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ECONOMIA

Ue: Juncker, i proiettili della cerbottana di Bruxelles

Economisti e operatori di mercato amano chiamare le politiche straordinarie tanto attese della Bce “bazooka”. Se Mario Draghi ha facoltà di sparare qualche razzo (il famoso quantitative easing, l’acquisto massiccio di titoli di Stato per immettere liquidità), la Commissione europea di Jean Claude Juncker pare essersi ormai rassegnata a usare soltanto una cerbottana. I cui proiettili possono creare qualche fastidio al grande nemico – la stagnazione dell’economia reale – senza scalfirlo.

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Ieri Jean Claude Juncker ha presentato al Parlamento europeo qualche dettaglio del suo programma politico. Sorvoliamo sugli annunci di una migliore equità fiscale, poco credibili se arrivano dall’ex premier del Lussemburgo sotto accusa proprio per gli accordi privilegiati concessi alle multinazionali quando era a capo del Gran Ducato. E speriamo che il “nuovo approccio all’immigrazione” sia qualcosa di concreto, visto che l’Italia è sicuramente il Paese più interessato all’argomento. L’idea di cancellare circa 80 proposte di legge all’esame del Parlamento è una buona idea, per mettere meglio a fuoco le priorità politiche. Che sono note da tempo: aiutare disoccupati più giovani e quelli maturi difficili da ricollocare a rimanere attivi, sviluppare il digitale e l’unione dell’energia. Ma la sostanza resta il piano di investimenti: 21 miliardi che devono diventare 315, i capitali pubblici fanno da garanzia a progetti finanziati da privati.

Juncker non ha ancora risposto alle obiezioni sollevate al suo piano, ben riassunte dall’ex direttore esecutivo del Fmi Andra Montanino sul sito Euobserver.com. Primo: i progetti saranno selezionati dalla Banca europea degli investimenti, ma i soldi ce li devono mettere soprattutto i privati. Il rischio è che i progetti che sarebbero stati comunque finanziati otterranno soldi “con lo sconto”, grazie ai capitali pubblici usati come garanzia che riducono il costo del credito, mentre quelli poco attraenti verranno comunque snobbati.

Seconda obiezione: questi schemi di finanziamento pubblico-privato già operano a livello nazionale. Perché il piano Juncker dovrebbe funzionare là dove questi hanno fallito? Pensate all’Italia: difficile immaginare che all’improvviso si faccia la banda larga grazie agli investimenti europei, visto che le risorse sarebbero già disponibili (Cassa depositi e prestiti) ma manca la volontà politica e industriale (Telecom) per farli. Terzo: i privati cercheranno di finanziare i progetti più redditizi che, inevitabilmente, saranno soprattutto nei Paesi che crescono di più. E che quindi avrebbero meno bisogno di aiuti. Juncker continua a parlare del suo piano, ma a queste obiezioni non ha ancora dato risposta.   

 

Standard&Poor’s taglia rating dell’Italia
a un gradino sopra il livello ‘spazzatura’
. DRAGHI NON SI MUOVE E CIO' PUO' ESSERE MOLTO PERICOLOSO....

Il sentimento di ieri sui mercati finanziari era la delusione: la Banca centrale europea di Mario Draghi non annuncerà a breve l’atteso Quantitative easing, l’acquisto massiccio di titoli di Stato, e se mai lo farà, il programma non sarà all’altezza delle attese.

Le borse hanno reagito male alla conferenza stampa mensile di Draghi, anche se, in apparenza, avrebbero dovuto festeggiare: “L’acquisto di titoli di Stato rientra chiaramente nel mandato della Bce”, ha detto il presidente aggiungendo due dettagli. Primo: con la bassa inflazione, nelle nuove stime sarà 0,5 per cento nel 2015, attuare misure straordinarie non è un’opzione ma quasi un dovere, perché non agire equivale a una stretta di politica monetaria. Secondo: la decisione può essere presa anche a maggioranza, cioè senza il parere positivo della Bundesbank tedesca che continua a opporsi. Draghi ha anche ribadito che l’obiettivo è riportare il bilancio della Bce sui livelli di marzo 2012. Che equivale alla promessa di comprare fino a 1.000 miliardi di titoli di Stato e altri asset per immettere liquidità nell’economia europea, alleggerire i bilanci delle banche, spingere la ripresa, lasciar correre un po’ l’inflazione e quindi ridurre il peso del debito per chi deve pagare gli interessi (erosi dall’inflazione).

E allora perché i mercati hanno reagito così male? Piazza Affari ha fatto -1,97, il contagio è arrivato anche a Wall Street. La spiegazione è nei toni e nella prudenza: Draghi ha chiarito che il Quantitative easing, dato ormai per certo, non sarà il miracolo che in tanti attendono. Sarà semplicemente un’operazione di politica monetaria – visto che non si possono più tagliare i tassi di interesse nominali, fermi allo 0,05 per cento, si usa la leva degli acquisti di titoli per smuovere le cose – e non sarà un sostegno ai governi. Nessuna “monetizzazione del debito”, vietata dai trattati e dallo Statuto Bce: i soldi, par di capire, andranno a chi ha titoli di Stato in portafoglio, non ai governi che emettono nuovo debito, come è successo con i Quantitative easing degli Stati Uniti attuati dalla Federal Reserve negli ultimi cinque anni.

La Bce ha un problema monetario, ma non si sta caricando i destini dell’intera area euro, come fece nel 2012 lanciando le operazioni Omt (la promessa di acquisti illimitati del debito di un Paese che facesse richiesta di aiuto). Questa volta gli interventi non saranno mirati, ma erga omnes, per tutta la zona euro. “Non siamo politici, abbiamo un mandato molto preciso”, ha sottolineato Draghi per spiegare che non può essere lui a risolvere i problemi dei governi alle prese con la stagnazione e la disoccupazione a due cifre. Anche i tempi sono incerti: se mai il Quantitative easing sarà annunciato, bisognerà aspettare almeno febbraio, o magari marzo, chissà. La Bce prende tempo. La spiegazione di questa tattica all’apparenza dilatoria la offriva il FinancialTimes di ieri: i Quantitative easing funzionano soltanto prima di essere lanciati per davvero, perché gli investitori comprano titoli di Stato sapendo che un domani potranno rivenderli alla Banca centrale. E così i rendimenti scendono, assieme al costo per i governi di emettere nuovo debito: sul mercato i Btp italiani a dieci anni hanno un rendimento bassissimo, sotto il 2 per cento.   

Ma quando il Quantitative easing parte davvero e la Bce comincia a comprare, i rendimenti possono salire, cioè andare nella direzione opposta a quanto sperato. “L’unica cosa sensata da fare quando una Banca centrale stampa denaro è vendere bond. Il fatto che loro li comprino non importa”, spiegava al Financial Times Laurence Mutkin di Bnp Paribas. E se tutti vendono, il rendimento richiesto per detenere l’obbligazione in portafoglio aumenta. Morale: il Quantitative easing di Draghi sta già funzionando, il debito costa sempre meno e in sei mesi l’euro è passato da 1,36 dollari a 1,21. Quando la Bce comprerà davvero, ci potrebbe essere il contraccolpo. A Draghi conviene tenere i mercati col fiato sospeso.  

Petrolio sotto 70 dollari e Wall Street frena
Effetto Draghi, nuovo minimo per i Btp: 133

Risparmi di tre miliardi per il Tesoro. I mercati Ue fiacchi dopo il nuovo calo dell'inflazione Ue. Continuano i ribassi del petrolio dopo la scelta dell'Opec di non tagliare la produzione: pesante il comparto energetico. In rosso Piazza Affari, l'Europa chiude in parità con Wall Street che frena dopo il nuovo calo del Wti

VERSO LA TEMPESTA PERFETTA??

LA CORSA AL DEBITO ITALIANO, COSA C'E' DIETRO??Debito, le cose vanno un po’ troppo bene. E’ una bolla?

Due giorni fa a Piazza Pulita, su La7, l’imprenditore-politico romano Alfio Marchini ha detto che l’Italia deve ristrutturare il suo debito perché così non è più sostenibile e impedisce la ripresa. Un’impresa cerca di convincere i creditori a un rinvio dei rimborsi o a uno sconto quando non è più in grado di pagarli. Per uno Stato sovrano, che ha continuo bisogno di finanziarsi sul mercato, equivale al default.

bollaSi potrebbe discutere per giorni se la traumatica ricetta ha senso. Ma è più interessante la premessa: davvero il debito italiano è insostenibile? Sembra di no: il rendimento dei buoni del Tesoro a 10 anni è passato in un anno dal 4,09 per cento al 2,17, costa oggi la metà che a fine novembre 2013. Nell’ultimo Rapporto sulla Stabilità finanziaria della Banca d’Italia si legge che il ministero del Tesoro ha riportato la durata media del debito residuo a 6,4 anni: una buona notizia, nei tempi difficili si accorcia perché finanziarsi a breve costa meno ed è più facile se gli investitori non si fidano di avere indietro i loro soldi dopo 10 anni. A fine giugno, ultimi dati disponibili, la quota di debito italiano in mano a non residenti, quelli più inclini a vendere in caso di panico, era il 29,4 per cento, in aumento del 2,4 rispetto alla fine del 2013. E, visto che i buoni del Tesoro rendono meno, di tutti quelli in circolazione ora le banche italiane ne hanno il 20,1 per cento. Tantissimo, ma meno del 21,7 di un anno fa. Un’inversione di tendenza importante. In estate si è vista una certa fuga dagli asset italiani, misurata nel sistema Target2 (compensazione tra Banche centrali dell’area euro), ma Bankitalia dice che “probabilmente” si è trattato solo dell’effetto di alcune operazioni del Tesoro nella gestione del debito. Dal lato del debito va tutto bene, insomma. Anche troppo.

La crescita non si vede, il Pil nel 2015 crescerà al massimo dello 0,5-0,6 per cento, il debito aumenterà ancora al 133,8 per cento, il deficit sarà almeno il 2,7 (ma molti si aspettano che, a consuntivo, quel del 2014 risulterà superiore al 3 per cento, trascinando al rialzo il dato 2015 e innescando sanzioni europee). La manovra è piena di buchi, tra clausole di salvaguardia, tagli lineari dall’impatto incerto e misure anti-evasione che, seppur descritte come serie dai tecnici, possono essere valutate davvero soltanto ex post. Se i mercati fossero razionali, dovrebbero guardare con maggiore sospetto all’Italia, soprattutto ora che la Banca centrale europea sembra bloccata tra le promesse di Mario Draghi e i veti del tedesco Jens Weidmann. Invece gli investitori continuano a trattarci con benevolenza. Quando nella finanza ci sono cose inspiegabili, spesso si tratta di bolle, cioè di comportamenti assurdi basati su ipotesi sbagliate. Tutte le bolle scoppiano. E di solito fanno molti danni.  

L’oro nero di Renzi, l'incredibile ribasso del petrolio e dell'euro,uniti al QE, spingeranno il PIL italiano?

Il governo si attende l’anno prossimo una crescita del Pil dello 0,6%. Ma l’Istat vede uno 0,5% , l’Ocse si attende un misero +0,2%  e Moody’s addirittura una crescita nulla. Persino la Bce vede nero. Il più ottimista è il Fmi (0,8%), le cui stime però risalgono allo scorso settembre. Quanto alla gente comune, dopo anni di falsi annunci sull’imminenza di una ripresa, nessuno ha più voglia di illudersi.

Eppure il Fmi questa volta potrebbe avere ragione, grazie alla guerra dei prezzi in corso sui mercati petroliferi globali. L’Arabia Saudita sta cercando di mettere fuori mercato lo shale oil e lo shale gas americani: le quotazioni crollano, e il settore (che ha in carico enormi investimenti fissi) traballa. Finora i prezzi del petrolio sono scesi di circa il 27% in dollari e del 20% in Euro. E non sembra finita qui. L’International Energy Agency si attende prezzi in ulteriore calo almeno fino alla prossima estate.

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È un classico dei mercati oligopolistici: il produttore ‘leader’ (con i costi più bassi) riduce temporaneamente i suoi profitti al fine di impartire una lezione memorabile a chiunque, anche in futuro, pensasse di entrare nel settore. E i potenziali ‘entranti’ non mancano: dalla Russia alla Cina, dal Brasile al Sud-Africa.

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L’Italia spende circa 60 miliardi di euro all’anno nell’importazione di prodotti energetici: soprattutto petrolio (31), gas (20), energia elettrica (3,5), combustibili solidi (2) e biomasse (1,5): il 4% del Pil. Una riduzione del 15% della bolletta energetica nazionale può far salire il Pil di 0,5%, senza considerare gli effetti positivi di un miglioramento delle aspettative energetiche sui contratti a lungo termine. Inoltre grazie allo shock petrolifero la crescita globale dovrebbe accelerare: il Fmi stima un +1% (basta rovesciare il Grafico ‘Scenario 2’ a pag 16). Unita al deprezzamento dell’euro, la maggiore crescita – soprattutto nei paesi europei – può stimolare le esportazioni e la domanda interna per un altro 0,4% (nonostante alcuni effetti perversi per via della deflazione). Se l’anno prossimo la crescita italiana sorprenderà, dovremo ringraziare l’ottuagenario sceicco Ali bin Ibrahim Al-Naimi.

Per l’Italia, si tratta di un’occasione unica per uscire dalla crisi. La bilancia commerciale nel 2015 tenderà ad un surplus vicino al 2% del Pil: se perciò la politica si orientasse verso un rilancio della domanda interna, non dovrebbe scontrarsi con il c.d. ‘vincolo estero’. E d’altro lato, l’imminente quantitative easing della Bce fornirà finanziamenti a basso costo. Ma i responsabili della politica economica coglieranno quest’occasione? Il punto cruciale, per venirne fuori, è dare una svolta delle aspettative: e a tal fine occorre un ‘cambio di regime’. Un aumento della spesa pubblica in infrastrutture, in beni e servizi, e per il sostegno alla povertà assoluta è il modo più efficace per stimolare la domanda interna con pochi soldi: essi rientrerebbero abbondantemente, nel giro di due anni, grazie all’ampliamento della base imponibile. Se invece il governo si farà prendere dal panico – a causa della prevedibile caduta del gettito delle accise sui carburanti, e dei richiami europei – ed alzerà le tasse, la svolta delle aspettative non ci sarà; e fra due anni ci potremmo ritrovare con i prezzi del petrolio nuovamente in crescita.

 

 

EURO CHECHING,USCIRE DALL'EURO SI PUO'

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Le riforme strutturali sono depressive

In questi anni abbiamo più volte osservato che in una Grande Recessione l’economia smette di funzionare in modo normale. La ‘trappola della liquidità’ genera un mondo alla rovescia “dove la virtù è vizio, ed il vizio virtù” (Krugman). Qualche esempio:
– L’austerità non riduce il debito pubblico (i moltiplicatori fiscali sono molto più alti del solito)
– I tagli alla spesa pubblica sono più depressivi dell’aumento delle tasse
- Tuttavia alzare l’Iva è molto depressivo (Giappone)
– Stampare base monetaria (M0) non aumenta significativamente la massa monetaria (M3)
– Una crescita della massa monetaria M3 non aumenta l’inflazione
- Ampliare il deficit pubblico non alza i tassi d’interesse
- Le crisi dei titoli pubblici (spread) “non dipendono tanto dal debito pubblico” quanto “piuttosto… dalla banca centrale”: ipse dixit! (Draghi)

Queste proposizioni keynesiane standard sono contro-intuitive. Ma chi ha perseverato nelle politiche di stimolo della Domanda (Usa) si è salvato anche se ha ignorato le Riforme Strutturali (RS). Al contrario, chi (Eurozona) ha ignorato la Domanda e ha insistito sulle politiche dell’Offerta è rimasto sott’acqua. Il grafico evidenzia come la ‘svolta’ verso l’Austerità e le RS, fra la fine del 2010 e il 2011, abbia coinciso con l’avvio della grande divergenza negativa dell’Eurozona. Gli stessi paesi europei fuori dall’Euro – Bulgaria, Romania, ecc. -, non certo modelli di efficienza, hanno fatto talmente meglio da alzare notevolmente la performance dell’Europa (linea intermedia) rispetto all’Eurozona.

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È legittimo pertanto chiedersi se in questa situazione anche le RS abbiano impatti diversi da quelli annunciati. Ma cosa s’intende con ‘RS’? Pare una terminologia seduttiva e ‘acchiappatutto’: chi non vorrebbe una riduzione dei tempi della giustizia, della burocrazia o dell’evasione fiscale? Per i critici, la retorica nasconde un solo obiettivo: liberalizzare il mercato del lavoro. Il ministro Padoan però nega: “Abbiamo una strategia” – afferma – che include, oltre al mercato del lavoro, anche riforme per favorire la concorrenza nei mercati dei beni e servizi. È il ministro dell’Economia: va preso sul serio. Gli obiettivi di questa strategia neoclassica (liberista) sono: aumentare la produttività e ridurre i prezzi (salari), per espandere la capacità produttiva e la competitività, e in ultima analisi il Pil.

Il grafico sotto illustra il modello più utilizzato dagli studenti di Economia. Le linee continue della Domanda (AD) e dell’Offerta (AS) aggregata descrivono la situazione in tempi normali. Il sistema economico si trova inizialmente nel punto E, dove s’incontrano AD e AS. Le RS del Governo mirano a spostare la funzione di Offerta (AS) verso destra e verso il basso, e il sistema da un punto E a un punto E’, dove il PIL (asse orizzontale) è più alto.

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Ma cosa succede se con la Grande Recessione il modello neoclassico salta, e AD e AS mutano in quelle tratteggiate?

Effetto deflazione sul deleveraging – La funzione di Domanda aggregata diventa crescente; uno dei motivi è il c.d. ‘Effetto Fisher’: ogni calo dell’inflazione aumenta il peso reale dei debiti e deprime i consumi. Le RS e i guadagni di produttività provocano uno spostamento di AS’ verso il basso e verso destra e del sistema da E’’ a E’’’, dove il PIL è più basso!

Effetto deflazione sui tassi reali – Il calo dei prezzi provocato dalle liberalizzazioni alza il tasso di interesse reale, deprimendo consumi e investimenti. E poiché il muro contro cui sbatte il Pil in questa fase è la Domanda (la gente non compra), il calo dell’inflazione aggrava la crisi.

Effetto incertezza – Una delle ipotesi implicite nel modello neoclassico è l’invarianza dell’avversione al rischio: bassa, esogena, data. Ma una liberalizzazione – ad es. del mercato del lavoro – toglie la sicurezza del “posto di lavoro” a venti milioni di occupati, inducendoli ad un maggiore risparmio precauzionale (meno consumi). Al tempo stesso, accresce le speranze di trovare impiego (e la propensione al consumo) di cinque milioni di disoccupati. L’ipotesi neoclassica è che i due effetti si compensino. Tuttavia la presenza di avversione al rischio, fortemente stimolata dalla crisi, fa si che il primo effetto sia forte mentre il secondo sia debole. A parità di posti di lavoro, la Domanda Aggregata cala: nel grafico, AD’ si sposterebbe a sinistra.

Effetto ricchezza vs isteresi – Riconoscendo che lo stimolo all’Offerta non serve quando la crescita è bloccata dalla (scarsa) Domanda, per promuovere comunque le politiche dell’Offerta (e indurre la Germania e i paesi latini a un compromesso sull’Euro) Draghi ricorre al seguente argomento. ‘Se aumenta la produttività, aumenta il Pil potenziale, e quindi il reddito nazionale (Pil) futuro. Assumendo aspettative razionali, la prospettiva di arricchirsi in futuro dovrebbe stimolare subito l’ottimismo e i consumi’. In termini grafici, AD’ si sposterebbe a destra ed il Pil aumenterebbe, grazie all’effetto fiducia. Ammettiamo pure che le aspettative siano razionali (dubito): in tempi normali, potrebbe funzionare. Purtroppo però in questa congiuntura l’Offerta non genera la sua Domanda: piuttosto il contrario. E poiché, come illustrato, le RS nel breve termine riducono la Domanda, ciò (a causa dell’isteresi) riduce il Pil potenziale, e il Pil futuro; a causa delle aspettative razionali AD’ si sposta a sinistra, l’effetto ricchezza cambia di segno e diventa depressivo!

Le liberalizzazioni infine si concentrano nei settori protetti e non esportatori: per questo e per altri motivi l’effetto sulla bilancia commerciale è incerto.

Per uscire dalla crisi, nel breve termine bisognerebbe fare il contrario delle RS: aumentare le tutele sul lavoro, ridurre il grado di concorrenza, e spingere i alto i prezzi: meglio se in tutta Europa. Draghi dice che da sola la BCE non ce la fa a combattere la deflazione? Allora bisognerebbe dargli una mano! Vuol dire che dobbiamo per sempre rinunciare alle liberalizzazioni e alle politiche di offerta, e promuovere i monopoli? Nient’affatto. Se le RS fossero congegnate oggi in modo tale da entrare in vigore solo in futuro, quando dovesse tornare la (quasi) piena occupazione, si otterrebbe oggi un effetto ricchezza positivo (senza isteresi). Viceversa, un aumento temporaneo delle protezioni e delle rigidità anti-concorrenziali spingerebbe in alto i prezzi e i salari, favorendo il deleveraging dei debitori, il calo dei tassi d’interesse reali, e stimolando la domanda.

Molti commentatori faticano ad afferrare che oggi certe Riforme Strutturali – che dopo l’austerità ci vengono ora proposte dall’Europa – non solo “non bastano” per uscire dalla crisi: sono proprio dannose!

 

La BoJ stupisce i mercati: nuovi stimoli. Milano vola a +3%, spread giù a 151 punti

La Banca centrale nipponica ha deciso di ampliare l'obiettivo di espansione della base monetaria per contrastare la scarsa inflazione e ridare slancio all'economia. Il Nikkei (+4,8%) sale ai massimi da sette anni, crolla lo yen. Il rendimento dei Btp decennali scende al 2,35%. Euro sotto 1,25 dollari, non accadeva dall'agosto 2012. Perdono terreno oro e petrolio. Rally di Piazza Affari

Bce, lunedì 20 ottobre 2014 via all'acquisto di covered bond: una pioggia da mille miliardi

 

La legge di stabilità non stabilizza

 

 

Atene riaccende l'allarme: l'Europa è più debole per poter reggere a un altro terremoto

La Germania si è opposta a sostenere ancora una volta l'economia greca e ora rischia di far travolgere l'euro

 

Il G20 non è più quello di una volta, ora contano solo i koala

 

 

Bonus 80 euro: calcolare gli effetti con cura

 

Uscita dall’euro: M5S costruisca un fronte comune con le altre opposizioni

 

 

Bce, lo scudo 2012 di Draghi non è impenetrabile

Ci siamo abituati a pensare che la Banca centrale europea possa e debba fare tutto per contrastare la crisi e che soltanto per qualche resistenza tedesca non intervenga con la decisione di cui sarebbe capace. Non è così. Ci sono dei vincoli giuridici che tendiamo a dimenticare, vincoli che Mario Draghiha spinto fino al loro limite estremo (e forse un po’ oltre) ma che resistono.

