, chiesero allora aiuto a Belisario, il quale, affidata a un suo amico la difesa della Porta Salaria, andò subito a soccorrere la porta Prenestina.[5] Belisario, vedendo le mura in cattivo stato, ordinò ai suoi uomini di non respingere il nemico: lasciò pochi uomini a difesa dei merli mentre il fior dell'esercito venne collocato vicino alla Porta. I Goti, entrati da un foro nelle mura, vennero qui sconfitti e costretti alla fuga. Le loro macchine d'assedio vennero date alle fiamme.

Un'altra parte dell'esercito goto assalì nel frattempo la Porta Aurelia, difesa da Costantino. Quest'ultimo aveva con sé pochissimi uomini in quanto il Tevere, che scorreva vicino alla porta e al muro, sembrava proteggerlo abbastanza da un assalto goto e si preferì lasciare ben difesi parti di mura più importanti.[4] I Goti, valicato il Tevere, assaltarono la Porta e il Muro con ogni macchina d'assedio di sorta (soprattutto scale) e tirando frecce contro gli Imperiali. Gli Imperiali sembravano disperare: le baliste erano inutilizzabili in quanto erano a lunga gittata e quindi erano inservibili per colpire nemici molto vicini alle mura; i Goti erano in superiorità numerica; e stavano appoggiando le scale per valicare le mura.[4] I Bizantini però non si persero d'animo e, facendo a pezzi molte delle più grandi statue, le gettarono dalle mura contro i nemici.[4] La tattica ebbe successo e i nemici iniziarono a indietreggiare; allora gli Imperiali, rinvigoriti, attaccarono con maggior foga attaccando i Goti con frecce e pietre. I Goti, respinti, non attaccarono più, almeno per quel giorno, la porta Aurelia.[4]

I Goti provarono allora ad attaccare la Porta Trasteverina ma il generale bizantino Paolo riuscì a respingerli senza problemi.[5] Rinunciato all'attacco della Porta Flaminia, protetta da un suolo dirupato e dal generale bizantino Ursicino, i Goti attaccarono allora la Porta Salaria subendo gravi perdite.[5] Giunse infine la notte e la battaglia si concluse con la vittoria bizantina sui Goti. Curiosamente i Goti non attaccarono una parte delle mura non riparata da Belisario per la superstizione dei suoi uomini (essi dicevano che per via di una leggenda sarebbe stato San Pietro in persona a proteggerle dai Goti)[5]: se avessero deciso di attaccarle, forse la battaglia sarebbe finita in modo diverso per loro.

Ma la vittoria non servì a rompere l'assedio, e Belisario sapeva che il suo esercito era comunque di gran lunga inferiore a quello degli Ostrogoti, così decise di inviare un messaggero all'imperatore Giustiniano I per chiedere rinforzi:[6]

« Secondo i vostri ordini, sono entrato nei domini dei Goti, e ho ridotto alla vostra obbedienza l’Italia, la Campania, e la città di Roma. […] Fin qui abbiamo combattuto contro sciami di barbari, ma la loro moltitudine può alla fine prevalere. […] Permettetemi di parlarvi con libertà: se volete, che viviamo, mandateci viveri, se desiderate, che facciamo conquiste, mandateci armi, cavalli e uomini. […] Quanto a me la mia vita è consacrata al vostro servizio: a voi tocca a riflettere, se […] la mia morte contribuirà alla gloria e alla prosperità del vostro regno. »

Il giorno dopo la battaglia si vide costretto ad effettuare delle scelte drastiche per migliorare la difesa dell'Urbe come far uscire dalla città tutti coloro che non erano in grado di brandire un'arma (tra questi vi erano le donne e i bambini), che vennero trasferiti temporaneamente a Napoli.[7] La decisione di far uscire dalla città le persone non in grado di combattere era dovuta alla volontà di far durare il maggior tempo possibile le scorte di cibo utilizzandole solo per sfamare le persone in grado di combattere, mentre gli altri, trasferendosi a Napoli, venivano comunque sfamati.[7] Le persone trasferite a Napoli vi giunsero o per via mare o seguendo la Via Appia, senza venire attaccata dai Goti in quanto, essendo Roma una città di vastissima estensione, i Goti non erano riusciti a circondarla tutta quanta, quindi bastò uscire da una via distante dagli accampamenti goti.[7]

Proprio per questi motivi fu possibile introdurre a Roma scorte di cibo per parecchi giorni senza essere notati dai Goti. E, durante la notte, capitava di sovente che i Mauri, soldati foederati dell'Impero, facessero delle sortite contro gli accampamenti goti, uccidendone alcuni durante il sonno e spogliandoli.[7] Belisario nel frattempo notò la sproporzione tra l'estensione delle mura e il numero dei soldati che le dovevano sorvegliare e decise di risolvere il problema obbligando gli abitanti rimasti a diventare soldati e far ronda sulle mura aureliane.[7] Prese delle severe precauzioni per assicurarsi della fedeltà dei suoi uomini: cambiava due volte al mese gli ufficiali posti a custodia delle porte della città,[7] ed essi venivano sorvegliati da cani e altre guardie per prevenire un eventuale tradimento.

