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La Bce maschera il quantitive easing come prestiti alle famiglie

I mille miliardi promessi all'economia potrebbero essere dirottati dalle banche sull'acquisto di altri titoli di Stato, proprio come faceva la Fed acquistanto bond sul mercato secondario con l'obiettivo di indebolire l'euro e spingere la ripresa. L'unico vincolo è non ridurre il credito

Fino a mille miliardi di euro per un'economia assetata di credito, promette Mario Draghi da Francoforte. Un quinto di quei soldi, fino a 200 miliardi di euro in due anni - dice Visco da Roma - potrebbero essere utilizzati dalle banche italiane per le nostre industrie. In più, spiega il governatore della Banca d'Italia, le nuove regole sui collaterali da versare per i prestiti, potrebbero aggiungere altri 120 miliardi di euro ai fondi disponibili per la ripresa dell'economia reale. Le decisioni prese dalla Bce un mese fa, insomma, dovrebbero far piovere un fiume di prestiti su aziende e famiglie e non, come avvenne nel 2011, nelle casse degli Stati indebitati. Per questo si parla di operazioni di liquidità "mirate". Ma è così? Molti ne dubitano e concludono che anche questi soldi finiranno nell'acquisto di Bonos e Btp. Forse, però, non è il caso di strapparsi i capelli e gridare al flop. Potrebbe servire anche quello e qualcuno pensa che la Bce sappia benissimo ciò che fa.

Il problema non sono le misure prese a giugno, ma i meccanismi di adempimento tecnico che la Bce ha reso noti solo nei giorni scorsi. Che osservatori diversi come gli economisti di Lavoce.info, il Wall street journal, gli analisti della Royal Bank of Scotland definiscono tutti "assai generosi" per le banche. Due i punti contestati. Primo: la liquidità è pensata per arrivare a imprese e famiglie, ma da nessuna parte il manuale della Bce condiziona l'erogazione dei soldi

al fatto che, effettivamente, quegli stessi soldi vengano poi girati all'economia reale. Le banche possono farci ciò che vogliono. L'unica cosa che devono dimostrare è che, contemporaneamente, i loro prestiti ad entità non finanziarie, nel complesso, sono aumentati. Basta un refolo di ripresa perché i prestiti aumentino comunque, soldi della Bce o no.

Secondo: per evitare una penale, cioè l'obbligo di restituire i soldi avuti dalla Bce dopo due anni, anziché quattro (sanzione, peraltro, che non appare drammatica) le banche devono dimostrare di rispettare un parametro. Ovvero, il flusso dei nuovi prestiti all'economia deve essere superiore ad una crescita minima. Questo benchmark, però, non è uguale per tutti. Le banche che, negli ultimi dodici mesi, avevano già aumentato i finanziamenti erogati potranno limitarsi a mantenere invariato l'ammontare. Il benchmark da superare è, cioè, zero. Le banche che, invece, hanno diminuito nell'ultimo anno gli impieghi (come in Italia) potranno continuare a ridurli secondo il trend precedente per un anno e poi mantenerli per l'anno successivo. Il benchmark è meno di zero. La conclusione generale che gli esperti traggono dal documento tecnico della Bce è che agli istituti di credito basterà non razionare ulteriormente il credito nei prossimi mesi per avere diritto ai finanziamenti di Francoforte, al vantaggioso tasso dello 0,25 per cento. Con cui, se vogliono, possono comprare Btp italiani o Bonos spagnoli che rendono il 2,87 o il 2,75 per cento. Difficile che resistano alla tentazione di intascare, senza fatica, uno spread del 2,5 per cento.

Insomma, la stessa speculazione del 2012 che ha, probabilmente, salvato l'euro, ma a prezzo di rendere ancora più soffocante l'abbraccio tra banche e debito pubblico. E, tuttavia, gli effetti potrebbero non essere tutti negativi. Gli americani, che hanno l'occhio più esperto in materia, sottolineano che, in fondo, l'operazione lanciata dalla Bce, con le modalità tecniche appena specificate, è una sorta di versione europea del quantitative easing adottato dalla Fed negli Usa: soldi della banca centrale vengono utilizzati per comprare titoli (poco importa se pubblici o privati). La differenza è che, in Europa, gli acquisti vengono fatti dalle banche anziché dalla banca centrale.

Gli effetti? L'operazione gonfierà l'attivo della Bce e, probabilmente, indebolirà di conseguenza l'euro, soprattutto se, nel frattempo, si chiuderà il quantitative easing americano e la Fed alzerà i tassi. Un euro più debole significa più esportazioni e importazioni (per la svalutazione della moneta) più care, ciò che dovrebbe alimentare un po' d'inflazione. Insomma, il quantitative easing su cui il board della Bce litiga da mesi verrebbe realizzato attraverso la porta di servizio e senza dirlo a nessuno. Possibile che Draghi e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, non se ne siano accorti, ma è difficile.

 

LE GRANDISSIME TESTE DI CAZZO IPER LIBERISTE CHE NON SI ACCORGONO CHE SE ESISTONO E' PERCHE' CI SONO STRADE ASFALTATE, FERROVIE, AEROPORTI FUNZIONANTI, SCUOLE PER PREPARARE I LORO SCHIAVI, OSPEDALI, FORZE DI SICUREZZA ED UNA MASSA DI SOLDATI DA SPEDIRE NELLE FOGNE REMOTE A FARE LA GUERRA SENZA DISTURBARE I MANOVRATORI DEL CAZZO!!!

Come era abbastanza prevedibile, il mio precedente articolo (‘Capitalismo, fa sempre più rima con egoismo‘) ha aperto un ampio seguito di dibattiti ed opinioni, tuttavia l’argomento, nonostante il semplicismo del titolo, era troppo vasto per poterlo comprendere nel breve spazio di un solo articolo da blog, così ho preso spunto dall’articolo “The failure of macroeconomics” (Il fallimento del macroeconomismo) che John H. Cochrane, professore di Economia finanziaria all’Università di Chicago, pubblicato sul Wall Street Journal del 2 luglio scorso, per svilupparlo ulteriormente.

Cochrane, in sintesi, pur concordando con i “keynesiani” sul fatto che per ridare slancio alla ripresa economica bisogna puntare sulla crescita, li critica però duramente perché a suo parere le ricette dei keynesiani contano troppo sugli stimoli monetari e finanziari per risolvere la crisi, ma in questo modo si crea solo una spinta provvisoria e un ulteriore indebitamento permanente. Lo si vede già ora (sempre a suo avviso): gli stimoli perdono presto di efficacia, il pesante indebitamento che ora grava in “pancia” alla Federal Reserve” avrà bisogno di tempi lunghi per essere “digerito”, quindi occorre pensare a interventi risolutivi che consentano la crescita insieme allo smaltimento del debito, non a soluzioni che lo incrementano. E nel dir questo chiama in causa anche Krugman, che invece ha sempre sostenuto gli incentivi.

Krugman però ha già smontato questa accusa sostenendo (fin dal 2009) che gli stimoli sono stati fatti, sì, ma sempre in ritardo e sempre limitati perché ostacolati dalla dura opposizione politica del partito conservatore. In questo modo, pur raggiungendo recentemente (dopo 6 anni!) un risultato di parziale soddisfazione, si è avuta tuttavia una sostanziale inefficacia degli stimoli. Se si fosse fatto tutto con tempestività adesso saremmo già del tutto fuori dalla crisi, è il suo parere (per esempio nel suo articolo “Why Economics Failed” del primo maggio scorso).

Comunque Cochrane si prolunga nel suo articolo, chiamando in causa altri economisti e facendo altri esempi, al fine di cercare di smontare le teorie dei “neo-keynesiani”. Lascio ai volenterosi l’onere di andarsi a leggere tutti i suoi ragionamenti. Per capire dove vuole arrivare basta leggere gli ultimi tre paragrafi.

“Distorcono il sistema della tassazione e avviano regole intrusive nel mercato. Questo vogliono i neo-keynesiani. Chi volete che investa il suo denaro in presenza di queste riforme? Logico che la ripresa tardi a venire!”. Queste, secondo Cochrane sono le vere cause della lentezza della ripresa economica.

Il “bello” viene però nel paragrafo successivo, dove alla diagnosi fa seguire la prognosi. Qual è la sua ricetta per la guarigione? Eccola qui di seguito nella sua versione integrale (segue la traduzione).

They require us to do the hard work of fixing the things we all agree need fixing: our tax code, our cronyist regulatory state, our welter of anticompetitive and anti-innovative protections, education, immigration, social program disincentives, and so on. They require “structural reform,” not “stimulus,” in policy lingo.”

“Siamo richiesti di compiere il duro lavoro di riparare ciò che necessita riparazione: il sistema della tassazione, la parzialità del nostro sistema regolatorio, la confusionarietà anti-competitiva e anti-innovativa del nostro protezionismo, il sistema educativo, le norme per l’immigrazione, la disincentivazione dei programmi sociali, e così via. Occorrono “riforme strutturali, non stimoli”, detto in parole povere.”

Mi sbaglierò, ma mi sembra la stessa musica che ci hanno proposto per tre anni i nostri austeri manovratori europei (col risultato che sappiamo!). La logica di Mr. Cochrane è quella dei neo-capitalisti iper-liberisti che ormai conosciamo bene. Essa parte dal presupposto che l’economia per funzionare bene deve essere completamente libera di muoversi a suo piacimento, senza regole (salvo quelle che proteggono loro stessi) altrimenti ne soffre la capacità di competere sui mercati.

Ovvio che se al centro del nostro sistema esistenziale politico ed economicocome elemento di massimo interesse, dovessimo veramente mettere la “capacità di competere sui mercati” tutta quella roba che ha messo Cochrane nella sua ricetta anticrisi sarebbe adeguata, ma è ovvio anche che parte dal presupposto sbagliato. Perché al primo posto per una società non ci può essere il mercato. La libertà che vuole Cochrane è la stessa di quel pugile che lamenta di essere meno competitivo perché non può picchiare dove vuole e non può tirare pedate. Se gliela concedi non è più pugilato, è lotta selvaggia.

Il mercato, e la società nel suo insieme, sono come la boxe, ci confrontiamo e ci tiriamo anche i pugni, ma ci devono essere regole precise che tutti devono rispettare. E le regole non possono essere solo quelle che consentono a qualcuno di far più soldi, ma quelle che consentono ad una società di crescere con equilibrio. Ovvero il rispetto della democrazia, che declama il potere del popolo non di qualche oligarca multimiliardario. Questi “economisti” tutti schierati a favore del capitale, sembra che se lo siano dimenticati.

Per fortuna c’è ancora chi, come la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren che provvede a ricordare a costoro anche le altre priorità di una società evoluta.

“Nessuno diventa ricco per suo unico merito. Ha realizzato dal nulla una impresa? Buon per lui. Ma lui ha spostato le sue merci sulle strade che noi tutti insieme abbiamo pagato. Ha assunto lavoratori che noi tutti insieme abbiamo contribuito ad educare. Lui è sicuro e garantito nel suo ufficio o nelle sua fabbrica perché tutti noi abbiamo pagato per avere forze di polizia e vigili del fuoco efficienti. Questo è il contratto sociale che permette ad una società di funzionare per tutti”.

La Warren ha ragione da vendere. Senza giustizia ed equilibrio economico si può anche arrivare a realizzare il più potente sistema competitivo del mondo, ma quel cavallo presto scoppierà e lascerà tutti a piedi, neo-capitalisti compresi. Storicamente è già successo molte volte.

L’Eurozona sta male e potrebbe peggiorare di econoNuestra

L’Eurozona è un esperimento economico fallito e le conseguenze stanno toccando le strutture economiche più facili. Nel grafico qui sotto possiamo vedere il differenziale di crescita dell’Euroza e del resto del mondo.

Le politiche di austerità unite alla politica monetaria della Bce ci avvicinano pericolosamente ad una situazione di deflazione nell’Eurozona. I problemi nei quali ci imbattiamo, si possono riassumere in tre grandi blocchi, problemi di liquidità, di solvenza e gli squilibri macroeconomici interni all’Eurozona.

Liquidità

I problemi di liquidità si sono attenuati grazie ai pesanti programmi di acquisto del debito pubblico delle banche messi in campo dalla Bce, principalmente da quando nel 2012 la Bce ha annunciato che era disposta a prendere delle misure per sostenere l’euro.

Il credit crunch, che ha fatto sparire la liquidità dai mercati nel 2008, è stato risolto ad un primo livello, quello bancario. Per fare questo si è avuto bisogno di grosse iniezioni di liquidità, cioè di creazione di moneta da parte della Bce che è andata a finire alle banche private. Questo inusuale eccesso di liquidità è servito principalmente a liberare i bilanci bancarie da alcuni attivi pericolosi, ma non di tutti e non in sufficiente quantità. Le banche europee continuano ad essere sovraesposte – molto di più di quelle nordamericane – il che ha fatto in modo che non usino queste risorse per il sistema produttivo ma per il sostentamento dei propri bilanci. In questi tempi di incertezza e di magra economica, le banche private hanno incentivi per assicurare operazioni sui mercati del debito pubblico più che per rischiare investendo in progetti produttivi che l’austerity e l’incapacità delle istituzioni e dei governi europei di gestire la crisi stanno lasciando al margine.

In questo contesto Draghi ha annunciato un insieme di misure straordinarie per inondare di credito a buon mercato le banche private attraverso il programma di Tltro con 400 miliardi. A questo dobbiamo aggiungere la riduzione dei tassi di interesse marginali di deposito a tassi negativi, il che significa che le banche devono ‘pagare’ un interesse per i depositi di denaro nella Bce. L’accesso a questo credito a basso costo è legato alla clausola che le banche prestino denaro all’economia produttiva. Dato che la Bce non sterilizza attraverso il ‘Secondary Market Program’. (Smp) ci troviamo di fronte ad un ‘Quantitative Easing‘ (QE) camuffato che probabilmente si renderà esplicito e verrà potenziato nei prossimi appuntamenti. Questo cambiamento di opinione e di tendenza è sufficientemente importante al punto di concludere che le cose stanno molto peggio di quello che ci si augurava, visto che diversamente da così la Germania mai l’avrebbe accettato e avrebbe fatto pressioni come già aveva fatto fino ad allora perché il Quantitative Easing (Qe) non si mettesse in atto.

Ma la cosa realmente importante è: queste misure sono realmente necessarie in questo momento, o – che poi è la stessa cosa- la liquidità è davvero ancora il problema dell’Eurozona? La risposta è no, dato che le banche hanno restituito alla Bce il 65% dei prestiti del precedente programma di finanziamento (Ltro). Quest’ultimo ha avuto inizio in un momento di eccezionale mancanza di liquidità, da lì il suo successo tra le banche, che, con i mercati interbancari congelati trovarono nella Bce una fonte di liquidità straordinaria. Ora non esiste questo problema e la liquidità non è scarsa ma eccessiva sui mercati, il che significa che Tltro può non avere gli effetti sperati e alimentare la bolla sui mercati finanziari. Ma c’è di più, se il programma avesse il successo sperato per gli attraenti interessi offerti dal Tltro, 0,25%, questo non implica che si spostino a settori produttivi che hanno bisogno di finanziamento. La Bce si trova di fronte a questo: il problema sta nella scarsità di domanda come conseguenza degli alti livelli di disoccupazione dei paesi periferici.

Squilibri interni

Sebbene i problemi di liquidità siano stati risolti sui mercati interbancari, gli squilibri macroeconomici tra i paesi dell’Eurozona continuano ad estendersi e si situano nel centro della crisi. L’apertura di strutture produttive come quella spagnola o quella portoghese a strutture come quella tedesca o quella olandese, molto più radicate e sviluppate, ha avuto un impatto strutturale molto importante. La deindustrializzazione che hanno sofferto i paesi periferici del sud è stata spettacolare tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90. Alla fine di questo decennio si instaurò l’euro, riducendo notevolmente il costo dei finanziamenti dei paesi del sud dal momento che approfittarono dei minori interessi associati ai paesi del nord, soprattutto alla Germania. Da allora i paesi hanno perso gli strumenti di politica economica come i tassi di interesse passati ad essere stabiliti dalla Bce, o gli interessi sul cambio.

La deindustrializzazione e terziarizzazione dell’economia spagnola ebbe come risultato la specializzazione produttiva verso un settore di servizi di basso valore aggiunto, dominato da un lato da un turismo predatore e richiedente mano d’opera a basso costo e poco qualificata, e dall’altro lato dalle costruzioni.

A questi fatti c’è da aggiungere un crollo nella partecipazione salariale al Pil. Il Pil non è altro che la valutazione monetaria della produzione totale in un’economia durante un periodo di tempo, normalmente un anno. Questa produzione di redditi salariali implica che da questo reddito una proporzione minore vada a finire a chi percepisce reddito da lavoro e che lo produce. Ma dato che sono questi che hanno sostenuto i consumi, per compensare questo crollo è apparso un indebitamento di massa che è quello che ha sostenuto la crescita degli anni precedenti alla crisi. Questo processo ha prodotto una struttura produttiva accelerata, il che, unito alle politiche di ‘austerity’, spiega la situazione di deflazione.

I paesi periferici, Francia inclusa, stanno distruggendo capacità industriale nella misura in cui i paesi centrali con la Germania in testa la stanno incrementando. Il settore dei servizi dall’altra parte ha una grande eterogeneità dato che sotto questa definizione si raccolgono le attività di complessi servizi finanziari offerti dai fondi di investimento così come di quelli offerti da un panettiere di quartiere. La produttività associata al settore dei servizi è inferiore a quella associata all’industria dato che una gran parte degli stessi sono a lavoro intensivo, il che rende più difficile l’incremento della produzione per lavoratore.

Ma la produttività si può associare al tasso di crescita potenziale, il che implica che la periferia sta riducendo il suo tasso di crescita potenziale, o – che poi è lo stesso: l’Eurozona sta condannando all’impoverimento la periferia del sud d’Europa.

Contro questa deindustrializzazione e depauperamento dei paesi periferici la Bce non solo non ha mezzi ma contribuisce a questo con la sua esigenza di tagli strutturali attraverso la Troika. Quest’ultimo punto ci porta a trattare il terzo degli squilibri contro cui si scontra l’Eurozona.

Solvenza

Il problema della deflazione è intimamente legato alla crescita del debito nei paesi periferici. In effetti, è risaputo che l’incremento dei debiti sovrani si è tradotto in problema già all’inizio della crisi, e non è l’origine della crisi stessa. Nonostante questo, le politiche di austerity che sono state applicate e insieme alla passività della banca centrale hanno provocato un incremento spettacolare dello stock di debito sovrano. Il problema nonostante questo non ha niente a che vedere con lo stock di debito sovrano, ma con il flusso del debito, in altre parole, con la accelerazione dell’accumulazione del debito sovrano principalmente nei paesi periferici del Sud, e in misura minore nei paesi centrali.

La crisi attraverso cui gli stabilizzatori automatici hanno aumentato il bisogno delle spese dello Stato (principalmente per i sussidi di disoccupazione) e le misure discrezionali si sono sommate a questo (salvataggio, aiuti e crediti alle banche private). A questo si aggiunge inoltre la depressione economica causata dall’austerity, il che toglie ogni possibilità di crescita e per tanto la possibilità di ridurre il rapporto debito/Pil. Infine, questo contesto di asfissia economica ha portato l’Eurozona al limite del processo di deflazione, il che incrementa la probabilità di una esplosione del valore nominale del debito. Siamo ad un passo dal disastro e da un’insolvenza generalizzata del debito. Da qui il pacchetto annunciato da Draghi e il disperato annuncio di ulteriori misure in un prossimo futuro. Nel grafico qui sotto possiamo osservare i tassi di crescita della zona euro, tutti al di sotto dell’1%. Basterebbe un crollo rilevante dei prezzi per alcune grandi compagnie dell’1 o 2% per far scatenare una tormenta perfetta.

Se il problema della liquidità in certa misura è stata risolto, i problemi degli squilibri produttivi interni e di solvenza non sono spariti e sono aumentati. Lontano dal distanziarci dalla crisi stiamo assistendo ad una crisi che va cambiando negli elementi che la definiscono ma che ha un sostrato economico e politico che si mantiene invariato: l’inoperatività delle istituzioni europee nell’incrementare le misure economiche rilevanti.

Gli europei ne sono coscienti e le ultime elezioni europee sono un esempio di questo. Staremo attenti a come evolve la questione.

Bce: le tre manovre politiche di Draghi-Houdini,palliativi per gli stupidi idioti. Il calo dei tassi non riversera' alcunche' e per gli overnight oggi le banche riescono a rifinanziarsi tranquillamente sul mercato perchè non siamo nel triennio 2008-2011. Ecco, queste misure arrivano con TRE anni di ritardo, per questo i merdosi tedeschi le hanno approvate senza battere ciglio....

L’ultima seduta del Comitato Direttivo della Bce ci lascia con una sola, granitica, certezza: se Houdini avesse un erede, si chiamerebbe Mario Draghi.

Come definire, altrimenti, un uomo che riesce a ipnotizzare i mercati e accumulare osanna dai governi di mezzo mondo senza fare assolutamente nulla?

Proprio non saprei.

Ma andiamo per gradi e vediamo di capire un po’ meglio quello che è accaduto.

La Bce ha annunciato 3 manovre:

  1. La riduzione generalizzata dei tassi e, in particolare, dei tassi sui depositi overnight (ovvero quelli a brevissima scadenza effettuati dalle banche sui conti della Banca Centrale);

  2. L’avvio di una nuova tipologia di finanziamento a lungo termine alle banche (Tltro), subordinata all’obbligo per gli istituti beneficiari di veicolare i fondi ai privati, ma non nella forma tecnica del mutuo immobiliare;

  3. La sospensione delle operazioni di “fine tuning (interventi con i quali in precedenza la Bce drenava dal mercato la liquidità in eccesso prodotta con le operazioni in titoli.

Accanto alle misure già adottate, la Bce ha inoltre promesso “l’intensificazione dei lavori preparatori per acquisti definitivi di Abs” ovvero l’accelerazione del percorso che dovrebbe portare alla creazione di un mercato secondario dei prestiti cartolarizzati cui partecipi anche la Banca Centrale.

La prima e la seconda misura, è bene esser chiari, sono pannicelli caldi il cui beneficio in termini di liquidità aggiuntiva non è (e non può essere) quantitativamente rilevante: questo a meno che non si speri che il sistema bancario europeo corra a inondarci di prestiti solo per non perdere 10 bps di rendimento (e d’altronde i precedenti interventi sui tassi non hanno sortito alcun effetto in questo senso); così come è piuttosto vano immaginare che le banche incrementino le esposizioni verso i privati solo per profittare del nuovo, inutile, Tltro: grazie a Dio non siamo nel 2008 né nel 2011 e le istituzioni finanziarie non hanno difficoltà significative a finanziarsi sul mercato interbancario in autonomia e a prezzi accettabili.  

Quanto alla terza misura, trattasi dell’unico intervento concretamente e immediatamente creativo di base monetaria: e tuttavia la sua effettiva dimensione dipenderà dall’ampiezza degli interventi della Banca Centrale sul mercato (se gli spread dovessero mantenersi bassi, così non obbligando la Bce a comprare altri titoli, non vedremmo nuova liquidità).

Ma allora come si spiega tutto il can-can sui giornali?

“It’s the politics stupid!”

Eh già!

Perché quella di giovedì più che una manovra di politica monetaria, è stata una manovra di politica e basta: una risposta al risultato elettorale delle europee e, in particolare, una pacca sulla spalla del malconcio Francois Hollande, volta a disincentivare la nascita di un asse diplomatico tra la Francia e gli sfigatissimi cugini italo/spagnoli.

Dietrologia dite?

Possibile, ma allora dovete spiegarmi il perché dell’esclusione del settore immobiliare dal nuovo Ltro. La mia teoria è che un intervento di sostegno che avesse incluso il mattone non avrebbe sortito effetti significativi per le economie “core” che negli ultimi tempi hanno cominciato a zoppicare (come la Francia, appunto), aiutando, al contrario, i (fetentissimi) “periferici” (notoriamente più danneggiati dal calo dei prezzi e dall’esplosione delle sofferenze).