 

Ieri Hans-Georg Kamman, il capo dei legali della Bce, ha difeso la sua istituzione davanti alla Corte di giustizia europea dove è approdato il ricorso sulla legittimità delle Operazioni monetarie definitive (Omt), annunciate da Draghi nel luglio 2012 con il famoso discorso del whatever it takes, tutto il necessario per salvare l’euro. Peter Gauweiler, politico bavarese della Csu, è il primo firmatario di una denuncia contro la Bce presso la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe, la quale ha poi rinviato il caso alla Corte europea di Lussemburgo.

Le obiezioni di Gauweiler non sono peregrine: con le Omt la Bce si impegna ad acquisti illimitati dei titoli di Stato dei Paesi che fanno richiesta di un programma di sostegno finanziario al Fondo salva Stati Esm, in cambio si impegnano a un programma di riforme. Anche se nessuno ha usato le Omt finora, sostiene Gauweiler, queste operazioni potrebbero violare i trattati: la Bce va oltre il suo mandato e condiziona la politica dei singoli Paesi, altera le dinamiche di mercato obbligazionario e distorce l’attribuzione di prezzi in base alla rischiosità del debitore, la possibilità di acquisti illimitati aggira il divieto di finanziamento monetario (cioè di risolvere da Francoforte i problemi di debito) ed espone la Banca centrale al rischio di perdite.Perché se poi uno Stato va comunque in bancarotta, la Bce subisce il danno e quindi, pro quota, lo subiscono anche gli Stati che ne sottoscrivono il capitale tramite le rispettive banche centrali.

Cosa risponde la Bce? L’avvocato Hans-Georg Kamman ha spiegato che nel 2012 la situazione era drammaticamente difficile e che quindi qualcosa andava fatto. “La stabilità dei prezzi era davvero a rischio”, ha detto, per chiarire che la Bce si è mossa nel rispetto del suo mandato. Argomentazioni condivisibili, ma dall’efficacia giuridica limitata. La Corte europea ci metterà probabilmente oltre un anno e mezzo a decidere, tempi geologici rispetto a quelli della finanza. E forse i mercati neanche se ne preoccupano più delle Omt, ormai il mondo è cambiato rispetto al 2012. Però va tenuto presente che tutti i dubbi (legittimi) sulle OMT si porrebbero all’ennesima potenza per un eventuale Quantitative easing, cioè l’acquisto massiccio di titoli di Stato senza neppure precise condizioni abbinate, come strumento contro la deflazione. La causa in Lussemburgo non produrrà danni reali, ma è un utile a ricordarci che la politica monetaria si è già spinta al limite consentito dalle leggi europee.

Fiat lascia l'Italia e vola a Wall Street: addio al titolo dopo 111 anni

Il Lingotto era arrivato a Piazza Affari nel 1903, venerdì l'ultima seduta a Milano: lunedì debutterà Fca (Fiat Chrysler Automobiles). Si completa il disegno strategico annunciato da Gianni Agnelli nel 1999

 

 

E il dato Istat è peggiore delle previsioni:-0,2%

 

Crescita zero nelle stime Istat
Ideal Standard, l'azienda conferma: "Orcenico chiude".

 

Il deficit è un gioco di prestigio: miracoli per evitare la manovra

 

Meridiana licenzia 1634 persone e blinda sede: “Filo spinato per chiudere l’ingresso”

Meridiana, 1.600 persone in mobilità "Passo obbligato sebbene doloroso"

 

Alitalia-Etihad  firmata la "svolta sexy" che costerà allo Stato almeno 600 milioni  Esuberi e soldi pubblici: giravolte di Lupi
 
 
La compagnia di bandiera ha siglato l’intesa che permetterà al vettore del Golfo di diventare socio al 49%. L'ad della compagnia del Golfo, James Hogan: "Non sarà una rivoluzione ma una evoluzione, vogliamo rendere Alitalia più sexy". Intervento di Poste, amortizzatori sociali e banche: ecco il costo per la collettività (di F. Capozzi). Videoblob: tutti gli annunci del ministro (di G. Ruccia) 

 

Alitalia-Etihad  firmata la "svolta sexy"
che costerà allo Stato almeno 600 milioni
 
Esuberi e soldi pubblici: giravolte di Lupi

 

 

Così le banche preferiscono finanziare lo Stato

Le nuove operazioni di rifinanziamento lanciate dalla Bce riusciranno a garantire la ripresa del credito nei paesi dell’Eurozona? Negativo il fatto che l’incentivo non riguardi i mutui. Ma il vero problema sono i vincoli troppo deboli imposti alle banche sull’utilizzo dei fondi presi a prestito.

 

 

 

 

 

Shale gas, il miraggio sta già svanendo

 

Il successo dell’estrazione di petrolio e gas da giacimenti non convenzionali, in particolare le formazioni di scisti (in inglese shale), è uno dei rari raggi di luce negli anni bui di Grande Recessione. L’impatto è stato impressionante. Da quattro anni gli Usa sono il maggior produttore di gas al mondo e da inizio 2014, con l’equivalente di 11 milioni di barili di petrolio al giorno, sono in testa alla produzione globale di idrocarburi. Il prezzo del gas naturale negli Usa, che a giugno del 2008 aveva superato i 12 dollari per milione di Btu (British thermal units, l’unità di misura più diffusa per il prezzo del gas), piombò a meno di 3 dollari a settembre 2009 e poi fino a un minimo di 2 dollari nell’aprile del 2012. Oggi il prezzo si aggira intorno ai 4 dollari per mBtu. Gli Usa un tempo rassegnati a massicce importazioni di gas liquefatto dal Qatar ora pianificano di esportare verso l’Europa (dove il gas vale 10 dollari per mBtu) e il ricco mercato asiatico (in Giappone il prezzo è circa 15 dollari) e addirittura verso il Medio Oriente.

In taluni settori manifatturieri, inclusi quelli che avevano trasferito le fabbriche in Asia o Messico, ora i costi energetici contenuti (e l’inflazione salariale nei Paesi emergenti) rendono gli Stati Uniti una localizzazione competitiva. L’ottimismo generato da questa manna energetica ha indotto a prevedere che gli Usa possano raggiungere l’autosufficienza energetica nel 2020. Tale epocale inversione non ha sconquassato solo l’economia, ma ha anche accentuato l’istinto isolazionista dell’America profonda e di Barack Obama. Il presidente infatti ha trascurato Libia, Siria, Iraq e teatri di guerra che un tempo avrebbero acceso l’allarme rosso alla Casa Bianca e si è ridestato lentamente dal torpore geopolitico solo di fronte agli sgozzamenti. Sull’approvvigionamento energetico classe politica, Pentagono, società petrolifere e Wall Street (che ha riversato cascate di dollari su progetti targati shale) dopo decenni di patemi e tensioni sono convinti di potersi rilassare.

Tuttavia da questo altare di certezze si odono mandibole di tarli in piena attività: i successi iniziali sono stati inopinatamente proiettati nel futuro per attirare capitali e gonfiare l’ennesima bolla. Una serie di studi del Bureau of Economic Geology (BEG) all’Università del Texas – una tra le più autorevoli think tank in campo energetico – ha rielaborato le previsioni iniziali sulla produzione di shale gas alla luce dei dati fin qui rilevati nei maggiori giacimenti. Tali studi condotti da geologi, economisti e ingegneri forniscono un’analisi, disaggregata per singolo pozzo, fino al 2030 sulla base di diversi scenari di prezzo (che determinano la convenienza economica dell’estrazione). Emerge che, in contrasto con le iniziali proiezioni, la produzione nel bacino texano di Barnett (il più vecchio) segue un declino esponenziale: la produzione raggiunge un picco nei primi mesi di attività, per poi crollare, invece di stabilizzarsi.
Per compensare il rapido declino dei primi pozzi (più promettenti e meno costosi) si deve trivellare più intensamente e con tecnologie più sofisticate e i costi si impennano. Piani di investimento e aspettative di profitti rischiano di trasformarsi in perdite per azionisti e finanziatori incauti.

Da altri grandi giacimenti di shale gas sfruttati da minor tempo, come Haynesville e Marcellus, si temono analoghi dispiaceri. Oltre al gas, anche i dati dai pozzi di petrolio da scisti di Eagle Ford in Texas, elaborati da Arthur Berman indicano un preoccupante declino. La Shell ha iscritto a bilancio perdite per 2, 1 miliardi di dollari dall’investimento in Eagle Ford. Un altro colosso mondiale delle materie prime, BHP Hilton, che aveva scommesso 20 miliardi di dollari sugli idrocarburi da scisti ha annunciato di voler vendere metà dei suoi bacini. Una doccia gelida è anche arrivata dall’Energy Information Administration (EIA) del governo Usa che ha tagliato del 96 per cento (da 13, 7 miliardi di barili ad appena 600 milioni) le stime di petrolio estraibili dal bacino Monterey lungo circa 2500 chilometri in California e considerato (ormai erroneamente) il più grande degli States con due terzi delle riserve petrolifere non convenzionali. Insieme alle stime sono evaporati 2,8 milioni di posti di lavoro attesi entro il 2020, oltre a 24, 6 miliardi di dollari introiti fiscali e un 14 per cento di aumento del Pil californiano.

L’epopea dei combustibili fossili oscilla da due secoli tra presagi di esaurimento imminente ed esaltazione da scoperte di giacimenti giganteschi. Lo shale gas ha alimentato aspettative mirabolanti probabilmente destinate ad ridimensionarsi. Il miraggio dello shale aveva colpito dalla Polonia al Regno Unito, dall’Argentina alla Cina. Ma al di fuori del Nord America al momento non si registrano successi di rilievo. In Polonia si sono accumulate perdite e dispute tra governo società petrolifere, mentre Oltremanica il governo sembra scettico. In Italia – dove comunque non si segnalano sostanziali giacimenti non convenzionali e la Strategia Energetica Nazionale esclude espressamente estrazioni da scisti – la Commissione Ambiente della Camera ha approvato da pochi giorni un emendamento che proibisce il fracking, cioè la tecnologia per estrarre lo shale gas.

IL CONGRESSO EUROASIATICO A MILANO, 16 OTTOBRE 2014

 

Champions League 2014 al via: la coppa ‘democratica’ di Platini vale 1,3 miliardi

 

eBay si separa dai pagamenti di PayPal e li prepara alla quotazione

L'annuncio del consiglio di amministrazione del colosso delle vendite online. "Migliore decisione per un percorso di crescita di entrambe le società". Dan Schulman sarà il ceo

MILANO - Il consiglio di amministrazione di eBay ha dato il via libera all'operazione di spin-off di PayPal, il servizio di pagamenti online, ritenendo la decisione la migliore per un percorso di crescita e la creazione di valore per gli azionisti di entrambe le società. PayPal sarà anche quotata in Borsa. Dan Schulman, presidente della divisione per la crescita delle imprese in American Express, sarà il nuovo presidente della divisione dei pagamenti con effetto immediato. Una volta avvenuta la separazione, il 56enne Schulman assumerà l'incarico di ceo.

La decisione annunciata oggi segue l'attivismo di Carl Icahn all'inizio dell'anno, che puntava proprio a raggiungere il risultato di scorporare l'attività dei pagamenti dal maggior mercato online al mondo. Devin Wening, l'attuale presidente di eBay Marketplaces, sarà il ceo della nuova eBay. Nell'entità nascente non avranno invece ruoli esecutivi l'attuale ceo John Donahoe e il responsabile delle finanze Bob Swan.

"Per più di un decennio", ha detto proprio Donahoe in una nota, "eBay e PayPal hanno tratto benefici dal fatto di essere parte di un'unica compagnia, creando così valore per gli azionisti. Tuttavia, una profonda revisione della strategia all'interno del nostro board ha mostrato che continuare a mantenerle insieme anche dopo il 2015 diventa chiaramente meno favorevole per ciascun business, sia dal punto di vista strategico che competitivo".

PayPal ha oggi 152 milioni di utenti attivi e

ha visto nell'ultimo esercizio una crescita dei ricavi del 19% a 7,2 miliardi. Ebay ha acquistato PayPal nel 2002 per 1,4 miliardi di dollari in azioni. La reazione del mercato alla notizia è euforica (segui il titolo), a cominciare dal pre-mercato di Wall Street.

Letizia Brichetto Moratti, la manager con il buco del culo intorno

 

La “donna del fare”, chiamata al governo da Silvio Berlusconi, sfoggia con orgoglio il suo curriculum. Ma il gruppo da lei fondato nel 2000 si è trasformato in un buco senza fondo che ha inghiottito centinaia di milioni di perdite

“È presidente e maggiore azionista di Syntek capital group, società d’investimento attiva nel settore delle telecomunicazioni e dei media con sede a Monaco di Baviera”. Correva l’anno 2001 e Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti si raccontava così sul sito Internet del ministero dell’Istruzione. Lei, donna manager, “donna del fare”, chiamata al governo da Silvio Berlusconi, sfoggiava orgogliosa l’ultimo traguardo raggiunto in carriera. A un decennio di distanza, nella sua pagina online del Comune di Milano, la sindaca Moratti conferma: è ancora lei il socio principale nonché presidente dell’advisory board di Syntek. Solo che nel frattempo è successo di tutto.

Il gruppo fondato nel 2000 dalla moglie del petroliere Gianmarco Moratti si è trasformato in un buco senza fondo che ha inghiottito centinaia di milioni di perdite. Quasi peggio dell’Inter, gran passione dell’altro Moratti, Massimo. Anche lì i bilanci sono da tempo in rosso profondo, ma almeno la squadra ha fatto man bassa di trofei. Nel regno di Letizia, invece, si perdono quattrini e basta. E poi tocca al marito staccare l’assegno per far fronte al passivo.

Negli ultimi cinque anni l’avventura Syntek è costata una somma non inferiore ai 200 milioni di euro. I conti sballati della società con sede in Baviera hanno mandato a picco i bilanci della Securfin holdings, la società di famiglia di Gianmarco e Letizia Moratti. La stessa a cui fanno capo una serie di proprietà immobiliari in Italia e all’estero (Stati Uniti e Gran Bretagna), compresa la casa del sindaco in pieno centro di Milano e il castello di Cigognola, nell’Oltrepo Pavese.

Securfin holdings ha perso 11 milioni nel 2006, addirittura 112 milioni l’anno successivo, poi 45 milioni nel 2008 e altri 20 nel 2009, ultimo dato disponibile. Dal bilancio emerge che la holding targata Moratti vanta crediti per oltre 180 milioni nei confronti di una finanziaria olandese, la Golden.e, a sua volta esposta verso Syntek. Ma le probabilità di recuperare questi prestiti sono talmente ridotte che sono state iscritte all’attivo a valore zero.

Insomma, una situazione disastrosa. Mica male per una signora che ama sfoggiare le sue competenze manageriali. Proprio lei, l’erede dei Brichetto, una dinastia di assicuratori partiti da Genova alla fine dell’Ottocento. Certo, impegnata a fare il sindaco, forse Letizia Moratti avrà trovato poco tempo da dedicare alla sua Syntek. È un fatto, comunque, che nel suo ruolo di maggiore azionista e presidente dell’advisory board avrebbe comunque dovuto dare un occhio alla gestione aziendale e alla scelta degli investimenti.

A quanto sembra gli affari sono andati a rotoli sin da principio. L’iniziativa è partita troppo tardi per cavalcare a fine anni Novanta l’onda del boom della cosiddetta New Economy. In compenso è stata investita in pieno dalla crisi. Una delle operazioni meno fortunate (eufemismo) è però molto lontana dal mondo delle nuove tecnologie. Carte alle mano si scopre che la società controllata da Letizia Moratti è riuscita a perdere svariate decine di milioni con la Cargoitalia, una compagnia aerea per il trasporto merci. Nel 2008 Syntek ha messo in vendita l’azienda, passata al gruppo Leali con il supporto di Banca Intesa. Il conto finale è stato pesantissimo: 76 milioni di perdite. Un mezzo crac che ha lasciato il segno nel bilancio della holding.

Speranze di recupero? Pochine, al momento. E pensare che nel 2000, per lanciare la neonata Syntek, i Moratti chiamarono a raccolta una schiera di consulenti d’eccezione. Un vero parterre di grandi nomi della finanza internazionale. Scorrendo l’advisory board si incontrano personaggi come Antoine Bernheim, a lungo presidente delle assicurazioni Generali, l’avvocato Sergio Erede, titolare di uno degli studi legali più noti nella city milanese, Eckhard Pfeiffer, già numero uno di Compaq computer e molti altri ancora.

Nell’elenco spunta anche il nome di Sonja Kohn, banchiera con base in Austria che dopo la sua esperienza in Syntek è stata travolta dal crac di Bernard Madoff. Era lei, questa l’accusa, a vendere in Europa i prodotti finanziari del bancarottiere americano, protagonista di uno dei crac più clamorosi della storia di Wall Street. La Kohn, così come gran parte degli altri consulenti, ha da tempo rotto i rapporti con Syntek. Motivi d’immagine: meglio tenere le distanze da una società che perde soldi a rotta di collo. Così, alla fine, il cerino acceso è rimasto a Letizia Moratti. E il marito paga.

Dal dl competitività alla problematica ILVA, dalle gigantesche cirri Mediaset, MPS , EUROzona alla crescita dell apovertà

PSEUDO ISTITUZIONI

Rivoluzione catastale, abitazioni rivalutate in futuro anche del 180 per cento

Violante 675

Politica & Palazzo

Consulta, dopo 20 “no” Violante si ritira
E attacca: “Fermare deriva istituzioni”
Violante: uno dei fautori del potere televisivo berlusconiano appoggiando la legge sulle telecomunicazioni che tutelava l'impero basato sull'illecito della merda di Arcore con un obbligo fiscale ridicolo. In cambio il pappone doveva appoggiare la Bicamerale Costituzionale dalemiana dell'anno 2000. Non solo non l'appoggiò, ma di lì a poco le elezioni lo portavano al potere assoluto...
Elezione slitta. M5s: “Pd faccia suoi nomi”Di F. Q.

•Consulta, Renzi: “Appello alla parte seria di Grillo per accordo”

 

 IMPUNITA'

 

Processo Ruby, condannati in appello Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora

Processo Ruby, condannati in appello Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora

Giustizia & Impunità

Pene ridotte per concessione di attenuanti e riformulazione di reati, ma l'impianto accusatorio viene confermato: 4 anni e 10 mesi per l'ex direttore del Tg4, 3 anni per l'ex consigliera regionale Pdl, 6 anni e un mese per Mora. Le difese: "Faremo appello"

Dalla tempesta del bunga bunga si salva solo Silvio Berlusconi. La Corte d’appello di Milano infatti ha confermato le condanne per l’ex direttore del Tg4, Emilio Fede, l’ex consigliera regionale lombarda del Pdl, Nicole Minetti, e l’ex agente di spettacolo Lele Mora. I giudici riducono le pene per tutti, fanno cadere alcuni capi d’imputazione e ne riformulano altri, ma confermano l’impianto accusatorio di quello che è stato chiamato processo Ruby bis. Fede è stato condannato a 4 anni e 10 mesi, la Minetti a 3 anni, Mora a 6 anni e un mesecaso Ruby. In primo grado le pene erano state rispettivamente a 7 anni per Fede e Mora e a 5 per la Minetti. I tre erano accusati a vario titolo di induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile. A luglio, invece, la Corte d’appello aveva assolto Berlusconi sia dall’accusa di concussione sia dall’accusa di prostituzione minorile.

Fede, che era già stato assolto dall’accusa di induzione. In appello i giudici hanno riformulato le accuse per gli episodi che vedevano coinvolte la stessa Karima El Mahroug, Ambra Battilana, Chiara Danese e Imane Fadil: da favoreggiamento a tentativo di induzione alla prostituzione. Da qui la riduzione della pena. Alla Minetti, invece, i giudici hanno riconosciuto le attenuanti generiche e per questo la condanna è calata da 5 a 3 anni. Sensibilmente ridotta anche la pena per Mora perché nei sei anni e un mese inflitti dai giudici di secondo grado va compresa anche la pena per la bancarotta della sua società, per cui aveva patteggiato nel 2011. Il sostituto pg Piero De Petris, al termine della requisitoria, nella quale aveva parlato delle serate di Arcore come di un “lupanare“, aveva chiesto invece la conferma delle condanne di primo grado.

Mora si dice soddisfatto: “Sono emozionato, perché se fossi finito carcere si nuovo il mio fisico non avrebbe potuto reggere. Ho già pagato perché sono finito in carcere in isolamento per 14 mesi, trattato peggio di un terrorista. Non mi pento di quello che ho fatto perché se uno si pente non è uomo”. Toni diversi dagli avvocati della Minetti, Paolo Righi e Pasquale Pantano: “Con la Minetti si continua a usare la clava e fortunatamente la Cassazione non è a Milano”. I legali sono convinti dell’innocenza della loro assistita e anche che “questo processo vada celebrato a Monza”. Quindi quella della competenza territoriale sarà una delle questione che riproporranno nel loro ricorso davanti alla Suprema Corte con cui chiederanno l’annullamento del verdetto.

Si dice “amaramente sorpreso” Fede che ha appreso l’esito della sentenza dalla televisione: “Ho sentito solo un momento il mio avvocato, l’avvocato Paniz – dice all’AdnKronos – ma non so nulla di più di quello che ho sentito alla tv”. Tuttavia Fede aggiunge: “Tutta questa vicenda si commenta da sola. Rispetto la sentenza, ma mi viene da sorridere al pensiero che le serate di Arcore siano diventate il motivo dominante di tre anni della storia politica”. Anche Paniz che difende Fede assieme alla collega Alessandra Guerini, ha preannunciato che farà ricorso in Cassazione. “Le sentenze vanno rispettate e la Corte d’Appello ha dimostrato di essersi impegnata molto”, ha spiegato Paniz, chiarendo anche che Fede, qualora dovesse essere condannato anche in Cassazione, “non finirà in carcere”, ma ci sarà la possibilità, data la sua età, di chiedere i domiciliari.

