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 INTERNOTIZIE CINE MOBILE di Rosy D.  
       

 

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Index Sport 1:
Il filosofo Walter Benjamin in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” ho sostenuto che il mondo contemporaneo, essendosi dotato di strumenti capaci di moltiplicare all’infinito l’originale (stampa, cinema, televisione, oggi internet) ha distrutto la sacralità dell’originale, con la sua verità, per creare dei simulacri di verità, che, altro non sono, se non prodotti commerciali. Tutto diviene pop, tranne l’ergastolo, il cancro, le malattie neuro degenerative e la morte.
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ISIS-DAESH, Guerra dal Nord Africa all'Afghanistan (2011 [inizio della Primavera Araba]-?)

 

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Attentato Barcellona, la verità è orribile. Per questo non viene detta

La notizia dell’ennesimo attentato che ha colpito l’Europa sta riempiendo giornali, tv e blog di immagini e video. All’indignazione per le tante vittime innocenti si intrecciano i commenti di intellettuali, giornalisti e politici. Purtroppo, come al solito, si tratta di commenti fuorvianti che cavalcano l’emozione del momento, completamente incapaci di mostrare una visione d’insieme. La quasi totalità delle opinioni che ci apprestiamo ad ascoltare nello tsunami dis-informativo che giungerà nelle nostre case non ci spiegheranno i perché di tali gesti che sono solo sintomi di una grave malattia. Una malattia che è la fine del modello di sviluppo del mondo occidentale che, per perseverare nella sua folle crescita economica, deve depredare nuovi territori sempre con maggiore voracità.

Il fine nei prossimi giorni sarà sempre lo stesso: dividere in modo ipocrita il mondo tra buoni e cattivi, in modo da permettere a coloro che esercitano il vero potere di raggiungere gli obiettivi prefissati. Obiettivi atti a giustificare nuove spese militari, ulteriori restrizioni delle libertà in Occidente e la possibilità di usare, ancora un volta, la religione come maschera per celare la vera posta in palio che è la razzia di petrolio, gas e stupefacenti. Negli ultimi anni pianificate guerre dirette e per procura hanno destabilizzato un’importante area geografica. Le aggressioni all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria hanno fatto montare la rabbia. Rancori e odi che si sono incanalati in tanti disadattati europei usati come concime per seminare paura ma anche in gruppi radicali e terroristici. Gruppi come Al Qaeda e Isis, che però sono stati usati e finanziati, come è accaduto in Siria, in maniera strumentale dagli Stati Uniti che si sono autoproclamati portatori sani di democrazia e libertà.


 

L’invito che sento di rivolgere è di non limitarsi a voler interpretare l’immagine di un puzzle solo con l’ultimo pezzo che ci viene mostrato dai mass media. Per rispettare le vittime degli attentati non serve essere informati su che musica ascoltassero e di quali film fossero appassionati, la vera sfida è spegnere la Tv e trovare gli altri tasselli del puzzle, quelli che poi danno la possibilità di vedere il quadro d’insieme, quello che è vietato mostrare. Secondo uno studio dell’associazione privata Council on Foreign Relations, solo nel 2016 il premio Nobel per la Pace, Obama, ha permesso che fossero sganciate ben 26.172 bombe su ben sette Paesi sovrani (Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia e Pakistan). Si tratta di tre bombe ogni ora per 24 ore al giorno che hanno ucciso migliaia e migliaia di civili innocenti come coloro che passeggiavano sulla Rambla a Barcellona.

Secondo un rapporto del 2014 dell’Ong britannica Reprive, per ogni “terrorista” ucciso nella guerra dei droni combattuta dagli Usa, le vittime civili sono state 28. In dieci anni, su 41 terroristi assassinati i droni hanno ucciso 1.147 innocenti. Uomini, donne e bambini di cui giornali e Tv non ci renderanno mai conto.

 

Raqqa puzza di morte: sotto le macerie, la tomba dell’Isis(16-09-17)

Tra i teloni neri stesi tra i palazzi per “accecare” i droni Usa e che ora svolazzano, l’odore dei cadaveri rivela le vittime dei raid: jihadisti e civili insieme

La distruzione della città vecchia – Reuters

 

Il blindato sul quale saliamo è made in Kobane, un vecchio Toyota Land Cruiser sfondato completamente avvolto in una blindatura da fabbro ferraio. Il soldato curdo-siriano al volante sostiene che questo grosso aggeggio puzzolente possa resistere anche alle mine anticarro, ma appena entrati ogni dubbio diventa lecito. Comunque ormai è tardi per tornare indietro, sicché ci strizziamo nel vano posteriore per far posto a una decina di casse d’acqua destinate al fronte. Prima di partire Jamal, un ragazzo dolcissimo che ci ha accompagnati fin qui, unisce le mani in preghiera e si raccomanda: “Ci sono mine antiuomo disseminate ovunque, ci sono cecchini dell’Isis nascosti dietro le finestre, ci sono i droni del califfo che sganciano bombe a raffica: mi raccomando, state attenti e seguite le istruzioni”. Così si va. E la sensazione di addentrarsi in un ignoto assoluto si fa sempre più forte via via che la bestia cigolante corre verso il centro della città maledetta. Una svolta, un’altra, un’altra ancora. Il mio amico Adib, compagno di tanti viaggi nel cuore nero del Califfato, si sdraia per reggere gli scossoni. Il filmmaker Paco stabilizza miracolosamente la telecamera. Ho addosso il giubbetto antiproiettile, ma ho tolto il caschetto per farmi spazio, finché una testata sanguinosa contro il soffitto dell’autoblindo mi convince a rimetterlo.

Raqqa. È il viaggio che mi manca per chiudere il cerchio intorno alla vicenda più oscura e violenta degli ultimi decenni: la nascita, il dilagare, la sconfitta dello Stato islamico in Siria e in Iraq.Nel settembre del 2014 eravamo nel Kurdistan iracheno per raccontare il genocidio degli yazidi, avvenuto nell’indifferenza dell’occidente a opera degli uomini neri di Al Baghdadi (in fondo, cos’era allora per il mondo l’Isis se non una vicenda regionale, uno dei tanti modi in cui i musulmani si ammazzavano tra loro?). Qualche mese dopo, entravamo a Kobane occupata dai tagliagole. Poi Sinjar, la patria degli yazidi liberata dai curdi proprio nei giorni della strage del Bataclan. E ancora, la strage di Karrada a Baghdad con i suoi 324 morti innocenti, tutti musulmani, carneficina ignorata dai media italiani. In seguito siamo entrati a Mosul, dove al posto dei curdi c’era l’esercito iracheno assai più equipaggiato: anche qui, i terroristi dello Stato islamico usavano mine nascoste per rendere difficile il compito dei liberatori.

E ora, Raqqa. La capitale del Califfato. La città-bunker dei capi militari e politici di Daesh, il luogo dove i cervelli del jihad elaboravano strategie di propaganda e attentati su scala globale.Oggi, la città che si svela dietro i vetri dell’autoblindo, spessi e scheggiati dalle pallottole, è gialla e nera di polvere e fuoco. Il blindato blocca le gomme davanti a una palazzina mezza sventrata, una nocta, come la chiamano i curdi, un avamposto incuneato nel territorio Daesh.

Attraversiamo di corsa lo sterro che ci separa dall’ingresso, messi in guardia sulla presenza di cecchini nascosti. Al secondo piano dell’edificio, mi viene incontro un ragazzo col sorriso largo e la mano tesa. È italiano, ma non vuole dirmi il nome e chiede che il suo volto venga oscurato in tv: “Mia madre non sa che sono qui”.

Mi racconta che da nove mesi è in Siria, membro della Brigata internazionale dello Ypg, l’esercito curdo-siriano affratellato al Pkk turco. Ma l’idealismo iniziale che lo ha spinto qui, su uno dei fronti più caldi al mondo, si va spegnendo, stemperato dalla fatica, dall’assuefazione, dalla nostalgia di casa. Vuole tornare a casa, in Lombardia. Ma non prima di aver visto l’Isis sconfitto a Raqqa.

“Mia madre non sa che sono qui”. “Il nemico dov’è?”, chiedo guardandomi nervoso attorno. “Può essere ovunque. Anche sotto di noi, in uno dei mille tunnel scavati per sfuggire alle bombe americane”. Sicché mi figuro tagliagole con il kalashnikov puntato sotto i nostri piedi, uomini-ratto con la barba lunghissima e il grugnito animalesco da bestie braccate.