Come noto Francoforte adora correre in soccorso del più forte: quale miglior occasione del meeting nel quale la Bundesbank fa marcia indietro per finta?

Già: la mitica BuBa…

Gli osservatori più attenti avranno notato la nonchalance con la quale Jens Weidmann ha votato a favore di misure che due anni fa avrebbe combattuto con la determinazione di Pietro Micca.

Come spieghiamo la miracolosa conversione?

La chiamerei difesa intelligente: siccome non intendo arretrare di un millimetro sugli Eurobond, sull’acquisto in asta dei titoli di stato e, più in generale, su qualsiasi strumento di politica monetaria rivolto ad alleviare in via privilegiata le pene dei Paesi periferici, ma al contempo temo che il mio peso politico venga annientato da una straripante maggioranza di cittadini europei stanchi di essere vampirizzati, che faccio? Ma è naturale!

Mi mostro disponibile e accetto finte manovre di finta espansione monetaria, pronto a rifiutare con ancora maggior determinazione quelle vere.

Bene! Bravo! Bis!

E la politica, ovviamente, ci casca con tutte le scarpe: il ministro delle Finanze francese Sapin (evidentemente ancora rintronato dagli schiaffoni rimediati da Marine Le Pen)  parla di misure “senza precedenti” e il povero Padoan fantastica di “una finestra di opportunità per l’Italia”

Proprio qui sta il gioco di Mario Draghi: convincere tutti di una svolta epocale, ributtare la palla delle “riforme strutturali” tra le mani degli Stati Membri e, contemporaneamente, proteggere il culto del solito, perdente, modello di austerity recessiva.

Complimenti vivissimi, la riunione del Comitato Direttivo del 5 giugno passerà alla storia come uno dei trucchi meglio riusciti dall’invenzione della prestidigitazione.

Bce pronta a "stampare" 1000 miliardi. Come funziona il QE anti-deflazione

La Banca centrale europea ha aperto all'ipotesi di lanciare un Quantitative Easing europeo, ovvero di acquistare titoli per contrastare i rischi di deflazione e far ripartire l'economia.

 

 

Fiat-Chrysler via da Torino per sempre. Marchionne,a quando la restituzione di 50 anni di cassaintegrazione a sbafo??

 

IL CAPITALISMO ITALIOTA SPAPPOLATO

Ansaldo Energia: il 40% a Shanghai Electric
"Obiettivo mercato asiatico e poi la Borsa"

 

Pirelli spolpata dal padrone delegato Tronchetti che comanda con soldi altrui

 

Uscita dall’euro: il metodo stamina della svalutazione

Tre le frange che propugnano l’uscita dall’euro, vale a dire il metodo Stamina per guarire dalla recessione, i supposti effetti miracolistico-salvifici della svalutazione costituiscono i bastioni retorici della propaganda.

Da un elemento semplice, che anche i meno istruiti credono di capire, nelle varie Lourdes “der webbe”, si imbastisce la mistica della guarigione ricorrendo ad un filo logico (si fa per dire) di questo tenore: i tedeschi sono efficienti, hanno un sistema Paese che funziona, un mercato del lavoro che crea occupazione, la scuola forgia competenze, si investe in ricerca, i politici pizzicati a copiare una tesi si dimettono, quelli corrotti sono una rarità, i grandi evasori fiscali finiscono in galera sul serio, non ad articolare riforme costituzionali. Noi italiani invece ci troviamo metà Paese in mano alle mafie, i leader di tre partiti sono pregiudicati, la corruzione è diffusa, la burocrazia è demenziale, la giustizia è una tragica barzelletta, la scuola è un somarificio, la ricerca langue, le tasse sono confiscatorie. Però noi Italiani, quintessenza della furbizia, fotteremmo tutti con svalutazioni a getto continuo. In tal modo sparirebbe d’incanto il divario con il mondo civile, l’economia si  risolleverebbe senza dover riformare alcunché, i ladri potrebbero continuare a rubare e governare senza conseguenze di sorta. Però i maledetti tedeschi per impedire il dispiegarsi di cotale sopraffina furbizia hanno ordito un subdolo complotto avvalendosi di complicità oscure tra banche, Bilderberg, Trilaterale, gnomi del signoraggio e WTO (mentre si indaga sul ruolo delle Sirene).

Inoltre se solo si potesse accumulare altro debito pubblico avremo un’economia da sogno e un futuro di bagordi tra Montecarlo e Acapulco con il reddito di cittadinanza finanziato da vagoni di moneta filosofale.

Contro la stamina eurexit purtroppo i Guariniello non possono intervenire, anche se – come le iniezioni di intrugli che non guariscono malattie incurabili – la flessibilità del cambio non influisce sulla produttività dell’economia reale (l’unico fattore di crescita sostenibile e di benessere).

Una spiegazione densa ed esaustiva in merito si trova in due articoli a questo link e a quest’altro. Se avete difficoltà con numeri e logica, un viaggio in Argentina, in Venezuela o in Yemen dovrebbe convincervi. Oppure basta un’occhiata ai dati giapponesi: dopo la svalutazione del 30% dello yen il deficit commerciale ha toccato livelli record quadruplicando in un anno e senza miglioramenti in vista.

Ma i Vannoni prestati all’economia e i negazionisti dell’euro insistono che il tasso di cambio dell’euro ha colpito il sistema manifatturiero italiano. Sicuro? Iniziamo dai concetti elementari.

1) Il tasso di cambio tra due monete (alcuni usano il termine valute), ad esempio euro e dollaro, è la quantità di una moneta necessaria per comprare un’unità dell’altra. Oggi per comprare un euro servono circa 1,38 dollari.

2) Ogni moneta ha almeno un centinaio di tassi di cambio, quante sono le altre monete in circolazione nel mondo. Quindi l’euro in un anno, può rivalutarsi rispetto al dollaro e svalutarsi rispetto allo yuan cinese.

3) Il tasso di cambio definito al punto 1) è il tasso di cambio NOMINALE. In realtà quello che davvero conta è il tasso di cambio REALE di cui non si fa cenno nei “toc sciò” per telelobotomizzati.

4) Il tasso di cambio REALE è il tasso di cambio nominale diviso per il livello dei prezzi nei due paesi. Che significa? Lo spiego con un esempio. Comprereste un’auto prodotta in Argentina, perché il tasso di cambio euro-peso si è dimezzato? Chi crede al metodo stamina forse risponderebbe di si. Ma se il prezzo in peso dell’auto prodotta in Argentina fosse triplicato, a dispetto della svalutazione, non vi sarebbe nessuna convenienza.

 5) Ergo va considerato il cambio REALE con tutti i paesi con cui l’Italia ha relazioni commerciali, cioè l’indice del tasso di cambio REALE EFFETTIVO. Che significa? Che se l’Italia, poniamo, esportasse per metà verso gli USA e per metà verso il Giappone, il tasso di cambio reale effettivo sarebbe una media dei tassi di cambio REALI tra euro e dollaro e tra euro e yen. Nella realtà il tasso di cambio reale effettivo è una media di decine di tassi di cambio reali. Questo articolo nel Bollettino Economico della Banca d’Italia spiega come viene calcolato per l’Italia, questo articolo della BCE spiega le varie differenze metodologiche. 

L’impero della finanza alla prova delle Europee

 | 27 aprile 2014

Notizie ed analisi contrastanti continuano a caratterizzare l’economia mondiale e quella italianain particolare ed a riempire le prime pagine dei giornali. Per l’agenzia Fitch la recessione in Italia si è conclusa e quindi venerdì ha rivisto al rialzo le prospettive (outlook) della Penisola portandole da una valutazione “negativa” “stabile. La capitalizzazione delle banche italiane è migliorata, sempre secondo Fitch, peccato che nel rapporto non si spieghi come ciò sia avvenuto, dando allaBanca d’Italia il potere di trasformare parte del patrimonio nazionale (di cui il popolo è proprietario) in capitale bancario, una mossa che ha prodotto una ricapitalizzazione ed il corrispondente aumento del valore dei pacchetti azionari di chi ne è proprietario, tra cui le grosse banche commerciali italiane.

Negli Stati Uniti intanto ha grande successo il libro di Thomas Pikkety, che non solo dimostra la fallacità delle teorie neo-liberiste in termini di benessere economico ma suggerisce un sistema di tassazione mondiale per alleviare a disgustoso sistema di sperequazione dei redditi prodotto dal sistema economico mondiale gestito in primis dall’alta finanza di cui le agenzie di rating come Fitch fanno parte

C’è poi chi parla addirittura di nuovo apartheid in relazione ai privilegi connessi con il censo. Come nel lontano Medioevo chi nasce ricco ha vantaggi che chi nasce povero o semplicemente all’interno di una famiglia della classe media non avrà mai. 

Alcuni dati sembrano contraddire l’entusiasmo per la ripresa europea: circa 26 milioni persone sono ancora disoccupate ed in molte nazioni, come la Grecia, salari e pensioni sono stati ridotti all’osso, infine il debito pubblico continua a salire. Nel 2013 quello italiano è aumentato raggiungendo quota 132,2 per cento del Pil, bastano questi numeri per farci dubitare della validità della formula lacrime e sangue applicata da Bruxelles.

Per chi poi voglia conoscere la verità si consiglia di andare a fare la spesa al supermercato e confrontare il potere d’acquisto odierno con quello di 10 anni fa, oppure mettere a confronto lebollette della luce e del gas o quanto costa un pieno di benzina. Ormai il benessere delle masse non interessa più a nessuno, neppure ai politici che da una parte usano i giudizi degli organi dell’alta finanza, come le agenzie di rating, o soprannazionali, come il Fondo monetario o l’Unione Europea, per legittimare il loro operato ed una abilissima propaganda verbale per convincere l’elettorato che sono dalla parte del popolo.

A ridosso delle elezioni europee è bene riflettere su tutti questi punti, chi ci dice che i candidati faranno ciò che promettono durante la campagna elettorale? Ancora più incerti sono iprogrammi d’azione. In fondo il ruolo del Parlamento europeo è molto limitato, può sì esprimere giudizi ma non governa; chi dirige l’Unione è la Commissione che certamente non è eletta dal popolo ma dalla macchina burocratica europea e dai leader dei paesi membri, a loto volta ‘aiutati’ economicamente nelle campagne elettorali dall’élite del denaro.

Forse la propaganda maggiore è proprio quella che ci vuole far credere nel funzionamento della macchina democratica nel regime imperiale dell’alta finanza.

Pil: crescere nonostante la deflazione sarchiaponica

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Al pari del Sarchiapone nell’indimenticabile scenetta di Walter Chiari, Carlo Campanini e Ornella Vanoni, la deflazione è un classico spauracchio per suscitare ad arte paure di sconquassi e incanalare acqua putrida verso mulini parolai che macinano argomenti senza costrutto.

Al pari del Sarchiapone, è sconosciuto il motivo plausibile per cui prezzi in discesa sarebbero una iattura. Qualcuno soffre perché la benzina non costa più due euro? O perché i cellulari valgono ormai come tre pacchetti di sigarette e due di caramelle? Misteri dei corto circuiti logico-cognitivi già illustrati, da un punto di vista speculare, nel post sulla “leggenda dell’inflazione stimolatoria“.

Al pari di Walter Chiari, che per impressionare i compagni di viaggio spacciava, con tono magniloquente e assertivo, il suo sapere in fatto di sarchiaponi (sia americani che asiatici, precisava), un’eccelsa scuola di pensiero sostiene che la gente in tempi di deflazione rimanda gli acquisti in attesa di affari più ghiotti e di conseguenza inevitabilmente il Pil collassa. Secondo le teorie sarchiaponiche si rinuncerebbe al ristorante perché fra 6 mesi la carbonara costerà l’1,35% in meno? Oppure non si mandano le camicie con patacche di unto e salsa in lavanderia in attesa del ritocco dei listini? E le signore si acconcerebbero a vestire tailleur sdruciti e collant smagliati? O magari si procrastina la visita dal medico tanto fra tre mesi la parcella sarà più lieve? 

Obnubilata dagli effetti stroboscopici dei millenarismi sarchiaponici, la logica si fa evanescente e lo scompartimento ferroviario assurge a cenacolo intellettuale. Eppure la deflazione l’abbiamo sperimentata per decenni in tanti settori, dai computer all’elettronica, alle telecomunicazioni. Non mi risulta che non si vendano smartphone o tablet, anzi per tali oggetti la gente fa la fila e si accampa la notte fuori dai negozi. Ne ho conoscenti in astinenza da cellulare perché il prossimo trimestre le tariffe saranno più convenienti o che reprimono il desiderio di vacanza pregustando il biglietto aereolowest cost. E che dire degli abbonamenti internet? Si segnalano milioni di aspiranti utenti in paziente attesa di sconti? 

Per prevenire il riflesso condizionato di quanti, in perenne conflitto con l’ovvio, invocano i mitici dati, esiste una ricerca pubblicata nel 2004, in tempi non sospetti, da Andrew Atkeson e Patrick Kehoe intitolata “Deflation and depression: is there an empirical link?” (Deflazione e depressione: esiste un legame empirico?). I dati esaminati coprono 17 paesi lungo quasi due secoli dal 1820 fino al 2000.

Tolto il periodo 1929-34 (su cui dirò in seguito) in circa il 90% dei casi in cui venne registrata una caduta generalizzata del livello dei prezzi non vi fu alcuna recessione. Solo in 8 casi su 73 la deflazione fu associata a una caduta del Pil. Inoltre, in 8 depressioni sulle 29 esaminate non vi fu alcuna deflazione. Insomma il legame tra deflazione e decrescita del Pil è fievole. Se poi si eliminano dal campione gli episodi di depressione senza deflazione legati alle due guerre mondiali e all’immediato dopoguerra, il legame svanisce in un tenue singulto statistico.

Allora da dove si alimenta lo spauracchio? In buona sostanza da ciò che avvenne durante la Grande Depressione in America. È  il caso menzionato e studiato ad libitum, su cui l’interpretazione considerata quasi universalmente definitiva si deve alla Storia Monetaria degli Stati Uniti (1867-1960) di Milton Friedman e Anna Schwartz. Al dilettantismo della Fed si aggiunse il protezionismo cialtrone e la Grande Depressione si propagò in tutto il mondo (a questo link, pag. 41, si trova un’esposizione in italiano). Le serie storiche a disposizione su quel periodo coprono 16 paesi. Tutti registrarono una deflazione, ma solo in 8 vi fu una depressione.

Conclusione di Atkeson e Kehoe (pag. 6): l’esperienza storica insegna che “ci sono stati molti più periodi di deflazione con crescita ragionevole che con depressione e molti più periodi di depressione con inflazione che con deflazione”.

Gli autori fanno notare che dall’immediato dopoguerra si è verificato un solo caso di deflazione: inGiappone. Tuttavia crescita ed inflazione erano su un trend decrescente sin dagli anni ‘60 e ’70, rispettivamente. Quindi è difficile attribuire alla politica monetaria un fenomeno strutturale dipanatosi lungo 40 anni. Se poi si attua un confronto internazionale, negli anni ‘90 la crescita del Giappone fu in media dell’1,41%, non troppo diversa da quella dell’Italia 1,61% (dove l’inflazione era sostenuta), o della Francia 1,84% dove rimase moderata.

Ad ogni modo oggi in Eurolandia l’inflazione annuale è bassa, non negativa, con l’eccezione di Grecia e Cipro e in misura lieve in Spagna, Portogallo e Slovacchia (insieme a paesi fuori della moneta unica, come la Svizzera o la Svezia, di certo non in crisi). Pur adottando politiche monetarie diverseEurolandia e Usa hanno tassi di inflazione simili (idem per i deflatori del Pil, nel 2013 rispettivamente 1,54% e 1,64%). La frenata dell’inflazione finora deve molto al fatto che i prezzi delle materie prime ristagnano, fenomeno per quale immagino nessuno si dolga. Le previsioni e le aspettative insite nei rendimenti dei titoli a reddito fisso indicano un’inflazione in risalita.

C’è però qualcuno a cui la bassa inflazione duole: i governi e in parte alcune banche. Senza inflazione i debiti non vengono erosi dall’illusione monetaria e il torchio del fiscal drag sui contribuenti si inceppa. Le tasse non aumentano più senza dover sfidare l’impopolarità di aliquote maggiorate e gli sprechi pubblici bisogna davvero ridurli, senza cortine fumogene nominali. Ecco da dove si amplifica la grancassa della deflazione sarchiaponica per continuare nei propri comodi, come faceva sul treno lo scaltro personaggio della scenetta a danno dei gonzi.

ANCORA SU FISCAL COMPACT E SIX PACK

Tutto ha un limite. Persino la severità di Berlino e Bruxelles in fatto di bilanci pubblici. Un fiscal compact che davvero contemplasse tagli annuali per decine di miliardi di euro sarebbe la pietra tombale su qualsiasi velleità di ripresa economica della zona euro. In realtà su questo accordo messo in cantiere ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi e poi siglato da Mario Monti sono fiorite interpretazioni inesatte che in alcuni casi sono sfociate in ipotesi da far accapponare la pelle. Come quella stando alla quale dovremmo fare 50 miliardi di tagli ogni anno per vent’anni. Una lettura attenta dei documenti suggerisce conclusioni più prudenti: la camicia di forza Ue – o la sana gestione dei conti, a seconda dei punti di vista – potrebbe costarci tra i 5 e i 7 miliardi di euro. Le critiche sull’eccesso di austerità imposto da Bruxelles sono legittime. Il continuo sovrapporsi e avvicendarsi di norme e trattati con dentro regole complesse crea oggettivamente confusione. E’ però sbagliato pensare che il fiscal compact, che sarà applicato dal 2015 e produrrà effetti dal 2016, comporti stravolgimenti. Le nuove regole possono diventare una zavorra, ma non una pietra al collo. Partiamo dall’inizio: giuridicamente il fiscal compact è un trattato internazionale che deve essere espressamente recepito dagli Stati membri. Non si tratta cioè di un atto normativo dell’Unione europea che come tale entra automaticamente (o quasi) nella legislazione nazionale. I contenuti sono in sostanza quelli previsti dal cosiddetto “Six Pack” della Commissione europea (il pacchetto di misure entrato in vigore nel 2011): un sentiero di riduzione del debito pubblico in eccesso e limiti ai deficit tarati sulle specificità dei singoli Paesi, ma un po’ più severi rispetto alla semplice regola del 3 per cento.

La regola del debito – E’ lo spauracchio di molti commentatori, ma si tratta di un vincolo molto più morbido di quanto possa sembrare. E, peraltro, già contemplato da tempo nei trattati europei. I Paesi con un debito che supera il 60% del Pil devono ridurre la parte eccedente di un ventesimoogni anno fino a riportarlo al di sotto di questa soglia. La regola può effettivamente generare confusione e ha dato origine all’equivoco più grande. Siccome l’Italia ha un debito di 2.107 miliardi di euro, più del 132% del Pil, si è pensato che dovesse ridurlo di circa mille miliardi (la parte eccedente il 60%, appunto) di un ventesimo l’anno: i famigerati 50 miliardi. In realtà la diminuzione che interessa è quella del rapporto tra il debito e il Pil, non del suo valore assoluto. Ossia: se il Pil cresce, il debito può restare comunque oltre i 2.100 miliardi (o persino salire) e in proporzione scendere comunque. Non solo. Il valore del prodotto interno lordo da utilizzare ai fini della regola del fiscal compact non è quello “reale”, di cui si legge abitualmente sui giornali (per esempio: nel 2014 il Pil italiano crescerà dello 0,7%) ma quello nominale, cioè non depurato dagli effetti dell’inflazione. Per esempio, se in un dato anno la crescita economica è pari allo 0,5% e i prezzi aumentano dell’1% il Pil nominale crescerà dell’1,5 per cento. Questo offre margini aggiuntivi per ridurre il quoziente debito/pil senza tagli alla spesa. Ovviamente i margini saranno più ampi in periodo di forte crescita economica e/o alta inflazione, minori se, come accade ora in Italia, la crescita è asfittica e l’inflazione è bassa. Inoltre, spiega Angelo Baglioni, economista dell’università Cattolica di Milano, il ritmo di discesa del debito (il famoso ventesimo, ndr) viene ricalcolato ogni anno sulla base del triennio precedente. Quindi, se il debito inizia a scendere la quota da ridurre si assottiglia via via: se ho un debito di 200 e lo riduco di un ventesimo arrivo a 190, quindi l’anno successivo il ventesimo richiesto non sarà più 10, ma 9,5. Inoltre, essendo calcolata come media annuale del triennio la riduzione può essere nulla se si prevede che l’anno successivo sarà di un decimo.

Per farsi un’idea, si consideri che alcune simulazioni hanno evidenziato come con un debito al 120% del Pil sarebbe sufficiente una crescita nominale (Pil reale + inflazione) del 2,6% per ottenere automaticamente una riduzione del debito pari al ventesimo richiesto dal fiscal compact. Si tenga presente poi che tra il 2000 e il 2007 la crescita nominale italiana è stata in media del 3,6% annuo. Prendiamo per buone le stime dell’Fmi, stando alle quali nel 2015 il Pil reale italiano salirà dell’1,1% e l’inflazione dell’1 per cento. L’incremento del Pil nominale dovrebbe essere quindi del 2,1 per cento. Mancherebbe quindi uno 0,5%-0,7% per ottenere una crescita sufficiente ad abbattere il debito di un ventesimo. Si parla insomma di 7-10 miliardi di euro, ammesso che il gap non venga compensato nei due anni successivi. Fin qui tutto bene, o quasi. Che cosa succederebbe, però, in una situazione come quella del 2013, quando per effetto del calo del Pil reale e della bassa inflazione il Pil nominale è addirittura arretrato? In teoria, ma solo in teoria, una puntuale applicazione della regola comporterebbe effettivamente esborsi nell’ordine di decine di miliardi di euro. Sono tuttavia previste una serie di circostanze attenuanti che sospendono l’applicazione del vincolo in situazioni di particolare difficoltà, precisa Giuseppe Pisauro, economista dell’universitàLa Sapienza. Tra queste tutti i fattori che condizionano il ciclo economico e allontanano l’economia di un paese dal suo potenziale di crescita.

Pareggio strutturale e deficit – Le nuove regole europee in materia di bilanci pubblici ribadiscono il limite del deficit al 3% del Pil ma aggiungono un nuovo parametro. Che è, questo sì, lavera novità del fiscal compact. Si tratta del fatto che il deficit strutturale non deve superare lo 0,5% del Pil (l’1% per i paesi più virtuosi). Il deficit strutturale è quello calcolato tenendo conto deglieffetti del ciclo economico: per esempio considera se il calo delle entrate dello Stato o l’aumento della spesa per sussidi di disoccupazione è temporaneo e legato a una fase di crisi. Detto in altri termini, un Paese è in deficit strutturale se le spese sono superiori alle entrate anche ipotizzando che l’economia marci al massimo delle sue potenzialità. Qui però sorgono non pochi problemi: quantificare l’ipotetica crescita potenziale è estremamente complesso e non mancano gli elementi diarbitrarietà. Un recente studio degli economisti Stefano Fantacone, Petya Garalova e Carlo Milani pubblicato su lavoce.info ha messo in luce come in tal senso stiano prevalendo orientamenti piuttosto penalizzanti nei confronti dell’Italia.