Non è secondario ricordare che Paniz è stato un parlamentare del Pdl fino al 2013, ma in particolare fu lui a presentare la risoluzione votata dalla maggioranza (in pratica Popolo delle Libertà, che allora comprendeva le attuali Forza Italia e Nuovo Centrodestra, e Lega Nord) con cui la Camera respinse la richiesta dell’autorizzazione per le perquisizioni negli uffici del ragionier Giuseppe Spinelli, l’uomo che teneva la contabilità della famiglia Berlusconi e soprattutto – in questo caso – pagava le cosiddette “Olgettine”. Pdl e Lega votarono quel giorno (3 febbraio 2011) la tesi di Paniz: cioè che Berlusconi era convinto che Ruby fosse davvero la nipote di Mubarak. “Sapete meglio di me che la tutela dei rapporti internazionali passa anche attraverso telefonate come questa!”.

 

Tap (trans Adriatic Pipeline) non fornisce i dati sul rischio di incidenti
E ora il gasdotto nel Salento rischia lo stop

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Ambiente & Veleni
Regione Puglia da un lato, multinazionale Tap dall’altro. Nel mezzo, le disposizioni sul rischio di incidenti rilevanti, la normativa Seveso. E’ un contenzioso che potrebbe minare alle fondamenta la Valutazione di impatto ambientale già incassata dal Ministero dell’Ambiente lo scorso 28 agosto. E che la giunta Vendola potrebbe invalidare. Non un orpello: sulla quantità di gas presente nell’impianto e sui pericoli per le persone Tap continua a tacere, non avendo fornito i chiarimenti più volte richiesti dagli enti

 

Test medicina: meglio essere bocciati che studiare, ma perché Renzi non caccia la Giannini?

giannini-renziMa il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini può restare al suo posto? L’ex rettore di una università per stranieri ed esponente di un partito che non esiste più, è uscita indenne dal disastro dei test di ingresso scambiati: tutta la colpa è caduta sul consorzio interuniversitario Cineca, che ha invertito le prove nazionali di ammissione per le specialità di Area medica e Servizi clinici. Il Ministero ha annullato le prove. Va bene, facciamo finta di credere che una selezione gestita dal Ministero dell’Istruzione non sia responsabilità del ministro.

Ma c’è un’altra vicenda che è tutta colpa della Giannini, un caso incredibile rivelato dal Corriere della Sera di oggi in un articolo di Orsola Riva. Qui la responsabilità è tutta, ma proprio tutta del ministro che ha fatto una scelta dall’impatto simbolico e politico evidente.

Ecco la storia: l’8 aprile scorso ci sono i test di ammissione alla facoltà di Medicina. In base alle nuove regole vengono fatti su base nazionale come un concorso pubblico, tipo quello per i magistrati: i migliori, quelli con un punteggio più alto, avranno diritto a scegliersi per primi la sede universitaria, la più prestigiosa o quella più vicina a casa, a seconda delle preferenze. Visto che siamo in Italia, si consuma la classica ordalia di copiature, manomissioni, copiature, compiti molto meno anonimi del dovuto, e così via. Finisce con un ricorso al Tar, il tribunale amministrativo regionale che troppo spesso ha l’ultima parola su tutto, dalle elezioni agli appalti fino, appunto, ai test universitari. I 5000 esclusi dal test di medicina che hanno fatto ricorso vengono ammessi (che se ne fanno di un’ammissione a metà dell’anno? Mistero, ma meglio di niente).

A settembre il Ministero fissa i criteri: i ricorrenti possono iscriversi ma soltanto alla facoltà a cui il loro (basso) punteggio li rendeva meno distanti: ogni candidato aveva una classifica di sedi, i bocciati in pratica non potevano frequentare gli atenei più ambiti tipo Torino, ma soltanto a quelle di mezza classifica. Il 9 ottobre il colpo di scena: nuova circolare della Giannini, i bocciati possono andare dove vogliono, cioè nell’ateneo che era la loro prima scelta. Come se fossero stati bravissimi.

Immaginate uno studente bravo ma non tra i migliori che voleva tanto andare a Torino ma si è dovuto accontentare di Parma. O uno di Modena che, invece di poter studiare in una buona università sotto casa, è costretto dal suo punteggio a pagarsi un affitto a Piacenza. Se avessero fatto punteggi più bassi e si fossero fatti bocciare oggi, grazie al Tar, avrebbero diritto a un posto nell’università che ambivano a frequentare.

Con questa decisione il ministro Giannini conferma alcuni concetti utili da tenere a mente.
Primo: in Italia la meritocrazia non esiste. Secondo: studiare è una scelta da sfigati. Terzo: inutile illudersi di poter introdurre trasparenza nelle selezioni della classe dirigente, meglio sperare che le baronie locali riescano a selezionare candidati non soltanto fedeli ma anche svegli. Quarto: il numero chiuso all’università pare proprio essere estraneo al Dna italico.

La verità è che in questo Paese siamo avversi a ogni processo di selezione. Perché a noi piace essere cooptati, non battere gli altri in quanto migliori.

Il ministro Stefania Giannini ha almeno il merito di aver chiarito che questa è anche la visione del Ministero e dunque del governo renziano (che, in effetti, ha spesso premiato più il grado di renzismo che quello di competenza). D’altra parte era forse difficile aspettarsi qualcosa di diverso da un ministro che non ha percepito l’esigenza di dimettersi dopo che il suo partito Scelta Civica (di cui si è fatta anche nominare segretario per mancanza di alternative e contro il parere di diversi esponenti) ha preso lo 0,71 per cento, con 196.157 voti, con la lista Scelta Europea.

Se il premier Matteo Renzi vuole ancora essere credibile quando nei suoi prossimi discorsi pronuncerà la parola “meritocrazia” ha due alternative: o costringe la Giannini a cambiare la circolare sui test di medicina, o la costringe a cambiare lavoro.

 

 

Mega tangente per il petrolio in Nigeria
Indagato a Milano l'ad di Eni Descalzi

Mega tangente per il petrolio in Nigeria Indagato a Milano l'ad di Eni Descalzi
 
 
L'ipotesi dell'accusa è corruzione internazionale per l'acquisto della concessione del campo di esplorazione petrolifera Opl-245 della società Malabu. Presunta mazzetta da 200 milioni di dollari. Con il nuovo amministratore delegato sotto inchiesta anche l'ex ad Paolo Scaroni, il nuovo capo della Divisione esplorazioni Roberto Casula e Luigi Bisignani

 

 

Napolitano, una testimonianza blindata
Oggi l’udienza sulla trattativa Stato-Mafia

 

Il Quirinale sceglie la “sala oscura”, priva di finestre sull’esterno. Per magistrati e avvocati vietati
cellulari e tablet, non ammessi giornalisti. Al centro gli “indicibili accordi” evocati da D’Ambrosio

 

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Mafie

È una stanza senza finestre che danno sull’esterno, ed è per questo che nel ‘700 si era guadagnata l’appellativo di “Sala Oscura”. E’ il luogo scelto dal cerimoniale del Quirinale per l’attesa testimonianza del Capo dello Stato al processo sulla trattativa, in programma alle 10, che arriva dopo una lunga resistenza del Colle tra conflitti d’attribuzione e lettere ai magistrati di Palermo. Un’udienza blindata a cui parteciperà una trentina di persone tra giudici e legali

Per la prima volta nella storia della Repubblica, un Presidente sarà chiamato sul banco dei testimoni a deporre su quella che passerà alla storia come la Trattativa Stato-Mafia. Napolitano  si è servito di tutti i mezzi che aveva a disposizione per sottrarsi a questo confronto: dal conflitto di attribuzione sollevato davanti alla Corte Costituzionale alle lettere inviate a Palermo, dalle alzate di scudi da parte della stampa di regime in suo favore al negato permesso agli imputati di poter assistere alla sua audizione. Ma alla fine ha dovuto cedere. Diciamolo pure: è, questa, una piccola vittoria per le nostre istituzioni e una sconfitta per re Giorgio, il quale si troverà di fronte alle domande non solo dei magistrati, ma persino dell’avvocato di Riina. Se non al boss in persona, Napolitano dovrà rispondere almeno al suo difensore, a proposito dell’allarme lanciato dal Sismi sul pericolo che contro di lui e Giovanni Spadolini venisse compiuto un attentato, nell’agosto del 1993.

È una partita difficile, che può segnare l’ inizio del tramonto di re Giorgio. Se si sottrarrà alle domande, se si riparerà dietro una non disponibilità a testimoniare, con il suo silenzio rischierà di apparire reticente; se, invece, parlerà, sarà costretto a far filtrare alcune verità.

Ci sono fatti ed episodi inquietanti che andranno chiariti, circostanze e dubbi imbarazzanti di cui si deve ancora accertare la verità. La strano ruolo di Loris D’Ambrosio, ad esempio, il consigliere giuridico del Re, autore di una lettera in cui si faceva riferimento al suo coinvolgimento nella Trattativa, l’uomo che sapeva tutto morto improvvisamente, senza che sia mai stata disposta alcuna autopsia. Cosa dirà, o non dirà, Napolitano? Cosa farà?

In questi ultimi mesi, il suo ritiro sembrava ormai definito ed imminente: a gennaio avrebbe dovuto lasciare il Colle, dopo aver portato a compimento il suo obiettivo politico, che è stato quello di bloccare, dopo le elezioni politiche del 2013, il processo democratico del Paese, forzando e costringendo i partiti alle «larghe intese» ed all’asse Pd – Forza Italia. Ma non sarà così: Re Giorgio ha deciso di restare, almeno finché le cose non si saranno stabilizzate definitivamente, con l’approvazione della nuova legge elettorale e, soprattutto, con il perfezionamento dell’intesa con Bruxelles (pare che sia stato Draghi a convincerlo che il suo ruolo resta “fondamentale” per garantire il placet da parte dei mercati finanziari e della Germania alle politiche contro i lavoratori di Renzi).

Insomma: c’è ancora bisogno di Napolitano, in mancanza di un suo successore – sul quale non si è ancora trovato il nome, essendo non condivisi i due nomi da lui proposti a Renzi e Berlusconi  – , ad assicurare la “tenuta” del patto del Nazareno. Così il Re resterà. Ma ora, dal suo trono, dovrà perlomeno rispondere a quei giudici che non hanno ceduto, che  nonostante tutte le pressioni non hanno chinato la testa, e che, con le loro domande, forse non riusciranno a farlo cadere, ma, quantomeno, potranno rovinare il lieto fine di questa storia.

 

 

 
 

 

 

 

 

Dal senatore Azzolini al caso Ruby Rubacuori

 

 

EUROPA

Gas, riparte la guerra tra Russia e Ue
Putin: "Non facciamo più il South Stream"

Il capo del Cremlino minaccia: "Non ci danno il permesso di far passare i tubi in Bulgaria e noi lo portermo altrove". E' la risposta a Bruxelles che "sta ostacolando" il progetto che prevede il passaggio del gasdotto sotto il Mar Nero

MILANO - Scoppia una nuova guerra del gas tra Russia e Unione Europea. Il presidente Vladimir Putin ha minacciato Bruxelles di cancellare il progetto South Stream, il gasdotto che dovrebbe passare sul fondo del Mar Nero e collegare la Crimea russa con la Bulgaria, per poi approdare nell'Europa centro-meridionale. "La Ue continua a ostacolare il progetto - ha detto il capo del Cremlino in visita ufficiale in Turchia - se continua così porteremo il nostro gas altrove".

A scatenare la reazione di Putin è l'atteggiamento del governo di Sofia che non ha ancora dato il via libera al passaggio del metanodotto sul territorio nazionale: "Tenendo conto del fatto che finora noi non abbiamo ricevuto autorizzazioni dalla Bulgaria, noi crediamo che nelle condizioni attuali la Russia non possa continuare con la realizzazione del progetto".

In realtà, il cantiere per il South Stream è già partito. Ad aggiudicarsi la prima delle due linee dell'infrastrttura è stata, tra l'altro, l'Italiana Saipem, società di ingegneria controllata da Eni. Due navi posatubi sono già al lavoro nel Mar Nero. Ma è chiaro che senza poter passare per la Bulgaria prima, Romania e Serbia poi, continuare nelle opere non avrebbe senso.

Tanto è vero che Putin ha annunciato un accordo con il premier turco Erdogan per un aumento delle forniture alla Turchia pari a 3 miliardi di metri cubici, attraverso il gasdotto Blue Stream (pure questo realizzato da Saipem). Ha inoltre delineato l'intenzione di sviluppare un nuovo gasdotto lungo il confine greco-turco destinato ai soli "consumatori del sud Europa". 

Secondo gli addetti ai lavori, quella di Putin potrebbe essere solo una minaccia per spingere la Ue, contraria al progetto, a cambiare idea. Contando sul fatto che Gazprom fornisce circa un terzo delle forniture di gas all'Europa. In ogni caso una minaccia da prendere sul serio: "Il progetto non si farà più e questo è tutto", ha confermato molto seccamente il numero uno di Gazprom, Alexei Miller.

Commissione Ue, la colpa è tutta di Juncker: è l’ora delle dimissioni?

Il neopresidente della Commissione europea Jean Claude Juncker si deve dimettere? Guardiamo la situazione in astratto: documenti ufficiali dimostrano che il titolare di una delle più importanti cariche europee nella sua passata vita politica è stato responsabile di accordi segreti con grandi multinazionali che grazie a queste intese sono riuscite a sottrarre decine di miliardi di tasse ai Paesi in cui avrebbero dovuto pagarle. Questo è, in sintesi, il risultato dell’inchiesta del Consorzio Internazionale per il Giornalismo Investigativo: 340 aziende hanno spostato una parte delle loro sedi legali in Lussemburgo per fare “ottimizzazione fiscale”, cioè per pagare meno tasse usando metodi quasi leciti.Juncker

Due di queste corporation – Amazon e Fiat – sono già sotto inchiesta dalla Commissione europea guidata proprio da Juncker. Se si guardano i numeri, probabilmente ha fatto più danni alle finanze pubbliche europee Juncker che qualunque evasore fiscale. Eppure non se ne possono pretendere le dimissioni, come fa per esempio il Movimento Cinque Stelle. Perché era tutto noto: basta leggere la brochure promozionale del Luxembourg Stock Exchange, la Borsa del Granducato, per vedere che questo ricchissimo staterello non ha pudore nel presentarsi come uno snodo fondamentale per le imprese che devono eludere il fisco. Perfino Finmeccanica ha usato il Lussemburgo per pagare meno tasse allo Stato italiano, suo primo azionista (il nuovo management spiega che in futuro non succederà più).

Quando il Partito Popolare e poi il Consiglio e il Parlamento europeo hanno individuato in Jean Claude Juncker il successore di José Barroso alla Commissione, hanno applicato una specie di condono fiscale. O almeno morale. L’Europa accetta al suo interno quello che gli economisti chiamano arbitraggio fiscale o, meglio, “beggar thy neighbour” (frega il tuo vicino). La prosperità di nazioni sempre pronte a criticare la bassa competitività dei Paesi mediterranei indebitati si fonda quasi esclusivamente sulle furbate fiscali: Olanda, Gran Bretagna e soprattutto Irlanda hanno fatto della bassa imposizione fiscale la fonte della crescita. Uno sviluppo ammirato e celebrato ma che è soltanto l’altra faccia della colossale imposizione fiscale lamentata altrove, soprattutto in Francia e Italia. Lo scandalo “LuxLeaks” non è una notizia. La sanzione morale che comincia a colpire le aziende che aggirano il fisco in Europa invece è una cosa nuova. Juncker dovrà tenerne conto.

 

 

DAL FALLIMENTO GRILLO-FARAGE-LE PEN-SALVINI ALLA MOGHERINI MINISTRO DEGLI ESTERI UE

 

POLITICA ITALIOTA

L’Italia diventa il Paese più corrotto d’Europa
Persi altri due posti: peggio di Bulgaria e Grecia

Il giorno dopo l’operazione su mafia e politica a Roma (leggi), ecco il rapporto annuale di Transparency
Le altre nazioni europee recuperano posizioni, noi restiamo fermi. E veniamo scavalcati in classifica

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L’Italia è prima per corruzione tra i paesi dell’Ue. Lo scrive nero su bianco l’ultima classifica della corruzione percepita, il Corruption Perception Index 2014 di Transparency International, che riporta le valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione di 175 paesi del mondo. L’indice 2014 colloca il nostro Paese al 69esimo posto della classifica generale: peggio di tutti in Europa e ci piazziamo tra Sudafrica e Kuwait  di Elena Ciccarello

Matteo Renzi ospite di Lucia Annunziata a "In 1/2h": "Silvio Berlusconi è al tavolo, ma non dà più le carte"

"Berlusconi è una persona che sta al tavolo, ma non da le carte. Io faccio di tutto perché Berlusconi sia al tavolo...". Lo afferma Matteo Renzi ospite di Lucia Annunziata a "In 1/2 h". "Forza Italia non è più il partito di maggioranza", dice. Parlare con Fitto? "Ci sono altri che parlano con lui... Persone elette in Puglia in passato", osserva il premier. "Io faccio di tutto perché finisca la guerra civile in Italia. Voglio che Berlusconi stia al tavolo, ma ho idee diverse", conclude.

"Il tema della successione del capo dello Stato non bloccherà le riforme". Il tema della successione del Capo dello Stato non bloccherà il processo delle riforme. "Penso di no", dice Matteo Renzi, "mandare avanti le riforme è l'unico modo per mandare avanti" la legislatura, dice il premier. La riforma della legge elettorale "entro Natale andrà in Aula, inizierà l'iter in Aula ma non ci sarà il voto finale".

"Normale perdere consenso, importante credere in Italia". "Se devo essere sincero le dico di no. È naturale che quando provi a cambiare delle cose che stanno lì da anni, da decenni, ci sta di perdere il consenso". Così il premier Matteo Renzi, ospite di "In mezz'ora", su Raitre, risponde a Lucia Annunziata che gli chiede se gli dispiaccia aver perso del consenso, come emerge dai recenti sondaggi.

"Un politico vero deve cambiare il paese senza stare sempre a guardare i sondaggi. Se dovessi accontentare tutti farei esattamente come quelli che mi hanno preceduto. Quando si fanno le riforme un po' di gente si arrabbia. Possono anche perdere fiducia in me, ma l'importante è che gli italiani tornino ad avere fiducia nell'Italia", ha aggiunto.

"Astensionismo preoccupa, ma problema secondario". "Continuo a pensare che tutte le volte che uno non va a votare è un'occasione persa. Sono dispiaciuto e desolato, l'astensionismo mi preoccupa ma continuo a pensare che sia un fatto secondario". Lo afferma il premier Renzi in merito all'alto astensionismo alle Regionali in Emilia-Romagna. "In quella regione c'erano 41 consiglieri indagati, poi vediamo come va a finire, il presidente della Regione, che è un galantuomo, si è dimesso dopo una condanna - aggiunge -. Abbiamo vinto in 5 regioni su 5, questo è primario, l'astensionismo è secondario".

"Non faccio passerelle a Genova". "Ho girato molto in questi mesi - dice Renzi -, sono andato in posti in cui non era andato nessuno da presidente del Consiglio. Sono stato a Taranto, Avellino, Termini Imerese. Non scappo. Ho scelto di non andare a Genova, ci vado dopo che ho individuato il burocrate che ha bloccato gli interventi sul torrente che è esondato, e quando sono pronto a consegnare i lavori. Non vado a fare passerelle, è finito il tempo delle passerelle".

"Alternativa a sinistra è destra lepenista". "Una parte della sinistra - afferma il primo ministro - immagina che si possa tutti i giorni fare le pulci al governo non rendendosi conto che l'alternativa non è un'altra sinistra, ma l'alternativa è una destra con nome e cognome, la destra di Marine Le Pen in Francia".

"Salvini scommette sulla rabbia, io sul coraggio". "La verità - spiega Renzi - è che Salvini sta facendo una bellissima scommessa per la sua parte, scommette sulla rabbia e la disperazione. Io scommetto sul coraggio".

"Rispetto i sindacati, ma non la penso come loro". "Per me il sindacato è una bella cosa - dice il premier -, quando penso al sindacato penso alle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici e lo rispetto ma quando si sciopera contro un governo che ha dato 80 euro non lo capisco. Ricordo che il Jobs act cancella i cococo e i cocopro e dà più incentivi per i contratti di lavoro a tempo indeterminato".

Il macigno del debito italiano e il buco nero della Grecia

 

Al parlamento europeo questa settimana hanno parlato personalità molto autorevoli: il Papa, Draghi, Juncker.

Francesco ha detto testualmente: "Promuovere la dignità d'una persona significa riconoscere che essa possiede diritti inalienabili di cui non potrà essere privata ad arbitrio di alcuni. Occorre però prestare attenzione per non cadere in alcuni equivoci e in un loro paradossale abuso. Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale. Al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere. Così si finisce per affermare i diritti del singolo senza tener conto che ogni essere umano è legato ad un contesto sociale in cui i diritti e i doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa".

Così il Papa. È evidente che postula un futuro dell'Europa unita, con i singoli Stati strettamente associati tra loro.

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Draghi ha esordito con un'affermazione che, pur avendola già pronunciata in vari luoghi, non aveva mai sostenuto in modo così esplicito: è necessario che l'Europa garantisca i debiti sovrani di tutti gli Stati membri. Il motivo proviene dal rischio delle elezioni politiche in Grecia. I sondaggi danno in testa Tsipras che guida il suo partito Syriza, ma una sua vittoria porterebbe con sé una situazione di estremo pericolo per l'Europa e per la moneta comune perché Tsipras è deciso a ripudiare sia l'euro sia l'Europa.

Potrebbe tuttavia restarci solo ad una condizione: che l'Europa si assuma per la durata di cinquant'anni il debito greco pagando alla Grecia anche gli interessi. Questa richiesta, ha detto Draghi, potrebbe anche essere accolta per la modesta entità di quel debito, se non che essa crea un precedente che può interessare soprattutto l'Italia. Ma adottare per l'Italia la stessa procedura chiesta da Tsipras è assolutamente impossibile: le dimensioni del nostro debito sovrano sono preclusive e per di più si scatenerebbe un'ondata speculativa di lunga durata che porterebbe al default l'Italia e con essa il sistema bancario mondiale.