E poi ci sono le mine, celate dappertutto. Il terrore dei curdi (quindi da questo momento anche nostro): “Non abbiamo gli artificieri per trovarle e disinnescarle, occhio a dove metti i piedi”. La linea del nemico è a cinquanta metri da noi, segnata da un telo nero che, nelle intenzioni curde, serve a chiudere la visuale ai tiratori. Da una nocta all’altra, sempre di corsa, col cuore in gola, incontro soldati curdi in ciabatte esausti dai turni di guardia, snervati dal caldo, il poco cibo, la lunga attesa che i caccia americani aprano loro la strada sganciando bombe dove si nascondono i terroristi. Il sistema è questo: una nocta segnala presenze sospette in un edificio via radio al comando curdo. Questo avvisa gli americani dando loro le coordinate Gps. E siccome i curdi hanno già perso troppi uomini irrompendo nei covi dell’Isis e cadendo nelle loro trappole, la tecnica più rapida è delegare alle bombe Usa la soluzione del problema.

“E se nel palazzo colpito ci sono anche civili?” chiedo al soldato italiano. “Noi non possiamo saperlo”, chiude il discorso lui. Così la caccia agli ultimi Daesh rimasti in città rischia di trasformarsi in una carneficina. Me ne rendo conto quando lascio il quartiere di Dahariya, sul fronte occidentale, per trasferirmi su quello orientale, proprio a ridosso della città vecchia.

Lì, una volta arrivati, chiediamo di essere portati sulla linea del fuoco, a pochi metri dalla piazza delle esecuzioni, dove lo Stato islamico giustiziava chi infrangeva le regole. Dopo un breve conciliabolo, i militari ci fanno firmare un foglio nel quale ci assumiamo ogni responsabilità nel caso un cecchino o una bomba ci facciano fuori. Poi ci addentriamo nella città vecchia.

È solo in questo momento, mentre l’Humvee corazzato avanza lentamente fra i detriti, che mi rendo conto di non aver mai visto in vita mia una città rasa al suolo come questa. Non c’è più niente in piedi, la distruzione è totale, irreversibile, agghiacciante. Raqqa è finita, cancellata dalle bombe. Di tanto in tanto il tiro di un cecchino nemico rimbalza sulla blindatura, mentre l’autista è sempre più innervosito dal dover scarrozzare giornalisti in zone troppo pericolose anche per lui: “Non è questione di cecchini, l’Isis ha ancora qualche mortaio e i razzi Milan, evitiamo di rischiare troppo”.

Quando finalmente possiamo sgusciare fuori dall’Humvee, lo scenario è apocalittico. Nel centro di Raqqa, tutti i palazzi sono stati abbattuti. I teli che coprivano le strade per chiudere la visuale ai droni americani penzolano come stracci sporchi dai pilastri di cemento. Ma quello che più mi colpisce è l’odore. Spaventoso, indimenticabile. Un tanfo di corpi decomposti, un’esalazione di marcio che può voler dire solo una cosa: sotto l’immensa mole di macerie ci sono tantissimi corpi. Milioni di mosche si posano dappertutto, si avventano sulle nostre facce, sulle nostre mani, impazzite per la presenza dei cadaveri, mentre cani e gatti randagi si aggirano eccitati tra i detriti.

Nugoli di mosche sul regno del califfo nero. Quanti sono i morti? Nessuno te lo dice, numeri ufficiali non ce ne sono. Ma certo quei corpi non sono solo di terroristi. Ci sono certamente civili che non hanno fatto a tempo a fuggire o erano tenuti in ostaggio dai terroristi. Vittime collaterali, errori di calcolo, chiamatele come volete. È il prezzo pagato per sconfiggere l’Isis. Che muore con Raqqa e con migliaia di suoi abitanti innocenti. Mentre chi sopravvive, mogli e bambini dei jihadisti, vengono chiusi in cella, fuori dal controllo degli organismi internazionali. Ne ho incontrato uno, si chiama Mohammed e ha 13 anni. Me lo hanno portato coperto, poi gli hanno tolto il cappuccio per farmelo intervistare. Alla fine se lo sono riportato via, incappucciato, nella prigione dove vive con gli adulti, piccolo soldato dell’Isis senza futuro.

A Raqqa il confine tra vittime e carnefici è sottile e a volte indecifrabile. A Raqqa i diritti sono un lusso e le organizzazioni internazionali non entrano. Perché è sporca, schifosa e ingiusta anche la più sacrosanta delle guerre.

Iraq, i media locali: “l’Isis ha confermato la morte di al Baghdadi. A breve sarà annunciato il nome del successore”

È quanto riferisce la televisione irachena Al Sumariya, citando una fonte nella provincia di Ninive secondo cui "la morte presunta di Baghdadi ha provocato un 'colpo di Stato' interno, con le rivalità per la successione al Califfato"

“L’Isis ha confermato la morte del suo leader Abu Bakr al BaghdadiÈ quanto riferisce la televisione irachena Al Sumariya, citando una fonte locale nella provincia di Ninive. Secondo l’emittente, i vertici dello Stato Islamico sarebbero pronti ad annunciare il nome del successore del Califfo. “Le autorità di Daesh a Tel(Tal) Afar, che è diventata ufficiosamente la capitale provvisoria dopo la caduta di Mosul – afferma la fonte non precisata – hanno annunciato in un comunicato molto breve diffuso attraverso la loro macchina della propaganda la morte del loro leader Baghdadi, ma senza fornire dettagli”. Non è la prima volta che emergono voci sulla morte o sul ferimento del leader dell’organizzazione. Fino a questo momento non c’è traccia di questo comunicato sui consueti canali informativi dell’Isis, sottolinea il sito World Conflict News.

“Il comunicato di Daesh – aggiunge la fonte – dice che il nome del nuovo leader sarà presto annunciato, e fa appello ai seguaci perché continuino sulla via del Jihad, e si tengano al riparto da crisi interne”. Sempre secondo questa fonte, “la morte presunta di Baghdadi ha provocato un ‘colpo di Stato’ interno, con le rivalità per occupare le più alte cariche nella struttura del gruppo terrorista che hanno portato anche a scontri armati, e la proclamazione del coprifuoco in tutto il distretto”.

Un altro tassello, quindi, si andrebbe ad aggiungere all’avanzata della coalizione anti-Isis nelle roccaforti dello jihadismo. Solo lunedì, infatti, le autorità irachene hanno annunciato formalmente la liberazione della città di Mosul, dopo otto mesi di combattimenti e tre anni di dominio dello Stato Islamico. Il primo ministro iracheno Haidar al Abadi, arrivato nella città martire, ha tenuto un breve discorso, trasmesso dalla televisione irachena, nel comando delle forze antiterrorismo in città. La coalizione a guida americana, impegnata in Iraq attraverso un supporto aereo, si è congratulata con le forze armate irachene per aver ripreso il completo controllo della città.

Mosul, ultimo atto:il 9 luglio 2017 cade la seconda capitale del Califfato, un milione di profughi, oltre centomila civili uccisi, città rasa al suolo

Mosul, ultimo atto
I combattimenti casa per casa, con i miliziani dell’Isis appostati dall’altra parte della parete. Il maggiore iracheno che fa squillare a vuoto il telefono, per non far sapere alla moglie che lui è in prima linea. La sofferenza, indicibile, dei civili. E la speranza nel buco di un muro, perché al di là c’è la salvezza. Eccola, Mosul, oggi. Ecco le storie, i volti, la guerra. Foto di EMANUELE SATOLLI 

Lo strazio delle donne soccorse dai soldati di Bagdad, la fuga disperata degli anziani dall’oppressione dello Stato islamico, lo sgomento dei bambini davanti alle bombe. E sullo sfondo i colori. Pochi, ma forti: il grigio degli scheletri della case, il verde oliva delle mimetiche dei militari, il buio dei vicoli in quella che una volta era la seconda città irachena e che, caduta nelle mani del Califfato, si ritrova ora ridotta a labirinto di macerie. Tutto questo (e altro) nel racconto di un coraggioso fotografo italiano. http://www.panorama.it/news/esteri/iraq-riconquista-mosul-isis/#gallery-2=slide-58

La tragedia di Mosul si sta compiendo: la distruzione della moschea di Al Nuri è il punto di non ritorno nella sciagurata storia dello Stato islamico. Gli ultimi dispacci d’agenzia dicono che l’epilogo sarà quello previsto, con combattimenti selvaggi, con massacro di civili, con fanatici votati al martirio. Queste ore saranno le più difficili per i centomila civili ancora intrappolati nelle zone controllate dall’Isis. Ma la fine del radicamento territoriale dell’organizzazione è cominciata. La prossima tappa sarà Raqqa, all’interno dei confini siriani, ma dopo la caduta del minareto pendente sotto il quale Al Baghdadi aveva proclamato il Califfato, il cammino della sua organizzazione è segnato. Sarà un cammino se possibile più sanguinoso, con il ritorno alla vocazione terroristica e l’abbandono – almeno per ora – delle velleità “statuali” a cui pochi avevano creduto fino in fondo.