Le vere cifre – In condizioni normali (dove per normale si intende una crescita nominale del 2-2,5%) il pareggio strutturale, spiegano fonti dell’Unione europea, è in linea di massima sufficiente per garantire il ritmo di riduzione del debito richiesto dal fiscal compact. La regola sulla riduzione del debito diventerà pienamente operativa dal 2016 e fino a quella data il parametro che viene tenuto sotto sorveglianza è appunto il pareggio strutturale. Su questo fronte potrebbe emergere qualche difficoltà. Dalla Ue non si sbilanciano su quello che ciò potrebbe comportare in tema di aggiustamento dei conti (attraverso tagli o nuove tasse) negli anni a venire. Ricordano però come, rispetto a quanto previsto nell’ultima legge di stabilità, siano ritenuti opportuni interventi aggiuntivi di aggiustamento pari allo 0,4 – 0,5% del Pil, ossia tra i 5 e 7,5 miliardi di euro. Secondo Fedele De Novellis del centro Ref ricerche, le stime del governo sull’evoluzione dei conti pubblici partono da due assunzioni molto favorevoli ma contraddittorie. Si prevedono infatti sia un’accelerazione dellacrescita economica sia tassi di interesse sui titoli di Stato a livelli bassissimi, anche per effetto delle misure messe in campo dalla Bce proprio per sostenere la crescita. La vera difficoltà, continua De Novellis, non è tanto quella di raggiungere il pareggio di bilancio strutturale quanto il modo in cui ci si arriva. Farlo mentre si cerca di abbassare la pressione fiscale è ovviamente più complicato.

Le sanzioni – Che cosa succede se un Paese non rispetta i vincoli di bilancio? In teoria, se il debito in eccesso non scende può essere sanzionato anche se presenta un deficit “a norma” (entro il 3% del Pil). L’eventuale avvio della procedura viene però deciso tenendo conto dei fattori che influenzano il ciclo economico e valutando tre parametri: deviazione dal Pil potenziale, riduzione rispetto ai tre anni precedenti, prospettive per i tre anni successivi. Soltanto se lo Stato sotto esame è fuori dai parametri da tutti e tre i punti di vista possono scattare le sanzioni. Che devono comunque essere votate dal Consiglio europeo e precedute da una serie di avvertimenti. Un iter barocco e tortuoso il cui esito rischia di essere quello della montagna che partorisce il topolino.

Cina, la finanza ombra che droga la crescita

A quasi sette anni dal fallimento di Bear Stearns, la Sarajevo della Grande Recessione, mentre l’economia globale arranca su un impervio sentiero di normalizzazione, la coltre di silenzi ufficiali non riesce a ovattare sussurri e grida provenienti dai grattacieli di Shanghai e dai corridoi di Pechino su un “sistema bancario ombra”, composto da trust companies (fiduciarie) opache, senza controlli e malgestite. Dato che i depositi bancari offrono tassi irrisori perché compressi dalla Banca centrale, queste fiduciarie promettono rendimenti allettanti in tempi di inflazione persistente.

 

I fondi – raccolti da risparmiatori convinti di godere di garanzie statali – spesso finanziano palazzinari in bolletta, aziende pubbliche alla canna del gas (ad esempio miniere di carbone o acciaierie) e direttamente o indirettamente autorità locali disinvolte. Sul fenomeno governo e Banca centrale avevano sostituito saracinesche alle palpebre, illudendosi che la crescita impetuosa, a cui le fiduciarie fornivano propellente, avrebbe mondato le conseguenze nefaste. In cinque, ruggenti, anni il debito totale in Cina, secondo l’agenzia Fitch, si è gonfiato fino a raggiungere il 220 per cento del Pil a fine 2013, dal 130 per cento nel 2008, un aumento che in valore assoluto risulta pari all’intero settore bancario degli Usa. Metà di questo aumento andrebbe attribuito alla finanza ombra.

Purtroppo gli steroidi macroeconomici da investimenti sballati (pubblici o privati) si sciolgono sempre in una valle di lacrime e la Cina del laissez-faire comunista non fa eccezione. Persino ilFmi (di solito tenero con la Cina) ha avvertito che gli attivi marcescenti vanno rimossi e le catene di Sant’Antonio spezzate. Le autorità da qualche mese hanno intrapreso l’ingrato compito. Seguendo il dettato maoista sul colpirne uno per educarne cento hanno lasciato fallire alcuni pesci piccoli, effetti scenici ribattezzati “Potemkin defaults” dalle avanguardie della blogosfera che hanno sostituito quelle del proletariato. Gli squali grossi invece vengono neutralizzati con cautela e circospezione attraverso salvataggi coordinati, ad evitare un corto circuito stile Lehman. Inoltre i nuovi investimenti nelle trust companies non possono essere più utilizzati per pagare i rendimenti di quelli vecchi  e ad ogni investitore va assegnato un  conto segregato che fornisca dettagli sulle singole esposizioni piuttosto che il riferimento opaco ad un portafoglio di titoli malamente assemblato. 

Questo desiderio di ramazza però confligge con un vincolo psico-politico pavloviano. Appena lacrescita del Pil si sgonfia verso il 7% per cento (cifra ufficiale, quella reale sarebbe sotto il 5) ai ministri cinesi appare minaccioso lo spettro delle rivolte. Quindi parte un’altra ondata di credito allegro che genera altri prestiti dubbi, altri immobili vuoti, altra capacità industriale obsoleta, altre infrastrutture costose. A fine 2013 si stimava a 1800 miliardi di dollari il totale degli attivi delle fiduciarie. Per quanto la cifra sia astronomica, la Cina, oltre a misure emergenziali di politica monetaria, mantiene riserve valutarie per 4 mila miliardi di dollari e potrebbe in teoria affrontare una crisi di questa portata. Ma il grosso di queste riserve sono detenute in titoli del debito pubblico Usa. Se da Pechino a New York può deflagrare il battito d’ali di una farfalla, figuriamoci una tale batosta.

La riscossa di Grecia e Portogallo:
Atene in surplus, Lisbona torna sui mercati

L'economia ellenica ha anticipato i target di avanzo primario, con 1,5 miliardi nel 2013. Lisbona emette bond decennali al 3,5% di rendimento, raccogliendo una grande domanda e spianando la strada all'uscita dal piano di salvataggio, prevista per il 17 maggio

 

MILANO - Conti pubblici in miglioramento e riconoscimento internazionale, attraverso il test delle aste di titoli di Stato. Le economie "salvate" di Grecia e Portogallo fanno passi avanti in direzione della normalizzazione, se così si può definire quella dei mercati finanziari. Resta infatti tesissima la situazione sociale, con i principali indicatori (dal crollo dei consumi al volo della disoccupazione) a dimostrare quanto la popolazione viva ancora i lacci della crisi economica.

Ma oggi si registra una doppietta di notizie incoraggianti, sia da Atene che da Lisbona. La Grecia è riuscita a raggiungere un avanzo primario (esclusi gli interessi sul debito e gli oneri una tantum) nel 2013 pari a 1,5 miliardi di euro. Lo ha annunciato ad il vice ministro delle Finanze, Christos Staikouras. La Commissione europea ha, poi, confermato questa informazione parlando di "un avanzo primario dello 0,8% del Pil". "Sono trascorsi esattamente quattro anni da quando il Paese ha richiesto il salvataggio" ha osservato il ministro nel corso di una conferenza stampa "e la Grecia è riuscita oggi ad avere un avanzo primario prima delle stime che sono state fatte. Gli sforzi del governo sono stati riconosciuti e anche i sacrifici del popolo greco".

I creditori internazionali di Atene, rappresentati Talla troika (Ue, Bce e Fmi), avevano affermato che un avanzo primario della Grecia avrebbe dato al Paese il diritto di procedere ad un ulteriore sollievo del peso del debito. Le discussioni in merito

tra governo e creditori dovrebbero concludersi nella seconda metà del 2014. Molti analisti si aspettano che l'Eurozona possa abbassare i tassi di interesse che la Grecia paga sui prestiti ricevuti o che ad Atene possa essere concesso più tempo per onorare gli impegni con i creditori.

Altre notizie di distensione arrivano dal Portogallo: ha collocato titoli decennali per 750 milioni con tassi di interesse al 3,575%, alla sua prima emissione a lungo termine regolare, senza un sindacato di banche, dal piano di salvataggio finanziario nel 2011. L'operazione, caratterizzata da una forte domanda degli investitori (per 2,6 miliardi) e tassi ai minimi da otto anni, è stato un test cruciale nei mercati in vista della conclusione, il 17 maggio, del piano di salvataggio negoziato tre anni con l'Unione europea e il Fondo monetario internazionale. Certo, a favore di questo successo gioca anche la sovrabbondanza di liquidità in cerca di rendimenti sul mercato. Ma intanto Lisbona incassa il dividendo dei suoi piani lacrime e sangue.

 

Boeri e Zingales: un po’ debolucci in storia economica o matematica

Boeri e Zingales: un po’ debolucci in storia economica o matematica

L’articolo di Tito Boeri “Quanto costa uscire dall’euro” su la Repubblica di lunedì scorso (7-4-2014 pag. 1 e 23) s’è subito attirato i giusti strali di Alberto Bagnai.

Ma a ben vedere non c’è solo l’assurdità di presentare come monetizzazione del debito pubblicol’emissione di assegni circolari o addirittura bancari. Come con le ciliege, qui un errore ne tira l’altro. Scrive infatti Boeri:

“…abbondiamo di esempi storici di monetizzazione del debito. Basti pensare ai mini-assegni sul finire degli anni ’80 scambiati in fretta e furia prima che perdessero valore, un surrogato di una moneta che ogni giorno vedeva erodersi il proprio potere di acquisto, con un’inflazione a due cifre”.

Ebbene:

1.   Non è vero che a fine anni ’80 l’inflazione fosse a due cifre prima della virgola: era a una sola, per es. al 4,5% nel 1987 o al 7% nel 1989; e rimase anche dopo sotto il 10%;

2.   I miniassegni non circolarono allora, bensì dieci anni prima negli anni 1976-77.

3.   Non erano surrogati di una moneta che vedeva erodersi il potere d’acquisto, bensì semplicemente delle monete metalliche da 50 e 100 lire, in numero insufficiente;

4.   Non vennero scambiati “in fretta e furia”, ma versati tranquillamente in banca all’arrivo di monete in misura sufficiente nel 1978-79 (salvo quelli conservati dai collezionisti, vedi tre esempi).

Certo che questi sommi economisti, onnipresenti sulla carta stampata o in televisione, potrebbero fare un po’ più d’attenzione. Vedi Luigi Zingales che – sempre riguardo all’uscita dall’euro – affermava riguardo al debito per esempio della società Terna:

“Siccome la lira si svaluterebbe del 30-40% rispetto all’euro, questo equivarrebbe a un aumento effettivo del debito di Terna del 30-40%” (l’Espresso, 5-5-2012 pag. 35).

Ebbene no, l’aumento sarebbe del 43-66%, che fa già una certa differenza. Se la valuta A perde il 40% rispetto alla valuta B, dopo ce ne vuole dopo il 66% in più per comprare la stessa quantità di B. Lo si capisce subito pensando a una perdita del 50%: dopo ce ne vuole il doppio ovvero in 100% e non solo il 50% in più.

 di Beppe Scienza

La paralisi deflattiva della BCE guida Italia, Francia e Spagna nelle trappole "morse" del debito Movimento 5 Logge alla luce del sole

Da The Telegraph del 2 aprile 2014
La paralisi deflattiva della BCE guida Italia, Francia e Spagna nelle trappole del debito. Francoforte potrebbe in qualsiasi momento rimettere in carreggiata l'euro, mostrando una ferma volontà di reagire alla situazione attuale, ma ha scelto di non farlo.
E la Banca Centrale Europea gliel'ha consentito. Negli ultimi cinque mesi, la deflazione è avanzata a un tasso annuo pari a -1.5% nell'Eurozona, in conseguenza delle tasse imposte dalle misure di austerity.
In base ai miei calcoli approssimativi (annualizzati), partendo dai dati mensili di Eurostat, da settembre i prezzi sono calati al ritmo del 6.5% in Grecia, del 5.6% in Italia, del 4.7% in Spagna, del 4% in Portogallo, del 3% in Slovenia e quasi del 2% in Olanda.
Il rialzo dell'euro rispetto a dollaro, yen, yuan e alle valute di Brasile, Turchia e paesi asiatici in via di sviluppo, è in parte responsabile di questa deflazione importata. Il trade-weighted index di Eurolandia è salito del 6% in un anno.
Ma questa non può essere una scusante: si tratta di una conseguenza diretta della politica monetaria della BCE. Francoforte potrebbe in qualsiasi momento rimettere in carreggiata l'euro, mostrando una ferma volontà di reagire alla situazione attuale. Ha scelto di non farlo, nella speranza che qualche parola di pace pronunciata senza convinzione possa in qualche modo invertire la tendenza globale.
È arduo stabilire quale sia il punto in cui la deflazione si inserisce nel sistema. Dalla metà del 2012, i prezzi alla produzione si sono notevolmente ridotti e la tendenza si è velocizzata a febbraio, raggiungendo una percentuale pari a -1.7%:il declino più vertiginoso dalla crisi Lehman. Ma questa volta non si tratta della diretta conseguenza di un crac finanziario: il fenomeno è cronico, e più insidioso.
Il professor Luis Garicano, della London School of Economics, ha affermato che i modelli economici utilizzati per prevedere l'inflazione appaiono fuorvianti e comportano una serie di errori di valutazione. "Sono necessari interventi molto seri," ha dichiarato.
Laurence Boone e Ruben Segura-Cayuela, della Bank of America, affermano che il loro indice di "sorpresa inflattiva" continua a scendere man mano che l'eurozona viene scossa da uno shock dietro l'altro, mentre il loro misuratore della "vulnerabilità deflazionistica" ha cominciato a lampeggiare in rosso per la maggior parte dei paesi della UEM.
L'effetto è pesantemente corrosivo, anche se la regione non è mai entrata in deflazione tecnica. La “lowflation” (bassa inflazione), vicina allo 0,5%, può scombinare le traiettorie del debito, se prolungata, portando nuovamente l'Europa verso una crisi debitoria. "La più pericolosa minaccia per le dinamiche del debito pubblico è un'inflazione inferiore alle aspettative. Anche solo un'inflazione più bassa del previso, non una deflazione, comporterebbe un significativo deterioramento delle finanze pubbliche dei paesi”, ha affermato.
Secondo la banca, una “lowflation” prolungata potrebbe provocare un aumento dei rapporti di indebitamento entro il 2018, il che comporterebbe un aumento di 10 punti percentuali del debito sul PIL in Francia (105%), di 15 in Italia (148%), e di 24 punti in Spagna (118%).
Questi paesi hanno di fronte un'impresa di Sisifo: qualsiasi risultato ottengano dall'austerità verrà sbaragliato dalla forza maggiore della deflazione del debito. Lo stesso "effetto denominatore” – con il peso del debito che aumenta più velocemente del PIL nominale – ingolferà anche il settore privato, che è ancora il tallone di Achille in Spagna, Portogallo e Irlanda.
Secondo Moody's , la "bassa inflazione" (dallo 0.5 all'1% fino al 2018) "rinnoverebbe la preoccupazione sulla sostenibilità del debito”, serrando lamorsa sulle famiglie e sulle aziende con debiti a tasso fisso. Eroderebbe, inoltre, gli asset bancari, comportando nuovi fallimenti delle banche, e colpirebbe gli assicuratori sulla vita per discrepanze sulle scadenze. "Evitando una decisa deflazione non si proteggerà completamente l'eurozona da uno shock: la combinazione di bassa crescita e bassa inflazione ha un impatto significativo su tutti i settori dell'economia", ha affermato.
Secondo l'affermazione di Reza Moghadam, del Fondo Monetario Internazionale, anche l'inflazione allo 0.5% minaccia di "soffocare la nascente ripresa" dell'Europa. Aggrava, inoltre, il divario nord-sud, rendendo ancora più difficile al Club Med il recupero della competitività persa. Gli stati indebitati dovranno apportare svalutazioni interne ancora più drastiche per riguadagnare terreno, ma ciò spingerà in alto i loro rapporti di indebitamento. "Ogni punto di aggiustamento relativo dei prezzi dovrà essere perseguito a costo di una maggiore deflazione del debito", ha dichiarato.
Un'inflazione molto bassa può avvantaggiare importanti segmenti della popolazione, principalmente i risparmiatori netti, ma nel contesto odierno dei problemi dovuti al diffuso indebitamento, va a detrimento della ripresa dell'eurozona, soprattutto nei paesi più fragili, dove vanifica gli sforzi per ridurre il debito", ha affermato.
Una volta compreso questo aspetto fondamentale, e cioè che “vanifica” gli sforzi per controllare il debito, la spettacolare idiozia della politica dell'UEM diviene palese. L'austerity così concepita è controproducente. Il fallimento principale è stato il rifiuto della BCE di controbilanciare le conseguenze della contrazione con uno stimolo monetario sufficiente per fare in modo che il PIL nominale crescesse più rapidamente dello stock del debito in Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia, ma non solo in questi paesi.
Ancora una volta, la BCE avrebbe potuto agire in modo diverso, ma ha scelto di non farlo perché ciò avrebbe consentito che la sua politica monetaria venisse contaminata dai giudizi su rischi morali che esulano dal suo ambito, dalle dottrine premoderne delle banche centrali o dalla paura di quello che potrebbe dire o non dire la Germania.
Il suo fallimento è evidente soprattutto in Italia, dove il debito è saltato dal 119 al 133% dal 2010, malgrado la stretta fiscale draconiana e un avanzo primario di bilancio. Il premier rockstar Matteo Renzi ha preso possesso della sua carica come un ciclone, portando un New Deal dei primi 100 giorni che ha stracciato il copione dell'austerità, rischiando il tutto per tutto con le riforme dal lato dell'offerta e una scossa fiscale per far partire la crescita.
Antonio Guglielmi, di Mediobanca, ha riferito che i mercati stanno scommettendo che Renzi possa essere un "catalizzatore di discontinuità " capace di tirare fuori l'Italia dall'apparentemente implacabile trappola della bassa crescita, attivando un circolo virtuoso cha alla fine possa aumentare il limite di velocità dell'economia e tagliare i rapporti di indebitamento. Ma anche questo scommettitore fiorentinoalla fine può fare ben poco contro la follia granitica della costruzione UEM.
Mediobanca ha dichiarato che la sua missione ultima di salvare l'Italia è destinata al fallimento se la BCE non lancerà un Quantitative Easing per impedire la deflazione del debito, e se dovrà adempiere al Fiscal Compact dell'UE, costringendo così il paese a un surplus primario di bilancio del 6% del PIL per il prossimo anno. Secondo la banca, "Spetta a Renzi dare un messaggio chiaro e deciso a Francoforte sull'alleggerimento dell'austerità".
Scopriremo giovedì se la BCE è pronta ad affrontare la questione del QE, o qualsiasi altra questione. I prestiti alle imprese si stanno contraendo al ritmo del 3%. La BCE ha mancato il suo obiettivo di inflazione del 2% per 150 punti base, e continuerà a mancarlo di parecchio nel 2015 e nel 2016, in base alle sue stesse previsioni. Si potrebbe dire che stia violando pesantemente il suo mandato, per non parlare dei più vasti obblighi del Trattato per sostenere la crescita e gli obiettivi economici dell'Unione, ma ancora se ne sta con le mani in mano.
I critici hanno evidenziato che da anni la crescita dell'aggregato M3 tedesco si attesta costantemente tra il 4 e il 5% all'anno, ma non riescono a dire che la BCE imposta la sua politica monetaria esclusivamente sugli interessi di un paese, indipendentemente dal grado di devastazione degli altri paesi, devastazione che ora sta toccando anche Finlandia e Olanda. Se gli altri governatori sono così inerti o intimiditi dalla supremazia della Bundesbank da sopportare tutto questo, allora si meritano questo destino.
Forse ci sarà un leggero taglio dei tassi di interesse, o un tasso negativo sui depositi, o la fine dello sterilizzazione degli acquisti di obbligazioni; o un po' di polvere negli occhi che arriva con un anno di ritardo, che sarà gravemente insufficiente e che non farà alcuna differenza. Quando la deflazione si velocizza, ci vogliono iniziative più radicali per gestirla. Jens Weidmann, dalla Bundesbank, ha aperto le porte al QE in modo davvero tiepido, apparentemente per ragioni tattiche, ma le conseguenze politiche di una simile azione sono davvero punitive in Germania.
La Bundesbank non ebbe voce in capitolo nel piano di salvataggio della BCE del 2012 (OMT), ma la Germania sì, e tale circostanza spesso non è ben non compresa dagli analisti anglosassoni. Lo schema è stato progettato di concerto con il ministro tedesco delle finanze, con il pieno supporto della Cancelliera Angela Merkel. A una cena privata tre settimane prima dell'OMT, ho udito un alto funzionario tedesco dichiarare che "non vola una mosca nell'eurozona senza l'approvazione di Berlino", e non ho dubbi che ne fosse convinto. Così funziona l'UEM. Non ci sono segnali che lascino pensare che la signora Merkel sia pronta per un QE.
La BCE insiste nel dire che l'ultimo calo dell'inflazione sarebbe dovuto alla diminuzione dei costi dell'energia, e che pertanto sarebbe transitorio. Si tratta di un alibi sospetto. La BCE ha dimostrato l'opposto nel 2008, alzando i tassi in uno shock petrolifero basato sull'affermazione secondo cui gli effetti dell'energia non sarebbero passeggeri.
In ogni caso, alcuni dei principali analisti energetici mondiali affermano che il prezzo del petrolio ha appena iniziato a scendere, visto l'aumento della produzione di greggio. La produzione dell'Iraq ha raggiunto il suo massimo da 35 anni. Le esportazioni della Libia saliranno quando le milizie ribelli termineranno il blocco. Gli Stati Uniti potrebbero aggiungere 1 milione di barili al giorno per quest'anno, toccando gli 11 milioni. Un calo a 80 dollari del prezzo del barile sarebbe un toccasana per i redditi reali che sono in calo in mezza Europa, ma potrebbe anche liberare “aspettative inflattive”, un effetto simile a quello che colpì il Giappone negli anni '90.
I timori per la deflazione in Europa si placherebbero se fosse vero che siamo giunti all'apice di un nuovo ciclo di crescita economica globale. Se ciò sia vero, proprio mentre Cina e Stati Uniti si avvicinano, rimane da vedere. "Potremmo avere di fronte a noi anni di crescita lenta e inferiore alla attese", ha dichiarato questa settimana Christine Lagarde del FMI.
"Il rischio è che, senza una sufficiente ambizione politica, il mondo possa cadere in una trappola di bassa crescita a medio-lungo termine. L'area dell'euro ha bisogno di altro monetary easing, anche attraverso misure non convenzionali".
Potremmo anche essere vicini alla fine di un ciclo quinquennale globale, che Eurolandia ha ampiamente mancato a causa dei suoi errori. Se così fosse, la regione è solo a un passo dal precipitare in una piena deflazione, che porterà matematicamente l'Italia e altri paesi verso l'insolvenza, velocizzando una crisi del debito sovrano troppo grande per essere arginata. È una scelta politica. Ci sono ventiquattro uomini e donne che vogliono che tutto questo accada." Ambrose Evans-Pritchard

 

 

 

Microsoft, scade il sistema operativo Xp 
Panico nella pubblica amministrazione 

Dall'8 aprile non ci saranno più aggiornamenti automatici del software. La paura è che migliaia di computer diventino vulnerabili ai virus. A rischio soprattutto ministeri, comuni e ospedali. Ma anche le famiglie...

La data da segnare in rosso sul calendario è martedì 8 aprile. Da quel giorno il sistema operativo Windows XP non avrà più aggiornamenti automatici. Con la paura evidente che migliaia di computer diventino, nel giro di una notte, vulnerabili ai virus: la stima del rischio è difficile, ma è facile immaginare che un sistema che perde il supporto della casa madre non avrà più protezione contro falle di sicurezza  scoperte in futuro.

Il software lanciato da Microsoft nel lontanissimo 2001 è di un’altra era tecnologica, ma resta uno dei più diffusi in Italia, specialmente tra le imprese e nelle famiglie. Un parco pc aziendale con un sistema operativo ormai datato e superato, che nella pubblica amministrazione ha raggiunto la più alta diffusione: quasi l’80 per cento degli uffici hanno installato questo sistema operativo. Xp, nonostante lo sviluppo iniziato alle fine degli anni novanta, domina nei ministeri e nei comuni ed è usato da molti ospedali per gestire macchinari di analisi e terapia. Gli attacchi alla privacy e al sistema dei pagamenti è lo scoglio da superare per garantire la sicurezza ad Asl, ospedali e regioni che ogni giorno smistano milioni di dati sensibili.