Ecco perché le elezioni greche sono la dinamite che può mandare in crisi non solo il sistema europeo ma quello bancario del mondo con una crisi anche politica di dimensioni planetarie.

C'è un solo modo di reagire, secondo Draghi: imboccare con celerità la strada dell'Europa unita e sovrana. Ci vorranno anni, ma i primi passi irreversibili vanno fatti subito, le cessioni di sovranità economiche e politiche debbono essere discusse dal Parlamento di Strasburgo, dalla Commissione di Bruxelles e dai singoli Stati membri dell'Unione.

Chi parla ancora, in Italia, di un'ipotesi di Draghi al Quirinale ignora o non valuta l'importanza del compito che il presidente della Bce si è assunto. Altri pensano che sia un personaggio debole, contestato dalla Germania e dai potentati di Wall Street e della City. Direi che chi fa queste valutazioni non ha capito qual è l'importanza e il peso di Draghi presso tutte le altre banche centrali a cominciare dalla Federal Reserve, dalla Banca d'Inghilterra, dalla Banca Centrale del Giappone e da quella della Cina. Questo è Mario Draghi il quale si sta apprestando a dare esecuzione (si pensa che lo farà entro il prossimo febbraio ma forse anche prima) alle misure non convenzionali più volte da lui indicate.

Quando si parla di queste misure gran parte dell'opinione pubblica e degli operatori europei pensa all'acquisto dei titoli del debito sovrano dei vari Paesi membri dell'Unione. È possibile che si tratterà di questo intervento, ma non è detto. Può trattarsi di massicci acquisti di obbligazioni di debiti di aziende private che la Bce è pronta ad acquistare anche se prive di garanzia bancaria. In realtà questi acquisti sono già in corso ma in misura limitata; nelle prossime settimane si tratterebbe invece di acquisti molto rilevanti in tutti i Paesi membri dell'Ue.


Per questo Mario Draghi, a mio personale avviso, è la personalità più importante e non soltanto in Europa.

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Infine Juncker. Ha proposto alla Commissione da lui presieduta e al Parlamento di Strasburgo un prestito dell'Unione ai vari Stati confederati di 315 miliardi da erogare in tre anni a partire dall'autunno del 2015.

Tuttavia di quella cifra, intestata ad un Fondo europeo, sono attualmente disponibili soltanto 21 miliardi. La differenza è enorme e tutto si riduce dunque ad uno dei tanti annunci cui siamo purtroppo abituati. Però qui la questione è molto diversa dal solito per le modalità con le quali Juncker intende procedere a partire dal prossimo gennaio: per finanziare il Fondo è indispensabile l'apporto dei singoli Stati membri; è aperto anche a Stati stranieri e ad altri Fondi internazionali, ma i "datori" principali sono gli Stati dell'Unione. Naturalmente Juncker chiede di più ai più forti economicamente e quindi alla Germania, ma tutti dovranno contribuire. Di fatto si tratta di quella europeizzazione del bilancio e di quella garanzia dei debiti sovrani della quale ha parlato Draghi che con Juncker ha contatti molto frequenti.

Gli Stati membri contribuiranno ricevendo in cambio, quando il Fondo europeo avrà raggiunto almeno 200 miliardi, facoltà di investimenti che potranno esser fatti utilizzando una politica di deficit spending di tipo keynesiano con una differenza però: dovrà trattarsi di investimenti capaci di creare nuovi posti di lavoro, salari e stipendi in grado di stimolare sia le esportazioni sia i consumi interni. Insomma un cospicuo aumento della domanda, capace di mettere in moto un processo di crescita duraturo. Esso consentirà un aumento delle entrate fiscali e quindi ulteriore disponibilità di risorse finanziarie. Ma il debito sovrano, fin quando non fosse garantito dall'Ue, rimane pur sempre il macigno che non c'è Sisifo capace di spostare rendendo il nostro Paese estremamente vulnerabile. A me non sembra che il nostro governo ne sia realmente consapevole. Lo utilizza come spauracchio per Bruxelles, ma forse non si rende conto che è un macigno che grava sulle spalle di tutti gli italiani (che non se ne rendono conto neanche loro).

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Il nostro presidente del Consiglio, che non è affatto uno stupido, tutte queste cose le sa, ma le usa soltanto per realizzare l'obiettivo di rafforzare il suo potere e quello della sua squadra. Ed è allora che la questione diventa preoccupante per la democrazia italiana. Di queste preoccupazioni ho dato più volte notizia e non ho alcuna voglia di ripetermi. Lo farò, guarda caso, utilizzando alcune osservazioni recentissime di Silvio Berlusconi, con le quali in questo caso mi trovo d'accordo.

È molto singolare, dice Berlusconi, che Renzi insista tanto sul tema della legge elettorale da far approvare entro gennaio. A che cosa serve questa fretta che rischia di creare un ingorgo parlamentare inutile, anzi dannoso poiché impedisce l'esame e l'approvazione di riforme ben più importanti, tanto più se vuole che la legislatura duri fino alla sua scadenza naturale del 2018?

È altrettanto singolare  -  dice ancora Berlusconi  -  che non si preoccupi del fenomeno delle massicce astensioni in Calabria e soprattutto in Emilia. Dice che le astensioni non hanno nessuna importanza. Sbaglia di grosso. Io Silvio finché ho potuto e ancora oggi mi sono sempre preoccupato di mantenere e fare aumentare la fiducia degli italiani in me e nella politica popolare da me portata avanti e quando vedevo che quella fiducia si incrinava la mia preoccupazione mi portava a parlare e ad agire per riguadagnarla. L'importante è governare, dice Matteo. Certo, ma si governa se la fiducia non si incrina, altrimenti sei perduto.

Oggi comunque (sempre Silvio) quello che più conta è un Capo dello Stato capace e non uno o una che siano pupazzi con Renzi burattinaio. L'inquilino del Quirinale non può essere nelle mani di un burattinaio. Non è questo che io (Silvio) voglio e farò il possibile perché avvenga.

Naturalmente Berlusconi ha le sue ragioni per fare al suo alleato critiche così penetranti. Lui vuole che la legislatura duri fino al 2018. Con Renzi naturalmente, ma anche con lui. Possibilmente cambiando la legge elettorale e passando dal voto di lista al voto di coalizione. Allora lui sarà di nuovo alla testa di una forza politica importante. Forse non vincerà, ma supererà Grillo e potrà dettare o almeno suggerire riforme che lo interessano, soprattutto economiche e giudiziarie.

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Si discute molto sulla legge delega che riguarda il Jobs Act. Alla Camera è passata con quaranta assenze nei banchi del Pd, ma lì la maggioranza assoluta era comunque nelle mani del governo e quindi non c'era bisogno del voto di fiducia. Al Senato è diverso. Per arrivare alla maggioranza assoluta a Renzi mancano 13 voti e se la sinistra dispone, come sembra, di 25 senatori pronti a votare contro, la fiducia diventa indispensabile e infatti Renzi ha deciso di chiederla. Il voto ci sarà in questa settimana. Ma, ecco il punto, è un voto non in regola con la Costituzione.

Le leggi delega, delle quali si fa ormai grande uso, contengono direttive di principio piuttosto generiche. Ad esse seguono i decreti attuativi che vengono decisi dal governo e esaminati da una Commissione la quale tuttavia emette pareri puramente consultivi. Se quei pareri non piacciono al governo, i decreti attuativi vengono applicati.

A mio avviso le leggi delega debbono essere discusse dal plenum delle Camere senza che si possa mettere la fiducia. Altrimenti si ottiene una maggioranza forzosa con la conseguenza che il Parlamento (in questo caso il Senato) approva lo strapotere del governo senza un voto libero.

Credo quindi che la questione debba essere sollevata e la fiducia preclusa, senza di che la Consulta potrebbe rapidamente intervenire se sarà opportunamente richiesta a farlo.

 

 

 

Giorgio Napolitano visita la mostra di Togliatti: l'addio alla Camera nel segno della grandeur comunista della norma....

GIORGIO NAPOLITANO

L’ultimo dei togliattiani saluta Palmiro. Prima del congedo. Giorgio Napolitano arriva all’inaugurazione della mostra su Togliatti, alla Camera. Passo lento e affaticato, si appoggia sul bastone. A vedere l’agenda, da qui al momento della successione al Colle, è l’ultima volta alla Camera da presidente della Repubblica. Come qualche settimana fa è stata l’ultima volta al Vaticano. Pochi e significativi appuntamenti di un congedo dal metodo, anch’esso, togliattiano, metodo incentrato sulla costante ricerca di un equilibrio tra i poteri, in primis tra Stato e Chiesa. E proprio della politica di ricomposizione del Paese, nel dopoguerra, parla il presidente dell’Istituto Gramsci Beppe Vacca nella relazione con cui presenta la mostra, una politica di cui l’articolo 7 della Costituzione è solo una tappa, nel più ampio contesto della svolta di Salerno e della politica di unità nazionale, vero fil rouge del comunismo italiano.

Una visita ad alto valore simbolico. Di omaggio, di lezione, di congedo. O di tutte e tre le cose assieme. Da comunista italiano. Perché Giorgio Napolitano non ha mai rinnegato Togliatti, né come leader del comunismo italiano e internazionale né come Padre della Patria neanche quando il grosso della generazione della svolta della Bolognina lo ha rimosso dal Pantheon dei padri dei vari partiti di sinistra che si sono succeduti, dal Pds al Pd. È un aspetto cruciale per comprendere la presenza del capo dello Stato alla mostra, fanno capire amici e politici vicini al presidente. Che ricordano come, già nel volume che Napolitano scrisse prima della sua elezione al Quirinale del 2006 Dal Pci al socialismo europeo, non solo non rinnegò l’adesione al “partito nuovo”, ma lo difese dall’onda montante del revisionismo storico. Anche nella biografia che prima della rielezione al Colle del 2103 scrisse Paolo Franchi, giornalista di sensibilità quirinalizia e culturalmente vicino a Giorgio Napolitano, era scritto: “È probabile che, senza la svolta di Togliatti, comunista o almeno comunista a tempo pieno, non sarebbe diventato mai”.

Ecco, ora che all’ordine del giorno c’è la successione, il capo dello Stato omaggia le origini comuniste. E con lui arriva nella sala Aldo Moro della Camera la generazione del vecchio Pci, accomunata dal mito di Livorno e della Svolta di Salerno. Quella generazione per cui la politica è, per usare un’espressione antica di Giorgio Amendola, una scelta di vita. Nell’attesa, Aldo Tortorella, un avversario interno di Napolitano ai tempi del Pci, incrocia Emanuele Macaluso, che di Napolitano è amico intimo ma anche compagno delle battaglie miglioriste: “Emanuele – dice col sorriso - sono stato poco bene sennò avrei polemizzato con te”. Pronto, Macaluso risponde: “Perché, sei diventato renziano?”. E Tortorella: “Io no, piuttosto i tuoi sono tutti renziani, come Morando. O no?”. Se la ride Alfredo Reichlin, che su Repubblica ha recentemente spiegato a Renzi che quando parlava di partito Nazione non si riferiva a un partito che perdesse il suo ancoraggio a sinistra. Poi si ferma a parlare fitto fitto con Casini e Bersani, assieme ad Epifani gli unici segretari del Pd presente. Arriva anche il capogruppo al Senato Luigi Zanda mentre Roberto Speranza, capogruppo alla Camera, è a Napoli con D’Alema a celebrare una mostra su Enrico Berlinguer. Ugo Sposetti, infaticabile organizzatore della mostra, poco più in là parla con lo storico Francesco Barbagallo.

Già, Renzi. Tranne Lia Quartapelle, la generazione della Leopolda non incrocia quella di Livorno. Non ci sono renziani sotto il quadro di Guttuso a tinte rosse sui funerali di Togliatti che illumina la mostra. Napolitano si ferma di fronte ad alcuni documenti. Pasquale Laurito, fondatore della Velina rossa, scherza: “Presidente, hai visto gli appunti di Togliatti sul Senato, l’articolo 58? Sono di grande attualità”. Sorride, il presidente, mentre lentamente attraversa la sala, accompagnato dalla figlia del Migliore. Quasi commosso si ferma di fronte al Togliatti privato, alle sue lettere scritte ai figli. Poi, la Costituente: “Certo – prosegue Laurito - che furono dei grandi Togliatti e de Gasperi”. Macaluso, con orgoglio: “Togliatti un grandissimo”.

Napolitano è taciturno, basta la presenza in una sala intrisa dal senso della grandeur comunista. E taciturno ascolta, a due metri di distanza, la relazione di Beppe Vacca che una volta si sarebbe titolata La lezione di Togliatti. Lezione che Napolitano ha ascoltato e interpretato, di fatto l’opposto del metodo Renzi, fatto di strappi divisivi. L’unico ministro presente è il guardasigilli Andrea Orlando, voluto da Napolitano a via Arenula, al ministero dove più di mezzo secolo prima entrò proprio il Migliore. La minoranza Pd è al gran completo: Cuperlo, Pollastrini, D’Attorre, Boccia, Zampa, Marantelli.

Ora, proprio attraverso il metodo togliattiano si può leggere l’ultimo mese del settennato di Napolitano, nel senso della sua gestione politica. Un metodo fatto di realismo, valutazione dei rapporti di forza che è sempre emerso sia nella fase iniziale del primo settennato (iniziata nel 2006) quando incarnò il senso dell’equilibrio repubblicano in un momento di guerra civile a bassa intensità sia nel momento cruciale del 2011 quando esercitò il ruolo di regista, in uno dei momenti più delicati della vita del paese. Ed emerso nello spirito con cui accettò l’inedita rielezione, come garanzia per uscire da uno stallo istituzionale. Ora anche l’uscita è graduale e senza traumi. Da quando l’8 novembre è uscita la notizia che è sul punto di lasciare, il capo dello Stato l’ha confermata, ma proprio per non lasciare l’opinione pubblica nel buio o nella confusione delle profezie, ha fatto capire – anche al premier nel corso del suo ultimo colloquio – che fino alla fine resterà nel pieno delle sue funzioni. E che il momento del cambio sarà gennaio. Tanto che è filtrata, proprio dal Quirinale, un’agenda fitta di impegni per tutto il mese di dicembre. Più di uno dei presenti alla mostra spiegava all’uscita: “Il discorso del 16 dicembre alle alte cariche sarà il discorso dell’annuncio. Tra il 15 e il 20 gennaio le dimissioni”.

 

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“Il Vaticano non è in
fallimento”: le ricchezze
nascoste nei fondi neri

 

 

Dopo l'omicidio del bambino Loris in Sicilia, si scatena una tempesta di morte senza soluzione di continuità: ritrovato il corpo dell'insegnante del frusinate scomparsa un mese fa, a mantova trovato il cadavere di un uomo di 48 anni ficcato in un sacco e legato ai piedi; ad Ancona un uomo prima crivella di colpi moglie e figlio piccolo , poi si fa esplodere il cervello, passano 24 ore e l'identica scena si ripete a Rapallo, Liguria: carneficina familiare con suicidio finale, anche in questo caso un altro bambino spazzato via. A settembre in località Bullona, nord Milano, un giovane abbranca l'ex fidanzata di peso su un balcone e si scaraventa giù insieme a lei spappolandosi al suolo. Questo sterminio di massa ormai passa come una cosa perfettamente normale. Con l'esplosione e la recrudescenza della crisi economico-finanziaria-sociale, IL SUICIDIO DI PARECCHI imprenditori, operai, artigiani rimasti senza lavoro, senza scopo, aveva posto drammaticamente l'accento su una pratica, QUELLA DEL SUICIDIO, che non AVEVA MAI CONTRADDISTINTO una società mediterranea come la nostra. L' "uso" del suicidio fino al 2008 era tipico di società come quella giapponese, iper-industrializzata, iper-competitiva e per questo basata sul "vali se funzioni", come ti guasti è meglio che ti elimini....oppure in società nordiche, come Norvegia e Finlandia dove la solitudine e la morfologia incidono nella psicologia della persona. In Italia fino al 2008 avevano continuato a funzionare compartimenti stagni come la centralità della famiglia, centralità della religione, centralità del radicamento territoriale. Im provvisamente la famiglia è diventata una gabbia soffocante ed oppressiva, la religione un orpello inutile che non fornisce risposte e spiegazioni, il radicamento territoriale un qualche cosa di medioevale di fronte al bombardamento della connettività che permette la raggiungibilità dell'altro capo dwel mondo. Il risultato è la smaterializzazione della personalità che si annulla di fronte al network-massa-pensante. E' quest'ultimo a governare l'individuo sempre meno imprevedibile e sempre più connesso all'emulazione: così ecco lo scatenarsi sistematico dell'omicidio-suicidio.

 

Regionali 2014 e astensionismo: come si rottama la democrazia

La domanda è: perché mai gli italiani dovrebbero correre festanti ai seggi elettorali invece di evitarli come la peste? Una vecchia battuta americana sostiene che i politici sono quei tipi che si fanno invitare a pranzo, ti fregano le posate, corteggiano tua moglie e poi ti chiedono il voto. Con un’altra battutaccia si potrebbe dire che, come se non bastasse, la classe politica italiana ha portato il Paese alla bancarotta, che si tratta di nominati che pascolano senza molto costrutto nelle varie assemblee e che pur percependo ricchi emolumenti finanziano con i nostri quattrini l’acquisto di slip e vibratori per uso personale.

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Mai nella lunga storia repubblicana il ceto politico era stato oggetto di una tale, massiccia impopolarità venata di vero e proprio disgusto. La novità è che adesso quasi nessuno fa finta di allarmarsi e anzi c’è chi vede nell’astensionismo collettivo “anche un elemento di modernità e di normalità” (Folli su Repubblica). Mentre Matteo Renzi che non ha tempo da perdere rottama la democrazia rappresentativa con cinque semplici paroline: “L’affluenza è un problema secondario”. Amen. Impegnato com’è a cambiare l’Italia lo statista di Rignano incassa soddisfatto il “2 a 0” (Emilia-Romagna e Calabria) e non sa che farsene dei numeri assoluti (rispetto alle Europee di sei mesi fa il “suo” Pd ha perso la bellezza di 769 mila voti). Con questo sistema il giorno, poniamo, che le percentuali di voto scendessero al dieci o al cinque per cento ci sarebbe sempre una Boschi o una Picierno a ricordarci che il nuovo che avanza avrebbe pur sempre il sostegno del 41 per cento degli elettori.

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La verità è che da oggi Renzi guida un governo di estrema minoranza e che la grande fuga elettorale rafforza la contestazione della sinistra pd e della Cgil in Parlamento e nelle piazze. Senza contare che di fronte alla catastrofe di Forza Italia (meno 222 mila voti) la decenza politica imporrebbe al premier di accantonare il patto del Nazareno visto che l’altro contraente, Berlusconi rischia di contare come il due di picche travolto dal si salvi chi può degli ex dc guidati da Fitto.

Dalla disfatta non si salva il M5S (meno 400 mila voti) i cui vertici farebbero bene a non negare ciò che è sotto gli occhi di tutti, che cioè una parte del voto di protesta sta lasciando deluso le sponde grilline per rifluire nell’astensionismo. In questo panorama vince solo la Lega di Matteo Salvini, che con Casa Pound miete consensi nell’unico granaio elettorale rigoglioso: quello dell’intolleranza xenofoba e della disperazione fascistoide. L’Italia vede nero.

M5s, due espulsi. Faccia a faccia Artini-Grillo
“Così mi rovinate”, “Non vi fidate più di me?”

Cacciati due deputati: in 19mila votano sì. Il parlamentare toscano: “Decisione presa a tavolino” (video)
Il racconto del confronto nella villa del leader: “Ricostruiamo il Movimento”, “No, va tutto bene così”
VIDEO-RIZZETTO: “SECESSIONE M5S? VALUTIAMO”. DI MAIO: “FACCIANO COME VOGLIONO” (di M. Lanaro). Continuano le espulsioni a pioggia di senatori e deputati in un momento storico nel quale l'Italia si appresta a delle mutazioni politico-istituzionali che modificheranno inevitabilmente il corso della sua storia. Ci sarebbe bisogno del contributo di tutta l'opposizione contro riforme di stampo piduista ma purtroppo si guarda ad un bizantinismo fideista in un contesto che vede il Movimento perdere molti voti....

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Politica & Palazzo

Artini e Pinna sono fuori dal M5s: lo hanno deciso gli iscritti che hanno votato sul blog di Grillo (i sì sono stati oltre 19mila). I due deputati sono accusati di non aver restituito parte del loro stipendio. La replica: “Falso, ecco le prove” (foto). In serata un gruppo di parlamentari e attivisti si è presentato davanti alla villa del leader, in Toscana. In 6 lo incontrano, ma lui non li fa entrare. Artini: “Deludente anche dal punto di vista del rispetto” (video di E. Trevisani). Ecco cosa si sono detti nel faccia a faccia di un’ora  di M. Castigliani

 

M5s, Grillo: "Fuori Artini e Pinna". Al via voto sul Web

I due deputati, accusati di non aver rispettato le regole del codice di comportamento in merito alla restituzione di parte dello stipendio, dopo le elezioni Regionali avevano mosso critiche durissime contro il Movimento. La parlamentare: "Sospeso lo stato di diritto"

ROMA - La motivazione dichiarata è la mancata restituzione di parte dello stipendio. Ma dietro potrebbero esserci le critiche mosse al Movimento dai due deputati messi sotto accusa. Beppe Grillo lascia la decisione alla Rete e dal blog apre un voto on line, sino alle 19, sulla proposta di cacciare da M5S i deputati Paola Pinna e Massimo Artini, rei di non rispettare il codice interno. "Chi non restituisce parte del proprio stipendio (come tutti gli altri) viola il codice di comportamento dei cittadini parlamentari M5S, impedisce in questo caso a giovani disoccupati di avere ulteriori opportunità di lavoro oltre a tradire un patto con chi lo ha eletto. Un comportamento non ammissibile in generale, ma intollerabile per un portavoce del M5S", si legge nel 'capo d'imputazione'. "Quindi valuta: sei d'accordo - si chiede ai militanti - che Pinna e Artini NON possano rimanere nel Movimento 5 Stelle?". Immediata su Facebook la replica della deputata: "Io le regole le ho sempre rispettate, i soldi li ho restituiti come previsto. Sono loro che le stanno violando visto che", sulla procedura di espulsione, "non stanno passando per l'assemblea come previsto da Statuto M5S", ha detto Pinna, che ha aggiunto: "Quanto apparso poco fa sul blog www.Beppegrillo.It è falso. Per non parlare di quella che è una vera e propria sospensione dello stato di diritto".