 

 

Una scorta d’acqua e le armi sempre pronte a sparare. Così vivono per giorni i soldati iracheni nelle postazioni avanzate dentro la città. L’Isis lancia in continuazione kamikaze contro queste avanguardie: dall’inizio della battaglia ci sono stati almeno seicento attacchi suicidi

Lo dicono le scelte compiute dall’Isis nei tre anni scarsi di controllo della capitale di Ninive. Secondo le testimonianze che abbiamo raccolto, i lavori pubblici erano solo opere di difesa: sbarramenti, tunnel, ponti interrotti, con l’unica eccezione dell’impegno a rinnovare i locali del suq e l’arrivo di brutti lampioncini leziosi sul viale di ingresso alla città. Non volevano un futuro a Mosul, nessuno di loro: i foreign fighters che in queste ore stanno sparando gli ultimi colpi, con in mente solo il miraggio del paradiso islamico, o i fondamentalisti locali, capaci di rivolgere le armi contro i compatrioti piuttosto che lasciarli andar via. Altro che progettazione dello stato, altro che educazione dei cittadini, altro che rimpianto della purezza di un Medioevo inventato: servivano prigionieri, ostaggi, scudi umani. I sopravvissuti, quelli che da Mosul sono fuggiti in tempo, torneranno a pianificare attentati, pronti a usare ogni strumento per spargere il terrore anche in Occidente. Ma il calvario della città irachena resterà nella Storia come monito, accanto ad altri nomi evocativi di tragedie: Dresda, Coventry, Vukovar, Sarajevo, e così via.
A sostenere la memoria saranno preziose le immagini come quelle di Emanuele Satolli che vedete in queste pagine. La sublimazione del dolore, raccontato con asciuttezza e partecipazione, anche a costo di rischi personali gravissimi. Non c’è solo Mosul in queste foto, c’è la sofferenza degli esseri umani di ogni tempo, destinata a restare nei nostri ricordi perché possiamo sperare che non ritorni mai.

Nella mia ultima trasferta a Mosul sono stato “embedded” con i soldati iracheni. E ho visto combattere casa per casa. I militari avanzano lentamente, in squadre da 12-15 persone, entrano nei cortili, affrontano un isolato alla volta. Ma le case sono collegate l’una all’altra. E i miliziani dell’Isis hanno aperto dei buchi nelle pareti per poter passare da una abitazione all’altra senza essere visti. E, naturalmente, non si può sapere che cosa c’è oltre il muro. Ho visto militari sparare contro una porta, prima di passare, senza sapere chi ci fosse al di là. Ci siamo trovati a pochi metri dai jihadisti, separati solo da una parete. Un’altra volta dal buco di un muro è sbucata una famiglia intera che cercava di allontanarsi dagli uomini dell’Isis. Ci hanno raccontato che il giorno prima un gruppo di civili aveva provato a fuggire e i miliziani avevano aperto il fuoco, uccidendo quattro persone.

Mosul, ultimo atto

La bandiera nera dello Stato islamico, recuperata in uno degli avamposti appena conquistati, diventa il panno con cui proteggersi dalla polvere di un’esplosione. L’Isis ha seminato centinaia di ordigni nelle case: ogni edificio nasconde una trappola

Negli ultimi giorni a Mosul, per fare fotografie dovevo avvicinarmi molto all’azione, e anche i soldati si muovevano a distanze più ravvicinate. Si correvano rischi soprattutto per vedere il minareto pendente, io l’ho ripreso qualche volta da lontano, ma adesso hanno fatto saltare in aria l’intera moschea di Al Nuri. Il minareto è distrutto. C’era un caldo feroce, una luce fortissima che rendeva complicate le riprese, ma soprattutto sono cambiate le condizioni dello scontro. Credo che anche questo sia fra le ragioni della morte del reporter francese Stephan Villeneuve e del suo fixer curdo Bakhtiyar Haddad, nei giorni scorsi. Sono finiti su una mina, anche altri due giornalisti sono rimasti feriti. Credo che sia successo perché ci si muove in spazi molto ristretti. Pensare che pochi giorni prima eravamo andati avanti assieme, proprio con questi francesi, nel quartiere di Zanjili, che ancora non è del tutto liberato.

Mosul, ultimo atto

Un soldato iracheno corre in cerca di riparo dal tiro dei cecchini sulla sponda dell’Eufrate. Il fiume segna il confine con la città vecchia dove si sono asserragliati i miliziani dello Stato islamico.

Ora, dopo l’incidente, gli iracheni hanno ridotto l’accesso ai giornalisti. In queste condizioni, sul terreno la sicurezza non può più essere garantita: i soldati di Bagdad devono fare affidamento sulla rapidità delle manovre. Ma gli spazi ristretti impediscono l’arrivo dei mezzi blindati. A Mosul ero con i soldati della 73esima brigata dell’esercito iracheno, e ho notato che avevano un addestramento carente, ma soprattutto scarse dotazioni: combattevano con le scarpe da ginnastica, senza elmetti o giubbotti antiproiettile. Era certo un contingente meno specializzato delle forze d’élite, come la Golden Division o la Rapid Reaction Force. Combattere in queste condizioni è molto duro: i militari dormono poche ore, dove possono, senza acqua né corrente elettrica, al contrario dei corpi speciali che sono più attrezzati. E mi pare che davvero ci siano grandi differenze in termini di motivazione: gli ufficiali devono spronare con forza i soldati per mandarli avanti. Questi ultimi si svegliano al mattino, sapendo di dover andare al fronte: la loro è una sfida quotidiana, quando vai in prima linea non sai mai se la sera tornerai sano e salvo, se potrai mai rivedere la tua casa. Molti dicono che dopo Mosul lasceranno le forze armate, è una vita troppo sacrificata. I soldati sono comunque molto attenti nei confronti dei civili. Abbiamo trovato una famiglia con una donna che aveva perso una gamba per il colpo di un mortaio: i militari hanno preso l’impegno di tornare a prenderla e l’indomani erano lì, puntuali.

 

Di queste giornate conserverò ricordi molto forti, soprattutto delle persone con cui ho condiviso l’esperienza. Penso a un soldato semplice della 73esima brigata, Abas, che combatteva dopo poche ore di sonno, obbedendo agli ordini, con sacrificio. L’avevo visto caricarsi in spalla assieme ai commilitoni un’anziana che non riusciva più a muoversi. L’ho fotografato venti minuti prima che gli uomini della IX divisione corazzata ci vedessero avanzare fra le case con i soldati e ci prendessero per integralisti. Hanno aperto il fuoco con una mitragliatrice, noi ci siamo rifugiati dietro un muro. Poi un carro armato ha sparato una cannonata e Abas è stato raggiunto alla testa, è morto sul colpo. Il primo a soccorrerlo è stato il maggiore Tareq, ma non c’è stato nulla da fare. Tareq è un comandante, l’unico che parlasse inglese: comunicavo solo con lui, mi seguiva passo per passo, organizzando ogni cosa, sempre disponibile ad aiutarmi.

Non si tirava indietro quando c’era da avanzare nelle zone ad alto rischio: entrava nelle case ancora non bonificate, si esponeva in prima persona, non come altri ufficiali che restavano nelle retrovie. È figlio di un anziano generale di Saddam, ha voluto continuare la tradizione di famiglia. Non aveva raccontato alla moglie che si trovasse in prima linea, così doveva lasciar squillare il telefono a vuoto e non rispondeva quando si sentivano esplosioni, per non farla preoccupare. Anche il capitano Saif è rimasto ferito da un proiettile di artiglieria, non in modo molto grave. Lui non parlava inglese, quindi non potevamo comunicare molto, ma mi seguiva come un’ombra per garantire la mia sicurezza. Ricordo che un giorno ha ricevuto un pacchetto di biscotti alle mandorle, fatti in casa dalla sua fidanzata, e lui ha insistito per dividerli con noi. Abbiamo mangiato assieme, anche se era il Ramadan: i soldati sono esentati dal digiuno islamico. Un’altra volta un proiettile di mortaio dell’Isis è piombato proprio accanto a lui, a poco più di un metro dalle sue gambe, è rotolato lì vicino ma non è esploso.