UN ALTRO MILLENNIUM BUG?

«Dal 9 aprile ci sarà indubbiamente un rischio maggiore. Gli hacker si sono già dati appuntamento perché è questo è il momento da sfruttare»,  spiega Paolo Lezzi, esperto di sicurezza informatica e capo di Maglan Europe, multinazionale israeliana specializzata in materia di information security: «Ci aspettiamo una concentrazione di attacchi perché durante questa migrazione sono più vulnerabili».

Una chiamata alle armi via Web con obiettivo le work station di Xp. Sono il ventre molle dell’infrastruttura tecnologica, perché attaccando anche una sola postazione la si può usare come testa di ponte per distribuire un codice malevolo, mettendo fuori uso l’intero sistema di raccolta dati.

I cyber malintenzionati possono sfruttare l’occasione per prendere il controllo dei macchinari con poche mosse. La pubblica amministrazione ha difese standard: sono i Municipi di dimensione maggiore e la sanità che rischiano di più. È un potenziale nuovo Millennium bug (il difetto informatico scatenato dal cambio di data al capodanno del 2000 con il possibile crac mai avvenuto), con le società di protezione che sfruttano il momento moltiplicando gli annunci per rinforzare le difese: «Esistono oltre venti vulnerabilità non risolte da Microsoft e altrettante potrebbero saltare fuori con il pensionamento», conclude Lezzi.

«Abbiamo una politica standard di assistenza che dura 10 anni - commenta Claudia Bonatti, direttore di Windows Client di Microsoft Italia - la fine di questo glorioso sistema si conosceva da tempo e per tempo abbiamo fatto partire l’avviso grazie ad un sito ad hoc (windowsxp.it), un numero di telefono e formando più di 400 partner. Purtroppo gli enti locali hanno una gestione di budget “complicata”: la migrazione in sé ha dei costi ma se valuto i benefici mi ripago tutto in un anno».

I processi di migrazione dal vecchio al nuovo sono complessi e la domanda di partenza è sempre la stessa: l’hardware potrà supportare un sistema nuovo? Le soluzioni adottate sono diverse. Ecco cosa succederà a Milano e Genova.

PALAZZO MARINO CORRE AI RIPARI

A Milano sono cinquemila i computer che il Comune ha deciso di sostituire al più presto, per evitare disservizi negli uffici e rischi per la privacy dei cittadini. Sono tante le macchine che funzionano con il vecchio sistema prossimo alla pensione e solo ora si è deciso di programmarne la sostituzione.

«Circa metà dei computer installati negli uffici comunali montano sistemi operativi Windows 7 o superiori – confermano dalla direzione generale di Palazzo Marino, responsabile per i sistemi informativi - la sostituzione delle altre cinquemila macchine è in corso e sarà completata in tre mesi».

Meglio cambiarli che aggiornali: la soluzione più economica rispetto all'adeguamento delle vecchie macchine agli standard necessari per l'installazione di Windows 8. Perché nel frattempo è cambiato il mondo informatico e ora le nuove postazioni si comprano con poche centinaia di euro. Gli ultimi bandi per l'acquisto di modelli base sono stati assegnati a 219 euro per pezzo. Però cinquemila computer sono tanti. E non risulta che il Comune avesse previsto nell'ultimo bilancio questa spesa aggiuntiva da 1,1 milioni di euro, più l'aggiornamento dei software collegati: da quelli per la contabilità fino a quelli per la gestione delle multe.

In queste ore gli uffici dei Servizi informativi stanno verificando la compatibilità dei software in uso con il nuovo sistema operativo che andrà installato. Per ora l'indagine sembra dare risultati "non buoni". Il software che fa funzionare la macchina comunale è obsoleto, al punto che per i cittadini con sistemi operativi nuovi (Windows 7 o superiore) è spesso impossibile autenticarsi sul portale del Comune. Mentre il mondo cambiava con l’arrivo del wi-fi, smartphone e cloud nessuno si accorgeva che la macchina comunale rimaneva indietro.

CHI PRIMA CAMBIA

A Genova l’azienda ospedaliera universitaria San Martino è un centro di riferimento in Italia per la ricerca oncologica e una dei più grandi ospedali italiani con oltre 5 mila dipendenti.
Nei reparti di questa città nella città ligure (100mila ricoveri all’anno e 12 chilometri di strade interne) sono installati circa 2.500 computer e  10.000 identità digitali diverse. Per superare le complessità di un parco hardware estremamente disomogeneo ed obsoleto, con alti costi di manutenzione e bassa sicurezza, già nel 2010 si è deciso di abbandonare XP a favore del più moderno Windows 7 Enterprise.

«Grazie alla migrazione a un sistema operativo moderno, abbiamo ottenuto significati vantaggi in termini di efficienza, continuità e qualità del servizio reso ai nostri utenti e cittadini. Abbiamo aumentato il numero di macchine installate in rete ed il livello di qualità e sicurezza del servizio, riducendo le spese annuali di circa 100.000 euro grazie a meno guasti e pochi interventi per la manutenzione» dice Dario Padrone, direttore dei sistemi Informativi del San Martino.
Ancor più importante è migliorata la qualità dei servizi diagnostici, il sistema di gestione dei laboratori e delle varie radiologie e il Pronto Soccorso che accoglie 80 mila cartelle cliniche ogni dodici mesi. Qui i lungimiranti sono partiti per tempo e il 9 aprile non sarà un incubo.

La resilenza da Bristol, un nuovo modo di fare "resistenza" abbandonando i canovacci novecenteschi. Il voto in ciò che si compra, l'attacco all'economia corporate "neo-cons",lo smantellamento dei grossi gangli a favore del tessuto connettivo locale.

Ciao, sono Rob Hopkins, uno dei fondatori del movimento “Transition Town Transition Network”. Uno dei progetti che abbiamo in atto è proprio la Transition Town, la Totnes. Sono a Milano per un paio di eventi che hanno a che fare con Transition. 
Transition è un processo bottom up, parte dal basso verso l’alto per rendere la comunità locale resiliente. Non è un movimento politico, non è una cosa di destra odi sinistra, non è verde, non è contro la crescita né a favore della crescita, ma mira semplicemente a coinvolgere tutte le persone, la popolazione locale, nel creare questa forma di resilienza come forma di sviluppo economico. 
Come forma di sviluppo abbiamo la creazione di società energetiche, di piccole società agricole, l'agricoltura urbana, il tentativo di rivitalizzare a livello locale le comunità, dare supporto a agli imprenditori locali. Nella città di Bristol, una delle Transition Town, c’è la valuta locale, hanno fatto la Sterlina di Bristol con il supporto dell'amministrazione comunale. 
Se la crescita globale e globalizzata andava bene per il ventesimo secolo, quando c’erano combustibili fossili a basso prezzo, ora non è più fattibile, bisogna utilizzare la resilienza e far sì che siano le persone normali a fare accadere il cambiamento. 
Io viaggio per tutto il mondo e vedo che queste cose stanno accadendo. 
I governi possono fare delle cose, le aziende e le imprese possono farne altre, ma per superare la crisi ci vuole la gente normale, che rappresenta la grande riserva di risorse, di energia, non sfruttata. 
Uno dei progetti realizzato recentemente da Transition Network è “The New Economy in Twenty Enterprises”, la nuova economia in venti imprese. Abbiamo mappato tutto il territorio del 
Regno Unito e scelto venti imprese rappresentative dell’economia di transizione, che potevano essere replicate ovunque, non dipendenti perciò da una particolare situazione geografica o altro. Abbiamo scelto una banca della comunità, la comunità che aveva la propria valuta, piuttosto che il proprio sistema di trasporti, gestito dalla comunità, l’agricoltura, le aziende agricole della comunità, fonti energetiche, etc.. Alcune di queste iniziative nascono e si sviluppano in modo del tutto spontaneo, la differenza che fa Transition è creare un collegamento tra tutte queste cose. 
Infatti dalla natura, dall’ecologia, abbiamo imparato che la cosa potente è il collegamento tra i vari elementi che vanno così a formare un sistema.Transition fa questo: tesse il tessuto che collega l’economia locale consentendo a queste iniziative di parlare le une con le altre facendo sì che la resilienza della comunità diventi una forma di sviluppo economico. 
Transition è nata nel Regno Unito nel 2005, e da allora si è diffusa in tutto il mondo, siamo presenti in 44 paesi e ci sono migliaia di iniziative Transition in tutto il mondo, che è un movimento che si auto-organizza, nel senso che noi non siamo come un franchising della Coca Cola, che è sempre uguale ovunque esso si trovi, il nostro modello è diverso a seconda di dove nasce. C’è un movimento Transition, un’organizzazione, un Network Transition anche in Italia, che è stato uno dei primi posti a replicarlo, con grande successo, nel paese di Monte Veglio, in provincia di Bologna.C’è questa storia molto positiva, dove l’amministrazione locale ha promulgato una risoluzione per rendere il paese più resiliente, quindi esiste Transition Italy, se c’è qualcuno che sta ascoltando ed è interessato sappiate che ci sono a disposizione possibilità di training, di collaborare a dei progetti, c’è una rete molto attiva, molto vitale, in Italia, cui ci si può collegare se si è interessati a Transition. 
Spesso pensiamo che il cambiamento possa accadere soltanto attraverso le proteste, i picchetti con i cartelli, le dimostrazioni, etc., e sottovalutiamo quello che è il potere di ritirare il nostro supporto a ciò che non ci piace. 
C’è un movimento negli Stati Uniti che si chiama Divest, cioè disinvestite, che invita e incoraggia a disinvestire dal combustibile fossile per investire invece nelle rinnovabili. 
Si può disinvestire in un modo molto semplice, cioè con la spesa che facciamo ogni giorno, invece di fare delle scelte di acquisto che vanno a privilegiare l’economia corporate, quella delle grandi aziende, si scelgono prodotti che stimolano la resilienza locale, una economia locale, più inclusiva. 
Oogni giorno possiamo scegliere dove depositare i nostri risparmi, se dare supporto alle aziende locali o meno. 
Ho letto, per esempio, che negli Stati Uniti, prima che scoppiasse la guerra con l’Iraq,l’amministrazione Bush aveva previsto, le dimostrazioni, ma era anche altrettanto sicuro che questa protesta non si sarebbe tradotta in cambiamento di modello del consumo, infatti non le persone non hanno smesso di comprare benzina. 
Quindi il sistema è concepito proprio per lasciare sfogo a questo rumore, a queste dimostrazioni, perché tanto questo non corrisponde a un cambiamento delle azioni delle persone. 
Oggi dare supporto all’economia locale rappresenta una delle scelte più radicali che si possano fare.

acquisto WhatsApp per
19 miliardi di dollari

 

 

Lactalis, dopo Parmalat francesi vogliono
chiudere fabbrica Galbani a Caravaggio

Lactalis, dopo Parmalat francesi vogliono chiudere fabbrica Galbani a Caravaggio

Dopo lo smantellamento di tre impianti dell'ex polo di Tanzi, il gruppo transalpino che controlla le filiere ha dato il via a una nuova razionalizzazione degli stabilimenti

 

 

 

 

 

O si cambia tutto o fra 9 anni il nostro tenore di vita sarà il 60% di quello statunitense, come negli anni’60

 

 

Banche, così il governo anticipa di un anno il regalo da 4 miliardi di euro

 

IL MASSACRO SORGENIA: 1,7 MILIARDI DI DEBITI PER LA SOCIETA' DI DE BENEDETTI,TESSERA NUMERO UNO DEL PD E MASSACRATORE DI OLIVETTI.

 

Il muro delle Sparkassen tedesche:417 CASSE DI RISPARMIO LOCALI CHE TRATTENGONO 1000 MILIARDI DI EURO FUORI CONTROLLO BCE, DI QUESTI , 67 MILIARDI SONO ANDATI A COPRIRE I BUCHI DELLE LANDESBANKEN SPROFONDATE SOTTO I COLPI DEI SUBPRIME
contro una piena unione bancaria

La Germania è riuscita a tenere le sue 417 casse locali, di proprietà pubblica, fuori dai meccanismi di supervisione della Bce. Ma nel complesso questa rete di istituti ha attivi per mille miliardi. Trascurata così la lezione delle Landesbanken, le casse regionali: per salvarle Berlino ha speso più soldi (67 mld) di quelli a disposizione dell'intero fondo di salvataggio Ue

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Bce taglia a sorpresa i tassi 
nuovo minimo storico allo 0,25%

Draghi: "Usiamo ogni strumento possibile"
Le borse festeggiano tranne

Milano in caduta libera, in calo lo spread 
Euro giù. Il Pil Usa sale del 2,8 per cento

 
L'EUROPA DEL FRANCO/SUD CONTRO L'EUROPA DEL NORD??


ESTERI

 

STORIA DI LIBIALIA

Tango bond, l'Argentina a New York cerca l'intesa con i fondi,

 VERSO IL SECONDO DEFAULT IN 15 ANNI???


Il ministro dell'Economia, Axel Kicillof, è negli Usa per incontrare Daniel Pollack, lo "special master" nominato dal giudice per seguire la trattativa sul pagamento di 1,3 miliardi di dollari agli hedge fund che non hanno accettato la ristrutturazione del debito
MILANO - Il ministro argentino dell'Economia, Axel Kicillof è arrivato a New York con una delegazione ufficiale per incontrare Daniel Pollack, lo "special master" nominato dal giudice Thomas Griesa per seguire la trattativa sul pagamento di 1,3 miliardi di dollari agli hedge fund che non hanno accettato la ristrutturazione dei bond argentini. La Corte Suprema americana, però, ha dato ragione ai fondi obbliganto l'Argentina a pagare.

Secondo fonti ufficiali citate dalla stampa di Buenos Aires, Kicillof non avrà incontri diretti con gli hedge fund - che il governo definisce "fondi avvoltoio"- nè presenterà un'offerta di pagamento a Pollack, bensì confermerà la volontà del suo governo di arrivare a un accordo "giusto, equo e legale" che soddisfi le esigenze del 100% dei detentori di bond, che abbiano o no accettato il concambio e spiegherà la difficili situazione nella quale è rimasto dopo la sentenza di Griesa.

Il giudice, infatti, ha respinto la richiesta argentina di pagare solo gli obbligazionisti che hanno aderito agli swap e ha esortato il governo a trattare con gli hedge fund. Per l'Argentina adesso è cominciato un conto alla rovescia che potrebbe portarla a nuovo default sul suo debito sovrano: entro il prossimo 31 luglio deve pagare oltre 800 milioni di dollari ai detentori di bond che hanno accettato il concambio,
ma Griesa ha bloccato qualsiasi pagamento finchè non si arriverà a un accordo con i hold out. Il giudice ha, inoltre, sequestrato i fondi depositati da Buenos Aires presso la Mellon Bank di New York per pagare gli obbligazionisti.

Con quasi 29 miliardi di dollari in riserve estere, Buenos Aires dovrebbe essere in grado di onorare il suo debito; ma non si tratta di soldi facili da utilizzare. Alcuni di questi fondi sono infatti depositati presso il Fmi, altri riguardano crediti verso altri Paesi. L'Argentina avrebbe a portata di mano soltanto 16 miliardi di dollari. Adesso il Paese rischia la seconda bancarotta in 13 anni.

Gas, il progetto South Stream serve a Mosca ma spaventa l’Europa
Il gasdotto che dalla Russia dovrebbe raggiungere l'Europa centrale aggirando l'Ucraina è fondamentale per il Cremlino. Che dipende dai ricavi dell'export più che la Ue dal suo gas. Bruxelles ha sempre avversato l'opera, mentre l'Italia la ritiene strategica. Nonostante Gazprom, socia del South Stream come Eni, abbia deciso di spostare l'approdo da Tarvisio a Baumgartner, in Austria

Nel braccio di ferro politico e diplomatico tra Europa e Russia, che si è inasprito con l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Ucraina, le infrastrutture energetiche come il South Stream sono diventate pedine chiave. Ma a chi serve il nuovo maxi-gasdotto? In certa misura proprio all’Europa, più di quanto Bruxelles voglia ammettere. Oltre naturalmente alle imprese partecipanti, tra cui le italiane Eni e Saipem. Ma più di tutti serve alla Russia, che dipende dai ricavi dell’export più che l’Europa dal suo gas. L’Europa copre con il metano quasi un quarto del suo fabbisogno di energia primaria. Il 30% del gas che consuma viene dalla Russia e una metà di questo, circa 80 miliardi di metri cubi all’anno, transita per l’Ucraina. Negli ultimi anni le dispute Mosca-Kiev sul gas hanno portato all’interruzione dei flussi all’Europa nel 2006 e nel 2009. La risposta russa è stata tentare di aggirare l’Ucraina, a Nord con il gasdotto North Stream con approdo in Germania, capacità 55 miliardi di metri cubi all’anno, inaugurato nel 2011-12, e a Sud con il South Stream, 63 miliardi di metri cubi all’anno, invece ancora da costruire.

I soci del tratto offshore del progetto, che attraverserà il Mar Nero per poi proseguire via Balcani fino in Europa centrale, sono la russa Gazprom con il 50%, Eni con il 20, la francese Edf con il 15 e la tedesca Wintershall, controllata di Basf (15). La decisione finale di investimento sul tratto sottomarino è stata presa nel 2012. L’avvio della prima linea è atteso a fine 2015 e dell’ultima nel 2018. Con lo scoppio della crisi russo-ucraina, la tensione sul progetto è cresciuta. Se Bruxelles, da sempre sostenitrice del progetto rivale Nabucco, oggi tramontato, non aveva mai guardato South Stream con simpatia, da febbraio è passata a un aperto ostruzionismo. Arrivando di recente a chiedere e ottenere dalla Bulgaria, paese di transito del gasdotto, l’interruzione dei lavori sul tratto locale avviati a fine 2013.

Il bluff di Bruxelles - Nella linea europea non mancano le contraddizioni. Incoraggiando Kiev a spostare il suo asse verso Ovest, l’Europa ha contribuito a innescare una transizione politica dal futuro incerto. Conseguenza immediata e certa però è stata una nuova disputa sul gas tra Mosca e Kiev che la Ue fatica a gestire e che minaccia la sua stessa sicurezza energetica. Nella partita con Mosca, Bruxelles insiste inoltre nel mostrare una carta che non ha: la possibilità di rinunciare dall’oggi al domani al gas russo. In realtà è vero che col calo dei consumi degli ultimi anni e la crescita delle rinnovabili il potere contrattuale della Russia si è fortemente ridimensionato. E che una limitata interruzione dei flussi sarebbe gestibile. Ma tutt’altra cosa è pensare di fare di colpo a meno di 130 miliardi di metri cubi di gas ogni anno. Nessuna delle alternative ipotizzabili, infatti – dall’impostazione dagli Stati Uniti dello shale gas (quello estratto dalle rocce) alle forniture dal Mar Caspio – può coprire l’ammanco almeno nel medio termine. Nella migliore delle ipotesi gli Stati Uniti esporteranno circa 20 miliardi di metri cubi annui dal 2015 e altrettanti dal 2018, e per averli l’Ue dovrà competere con i prezzi dell’Asia. Quanto al Caspio, se il gasdotto Albania-Puglia TAP riuscirà a superare le opposizioni locali, porterà 10 miliardi di metri cubi annui di gas azero dal 2019. Infine, l’Europa può certo ridurre il peso del gas nel proprio mix energetico ma anche questo richiede tempo e risorse. Non a caso, in conclusione, secondo il think tank Oxford Institute for Energy Studies, da un punto di vista puramente commerciale la scelta migliore per l’Ue sarebbe di sostenere South Stream.

Meglio l’Austria che Tarvisio - Al maxi-gasdotto, che oltre a Eni vede in campo Saipem nella posa della prima linea, non mancano del resto neppure i sostenitori. Nato nel 2007 proprio in seno alla partnership tra Eni e Gazprom, South Stream ha sempre goduto dell’appoggio dei governi italiani, sia con l’ex premier Romano Prodi – a cui, come racconta lui stesso, il Cremlino offrì perfino la presidenza del consorzio dopo la fine del suo governo – sia con Silvio Berlusconi, fino ad arrivare all’attuale governo. Ciò non ha impedito tuttavia a Gazprom di spostare dall’Italia all’Austria all’Italia il punto di arrivo europeo della pipeline. Interpellato dal Il Fatto Quotidiano l’ufficio stampa di Gazprom conferma che con gli accordi perfezionati con l’austriaca OMV – per anni sul fronte opposto come capofila del Nabucco – “l’approdo di South Stream in Europa diventa Baumgarten e non più Tarvisio”, come previsto negli ultimi anni. Lo hub austriaco è oggi il più importante dell’Europa centrale e da qui il gas potrà proseguire per l’Italia attraverso il già esistente gasdotto TAG, controllato dalla Cassa depositi e prestiti, ha rimarcato nei giorni scorsi il numero due di Gazprom Alexander Medvedev.

In ogni caso il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dello Sviluppo Federica Guidi ribadiscono spesso la strategicità dell’opera per il nostro Paese. E d’altra parte l’Italia non è l’unica voce “stonata” con le posizioni di Bruxelles verso la Russia. Ci sono i paesi di transito del South Stream, come la Bulgaria o l’Ungheria. Costretti alle esportazioni Altri Paesi sono legati a Mosca da una forte interdipendenza commerciale. Oltre alla stessa Italia è il caso della Germania, in prima linea (almeno fino a poco fa) nell’auspicare una soluzione negoziale alla crisi ucraina. O della Francia, che partecipa a South Stream con Edf e con la Russia ha in ballo una fornitura di navi porta-elicotteri per 1,2 miliardo di euro. In ogni caso la più interessata alla realizzazione di South Stream resta la Russia. Negli ultimi anni con la crisi dei consumi e l’aumento della concorrenza sul mercato Ue, la leadership di Mosca come fornitore di gas dell’Europa è finita sotto pressione. E in questo contesto di domanda già debole le politiche Ue su efficienza e rinnovabili hanno progressivamente eroso spazi di mercato al gas e il processo è destinato a proseguire. Per l’economia russa invece l’esportazione di gas rimane vitale per far quadrare i conti. Come emerge da un’analisi di Federico Pontoni e Antonio Sileo pubblicata sul sito lavoce.info, ad esempio, Gazprom realizza la stragrande maggioranza dei propri margini con l’export in Europa. Numeri che i recenti accordi russi con la Cina, pur aprendo prospettive di diversificazione nel medio termine, non bastano per ora a riequilibrare.

 

 

Fracking e danni alla salute, il Texas condanna le trivelle per la prima volta

Ci sono voluti tre anni, ma alla fine la signora Lisa Parrha avuto la meglio sui signori della Aruba Petroleum. Una giuria popolare il giorno 22 Aprile 2014 le ha assegnato 3 milioni di dollari come risarcimento dei danni da fracking subiti dalla sua famiglia.

E’ questo il primo caso di causa da fracking negli Usa con regolare processo, dove i fraccanti vengono multati. Spesso infatti, spaventati dalle lungaggini burocratiche e dai costi legali, le famiglie firmano accordi privati con i petrolieri, fuori dal tribunale, dove in cambio di soldi i residenti accettano dei “gag orders” – cioè di tacere e non rendere pubblico l’inquinamento e i danni subiti. La signora Parr e la sua famiglia invece ha avuto il coraggio di denunciare, nel 2011, la Aruba Petroleum che aveva trivellato decine di pozzi di gas naturali attorno la loro casa.

Siamo a Wise County, nel nord del Texas. Lisa e Bob Parr ci si trasferirono appena sposati nel 2008, in un ranch di loro proprietà. Erano appena iniziate le operazioni di fracking. Subito Lisa e Bob iniziarono ad avere problemi di salute. All’inizio pensavano che fosse influenza. Lisa si lamentava di problemi respiratori, nausea, eczemi e mal di testa. I suoi linfonodi erano infiammati e doloranti. Bob iniziò ad avere frequenti casi di perdite di sangue dal naso – anche tre volte la settimana. Anche per la piccola Emma, figlia di Lisa, sangue dal naso, eczemi, nausea ed asma. Ovviamente l’acqua di casa un tempo potabile diventò imbevibile.