Pinna e Artini all'attacco. I due deputati finiti nel mirino non hanno risparmiato critiche al M5S dopo i risultati delle Regionali: Paola Pinna, già in passato accusata di essere una 'dissidente', aveva apertamente dichiarato che il Movimento "perde pezzi". Per la rappresentante M5s, "da interpreti della  protesta e da unica alternativa credibile a un sistema corrotto e inefficace, dominato da un malaffare lontano dalle istanze dei cittadini, siamo diventati marginali sulla scena politica. Ci siamo auto-condannati all'esclusione rinunciando al nostro ruolo di innovatori, che è stato usurpato da chi oggi inneggia a un 2 a 0 che non c'è o da chi festeggia dicendo 'ho fatto meglio dell'Umberto e anche del Silvio'". Non meno dure le parole di Massimo Artini: "La gente sul territorio non è arrabbiata, di più", ce l'ha "con chi si inventa una cavolata come quella di Mussolini che non ha ucciso Matteotti da mettere sul sito il giorno in cui ci sarebbe da parlare della sconfitta elettorale. Immagino ce l'avessero nel cassetto da mesi", aveva detto in un'intervista a Repubblica. "Il punto è che non riusciamo ad avere la credibilità che ci meritiamo. Anche stavolta, non siamo stati credibili. E visibili". Dichiarazioni forti, che potrebbero aver accelerato la decisione del leader di mettere ai voti la permanenza o meno dei due nel Movimento.

Altre critiche. Ma quelle di Pinna e Artini non sono le uniche voci critiche contro M5s. Altri due deputati, Sebastiano Barbanti e Tancredi Turco, sono apparsi in tv, sfidando apertamente il divieto fatto ai parlamentari pentastellati di apparire in trasmissioni televisive e soprattutto talk show: parlando davanti alle telecamere di Agorà, i due, che già avevano preso le difese di Walter Rizzetto, "scomunicato" via blog per la partecipazione a Omnibus su La7, hanno messo in discussione in sostanza il ruolo di Grillo, come "unico megafono" del Movimento: "È il momento di fare autocritica, di fare una riflessione seria al nostro interno. Troppe volte i cittadini hanno visto i toni accesi e poche volte le nostre proposte".

L'inceneritore di Parma torna a dividere Grillo e Pizzarotti

Sul blog del leader del M5s ripubblicata una lettera dell'ambientalista Walter Ganapini. "Non è vero che si è fatto tutto per impedire completamento e avvio del forno". Il sindaco: "Basta attacchi, c'è un Paese là fuori che ha bisogno del M5s"

Finita la campagna per le elezioni Regionali e la relativa tregua, ecco che dal blog di Beppe Grillo tornano le critiche contro il primo cittadino di Parma Federico Pizzarotti che si appresta a convocare in città una riunione del M5s anche per analizzare le ragioni del deludente risultato elettorale del M5s in Emilia Romagna.

Sul blog nessun riferimento al voto ma un affondo su un tema storico, quello del termovalorizzatore; impianto che in campagna elettorale il Movimento aveva dichiarato di voler bloccare e che invece è regolarmente in funzione.

Non è Grillo ad attaccare il sindaco, ma l'ambientalista, co-fondatore di Legambiente ed ex presidente di Greenpeace Italia, Walter Ganapini, la cui missiva è stata ripubblicata sul portale dopo che la prima uscita risale - secondo quanto viene precisato in Comune a Parma - a un anno fa come risposta alla lettera scritta dallo stesso sindaco alla città nell'agosto 2013, al momento dell'accensione dell'inceneritore.

La cosa certamente nuova è l'ironico hashtag #aiutiamopizzarotti con il quale il blog di Grillo lancia la campagna "aiutiamo Pizzarotti a chiudere l'inceneritore".

LA LETTERA - "Non aver combattuto e vinto la battaglia contro la 'dirigenza politicante' Iren, priva di strategia industriale moderna e capace solo di accumulare miliardi di debiti, ha creato un danno enorme al paese, non solo al Movimento, quando Parma poteva diventare il simbolo di una svolta decisiva, in senso europeo, delle politiche ambientali/infrastrutturali nazionali: c'erano tutte le condizioni" inizia Ganapini.

"Prima e dopo la tua elezione - ricorda la lettera - ho esibito la mia faccia su giornali e televisioni a supporto di una battaglia contro l'inceneritore che tu non hai mai neppure iniziato, una volta conclusa la campagna elettorale (sarò curioso, un giorno, di capirne il perché)".

"Come purtroppo leggiamo e sentiamo tutti i giorni, hai mancato il tuo obiettivo primario, quando tutto era 'in discesa', ma nessun ascolto è stato dato ai tanti pronti ad aiutare e con esperienze vittoriose alle spalle, in realtà molto più complesse di Parma. Nulla si è fatto per una immediata e possibilissima estensione del 'porta a porta' a tutto il Comune (che avrebbe tolto a monte il 'cibo' al forno). Nulla si è fatto per rendere trasparente il collaudo del forno a partire dal mettere sul serio in discussione competenze e cv di chi ne era stato incaricato; il collaudo è stato così rigoroso che al primo tentativo di avvio d'impianto l'Arpa ha constatato come Iren non riuscisse addirittura ad attivare la post-combustione. Nulla è stato fatto per verificare davvero il rispetto delle norme previdenziali (Durc) da parte delle aziende (quasi tutte in crisi) costruttrici del forno. Nessun seguito tempestivo si è dato alla chiamata di 'manifestazione d'interesse Tmb' cui (...). Nessuno stop a Iren , con richiesta di verifica rigorosa dei conti".

"Venendo a Iren - conclude Ganapini -  avevi patti parasociali per te aurei e che ti davano, di fatto, potere di veto; avevi un VicePresidente membro di un Comitato Esecutivo di 4 membri, figura che ti consentiva il controllo di ogni politica aziendale. Ti sei fatto sfilare tutto senza reagire dal duo Viero-Beggi (potevi persino invalidare l'ultima Assemblea), in modo neppur spiegabile con richiami alla più grave sudditanza psicologica (...)  Oltre a ciò, non è stato dato seguito a nessun suggerimento riorganizzativo circa la macchina comunale da persone che ben ne conoscevano le storture dopo anni di regime Vignali- Moruzzi".

IL SINDACO: BEPPE VIENI A PARMA IL 7 DICEMBRE
- Ecco il commento integrale che ha pubblicato Pizzarotti sulla sua pagina Facebook: "Sul blog di Beppe Grillo si torna a parlare dell'inceneritore di Parma con una lettera vecchia di oltre un anno, come se non avessimo argomentato a sufficienza sul tema quello che abbiamo fatto, stiamo facendo e faremo per la nostra #Parma sul tema inceneritore e rifiuti.

Non ho problemi a ritornare sull'argomento, perché da sindaco sono abituato a mettere la faccia in tutto quello che faccio. Ed è proprio questo lo spirito che ci ha mosso ad organizzare l'evento del 7 dicembre a #Parma, aperto a tutto il MoVimento, per presentare il nuovo Statuto del Comune, primo in Italia ad aver inserito il Referendum senza Quorum e 13 consigli di cittadini volontari: è la differenza che c'è tra l'essere al governo e il non esserci. La differenza tra decidere, mettendoci la faccia e secondo i limiti di legge e i poteri limitati di un sindaco, e il non poter decidere.

Quindi, ecco la risposta, puntuale e trasparente:

- La lettera pubblicata è di oltre un anno fa, perché pretestuosamente pubblicarla oggi? Almeno si poteva evitare la figuraccia di scrivere che non c'è stata l'estensione del porta a porta, dal momento che è esteso in tutta #Parma: oggi siamo al 70% (presto lo supereremo), l'inceneritore è fermo a metà regime perché non ha rifiuti da bruciare, e grazie anche a questo, ma non solo, siamo entrati tra i Comuni Virtuosi italiani, primi in Italia per una città di medie dimensioni.

- Forse "lo staff" dimentica che le indagini che sono in corso sulla costruzione dell'inceneritore sono partite grazie anche alle nostre continue denunce. Proprio oggi un nostro dirigente si trova a Roma per portare all'attenzione dell'Autorità Anticorruzione nuovi elementi. Da ormai due anni collaboriamo con la giustizia per far luce su una vicenda torbida, che contrastiamo ogni giorno, con la stessa convinzione di sempre. E lo facciamo da soli, e siamo gli unici, in una Regione di 4 milioni di abitanti governata da un partito che degli inceneritori ha fatto il proprio cavallo di battaglia.

- A questo link 4 pagine di notizie - e sono soltanto alcune tra le tante -, che testimoniano la nostra continua, costante, infinita battaglia non solo all'inceneritore di Parma, ma a tutti gli inceneritori della regione Emilia Romagna.

Mi spiace Beppe , ma il problema dei tuoi invisibili, ma ben noti cortigiani che utilizzano un blog ormai ombra di se stesso è che pontificano sul lavoro degli altri senza conoscere l'argomento, ma senza nemmeno sporcarsi le mani come fa un sindaco, un consigliere, un parlamentare. Si attaccano le persone nascondendosi dietro la tastiera, senza fare autocritica quando la necessità è reale, vedi le elezioni Regionali.

Sono entrato nelle Istituzioni come MoVimento 5 Stelle perché credo che la politica abbia ancora una sua dignità, anche se nascosta, anche se con una luce debole e sfiancata. Ma è proprio oggi, è proprio questo il tempo per ridare la dignità alle persone, ridando dignità alla politica.

Non attraverso la rabbia, non attraverso gli slogan, ma con il sorriso, con gli atti concreti che ogni giorno portiamo avanti. Per questo, caro Beppe, non c'è proprio tempo per seguire i soliti, e ormai prevedibili, attacchi sul blog, c'è un Paese là fuori che ha bisogno del MoVimento 5 Stelle. Vieni a Parma invece, sei invitato il 7 dicembre. È il secondo invito che ti facciamo da un anno a questa parte, la speranza è che non ci sia bisogno di un terzo".

LA RIVOLTA DELLA BASE - Dopo la pubblicazione della lettera il blog si è riempito di commenti al vetriolo degli attivisti, molti dei quali assicurano che non voteranno mai più per il Movimento, stufi "dell'ennesimo autogol" dei vertici. Pochissimi, finora, gli interventi anti-Pizzarotti, mentre in molti ne hanno per Grillo, Casaleggio e per l'intero staff.

"Qualcuno gentilmente - chiede un militante deluso - mi gira il link alla procedura per cancellare l'iscrizione dal M5S?". "Dove eravate, te Beppe e te Gianroberto - scrive un altro attivista - quando Pizzarotti aveva bisogno del vostro appoggio, invece di prendersi censure e contestazioni? Ah, sì, a pensare a quale stronzissimo post pubblicare, se Mussolini riabilitato, se Corona condannato...". "Per quel che mi riguarda - gli fa eco un altro ormai ex attivista - una volta avevo tolto la mia presenza da questo blog, ora tolgo anche il voto. Sì, anch'io".

"Ecco l'ennesimo post di lamentele - scrive un militante che si firma con nome e cognome - del quale non frega assolutamente nulla al 99,99% degli italiani. Bravo Beppe, continua così, sei più bravo te di Renzi e compari a disinnescare il M5S".

"Se dovessi dire quale volto incarna il Movimento 5 Stelle - scrive un altro attivista pentito - non avrei dubbi e direi Pizzarotti. A quanto pare però qualcuno molto influente nel Movimento non solo non è d'accordo con me ma addirittura pensa che sarebbe meglio che Pizzarotti non ci fosse! Direi che le due posizioni sono decisamente inconciliabili e siccome ho l'impressione che la mia valga molto meno di 1 io non me l'accollo più e, demoralizzato, mi ritiro con le pive nel sacco. Non vi ringrazio di certo per l'ennesima delusione, ci avevo creduto...".

"E ora - aggiunge un altro deluso ironizzando sui presunti commenti cancellati dal blog - cancellate anche questi: fate sparire centinaia di interventi. Tra un po' vi toccherà inventarli, perché non vi cagherà più nessuno. Idioti".

L'IRONIA DI BOSI - Il capogruppo del M5s in Consiglio comunale Marco Bosi su Facebook ha ironizzato: "Ma il Ganapini che scrive sul Blog di Grillo non sarà mica lo stesso condannato dalla corte dei conti? Un condannato che scrive sul sacro blog? Lesa maestà!".

In un altro post scrive: "Che scopo ha pubblicare una lettera che dice cose palesemente false? Ganapini dovrebbe ricordare nella sua lettera che ci siamo incontrati a Parma dopo le elezioni per pianificare una strategia contro l'inceneritore. Dovrebbe ricordare che eravamo presenti io, l'Assessore all'Ambiente Folli, il Presidente del Consiglio Comunale Vagnozzi, l'esperto Enzo Favoino oltre a lui e il citato Aldo Caffagnini. Perché non dice tutto questo e sostiene che era solo lui a volerle? La nostra presenza dimostra il contrario.

Perché pubblica oggi una lettera di oltre un anno fa? Perché l'ha tenuta nel cassetto tutto questo tempo? A che scopo uscire ora? Nella lettera infatti si dice "la tua lettera di qualche giorno fa" riferendosi a quella che Pizzarotti scrisse oltre un anno fa. Strano vero?

Perché Grillo non ha mai pubblicato sul suo blog l'intervento durissimo che feci in aula contro l'Assessore Provinciale Castellani che aveva escluso il Comune dal comitato di controllo, seguendo proprio i consigli di Ganapini? Perché prima pubblica un video in cui il Sindaco Pizzarotti spiega tutto quello che è stato fatto per fermare l'inceneritore e ora una lettera in cui si dice che non è stato fatto nulla? Perché non ricorda che ci siamo opposti al piano regionale dei rifiuti? Perché invece di accusare lo sblocca Italia di Renzi che farà arrivare rifiuti da fuori Provincia, accusa noi che abbiamo reso l'impianto eccessivo per il nostro territorio grazie al 70% di differenziata? Perché non dice che è con una vittoria in regione che lo avremmo fermato visto che la competenze è da 2 anni alle regioni tramite Atersir?

La politica la cambi se ti metti in gioco fino in fondo, se prendi in mano situazioni anche difficili, se ti spendi in battaglie che non hai la certezza di vincere, se metti il bene dei cittadini sopra ogni altra cosa. E' questo che facciamo ogni giorno. La propaganda strumentale la fanno già i partiti, direi che almeno noi potremmo evitare".

Regionali 2014: M5S ha lasciato il campo ai due Matteo

Per il Movimento 5 Stelle va tutto bene. Beppe Grillo dice che l’astensionismo non li ha colpiti e che “il M5S ha vinto”. Su quali basi? Sulle Regionali del 2010. E in effetti è vero, rispetto a quel dato i 5 Stelle hanno aumentato elettori in Emilia Romagna: da 126.619 a 159.456. Il Pd, in questi quattro anni e mezzo, ha smarrito più di 322mila voti e persino la Lega 55mila. Lo stesso Renzi, in neanche sei mesi, ha perso quasi 700mila elettori nella sola Emilia Romagna. Un record o giù di lì. Da qui a dire che il Movimento 5 Stelle ha vinto, però, ce ne passa. È vero che i 5 Stelle sono cresciuti rispetto al 2010, ma è anche vero che nel frattempo è successo di tutto e il raffronto tra il 13,26% di due giorni fa e il dato emiliano alle Politiche 2013 (24,6%) e alle Europee 2014 (19%) è abbastanza impietoso. Per non parlare del flop in Calabria (neanche il 5%).

L’unico alibi vero del M5S è che, da sempre, la loro forza ha avuto numeri molto più bassi alle Amministrative e Regionali. E la tornata elettorale di domenica non fa eccezione. Qualche domanda, però, i 5 Stelle dovrebbero porsela. L’Emilia, teatro dei loro primi successi, stavolta non gli ha sorriso. Senz’altro ha influito la resa disastrosa di alcuni ex protetti di Grillo e Casaleggio: è comprensibile che, per paura di dare visibilità a qualche nuovo Favia, in molti siano stati a casa. O abbiano guardato altrove, per esempio alla Lega Nord.

Grillo 675

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E proprio il caso di Salvini è emblematico: come ha fatto il leader della Lega Nord a superare addirittura il 19%? Giocando alla Grillo. Non nei contenuti, ma nei modi. Provocando. Costringendo i mass media a parlare di lui. Convogliando il dissenso, la protesta, la rabbia. Alcuni 5 Stelle, ora, quasi ringraziano Salvini per avere “ripulito” il loro elettorato dai sostenitori più intolleranti: un ragionamento bizzarro e snobistico, che dimentica come le elezioni si vincano convincendo tutti. Non solo “i più buoni” (ammesso poi che lo siano). Salvini ha poi occupato sistematicamente la tivù. Era ovunque. I 5 Stelle, al contrario, si sono concessi pigramente giusto a qualche tigì. Per il resto, nisba. Una scelta voluta da Grillo, e più che altro Casaleggio, dopo la sconfitta alle Europee.

I duropuristi, ovvero gli stessi (parlamentari inclusi) che a maggio erano strasicuri di oltrepassare il 30% e bastonare Renzi, continuano a credere che sia la strada giusta e ricordano che anche Gasparri è sempre in tivù, eppure Forza Italia è quasi scomparsa. Certo: infatti la tivù non è utile a prescindere, ma solo se la si sa usare. Salvini sa farlo, Gasparri no. Di Maio saprebbe farlo, ma in tivù non ci va quasi più. E il risultato è che molti elettori si sono allontanati perché hanno avuto la sensazione che il movimento sia divenuto elitario e non rispettoso di chi li ha votati, visto che non li informa (se non in Rete) del loro operato. Che senso ha rinunciare al mezzo più usato dagli elettori over 50, ben sapendo che è proprio tra gli over 50 che i 5 Stelle non attecchiscono? Masochismo puro. Salvini ha potuto spadroneggiare in tivù, perché al di là di quale intellettuale abile a metterlo in difficoltà (tipo Pennacchi), dall’altra parte aveva le Moretti. E dunque vinceva facile. Se a ogni sua comparsata avesse avuto contro un Di Battista, forse l’epilogo sarebbe stato diverso.   

Proprio Di Battista, ieri, ha parzialmente riaperto alla tivù: “Poi, magari, qualche incursione televisiva selezionata. È utile, sono d’accordo. Ma occhio a vedere la tv come soluzione! La Tv ci omologa a un sistema che gli italiani detestano!”. Casaleggio può negarlo quanto vuole, ma a molti italiani – dalle Europee in poi – è parso che i 5 Stelle si siano isolati da soli, abbracciando una clandestinità narcisistica e autoreferenziale che ha finito col favorire ulteriormente Renzi e sminuire le molte battaglie che il movimento continua a portare avanti. C’è poi un’ulteriore sensazione: quella di un Grillo un po’ stanco della sua creatura politica. Forse rientra nella sua umoralità congenita. Di sicuro continuare a ripetere che “va tutto bene, siamo bravissimi”, non pare esattamente la strategia più indicata. O meglio, come strategia è perfetta: per Renzi, però.

E per il dopo-Silvio spunta il marito di Noemi,l'ex Lolita Troia del Cazzo....

Tra le giovani promesse convocate a Villa Gernetto anche lo sposo della ragazza di Portici. Affiancato dai rampolli dei ras campani di Forza Italia

il padre si presentava ad Arcore, non dimenticava mai di portare una scorta di mozzarelle freschissime appena confezionate nei caseifici campani. Così di bufala in bufala, Luigi Cesaro ha conquistato la fiducia di Silvio Berlusconi e la leadership di Forza Italia a Napoli. Le gaffe che gli hanno valso il soprannome di Giggino 'a Purpetta, celebre quando confuse Marchionne con il Melchiorre dei re Magi, non hanno influito sulla sua carriera politica con tre elezioni alla Camera e una al Parlamento europeo. E adesso si prepara a cedere il trono al figlio Armando: l'erede è stato convocato al casting di Villa Gernetto, tra i volti nuovi della destra italiana. Chissà se avrà mantenuto la tradizione di famiglia, consegnando il ghiotto dono caseario.

Accanto a lui c'era un altro rampollo di rango, Giampiero Zinzi: il padre è deputato e presidente della provincia di Caserta, con trascorsi da sottosegretario alla Salute. La sua è una conversione rapida: alle ultime politiche si è candidato invano con l'Udc, partito lasciato pochi giorni prima di ascendere all'empireo di villa Gernetto. Ma a completare la delegazione campana delle giovani promesse convocate nella dimora lombarda c'era un nome ancora più sorprendente: Vittorio Romano, noto alle cronache come sposo di Noemi Letizia.

Il suo volto è stato individuato dal “ Corriere del Mezzogiorno ” tra la pattuglia selezionata per individuare l'anti-Renzi forzista. Ed è inevitabile pensare alla parabola berlusconiana, che proprio in quella festa per i diciotto anni di Noemi Letizia cominciò il suo declino. Era l'aprile 2009: la crisi lontana, il vertice italiano dei Grandi del Pianeta alle porte e il potere del Cavaliere pressoché assoluto. Ma le foto nel locale di Casoria accanto a quella ragazza bionda cominciarono ad aprire dubbi sulle abitudini del premier, poi sfociate in scandali con storie di festini e prostitute, fino al processo per le “serate eleganti” con la minorenne Ruby Rubacuori.


Altri tempi. Ora pure Silvio Berlusconi è in cerca di un successore a cui affidare l'immagine del partito, sempre più malandata. E tra i candidati all'eredità compare pure il marito di Noemi. Vittorio Romano viene da una famiglia molto nota a Napoli: il padre è l'ingegnere Valerio, che divide la passione per la vela a quella per lo sci, alternando una delle ville più belle di Capri a un altrettanto prestigiosa casa a Cortina. La madre è Vicky de Dalmases, che dopo gli esordi come presentatrice su una tv locale napoletana ha fatto valere le sue nobili origini spagnole ed è stata per un periodo consigliere diplomatico del governatore campano Antonio Bassolino, nella stagione dorata in cui la Regione vantava ambasciate in tutto il mondo.