È stato quasi un miracolo. Tareq racconta che le bombe di mortaio dell’Isis sono fatte in laboratori artigianali, in maniera rudimentale, e capita spesso che non esplodano. Ma ci vuole fortuna, sempre. Un altro viso che mi è rimasto impresso è quello di Iraq, un bambino di dodici anni che restava tutto il giorno accanto alla madre, ferita alle gambe dalla bomba di un mortaio. Di sei fratelli ne erano rimasti solo due, ma Iraq non pensava alla sua vita: stava lì, sventolava la madre con un pezzo di cartone per farle fresco, il calore era insopportabile ma lui restava lì. I civili, in questa guerra, sono quelli che soffrono di più: sono esausti, senza cibo da giorni, spesso senza nemmeno acqua. Ho visto visi stravolti, bambini emaciati, con le labbra riarse. Ma a Mosul ancora non è finita

http://www.repubblica.it/super8/2017/06/26/news/mosul_ultimo_atto-169146990/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P18-S1.6-T1

 

Siria, 4 zone cuscinetto e cessate il fuoco: Russia, Turchia e Iran trasformano le loro aree di influenza in entità politiche (4 maggio 2017)

"La Troika Russia–Iran–Turchia è lo strumento più efficace per risolvere la crisi siriana", disse il 20 dicembre il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, nel corso di un vertice a Mosca. Ora arrivano i primi risultati dell'accordo. Tensione nel nord del Paese tra Ankara e Washington: "Se veicoli Usa continuano a sostenere l'avanzata dell'Ypg verso la città di Raqqa, potrebbero essere colpiti accidentalmente"

Quattro zone cuscinetto e il cessate il fuoco dal 6 maggio. Sono questi i termini principali di un memorandum d’intesa siglato giovedì 4 maggio ad Astana, in Kazakistan, fra i tre paesi garanti della tregua in Siria: Iran, Russia e Turchia. Le aree interessate, dove verranno costituite queste “zone sicure”, comprenderanno l’intera provincia di Idlib, alcune parti delle province di Latakia, Aleppo, Hama e Homs, la zona di Ghouta a est di Damasco e parti delle province di Dara’a e Quneitra, vicino al confine con la Giordania. Nel memorandum, che ha una durata di sei mesi e potrà essere prolungato di altri sei, qualora ci sarà l’assenso unanime dei Tre paesi garanti, si spiega che verranno creati dei “check-point e punti di osservazione” accanto ai confini delle “zone a bassa tensione” o “zone di de-escalation”. I check-point garantiranno il movimento dei civili disarmati, l’accesso degli aiuti umanitari e faciliteranno le attività economiche.

L’inviato speciale dell’Onu in Siria, Staffan de Mistura, ha definito il memorandum di Astana come “importante, promettente e positivo”. “Si tratta – ha aggiunto secondo Russia Today, canale televisivo legato al Cremlino – di un passo avanti nella giusta direzione, la de-escalation del conflitto”. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’inviato speciale delle Nazioni Unite, ma con qualche riserva, anche gli Usa. Il dipartimento di Stato ha dichiarato di sperare “che questo accordo possa contribuire alla fine delle sofferenze del popolo siriano e a gettare le basi per una soluzione politica del conflitto”, ma restano le preoccupazioni riguardo al “coinvolgimento dell’Iran come cosiddetto ‘garante’”.

Proprio il ruolo politico di Teheran in Siria è diventato di primo piano quando il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov (oggi in visita a Helsinki), nel corso di un vertice a Mosca, il 20 dicembre del 2016, dichiarò che “la Troika Russia–Iran–Turchia è lo strumento più efficace per risolvere la crisi siriana”. Da quel momento, anche se su fronti contrapposti, di fatto i tre Paesi hanno intensificato il coordinamento delle loro attività, dando vita a vere e proprie aree di influenza che, con l’accordo raggiunto ieri, si materializzeranno in entità politiche.

La Turchia, tramite l’operazione denominata “Scudo dell’Eufrate”, cominciata il 24 agosto 2016 e conclusasi il 30 marzo 2017, appoggiata di gruppi di miliziani siriani locali, ha inviato alcuni reparti dell’esercito nel nord della Siria che hanno preso il controllo di una vasta area fra le città di al Bab, Jarablus e Azaz. La Russia esercita una certa influenza nella zona di Latakia, Homs e Hama dove ha diverse basi militari. Le forze iraniane sono invece molto presenti a Damasco e nei dintorni di Aleppo. Gli Usa, tramite la Giordania, hanno forti legami con i gruppi dell’insurrezione siriana della regione di Dara’a nel sud del paese. Mentre supportano, militarmente, i curdi dell’Ypg – braccio siriano del Pkk di Ocalan – e hanno inviato blindati e consiglieri militari in sostegno dell’avanzata di questi verso Raqqa, capitale siriana dell’Isis.

Di questo accordo gli Stati Uniti, secondo il quotidiano panarabo al Hayat, erano informati. “La delegazione russa a Astana, presieduta dall’inviato per il medioriente del Cremlino, Alexander Lavrentyev, ha incontrato l’assistente del segretario di Stato Usa per il vicino oriente, Stuart Jones, in un meeting che ha ristabilito le comunicazioni fra le due parti dopo una conversazione telefonica fra Vladimir Putin e Donald Trump, nella notte fa martedì e mercoledì, in cui i due si sono accordati su tutti i vari livelli dell’intesa”. Altri incontri si sarebbero svolti, prosegue il quotidiano con sede a Londra, fra “la delegazione americana e quella giordana, guidata da Nawaf Wasfi, che partecipa come osservatore per conto di Amman” che ha stabilito una zona di influenza nel sud della Siria, nella regione di Dara’a.

Nonostante il formale assenso di tutti, l’implementazione dell’accordo rimane legato agli interessi a breve termine degli Stati che forniscono supporto ai vari gruppi nella guerra siriana. Infatti, se da una parte Ankara e Washington si sono dette soddisfatte, fra i due stati sono emerse nelle ultime ore tensioni nel nord della Siria, nella zona controllata dai curdi dell’Ypg, braccio armato siriano del Pkk, partito curdo di Ocalan. Il quotidiano arabo al Araby el Jadid riporta che un consigliere del presidente turco Erdogan, Ilnur Cevik, intervistato da una radio turca ha detto che “se il guerriglieri del Pkk – intendendo quelli dell’Ypg – continuano a portare avanti le loro azioni in Turchia, che come sapete si infiltrano dalla Siria, diversi veicoli Usa – alcuni blindati sono entrati in Siria per sostenere l’avanzata dell’Ypg verso la città di Raqqa, capitale dell’Isis in Siria – potrebbero essere colpiti accidentalmente”.

Un ‘no’ netto è invece arrivato dalla delegazione delle opposizioni siriane che ha definito l’accordo “inaccettabile”, riporta l’agenzia russa Interfax, perchè il cessate-il-fuoco non comprende “tutto il territorio della Siria”. I ribelli inoltre rigettano ogni coinvolgimento dell’Iran e “delle milizie ad esso legate” nonché il suo ruolo di “garante della tregua”. Osama Abu Zaid, membro della delegazione dell’opposizione, dopo la sessione plenaria ad Astana, ha dichiarato inoltre che “il territorio della Siria non può essere diviso”.

Ma la decisione delle opposizioni di rifiutare il memorandum firmato da Mosca, Teheran e Ankara, secondo il quotidiano panarabo al Hayat, sarebbe maturata dopo la recente escalation “armata portata avanti dalle forze di Damasco e dall’Iran” e non dai termini dell’accordo sulla creazioni di aree d’influenza. Il quotidiano arabo è infatti venuto in possesso di un documento, circolato fra le delegazioni degli stati presenti ad Astana, formulato dal gruppo dell’opposizione siriana che accetta la creazione di “aree sicure come misura temporanea per ridurre la sofferenza dei rifugiati e che porti a una transizione politica”. Il documento, riporta il giornale arabo, si snoda in dieci punti, fra questi “la cessazione degli attacchi da parte del governo di Damasco verso le aree dell’opposizione; il rilascio di tutti i prigionieri, donne, bambini, anziani e malati; il ritiro di tutte le forze iraniane e di altre nazionalità dal paese; la fuori uscita di Assad e l’apertura di una fase transitoria”.

Siria, Usa accusano Assad: esecuzioni di massa, corpi cremati per cancellare "prove" di sterminio

Impiccagioni di prigionieri al ritmo di una cinquantina al giorno nel carcere militare di Saydnaya, non lontano da Damasco. Lo afferma il Dipartimento di Stato mostrando foto satellitari declassificate che rivelerebbero le modifiche apportate a un edificio della struttura per adibirlo a forno crematorio. Amnesty aveva lanciato la stessa accusa tre mesi fa: a Saydnaya 13mila morti

- Nuove accuse di disumana crudeltà vengono mosse dal Dipartimento di Stato Usa contro il regime siriano di Bashar al-Assad. Il governo siriano, ha affermato in conferenza stampa Stuart Jones, assistente del segretario di Stato per il medio e vicino Oriente, sta procedendo a esecuzioni di massa di migliaia prigionieri nel carcere militare di Saydnaya, a 30 chilometri da Damasco. Le impiccagioni, accusa l'alto funzionario statunitense, avvengono a un ritmo di una cinquantina al giorno. Per cancellare le prove dello sterminio, all'interno dell'istituto di pena un edificio è stato modificato per essere adibito a crematorio, come mostrerebbero foto statellitari declassificate diffuse dal Dipartimento di Stato.
 Le foto sono state scattate da satelliti commerciali e coprono un periodo che va dal 2013 ad oggi, passando dall'agosto di quattro anni fa al gennaio del 2015, quindi all'aprile del 2016 e 2017. Non provano in modo assoluto, ha precisato Jones, che l'edificio inquadrato sia un crematorio, ma evidenziano una costruzione "coerente" con quel genere di utilizzo. L'immagine del gennaio 2015, in particolare, mostra il tetto del presunto crematorio ripulito dalla neve, scioltasi presumibilmente per il calore sviluppato da una combustione.