Dopo varie cure iniziali, e visto che nessuno dei sintomi migliorava, i dottori pensarono che potesse esserci qualcosa nell’ambiente che stava avvelenando la famiglia Parr. E così, su suggerimento dei dottori, Lisa iniziò a chiedere ai suoi vicini se avevano visto o se sapevano qualcosa su quei pozzi dietro le loro case. Uno dei residenti, quasi per caso, aveva tenuto un registro di tutti i giorni in cui aveva visto o sentito di perdite e sversamenti di materiale da fracking nell’ambiente circostante. Lisa prese nota e fece il paragone con le date in cui era stata al pronto soccorso. Le date erano identiche. Ogni volta che i pozzi avevano avuto un problema, lei o sua figlia o suo marito erano stati ricoverati.

E così, i Parr fecero causa alla Aruba Petroleum. Il processo non è stato per niente facile perché i signori del petrolio hanno cercato il più possibile di mettere in cattiva luce i comportamenti e le abitudini della famiglia Parr, pur di provare che non era colpa del fracking. Non ci sono riusciti: alla fine il buonsenso e la giustizia hanno prevalso.

L’impatto di questa causa va ben oltre i 3 milioni di dollari della famiglia Parr. Si è infatti pronunciato un tribunale che ha deciso che i danni erano veri e significativi “beyond a reasonable doubt”. E questo potrebbe essere usato in molte altre cause contro i petrolieri e dare coraggio ad altre famiglie nella stessa situazione.

E’ per questo che i signori del petrolio non vogliono che questi tipi di denunce vadano a processo. Hanno paura delle conseguenze sul lungo termine e preferiscono questi “gag orders” in cambio di silenzio grazie al quale possono continuare a riepetere il mantra illusorio che non ci sono prove che il fracking causa danni alla salute.

La Aruba Petroleum farà appello. Dicono che siccome ci sono molti altri pozzi nella zona non è possibile sapere se sono state proprio le loro trivelle a causare i problemi della famiglia Parr. Notare che danno la colpa ad altri pozzi ma non hanno potuto negare l’esistenza dei danni da fracking alla salute di Lisa, Bob ed Emma Parr.

Qui le immagini della famgilia Parr e dei pozzi texani

Conti in rosso per Linkedin: deludono le stime sul futuro

A Wall Street i titoli del gruppo sono cresciuti dell'89% solo lo scorso anno, ma la fase di espansione della società sta rallentanto. Il social network dei professionisti sta aumentando gli investimenti in Cina per allargare la base utenti

 

MILANO - Primo trimestre in perdita per LinkedIn, il social network dei professionisti, tra gennaio e marzo, ha perso 13,4 milioni di dollari, pari a 11 centesimi per azione, in calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando aveva guadagnato 22,5 milioni di dollari, pari a 20 centesimi per azione. Si tratta della perdita trimestrale più ampia da quando LinkedIn è sbarcato a Wall Street a maggio del 2011. I ricavi sono aumentati invece del 46% rispetto all'anno scorso a 473,2 milioni di dollari, circa 7 milioni di dollari al di sopra delle attese degli analisti.

A preoccupare i mercati però sono le previsioni per il secondo trimestre che sono inferiori alle stime degli analisti. I ricavi saliranno tra i 500 e 505 milioni di dollari: più lento del previsto. Abbastanza per far crollare il titolo che solo lo scorso anno aveva guadagnato l'89%. Per tornare a spingere sulla crescita il gruppo ha accelerato sui servizi per mobile e sta investendo sulla crescita della base utenti in Cina. 

Caldo record nel 2015. El Niño farà salire la colonnina di mercurio

Analizzando i dati climatici l’Istituto Internazionale di Ricerca della Columbia University ha confermato che la probabilità di un evento di questo tipo è salito di quasi il 60 per cento

ANCHE se è ancora presto per pensare alle vacanze 2015 sarà bene tenere in considerazione quanto rilevato da un gruppo di scienziati statunitensi, convinti che il 2015 sarà un anno davvero bollente. A portare le temperature elevate  la massiccia influenza del fenomeno climatico conosciuto come El Niño che interessa il Pacifico modificando la temperatura dell’aria al di sopra della superficie oceanica portando siccità, inondazioni e perturbazioni atmosferiche particolarmente intense.

 Contemporaneamente, Eric Blake, specialista in uragani presso il National Hurricane Center National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) di Miami, ha specificato che le condizioni stanno cambiando rapidamente nel Pacifico e che El Niño e La Niña stanno influenzando le fluttuazioni delle temperature.

Anche se El Niño tendenzialmente funge da freno dell’attività degli uragani nel Nord Atlantico, ricordano gli esperti, quando i suoi effetti si combinano con il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra aumenta notevolmente la probabilità che un determinato anno, in questo caso il 2015, segni un nuovo record di temperatura globale, come è accaduto nel 1998.

Iraq, l’Occidente e quel vizio del petrolio

Le violenze degli ultimi giorni testimoniano che dopo la (ri)presa delle città irachene di Falluja e Ramadi da parte di cellule qaediste il Paese vive ancora nell’inquietante ricordo del decennio passato. L’invasione americana del 2003 ha aperto un vuoto di potere destabilizzante, di cui da diversi anni traggono beneficio soprattutto le multinazionali petrolifere. Perché sì, possiamo dirlo: in Iraq c’è stata una guerra per l’oro nero.

Nel 2011, anno in cui si chiuse formalmente il conflitto, le truppe statunitensi e le compagnie mondiali del greggio hanno fatto staffetta, si sono date il cambio con l’obiettivo di avviare unrestyling completo dell’industria petrolifera nazionale. Prima della guerra il comparto era totalmente chiuso all’ingresso delle società occidentali. I margini di trattativa erano bassisssimi. Dopo dieci anni di sangue e migliaia di vittime il mercato del petrolio iracheno, oggi, è gestito esclusivamente da privati come ExxonMobil, Chevron, British Petroleum e Shell.

Ognuna di queste compagnie possiede filiali importanti nel Paese. Anche la texana Halliburton, dove lavorò Dick Cheney, ex vicepresidente degli Stati Uniti, oggi mantiene diverse attività redditizie. In molti negli anni hanno sostenuto che il petrolio fosse il primo motivo (anche se non il solo) alla base di una guerra per cui i cittadini iracheni stanno pagando ancora il loro prezzo.

“Non possiamo negare che di mezzo ci sia il petrolio”, confessò il generale John Abizaid, ex capo del Comando Centrale degli Stati Uniti e delle operazioni militari in Iraq, nel 2007. “Sono rattristato che sia politicamente sconveniente riconoscere quello che tutti sanno, ovvero che la guerra in Iraq è stata aperta per il petrolio”, si legge su un libro di memorie scritto dall’ex segretario del Comitato dei Governatori della Federal Reserve, Alan Greenspan.

Il risultato è che per la prima volta in 30 anni le compagnie petrolifere occidentali hanno cominciato ad esplorare la via dei giacimenti iracheni, tra i più grandi al mondo, raccogliendo ingenti profitti. Dal canto suo Washington ha mantenuto un alto livello d’importazioni a seguito dell’invasione, anche se l’approccio commerciale degli States non è servito in alcun modo a rilanciare l’economia nazionale di Baghdad.

Nel 1998 Kenneth Derr, allora amministratore delegato di Chevron, disse che “l’Iraq possiede enormi riserve di petrolio e di gas“. Ammise che gli sarebbe piaciuto accedervi. Oggi lo fa. Nel 2000 sono state la Exxon, Chevron, BP e Shell a promuovere George W. Bush e il suo vice Cheney alla Casa Bianca. Dopo nemmeno una settimana dalle elezioni il loro sforzo venne ampiamente ripagato con la creazione della National Energy Policy Development Group (NEPDG), una task force energetica affidata, guarda caso, proprio a Dick Cheney, con il compito di sviluppare una politica energetica nazionale in supporto del comparto privato.

La circostanza naturalmente accompagnò l’amministrazione americana e le multinazionali mondiali del greggio a un tavolo comune; nel mese di marzo furono rivisti gli elenchi e le mappe che delineavano l’intera capacità produttiva irachena nel comparto. E’ in quel momento – secondo diversi analisti dell’industria petrolifera – che si apre la pianificazione di un invasione militare contro Saddam Hussein. L’allora primo segretario al Tesoro Paul O’Neill nel 2004 confessa che il progetto era già stato pensato nel febbraio 2001, ben 6 mesi prima degli attentati dell’11 settembre.

Tant’è che un mese più tardi la NEPDG, in una delle sue numerosi relazioni, sostiene che i paesi del Medio Oriente vanno sollecitati “ad aprire le aree dei loro settori energetici agli investimenti esteri”. Questo, precisamente, è ciò che è stato realizzato in Iraq.

Trascorsi un paio d’anni e iniziato il conflitto, il governo di Baghdad, già fortemente condizionato da Washington, decise infatti che il suo mercato petrolifero avrebbe dovuto accogliere l’interesse degli investitori internazionali. Per questo venne costituito un comitato ad hoc che guidasse le operazioni commerciali. I membri non sono mai stati resi pubblici, ma è noto che vi facesse parte Ibrahim Bahr al-Uloum, poi nominato ministro del Petrolio iracheno dal governo americano di occupazione. Da quel momento i rappresentanti di ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips e Halliburton, mantennero incontri di routine con lo staff di Cheney agendo come dei veri e propri consulenti dell’esecutivo iracheno.

Prima dell’invasione erano due i fattori che ostacolavano l’attività delle compagnie petrolifere occidentali: Saddam Hussein e la legislazione nazionale. Ucciso il primo e by-passata la seconda, con la ferma opposizione dell’opinione pubblica irachena e del Parlamento, tutto cambiò. Le imprese occidentali cominciarono a firmare contratti su contratti che agevolassero l’accesso al trattamento del petrolio nel Paese aprendo, nel tempo, un vortice di privatizzazioni inarrestabile.

Il meccanismo portò la produzione petrolifera irachena ad aumentare di oltre il 40 per cento in cinque anni, per 3 milioni di barili di greggio al giorno, ma l’80 per cento del prodotto ancora oggi viene esportato lasciando la popolazione locale in una paradossale precarietà energetica. Il Pil pro capite è aumentato significativamente, ma rimane ancora tra i più bassi al mondo e ben al di sotto delle stime vantate dagli altri vicini arabi. I servizi di prima necessità come l’acqua e l’elettricità rimangono un lusso, mentre il 25 per cento della popolazione vive in uno stato di assoluta povertà.

La promessa di nuovi posti di lavoro legati allo sviluppo del comparto energetico deve ancora materializzarsi. I settori del petrolio e del gas oggi rappresentano meno del 2 per cento dell’occupazione totale, mentre le società straniere si affidano a una manodopera importata. Ebbene sì, in Iraq c’è stata una guerra per il petrolio. A poco più di una decina di giorni dall’anniversario dell’aggressione americana (il 20 marzo 2003) è sempre un bene ricordarlo.

Ungheria: vittoria scontata di Orban, padrone anti-Ue

Da un lato c’è lui, Viktor Orban: nazionalista anti-europeista, leader indiscusso del partito populista e conservatore Fidesz. Il premier magiaro in carica dal 2010 sarà riconfermato senza problemi nelle elezioni del 6 aprile, anche grazie alla riforma elettorale maggioritaria e uninominale disegnata a sua immagine e somiglianza. Dall’altro l’opposizione -una coalizione variegata, composta da socialisti, liberali, centristi e verdi- che candida il 39enne socialista Attila Mesterhazy, ma è data per sconfitta. Gli ultimi sondaggi accreditano Orban addirittura al 47% mentre il suo sfidante sarebbe fermo a un misero 20% (con la coalizione comunque sotto il 30%). In gioco c’è il futuro dell’Ungheria, un Paese di quasi 10 milioni di abitanti dove da anni si diffondono pericolose tendenze autoritarie associate ad un rinascente antisemitismo: quello incarnato dal partito di estrema destra Jobbik (una formazione ideologicamente non lontana dalla greca Alba Dorata), che domenica potrebbe volare oltre l’inquietante soglia del 15%.

“Orban rimane forte, ma almeno stavolta l’opposizione ha provato ad unirsi. Certo, la sfida elettorale in un solo round (prima della riforma c’era un sistema a doppio turno, ndr) non aiuta”. Isvan Hegedus, ex parlamentare ungherese, è una delle più autorevoli voci critiche del premier in carica. Militante di Fidesz “quando era un partito conservatore e liberale” negli anni post-sovietici, ne è uscito non appena il partito ha iniziato la virata a destra. Lo abbiamo incontrato a Bruxelles, dove dirige un centro studi sulla politica ungherese, poco prima della partenza alla volta di Budapest. Perché, gli chiediamo, Orban rimane così popolare se ha fatto una legge bavaglio per la stampa, riformato la costituzione a colpi di maggioranza accentrando su di sé moti poteri e messo a rischio l’autonomia della magistratura? “In realtà il Paese è più diviso di quello che si crede, e molta gente è stanca di Orban”. Ma la verità è che manca una vera alternativa. “Molte sono le colpe della coalizione che sfida il premier. Innanzitutto i partiti non hanno una chiara strategia comune, incerti tra competizioni e cooperazione. E poi c’è la corruzione”. Il numero due socialdemocratico Gabor Simon è stato recentemente coinvolto in un grosso scandalo per aver depositato 800.000 euro al fisco depositandoli in una banca austriaca.

Insomma, la domanda non è se Orban sarà riconfermato premier, ma con quale percentuale. E se porterà il suo Paese più lontano dalla democrazia nei prossimi quattro anni. “Possiamo solo augurarci che non stravinca. Già perdere con un margine aiuterebbe”, conclude amaro Istvan.

 

Corea del Nord "come apartheid, nazismo, khmer rossi". Duro rapporto dell'Onu sui diritti umani

Una commissione di giuristi incaricata dalle Nazioni Unite relaziona a Ginevra. Il rappresentante di Pyongyang lascia la sessione per protesta. Anche la Cina critica: "Critiche su informazioni non di prima mano"

GINEVRA - I crimini commessi dal regime Nordcoreano sono paragonabili a quelli dei nazisti, del regime dell'apartheid e dei khmer rossi e devono essere fermati. Lo ha dichiarato a Ginevra il presidente di una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite.

"Affrontare le piaghe del nazismo, dell'apartheid dei khmer rossi ha richiesto coraggio da parte delle grandi nazioni", ha dichiarato Michael Kirby, di fronte al consiglio dei diritti umani dell'Onu. "E' nostro dovere" affrontare "le violazioni dei diritti umani e i crimini contro l'umani commessi nella repubblica popolare di corea", ha aggiunto. Siamo nel 21mo secolo e ci troviamo di fronte ad un altro flagello vergognoso che tocca il mondo di oggi. Non possiamo più permetterci di vederlo", ha insistito. Nel rapporto pubblicato il 17 febbraio i giuristi incaricati dall'Onu hanno stilato una lista documentata di accuse per crimini contro l'umanità su larga scala.

Il rapporto ha provocato la dura reazione sia della Cina sia della stessa Corea del Nord. Il rappresentante nordcoreano presso l'Onu a Ginevra, Se Pyong So, ha abbandonato il dibattito mentre prendeva la parola il rappresentante del Giappone. Shigeo Lizuka, a nome dell'associazione delle vittime rapite in Corea è intervenuto durante il tempo concesso al Giappone in sede di dibattito, e l'ambasciatore nordcoreano ha inizialmente presentato una mozione d'ordine e interrotto il discorso di Lizuka. Quest'ultimo ha ripreso la parola su richiesta del presidente del consiglio. L'ambasciatore nordcoreano si è allora alzato in silenzio e ha lasciato la sala, seguito da una decina di fotografi. Anche la Cina ha protestato, sostenendo che il rapporto non ha legami con la realtà, perché non si basa su informazioni di prima mano, e che formula accuse contro la Cina non corroborate. Il rapporto, sostiene Pechino, getta ombre sulla credibilità dell'organismo dell'Onu.

 

 

 


 

Malesia, cade aereo: 239 a bordo  trovate scie carburante in mare

Malesia, cade aereo: 239 a bordo
trovate scie carburante in mare

L'italiano dato per disperso non c'era audio 
"Papà sto bene". Passaporto era stato rubato

Videoricostruzione Così è sparito dai radar 
Foto L'angoscia dei parenti in attesa video
 

Il velivolo della Malaysia Airlines era in volo da Kuala Lumpur a Pechino

Lo spot con il David armato di fucile  un  fotomontaggio  scatena le polemiche  Interviene Franceschini: "Ritiratelo"

 

 

 

 

 

Lo spot con il David armato di fucile
un fotomontaggio scatena le polemiche 
Interviene Franceschini: "Ritiratelo"

E la soprintendente vuole chiedere i danni

 

 

Le mani unte di Putin sull’ex Urss. “In Transnistria può capitare lo stesso”

Dopo la Crimea "potrebbe continuare un’ulteriore disgregazione dello spazio post-sovietico", spiegano alcuni esperti a ilfattoquotidiano.it. Nel mirino di Mosca, l'ipotesi dello Stato de facto che si è staccato dalla Moldavia a seguito del crollo dell'impero sovietico

“Oggi la Georgia, domani l’Ucraina, dopodomani i Paesi baltici. E poi, chissà, magari toccherà anche alla Polonia”. Parole del presidente polacco Lech Kaczyński scomparso nel 2010 in un incidente aereo, pronunciate durante una manifestazione antirussa a Tbilisi, in pieno conflitto russo-georgiano del 2008. Il leader polacco era noto per la sua antipatia verso la Russia, ma aveva previsto che le ambizioni geopolitiche di Mosca si sarebbero allargate sempre di più sui Paesi dell’ex “blocco sovietico”. La galassia degli Stati non riconosciuti che si spande dal Caucaso(Nagorno Karabakh) all’Europa dell’Est (Transnistria) potrebbe ora includere anche laRepubblica autonoma di Crimea.

Il governo presieduto dal nuovo capo, il filorusso Sergey Aksyonov, si è affrettato ad anticipare al 30 marzo il referendum sullo status della repubblica. A prescindere da un intervento ufficiale dell’esercito russo sulla penisola, non cambierà il risultato del voto che sembra già volgere in favore di Mosca. Mentre il senatore americano John McCain si dice pronto ad una nuova “guerra fredda” con la Russia, e la “cortina di ferro” sembra alzarsi di nuovo per dividere il mondo a metà tra ilblocco filorusso e pro-americano, alcuni esperti dell’Ucraina frenano questa retorica. “La Crimea è un caso a parte”, spiega a ilfattoquotidiano.it Alexey Vlasov, tra i massimi esperti della materia e vice preside della facoltà di Storia dell’Università statale di Mosca. All’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), da dove è appena tornato, molti colleghi concordano con lui sul fatto che la questione della Crimea esiste e andrebbe risolta. “I diritti dei cittadini russofoni della Crimea che sono stati promessi dopo il crollo dell’Urss, in realtà non sono mai stati garantiti”, osserva lo studioso.

L’autonomia della repubblica è stata sancita dalla Costituzione del 1998, ma Vlasov sostiene che valga “solo sulla carta”. La soluzione, secondo l’esperto, potrebbe essere quella di creare una commissione ad hoc che coinvolga tutte le parti in causa per garantire l’autonomia effettiva della Crimea, sia sul piano economico, sia su quello linguistico. Nell’ipotesi in cui la Russia cercasse solo una sua maggiore autonomia, il risultato sarebbe un’entità territoriale in bilico, come lo sono già l’Abcasia e l’Ossezia del Sud, ai confini con la Georgia. Queste due repubbliche autoproclamate sono riconosciute ad oggi soltanto dalla Russia, dal Venezuela e da alcuni una manciata di altri stati minori, mentre la comunità internazionale si schiera con la Georgia che li considera territori occupati.

La storia post-sovietica dei due territori, diversamente della Crimea, è stata segnata da conflitti sanguinosi con Tbilisi in seguito alla disgregazione dell’Urss. Le due repubbliche hanno cercato protezione sotto l’ala della “Madre Russia”. Ma se il primo presidente della Federazione russa,Boris Eltsin, ha respinto la richiesta per sostenere il suo alleato, l’allora presidente georgianoEduard Shevarnadze, la svolta è arrivata con Putin. Nel 2006 ha usato il precedente del Kosovoper dettare il nuovo corso della politica estera russa. Secondo il Cremlino, il principio dell’autodeterminazione dei popoli applicato ai kosovari doveva valere anche per gli Stati non riconosciuti sullo spazio dell’ex Urss. Anche se la posizione di Mosca sul Kosovo è rimasta immutata: in una sorta di doppio gioco si è sempre schierata a favore dell’integrità territoriale della Serbia.

“La Russia ha garantito l’integrità territoriale della Georgia per 18 anni, finché Tbilisi non ha scatenato la guerra contro di noi uccidendo i nostri caschi blu nell’Ossezia del Sud”, commenta Andrei Suzdaltsev, vicepreside della facoltà dell’Economia e politica mondiale dellaHigh School of economics di Mosca. A ilfattoquotidaino.it illustra la dinamica del conflitto russo georgiano scoppiato nell’agosto del 2008 (per la Georgia, è stata la Russia a muovere guerra). Proprio in seguito di quella crisi, con una disposizione dell’allora presidente Dmitry Medvedev, la Russia ha riconosciuto l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia, “tenendo conto della volontà degli osseti e degli abcasi”. Infatti sia l’Ossezia del Sud col referendum del 1991, sia l’Abcasia con l’iniziativa del parlamento del 1995 avevano già bussato alla porta di Mosca.

“Con il caso della Crimea potrebbe continuare un’ulteriore disgregazione dello spazio post-sovietico”, nota Suzdaltsev, che comunque più che una Crimea indipendente vede, in futuro, una specie di confederazione tra l’Ucraina e la Repubblica autonoma. Il nuovo governo della Crimea ha detto che spera di poter contare su un sostegno economico russo, seguendo l’esempio di alcuni Stati non riconosciuti della galassia russa che costituiscono una voce significativa del bilancio federale. Ciò è vero soprattutto per l’Ossezia del Sud, che nel 2009 contava una popolazione di 50mila persone (secondo i dati dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa). Infatti, soltanto con “i decreti di maggio”della terza presidenza Putin, sono stati stanziati 669 milioni di rubli(circa 14 milioni di euro) alla repubblica del Caucaso. Risolta la crisi in Crimea, sullo spazio dell’ex blocco sovietico se ne potrebbe presentare subito un’altra.

La Moldavia, a differenza dell’Ucraina, non ha rinunciato alla firma dell’accordo di associazione con l’Unione europea. Anzi, al vertice di Vilnius a novembre scorso ha fatto un’ulteriore passo versoBruxelles. Mosca non ha visto di buon occhio questo gesto, rivolgendo la sua attenzione sullo Stato non riconosciuto della Transnistria, territorio con una vasta popolazione russa che si è staccato dalla Moldavia dopo il crollo dell’impero sovietico. Anche la repubblica autoproclamata è stata luogo di un conflitto sanguinoso tra Chisinau e i separatisti, placato nel 1992 dalle forze russe dislocate in Transnistria. “Conflitto che è stato congelato, ma che potrebbe riaccendersi ora che Chisianau si sta avvicinando all’Ue”, sostiene a ilfattoquotidiano.it Vladimir Solovyev, giornalista che segue la Moldavia per il giornale russo Kommersant. Minaccia che si legge nelle parole pronunciate di recente dall’inviato speciale di Putin per la Transnistria, Dmitry Rogozin. “Il ‘treno Moldavia’ che corre verso l’Europa potrebbe perdere qualche carrozza”. Proprio in questi giorni allaDuma è stata presentata una proposta di legge per facilitare l’ingresso nella Russia di nuovi soggetti territoriali. Questo provvedimento potrebbe essere funzionale non solo al caso della Crimea, ma anche della Transnistria.