In quei giorni i Bizantini deposero Papa Silverio, accusato di parteggiare con i Goti, e lo spedirono in esilio in Grecia. Venne eletto al suo posto Virgilio, gradito dall'Imperatrice Teodora. Vennero espulsi, per lo stesso motivo, alcuni senatori.[7]

La conquista di Porto e i problemi arrecati ai Romani

Nel frattempo Vitige decise per rappresaglia di uccidere i senatori romani rifugiatisi a Ravenna all'inizio della guerra.[8] Inoltre, per tagliare i contatti degli assediati con l'esterno, impedendo così loro di ricevere scorte di cibo e acqua, decise di conquistare Porto, lontana circa 20 stadi, la distanza che separa Roma dal Mediterraneo.[8] Dunque, trovatala senza presidio, i Goti occuparono Porto, sterminando la popolazione locale e arrecando grossi problemi agli assediati in quanto a Porto giungevano principalmente le scorte di cibo necessarie per resistere all'assedio.[8] I Romani furono quindi costretti a recarsi ad Ostia per rifornirsi di cibarie, facendo tra l'altro molta fatica in quanto abbastanza lontana da Roma a piedi.[8]

Scontri sotto le mura

Venti giorni dopo la conquista ostrogota di Porto, arrivarono a Roma i primi rinforzi inviati da Giustiniano: i generali Valentiniano e Martino alla testa di mille e cinquecento cavalieri, per lo più Unni, ma comprendenti anche Sclaveni ed Anti, popolazioni alleate dell'Impero residenti oltre Danubio.[9] Belisario, confortato dall'arrivo di rinforzi, decise di adoperare una tattica di guerriglia, approfittando della superiorità degli arcieri bizantini per logorare le forze nemiche: ordinò ad una sua lancia, Traiano, di attaccare, alla testa di duecento pavesai, i Goti, impedendo ai suoi di combatterli da vicino con la spada o con l'asta, e permettendo loro di adoperare solo l'arco; quando le frecce sarebbero finite i soldati bizantini sarebbero riparati alle mura.[9] Traiano, ricevuto l'ordine, prese i 200 pavesai e uscì con essi dalla Porta Salaria, dirigendosi verso il campo nemico.[9] I barbari, sorpresi dall'arrivo dei 200 pavesai, si gettarono fuori degli steccati per assalire l'armata di Traiano, dispostosi sulla sommità di una collina per ordine di Belisario: i pavesai di Traiano cominciarono a colpire i nemici di frecce, uccidendone almeno mille, per poi ripararsi dentro le mura.[9] Visto che la tattica di guerriglia cominciava a dare i suoi frutti, infliggendo perdite all'armata nemica, Belisario, alcuni giorni dopo, inviò trecento pavesai alla testa di Mundila e Diogene, per attaccare allo stesso modo, adoperando l'arco, gli Ostrogoti, infliggendo così loro delle perdite persino peggiori rispetto al primo scontro; Belisario, incoraggiato, inviò altri trecento pavesai sotto il comando di Oila, i quali inflissero ulteriori perdite ai Goti; in tre scontri sotto le mura, gli arcieri di Belisario era riusciti a uccidere, secondo Procopio, ben 4.000 Goti.[9]

Vitige, allora, volendo adoperare la stessa tattica di Belisario, ordinò a cinquecento cavalieri di avvicinarsi alle mura, e di fare all'esercito di Belisario la stessa accoglienza che essi avevano ricevuto.[9] I cinquecento cavalieri goti, saliti su un'altura non distante da Roma, furono però attaccati da 1.000 arcieri scelti bizantini posti sotto il comando di Bessa, i quali, attaccando a suon di frecce i guerrieri goti, inflissero loro pesanti perdite, costringendo i pochi superstiti a fuggire negli accampamenti goti, dove furono pesantemente rimproverati per il loro fallimento da Vitige, il quale sperava che il giorno successivo, adoperando diversi combattenti e la stessa tattica, il successo avrebbe forse arriso ai Goti.[9] Due giorni dopo Vitige inviò altri cinquecento Goti, selezionati da tutti i suoi campi, contro il nemico; Belisario, accortosi del loro arrivo, inviò a combatterli Martino e Valeriano alla testa di mille e cinquecento cavalieri, i quali inflissero pesanti perdite agli Ostrogoti.[9]