Il trentatrenne Vittorio ha sposato Noemi in seconde nozze, subito benedette da una bambina e con una seconda gravidanza in corso. Prole e ascesa politica sembrano andare di pari passo. A giugno ha ottenuto la guida del settore promozione e sviluppo dei Club Forza Silvio nell'Italia meridionale. Poi i flash dei paparazzi lo hanno fotografato alle spalle dell'ex Cavaliere nella cena di finanziamento romana del movimento: una bella rimpatriata, con Berlusconi e Francesca Pascale seduti alla stessa tavola di Noemi. Uno scatto che forse vale un'investitura.
E per il dopo-Silvio spunta il marito di Noemi

Scanzi vs Moretti (Pd): ‘Se l’Inter perdesse, Thohir la metterebbe al posto di Mazzarri’

Veneto, europarlamentare Moretti (Pd): “Basta indugi, mi candido. Ora primarie”

 

Polemica al calor bianco tra Andrea Scanzi e Alessandra Moretti, europarlamentare del Pd e candidata alle primarie del partito in vista delle elezioni regionali del Veneto. La gazzarra esplode durante la trasmissione “Dimartedì” (La7), quando l’eurodeuputata snocciola i meriti del governo Renzi: “Ha ridato fiducia a famiglie e imprese, tagliando le tasse, rendendo strutturali gli 80 euro, sostenendo la natalità. E’ il governo che ha tagliato la tassa più odiosa, l’Irap“. “L’errore è essere convinti che questo sia un governo e non un incantamento generale” – replica il giornalista de Il Fatto Quotidiano – “C’è un totale dislivello tra la percezione e la realtà. La realtà è che sulle pensioni è cambiato pochissimo. L’Irap è stata tecnicamente abolita, ma è rientrata da un’altra parte. La maggioranza del Paese è vittima di una sorta di sbornia per un Panariello minore“. “Mi guarderei bene dal definire un bamboccello il presidente del Consiglio. Bisogna avere ogni tanto un po’ di rispetto” – obietta la Moretti – “Lei racconta favolette sul suo giornale. In 7 mesi abbiamo fatto di più di quanto fatto dai governi in 20 anni”. “Utilizzate dei bravi pusher allora“, ribatte Scanzi, che sottolinea l’incoerenza della sua interlocutrice: “Non so come collocarla politicamente. Anni fa era vicina al centrodestra, poi è diventata bersaniana e ce l’aveva con Renzi che per lei era sessista. Ora è renziana. Se tra due settimane l’Inter perdesse, Thohir la metterebbe anche come allenatore al posto di Mazzarri. Dove c’è un posto libero, arriva Alessandra Moretti. Si chiama ‘coerenza’”. “Baggianate totali e bugie“, insorge l’esponente del Pd. Lo scontro deflagra nuovamente quando Scanzi nota: “Voi imparate a memoria la lezioncina di Renzi e la recitate”. “Ti manca solo definirmi “bambola stupida”", ribatte la Moretti. Floris cerca di sedare il battibecco e osserva ironicamente: “Se volete, vi lascio da soli” di Gisella Ruccia

 

 

 

 

 

I cortei di Fiom, Cobas e studenti contro Renzi
Landini: “Intesa Pd sul lavoro? Presa PER IL CULO !!!”

 

“Sciopero sociale” in tutta Italia. Manifestazioni in 25 città. A Roma uova e fumogeni contro sede Mef
La Cgil rilancia la sfida sul Jobs Act. Camusso: “Mediazione? Non mantiene tutela dei diritti” (video)

 

corteo fiom milano pp

Lavoro & Precari
E’ il giorno dello “sciopero sociale”: Fiom, Cobas, sindacati di base, organizzazioni studentesche, precari e attivisti dei centri sociali scendono in piazza a Roma, Milano, Napoli e in altre 22 città contro le politiche di austerità della Ue e del governo Renzi, contro il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18. Ma anche, per quanto riguarda la scuola, per l’assuzione dei precari e un no secco al piano del governo. A Milano la manifestazione principale, organizzata dalla Fiom. Un’occasione per rilanciare la sfida al governo soprattutto sul Jobs act
 

 

Berlusconi cede a Renzi sull'Italicum ma vuole garanzie sul dopo-Napolitano. Pure Confalonieri lo chiama: non rompere....i coglioni!!!

manifestazione CGIL del 25 ottobre 2014 al Laterano, il disastro delle pirmarie in Veneto, il disastro dell'amministrazione Crocetta in Siclia, Reggio Calabria passa al centro-sinistra dopo il disastro Scoppelliti

 

 

Veneto, europarlamentare Moretti (Pd): “Basta indugi, mi candido. Ora primarie”....disastrose, solo 40.000 votanti, praticamente senza avversari.....

Veneto, europarlamentare Moretti (Pd): “Basta indugi, mi candido. Ora primarie”

Politica & Palazzo
La deputata democratica annuncia la sua disponibilità alla corsa per diventare governatore. Pochi giorni fa aveva smentito la notizia. Sarebbe il terzo cambio di carica in meno di due anni

Da responsabile della campagna elettorale 2013 di Pierluigi Bersani a “miss preferenze” delle elezioni Europee 2014. Da parlamentare a Roma ad eurodeputata a Bruxelles. Ora a pochi mesi dall’inizio del mandato, Alessia Moretti annuncia di volersi candidare per la carica di governatore del Veneto con il Partito democratico. “Davanti al rischio”, dice in una nota, “di vedere il Pd locale spaccarsi intorno a questa scelta, ho deciso di rompere gli indugi e chiedere alla direzione regionale di indire le primarie e fissare una data che sia entro la fine di novembre. Sento la necessità forte di entrare subito nel vivo della competizione, perché siamo davanti a un’occasione storica e bisogna fare presto. Non ci sono qui in gioco le carriere e i destini politici personali ma c’è solo il Veneto”.

Solo il 28 ottobre scorso, la stessa Moretti aveva smentito la sua intenzione di scendere in campo per la corsa a governatore. “Ci sono già tanti nomi”, aveva detto al programma di Rai Radio 2 “Un giorno da Pecora”, “di persone che potrebbero farlo al posto mio: la senatrice Laura Puppato, Flavio Zanonato, Simonetta Rubinato“. Oggi invece l’eurodeputata annuncia di aver cambiato idea: “Ho ricevuto”, spiega, “la chiamata del segretario regionale De Menech che mi ha chiesto la disponibilità a scendere in campo e inoltre devo tener conto dei molteplici appelli in tal senso che mi sono giunti in questi giorni anche da Roma, dal Pd nazionale, dagli amministratori e dai politici locali, così come dai circoli veneti. Mi chiedono tutti di esserci e sento dunque il dovere di assumere questa responsabilità: non mi sono mai tirata indietro, nella mia storia politica, e non lo farò di certo questa volta in cui c’è in ballo il futuro della mia terra”.

 

BOTTE, MANGANELLI E VESTALI FANATICHE: IL PARTITO DELLA DIOSSINA NAZIONALE VERSO L'ANNIENTAMENTO DEL QUARTO STATO

Camusso: "Renzi abbassi manganelli"   diretta tv   Premier: su scontri verifiche e atti conseguenti 

Pina Picierno e gli hooligans di Matteo 
Il disastro comunicativo dei nuovi renziani

Ast,   scontri al corteo: feriti tre operai     foto   Landini: "Picchiati  senza motivo "   video   -   dir.tv

Ast Terni, scontri al corteo: feriti tre operai  foto
Landini: "Picchiati senza motivo"
video - dir.tv

Manganellate vd / Video Segretario Fiom:"Fermatevi" -foto
Delrio: Verificheremo. Cgil: Alfano risponda pubblicamente

Jobs act, il Senato dice sì alla fiducia Libri contro Grasso, rissa tra Pd e Sel
 
 
Renzi voleva fare presto e magari ricevere la fiducia durante il vertice con gli altri leader europei a Milano. E invece il Senato è sempre il Senato ed è stata un’altra giornata di passione anche sul Jobs act, simile alle “battaglie” sulle riforme istituzionali. Grillini e Carroccio gridano e interrompono il discorso di Poletti (video). Poi volano fogli e pure il regolamento di Palazzo Madama contro il presidente. Arrivano quasi alle mani anche i parlamentari di Pd e Sel. E il voto di fiducia arriva solo a tarda notte

 

Dalle mazzate della polizia agli operai di Terni, alle provinciali di secondo grado, dal milione della CGIL al laterano , al bonus bebè, dal mezzo milione del M5S al Circo Massimo, a thomas Piketty, dal crollo di SEL alla fuga dal M5s, dall'eterologa alle baby squillo

 

 

DELINQUENZA AD ALTO LIVELLO

LA ROMA DECADENTE DEL SECONDO MILLENNIO: DAL FALLIMENTO FINANZIARIO DEL COMUNE AL DOMINIO DEL POST EVERSISMO NERO FRAMMISCHIATO ALLA MAFIA DEI "NIPOTI" DI PIPPO CALO'

 

 

Le nomine? Si decidevano “dar Bruttone”
Grand tour criminale della mafia a Roma

Da piazza Tuscolo all’Appia e l’Eur, ecco dove i boss della capitale si trovavano per i loro affari
IL SINDACO MARINO INCONTRA RAFFAELE CANTONE: “VERIFICHEREMO TUTTI GLI APPALTI DUBBI”

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Mafie
Prima di mangiarsi Roma, il Comune, le municipalizzate, gli appalti, finanche quelli per gli odiati centri di accoglienza di “negri” e “zingari”, i fascio mafiosi pensavano alla panza. Ristoranti, wine bar, club. Non c’è ancora una guida di “Mafia Capitale” per i locali frequentati dai Carminati boys, né qualcuno vi accompagnerà per le strade dove si “corca” di botte chi non rispetta i tempi dei cravattari. E allora iniziamolo noi il tour del male. Da via Veneto a piazza Tuscolo, ecco i luoghi della mafia romana  di Enrico Fierro
•MARINO RIMUOVE IL CAPO DELLA TRASPARENZA SCELTO DALLA MAFIA (DI M. PASCIUTI) •“PAGO TUTTI”, LO ZIBALDONE DELLE MAZZETTE DI BUZZI (di G. Trinchella)

•”COMUNE CONDIZIONATO”, ORA RISCHIO SCIOGLIMENTO (DI N. TROCCHIA) •VIDEO – QUANDO MADIA DISSE: “PD ROMA? CI SONO ASSOCIAZIONI A DELINQUERE”

•VIDEO – L’ARRESTO DI MASSIMO CARMINATI NELLA SUA CASA DI SACROFANO (RM)

•Renzi commissaria il pd romano •Alemanno: “Sulla squadra ho sicuramente sbagliato”

Massimo Carminati: arrestato l'ultimo Re di Roma,l'immortale. Indagato Gianni Alemanno. Accusa associazione a delinquere di stampo mafioso. Centinaia di indagati, decine di arresti

L’ultimo “re di Roma”, Massimo Carminati, è stato arrestato nell’ambito di un’indagine della Procura della Capitale per associazione mafiosa, ex articolo 416 bis. L'accusa è di associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra gli indagati c'è anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. "Chi mi conosce sa bene che organizzazioni mafiose e criminali di ogni genere io le ho sempre combattute a viso aperto e senza indulgenza. Dimostrerò la mia totale estraneità ad ogni addebito e da questa incredibile vicenda ne uscirò a testa alta. Sono sicuro che il lavoro della magistratura, dopo queste fasi iniziali, si concluderà con un pieno proscioglimento nei miei confronti". Si è dimesso anche il presidente dell'Assemblea capitolina Mirko Coratti.

Sono oltre cento le persone iscritte sul registro degli indagati della procura di Roma nell'ambito dell'inchiesta sui legami tra criminalità e affari nella capitale, una vicenda che porterà ad ulteriori sviluppi. Trentasette, invece, sono le misure cautelari firmate dal gip Flavia Costantini: 29 in carcere e otto agli arresti domiciliari. In cella sono finiti, oltre a l'ex esponente dei Nar Massimo Carminati, il direttore generale dell'Ama Giovanni Fiscon, l'ex ad di Ente Eur Riccardo Mancini, l'ex ad di Am Franco Panzironi, l'ex capo della polizia provinciale Luca Odevaine e il responsabile della Cooperativa 29 giugno Salvatore Buzzi. Tra gli indagati figurano l'uomo d'affari Gennaro Mokbek, il commercialista Marco Iannilli e l'ex sindaco Gianni Alemanno.

Tra i nomi indagati anche i consiglieri regionali Eugenio Patanè (Pd) e Luca Gramazio (Pdl-Fi). Gli uffici della Pisana dei due consiglieri sono stati perquisiti dal Ros. Perquisiti anche gli uffici del presidente dell'Assemblea capitolina Mirko Coratti (Pd): anche lui risulta tra gli indagati.

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roma

L'operazione è in corso dalle prime ore di martedì 2 dicembre. Al centro delle indagini del Ros un sodalizio mafioso da anni radicato nella Capitale e facente capo a Massimo Carminati, con diffuse infiltrazioni nel tessuto imprenditoriale, politico e istituzionale. Documentato un ramificato sistema corruttivo finalizzato a ottenere l'assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici dal comune di Roma e dalle aziende municipalizzate, con interessi anche nella gestione dei centri di accoglienza per gli immigrati.

I Carabinieri stanno eseguendo nelle province di Roma, Latina e Viterbo, un'ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta della procura distrettuale antimafia di Roma nei confronti di 37 indagati per associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, corruzione, turbativa d'asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e altri reati.

Contestualmente la Guardia di finanza sta eseguendo un decreto di sequestro di beni riconducibili agli indagati emesso dal tribunale di Roma per un valore di oltre un milione di euro.

Massimo Carminati, ex terrorista di estrema destra dei Nar ed ex membro della Banda della Magliana, sarebbe stato arrestato mentre si trovava a casa di Marco Iannilli, il commercialista romano, già finito in carcere e condannato in primo grado per la colossale truffa su Fastweb e Telecom Sparkle e coinvolto nel caso Enav. Domenica gli uomini del Ros hanno effettuato delle perquisizioni nella villa di Iannilli a Sacrofano, in provincia di Roma. Perquisita anche la casa di Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma.

Di Massimo Carminati scrive Lirio Abate sull'Espresso:

Non ama guidare e preferisce spostarsi a piedi o cavalcando uno scooter. Nessun lusso negli abiti, modi controllati e cortesi: in una città dove tutti parlano troppo, lui pesa le parole ed evita i telefonini. Sembra un piccolo borghese, perso tra la folla della metropoli, ma ogni volta che qualcuno lo incontra si capisce subito dalla deferenza e dal rispetto che gli tributano che è una persona di riguardo. Riconoscerlo è facile: l'occhio sinistro riporta i segni di un'antica ferita. Il colpo di pistola esploso a distanza ravvicinata da un carabiniere nel 1981: è sopravvissuto anche alla pallottola alla testa, conquistando la fama di immortale. Anche per questo tutti hanno paura di lui. Ed è grazie a questo terrore che oggi Massimo Carminati è considerato l'ultimo re di Roma.

La sua biografia è leggendaria, tanto da aver ispirato "Il Nero", uno dei protagonisti di "Romanzo criminale" interpretato sullo schermo da Riccardo Scamarcio. È stato un terrorista dei Nar, un killer al servizio della Banda della Magliana, l'hanno accusato per il delitto Pecorelli e per le trame degli 007 deviati, l'hanno arrestato per decine di rapine e omicidi. Come disse Valerio Fioravanti, «è uno che non voleva porsi limiti nella sua vita spericolata, pronto a sequestrare, uccidere, rapinare, partecipare a giri di droga, scommesse, usura». Sempre a un passo dall'ergastolo, invece è quasi sempre uscito dalle inchieste con l'assoluzione o con pene minori: adesso a 54 anni non ha conti in sospeso con la giustizia. Ma il suo potere è ancora più forte che in passato. Il nome del "Cecato" viene sussurrato con paura in tutta l'area all'interno del grande raccordo anulare, dove lui continua a essere ritenuto arbitro di vita e morte, di traffici sulla strada e accordi negli attici dei Parioli. L'unica autorità in grado di guardare dall'alto quello che accade nella capitale.

Mafia Capitale, le intercettazioni dei Ros: "Comandiamo sempre noi"

"Portami i soldi se no t'ammazzo a te e ai tuoi figli"

Al centro delle indagini dei Ros a Roma per "associazione di stampo mafioso", con 37 arresti e sequestri di beni per 200 milioni, c'è un sodalizio da anni radicato nella Capitale facente capo a Massimo Carminati, con infiltrazioni "diffuse" nel tessuto imprenditoriale politico e istituzionale.

Tra gli indagati, oltre a Gianni Alemanno, ci sono anche consiglieri regionali e comunali dell'attuale amministrazione e di quella presieduta dall'allora sindaco di centrodestra. Tra loro Luca Gramazio, consigliere Fi-Pdl in Regione Lazio, Eugenio Patanè, consigliere regionale Pd e Mirko Coratti, presidente dell'assemblea capitolina. Tra i soggetti raggiunti da provvedimenti di custodia cautelare anche dirigenti delle società municipalizzate.

Ma chi è Carminati, il regista di questa vicenda? Nato a Milano 55 anni fa, ma romano d'adozione, fin da giovane è vicino agli ambienti neofascisti fino a prendere parte ai Nar. L'uomo ha ispirato anche la penna dello scrittore Giancarlo De Cataldo, che nel celebre "Romanzo Criminale" lo presenta come il "Nero". E nel film diretto da Michele Placido avrà il volto dell'attore Riccardo Scamarcio.

Una ricostruzione puntuale ed esaustiva sulla biografia criminale e sulle gesta di Carminati la troviamo in un'inchiesta del giornalista Lirio Abbate pubblicato sull'Espresso.

Non ama guidare e preferisce spostarsi a piedi o cavalcando uno scooter. Nessun lusso negli abiti, modi controllati e cortesi: in una città dove tutti parlano troppo, lui pesa le parole ed evita i telefonini. Sembra un piccolo borghese, perso tra la folla della metropoli, ma ogni volta che qualcuno lo incontra si capisce subito dalla deferenza e dal rispetto che gli tributano che è una persona di riguardo. Riconoscerlo è facile: l'occhio sinistro riporta i segni di un'antica ferita. Il colpo di pistola esploso a distanza ravvicinata da un carabiniere nel 1981: è sopravvissuto anche alla pallottola alla testa, conquistando la fama di immortale. Anche per questo tutti hanno paura di lui. Ed è grazie a questo terrore che oggi Massimo Carminati è considerato l'ultimo re di Roma.

 

 

Carminati viene descritto come il dominus della zona più redditizia, il centro e i quartieri bene della Roma Nord. Dicono che la sua forza starebbe soprattutto nella capacità di risolvere problemi: si rivolgono a lui imprenditori e commercianti in cerca di protezione, che devono recuperare crediti o che hanno bisogno di trovare denaro cash. Non ha amici, solo camerati. E chi trent'anni fa ha condiviso la militanza nell'estremismo neofascista sa di non potergli dire di no. Per questo la sua influenza si è moltiplicata dopo l'arrivo al Campidoglio di Gianni Alemanno, che ha insediato nelle municipalizzate come manager o consulenti molti ex di quella stagione di piombo. Le sue relazioni possono arrivare ovunque. A Gennaro Mokbel, che gestiva i fondi neri per colossi come Telecom e Fastweb. E a Lorenzo Cola, il superconsulente di Finmeccanica che ha trattato accordi da miliardi di euro ed era in contatto con agenti segreti di tutti i continenti: un'altra figura che continua a muoversi liberamente tra Milano e la capitale nonostante sentenze e arresti.

 

 

La sua biografia è leggendaria, tanto da aver ispirato "Il Nero", uno dei protagonisti di "Romanzo criminale" interpretato sullo schermo da Riccardo Scamarcio. È stato un terrorista dei Nar, un killer al servizio della Banda della Magliana, l'hanno accusato per il delitto Pecorelli e per le trame degli 007 deviati, l'hanno arrestato per decine di rapine e omicidi. Come disse Valerio Fioravanti, «è uno che non voleva porsi limiti nella sua vita spericolata, pronto a sequestrare, uccidere, rapinare, partecipare a giri di droga, scommesse, usura». Sempre a un passo dall'ergastolo, invece è quasi sempre uscito dalle inchieste con l'assoluzione o con pene minori: adesso a 54 anni non ha conti in sospeso con la giustizia. Ma il suo potere è ancora più forte che in passato. Il nome del "Cecato" viene sussurrato con paura in tutta l'area all'interno del grande raccordo anulare, dove lui continua a essere ritenuto arbitro di vita e morte, di traffici sulla strada e accordi negli attici dei Parioli. L'unica autorità in grado di guardare dall'alto quello che accade nella capitale.

 

Alemanno indagato per mafia, a Roma sotto inchiesta consiglieri Pd e Fi

Alemanno indagato per mafia, a Roma sotto inchiesta consiglieri Pd e Fi

Giustizia & Impunità
Trentasette arresti nell'inchiesta del Ros. In manette Massimo Carminati, ex terrorista di estrema destra dei Nar ed ex membro della Banda della Magliana. Agli indagati gli inquirenti, coordinati di Giuseppe Pignatone, contestano a vario titolo, anche estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio

“È la teoria del mondo di mezzo compà. …. ci stanno . . . come si dice . . . i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo … e allora …. e allora vuol dire che ci sta un mondo… un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano… come è possibile… che ne so… che un domani io posso stare a cena con Berlusconi”. Parola di Massimo Carminati, ex terrorista di estrema destra dei Nar ed ex membro della Banda della Magliana, numero uno dell’organizzazione criminale decapitata dagli uomini del Ros.

Un gruppo, chiamato Mafia Capitale, capace infiltrarsi e fare business nella gestione di centri di accoglienza degli immigrati e campi nomadi, finanziare cene e campagne elettorali, come quella dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, tramite la Fondazione Nuova Italia di cui l’esponente di Fratelli d’Italia è presidente. Ma anche coinvolgere nella loro rete politici di destra e di sinistra. Come, oltre all’ex primo cittadine dell’Urbe indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso, il presidente dell’Assemblea Capitolina che si è dimesso, Mirko Coratti e il consigliere regionale Eugenio Patanè, entrambi del Pd, e il consigliere regionale Luca Gramazio (Forza Italia) o anche sedurre l’assessore alla casa Daniele Ozzimo (Pd), assessore alla Casa, che si è dimesso dicendo: “Sono estraneo ai fatti ma per senso di responsabilità rimetto il mio mandato”. Stesso tono la dichiarazione di Alemanno: “Chi mi conosce sa bene che organizzazioni mafiose e criminali di ogni genere io le ho sempre combattute a viso aperto e senza indulgenza. Dimostrerò la mia totale estraneità ad ogni addebito e da questa incredibile vicenda ne uscirò a testa alta. Sono sicuro che il lavoro della  magistratura, dopo queste fasi iniziali, si concluderà con un pieno proscioglimento nei miei confronti”.