 

Venezuela, proteste contro Maduro. “Paese in crisi, diritti umani a rischio”

International Crisis Group pubblica un'analisi sugli scontri a Caracas, che hanno già provocato dieci morti. E punta il dito contro il successore di Chavez, incapace di fermare le violenze. Stati Uniti accusati di finanziare quello che il governo definisce “golpe fascista”Le manifestazioni di sabato in Venezuela, con da una parte i sostenitori e dall’altra gli oppositori del presidente Nicolas Maduro, sono state l’immagine della spaccatura politica del Paese. Decine di migliaia di venezuelani hanno manifestato a Caracas e in altre città. Maduro deve fronteggiare la più grave protesta dall’elezione, contestata dall’opposizione, a capo di Stato lo scorso aprile. I morti nelle violenze e negli scontri sono già almeno dieci. La situazione “rischia di erodere ulteriormente la stabilità e la tutela dei diritti umani in una nazione già polarizzata alle prese con un grave crisi economica e con uno dei tassi di omicidio più alti al mondo”, si legge in un’analisi dell’International Crisis Group

Edimburgo contro Londra

: “Senza sterlina non ci accolleremo nostra quot

a debito”. La Scozia può

 rendersi indipendente

a 3 secoli dall'Union

 Act. Il 6 dicembre

del 1922 il Regno Un

ito perdeva l'Irlanda

 

 

Ucraina, riesplodono scontri a Kiev   dir tv   Almeno 9 morti, uccisi 2 agenti   foto   /   vd

DIR TV

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ucraina, riesplodono scontri a Kiev dir tv 
Almeno 9 morti, uccisi 2 agenti 
foto / vd 
18-02-2014

Battaglia in piazza. Mosca: colpa della Ue video 
Germania verso la svolta: "Possibili sanzioni" 

 

 

Stop a comunitari, l'Ue avvisa la Svizzera "A rischio firma trattato al vertice del 12"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stop a comunitari, l'Ue avvisa la Svizzera
"A rischio firma trattato al vertice del 12"

Bonino: effetti referendum preoccupanti foto vd 
Tetto a ingressi lavoratori dell'Unione europea 
I timori dei pendolari / Rep Tv Salvini (Lega) 

 

Sochi 2014 non solo sport  in casa Russia

Sochi is located in Krasnodar Krai
Sochi
Sochi
Sochi

Location of Sochi in Krasnodar Krai

 

Ucraina, di nuovo battaglia a Kiev   video   Scontri dimostranti- polizia, due morti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ucraina, di nuovo battaglia a Kiev video 
Scontri dimostranti- polizia, due morti

E la Timoshenko dice: "Sarei con voi" 
I giornalisti picchiati dagli agenti video 
Fuochi d'artificio contro la polizia - foto - video 
La Casa Bianca: stop a violenze o sanzioni 
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Il Movimento Cinque Stelle si prepari a governare

I deludenti dati sulla produzione industriale di Maggio stanno spingendo molti Uffici Studi a rivedere le previsioni: quest’anno il PIL non andrà oltre il +0,3. Nell’Aprile 2013 il governo Letta prevedeva +1,3%: da allora la stima è andata gradualmente calando. Comme toujours.

Le nuove stime hanno due implicazioni, cariche di conseguenze politiche:

  1. il rapporto fra il Debito pubblico e il Pil continua a crescere, a ritmi notevoli;

  2. i disoccupati non scendono… scendono i loro risparmi familiari.

Questo non è quanto era stato promesso. È perciò in atto una revisione delle aspettative.

Sui mercati ci si chiede se il debito italiano sia sostenibile: date le tendenze attuali, molti concludono di no. Ci si chiede se qualcosa in futuro farà ripartire la crescita; si esamina più da vicino il Renzismo. Si osserva che – seppure gli attuali andamenti economici non sono imputabili al Governo in carica – Renzi si occupa di altro: di riforme istituzionali, secondo i sostenitori; di smantellare la democrazia, secondo i critici. Ma non sta imprimendo nessuna svolta alla politica economica: che resta essenzialmente quella dei governi precedenti. I conti del 2015 non quadrano. Occorrerà fare altra austerità: è dunque possibile che la situazione economica si deteriori ulteriormente.

Gli investitori allargano lo sguardo a Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, ecc. Notano che anche qui il rapporto Debito/Pil continua a salire. Chi pagherà il conto? Gli investitori si volgono verso la Bce. Riconsiderano la promessa del 26 Luglio 2012 che fermò gli spread: “Faremo tutto il necessario per salvare l’Euro”. Partorì gli OMT: una garanzia ambigua! La BCE si accollerà davvero le perdite sui titoli pubblici? Nel 2012 la situazione era diversa. La BCE fronteggiava una ‘crisi di liquidità’ di quelle che si auto-avverano. Per rendere i debiti sostenibili era sufficiente offrire una garanzia, senza spendere un solo Euro. Ma l’ipotesi sottostante era: la crescita ripartirà. Non è così. Perciò il rischio dell’instabilità finanziaria torna concreto. Berlusconi cadde così.

Renzi gode ancora di ampi consensi. Ma quanto dureranno? Considerato il suo populismo, molti rispondono: “Vent’anni! Come Berlusconi!”, che mai fu scalfito dal declino italiano. I due adottano la stessa tecnica: additare al popolo sempre nuovi ‘nemici del cambiamento’ (Europa, P.A., CGIL…), su cui scaricare i fallimenti… Ma le circostanze sono mutate. La gente oggi soffre; perciò bada molto più alla sostanza. Renzi non ha più riserve di spesa pubblica da regalare per occultare i fallimenti. Se i risultati non arrivano, il consenso calerà. Inoltre, la gente sembra oggi accettare di perdere antichi diritti (eleggere i senatori, selezionare i deputati, l’uguaglianza dei politici di fronte alla legge, ecc.) in cambio della promessa ripresa economica. Ma domani?

E arrivo al M5S. Per raccogliere il malcontento provocato dai fallimenti altrui, adesso occorre dimostrare di essere portatori di soluzioni superiori. Nei mesi scorsi ho spesso rivolto critiche al M5S per stimolarne la crescita. Per esempio quando nel Marzo 2013 non ha proposto al Pd un ‘governo di cambiamento’ di alto profilo. O quando si è abbandonato al cupio dissolvi (tutto crollerà, ecc.). O quando sulla Costituzione ha assunto un atteggiamento ambiguo (i partiti sono superati; la democrazia rappresentativa è superata; il Parlamentare deve avere un mandato vincolato; ecc.). I balordi che vogliono un giornalismo schierato, incapaci di autocritica, se ne dolevano. Ma il M5S sta crescendo. Sta passando da una cultura da movimento – con un’Agenda limitata – a una cultura da partito – capacità di affrontare tutti i problemi. Sta organizzando i rapporti interni in maniera più tollerante, ma abbastanza coesa. Ecc.

La domanda cruciale è se M5S stia sviluppando una cultura di governo adeguata ai problemi: e questo è oggi uno standard altissimo. Si consideri il Ministro dell’Economia, Padoan. È possibile sostenere che sia il miglior Ministro dell’Economia degli ultimi anni, e al tempo stesso che sia inadeguato. Una malattia grave richiede medici non solo di alto livello, ma anche con la giusta specializzazione; per vincere la crisi occorrono non solo bravi economisti, ma che siano anche esperti di politiche della domanda. (Padoan è un esperto delle politiche dell’offerta). Auspicherei pertanto che M5S proponesse un governo di alto profilo senza parlamentari dentro. I parlamentari facciano i parlamentari, cioè i controllori del governo. Controllino i risultati, inclusi gli ‘obiettivi intermedi’ (per vedere se la strategia funziona). E se il Governo non sta portando i risultati concordati, via, si cambia!

M5S potrebbe annunciare per ogni ministero una terna (in evoluzione) di nomi che ‘tiene in considerazione’ come potenziali Ministri. Per dissipare i timori, alzare gli standard, segnalare che un’altra politica è possibile. C’è, sotto, un’idea paradossale: il M5S può diventare la formazione politica più moderata. E un equivoco da dissipare: Pd e Pdl fanno una politica economica moderata, quando essa spinge in povertà assoluta il 10% degli italiani? Fanno una politica istituzionale moderata, quando cancellano conquiste storiche della democrazia… e ‘i treni finalmente arriveranno in orario’? Gli italiani vogliono un buon governo, che risolva davvero la crisi. L’apparente radicalismo della ‘rottamazione’ è solo una protesta di moderati contro l’estremismo dell’incompetenza e della disonestà. Se il M5S abbandonerà i sogni palingenetici, l’arroganza del “sappiamo tutto noi”, e impegnerà umilmente – nel confronto con tutti – i migliori italiani a ristabilire la civiltà economica e democratica, potrà raccogliere l’eredità del Governo prima di quanto si pensi. In non so più quale western, dice Henry Fonda dopo una sparatoria: “Ragazzo, ti consiglio di crescere; in fretta!”. Chi ha orecchi intenda.

Colle, gli 11 presidenti – Ciampi, banchiere grigio che sognava la “moral suasion”

Già premier e ministro dell'Euro. Passa al primo turno: come De Nicola. E' scelto fuori dal Parlamento

Il decimo Presidente, come il primo Enrico De Nicola, i partiti lo vanno a prendere fuori dal Parlamento. È Carlo Azeglio Ciampi, il tecnico di pronto intervento che nel 1993 è divenuto premier e ha salvato per pochi mesi la reputazione della politica screditata da Tangentopoli e da Mafiopoli; e che nel 1996-’98, come ministro del Tesoro del primo governo Prodi, ha salvato il Paese dalla deriva verso il Terzo Mondo, agganciandola miracolosamente all’Europa della moneta unica. L’Italia che nel 1999 saluta il presidente Scalfaro dopo sette anni di Quirinale ha appena visto naufragare la Bicamerale, tentativo maldestro e suicida del centrosinistra di giungere alla “normalità” tanto cara a Massimo D’Alema con un compromesso al ribasso sulla riforma della Costituzione con l’eversore incostituzionale per antonomasia: Silvio Berlusconi.

 Il quale, subito dopo aver perso rovinosamente le sue seconde elezioni nel ‘96 e aver ottenuto dal Conte Max l’insperata legittimazione di padre costituente, anzi ricostituente, ha portato a spasso il centrosinistra per due anni, costringendolo a snaturarsi in “patti della crostata” in casa Letta e in progetti neocraxiani sul presidenzialismo e contro l’indipendenza della magistratura. Poi, sul più bello, li ha mollati a metà del guado e ha fatto saltare il tavolo della Bicamerale, avendo capito che il suo vero obiettivo finale – l’amnistia per salvarsi dai processi – non glielo può regalare nemmeno la sinistra più masochista del pianeta, terrorizzata dalla rivolta dei suoi elettori. In compenso ha ottenuto un risultato mica da ridere: indebolire il governo Prodi, che insieme a Scalfaro alla Bicamerale ha sempre guardato con sospetto, fino a farlo cadere per mano di Bertinotti e a rimpiazzarlo nell’ottobre ’98 con una parodia di governo D’Alema sostenuto dai ribaltonisti al seguito di Cossiga e Mastella. Il viatico ideale per una riscossa che solo due anni prima pareva follia.

Ma se la controriforma della seconda parte della Costituzione va in fumo dopo due anni di inutile lavoro, l’asse D’Alema-Berlusconi resta in piedi per eleggere il nuovo capo dello Stato, che i due compari vogliono scegliere insieme, convinti ciascuno di poterlo usare per mettere nel sacco l’altro. Max e Silvio non hanno dubbi: il nuovo capo dello Stato deve descalfarizzare il Quirinale, dunque non può essere un politico abile nella manovra di palazzo come lo era il Presidente uscente. Occorre – come scriverà Marzio Breda ne La guerra del Quirinale (ed. Garzanti) – “un defibrillatore istituzionale, un dissuasore” che spenga gli ardori della battaglia politica. Un anestesista, un emolliente che consenta ai partiti di riprendere in mano il pallino della politica, troppo a lungo commissariata. “Una figura istituzionale all’insegna della terzietà”, auspica Gianni Letta col suo linguaggio alla vaselina.

L’inciucio tra B. e D’Alema

Dunque è subito chiaro a tutti che i candidati di bandiera ai blocchi di partenza, nella primavera ‘99, sono specchietti per le allodole. Berlusconi pronuncia due nomi: Amato, l’ex craxiano che fino a due anni prima è stato presidente dell’Antitrust da lui stesso nominato e perfetto garante del trust Mediaset; e Bonino, eletta con Forza Italia nel ’94 e sempre rimasta nell’orbita del centrodestra, anche perché lo stesso Cavaliere l’ha scelta come commissario europeo insieme a Monti. Il centrosinistra non gradisce: Amato è ancora sotto scacco di Craxi, che ogni tanto distilla veleni sul suo passato socialista con i famosi fax da Hammamet; e la Bonino non è ancora ascesa nell’Olimpo progressista.

Così il centrosinistra ribatte con le candidature di tre ex democristiani: Rosa Russo Iervolino, ex presidente del Ppi, fedelissima di Scalfaro, dunque vista come il fumo negli occhi dal Cavaliere; Nicola Mancino, presidente del Senato, ex sinistra Dc e ora Ppi; e Franco Marini, ex leader della Cisl, poi passato alla politica attiva con Andreotti, anche lui confluito nel Ppi. Ma nessuno dei tre incontra i favori della destra. E Prodi, altro papabile, viene spedito alla Commissione Ue. Ciampi invece va bene a tutti. Tant’è che il 13 maggio, quando le Camere iniziano a votare, viene eletto plebiscitariamente al primo scrutinio. Come Cossiga. Lo votano centrodestra e centrosinistra, tranne la Lega Nord e Rifondazione comunista. Con 707 voti su 1010, contro i 72 del lumbard Luciano Gasperini e i 21 del rosso antico Ingrao (scelto dai rifondatori). Raccolgono consensi anche la Iervolino (16), la Bonino (15), l’imputato per mafia Andreotti (10) e persino il latitante Craxi (6).

Sul Corriere, Montanelli saluta con sollievo non tanto il nuovo Presidente, quanto lo scampato pericolo di veder eletti i suoi concorrenti demo-cristiani e dunque rinascere la Balena Bianca: il “mostro senza volto che m’incalza con la logorrea del presidente uscente (Scalfaro, ndr), aggravata dall’accento irpino di Mancino e dalle corde vocali della signora Iervolino”. L’idea di un capo dello Stato più taciturno, dopo le intemperanze di Per-tini, le picconate di Cossiga e le omelie di Scalfaro, rassicura più di un italiano. E Ciampi – scrive il vecchio Indro – promette bene almeno da questo punto di vista: “Non è di un grande statista che stiamo parlando, ma di un ‘commesso dello Stato’, come si chiamano in Francia gli alti e ringhiosi guardiani della pubblica amministrazione, allergici alle manovre politiche… Impacciato parlatore, in aula non brilla. Ma non brillava nemmeno Einaudi, come non aveva mai brillato Giolitti”. Il quale, “quando non aveva più nulla da dire, aveva finito di parlare”.

Chissà, forse in un altro contesto Ciampi avrebbe davvero tenuto fede a queste attese. Di sé quest’uomo in grigio, anzi in bianco e nero con le sopracciglia folte ad accento circonflesso, dice: “Soffro di agorafobia, prendere la parola in una piazza o davanti a platee troppo vaste mi blocca”. Ma dovrà fare violenza a se stesso. Perché, dopo poco più di un anno di tregua, si ritrova subito in mezzo a un’infuocata campagna elettorale: quella del 2001, col ritorno di fiamma di Berlusconi. Seguita da un quinquennio terribile fatto di leggi vergogna, norme ad personam, attacchi alla Costituzione e alla magistratura, scontri con la “sua” Europa e incidenti internazionali. Ed è costretto, lui che non ama parlare in pubblico, men che meno a braccio, a esternare quasi ogni giorno: se non come i tre precedessori, quasi.

Nato a Livorno nel 1920 da un negoziante di ottica e una insegnante di musica, sposato con Franca Pilla, Ciampi ha studiato dai gesuiti e poi alla Normale di Pisa. Ha due lauree, in Filologia classica e in Giurisprudenza. Credente ma laico (e, secondo qualche maligno, anche massone), si definisce un “liberale crociano”: combattendo in guerra come sottotenente degli autieri in Albania e poi in Abruzzo, ha conosciuto il suo maestro Guido Calogero, filosofo antifascista e liberalsocialista, che l’ha avvicinato al Partito d’azione. È questa l’unica militanza politica del giovane Ciampi, insieme all’iscrizione alla Cgil. Nel 1946, dopo aver insegnato per un po’ Lettere al liceo, dà il concorso per la Banca d’Italia, dove resterà 47 anni percorrendo tutto il cursus honorum, da impiegato a governatore (per 14 anni, dal 1979 al 1993). È lì che matura uno stile sobrio ed essenziale e un metodo di lavoro fondato sulla “squadra”, che metterà a frutto sul Colle con un’équipe di consulenti esterni (i “Ciampi boys”) di cui fanno parte Andrea Manzella, Sabino Cassese, Mario Draghi, Maurizio Viroli, Tommaso Padoa-Schioppa e il solito, eterno Tonino Maccanico.

 Sì e no alle leggi vergogna

Una sobrietà tecnica che non gli impedirà qualche concessione alla retorica patriottarda, senza plateali baci alla bandiera e lacrime in pubblico, con giuste campagne come quella per rivalutare la festa del 2 giugno. Ma pure con qualche indulgenza di troppo al nazionaltrombonismo. Tipica, in questo senso, la battaglia per far cantare l’inno di Mameli ai calciatori della Nazionale. E anche un’esternazione nel giorno dell’ottantesimo compleanno: “Nel ’93, da presidente del Consiglio, andai in visita di Stato in Germania. Ero sul palco al fianco del cancelliere Kohl, e fu issato il tricolore mentre la banda suonava l’inno di Ma-meli. Lo confesso, un brivido mi corse lungo la schiena e mi tremarono le gambe”. Figurarsi la faccia di Ciampi, sul palco della prima alla Scala, quando il maestro Riccardo Muti rifiuta di eseguire l’inno nazionale “perché si tratta di una marcetta incompatibile con Beethoven”.

Il suo primo atto politico è, nel 2000, la nomina di Giuliano Amato per rimpiazzare D’Alema, dimissionario dopo la rovinosa disfatta alle elezioni regionali. Poi, appunto, torna Berlusconi. Sulle prime Ciampi si illude di fronteggiare i suoi continui strappi istituzionali, costituzionali e internazionali con la moral suasion: qualche fervorino in via riservata. Come quello che consiglia al Cavaliere di rinunciare a nominare ministro della Giustizia Roberto Maroni, condannato in via definitiva per aver picchiato un poliziotto durante una perquisizione nella sede della Lega, e dirottato al Welfare.

Ma ben presto deve cambiare registro: sin da quando, a fine 2001, il Cavaliere dichiara guerra all’Europa con la legge sulle rogatorie e il rifiuto di ratificare la legge sul mandato di cattura europeo, perdendo per strada il ministro degli Esteri, il tecnico, Renato Ruggiero e assumendo su di sé l’interim della Farnesina. Ciampi fa buon viso a cattiva sorte anche con la legge sul falso in bilancio e con la Cirami sul legittimo sospetto, mentre le piazze si riempiono di girotondini , scudi umani contro il bombardamento alle procure. Ma nel 2003 deve rassegnarsi: la moral suasion, con un tipaccio come il Caimano, non serve a nulla. Del resto, agli scenari di guerra è abituato: non solo per la sua esperienza di sottufficiale, ma anche perchè porta ancora le stimmate della notte fra il 27 e il 28 luglio ‘93, quando le bombe mafiose polverizzavano a suon di bombe il Pac di Milano, le basiliche romane del Velabro e del Laterano, e i centralini di Palazzo Chigi andavano in tilt, facendogli temere il golpe.

I soliti dossier

Dunque, dal 2003, il Presidente comincia a rispedire al mittente le leggi più incostituzionali: quella sui tribunali minorili e soprattutto quelle sulla tv (la Gasparri) e contro la giustizia (la Castelli sull’ordinamento giudiziario e la Pecorella che abolisce l’appello contro le assoluzioni). E così diventa anche lui, come Scalfaro, un nemico da abbattere, un “ribaltonista”, un “comunista mascherato”. Gli house organ di Arcore e dintorni estraggono i dossier pronti da tempo: allusioni al figlio scavezzacollo e ai suoi pasticci finanziari; e soprattutto all’operazione Telekom Serbia, il controverso acquisto della compagnia telefonica di Belgrado dalle mani di Milosevic ai tempi del governo Prodi, quando Ciampi era al Tesoro. Il centrodestra istituisce una commissione parlamentare ad hoc, trasforma un truffatore (il celebre Igor Marini) in supertestimone, raccoglie accuse false a Prodi, Fassino e Dini.

Ma Claudio Scajola e Carlo Taormina fanno sapere che sono pronti a tirare in ballo anche il Presidente, se farà lo schizzinoso sulle leggi del Capo. Lui non si lascia intimidire (anche se poi firmerà senza batter ciglio altre vergogne come la Bossi-Fini, il lodo Schifani, la ex-Cirielli e le guerre in Afghanistan e in Iraq). Così come quando un’orda di leghisti guidati dagli “onorevoli” Borghezio, Salvini e Speroni, accoglie la sua visita al Parlamento europeo al grido “Basta euro, Padania libera, Italia vaffanculo”. Sul momento, Ciampi minimizza, anche per non enfatizzare la figuraccia italiana in Europa. Ma si prenderà una sonora rivincita il giorno dopo le sue dimissioni, nella primavera del 2006, annunciando da semplice senatore a vita il suo No al referendum confermativo sulla controriforma costituzionale della “devolution” targata Carroccio e centrodestra. Qualcuno dirà: troppo poco, troppo tardi. Ma solo perché non ha ancora visto all’opera il suo successore.

 

Crisi: l'Italia ha perso un quarto del prodotto industriale, la Germania ha già recuperato
Secondo i dati dell'Istat gli impatti maggiori della doppia ondata recessiva dal 2008 a oggi si sono fatti sentire su Italia e Spagna più che in ogni altra circostanza. In due terzi dei settori economici del Belpaese si sono registrati cali produttivi superiori al 20%. Estero e tagli dei costi sono state le uniche scialuppe di salvataggio
MILANO - La doppia ondata di recessione che ha colpito l'Italia e tutto l'Occidente tra il 2008 e il 2013, della quale ancora si fatica a vedere la fine, ha lasciato sul tappeto la capacità produttiva italiana. Proprio il Belpaese, insieme alla Spagna, è in cima alla graduatoria di chi ha perso livelli produttivi: ha lasciato sul terreno un quarto del prodotto industriale, mentre l'economia iberica ne ha perso addirittura un terzo. Se la Germania ha quasi recuperato i livelli produttivi antecedenti la crisi, Francia e Regno Unito si collocano nel mezzo tra questi estremi.

L'attuale fase recessiva si sta così rivelando "particolarmente lunga e intensa", nonostante la progressiva attenuazione osservata negli ultimi mesi dello scorso anno. In Italia tra il 2007 e il 2013 sono stati registrati cali produttivi di oltre il 20% in ben due terzi dei settori. Sono i dati frortemente negativi contenuti nel rapporto dell'Istat sulla competitività dei settori produttivi. La caduta ciclica del 2011-2013 è stata contrassegnata "dall'eccezionale divaricazione" delle due componenti del fatturato industriale: quello nazionale è diminuito di circa il 17%, posizionandosi a un livello inferiore rispetto al punto minimo della prima recessione; quello estero ha registrato un rallentamento, facendo segnare comunque una lieve crescita (+3%).

Eurobarometro: Italia al tappeto, potenziale di crescita a zero

A differenza delle crisi precedenti, in Italia la caduta dell'output si è manifestata con "un'ampiezza maggiore rispetto a quella osservata in molti tra i partner dell'Unione economica e monetaria", si osserva nel rapporto. Nel confronto con gli altri partner europei la peggiore performance del fatturato complessivo italiano ha riguardato in particolare i beni intermedi e di consumo, mentre le vendite dei beni d'investimento hanno mostrato una maggiore uniformità.