Procopio spiega i motivi per cui la tattica di guerriglia di Belisario aveva successo: Belisario, infatti, si era accorto dei talloni di Achille dell'esercito ostrogoto, e stava provando a sfruttarli: infatti, mentre "quasi tutti i Romani, gli Unni ed i confederati loro sono valentissimi arcieri a cavallo", i cavalieri ostrogoti al contrario non sapevano combattere con l'arco, venendo addestrati a maneggiare le sole aste e spade; per questo motivo, negli scontri non in campo aperto, gli arcieri a cavallo bizantini, approfittando della loro abilità nell'arco, riuscivano ad infliggere pesanti perdite al nemico.[9]

 

 

LO SCONTRO IN CAMPO APERTO E LE PESANTI PERDITE SUBITE DAGLI IMPERIALI:RE VITIGE TUTTAVIA TOGLIE L'ASSEDIO PER PAURA DI ESSERE TAGLIATO FUORI DAL NORD D'ITALIA

 

 

L'ASSEDIO E LA DISTRUZIONE DI MILANO DEL 539 d.C.: I GOTI PORTANO LA GUERRA NEL NORD

La sempre più precaria situazione politica e militare causò però alla città diverse ferite e Milano conobbe, nel 539, la sua prima distruzione: l'imperatore romano d'Oriente Giustiniano I, deciso a riconquistare i territori imperiali d'occidente, attaccò il re goto Teodato inviando in Italia al comando delle sue truppe il generale Belisario, iniziando quella che diventerà la lunga Guerra gotica; durante l'assedio di Roma del 537-538, durante l'inverno del 537-538, Belisario ricevette a Roma il vescovo di Milano, Dazio, con alcuni tra i cittadini milanesi più illustri: questi chiesero al generalissimo di inviare nell'Italia nord-occidentale (provincia di Liguria) un piccolo esercito; se l'avesse fatto, loro avrebbero consegnato all'Impero non solo Milano, ma tutta la provincia romana di Liguria (grossomodo corrispondente all'Italia nord-occidentale).[4]

Belisario mantenne le promesse: mandò via mare un esercito 1.000 uomini per intraprendere la conquista della Liguria. L'esercito bizantino sbarcò a Genova e riuscì in breve tempo a occupare Milano, Bergamo, Como, Novara e a tutti gli altri centri della Liguria ad eccezione di Pavia. La reazione di Vitige, tuttavia, non si fece attendere: inviò Uraia con un consistente esercito per cingere d'assedio Milano, e sollecitò il re dei Franchi, Teodeberto I, a intervenire in suo sostegno. Teodeberto, però, avendo stretto dei trattati di alleanza con Giustiniano (che non aveva rispettato), decise prudentemente di non intervenire direttamente nel conflitto, inviando a dar manforte ai Goti non guerrieri franchi ma 10.000 guerrieri burgundi, sudditi dei Franchi.

Belisario decise di inviare soldati alla liberazione di Milano, ma la divisione in due fazioni dell'esercito bizantino in seguito all'arrivo in Italia del generale Narsete, fece sì che la parte dell'esercito dalla parte di Narsete disubbedì agli ordini di Belisario di accorrere alla liberazione di Milano se non l'avesse autorizzato prima esplicitamente Narsete. Quando arrivò l'autorizzazione di Narsete era troppo tardi: gli stenti subiti dai Milanesi assediati si aggravarono a tal punto «per la mancanza di cibo che molti non disdegnavano di mangiar cani, sorci ed altri animali abborriti prima per cibo dell’uomo»[5] e la guarnigione imperiale decise quindi di arrendersi. Milano fu distrutta:

« Milano quindi fu agguagliata al suolo, e massacrato ogni suo abitatore di sesso maschile, non risparmiandosi età comunque, e per lo meno aggiugnevane il numero a trecento mila; le femmine custodite in ischiavitù spedironsi poscia in dono ai Burgundioni, guiderdonandoli con esse del soccorso avutone in questa guerra. Oltre di che rinvenuto là entro Reparato prefetto del Pretorio lo fecero a pezzi e gittaronne le carni in cibo ai cani. Gerbentino, pur egli quivi di stanza, poté co’ suoi trasferirsi per la veneta regione e pe’confini delle vicine genti nella Dalmazia, e passato in seguito a visitare l’imperatore narrogli a suo bell’agio quell’immensa effusione di sangue. Quindi i Gotti, occupate per arrendimento tutte le altre città guernite dalle armi imperiali, dominarono l’intera Liguria. Martino ed Uliare coll’esercito si restituirono in Roma. »
(Procopio, La Guerra Gotica, II, 21.)

In realtà la cifra di Procopio di 300.000 milanesi maschi massacrati è esagerata e va perlomeno divisa per dieci (30.000).