"Dato che le numerose atrocità perpetrate dal regime siriano sono state abbondantemente documentate, riteniamo che la costruzione di un crematorio sia il tentativo di nascondere le esecuzioni di massa nella prigione di Saydnaya. E fonti credibili hanno riferito che molti dei corpi sono stati sotterrati in fosse comuni" ha spiegato Stuart Jones. Che ha quindi accusato Assad di "sprofondare in un nuovo livello di depravazione. Col sostegno di Russia e Iran".

Jones si è detto pessimista sui risultati dell'accordo che ha istituito "zone di de-escalation" in Siria nel tentativo di ridurre la violenza e salvare vite umane. Accordo mediato dalla Russia con il sostegno dell'Iran e della Turchia durante i colloqui nella capitale kazaka di Astana la scorsa settimana. "Alla luce dei fallimenti dei precedenti accordi per il cessate il fuoco, abbiamo ragione di dirci scettici", ha detto Jones. "Il regime di Assad deve fermare tutti gli attacchi ai civili e alle opposizioni e la Russia deve assumersi la responsabilità di garantire il rispetto" dei diritti umani "da parte del regime".

Va ricordato come lo scorso febbraio Amnesty International avesse elaborato la stessa accusa di "sterminio" contro il regime di Damasco, calcolando in 13mila le persone impiccate tra 2011 e 2015 in Siria proprio nella prigione degli "orrori" di Saydnaya. La cifra è contenuta in un rapporto di Amnesty sulla Siria, redatto sulla base delle interviste a 84 testimoni oculari, tra cui guardie carcerarie, ex detenuti, magistrati e avvocati, oltre che a esperti nazionali e internazionali. Già tre mesi fa il rapporto Amnesty affermava come "ogni settimana, spesso due volte a settimana, fino a 50 persone sono state tirate fuori dalle celle e impiccate. In cinque anni almeno 13mila persone, tra cui civili che si opponevano al governo".

Oltre alle vittime di Saydnaya, Amnesty quantificava anche in 17mila i detenuti morti nelle carceri siriane nel corso del conflitto. Ma a Saydnaya, aggiungeva l'organizzazione nel suo documento, "sono inflitte ai detenuti condizioni inumane, torture, sistematiche privazioni di acqua, cibo, cure mediche e medicine" mentre sono costretti a ubbidire a "regole sadiche". I negoziati di Ginevra, affermava Amnesty, "non possono non tenere conto" di questi "crimini contro l'umanità" e consentire a "osservatori indipendenti di aver accesso ai luoghi di detenzione".

 

http://video.repubblica.it/dossier/rivolta-siria/siria-offensiva-dell-isis-furiosi-combattimenti-a-dayr-az-zor/265197/265575?ref=HREC1-11

Killer di Berlino, dalla strage alla morte a Sesto San Giovanni. Lo strano viaggio di Amri e le possibili coperture in Italia

L'Antiterrorismo di Milano vuole capire perché l'attentatore abbia scelto come meta Sesto San Giovanni. Sotto la lente degli investigatori le ore che separano il suo arrivo alla Stazione centrale del capoluogo lombardo, al conflitto a fuoco con la polizia in piazza Primo Maggio. Non si eslude che il 24enne tunisino abbia incontrato qualcuno. La ricostruzione a partire dal furto del Tir partito da Cinisello Balsamo

Perché, mentre la polizia di tutta Europa gli sta dando la caccia da giorni, Anis Amri decide di raggiungere l’Italia? È questa la domanda a cui adesso gli investigatori vogliono dare una risposta. Al momento non c’è nessuna certezza. Solo ipotesi. Quella più credibile, su cui sta lavorando il pool antiterrorismo della Procura di Milano, è che l’attentatore di Berlino sia arrivato a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, perché qui avrebbe potuto contare su coperture all’interno della comunità islamica. Un appoggio temporaneo, forse per procurarsi dei documenti falsi e garantirsi così una fuga sicura. Probabilmente verso il Sud Italia. “Sono calabrese”, dice Amri ai poliziotti che lo fermano. Una balla a cui ovviamente gli agenti non credono, ma che adesso diventa interessante dal punto di vista investigativo.

Al momento, però, sul tavolo ci sono solo supposizioni. Perché per trovare conferme bisogna sciogliere alcuni nodi. Ad esempio c’è da scoprire se Amri abbia incontrato qualcuno nelle ore che vanno dal suo arrivo alla Stazione Centrale di Milano, intorno all’una di notte; fino alla sua morte, avvenuta alle 3 e 15 in piazza Primo Maggio, di fronte stazione di Sesto San Giovanni, dove viene fermato da una volante per un semplice controllo e viene ucciso dopo aver sparato a uno dei due poliziotti. Resta poi da capire se quel “qualcuno” appartenga a un cellula terroristica “dormiente” radicata nel Milanese o semplicemente sia una sua vecchia conoscenza: un ex compagno di cella nel carcere di Catania o Palermo, o qualcuno incontrato in qualche centro di accoglienza siciliano. “Dobbiamo capire perché un soggetto del genere fosse a Sesto San Giovanni – ha detto il Questore di Milano Antonio De Iesu – Ma questo è materia di indagine. Collochiamo Amri all’una alla stazione Centrale di Milano, questo è riscontrato da immagini. Che mezzo abbia preso per andare a Sesto e perché non lo sappiamo. Ma non c’è nessun collegamento con la moschea di Sesto”. Per il Questore era un personaggio “pericolosissimo che, da libero, avrebbe potuto compiere altri attentati“. “Una scheggia

 

 

 

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 impazzita”.

Iraq, viaggio tra le rovine di Ramadi,la capitale del gigantesco ovest irakeno: liberata dall'Is, distrutta dalle bombe(1-5-16)

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Iraq, viaggio tra le rovine di Ramadi: liberata dall'Is, distrutta dalle bombe
(ap)

 

 

 

dalla ritirata di palmira al rosso di bilancio: anche l'isis deve fare due conti. in un anno di bombardamenti perso un miliardo di dollari.

Sono finiti i tempi d’oro per i bilanci economici dell’Isis. I raid aerei contro il presunto Stato islamico hanno portato alla distruzione di almeno 800 milioni di dollari in denaro contante, conservati all’interno di obiettivi sensibili centrati dai caccia della coalizione. Tutto ciò è stato confermato dal maggiore generale di divisione Peter Gersten vice comandante Operazioni e Intelligence della Combined Joint Task Force-Operazione Inherent Resolve, secondo cui i velivoli americani hanno colpito a più riprese magazzini in cui erano rinchiusi parte dei fondi del gruppo jihadista. I vantaggi di aderire all’organizzazione terroristica, che includono il supporto monetario per un combattente, per la moglie, l’amante e altri membri della famiglia, sono stati un fattore enorme nel processo di reclutamento di Isis. Ma i tagli agli stipendi fino al 50 per cento scoraggiano i potenziali membri. Si è passati da1500/2000 nuovi arruolati al mese nell’Isis a circa 200. Secondo poi uno studio di IHS Jane’s emerge che nel marzo 2016 le entrate mensili dello Stato islamico sono scese a 56 milioni di dollari. A metà 2015, l’insieme dei ricavi su base mensile era in media di 80 milioni di dollari.

Il rapporto aggiunge inoltre che laproduzione di petrolionelle zone sotto il controllo jihadista è anch’essa diminuita, passando da 33mila a 22mila barili al giorno. Almeno la metà dei soldi che confluiscono nelle casse di Daeshprovengono dalle tasse e dalla confisca di imprese e beni. Per sopperire alle perdite i leader del movimento jihadista hanno aumentato le imposte nei servizi di base: fra questi vi sono le tasse agli autisti di camion, imposte per chi vuole installare o riparare antenne paraboliche e “dazi sull’uscita” per chi vuole lasciare una città o un villaggio nelle mani dell’Isis. Non va meglio sul lato mediatico e propagandistico.