Una immagine, quella di Roma dominata da criminali possono dire “comandiamo sempre noi“, che si svela con un’inchiesta, battezzata proprio Mondo di Mezzo e che ha portato in carcere 28 persone e ha fatto finire nel registro degli indagati il nome un centinaio di persone. Cui gli inquirenti, coordinati dal procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, contestano a vario titolo, l’associazione a delinquere di stampo mafioso, anche estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e altri reati. 

“È una organizzazione mafiosa, usa il metodo mafioso” spiega il procuratore capo. Mafia Capitale è capace “di elaborare equilibri e sinergie”. Tanto che, cambiata la giunta dopo le elezioni comunali che hanno portato Ignazio Marino alla guida del Campidoglio, Carminati ordina a Salvatore Buzzi numero uno della cooperativa “29 giugno”, appartenente all’universo Legacoop: “Bisogna vendere il prodotto amico mio, eh. Bisogna vendersi come le puttane ades…adesso e allora mettiti la minigonna e vai a batte co’ questi amico mio, eh… capisci”. Gli inquirenti, infatti, hanno documentato un sistema corruttivo per l’assegnazione di appalti nel settore ambientale e delle politiche sociali e finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate. Appalti per decine di milioni di euro a società collegate a Carminati: “In cambio di appalti a imprese amiche – ha spiegato il pm Michele Prestipino – venivano pagate tangenti fino a 15 mila euro al mese per anni. Ma anche centinaia di migliaia di euro in un solo colpo”.

“Con questa operazione abbiamo risposto alla domanda se la mafia è a Roma. La risposta è che Roma la mafia c’è –  prosegue Pignatone – non c’è una unica organizzazione mafiosa” capace di controllare l’intero territorio, quella “di cui stiamo parlando dimostra originarietà e originalità, proprio perché nasce nella capitale” e dimostra che “le mafie sono cambiate non ricorrono alla violenza e al controllo del territorio se non necessario per creare assoggettamento”.  E, dice il procuratore, “alcuni uomini vicini all’ex sindaco Alemanno sono componenti a pieno titolo dell’organizzazione mafiosa e protagonisti di episodi di corruzione. Con la nuova amministrazione il rapporto è cambiato ma Carminati e Buzzi erano tranquilli chiunque vincesse le elezioni“.  Il giudice per le indagini preliminari ha invece rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti di Gennaro Mokbel e Salvatore Forlenza, che sono comunque indagati. Tra gli arrestati anche l’ex ad dell’Ente Eur, Riccardo Mancini. È in alcuni intercettazioni, tra Mancini e Carminati, che è venuto fuori il nome dell’ex primo cittadino già esponente di Alleanza Nazionale e ora Fratelli d’Itali. Ed è Carminati che, secondo gli inquirenti, “individua e recluta imprenditori… mantiene i rapporti con altri esponenti delle altre organizzazioni criminali operanti su Roma nonché esponenti del mondo politico, istituzionale, finanziario, con appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti”. I carabinieri hanno perquisito gli uffici della Regione Lazio e del Campidoglio per acquisire documenti gli uffici della Presidenza dell’Assemblea Capitolina e presso alcune commissioni della Regione Lazio. Contemporaneamente la Guardia di Finanza ha eseguito un decreto di sequestro di beni per un valore di 200 milioni di euro.In manette anche Riccardo Brugia (in passato arrestato per rapina e vicino agli ambienti del Nar), Roberto LacopoMatteo CalvioFabio Gaudenzi (con precedenti per rapina), Raffaele BracciCristiano Guarnera, Giuseppe IettoAgostino Gaglianone, Salvatore BuzziFabrizio Franco TestaCarlo Pucci (ex dirigente Ente Eur), Franco Panzironi (ex amministratore delegato Ama), Sandro Coltellacci, Nadia CerritoGiovanni Fiscon, Claudio CaldarelliCarlo Maria GuaranyEmanuela BugittiAlessandra GarronePaolo Di NinnoPierina Chiaravalle, Giuseppe MoglianiGiovanni LacopoClaudio Turella (ex responsabile Servizio giardini del comune), Emilio Gammuto, Giovanni De CarloLuca Odevaine (ex vice capo di gabinetto dell’ex sindaco di Roma Veltroni e capo della polizia provinciale). Il gip ha disposto gli arresti domiciliari per Patrizia CaracuzziEmanuela Salvatori, Sergio MenichelliFranco CancelliMarco PlacidiRaniero Lucci, Rossana CalistriMario Schina

Il gip ha disposto gli arresti domiciliari per Patrizia CaracuzziEmanuela Salvatori, Sergio MenichelliFranco CancelliMarco PlacidiRaniero Lucci, Rossana CalistriMario Schina

 

Le minacce di Tamara l'aguzzina: "Ricca, violenta e vendicativa"

Nell'ordinanza descritta come "capricciosa, le cui richieste vengono appoggiate dai criminali"

Le parole del gip sono chiare e nitide. Tamara Pisnoli, già figlia d'arte (il padre ex rapinatore fu ucciso nel 2008 con un colpo di fucile sparato in bocca nelle campagne di Aprilia) "ha una significativa tendenza all'uso della violenza". Quel volto angelico che tutti ricordano in un candido abito nuziale all'altare col campione giallorosso Daniele de Rossi "deve ritenersi una persona di indole violenta, con un'abitudine a rapporti improntati alla sopraffazione e all'intimidazione, che gestisce la sua enorme ricchezza appoggiandosi ad ambienti criminali". Insomma "un soggetto vendicativo che ha l'abitudine a farsi giustizia da sè, ricorrendo alla violenza".

In quell'ordinanza la figura della ex Lady De Rossi appare come "capricciosa" le cui richieste  -  di violenze e ritorsioni  -  vengono appoggiate dal gruppo criminale di cui si avvaleva per ottenere ciò che voleva. Emblematico un episodio in cui la Pisnoli chiede a uno degli otto arrestati, affiliato al clan Casamonica, se grazie a lui fosse sparito il profilo Facebook dell'attuale compagna del suo ex, tale M. M. La donna era arrabbiata, raccontano le carte, perché sul profilo Fb della sua "rivale" in amore era apparsa la fotografia di un anello che il suo ex compagno (non il calciatore giallorosso, quello successivo) le aveva donato. Anello che, a dire della Pisnoli, doveva essere suo. Così si compiace, col complice, che dopo le sue rimostranze per quell'immagine apparsa sul social, il profilo Facebook della donna fosse sparito.

Anche per questo si era interstardita contro l'imprenditore Antonello Ieffi a cui, quando era ancora fidanzata con M. M. (suo amico fraterno) si rivolse per entrare nella partita del fotovoltaico. "Una volta però interrotta la relazione con M. M. la donna decise di ritirare l'investimento da 80mila euro con Ieffi" e cominciò a chiamarlo più e più volte per farsi restituire non solo quell'importo ma anche gli interessi, fino ad arrivare a quasi il doppio della cifra, 150mila euro.

"Lei era il capo  -  scrive il giudice per le indagini preliminari  -  e gli altri assecondavano i suoi capricci, ottemperando ai suoi ordini". E fu così che decise il sequestro, per mettere un po' di paura al tipo e far capire con chi aveva a che fare, laddove la vittima ancora non lo avesse capito.

A casa sua, in un lussuoso appartamento al Torrino, venne tenuto sequestrato il 17 luglio del 2013 un paio d'ore, seviziato con un coltello e minacciato di morte.
La donna, che dopo la separazione da Daniele De Rossi, ottenne l'affidamento della figlia e minacciò, sempre menzionando la sua amicizia con appartenenti al clan dei Casamonica, ritorsioni, se non si fosse fatto come diceva lei, ora si trova agli arresti domiciliari.
Affida al suo legale

la sua difesa dopo l'arresto: "Non c'entro con questa storia, io non ho fatto niente". "La mia assistita  -  ha dichiarato l'avvocato Cesare Placanica, difensore della Pisnoli  -  fu coinvolta in un investimento da un manager ma non conosce gli altri soggetti coinvolti". Lo stesso legale ha aggiunto poi che la sua assistita "è intenzionata a rispondere nell'interrogatorio di garanzia davanti al gip". Che avverrà tra qualche giorno.

Tamara Pisnoli, ex moglie di Daniele De Rossi agli arresti domiciliari

Tamara Pisnoli, ex moglie di Daniele De Rossi agli arresti domiciliari

Cronaca

C'è l'ex moglie del calciatore della Roma, tra le otto persone arrestate dai carabinieri. L’indagine era scaturita dalla denuncia per sequestro di persona a scopo di estorsione presentata da un imprenditore

C’è anche Tamara Pisnoli, ex moglie del calciatore della Roma Daniele De Rossi, è tra le otto persone arrestate dai carabinieri di Roma. L’indagine era scaturita dalla denuncia contro ignoti per sequestro di persona a scopo di estorsione presentata da un imprenditore il 20 luglio scorso. Appena dimesso dall’ospedale dove era stato ricoverato per lesioni varie, l’uomo aveva denunciato ai militari che la sera del 17 luglio 2013, mentre si trovava in un bar di Viale Città d’Europa, all’Eur, dove aveva un appuntamento con un amico, era stato prelevato da persone a lui sconosciute, che lo avevano caricato a bordo di un’auto e condotto in un appartamento poco distante. Lì lo avevano trattenuto per ore, malmenandolo e seviziandolo con un coltello, procurandogli ferite da taglio sulla testa al fine di indurlo a consegnare 200mila euro.

Dopo alcune ore, i sequestratori lo avevano rapinato dell’orologio Rolex e di 900 euro in contanti e lo avevano rilasciato, abbandonandolo in strada, in zona Trullo. L’uomo era stato poi soccorso e ricoverato in ospedale, riportando una prognosi di 30 giorni per le fratture e ferite patite. I carabinieri hanno ricostruito che il sequestro e la spedizione punitiva era stata organizzata al fine di attuare un recupero crediti per conto terzi, inducendo in tal modo, con violenza e minacce, l’uomo a restituire dei soldi pretesi.
I mandanti sono stati identificati in due fratelli, A.G., 30 anni, e S.G., 37 anni, entrambi con precedenti di polizia, che avevano precedentemente prestato 100mila euro alla vittima, applicando interessi usurari che avevano fatto lievitare esponenzialmente il debito. Prima del sequestro, sottoposto in più circostanze a minacce e percosse, l’uomo aveva già pagato, in 6 mesi, 343mila euro in restituzione del prestito e della quota interessi, ma ciò non era stato ritenuto sufficiente dai due usurai che pretendevano il pagamento di altri 86 mila euro.

Quanto alla posizione della donna, ritenuta uno dei mandanti del pestaggio, in passato aveva acquistato dalla vittima una licenza per la produzione di energia elettrica mediante impianti fotovoltaici, pagandola 80mila euro, che, secondo gli investigatori, pretendeva le fossero restituiti con gli interessi, essendo venuto meno il suo progetto di impresa nel settore energetico. Con la misura cautelare eseguita nel corso della notte, il gip ha riconosciuto la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico delle 8 persone coinvolte nella vicenda, tutti italiani, non riconoscendo la sussistenza del reato di sequestro di persona, ma contestando i reati di estorsione aggravata, lesioni personali, rapina e usura e disponendo il carcere per 6 persone e gli arresti domiciliari per due, tra cui la Pisnoli.

 

 

 

"Artigiano e un po’ eroe, la mia storia da incubo con le banche contro"

Il calvario di un piccolo imprenditore segnalato alla Centrale Rischi per uno sconfino di conto corrente e vittima di tassi illegali

CESANO MADERNO (MB) . Prima di entrare nel capannone della "Iglass" c'è un piccolo ufficio con tre scrivanie; incorniciata e appesa al muro c'è un'intervista al sociologo americano Richard Sennett, il quale dice: "Chi lavora nella finanza ha dimenticato la lezione dell'artigiano, perché non è stato in grado di utilizzare gli strumenti del suo lavoro". E qui, in mezzo a lastre trasparenti alte anche cinque metri, l'artigiano Alberto Carminati, 50 anni, si danna e si entusiasma allo stesso tempo. "Renzi dice che siamo eroi? A me fa piacere, ma non basta dirlo. Abbiamo contro la burocrazia, il fisco, spesso i sindaci, a loro volta strozzati dai tagli. E poi le banche: lo sa che una, un grande istituto eh, l'ho denunciata per usura e mi ha risarcito?".
 


Fondata grazie alla liquidazione del papà nel 1984, "Iglass" ha otto dipendenti. "Sono troppo piccolo per rientrare nella categoria dell'impresa e sono troppo grande per continuare a figurare titolare unico, se qualcosa va male pagheranno i miei figli e i figli dei miei figli ", spiega Carminati, un po' depresso. "Ma siamo vivi  -  ed eccolo euforico  -  perché innoviamo: facciamo vetrate con le stampe digitali, quelle riscaldanti, oppure i vetri anti appannamento per le saune. Ogni nuovo macchinario costa centinaia di migliaia di euro, ma non puoi fare diversamente. Il futuro del materiale è la tempera chimica: maggiore resistenza e minor peso". Se siete mai passati sul ponte di Santiago Calatrava a Venezia, ecco, sappiate che il vetro è roba sua. Così come nella nuova sede del Sole 24 Ore, progettata da Renzo Piano.

Solo che poi è cambiato tutto, il fatturato dell'azienda si è dimezzato da un anno all'altro. "Era il 2008, a un certo punto due clienti non mi hanno più pagato: mezzo milione di euro di buco. Lì è cominciato un calvario dal quale sto uscendo solo adesso", racconta l'imprenditore. Un calvario fatto di scartoffie, cause e controcause a destra e a manca (tutte vinte: contro il Comune che si era preso troppi soldi per l'Ici, contro Equitalia che voleva 40mila euro) e infine, come una ciliegina sulla torta, le banche. "A loro non interessa niente se hai una storia dietro, se hai un'idea per il futuro, se hai un inghippo momentaneo, non sei valutato realmente per quel che vali. Sei un numero, un coefficiente ", ragiona Carminati, di nuovo depresso. Il suo "coefficiente" diceva che, nel bel mezzo della tempesta, aveva sforato il fido di 80mila euro. "Ma come? Mi conoscevano da vent'anni, avevo chiesto una deroga, aspettavo una risposta da tre mesi e invece mi chiamano e fanno: "Lei è passato in incaglio". Definizione del termine "incaglio" su sito specialistico: "Sconfino di conto corrente. La posizione di incaglio verrà segnalata in "centrale rischi" di modo che tutti gli istituti di credito possano prenderne notizia. Il risultato è l'impossibilità di accesso al credito".
 


Per chi fa impresa somiglia alla campana che suona a morto. Il tuo istituto non ti finanzia più, gli altri lo stesso. E allora come li ripiani i debiti? Per prima cosa "con grande dispiacere, ho ridotto il personale del 50%". Per seconda, Carminati è andato a leggersi bene i fogli della banca, le scritte piccole che nessuno si guarda mai. Risultato, "ho scoperto che non solo non mi avevano aiutato quando più avevo bisogno, e questo lo sapevo, ma oltretutto avevano praticato tassi di interesse sul fido concordato fuorilegge". In gergo: anatocismo (la possibilità per le banche di applicare interessi sugli interessi), usura oggettiva e usura soggettiva. Così è partita la richiesta di risarcimento danni, la banca ha tentato la strada della trattativa "e alla fine abbiamo chiuso la settimana scorsa a 50mila euro cash. Pochi, ma meglio la metà della metà subito che tutti fra anni, aspettando la fine di una causa".

La dura legge del credito, oggi, è che "se chiedi cento, devi poter garantire centouno. Solo che poi uno risponde: ma scusa, se ce li avevo mica te li venivo a chiedere no?", sbotta il padroncino della Iglass. I numeri dell'Unione Artigiani lombarda, parlano di una stretta del credito dell'8% nel 2014 rispetto all'anno scorso. "Senza dimenticare che tra il 2012 e il 2013 secondo Bankitalia il gap toccò un netto meno 10%", sottolinea Marco Accornero, segretario degli artigiani milanesi e brianzoli: "I numeri certificano come l'accesso al credito da parte delle micro, piccole e medie imprese risulti difficile se non impossibile ". Però almeno stavolta, in questa vetreria di provincia dove ora gli operai artigiani stanno costruendo una fontana per un comune indiano con scolpita una preghiera in musulmano, c'è il lieto fine. Cioè una commessa da 540mila euro arrivata dalla Russia, un albergo da 220 camere, hai voglia di vetri e vetrate. E così magicamente la giostra fatta di investimenti (e debiti) può ripartire: "Sai  -  sorride Carminati, ovviamente rivitalizzato  -  si chiama factoring: una società ti dà risorse finanziarie immediate in cambio della cessione dei crediti futuri... "

 

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Expo, patteggia la “cupola degli appalti”
Niente carcere per nuova Tangentopoli

 

Milano calibro racket: “Nella città di Expo
tre imprenditori su 10 vengono taglieggiati”

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Danneggiamenti, telefonate minacciose e visite poco amichevoli. E poi richieste di soldi, merci o assunzioni. E’ quanto accade a commercianti e operatori dei servizi e del turismo secondo l’indagine “Insieme per la sicurezza” promossa da Confcommercio nell’area metropolitana milanese: e non c’è solo la malavita: il 10% degli intervistati si è trovato coinvolto in episodi di concussione, ma i funzionari vengono denunciati solo nell’8,3% dei casi  di Erika Bodda

Autobombe, kalashnikov e caterpillar
DALLE MACERIE DI Foggia,25 giugno 2014, così agisce la 'Società' mafiosa

 

 

 

 

De Magistris, il Tar e la retroattività. La stessa questione che sollevò Berlusconi

De Magistris, il Tar e la retroattività. La stessa questione che sollevò Berlusconi

Giustizia & impunità

I giudici amministrativi sostengono che la Consulta deve valutare la legittimità degli articoli 10 e 11 della legge Severino. Così l'ex pm potrebbe spianare la strada al ritorno in politica del Cavaliere. Il giurista Pellegrino: "Assist politico"

Se volessimo provare a semplificare anche a chi non mastica diritto il nocciolo delle 28 pagine dell’ordinanza che ha reintegrato Luigi de Magistris nella carica di sindaco di Napoli dovremmo partire da un concetto sul quale si è discusso molto a proposito della legge Severino: il principio di non retroattività. È questo l’unico dei sette motivi di ricorso dei legali di de Magistris – Giuseppe Russo, Stefano Montone e Lello Della Pietra – che la Prima Sezione del Tar di Napoli presieduta dal giudice Cesare Mastrocola ha ritenuto fondato. Rimandando il nodo da sciogliere alla Consulta. Dove siede dal 18 ottobre Nicolò Zanon, sostenitore della incostituzionalità della legge Severino. Anche se il nodo da sciogliere è relativo alla legittimità costituzionale dell’articolo 11 primo comma lettera ‘a’ e dell’articolo 10 primo comma lettera ‘c’ del decreto legislativo 235 del 31 dicembre 2012 “perché la sua applicazione retroattiva si pone in contrasto con gli artt. 2, 4, secondo comma, 51, primo comma e 97, secondo comma della Costituzione”.

Sono i pezzi della legge che riguardano sindaci e amministratori locali. Ma sono pronti ad appropriarsene anche i corifei di Silvio Berlusconi, pronti a dire che il principio di non retroattività debba valere anche per lui, e sarebbe assai curioso se fosse de Magistris a spianare la strada al ritorno in politica del Cavaliere.  Ve li ricordate, i berluscones, pochi giorni dopo la pronuncia della Cassazione contro il Cavaliere? Riavvolgiamo il nastro all’agosto 2013. Francesco Nitto Palma, ex ministro Pdl della Giustizia: “Il problema è capire se questa decadenza, che è un effetto penale della condanna, abbia o meno carattere della retroattività, perché ove mai dovesse appartenere al meccanismo sanzionatorio, non sarebbe possibile una norma retroattiva”. Secondo Palma, che citava una sentenza della Cassazione, la decadenza ha proprio tale carattere. Carlo Giovanardi, Pdl: “La norma sulla decadenza non è applicabile a Silvio Berlusconi, perché i reati per i quali è stato condannato sono stati commessi prima dell’entrata in vigore della legge”. Un costituzionalista, Francesco Guzzetta, pareva pensarla come loro. E oggi l’ex pm, condannato per abuso d’ufficio, tra le altre dichiarazioni ha detto: “Credo che sia necessario che si riapra il dibattito sulla legge Severino”.

Va naturalmente ricordato che a differenza del caso de Magistris, le ‘sanzioni’ per i parlamentari scattano solo in caso di condanna definitiva (ed era così anche prima della Severino, come insegna il caso di Cesare Previti), come nel caso Berlusconi. De Magistris è solo un condannato in primo grado, per abuso d’ufficio. Un reato che la Severino ha aggiunto a quelli che la 267/2000 già contemplava come causa di sospensione dalla carica in caso di condanna non definitiva (concussione e corruzione, ad esempio).

Ed eccoci al succo della decisione del Tar. Scrive il giudice estensore, Paolo Corciulo: “Ritiene il Collegio che l’applicazione retroattiva di una norma sanzionatoria, anche di natura non penale ai sensi dell’art. 25, secondo comma della Costituzione, urta con la pienezza ed il regime rafforzato di diritti costituzionalmente garantiti”. La retroattività si calcola sul ‘fatto storico’ oggetto dell’imputazione, che nel caso di de Magistris si colloca al 2007. Ed ancora: “Anche per l’assenza di una norma transitoria, non è possibile in via interpretativa al giudice del merito risolvere la questione della legittimità costituzionale del superamento del limite costituito dal divieto di retroattività della legge anche nell’ipotesi in cui la sospensione dalla carica sia prevista in caso di condanna non definitiva; il dubbio di compatibilità costituzionale concerne la sussistenza di un eccessivo sbilanciamento in favore della previsione normativa di tale misura cautelativa di salvaguardia della moralità dell’amministrazione pubblica rispetto all’ampio favor da riconoscersi alle facoltà di pieno esercizio del diritto soggettivo di elettorato passivo di cui all’art. 51, primo comma della Costituzione”.È il diritto di de Magistris di candidarsi ed essere eletto sindaco. I giudici amministrativi ritengono corretto lo sforzo della Severino di porre nuovi e più severi paletti per sancire l’indegnità morale a ricoprire una carica. Ma precisano che l’indegnità morale non può essere sancita da una sentenza non passata in giudicato. Alla domanda se la sospensiva a sua firma possa aprire la strada anche ad altri amministratori sospesi dalla Severino, il presidente Mastrocola ha risposto: “Questa ordinanza è un unicum”.