Al termine della guerra gotica, che durò fino al 553/554, ma si protrasse in alcune zone dell'Italia settentrionale fino al 561/562, l'Italia fu conquistata dai Bizantini e Milano, secondo la Cronaca di Mario Aventicense, fu ricostruita per opera di Narsete:[6]

(LA)
« Hoc anno Narses ex praeposito et patricio post tantos prostratos tyrannos, ... Mediolanum vel reliquas civitates, quas Goti destruxerant, laudabiliter reparatas, de ipsa Italia a supra scripto Augusto remotus est.» »
(IT)
« In quest'anno [568] Narsete ex proposito e patrizio, dopo aver abbattuto tanti tiranni... e ricostruite lodevolmente Milano e le città rimaste, che i Goti avevano distrutto, fu destituito dal governo dell'Italia dal suddetto Augusto [Giustino II]. »
(Mario Aventicense, Chronica, Anno 568.)

Sembra che nel breve periodo bizantino potrebbe essere stata elevata a capitale della diocesi italiana (Italia del Nord), anche se ciò non è certo.[7] Infatti, intorno alla fine del VI secolo, Genova risulta essere la sede dei vicarii del prefetto del pretorio d'Italia, che potrebbero essersi trasferiti, insieme all'arcivescovo di Milano, a Genova dopo la conquista longobarda di Milano (3 settembre 569).

 

 

 

LA DECADENZA SOTTO IL PRIMO PERIODO LONGOBARDO E LA COSTRUZIONE DEL TICINELLO COME BARRIERA CONTRO LE INVASIONI DA PAVIA (568-590 d.C) DA ALBOINO ALL'ANARCHIA DEI DUCHI LONGOBARDI. IL RUOLO DI TEODOLINDA,REGINA DEI BAVARI

L'entrata in scena dei Longobardi arrivava all'improvviso. Popolo poco conosciuto alle cronache romane si contraddistingueva dagli altri popoli di lingua germanica per non aver subito alcun influsso romano contrariamente a Franchi,Visigoti,Ostrogoti che si erano divisi le spoglie dell'impero.

Nel periodo successivo alle Guerre marcomanniche la storia dei Longobardi è sostanzialmente sconosciuta. L'Origo riferisce di un'espansione nelle regioni di "Anthaib", "Bainaib" e "Burgundaib"[27], spazi compresi tra il medio corso dell'Elba e l'attuale Boemia settentrionale[28][29]. Si trattò di un movimento migratorio dilazionato nel corso di un lungo periodo, compreso tra il II e il IV secolo, e non costituì un processo unitario, quanto piuttosto una successione di piccole infiltrazioni in territori abitati contemporaneamente anche da altri popoli germanici[28][30][31].

Tra la fine del IV e l'inizio del V secolo, i Longobardi tornarono a darsi un re, Agilmondo[32], e dovettero confrontarsi con gli Unni, chiamati "Bulgari" da Paolo Diacono[33]. Sempre tra IV e V secolo ebbe avvio la trasformazione dell'organizzazione tribale longobarda verso un sistema guidato da un gruppo di duchi; questi comandavano proprie bande guerriere sotto un sovrano che, ben presto, si trasformò in un re vero e proprio. Il re, eletto come generalmente accadeva in tutti i popoli indoeuropei per acclamazione dal popolo in armi, aveva una funzione principalmente militare, ma godeva anche di un'aura sacrale (lo "heill", "carisma"); tuttavia, il controllo che esercitava sui duchi era generalmente debole[34].

Nel 488-493 i Longobardi, guidati da Godeoc e poi da Claffone, "ritornarono" alla storia e, attraversata la Boemia e la Moravia[35][36], si insediarono nella "Rugilandia", le terre a ridosso del medio Danubio lasciate libere dai Rugi a nord del Norico dove, grazie alla fertilità della terra, poterono rimanere per molti anni[36][37]; per la prima volta entrarono in un territorio marcato dalla civiltà romana[35]. Giunti presso il Norico, i Longobardi ebbero conflitti con i nuovi vicini, gli Eruli, e finirono per stabilirsi nel territorio detto "Feld" (forse la Piana della Morava, situata a oriente di Vienna[36][38]).

Un'alleanza con Bisanzio e i Franchi permise a re Vacone di mettere a frutto le convulsioni che scossero il regno ostrogoto dopo la morte del re Teodorico nel 526: sottomise così gli Suebi presenti nella regione[39] e occupò la Pannonia I e Valeria (l'attuale Ungheria a ovest e a sud del Danubio)[40][41]. Alla sua morte (540) il figlio Valtari era minorenne; quando, pochi anni dopo, morì, il suo reggente Audoino usurpò il trono[42] e modificò il quadro delle alleanze del predecessore, accordandosi (nel 547 o nel 548) con L'imperatore bizantino Giustiniano I[42] per occupare, in Pannonia, la provincia Savense (il territorio che si stende fra i fiumi Drava e Sava) e parte del Norico, in modo da schierarsi nuovamente contro i vecchi alleati Franchi e Gepidi e consentire a Giustiniano di disporre di rotte di comunicazione sicure con l'Italia[43][44].