Secondo uno studio dell’organismo egiziano Dar Al-Ifta anche le fotografie e i video postati in rete dalle case di produzione ufficiale dell’organizzazione terroristica sono quasi dimezzati. Un calo dovuto alla uccisione di un gran numero di quadri informatici del Califfatosia in Iraq che in Siria. Secondo i dati elaborati dalla “Casa della Fatwa” egiziana il numero delle immagini postate in rete dall’Isis all’apice della sua attività mediatica tra giugno e settembre 2015, è stato di 3.217 dalla Siria e 3.762 dall’Iraq, per un totale di quasi 8mila. Una cifra quasi dimezzata scesa ad un totale complessivo di5.200 negli ultimi 3 mesi del 2015.  Nonostante la crisi evidente che attanaglia il presunto Stato Islamico bisogna però sottolineare che l’Isis è ancora in grado di accedere ai cambiavalute in Iraq,Turchia e Libano che operano al di fuori del sistema finanziario formale. Finché continua non ci sarà un collasso economico fatale dall’interno ma peggiorerà sicuramente il tenore di vita.

L’Isis si è comunque dimostrato adattabile e finora resistente ma se vorrà continuare ad avere mire espansionistiche sicuramente dovrà fare i conti con i suoi bilanci. La strategia migliore dellacoalizione anti-Isis resta quella di “togliere l’acqua al pesce” come direbbe Mao, l’unica in grado di essere attuata visto che è difficile mettere d’accordo le varie potenze su una strategia militare comune. Ognuno in Medio Oriente sta combattendo la sua guerra e la politica estera e di difesa specialmente degli europei con in primis laFrancia è strettamente ambigua e connessa con gli interessi economici di Paesi arabi che finanziano l’Isis.

 

 

 

 

 


Le immagini scattate dal satellite

           La denuncia di Human Rights Watch
       Curdi: "Kirkuk ormai fa parte del Kurdistan"
Foto Migliaia in fuga dalle zone occupate

 

L’avanzata dell’Is tra Siria e Iraq
Così il Califfato ha cancellato il confine nel giro di un anno (giugno 2014-giugno 2015)


 


 

 


Centinaia di ragazze yazide tenute prigioniere. Intanto si allunga l'elenco delle denunce contro i miliziani sunniti dello Stato islamico (Is, ex Isis). L'ultima, fatta dalla parlamentare yazida Vian Dakhil, riguarda oltre 600 ragazze della minoranza religiosa degli yazidi che sono tenute in ostaggio nel carcere di Badush, a Ninive. Le ragazze sono state rapite insieme ad altri componenti della minoranza yazida a Sinjar, località vicina a Mosul.

Continua intanto il dramma di decine di migliaia di profughi yazidi, fuggiti nei giorni scorsi da Sinjar, conquistata dagli islamisti. Secondo Dakhil, "50 bambini al giorno" muoiono sulle montagne intorno a Sinjar, dove migliaia di sfollati sono bloccati senza viveri ed acqua. Per alleviare le loro sofferenze aerei statunitensi hanno lanciato pacchi di aiuti umanitari. Altre migliaia, invece, affrontano in condizioni difficilissime il viaggio verso la frontiera siriana, distante decine di chilometri, per mettersi in salvo. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto al mondo "di fare di più" di fronte al dramma degli yazidi.

 

 


Ma proprio la Dakhil, protagonista qualche giorno fa di un drammatico appello nel Parlamento di Bagdad, è rimasta ferita oggi dopo che l'elicottero su cui viaggiava si è schiantato mentre stava fornendo aiuti umanitari agli sfollati sul monte Sinjar. Al momento non si hanno altre notizie sulle sue condizioni di salute. Nell'incidente sarebbe stato coinvolto anche un giornalista del New York Times e il fotografo freelance che viaggiava con lei, i quali però avrebbero solo ferite lievi.
 

 

 

 

 

IL DISASTRO DEI SERVIZI SEGRETI USA:ISIS COMPLETAMENTE IGNORATA!!

Usa, così l’intelligence ha sottovalutato Isis Obama: “Più veloce dei nostri servizi”

Gli Stati Uniti, le sue spie, i suoi militari, i suoi politici, non sarebbero stati capaci di valutare la minaccia effettiva. L’accusa è stata rilanciata dal conservatore The Wall Street Journal, ma anche altri media di solito più benevoli nei confronti dell’amministrazione democratica cominciano a esprimere i primi dubbi. E c'è chi ricorda che nel covo di Bin Laden fu trovato un documento in cui si definivano "troppo radicali" le azioni dei miliziani

Un gigantesco fallimento dei servizi di intelligence americani. È questo il dubbio, secondo alcuni la certezza, che si diffonde in queste ore nelle stanze del potere a Washington. Gli Stati Uniti, le sue spie, i suoi militari, i suoi politici, non sarebbero stati capaci di valutare la minaccia effettiva portata dall’Isis, lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. L’accusa è stata rilanciata, nelle scorse ore, dal conservatore The Wall Street Journal, ma anche altri media di solito più benevoli nei confronti dell’amministrazione democratica cominciano a esprimere i primi dubbi e distinguo. 

Obama: “Avanzata Isis più veloce di quanto i nostri servizi prevedevano”"
“Abbiamo sottostimato forza, coesione e leadership dell’Isis”, ha detto il generale Michael Flynn prima di abbandonare la guida della Defense Intelligence Agency (DIA). “L’avanzata dell’Isis è stata più veloce di quanto i nostri servizi e i politici Usa prevedevano”; ha ammesso Barack Obama qualche ora dopo. La ‘svista’ – centinaia di militanti che si impadroniscono di alcune delle più importanti città irachene, e molte aree in terra siriana, sino a essere pronti a formare un califfato islamico – appare tanto più clamorosa se si considera che almeno dal 2001 il terrorismo islamico è al centro delle preoccupazioni della politica Usa, e che in Iraq gli Stati Uniti ci sono rimasti per otto lunghi anni. Qui è stata costruita la più grande ambasciata Usa al mondo, con oltre duemila funzionari; qui, a Baghdad e dintorni, ci sono almeno 25 mila contractors americani che lavorano in tutti i settori, da quello militare al sanitario all’estrazione del petrolio. Oltre confine, in Siria, è in corso da tre anni una guerra civile che tiene impegnati i servizi e i politici di mezzo mondo. 

Prima della presa di Mosul i servizi dubitavano che l’Isis ne avrebbe avuto la forza
Tutti questi fattori avrebbero dovuto/potuto spingere all’adozione delle necessarie contromisure da parte della prima potenza al mondo. Invece nulla. Nei giorni immediatamente precedenti la presa da parte dell’Isis di Mosul, la seconda città irachena, i funzionari dell’intelligence americana si trovavano ancora a discutere se il gruppo islamista ne avrebbe avuto la forza. Dopo la caduta della città, l’ammiraglio John Kirby, portavoce del Pentagono, spiegava che “a questo punto fissiamo la nostra attenzione su Mosul, ma ciò non cambia i nostri calcoli”. Ancora nei giorni successivi alla presa di Mosul, il 10 giugno, con le truppe islamiste che procedevano verso Sud mostrando una straordinaria efficacia e una capacità di penetrazione praticamente infallibile, le autorità d’intelligence americana discutevano se l’Isis “sarebbe stato capace di mantenere la presa di Mosul”, (lo ha dichiarato al Wall Street Journal un funzionario, rimasto anonimo, della Defence Intelligence Agency). 

In documento di Al Qaeda le azioni di Isis definite “troppo radicali”
Eppure le autorità americane avrebbero avuto nel passato diverse occasioni per tracciare la “minaccia Isis”. Un documento di 21 pagine trovato nel rifugio pakistano dove Osama bin Laden fu ucciso, redatto con ogni probabilità da un suo collaboratore e di cui ha parlato nelle scorse ore l’inglese Daily Mail, dettaglia sulle atrocità dell’Isis – uso di armi chimiche, bombardamento delle moschee, massacri di cristiani – e conclude che le sue azioni erano “troppo radicali” e tali da gettare discredito sulla stessa al Qaeda all’interno del mondo musulmano. Alle autorità Usa era poi già chiaro, a fine 2013, che l’Isis stava cercando di montare una campagna per la conquista di vaste aree in Iraq. La cosa era chiara perché Cia e Dia erano al corrente di incontri tra militanti dell’Isis e i vertici dell’Armata di Naqshbandia, guidata da un ex-collaboratore di Saddam Hussein, Izzat Ibrahim al-Douri, in questo momento presumibilmente in Siria. Proprio la connessione siriana illumina in modo ancor più netto il fallimento dell’intelligence Usa. Mentre l’Isid stringeva alleanze in Siria, e rafforzava il suo controllo di vaste aree del territorio siriano attorno a Deir al Zour, i funzionari dell’intelligence Usa andavano al Congresso e spiegavano a deputati e senatori che la minaccia principale nel paese di Assad veniva dalla riorganizzazione di al Qaeda. 