Un’ordinanza che secondo giurista Gianluigi Pellegrino “fa leva sulle stesse pretese già agitate contro la legge Severino da Berlusconi per la sua decadenza. Quindi, paradossalmente, da de Magistris arriva ora un assist politico a Berlusconi. Quanto alla Consulta se accogliesse la tesi del Tar, sarebbe indirettamente una vittoria politica anche per Berlusconi. L’ex premier non avrebbe effetti diretti, perché la decadenza è definitiva, ma una decisione in tal senso sarebbe una bocciatura di quello che ha fatto il Parlamento e Berlusconi potrebbe trarne linfa anche per i contenzioni aperti nelle corti internazionali“. E da Cicchitto alla Gelmini, da Gasparri a Caldoro si parla già di “abuso”, “mostruosità” e “farsa”.

 

De Gregorio: "Da me e Berlusconi strategia della 'guerriglia urbana' contro Prodi"

"Proposi a Mestella di fare il premier di un governo di transizione", rivela l'ex senatore, chiamato a testimoniare a Napoli nel processo sulla compravendita di senatori che portò alla caduta del governo di centrosinistra

NAPOLI -  "Con Berlusconi avevamo adottato una strategia di 'guerriglia urbana' per devastare la coalizione dell'Unione", ovvero la maggioranza che sosteneva il secondo governo Prodi nel 2006. Lo ha spiegato l'ex senatore Sergio De Gregorio, sentito come testimone al processo per la presunta compravendita di senatori in cui sono imputati Silvio Berlusconi e l'ex direttore dell'Avanti Valter Lavitola.

Leggi/DE GREGORIO: "COSI' NACQUE L'OPERAZIONE LIBERTÀ" di D. Del Porto e C. Sannino 

Nella deposizione De Gregorio ha ammesso di aver preso parte all"Operazione Libertà", termine che sarebbe stato coniato dallo stesso Berlusconi per delineare l'insieme delle azioni messe in campo per portare alla caduta del secondo governo Prodi, che poteva contare su pochi voti di maggioranza al Senato. L'ex senatore ha rivelato di aver proposto a Clemente Mastella di diventare premier di un governo di transizione per il dopo Prodi. "Organizzai un pranzo con Mastella e un capocentro della Cia  - ha raccontato De Gregorio - il quale disse al ministro della Giustizia che gli interessi degli Stati Uniti non erano tutelati da questa coalizione, da un governo che non voleva il completamento delle basi militari in Italia".

Sergio De Gregorio è stato chiamato a testimoniare dalla Procura di Napoli ed è il grande accusatore dell'ex Cavaliere. L'ex senatore, che nel 2006 passò dall'Italia dei Valori al Pdl, con le sue dichiarazioni accusatorie e autoaccusatorie diede il via all'inchiesta dei pm Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock. De Gregorio affermò di aver ricevuto da Berlusconi tre milioni di euro per passare dal centrosinistra al centrodestra e contribuire alla caduta del governo Prodi. E' uscito dal processo patteggiando venti mesi di reclusione.

L'ex senatore ha affermato che, in un incontro a Palazzo Grazioli poco dopo la sua elezione, il Cavaliere espresse rammarico per la sua elezione nelle fila del centrosinistra e gli chiese di "tornare a casa". De Gregorio gli spiegò di essersi fortemente indebitato per fare campagne elettorali al termine delle quali non era stato candidato, e l'ex premier si offrì di ripianare i suoi debiti. All'incontro era presente Lavitola, "uno davanti al quale i parlamentari di Forza Italia si mettevano sull'attenti. L'unico che entrava a Palazzo Grazioli senza appuntamento, uno dei pochi, se non l'unico, che si permetteva di alzare la voce con Berlusconi" ha aggiunto l'ex parlamentare. Infine De Gregorio ha affermato che Berlusconi accettò di dargli tre milioni in cambio del passaggio al centrodestra: un milione come sovvenzione al movimento "Italiani nel mondo" e due milioni in contanti in varie tranche tramite Lavitola.

De Magistris perde la testa: 'Via i giudici,MASSA DI TESTE DI CAZZO: HANNO IMPIEGATO VENTI ANNI PER CONDANNARE QUELLA MERDA DI ARCORE E 5 MINUTI IL SOTTOSCRITTO PER AVER FATTO IL PROPRIO MESTIERE,VAFFANCULO !!!'
Anm: "Inaccettabile da uomo istituzioni" Ancora De Magistris:"MA CHE VADANO AFFANCULO!!"

De Magistris perde la testa: 'Via i giudici' Anm: "Inaccettabile da uomo istituzioni"

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Milano come Scampia
Mafie, racket e droga
nelle case popolari

Milano come Scampia Mafie, racket e droga nelle case popolari

Latitanti e pusher, boss che "comandano" alle elezioni e guerra fra poveri. Un ex funzionario: "Venne un futuro assessore di Formigoni in 'visita' elettorale"

 

‘Ndrangheta, in manette politico Pd lombardo
“Processione dal boss per chiedere voti e favori”

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Mafie
Tredici arresti tra Lombardia e Calabria operati dal Ros dei carabinieri su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Milano. In manette anche Calogero Addisi, consigliere comunale Pd di Rho, la cittadina alle porte di Milano che ospita i cantieri di Expo (leggi). Ma ce n’è anche per Forza Italia. Un politico locale chiede voti al boss Muscatello: “Mi hanno messo in mano il partito” (leggi). Confermato l’interesse agli appalti dell’Esposizione del 2015  di Alessandro Bartolini e Davide Milosa

 

 

Ruby bis, Lele Mora
chiede pena più bassa
e rinuncia ad appello
: l'ex fenomeno chiede di rimodulare la pena in continuità con la condanna per bancarotta rinunciando a parte del secondo grado e quindi ammettendo le colpe di favoreggiamento ed induzione alla prostituzione minorile

Ruby bis, Lele Mora chiede pena più bassa e rinuncia ad appello

L'ex manager è stato condannato in primo grado a 7 anni per induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile per i presunti festini ad Arcore

 

 

Bancarotta, indagato il padre di Renzi

Avviso di proroga delle indagini sul crac della Chil Post notificato martedì, il giorno della
svolta simil-craxiana del premier sulla giustizia (leggi). La denuncia del curatore risale a sei mesi fa

 
Bancarotta, indagato il padre di Renzi
 
 
Tiziano Renzi è indagato per bancarotta fraudolenta per il fallimento della società Chil Post srl. Il curatore avrebbe rilevato passaggi sospetti dei rami d’impresa e uscite di denaro non giustificate. Dalla Chil l'attuale premier è stato intestatario tra il 1999 e il 2004. E sempre alla Chil si riferiscono le polemiche per l'assunzione di Matteo Renzi 11 giorni prima che l’Ulivo lo candidasse a presidente della Provincia di Firenze. Grazie a quella assunzione i contributi della pensione del dirigente-sindaco furono versati dalla collettività

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 ALL'INDOMANI DELL'ASSOLUZIONE DEL PORCO DI MERDA...

 

Processo Ruby: avevamo ragione noi

Il 18 luglio, quando la II Corte d’appello di Milano assolse B. nel processo Ruby perché la concussione “non sussiste” e la prostituzione minorile “non costituisce reato”, la disinformatija all’italiana diede il meglio di sé raccontando che dunque la Procura s’era inventata decine di prostitute, minorenni e non, nelle varie dimore del premier; e s’era sognata le sue telefonate notturne dal vertice internazionale di Parigi per buttare giù dal letto il capo di gabinetto della Questura, Pietro Ostuni, e far rilasciare la minorenne fermata per furto Karima El Mahroug (spacciata per nipote di Mubarak) nelle mani di Nicole Minetti e della collega Michelle Conceiçao contro il parere del pm minorile Annamaria Fiorillo

Nessuno, a parte il Fatto e l’avvocato Coppi, osò ricordare che il 6 novembre 2012 Pd e Pdl avevano approvato la legge Severino, detta comicamente “anticorruzione”, che spacchettava la vecchia concussione (per costrizione o per induzione, non faceva differenza) in due diversi reati: concussione (nel solo caso della costrizione) e l’induzione indebita a dare o promettere utilità (nei casi più lievi), proprio mentre ne erano imputati B. e Penati. Il Fatto spiegò, prim’ancora che uscisse la sentenza, in un pezzo di Marco Lillo, che fino al 2012 bastava che un pubblico ufficiale ottenesse soldi o favori da qualcuno, costringendolo con violenze o minacce o inducendolo con lusinghe o timori riverenziali , profittando della sua posizione, per far scattare il reato di concussione. Dal 2012 non più: nel caso di induzione, come stabilito dalle sezioni unite della Cassazione, bisogna anche dimostrare che l’indotto (non più vittima, ma complice dell’inducente) ha ricavato un “indebito vantaggio” dal suo cedimento. Cioè, nel caso Ruby, perché B. rispondesse di induzione, va provato che Ostuni abbia ceduto alle sue richieste in cambio di vantaggi indebiti. E, siccome Ostuni non ne ha avuti, la nuova legge salva B.Il Tribunale aveva tagliato la testa al toro, condannandolo a 6 anni (più uno per la prostituzione minorile) per concussione per costrizione. Mossa azzardata, visto che le telefonate di B. da Parigi non contengono violenze o minacce: è il tipico caso dell’induzione, come ha ritenuto la Corte d’appello, che però non ha potuto condannarlo per il nuovo reato per mancanza di vantaggi ingiusti per Ostuni. Il 18 luglio, in un dibattito su La7, tentai di spiegarlo a Giuliano Ferrara, che gabellava l’assoluzione per un colpo di spugna su tutti i fatti dimostrati dal processo (e, già che c’era, anche da tutti i processi degli ultimi 22 anni, da Tangentopoli in poi). Lui, per tutta risposta, si mise a sbraitare, si alzò e se ne andò. L’indomani i giornali fecero a gara nel distrarre l’attenzione dal vero nodo della sentenza: che era strettamente giuridico per la nuova legge, e non inficiava minimamente i fatti ampiamente assodati.

Libero titolava: “La puttanata è il processo. Chi paga ora per le intercettazioni, i costi, le ragazze alla sbarra, la caduta del governo?”. E tal Borgonovo ridacchiava dei “manettari” e “rosiconi”, “da Lerner a Travaglio”, che hanno “già emesso la sentenza per ideologia e invocano la gogna per Silvio”. Il Giornale dell’imputato chiedeva che qualcuno “pagasse” per il presunto errore giudiziario e addirittura “chiedesse scusa” al padrone puttaniere. Sallusti ringraziava l’amico Renzi per “aver tenuto aperta la porta al condannato” e scatenò i suoi segugi a caccia dei “mandanti ed esecutori” del “colpo di Stato”. Zurlo sfotteva Merkel e Sarkozy che “ridevano sulle nostre disgrazie”: come se ridessero per il bungabunga. La Stampa dava un annuncio trionfale: “È finita la guerra dei vent’anni”. Persino Repubblica titolava sulla “rivincita di Berlusconi”, relegando in poche righe la chiave del verdetto: la modifica del reato, frutto dell’oscena legge Severino. Sul Corriere il solito giurista per caso Pigi Battista attaccava chi “ha mischiato vicende giudiziarie e vicende politiche” e “fatto il tifo per una sentenza che liquidasse l’avversario”, ignaro del fatto che la Severino l’aveva votata il Pd assieme a B.

E concludeva: “Finalmente il dibattito politico si libera dal peso di un incubo giudiziario: il percorso delle riforme istituzionali può procedere speditamente” perché “questa sentenza può contribuire a sancire la definitiva separazione tra la storia politica e quella giudiziaria in un Paese che nella guerra totale tra politica e magistratura ha conosciuto la sua maledizione”. Anche i veri giuristi, come Carlo Federico Grosso, si affrettavano a difendere la povera collega Severino ingiustamente calunniata, sostenendo che la sua legge non c’entrava: altrimenti la Corte avrebbe assolto B. “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato” (in realtà è ancora previsto, ma è impossibile punirlo grazie al trucchetto del vantaggio indebito per l’indotto).

Chissà come la mettono questi signori dinanzi alle motivazioni della sentenza che confermano tutti i fatti – eticamente e politicamente gravissimi – già accertati dai pm. C’è la “prova certa dell’esercizio di attività prostitutiva ad Arcore in occasione delle serate in cui partecipò Karima El Mahroug” che si “fermò a dormire almeno due volte” a Villa San Martino, con l’“effettivo svolgimento di atti di natura sessuale retribuiti” (anche se non c’è prova sufficiente che B. sapesse che Ruby era minorenne ai tempi delle “cene eleganti”, mentre lo sapeva quando chiamò la Questura).

È certo che B. “aveva un personale e concreto interesse” a ottenere che Ruby venisse affidata alla Minetti perché “preoccupato” che facesse “rivelazioni compromettenti”. Dunque “indusse” Ostuni&C. ad aggirare gli ordini del pm Fiorillo, che insisteva per l’affidamento in una comunità. E Ostuni, in preda a “timore riverenziale”, cedette a quell’abuso di potere (“è sicuramente accertato che l’imputato, la notte del 27-28 maggio 2010, abusò della sua qualità di presidente del Consiglio”). Che fino al 2012 era concussione per induzione. Ma ora non più. Non è più concussione (“l’abuso della qualità e condizione necessaria, ma non sufficiente a integrare il reato , richiedendo la norma incriminatrice che esso si traduca in vera e propria costrizione… mediante minaccia”).

E non è neppure induzione, perché “manca nella fattispecie in esame un requisito essenziale dell’abuso induttivo: l’indebito vantaggio dell’extraneus” , cioè di Ostuni, in quanto “il nuovo reato” “richiede necessariamente il concorso di due soggetti: il pubblico ufficiale inducente (B., ndr)e l’extraneus (Ostuni, ndr) opportunisticamente complice del primo”. Il primo c’è, il secondo no. Dunque il primo è salvo: “mancando la condizioni per una riqualificazione dei fatti in una diversa ipotesi di reato”, alla Corte d’appello non resta che “assolvere l’imputato dal delitto ascrittogli perché il fatto non sussiste”. Cioè sussisteva quando fu commesso, ma poi l’imputato e i suoi presunti avversari l’hanno reso impunibile. E ora chi paga e chiede scusa per tutte le balle che ha raccontato?

Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2014

Tranfa: "Sono andato a Lourdes e lì ho deciso di lasciare. io voglio vivere in pace con me stesso"

Il magistrato dimissionario non smentisce che il suo gesto sia stato provocato dalla sentenza che ha assolto il Cavaliere. "Ho dato le dimissioni, punto. Ognuno può pensare ciò che vuole. E comunque non ho agito d'impulso"

MILANO - Un viaggio a Lourdes, prima delle dimissioni da magistrato. Un viaggio per cercare, attraverso la fede e la preghiera, il se stesso più profondo e "aiutarsi" a scegliere di fare, come dice lui alle persone che gli sono state più vicine, "la cosa giusta". Giusta: da quale punto di vista?
Non dal punto di vista dei propri vantaggi o svantaggi, questo pare evidente in chi conosce questo giudice tutto d'un pezzo che, quindici mesi prima della pensione, decide di lasciare la toga e di andarsene in pensione. E lo fa appena dopo il deposito delle motivazioni sul perché Silvio Berlusconi sia stato assolto dai reati di concussione e prostituzione minorile.

"La mia - confida Tranfa ai colleghi che conosce - è stata una decisione solitaria, maturata a lungo, meditata, che solo io potevo prendere, e senza chiedere consigli a nessuno. So che c'è chi mi avrebbe detto: "Stai attento alle conseguenze" e chi mi avrebbe chiesto: "Sei proprio sicuro?". Chi avrebbe approvato e chi no. Ma nessuno è indispensabile e non ho bisogno di sentire gli altri quando devo sentirmi in pace con me stesso".

Questo "essere in pace con se stesso", nel cuore di un giudice di 69 anni, entrato in carriera nel 1975, e di un credente che stava nell'Azione cattolica, non può essere banalizzato o sottovalutato. Ieri, appena la notizia data dal Corriere della Sera s'è diffusa nel palazzo di giustizia, tra i magistrati c'era chi si chiedeva: "Ma se era contrario, perché non ha inchiodato i due in camera di consiglio per giorni e giorni? Era il presidente, poteva dire: "Convincetemi"". E chi storceva il viso: "Andarsene senza spiegare non è istituzionale". Eppure, è quel "in pace con me stesso" che, senza spiegare nulla, si spiegano molte cose: "Non volevo e non voglio fare polemiche, non cercavo e non cerco popolarità. Anzi, vorrei proprio scomparire. Ho dato le dimissioni, punto. Ognuno pensi ciò che vuole. E comunque non intendo dire nulla, se non che non ho agito d'impulso", ripete agli amici.

Le dimissioni sono un gesto secco e netto in contrasto - Tranfa non l'ha smentito - con le motivazioni della sentenza. Il contrasto era nato durante le udienze e forse non era un caso che il procuratore generale Piero De Petris, quando parlava a braccio e chiedeva la conferma nel processo d'appello dei sette anni di carcere per Silvio Berlusconi, osservasse i giudici, uno per uno, esortandoli a "guardare tutti i tasselli" della vicenda. Forse non era un caso che Tranfa, alla fine della requisitoria, apparisse provato e "tirato" in volto: per uno come lui, era molto significativo il comportamento dei poliziotti, comportamento corretto che cambia dopo la telefonata di Silvio Berlusconi. E da uomo di famiglia, trovava (e trova) sconcertante che una minorenne - "Qui si dimentica che abbiamo a che fare con una minorenne", ripeteva Tranfa - fosse andata a finire proprio là dove un magistrato, Anna Maria Fiorillo, aveva ordinato che non andasse, e cioè nel bilocale ammezzato in periferia di una prostituta brasiliana.

"Non ci vuole una zingara per capire com'è andata quella notte in questura", sono le parole Tranfa ai suoi amici. Ma non l'hanno pensata come lui Concetta Lo Curto, giudice estensore della sentenza, e Alberto Puccinelli, consigliere.

Ora, per onore di verità, bisogna dire che il reato di concussione basato sulla telefonata ha spesso avuto visioni discordanti tra magistrati, avvocati, giornalisti. E se in primo grado è stata vista in pieno la "costrizione" subita dai poliziotti, in secondo grado ci può stare che possa esistere un'altra visione. Tranfa, però, appare granitico: "Ognuno può leggere le motivazioni e può trarre in ogni sede le sue conclusioni, quanto a me - ripete ai colleghi - ho deciso di essere in pace con me stesso".

Ieri si è tentato di parlare con gli altri due giudici, anche informalmente, ma erano non rintracciabili. Vengono descritti "basiti", "costernati". Che ci fossero stati i contrasti nella decisione di assolvere l'imputato Berlusconi lo sapevano bene. Che il presidente non avesse digerito il modo in cui tutta la responsabilità venisse scaricata su Pietro Ostuni e sul suo presunto "timore reverenziale" era loro noto. Così come che per il presidente il comportamento dei poliziotti, nell'interrogatorio da parte di Ilda Boccassini e Antonio Sangermano, rivelasse poca collaborazione: quei "non ricordo", le menzogne, le spiegazioni poco logiche andavano pesati con enorme attenzione. Ed per chiunque conosca l'esperienza e la bravura di alcuni ispettori delle volanti è davvero difficile immaginare che non sapessero quello che stavano facendo con Ruby: ci sarebbero potuti arrivare osservando - ebbene, è proprio così - solo le facce e gli atteggiamenti delle protagoniste della nottata. Tutto ciò bolliva dietro le quinte, in segreto, finché ieri è deflagrato con le inattese dimissioni.

Che Tranfa non ha comunicato a nessuno. Non alla presidente Livia Pomodoro. Non al procuratore capo Bruti Liberati. L'unico che lo sapeva, a tarda sera, era il presidente della corte d'appello, Giovanni Canzio. Tranfa voleva e vuole davvero "stare in pace" facendo "la cosa giusta".

Ruby, il pg chiede la conferma in appello
della condanna a 7 anni per Berlusconi
 
E Bari chiede processo per il caso escort

 

Ruby, il pg chiede la conferma in appello della condanna a 7 anni per Berlusconi  E Bari chiede processo per il caso escort
 
"Non ci sono ragioni per non confermare la condanna". Con queste parole il sostituto Pg di Milano Piero De Petris ha chiesto la conferma dei 7 anni di carcere per B. nel processo in appello. Coppi: "Bellissima difesa di una sentenza indifendibile" (video). Toti: "Solo teorie"

Ruby, pg: "Colossale abuso di B.
Fu concussione per costrizione"

 

Ruby, pg: "Colossale abuso di B. Fu concussione per costrizione"
 
In Appello, attese le richieste del procuratore generale per Berlusconi, imputato di concussione e prostituzione minorile e già condannato in primo grado a 7 anni. "Il centro è la bugia sulla nipote di Mubarak. Inutili le testimonianze di Clooney e Ronaldo"

CASO YARA GABIRASIO

CASO EXPO15 MILANO

CASO COSTA CONCORDIA

CASO ILVA TARANTO

CASO MOSE VENEZIA

CASO POLIZIA CRIMINALE

CASO TRATTATIVA STATO-MAFIA

 

 

 

 

 

 

 

Concordia, governo: 'Piano trasferimento
è inadeguato'. Rissa Toscana-Liguria
Concordia, governo: 'Piano trasferimento è inadeguato'. Rissa Toscana-Liguria
 
La decisione sulla sede dello smaltimento sarà presa dal cdm. Rossi: "Portarla a Genova è una sciocchezza ciclopica: è un viaggio di 5 giorni, facendo lo slalom tra le isole". Burlando: "Se il porto di Piombino fosse stato pronto saremmo stati zitti". Ma il ministero pone a Costa una sfilza di nuove prescrizioni