Grazie anche al contributo militare di un modesto contingente bizantino e, soprattutto, dei cavalieri avari[12], i Longobardi affrontarono i Gepidi e li vinsero (551)[45], mettendo fine alla lotta per la supremazia nell'area norico-pannonica. In quella battaglia si distinse il figlio di Audoino, Alboino. Ma uno strapotere dei Longobardi in quella zona non serviva gli interessi di Giustiniano[46][47] e quest'ultimo, pur servendosi di contingenti longobardi anche molto consistenti contro Totila e perfino contro i Persiani[48], cominciò a favorire nuovamente i Gepidi[46][47]. Quando Audoino morì, il suo successore Alboino dovette stipulare un'alleanza con gli Avari, che però prevedeva in caso di vittoria sui Gepidi che tutto il territorio occupato dai Longobardi andasse agli Avari[47]. Nel 567 un doppio attacco ai Gepidi (i Longobardi da ovest, gli Avari da est) si concluse con due cruente battaglie, entrambe fatali ai Gepidi, che scomparivano così dalla storia; i pochi superstiti vennero assorbiti dagli stessi Longobardi[49][50]. Gli Avari si impossessavano di quasi tutto il loro territorio, salvo Sirmio e il litorale dalmata che tornarono ai Bizantini[50][51].

Invasione dell'Italia

Sconfitti i Gepidi, la situazione era cambiata assai poco per Alboino, che al loro posto aveva dovuto lasciar insediare i non meno pericolosi Avari; decise quindi di lanciarsi verso le pianure dell'Italia, appena devastate dalla sanguinosa Guerra gotica. Nel 568 i Longobardi invasero l'Italia attraversando l'Isonzo[52]. Insieme a loro c'erano contingenti di altri popoli[53]. Jörg Jarnut, e con lui la maggior parte degli autori, stima la consistenza numerica totale dei popoli in migrazione tra i cento e i centocinquantamila fra guerrieri, donne e non combattenti[52]; non esiste tuttavia pieno accordo tra gli storici a proposito del loro reale numero[54].

La resistenza bizantina fu debole; le ragioni della facilità con la quale i Longobardi sottomisero l'Italia sono tuttora oggetto di dibattito storico[55]. All'epoca la consistenza numerica della popolazione era al suo minimo storico, dopo le devastazioni seguite alla Guerra gotica[55]; inoltre i Bizantini, che dopo la resa di Teia, l'ultimo re degli Ostrogoti, avevano ritirato le migliori truppe e i migliori comandanti[55] dall'Italia perché impegnati contemporaneamente anche contro Avari e Persiani, si difesero solo nelle grandi città fortificate[52]. Gli Ostrogoti che erano rimasti in Italia verosimilmente non opposero strenua resistenza, vista la scelta fra cadere in mano ai Longobardi, dopotutto Germani come loro, o restare in quelle dei Bizantini.[55]

 

Nel 568 i Longobardi, condotti da Alboino, invasero l'Italia dalla Pannonia; dopo aver occupato le Venezie tranne alcune città costiere, Alboino invase la Lombardia e il 3 settembre della terza indizione (anno 569) entrò a Milano:

(LA)
« Alboin igitur Liguriam introiens, indictione ingrediente tertia, tertio nonas septembris, sub temporibus Honorati archiepiscopi Mediolanum ingressus est. Dehinc universas Liguriae civitates, praeter has quae in litore maris sunt positae, cepit. Honoratus vero archiepiscopus Mediolanum deserens, ad Genuensem urbem confugit. »
(IT)
« Alboino, invasa la Liguria, entrò a Milano nella terza indizione, il 3 settembre, ai tempi dell'arcivescovo Onorato. Successivamente conquistò tutte le città della Liguria, tranne quelle sul littoriale. Ma l'arcivescovo Onorato, abbandonando Milano, fuggì nella città di Genova. »
(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 25.)

Cartina politica dell'Italia nel 600 dopo Cristo. La linea rossa delimita la prima occupazione Longobrda estremamente frammentata

Come conseguenza della conquista, l'aristocrazia senatoria, il vescovo e gran parte del clero si rifugiano per più di settant'anni a Genova; la città si impoverisce gravemente, anche per il prevalere di Pavia, divenuta la capitale dei Longobardi.