Il crollo della domanda interna, si legge nel dossier dell'Istat, "dovrebbe aver determinato impatti differenziati sul tessuto produttivo del nostro paese". Tra i settori vincenti emergono alcuni di quelli tipici del modello di specializzazione italiano: gli articoli in pelle, l'industria delle bevande e quella alimentare. Al contrario, i comparti che evidenziano le più forti contrazioni di fatturato sono: il settore della fabbricazione di mobili, la confezione di articoli di abbigliamenti, le industrie del legno.

Tra il 2010 e il 2013, secondo i dati dell'Istat, solo in quattro comparti si è verificata una variazione negativa del fatturato estero: produzione di mobili, legno, stampa e abbigliamento. Mentre solo nel settore alimentare è stato registrato un incremento di fatturato nel mercato interno. Di conseguenza si è registrato un "generalizzato incremento della propensione all'export" rispetto al fatturato totale. Ripartendo le imprese sulla base della propria quota di fatturato estero in quattro classi di uguale ampiezza, emerge che tra il 2010 e il 2013 si sono delineati "spostamenti netti di imprese verso classi più elevate".

A questi passaggi, si spiega nel rapporto, si associano generalmente "variazioni di fatturato totale positive e strategie prevalentemente aggressive, orientate all'espansione all'estero attraverso l'ampliamento della gamma di prodotti e servizi offerti". Al contrario, a passaggi verso classi meno elevate di propensione all'export "si accompagnano aumenti di fatturato nazionale e riduzione del fatturato totale, guidate da forti cadute dei ricavi sui mercati esteri".

Tra le leve competitive si segnala l'importanza assunta da: l'intensità delle relazioni con altre imprese o istituzioni, l'attività innovativa, l'investimento in formazione di personale. Mentre in un'ottica settoriale le strategia trainanti del sistema sono: l'investimento in capitale umano, il raggiungimento di un elevato grado di connettività produttiva e l'innovazione. In particolare, nel rapporto si evidenzia che l'investimento in capitale umano "accomuna settori molto eterogenei".

Le aziende sopravvissute alla crisi del biennio 2012-2013 presentano delle caratteristiche messe in luce nel rapporto: più di un'attività su due ha conservato invariata la propria dotazione fiscale, mentre l'occupazione netta complessiva è diminuita. Per contrastare la recessione, le aziende manifatturiere hanno fatto principalmente ricorso a orientamenti strategici interni di difesa della propria competitività, come: la riduzione dei costi di produzione, il miglioramento qualitativo dei prodotti, l'ampliamento della gamma, il contenimento dei prezzi e dei margini di profitto. Tra le strategie esterne si segnala un rafforzamento delle politiche di commercializzazione.

Analizzando gli effetti delle due ondate recessive, del 2008-2009 e del 2011-2013, sulla produzione industriale, si evidenzia chiaramente come l'impatto sulle economie europee sia stato notevolmente differenziato. La Germania, spiega l'Istat, è l'unico paese ad avere recuperato quasi pienamente i livelli produttivi precedenti alla crisi; Italia e Spagna hanno perso, rispettivamente, quasi un quarto e un terzo del prodotto industriale; Francia e Regno Unito si situano in un ambito intermedio tra questi due poli.

RENZI RIMANDATO A SETTEMBRE (dopo i Mondiali e le Vacanze (dicono che siamo in crisi...), si scateneranno gli aumenti a catena

Istat: la disoccupazione ai massimi dal 1977:12,6%
il tasso tra i giovani è balzato al 46%
, PIL - 0,1%,l'annuncio dello "sblocca stronzate" non basta...

Dati sul primo trimestre: quasi 3 milioni e mezzo senza lavoro

IL LUNGO DOCUMENTO EUROPEO CHE CI MASSACRA

Ma nel corso delle trattative notturne è saltata la parte più pesante della pagella: la bocciatura della richiesta italiana di poter rimandare di un anno il pareggio di bilancio strutturale. Nel testo iniziale veniva respinta "a causa del rischio di non conformarsi con gli obiettivi di riduzione del debito". In compenso Bruxelles detta a Renzi una minuziosa agenda in otto punti: dal rafforzamento delle misure di bilancio al trasferimento del carico fiscale dal lavoro ai consumi. Passando per il potenziamento delle misure anticorruzione, il riequilibrio della spesa sociale e la rimozione degli ostacoli alla concorrenza.

Lo schiaffo vero, quello che Matteo Renzi temeva e che nei giorni scorsi – al di là dell’ostentata tranquillità – lo ha fatto stare sulla graticola, è stato evitato per un pelo. Perché, all’ultimo minuto, dalle nove pagine di testo che contengono le attese “raccomandazioni” di Bruxelles all’Italia è stata eliminata la parte più scottante: quella che bocciava la richiesta italiana di uno slittamento di un anno – dal 2015 al 2016 – del pareggio strutturale di bilancio. E la cui immediata conseguenza sarebbe stata la necessità di una manovra di rientro. Salvi in extremis, dunque? Si fa per dire: quel che rimane, anche al netto della “sbianchettatura” finale, è tutt’altro che una bella pagella. Il giudizio (leggi qui il documento) sulle diverse parti del Documento di economia e finanza (Def) inviato alle istituzioni Ue a fine aprile non è per nulla tenero e anche se la parola manovra non c’è, il concetto è piuttosto chiaro: “Servono sforzi aggiuntivi, anche nel 2014, per rispettare i requisiti del Patto di stabilità e crescita”. E la ”deviazione dal percorso di aggiustamento verso l’obiettivo a medio termine”, su cui per ora la Ue ha deciso di chiudere un occhio, “se si ripetesse l’anno successivo potrebbe essere valutata come significativa”. Per di più lo scenario macroeconomico su cui il governo si è basato per disegnare le proprie proiezioni di bilancio è “leggermente ottimistico” e il raggiungimento degli obiettivi “non è totalmente suffragato da misure sufficientemente dettagliate“.

Segue una dettagliata agenda in otto punti, in qualche caso accompagnati anche dall’orizzonte temporale considerato ottimale. Oltre a prescrivere il rafforzamento delle misure di bilancio, il documento invita Palazzo Chigi a muoversi rapidamente sul fronte dell’efficienza della pubblica amministrazione e della buona gestione dei fondi europei, a rafforzare il settore bancario e a usare in modo diverso gli ammortizzatori sociali puntando all’effettivo reinserimento dei lavoratori. Non solo: nel mirino di Bruxelles finiscono anche la qualità del sistema scolastico con le sue ricadute sul capitale umano, la corruzione, la giustizia civile, la ripartizione della spesa sociale, gli ostacoli alla concorrenza che ancora ingessano molti settori e l’efficienza degli appalti pubblici.

PERICOLO SCAMPATO. SOLO FORMALMENTE - “L’esenzione richiesta dall’Italia di deviare dal percorso verso gli obiettivi di medio termine non può essere concessa a causa del rischio di non conformarsi con gli obiettivi di riduzione del debito”. Suonava così, stando a una bozza, la frase incriminata che avrebbe inchiodato il governo agli impegni presi con Bruxelles sul fronte del pareggio strutturale di bilancio. Pareggio che Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan hanno deciso di rinviare al 2016, scrivendo nel Def che si tratta di una “deviazione temporanea” e invocando le “circostanze eccezionali” previste dai regolamenti europei. Quel paragrafo, nel corso della notte tra domenica e lunedì o forse addirittura durante l’ultima riunione di lunedì mattina, è stato espunto dal testo finale. Pericolo scampato. Anche se la realtà dei fatti resta quella: “Le previsioni di primavera 2014 della Commissione”, scrive il Consiglio al punto 9 delle sue considerazioni preliminari, “indicano una non conformità con il parametro di riferimento della riduzione del debito nel 2014 poiché l’aggiustamento strutturale prospettato (soltanto 0,1 punti percentuali del Pil) è inferiore all’aggiustamento strutturale richiesto di 0,7 punti percentuali”. Il quotidiano La Stampa ha fatto i conti stimando in 9 miliardi lo sforzo aggiuntivo che sarebbe stato richiesto per correggere la deviazione dall’obiettivo. Al governo, però, non viene imposto di rientrare subito.

DEBITO SOTTO OSSERVAZIONE - In compenso vanno rispettati – e su questo non ci sarà flessibilità – altri paletti per nulla trascurabili: oltre a provvedere per il 2015, l‘Italia già quest’anno deve adottare provvedimenti per “rafforzare le misure di bilancio alla luce dell’emergere di uno scarto rispetto ai requisiti del patto di stabilità e crescita, in particolare alla regola della riduzione del debito”. Debito che in aprile ha toccato il 135,2% del Pil, già due punti sopra quello che in base al Def dovrebbe essere il livello medio per quest’anno.

SPENDING REVIEW, MA CON CRITERIO - Per Bruxelles, l’Italia nell’immediato dovrà “portare a compimento l’ambizioso piano di privatizzazioni” e “attuare un aggiustamento di bilancio favorevole alla crescita”, cioè basato non su nuove tasse ma sulla riduzione delle uscite grazie a “un miglioramento duraturo dell’efficienza e della qualità della spesa pubblica a tutti i livelli di governo”. Preservando però la spesa “atta a promuovere la crescita”, ossia quella “in ricerca e sviluppo, innovazione, istruzione e progetti di infrastrutture essenziali“. Sempre in vista del rispetto dei parametri di bilancio, vanno garantite “l’indipendenza e la piena operabilità dell’Ufficio parlamentare di bilancio“, l’organismo indipendente incaricato di vigilare sul pareggio di bilancio introdotto in Costituzione che le Camere sono riuscite a eleggere solo a maggio dopo quattro mesi di tira e molla. Adesso basta ritardi, chiede in pratica il Consiglio Ue: l’ufficio deve essere operativo “il prima possibile” e comunque “entro settembre 2014, in tempo per la valutazione del documento programmatico di bilancio 2015″.

TASSARE DI PIU’ I CONSUMI E MENO IL LAVORO - Il giudizio sul bonus fiscale di 80 euro è di parziale sufficienza. Il fatto è che va garantito anche per il 2015 e da comunque da solo non basta: occorre “trasferire ulteriormente il carico fiscale dai fattori produttivi ai consumi, ai beni immobili e all’ambiente, nel rispetto degli obiettivi di bilancio” e “valutare l’efficacia della recente riduzione del cuneo fiscale assicurandone il finanziamento per il 2015″. Seguono altre prescrizioni: la delega fiscale va attuata “entro il marzo 2015″, approvando anche i decreti che riformano il sistema catastale per garantire l’equità e “l’efficacia della riforma sulla tassazione dei beni immobili“, “sviluppare ulteriormente il rispetto degli obblighi tributari, rafforzando la prevedibilità del fisco, semplificando le procedure, migliorando il recupero dei debiti fiscali e modernizzando l’amministrazione fiscale”, “perseverare nella lotta all’evasione fiscale e adottare misure aggiuntive per contrastare l’economia sommersa e il lavoro irregolare”. Più nel dettaglio servono poi misure sulle agevolazioni fiscali dirette (la cui portata deve essere “riesaminata”), sulla base imponibile (che va appunto “allargata”, soprattutto sui consumi) e sulle accise sui carburanti, in particolare l’”adeguamento delle accise sul diesel a quelle sulla benzina” e l’eliminazione delle “sovvenzioni dannose per l’ambiente“.

CORRUZIONE, PRESCRIZIONE E L’EFFICIENZA DELLA GIUSTIZIA CIVILE - La terza raccomandazione riguarda l’efficienza della pubblica amministrazione: al governo viene chiesto innanzitutto di “precisare le competenze a tutti i livelli di governo” e “garantire una migliore gestione dei fondi dell’Ue con un’azione risoluta di miglioramento della capacità di amministrazione, della trasparenza, della valutazione e del controllo di qualità a livello regionale, specialmente nelle regioni del Mezzogiorno”. Ma il prerequisito è ridurre la corruzione che “continua a incidere pesantemente sul sistema produttivo dell’Italia e sulla fiducia nella politica e nelle istituzioni”. Per questo occorre anche “potenziare ulteriormente l’efficacia delle misure anticorruzione, in particolare rivedendo l’istituto della prescrizione entro la fine del 2014 e rafforzando i poteri dell’Autorità nazionale anticorruzione”. Ogni riferimento al caso Expo è puramente casuale e arriva proprio mentre si attende il decreto ad hoc, mirato soprattutto a dare all’authority e al suo presidente Raffaele Cantone pieni poteri per vigilare sugli appalti dell’Esposizione Universale di Milano. Bisogna poi “monitorare tempestivamente gli effetti delle riforme adottate per aumentare l’efficienza della giustizia civile, con l’obiettivo di garantirne l’efficacia, e attuare interventi complementari, ove necessari”.

PIU’ VIGILANZA SU BANCHE POPOLARI E FONDAZIONI - Ce n’è anche per le banche, e in questa fase non poteva essere altrimenti. Sotto osservazione i prestiti dalla riscossione incerta e, più in generale, il governo societario, sia degli istituti sia delle fondazioni che ne detengono quote. Va garantita “la capacità di gestire e liquidare le attività deteriorate per rinvigorire l’erogazione di prestiti all’economia reale“. Ma “gli interventi attuati finora in materia di accesso ai finanziamenti sono stati principalmente imperniati su misure di agevolazione dell’accesso delle imprese al credito”. Mentre ora va promosso anche “l’accesso delle imprese, soprattutto di quelle di piccole e medie dimensioni, ai finanziamenti non bancari“. Poi un nuovo ammonimento sull’attuazione effettiva delle regole: ”Benché siano lodevoli le iniziative relative al settore del governo societario delle banche, tra cui i nuovi principi recentemente stabiliti dalla Banca d’Italia, l’impatto di questi ultimi dipenderà dalle banche che dovranno applicarli correttamente e dal fatto che vengano effettivamente fatti rispettare”. Occorre “continuare a promuovere e monitorare pratiche efficienti di governo societario in tutto il settore bancario, con particolare attenzione alle grandi banche cooperative (banche popolari) e alle fondazioni, al fine di migliorare l’efficacia dell’intermediazione finanziaria”. 

LIMITARE LA CASSA INTEGRAZIONE - Per quanto riguarda il mercato del lavoro, Bruxelles invita il governo a “valutare gli effetti delle riforme” su salari, creazione di posti, procedure di licenziamento e dicotomia tra garantiti e precari. E a considerare, se sarà il caso, l’opportunità di varare “ulteriori interventi”. Gran parte del paragrafo, però, si concentra su chi il lavoro l’ha perso o non lo trova. Sul primo fronte le parole d’ordine sono “piena tutela sociale dei disoccupati”. Per garantirla occorre limitare l’uso della cassa integrazione guadagni “per facilitare la riallocazione della manodopera”, “rafforzare il legame tra le politiche del mercato del lavoro attive e passive, a partire dalla presentazione di una tabella di marcia dettagliata degli interventi entro settembre 2014″ e “potenziare il coordinamento e l’efficienza dei servizi pubblici per l’impiego“.

Quanto a chi sul mercato del lavoro deve entrarci, bisogna “intervenire concretamente per aumentare il tasso di occupazione femminile, adottando entro marzo 2015 misure che riducano i disincentivi fiscali al lavoro delle persone che costituiscono la seconda fonte di reddito familiare, e fornire adeguati servizi di assistenza e custodia”, “fornire in tutto il Paese servizi idonei ai giovani non iscritti alle liste dei servizi pubblici per l’impiego ed esigere un impegno più forte da parte del settore privato a offrire apprendistati e tirocini di qualità entro la fine del 2014, in conformità agli obiettivi della Garanzia per i giovani”.

TROPPA SPESA SOCIALE PER GLI ANZIANI - Dagli esami della Commissione è emerso che tra pensioni, sanità e assistenza la spesa sociale in Italia è “tuttora destinata in gran parte agli anziani“. E non riesce a “contenere i rischi di esclusione sociale e di povertà”. Per rimediare è necessario estendere gradualmente “il regime pilota di assistenza sociale, assicurando un’assegnazione mirata, una condizionalità rigorosa e un’applicazione uniforme su tutto il territorio”. Oltre a rafforzarne la “correlazione con le misure di attivazione”. Infine vanno migliorate l’efficacia dei regimi di sostegno alla famiglia e la qualità dei servizi per i nuclei familiari a basso reddito con figli.

LA SCUOLA, PIU’ ATTENZIONE AL CAPITALE UMANO - La qualità dell’insegnamento e la dotazione di capitale umano vanno migliorate “a tutti i livelli di istruzione”. Per questo tra le raccomandazioni compare anche la richiesta di ”rendere operativo il sistema nazionale per la valutazione degli istituti scolastici per migliorare i risultati della scuola e, di conseguenza, ridurre i tassi di abbandono scolastico; accrescere l’apprendimento basato sul lavoro negli istituti per l’istruzione e la formazione professionale del ciclo secondario superiore e rafforzare l’orientamento professione nel ciclo terziario”. Dulcis in fundo, e i ricercatori festeggeranno, bisogna “assicurare che i finanziamenti pubblici premino in modo più congruo la qualità dell’istruzione superiore e della ricerca” e assegnare quelli destinati alle università “in funzione dei risultati conseguiti nella ricerca e nell’insegnamento”.

POSTE, ASSICURAZIONI, BENZINAI E SERVIZI PUBBLICI SENZA CONCORRENZA - Occorre poi schiacciare l’acceleratore sulle semplificazioni normative e “colmare le lacune attuative delle leggi in vigore”, promuovere “l’apertura del mercato” e rimuovere “gli ostacoli rimanenti e le restrizioni alla concorrenza nei settori dei servizi professionali e dei servizi pubblici locali, delle assicurazioni, della distribuzione dei carburanti, del commercio al dettaglio e dei servizi postali“. Le prescrizioni sul fronte degli appalti pubblici – tema quanto mai sensibile in tempi di nuove “cupole” e giri di tangenti – si appuntano sull’efficienza da “potenziare” e sulle procedure da “semplificare” sfruttando le procedure informatiche, razionalizzando le centrali d’acquisto e dando “garanzia della corretta applicazione delle regole relative alle fasi precedenti e successive all’aggiudicazione”. In materia di servizi pubblici locali, infine, va “applicata con rigore la normativa che impone di rettificare entro il 31 dicembre 2014 i contratti che non ottemperano alle disposizioni sugli affidamenti in house”. 

BOCCIATE LE INFRASTRUTTURE, LA RETE E IL RUOLO SCOMODO DELLE FERROVIE - Nel capitolo infrastrutture c’è un evidente richiamo al ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Maurizio Lupi: “Garantire la pronta e piena operatività dell’Autorità di regolazione dei trasporti entro settembre 2014″, prescrive il Consiglio. A dire il vero quella Authority, nata sulla carta nel lontano 2011 ma varata di fatto nel luglio 2013 (Lupi era allora ministro del governo Letta), è attiva da gennaio. Ma per ora ha solo lanciato “consultazioni” e avviato un giro di audizioni con aziende e associazioni dei consumatori. Per di più, si legge nel “documento di lavoro” della Commissione, “gran parte dello staff previsto deve ancora essere reclutato”. Da qui l’invito a renderla davvero “operativa”, anche perché “è importante che dia rapidamente la sua opinione sulla separazione tra gestione dell’infrastruttura e operazioni di trasporto nel settore ferroviario (il riferimento è al ruolo di Ferrovie che sono al contempo gestore e fruitore della rete del Paese, ndr) che avrebbe dovuto consegnare già a giugno 2013″. 

Sempre a proposito di treni e ferrovie, all’interno del documento si ricorda che “il settore presenta ancora importanti debolezze. La lunghezza della rete rapportata al numero di abitanti è tra le più basse dell’Unione mentre il tasso di utilizzo è tra i più alti. A dispetto di un tasso di investimento infrastrutturale sopra la media Ue, in alcune regioni – in particolare al Sud – rimangono colli di bottiglia. E la soddisfazione dei consumatori è tra le più basse dell’Unione”. Al punto 16 delle considerazioni preliminari c’è spazio anche per  i porti, che “meritano particolare attenzione e interventi per ovviare alla mancanza di infrastrutture intermodali e alla carenza di sinergie e collegamenti con l’entroterra”. Infine la banda larga: “In termini di copertura in Italia ci sono zone non urbane prive di sufficiente copertura”. Le “strozzature infrastrutturali”, poi, ostacolano anche “il corretto funzionamento del mercato dell’energia“.

La Ue sente infine il bisogno di chiedere a Palazzo Chigi la piena attuazione delle misure adottate: l’Italia è sempre stata lenta e inadempiente non tanto nell’annunciare e magari varare nuove norme, quanto nello scrivere i decreti attuativi necessari per trasformarle in interventi concreti. ”Resta cruciale per l’Italia l’attuazione rapida e completa delle misure adottate, sia al fine di colmare le carenze esistenti che al fine di evitare l’accumulo di ulteriori ritardi”.

 

ECCO IL 25 APRILE 2014:Il 25 aprile non unisce gli italiani. Pesa l’assenza di una memoria condivisa, ma anche il ridimensionamento dello spirito della Liberazione: è solo retorica? Sembrano propendere per questa ipotesi molti cittadini che abbiamo intervistato per strada. E voi come la pensate? Avvertite il valore morale della Resistenza quale fonte di ispirazione per il presente o ritenete che siano parole d’ordine da archiviare nei libri di storia? Ormai tutto è pronto per archiviare nella polverosa memoria itagliota  due anni di doppia occupazione, 25.000 morti solo di rappresaglia, 1.000.000 di deportati, il 70% delle infrastrutture  industriali del nord disintegrate dai bombardamenti,una parte del patrimonio artistico come Cassino annientata, più di mezzo milione di morti ed altrettanti di dispersi su tutti i fronti, ecco tutta questa massa spaventosa di distruzione caduta nel dimenticatoio, perche'?? Semplice, perchè sono passati  70 anni ovvio, il solito concetto itagliota di merda....

Storia

Convenzionalmente fu scelta questa data, perché il 25 aprile 1945 fu il giorno della liberazione di Milano e Torino. In particolare il 25 aprile 1945 l'esecutivo del Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia, presieduto da Luigi Longo,Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri anche Rodolfo Morandi – che venne designato presidente del CLNAI – Giustino Arpesani e Achille Marazza), alle 8 del mattino via radio proclamò ufficialmente l'insurrezione, la presa di tutti i poteri da parte del CLNAI e la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti[2] (tra cui Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo).

Entro il 1º maggio, poi, tutta l'Italia settentrionale fu liberata: Bologna (il 21 aprile), Genova (il 23 aprile) e Venezia (il 28 aprile). La Liberazione mette così fine a venti anni di dittatura fascista ed a cinque anni di guerra; simbolicamente rappresenta l'inizio di un percorso storico che porterà al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica,consultazione per la quale per la prima volta furono chiamate alle urne per un voto politico le donne, quindi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione. Il 2 maggio 1945 i plenipotenziari tedeschi guidati dal Generale delle SS Wolf, comandante in Capo dell'esercito tedesco di stanza in Italia, firmava a Caserta l'armistizio di cessazione definitiva delle ostilità sul territorio italiano. C'è da dire che l'azione del generale nazista arrivava senza alcun ordine da Berlino, assediata dai sovietici, e senza il placet di Hitler che il 28 aprile aveva fatto arrestare prima Goering e poi suo cognato ufiiciale plenipotenziario SS collegato ad Himler, precedentemente fuggito da Berlino il 20 aprile e riparato nell'estremo nord della Germania, ultimo lembo di terra non ancora invaso dagli alleati, entrambi dichiarati traditori e decaduti delle loro cariche. Il 28 aprile 1945 nei pressi di Dongo, sul Lago di Como, veniva fucilato Mussolini, in fuga forse verso la Svizzera ed il suo cadavere esposto a Piazzale Loreto a Milano il giorno seguente. Informato dettagliatamente di ciò, Hitler lucidamente decideva di suicidarsi il 30 aprile nel bunker della Cancelleria di Berlino,  dando disposizioni precise per disintegrare il suo corpo per non farlo cadere in mano ai sovietici. I russi occupavano definitivamente la capitale della Germania il 2 maggio 1945. In Germania la guerra infuriò fino al 9 maggio prima della firma della resa incondizionata su tutti i fronti da parte dell'ammiraglio Doenitz, nominato assurdamente suo successore da Hitler in persona nel suo "testamento politico".