Dalla Libia all’Afghanistan gli svarioni dell’intelligence Usa
“La raccolta dei dati è un compito difficile”, si è giustificato Jeff Anchukaitis, portavoce del direttore della National Intelligence. “Gli analisti devono fare le loro previsioni sulla base delle percezioni di comando, controllo, capacità di leadership, esperienza e disciplina di combattimento”. Per molti, proprio questa capacità di previsione è qui tragicamente fallita, e aggiunto il “fallimento Isis” ad altri clamorosi svarioni dell”intelligence Usa: in Egitto, Mali, Libia, Kenya, Ucraina, Afghanistan. Tra le possibili cause di questi risultati così scadenti c’è probabilmente il fatto che le agenzie di intelligence Usa, a partire dallo scoppio della cosiddetta “Global War on Terrorism”, sono state coperte di finanziamenti e lasciate praticamente libere di agire, al di fuori di ogni controllo (il caso della Nsa e dei poteri di intercettazione denunciati da Edward Snowden ne è solo un esempio). Un’altra causa, più politica e profonda, l’ha proposta Michael Brenner, analista del Center for Transatlantic Relations. L’eccezionalismo americano, la fede nell’indispensabile capacità di leadership americana, condivisa da George W. Bush e Barack Obama, hanno coperto “l’inesperienza, l’incapacità di valutare gli aspetti interni dei Paesi esteri, l’incompetenza di molti che hanno usato la minaccia terroristica soltanto come strumento di ambizioni personali”.

 

 

 

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L'IRAQ NON ESISTE PIU' !!! (04-07-2014)

Iraq, Generale Usa: "L'esercito può difendere solo Bagdad". Curdi spingono verso l'indipendenza.
L'ISIS DIVENTA IS:Califfato, si combatte in Siria e in Iraq una sfera di influenza che comprende tutta l'Africa Centro-Nord,tutto il Medio Oriente fino all'Indo,tutta l'Asia Centrale,tutto il Caucaso fino a Volgograd,tutta la penisola balcanica fino a Vienna,tutta la penisola iberica....

 

 

Iraq, esercito si ritira: fallita la riconquista di Tikrit. Stato Islamico 'espropria' case cristiani

 

 

Regno Unito, collezionista compra carrarmato su eBay e trova un tesoro

Regno Unito, collezionista compra carrarmato su eBay e trova un tesoro
Il Type 69 in dotazione all'esercito iracheno 

 

Il nome della società del britannico Nick Mead è un gioco di parole: Tanks Alot. Offre lezioni di guida su blindati e noleggio per eventi e film. Il suo ultimo acquisto un Type 69 iracheno. Dopo la consegna la scoperta: 2,4 milioni di dollari in lingotti d'oro in una tanica per il carburante. Probabilmente trafugati dal Kuwait invaso da Saddam che scatenò la prima Guerra del Golfo

Sabato 25 marzo la guerra dello Yemen entrerà nel suo terzo anno dal 2014. Da quel giorno del 2015 nel Paese è in corso un conflitto sporco tra le forze sciite filo-iraniane huthi e una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita.

Secondo l’ultimo rapporto annuale del segretario generale Onu sui bambini nei conflitti armati, pubblicato nell’aprile 2016, dal marzo 2015 il 60 per cento delle morti e dei ferimenti di bambini sono da attribuire alla coalizione militare a guida saudita, un altro 20 per cento agli huthi mentre del restante 20 per cento non sono state individuate esattamente le responsabilità.

Amnesty International ha ripetutamente documentato violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario commesse dalla coalizione, anche nei confronti dei bambini, tra cui attacchi aerei contro le scuole e l’uso di bombe a grappolo (qui l’ultima denuncia) che hanno ucciso tre bambini e ne hanno feriti altri nove.

Le agenzie delle Nazioni Unite stimano che dal marzo 2015 al febbraio 2017 quasi 1500 bambini siano stati arruolati da tutte le parti in conflitto nello Yemen: gli huthi, al-Qaeda nella penisola araba (Aqap), parecchie divisioni dell’esercito regolare yemenita e alcune milizie filo-governative.

L’Arabia Saudita, inizialmente inclusa nell’elenco, ne è stata successivamente rimossa dall’ex segretario generale Ban Ki-moon a seguito di pressioni dei diplomatici di Riad presso le Nazioni Unite. Quanto agli huthi, Human Rights Watch li aveva già accusati di arruolare, addestrare e impiegare bambini soldato.

Amnesty International, nel corso delle sei missioni condotte tra gennaio 2015 e novembre 2016 nei territori controllati dagli huthi, ha incontrato bambini soldato che presidiavano posti di blocco: alcuni di loro avevano un libro in una mano e con l’altra tenevano un kalashnikov. L’ultimo rapporto risale a neanche un mese fa e riguarda quattro nuovi casi.

I quattro bambini sono stati reclutati a metà febbraio da Ansarullah – il nome con cui gli huthi sono conosciuti a livello locale – nella capitale yemenita Sana’a. Le famiglie lo hanno appreso da testimoni, che hanno visti salire i bambini su un autobus fermo fuori da un centro controllato dagli huthi, in cui si svolgono preghiere e letture al termine delle quali adulti e minorenni vengono incoraggiati a raggiungere la linea del fronte per difendere lo Yemen dall’Arabia Saudita.

I familiari hanno sottolineato che nei loro quartieri c’è stato un aumento del reclutamento dei bambini soldato. La guerra ha acuito la crisi economica e molte famiglie non riescono più a sostenere le spese di trasporto per mandare i figli nelle poche scuole ancora aperte. Diversi insegnanti sono in sciopero a causa del mancato pagamento dello stipendio.

Due dei familiari intervistati da Amnesty International hanno dichiarato di aver ricevuto promesse di incentivi economici, da 20.000 a 30.000 rial yemeniti (approssimativamente, da 75 a 115 euro) al mese nel caso in cui un bambino diventi martire sul fronte di guerra. Gli huthi s’impegnano anche di stampare e affiggere manifesti funebri per celebrarne il contributo dato allo sforzo bellico.

Lo Yemen è stato parte della Convenzione sui diritti dell’infanzia e del suo Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, che proibiscono il reclutamento e l’impiego dei bambini nelle ostilità.

Il reclutamento o l’impiego di minorenni al di sotto dei 15 anni ad opera delle parti coinvolte in un conflitto è, ai sensi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale e del diritto consuetudinario, un crimine di guerra. L’ennesimo di questa guerra dimenticata.


 

 

 

 

ta in un raid. La bomba era stata realizzata durante la guerra dell’Iraq iniziata nel 2003. Il primo test fu fatto l’11 marzo dello stesso anno, poi un secondo 8 mesi dopo. A parte le due esercitazioni, non si avevano notizie di altre esplosioni della Gbu-43 Moab. La bomba era stata prodotta in altri 15 esemplari presso il McAlester Army Ammunition Plant. Il dipartimento della difesa americano ha diffuso il video del secondo test, datato 21 novembre 2003.

Kabul, il mullah Omar è morto due anni fa,nel 2013

Lo hanno confermato i servizi segreti afgani, anche se gli integralisti insistono nel negare la morte del loro capo supremo, che sarebbe avvenuta nell'aprile 2013. Mistero sulle cause del decesso (29-07-15)

 

 

FRONTE DEL MEDITERRANEO

 

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Migranti, presidente Msf: “Stupri e torture nei centri di detenzione in Libia. I leader Ue complici dello sfruttamento”

"Quella che ho visto è l'incarnazione della crudeltà umana al suo estremo, basata sul sequestro, la violenza carnale, la schiavitù", sono le parole pronunciate dalla presidente internazionale di Médecins sans Frontieres, Joanne Liu, che ha incontrato i giornalisti a Bruxelles dopo la pubblicazione della lettera aperta inviata ai leader europei. Un racconto confermato da Cecilia Malmstroem, commissaria europea al Commercio, mentre negli stessi minuti Gentiloni rivendica: "I risultati sull'immigrazione si vedono. Meno sbarchi"

Regno Unito, collezionista compra carrarmato su eBay e trova un tesoro

Crudeltà sistematica, sequestri, stupri su donne incinte e torture. È quello che si verifica nei campi in Libia con la complicità dei leader europei. È con questa accusa che si aperta la conferenza stampa della presidente internazionale di Médecins sans Frontieres, Joanne Liu.  “Quella che ho visto in Libia la descriverei come l’incarnazione della crudeltà umana al suo estremo. La forma più estrema di sfruttamento degli esseri umani basata sul sequestro, la violenza carnale, la tortura e la schiavitù. I leader europei sono complici mentre si congratulano del successo perché in Europa arriva meno gente dall’Africa”, sono le parole pronunciate da Liu, che ha incontrato i giornalisti a Bruxelles dopo la pubblicazione della lettera aperta inviata ai leader europei.