Nel 588 Audualdo e altri sei duchi dei Franchi minacciano la città di Milano con il loro esercito mentre Autari è asserragliato a Pavia ma la dissenteria scoppiata tra le loro file li costringe a ritirarsi in Francia dopo aver conquistato numerose fortezze. All'inizio di novembre del 590, in seguito alla morte di Autari, Agilulfo, il duca di Torino, diviene il nuovo re con Teodolinda come consorte e sposta la capitale del Regno dei Longobardi da Pavia a Milano. Poco dopo nasce Gundeberga, figlia postuma di Autari. Nel maggio del 591 Agilulfo viene riconosciuto da tutti i longobardi quale nuovo re a Milano.

In questo periodo si ebbe una germanizzazione della regione intorno a Milano e di altre aree che complessivamente vennero chiamate Langobardia Maior (corrispondente allora a gran parte dell'Italia centro-settentrionale e avente come fulcro la capitale Pavia); questo termine, trasformatosi in Lombardia, passò a designare la regione intorno a Milano. Mentre gli Ostrogoti tentarono di portare avanti la cultura romana, inizialmente sotto i Longobardi la popolazione cittadina venne trattata come una popolazione di sconfitti soggetta a pesanti tributi che andavano nelle tasche dei liberi germanici. Le cose migliorarono col regno di Autari (584-590) e ancor di più sotto la regina Teodolinda, che si era convertita al cattolicesimo dall'originario arianesimo.

  • ^ a b Capo, pp. 384-385.
  • ^ Jarnut, p. 12; Rovagnati, pp. 17-18.
  • ^ Jarnut, p. 13.
  • ^ Rovagnati, p. 18.
  • ^ Paolo Diacono, I, 14.
  • ^ Paolo Diacono, I, 16.
  • ^ Jarnut, pp. 24-26; Rovagnati, pp. 18-19.
  • ^ a b Jarnut, p. 14.
  • ^ a b c Rovagnati, p. 22.
  • ^ Paolo Diacono, I, 19.
  • ^ Jarnut, p. 15.
  • ^ Paolo Diacono, I, 21.
  • ^ Rovagnati, p. 24.
  • ^ Jarnut, p. 17.
  • ^ a b Paolo Diacono, I, 22.
  • ^ Rovagnati, p. 27.
  • ^ Jarnut, p. 19.
  • ^ Paolo Diacono, I, 23.
  • ^ a b Jarnut, p. 21.
  • ^ a b c Rovagnati, p. 30.
  • ^ Procopio, De bello Gothico, IV, 26.
  • ^ Paolo Diacono, I, 27.
  • ^ a b Rovagnati, p. 31.
  • ^ Jarnut, p. 22.
  • ^ a b c Jarnut, p. 30.
  • ^ Paolo Diacono, II, 26.
  • ^ Per Giorgio Ruffolo, per esempio, i Longobardi che invasero l'Italia erano circa trecentomila (Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, p. 175).
  • ^ a b c d e Jarnut, p. 31.
  •  

  • LA FINE DELLA PREFETTURA D'ITALIA (584 d.C.):nasce l'Esarcato con capitale Ravenna ed i Ducati di Roma,Calabria,Amalfi
  • Il 13 agosto 554, con la promulgazione a Costantinopoli da parte di Giustiniano di una Pragmatica sanctio (pro petitione Vigilii) (Prammatica sanzione sulle richieste di papa Vigilio), l'Italia rientrava, sebbene non ancora del tutto pacificata, nel dominio romano.[2] Con essa Giustiniano estese la legislazione dell'Impero all'Italia, riconoscendo le concessioni attuate dai re goti fatta eccezione per l' "immondo" Totila, e promise fondi per ricostruire le opere pubbliche distrutte o danneggiate dalla guerra, garantendo inoltre che sarebbero stati corretti gli abusi nella riscossione delle tasse e sarebbero stati forniti fondi all'istruzione.[3] Narsete avviò inoltre la ricostruzione di un'Italia in forte crisi dopo un conflitto così lungo e devastante, riparando anche le mura di varie città ed edificando numerose chiese, e fonti propagandistiche parlano di un'Italia riportata all'antica felicità sotto il governo di Narsete.[4] Secondo la storiografia moderna tali fonti sono però esageratamente ottimistiche, in quanto, nella realtà dei fatti, Roma faticò, nonostante i fondi promessi, a riprendersi dalla guerra e l'unica opera pubblica riparata nella Città Eterna di cui si ha notizia è il ponte Salario, distrutto da Totila e ricostruito nel 565.[5] Nel 556 Papa Pelagio si lamentò in una lettera delle condizioni delle campagne, «così desolate che nessuno è in grado di recuperare.»[6] Anche il declino del senato romano non fu fermato, portando alla sua dissoluzione agli inizi del VII secolo.

    La prefettura del pretorio d'Italia, suddivisa in province.