L'istituzione della festa nazionale

Bologna festeggia la Liberazione

Manifestazione per la Festa della Liberazione a Milano, 25 aprile 2007

Su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il Principe Umberto, allora Luogotenente del Regno d'Italia, istituì la festa per il 1946, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 185 del 22 aprile 1946 ("Disposizioni in materia di ricorrenze festive"), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia nr. 96 di mercoledì 24 aprile 1946; l'articolo 1 infatti recitava:

« A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale. »

La ricorrenza venne poi celebrata anche negli anni successivi e dal 1949 è divenuta ufficialmente festa nazionale e in molte città italiane vengono organizzate manifestazioni in memoria dell'evento, in particolare nelle città decorate al valor militare per la guerra di liberazione o in quelle che hanno subito grandi perdite umane.

La legge che istituì la celebrazione è la n. 260 del 27 maggio 1949[3] ("Disposizioni in materia di ricorrenze festive") ad istituzionalizzare stabilmente la festa della liberazione:

« Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: [...] il 25 aprile, anniversario della liberazione;[...] »

CHE COSA CAZZO HA FATTO RENZI FINO AD ORA?

Il governo lancia la riforma della P.A.

Il governo lancia la riforma della P.A.

Renzi: confronto, ma tra 40 giorni decidiamo noi 
Manager licenziabili, meno prefetture, pin unico
Madia: "Serve mobilità, anche obbligatoria" 
video

UNA DEMOCRAZIA DI NOMINATI
La volontà popolare sepolta dalle riforme

L'Italicum è senza preferenze, Senato e Province non vengono aboliti e non sono neanche elettivi
L'intesa Renzi-B toglie potere di indicare chi mandare nelle istituzioni. Eppure non la pensavano così

Benvenuti nella Terza Repubblica Targata Licio Gelli trent'anni dopo, era politica della "democrazia dei nominati". Sembra un secolo fa quando i politici inveivano contro se stessi, additando il "Parlamento dei nominati", che produce scollamento tra Palazzo e territorio. Ma le riforme di Renzi e Berlusconi non cambiano niente: l’Italicum avrà i listini bloccati, le Province non sono state abolite ma sono non elettive e il Senato 2.0 sarà composto da designati dai consigli regionali,peggio di così non si poteva....

Palazzo Madama, una camera di nominati
Senatori designati dai consigli regionali

Matteo Renzi trova il compromesso con Berlusconi e con la fronda interna al Pd. Le modifiche: meno
sindaci e più regione. Resta fermo il caposaldo di una camera che non voterà la fiducia al governo 

 

 

Il Sole 24 Ore di ieri attirava l’attenzione critica sul piano per le scuole: il premier aveva annunciato 3, 5 miliardi, ma il decreto Irpef permette agli enti locali di spendere fuori dal patto di stabilità soltanto 240 milioni di euro. L’intervento, più a beneficio delle imprese di ristrutturazione che degli studenti, avrà quindi una dimensione minima.

Nei ‘semafori’ che pubblichiamo oggi su il Fatto Quotidiano, facciamo il punto sulla distanza che separa gli annunci dai risultati. A una prima analisi si può vedere come Renzi sia risultato più efficace sui dossier che gli garantiscono il maggiore ritorno di consenso, e questo è comprensibile visto che manca un mese alle elezioni europee. La promessa di far trovare in busta paga ad alcuni milioni di italiani 80 euro in più a maggio è stata rispettata, anche se con tanti compromessi al ribasso che rendono l’intervento molto diverso da come lo sognava il premier. La pecca maggiore è che la copertura non è strutturale, quindi è ancora molto incerto che il bonus fiscale sia garantito dal 2015 in poi.

I tagli alla casta, simbolici (o demagogici) ma molto richiesti, ci sono: dalla vendita delle auto blu su eBay al tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici a 240 mila euro fino a minuzie, ma significative, come la cancellazione delle tariffe postali agevolate per il materiale di propaganda dei partiti. Anche le nomine nelle società partecipate dal Tesoro sono state gestite in coerenza con le promesse: via tutti i dinosauri, incluso il potentissimo Paolo Scaroni. Anche se non tutti i nomi prescelti per la successione sono all’altezza dei proclami di rottamazione di Renzi, basti guardare Emma Marcegaglia alla presidenza Eni. I problemi arrivano dove il premier non può decidere da solo ma ha bisogno del consenso o dei voti di altri bizzosi soggetti, da Silvio Berlusconi con Forza Italia all’ala sinistra del Pd in Parlamento. Quando Renzi non può fare tutto da solo, il risultato è quasi zero: la legge elettorale si è impantanata al Senato, il suo destino è legato al superamento del bicameralismo, ma anche la trasformazione del Senato in camera delle autonomie locali è bloccata da un’opposizione sempre più larga.

A parte i vari interessi politici contrapposti, una delle spiegazioni di merito è che nessuno ha ben chiaro cosa dovrà fare il nuovo Senato, visto che prima (o poi) bisognerebbe redistribuire le competenze tra Stato ed enti locali riformando la Costituzione nel titolo quinto. Anche l’altra riforma ambiziosa del renzismo, quella del mercato del lavoro, per il momento ha prodotto pochino: un decreto legge che aiutava le imprese a ridurre il rischio di cause legali permettendo loro una maggiore flessibilità nel ricorrere al lavoro precario (i disoccupati sono felici alla prospettiva di diventare precari, ma i precari sono piuttosto seccati dalla prospettiva di rimanere in quella condizione più a lungo di prima). In Parlamento il Pd ha iniziato a svuotarla, reintroducendo parte dei vincoli eliminati dal ministro Giuliano Poletti. Risultato: impalpabile.

Quanto alla riforma più complessiva, la legge delega che dovrebbe essere il vero Jobs Act, è un tema da affrontare nei prossimi mesi. Anche della delega fiscale non si è più saputo niente, eppure dovrebbe essere la leva per una vera riforma delle tasse. Morale: se lo statista è quello che guarda alle prossime generazioni e il politico chi pensa alle prossime elezioni, Renzi è un politico efficace. Ma le grandi riforme sono molto più complesse.

Renzi avvia la riforma Pa su tre pilastri:
"Capitale umano, tagli e open data"

VIDEO. Il governo "punta a un cambiamento radicale nella Pa". Renzi preferisce "un disegno di legge", da portare nel Cdm del 13 giugno. "Spazio per l'assunzione di diecimila giovani", il premier precisa: "Non c'è un tema di esuberi". Via al ruolo unico dei dirigenti, possibile licenziamento per quelli senza incarico. Tetto a 40 Prefetture, permessi sindacali dimezzati. Salta l'obbligo di iscrizione in Camera di commercio

MILANO - Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, apre ufficialmente il fronte della riforma della Pubblica amministrazione nel Consiglio dei Ministri. L'esecutivo si è incontrato nel pomeriggio, in un Cdm di un paio d'ore, e il premier, con il ministro Marianna Madia, ha illustrato i tre pilastri sui quali poggiano le linee guida della riforma. "C'è un sacco di bella gente che lavora e va premiata, c'è qualche fannullone e quella lo stanghiamo", il motto.

 

Scuola, il ministro Giannini annuncia
"Concorso per 17mila docenti nel 2015"

Scuola, il ministro Giannini annuncia "Concorso per 17mila docenti nel 2015"

Per il ministro dell'Istruzione "il concorso, che si terrà nella tarda primavera 2015, consentirà di essere in tempo utile per l’immissione in ruolo nell’estate 2016"

Renzi avvia la riforma Pa su tre pilastri:
"Capitale umano, tagli e open data"

VIDEO. Il governo "punta a un cambiamento radicale nella Pa". Renzi preferisce "un disegno di legge", da portare nel Cdm del 13 giugno. "Spazio per l'assunzione di diecimila giovani", il premier precisa: "Non c'è un tema di esuberi". Via al ruolo unico dei dirigenti, possibile licenziamento per quelli senza incarico. Tetto a 40 Prefetture, permessi sindacali dimezzati. Salta l'obbligo di iscrizione in Camera di commercio

MILANO - Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, apre ufficialmente il fronte della riforma della Pubblica amministrazione nel Consiglio dei Ministri. L'esecutivo si è incontrato nel pomeriggio, in un Cdm di un paio d'ore, e il premier, con il ministro Marianna Madia, ha illustrato i tre pilastri sui quali poggiano le linee guida della riforma. "C'è un sacco di bella gente che lavora e va premiata, c'è qualche fannullone e quella lo stanghiamo", il motto.

"Stiamo rispettando tutte le scadenze che ci siamo autoimposti per cambiare il paese", esordisce il premier nella conferenza stampa dopo il Cdm, aggiungendo che nel campo degli statali "il governo punta a un cambiamento radicale nella Pa". Renzi spiega che il "desiderio di coinvolgere gli uomini e le donne che lavorano nella Pubblica amministrazione" insieme a quello di "togliere il tema della riforma dalla campagna elettorale" hanno spinto l'esecutivo a non presentare immediatamente un decreto e un disegno di legge delega (come fatto con il Jobs Act), quanto piuttosto un insieme di linee guida da sottoporre alla discussione prima di avviare il percorso di un disegno di legge. "Una riforma contro i lavoratori avrebbe le gambe corte", ricorda. Il governo, in sostanza, pone delle questioni di fondo sulle quali avviare il confronto con le parti in causa, "anche i sindacati se vorranno farci

sapere il loro parere", per quaranta giorni, e dispone anche un indirizzo internet per la consultazione: "Scrivetemi a rivoluzione@governo.it", dice ridendo. Il ministro Madia precisa poi che ai sindacati non sono offerti tavoli, ma un "confronto innovativo e l'invito a fare delle proposte" sui punti "concreti e puntuali" avanzati dall'esecutivo.

Dopo la consultazione, la riforma diverrà norma con un disegno di legge, che verrà presentato in Cdm il prossimo 13 giugno. "Preferirei fare un disegno di legge ed evitare il decreto", spiega sul punto Renzi. I tre punti della riforma - espressi in una lettera ai dipendenti statali - saranno "sul capitale umano, sui tagli agli sprechi della Pa e sugli open data come strumento di trasparenza e innovazione".

Renzi avvia la riforma Pa su tre pilastri:
"Capitale umano, tagli e open data"

VIDEO. Il governo "punta a un cambiamento radicale nella Pa". Renzi preferisce "un disegno di legge", da portare nel Cdm del 13 giugno. "Spazio per l'assunzione di diecimila giovani", il premier precisa: "Non c'è un tema di esuberi". Via al ruolo unico dei dirigenti, possibile licenziamento per quelli senza incarico. Tetto a 40 Prefetture, permessi sindacali dimezzati. Salta l'obbligo di iscrizione in Camera di commercio

MILANO - Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, apre ufficialmente il fronte della riforma della Pubblica amministrazione nel Consiglio dei Ministri. L'esecutivo si è incontrato nel pomeriggio, in un Cdm di un paio d'ore, e il premier, con il ministro Marianna Madia, ha illustrato i tre pilastri sui quali poggiano le linee guida della riforma. "C'è un sacco di bella gente che lavora e va premiata, c'è qualche fannullone e quella lo stanghiamo", il motto.

 

Ragazza calpestata
al corteo, agente
in Questura: "Sono io IL COGLIONAZZO...."

Ragazza calpestata al corteo, agente in Questura: "Sono io"

La svolta dopo che il capo della polizia Pansa ha definito "cretino da identificare" l'esponente delle forze dell'ordine ripreso da Servizio Pubblico negli scontri di Roma (leggi)

Roma, scontri a corteo per diritto alla casa
Trenta feriti nelle cariche, uno è grave
Roma, scontri a corteo per diritto alla casa Trenta feriti nelle cariche, uno è grave

Uova, arance, bottiglie e petardi contro le forze dell'ordine in via Veneto. Il Viminale: "Sei fermi"
Un manifestante perde alcune dita di una mano mentre cerca di lanciare una bomba carta

 

 

 

 

 

 

 

 

Grillo contro Repubblica: “Guadagni del blog? Mi sono rotto i coglioni”

Il leader del Movimento 5 stelle se la prende con un articolo del quotidiano di De Benedetti che oggi ha simulato i ricavi del blog attestandoli intorno a 570mila euro l'anno

“Io non dovrei neanche smentire nulla, ma questo è il dossier del nostro amico svizzero De Benedetti?”. Il leader del Movimento 5 stelle risponde sul suo blog ad un articolo di Repubblica in cui si “simulano” i guadagni del blog di Beppe Grillo stimandoli intorno a 600mila euro l’anno. E lui risponde con un articolo. “Io mi sono rotto i coglioni di queste robe qua, per cortesia. Tutti i miei documenti fiscali sono pubblici. Perché questo giornalista vergognoso non prende il mio 740? E’ pubblico. Il mio reddito imponibile nel 2012 è stato di 218.000 euro. Ho pagato 83.000 euro di tasse. Io sono un professionista, va bene? Mi sono sempre guadagnato i soldi”.

I due giornalisti del quotidiano hanno infatti simulato l’acquisto di un’inserzione pubblicitaria sul sito dei cofondatori 5 stelle. I due sono passati per un’asta gestita da Google Adsense e Google Adwords e hanno acquistato 125.351 visualizzazioni per 115 euro circa. Ovvero 0,92 centesimi ogni mille visualizzazioni che, considerando le commissioni del colosso di Mountain View, scendono a 0,62 centesimi di euro. E, sempre secondo i cronisti, stimando le inserzioni intorno al numero di 50\100 milioni e 500\600mila visite al giorno (stando alle dichiarazioni di Grillo), si arriverebbe a circa 570mila euro annui di ricavi per il sito internet beppegrillo.it.

“Fare queste cose finte, di nuovo, di questi giornali”, dice Grillo in un video pubblicato online, “io mi sono rotto veramente le palle. Repubblica fa queste finte: ‘Chi sono i finanziatori del blog?’ Repubblica! Repubblica mi ha dato 115 euro. Hanno fatto una pubblicità per vedere quanti click ci sono stati e ho guadagnato 115 euro grazie a loro. Ezio Mauro, mi rivolgo a te, prima di fare il servo di questo qui svizzero, prendi il mio 740 e pubblicalo. Devi avere questo coraggio. Poi pubblichiamo il tuo e quello di De Benedetti. Anche il bilancio della Casaleggio Associati è pubblico e scaricabile dal sito della Camera di Commercio di Milano per 5 euro. Lo prendi e lo pubblichi se sei una persona per bene. Ma dato che non sei una persona per bene dai queste cifre di milioni, di 500.000 euro. Il signor Casaleggio ha chiuso l’esercizio 2012 con un utile di 69.000 euro.Dovreste aiutarlo Casaleggio”.

Grillo torna poi a promuovere la raccolta fondi per la campagna elettorale del M5S in vista delle europee. “Appurato e precisato che non siamo miliardari – dice – voglio tornare a chiedervi di mandarci qualche soldo. Non possiamo sopportare tutto. Ognuno darà secondo le proprie forze. Io darò qualcosa, Casaleggio qualcosa e voi quello che potete”. “Dobbiamo raggiungere una certa cifra – incalza – per pagare le strutture dei palchi dei comizi di tutta Italia. Abbiamo un mese di tempo, sarà una campagna sanguigna, molto forte”. Poi annuncia: “Di nuovo col camper girerò tutta l’Italia, mi farò in 4, sprizzeremo gioia e entusiasmo in tutte le piazze d’Italia. Vinceremo noi. Per un’Europa diversa cambiamo l’Europa e cambiamo l’Italia”.

 

Una pioggia di euro dagli spot sui blog.
Ecco la miniera d'oro di Beppe e Casaleggio

Inchiesta. Ogni mille inserzioni cliccate costano 92 centesimi, in totale un giro d'affari da circa 570 mila euro l'anno. Abbiamo simulato una campagna pubblicitaria sul sito dell'ex comico: questi sono i risultati

Il blog di Beppe Grillo è un affare - per la Casaleggio associati - da 92 centesimi per mille spot, pari a 570mila euro di entrate l'anno. Più, a piè di lista, l'indotto dei ricavi garantiti dalla catena di Sant'Antonio digitale che il guru dei 5 Stelle sta costruendo a scopo di lucro attorno alla sede ufficiale (per statuto) del suo partito. Affari e politica, nel cuore della rete grillina, viaggiano paralleli. E basta una pragmatica prova sul campo per dare una risposta a quello che sembra essere diventato il segreto di Fatima pentastellato: "Quanto guadagna il sito dell'ex-comico?". Dati ufficiali non ci sono: i bilanci della società di Casaleggio - 1,3 milioni di ricavi e 69 euro di utile nel 2012 - non lo dicono. Lui si guarda bene dal far chiarezza: "Uso una sola parola: Vaffa...", risponde sobriamente ai giornalisti che chiedono lumi.

La società, interpellata, non dà spiegazioni. E sul web girano numeri come al lotto: dai 200mila euro di fatturato calcolati dai minimalisti (una sparuta minoranza) ai 10 milioni buttati lì da una fonte autorevole come Il Sole 24 Ore. Quale è la verità? Per provare a capire quanto rende ai due fondatori il blog, La Repubblica si è messa dall'altra parte della barricata. E il 10 aprile scorso è stata testimone diretta di una campagna pubblicitaria - reale e pagata - sul blog. Ecco come è andata e che conclusioni empiriche si possono trarre sugli affari della "Beppe Grillo Spa".

Un'asta

da 115,3 euro. Buona parte degli spot nelle pagine di www.beppegrillo.it è venduta con un'asta da Google Adsense e Google Adwords, i servizi del colosso di Mountain View nel settore. Qualche inserzione - come quella di Coca-Cola - è stata venduta da Publy Ltd, domiciliata in Irlanda e controllata da Gianluca Bruno, Francesco Di Cataldo e Emanuele Aversano. "Che rapporti abbiamo con Casaleggio? No comment", ha detto contattato per telefono Di Cataldo. Il nostro test è transitato sulla piattaforma di Google. È iniziato di prima mattina lanciando un ordine "mirato" ai banner sul blog. Si è chiuso poche ore dopo con questo bilancio: 125.351 impressions (vale a dire visualizzazioni singole dello spot) acquistate per 115,3 euro. Pari a 0,92 euro ogni mille.

Non tutti questi soldi entrano nelle tasche della Casaleggio Associati. Le commissioni applicate da Google viaggiano attorno al 30%. Gli 0,92 euro scendono così a 0,64. Quanti sono gli spot disponibili in un anno sul blog? Numeri ufficiali non ci sono. Alexa, il misura-web di Amazon, lo classifica come 77esimo sito in Italia. Appena dietro a La Stampa, davanti a Rai e Sky. Beppe Grillo ha parlato di "500-600mila visite al giorno". Cifra compatibile con i dati di Google: Mountain View, che probabilmente conosce all'unità la cifra reale, stima un'offerta di 50-100 milioni di spazi pubblicitari al mese. Pari a un fatturato per la Casaleggio & Associati tra i 384mila e i 768mila euro annui, probabilmente assestato a metà strada a quota 570mila.

La catena di Sant'Antonio. "Se io e Grillo avessimo voluto fare soldi, ci saremmo tenuti i 42 milioni di rimborso pubblico ai partiti", risponde Casaleggio a chi critica la scarsa trasparenza degli affari del blog. Vero. Di aria però non si vive. E visto che "con i suoi ricavi il sito supporta se stesso" (ipse dixit), lui ne ha fatto il vertice di una catena di Sant'Antonio che moltiplica come pani e pesci gli spot disponibili. Basta digitare www.beppegrillo.it e sullo schermo appare una serie di link che rimandano a due aggregatori di notizie (privati) della scuderia Casaleggio: Tzetze.it - dove ieri brillava la pubblicità di Ford e Easyjet - eLafucina.it. Tzetze, nata da poco, ha scalato la classifica di Alexa arrivando al 174esimo posto, La Fucina è al 318esimo. La controllata Amazon certifica pure il cordone ombelicale che unisce i tre siti della galassia: il 53% dei visitatori di LaFucina arriva dai due cugini (e un altro 24% da Facebok), mentre per TzeTze la quota è il 35% (con un altro 37% dal social network). Tutto fieno in cascina - leggi entrate pubblicitarie - per la Casaleggio & Associati.

Gli spot a rischio. Gli spot sono sbarcati sul blog di Grillo nel 2012. "Senza pubblicità l'informazione online chiude", dice Casaleggio. E a tutela dell'immagine dei 5 Stelle assicura di aver creato una black-list di investitori indesiderati. Quali non è chiaro. Negli ultimi giorni - accanto a inserzionisti "nobili" come Poste, Mercedes e Dolce & Gabbana - spuntavano su tutti e tre i siti di famiglia annunci per promuovere il gioco d'azzardo - settore contro cui i grillini hanno condotto benemerite battaglie in Parlamento - la costituzione di società offshore (tale Sfm) e la vendita di case in Costarica. "Il nuovo bilancio della Casaleggio Associati sarà molto migliore del 2013", ha promesso il guru del movimento. Vista la moltiplicazione dei siti, la vendita sulla vetrina del blog dei prodotti della casa editrice Adagio (sempre di sua proprietà) e le royalty sulle vendite di biglietti per i tour dell'ex-comico, nessuno ne dubitava

LA FAVOLA DEGLI OTTANTA EURO,L'ABBASSAMENTO DELLA NO TAX AREA E LA CANCELLAZIONE DEGLI ASSEGNI AL CONIUGE A CARICO

Probabilmente saranno poco più della metà a riceverli, e solo a tempo determinato: solo chi si trova in una fascia di reddito compresa tra i 16 e i 24 mila euro lordi. Il bonus scatta infatti solo quando l’imposta lorda , cioè quella pre-applicazione delle detrazioni, è superiore agli sconti già previsti dalle leggi in vigore. Per esempio, un lavoratore dipendente con un reddito di 15-16 mila euro con moglie e figli a carico (una platea vastissima di contribuenti) non percepirà mai alcun bonus. I “chimerici 80 euro saranno solo un miraggio. Cosi come lo saranno per tutti quei lavoratori dipendenti che percepiscono un reddito fino a 8 mila euro, per i pensionati e per il popolo delle partite IVA, mentre i dipendenti pubblici si vedranno addirittura bloccare l’adeguamento dei contratti, già fermi da 5 anni. Questo non si chiama sostegno, si chiama illusione. E anche quei pochi fortunati che riusciranno a percepire qualcosa non si illudano: il comma 2 dell’art. 1 del decreto, infatti, dice: “Le disposizioni di cui al comma 1 si applicano per il solo periodo d’imposta 2014. A decorrere dal 1°gennaio 2015, si applicano le disposizioni dell’art.13 del testo unico dell’imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, nel testo vigente anteriormente alle modifiche di cui al comma 1 del presente articolo.”. Insomma, una botta e via, un’elemosina una tantum che non cambia la vita a nessuno ma che vorrebbe costituire il viatico per consegnare nelle mani di Renzi i nostri destini europei, per i quali ha già dato ampie rassicurazioni pubbliche alla Merkel.
Ma non è finita. Incombe un’altra legge sulle vostre teste, denunciata solo dal M5S che ne chiede l’abrogazione già dal novembre dello scorso anno. Si tratta del comma 430 della legge 147/2013. Eccolo: “Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottare entro il 15 gennaio 2015, […] sono disposte variazioni delle aliquote di imposta e riduzioni della misura delle agevolazioni e delle detrazioni vigenti tali da assicurare maggiori entrate pari a 3.000 milioni di euro per l'anno 2015, 7.000 milioni di euro per l'anno 2016 e 10.000 milioni di euro a decorrere dal 2017. Le misure di cui al periodo precedente non sono adottate o sono adottate per importi inferiori a quelli indicati nel medesimo periodo ove, entro la data del 1º gennaio 2015, siano approvati provvedimenti normativi che assicurino, in tutto o in parte, i predetti importi attraverso il conseguimento di maggiori entrate ovvero di risparmi di spesa mediante interventi di razionalizzazione e di revisione della spesa pubblica.
Una vera e propria mannaia