    Narsete rimase ancora in Italia con poteri straordinari e riorganizzò anche l'apparato difensivo, amministrativo e fiscale. A difesa della penisola furono stanziati quattro comandi militari, uno a Forum Iulii (vicino al confine con Norico e Pannonia), uno a Trento, uno in Insubria ed infine uno presso le Alpi Cozie e Graie.[7] L'Italia fu organizzata in Prefettura e suddivisa in due diocesi, a loro volta suddivise in province:[7]

    1. Alpes Cotiæ (Piemonte e Liguria)
    2. Liguria (Lombardia e Piemonte orientale)
    3. Venetia et Histria (Veneto, Trentino, Friuli e Istria)
    4. Æmilia (Emilia)
    5. Flaminia (ex Ager Gallicus)
    6. Picenum
    7. Alpes Apenninæ (gli Appennini settentrionali)
    8. Tuscia (Toscana e Umbria)
    9. Valeria (Sabina)
    10. Campania (Lazio litoraneo e Campania litoranea)
    11. Samnium (Abruzzo e Irpinia)
    12. Apulia (Puglia)
    13. Calabria (Cilento, Basilicata e Calabria)

    Nel 568 l'imperatore Giustino II (565-578), in seguito alle proteste dei Romani[8], rimosse dall'incarico di governatore Narsete, sostituendolo con Longino. Il fatto che Longino sia indicato nelle fonti primarie[9] come prefetto indica che governasse l'Italia in qualità di prefetto del pretorio, anche se non si può escludere che fosse anche il generale supremo delle forze italo-bizantine.[10]

     

  •  

    Intorno al 580, stando alla Descriptio orbis romani di Giorgio Ciprio, Tiberio II divise in cinque province o eparchie l'Italia bizantina:

    • Urbicaria, comprendente i possedimenti bizantini in Liguria, Toscana, Sabina, Piceno, e Lazio litoraneo (tra cui Roma);
    • Annonaria, comprendente i possedimenti bizantini nella Venezia e Istria, in Æmilia, nell'Appennino settentrionale e nella Flaminia;
    • Æmilia, comprendente i possedimenti bizantini nella parte centrale dell'Æmilia, a cui si aggiungono l'estremità sud-occidentale della Venezia (Cremona e zone limitrofe) e l'estremità sud-orientale della Liguria (con Lodi Vecchio);
    • Campania, comprendente i possedimenti bizantini nella Campania litoranea, nel Sannio e nel Nord dell'Apulia;
    • Calabria, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell'Apulia.

    Tale riforma amministrativa dell'Italia sembra motivata dall'adattare l'amministrazione dell'Italia alle necessità militari del momento, visto che gran parte della penisola era soggetta alle devastazioni dei Longobardi e ogni tentativo (compresa la spedizione di Baduario) per debellarli era fallito. Prendendo dunque atto delle conquiste effettuate dai Longobardi, fu introdotto con la riforma il sistema dei «tratti limitanei», anticipando la riforma dell'Esarcato, che fu realizzata alcuni anni dopo.[15]

    Fine della prefettura: l'istituzione dell'esarcato (584 ca)

    Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esarcato d'Italia.

    Per arginare l'invasione longobarda, l'imperatore Maurizio (582-602) prese nuovi provvedimenti nell'Italia bizantina, decidendo di sopprimere la Prefettura del pretorio d'Italia, sostituendola con l'Esarcato d'Italia, governato dall'esarca, la massima autorità civile e militare della nuova istituzione. La carica di prefetto d'Italia non venne abolita fino ad almeno a metà del VII secolo, anche se divenne subordinata all'esarca.[16] I confini dell'Esarcato d'Italia non furono mai definiti, dato l'incessante stato di guerra tra bizantini e longobardi.

    Il primo riferimento nelle fonti dell'epoca all'esarcato e all'esarca si ebbe nel 584: in una lettera, Papa Pelagio II menziona per la prima volta un esarca (forse il patrizio Decio citato nella stessa missiva). Secondo alcuni storici moderni, l'esarcato, all'epoca della lettera (584), doveva essere stato istituito da poco tempo.[16]

  • ^ Porena, Pierfrancesco: Le origini della prefettura del pretorio tardoantica, pp. 450-459.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 63.
  • ^ Ravegnani, op. cit., pp. 63-64
  • ^ CIL VI, 1199; Liber Pontificalis, p. 305 («Erat tota Italia gaudiens»); Auct Haun. 2, p. 337 («(Narses) Italiam romano imperio reddidit urbes dirutas restauravit totiusque Italiae populos expulsis Gothis ad pristinum reducit gaudium»)
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 65.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 66.
  • ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 62.
  • ^ I Romani chiesero all'Imperatore di rimuovere Narsete dal governo dell'Italia in quanto si stava meglio sotto i Goti che sotto il suo governo, minacciando di consegnare l'Italia e Roma ai barbari. V. P. Diacono, Historia Langobardorum, II e Ravegnani, op. cit., p. 69.
  • ^ P. Diacono, II.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 70.
  • ^ Paolo Diacono, II.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 71.
  • ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 73.
  • ^ Ravegnani, op. cit., p. 77.
  • ^ Le duché byzantin de Rome. Origine, durée et extension géographique, pp. 49-50..
  • ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 81.
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    LONGOBARDIA E ROMANIA DAL TRATTATO DEL 603 d.C. tra l'imperatore Niceforo Foca ed il re dei Longobardi Agigulfo. Decade la Prefettura d'Italia e nasce l'Esarcato. I re longobardi si definiscono Gratia Dei rex totius Italiae ("Per grazia di Dio, re dell'Italia intera") e non più soltanto Rex Langobardorum ("Re dei Longobardi")

    Agilulfo e Teodolinda garantirono i confini del regno attraverso trattati di pace con Franchi e Avari; le tregue con i Bizantini, invece, furono sistematicamente violate e il decennio fino al 603 fu segnato da una marcata ripresa dell'avanzata longobarda. Al nord Agilulfo occupò, tra le varie città, anche Parma, Piacenza, Padova, Monselice, Este, Cremona e Mantova, mentre anche a sud i duchi di Spoleto e Benevento ampliavano i domini longobardi[70].

    Il rafforzamento dei poteri regi avviato da Autari prima e Agilulfo poi segnò anche il passaggio a una nuova concezione territoriale basato sulla stabile divisione del regno in ducati. Ogni ducato era guidato da un duca, non più solo capo di una fara ma funzionario regio, depositario dei poteri pubblici e affiancato da funzionari minori (sculdasci e gastaldi). Con questa nuova organizzazione il Regno longobardo avviò la sua evoluzione da occupazione militare a Stato[69]. L'inclusione dei vinti Romanici era un passaggio inevitabile e Agilulfo compì alcune scelte simboliche volte ad accreditarlo presso la popolazione latina: per esempio, si definì Gratia Dei rex totius Italiae ("Per grazia di Dio, re dell'Italia intera") e non più soltanto Rex Langobardorum ("Re dei Longobardi")[71]. In questa direzione si inscrive anche la forte pressione - svolta soprattutto da Teodolinda, che era in rapporti epistolari con lo stesso papa Gregorio Magno[72] - verso la conversione al cattolicesimo dei Longobardi, fino a quel momento ancora in gran parte pagani o ariani, e la ricomposizione dello Scisma tricapitolino[70]. Paolo Diacono esalta la sicurezza finalmente raggiunta, dopo gli sconvolgimenti dell'invasione e del Periodo dei Duchi, sotto il regno di Autari e Teodolinda:

    (LA)
    « Erat hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore pergebat. »
    (IT)
    « C'era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non c'erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c'erano furti, non c'erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore. 
    »

    (Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 16)

     

  • ^ a b Jarnut, p.44.
  • ^ a b Jarnut, p. 42.
  • ^ Jarnut, p. 43.
  • ^ Paolo Diacono, IV, 9.
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    DALLE LUNGHISSIME GUERRE LONGOBARDO-BIZANTINE ALLA STABILIZZAZIONE DEL REGNO

    L'iniziale incoerenza dell'occupazione longobarda,con duchi e fare che gestivano in proprio la dominazione del territorio,aveva ceduto via via alla creazione di un potere centrale stabile in grado di garantire la sicurezza sia all'interno che all'esterno. All'interno la stabilizzazione avvenne attraverso una lunghissima guerra contro i possedimenti bizantini che piano piano vennero incorporati nel regno longobardo.
     

    (il regno longobardo alla massima espansione, 770 d.c.)

     

     

     

    Indagine su Hitler: davvero morì nel bunker?

    Mancano prove della morte del dittatore. E gli ultimi dossier Fbi desecretati descrivono la sua fuga da Berlino. History Channel li ha fatti esaminare 
da un ex agente Cia e da uno dei cacciatori di Bin Laden. Scoprendo che la sua presenza fu segnalata in Argentina negli anni Cinquanta.
    Dal 26 ottobre al 14 dicembre, ogni lunedì alle 21.00 History Channel (canale 407 di Sky) presenta 'Hunting Hitler' il progetto documentaristico in otto puntate di un'ora sul mistero della morte del dittatore tedesco. Il corpo infatti non fu ritrovato nel bunker di Berlino. Il team di History Channel, che include la 'leggenda' della Cia Robert Baer, ha indagato sui file dell'Fbi sulla presenza di Hitler in Argentina negli anni Cinquanta

     

    Indagine su Hitler: davvero morì nel bunker?