Reduce da una visita in Libia, durante la quale ha avuto accesso al centro di detenzione “ufficiale” di Tripoli, la presidente di Msf ha riferito gli orrori che si compiono in quei campi. “Ho visitato un certo numero di centri ufficiali di detenzione la settimana scorsa e sappiamo che questi centri di detenzione ufficiali sono solo la punta dell’iceberg: le persone vengono considerate semplicemente materia prima da sfruttare. Vengono stipate in stanze scure, luride, senza ventilazione, vivono uno sull’altro”, scrive nella sua missiva ai capi di Stato e di governo dei paesi dell’Unione. In conferenza stampa ha quindi esplicitato quanto visto nel centro di Tripoli, dove vengono portate le persone raccolte dalla guardia costiera libica – finanziata e addestrata dall’Ue – nelle acque territoriali.

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“Le donne incinte sono oggetto di violenza sistematica. Vengono particolarmente prese di mira, prese e violentate”, ha raccontato Liu, citando anche il caso di una persona portata in ospedale per grave malnutrizione: “Ci è voluto un mese per farlo guarire, ma poi è stato riportato nel campo a soffrire di nuovo la fame”.  “So – ha aggiunto Liu – che non ci sono bacchette magiche, ma almeno bisogna smettere di rimandare le persone in quella terra da incubo che è la Libia oggi”.

È per questo motivo che la missiva inviata da Liu ai leader europei comincia con una domanda: “Chi è davvero complice dei trafficanti: chi cerca di salvare vite umane oppure chi consente che le persone vengano trattate come merci da cui trarre profitto?”. “La Libia – prosegue la lettera di Msf – è solo l’esempio più recente ed estremo di politiche migratorie europee che da diversi anni hanno come principale obiettivo quello di allontanare le persone dalla nostra vista. Tutto questo toglie qualunque alternativa alle persone che cercano modi sicuri e legali di raggiungere l’Europa e le spinge sempre più in quelle reti di trafficanti che i leader europei dichiarano insistentemente di voler smantellare. Permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?”.

Una valutazione condivisa da Cecilia Malmstroem, commissaria europea al Commercio: “È difficile commentare un rapporto appena pubblicato – dice – ma ho visitato io stessa la Libia e ho visto le prigioni: la situazione era abominevole qualche anno fa e non ho informazioni che indichino che la situazione sia migliorata. L’Ue dà molti soldi alle organizzazioni internazionali, per lavorare con Unhcr e Iom per tentare di migliorare le condizioni in Libia, perché in effetti sono atroci”. Sulla lettera di Msf è intervenuta anche Catherine Ray, portavoce dall’alto rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini. “La Commissione è consapevole che le condizioni nei campi di detenzione in Libia sono scandalose ed inumane”, ha detto la portavoce, che ha tuttavia evitato di rispondere alle domande dirette sulle prove di coinvolgimento della guardia di frontiera libica e sui finanziamenti che il governo italiano dà alle milizie che portano i migranti nei campi di detenzione in Libia.

E proprio negli stessi minuti in cui Msf punta il dito contro i leader Ue complici delle torture in Libia pur di frenare i flussi migratori, il premier italiano Paolo Gentiloni rivendica la riduzione del numero di sbarchi. “I risultati sull’immigrazione si vedono, nel senso della riduzione degli sbarchi e dei flussi migratori, che è un risultato della nostra politica e del sostegno dell’Ue. Sono risultati mai definitivi, sempre da consolidare e il più possibile da europeizzare”, ha detto il premier nella conferenza stampa congiunta con il primo ministro sloveno Miro Cerar a Lubiana

 

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Migranti, ad aprile 2016 più sbarchi in Italia
che in Grecia: molti arrivati dall’Egitto
Brennero, “Austria: “Per ora no muro”
. Egitto, "400 migranti dispersi in un naufragio"

 

Gommone in avarìa nel Canale di Sicilia: 6 morti, 108 in salvo foto 

migranti-pp-990x192 (IL PICCOLO ALIAN, SIRIANO,6 ANNI, PER NON DIMENTICARE MAI COSA PURTROPPO E' CAPACE DI FARE L'UOMO SULL'UOMO A 70 ANNI DALLA CARNEFICINA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.....NON ABBIAMO IMPARATO NIENTE...)

Migranti, “700 bambini morti nel 2015
Raddoppiato numero totale vittime”
Appello Unicef: “Fermare l’ecatombe”

Traffico migranti, 7 arresti in tutta Italia

 

 

 


ECONOMIA ITALIOTA

 

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Caltagirone, fallita l’offerta sull’editrice del Messaggero il costruttore esce dal cemento italiano e vende ai tedeschi

La cessione delle attività nel cemento italiano è legata a doppio filo con i debiti del gruppo che sta affrontando un'ampia ristrutturazione. Da tempo, del resto, il costruttore aveva colto il cambio d'aria. A giugno dello scorso anno, subito dopo l’elezione di Virginia Raggi a sindaco di Roma, aveva infatti annunciato la sua intenzione di ridurre il peso degli investimenti italiani

Dopo Pesenti, anche Caltagirone dice addio al cemento italiano. La holding Cementir cede per 315 milioni tutte attività nazionali del calcestruzzo. Le vende alla Italcementi, società che la famiglia Pesenti ha alienato due anni fa alla tedesca HeidelbergCement. Con questa operazione passeranno di mano 5 impianti di cemento a ciclo completo e 2 centri di macinazione di cemento (per una capacità produttiva installata di 5,5 milioni di tonnellate), insieme al network dei terminal e degli impianti di calcestruzzo attivi sul territorio nazionale. Questi asset allargheranno notevolmente la struttura industriale Italcementi, già oggi proprietaria di 6 cementerie a ciclo completo, un impianto per prodotti speciali, 8 centri di macinazione del cemento, 113 impianti di calcestruzzo e 13 cave per inerti. E faranno del gruppo tedesco il leader indiscusso del settore in Italia.L’operazione segna un passaggio storico anche per il gruppo creato costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone, editore tra il resto del Messaggero e del Mattino di Napoli. E la ratio la spiega il presidente e amministratore delegato di Cementir Holding, Francesco Caltagirone, nel comunicato che ha annunciato l’operazione: grazie alla cessione “l‘indebitamento finanziario netto del gruppo a fine 2018 sarà prossimo a 0,5 volte il margine operativo lordo – chiarisce Caltagirone -. Questo ci darà la possibilità di cogliere altre opportunità che si dovessero presentare in futuro, così come accaduto negli ultimi dodici mesi”.

La cessione delle attività nel cemento italiano è quindi legata a doppio filo con i debiti del gruppo che sta affrontando un’ampia ristrutturazione. Sulla base dell’ultima semestrale al 30 giugno, Cementir ha infatti un indebitamento finanziario netto da 613,2 milioni di euro, in aumento di 50,8 milioni di Euro rispetto al 31 dicembre 2016. I debiti con le banche ammontano a 717 milioni, ma il problema è che non si fanno più gli affari di una volta (+0,6% i ricavi del secondo trimestre 2017). Una serie di considerazioni economiche che, associate all’instabilità politica italiana, hanno spinto il costruttore romano a farsi due conti in tasca. Soprattutto dopo il fallimento del collocamento in Borsa di Domus spa, un veicolo confezionato ad hoc per far cassa con gli immobili della periferia romana e successivamente fuso con la controllata Vianini Industria fra le proteste dei soci di minoranza.Da tempo, del resto, Caltagirone ha intuito che il vento è cambiato. A giugno dello scorso anno, subito dopo l’elezione di Virginia Raggi a sindaco di Roma, il costruttore editore aveva annunciato la sua intenzione di ridurre il peso degli investimenti italiani: “In futuro meno Italia e meno Roma in particolare, più estero”, aveva spiegato dopo aver incassato 80 milioni per la cessione della sua quota di Grandi Stazioni, ex controllata delle Ferrovie dello Stato. Un mese dopo è passato dalle parole ai fatti trasferendo la quota detenuta in Acea ai francesi di Suez e diventando azionista a sua volta del gruppo francese. In tempi più recenti il costruttore romano ha tentato il colpo grosso: l’offerta d’acquisto per il 32% della Caltagirone editore che non è più nelle mani della famiglia. Ma l’operazione è fallita perché il prezzo (1 euro per azione) è stato ritenuto dal mercato troppo basso per una società che ha in pancia 134 milioni di liquidità, oltre alla quota in Generali (83 milioni) e che, secondo alcune stime, può valere fino a 3,85 euro per azione. Così per far cassa, l’editore romano ha ripiegato sulla compagnia triestina: stando alle ultime comunicazioni di internal dealing di venerdì 15 settembre, Francesco Gaetano Caltagirone ha venduto 1 milione di titoli del gruppo assicurativo intascando 13,5 milioni. Meglio che niente. Soprattutto se la cifra è sommata al più consistente incasso della vendita del cemento italiano che, sulla falsariga di quanto accaduto con Pesenti, aprirà inevitabilmente la strada ad una dolorosa ristrutturazione.

Mediobanca, si apre il cantiere per sciogliere il patto: Pirelli verso l'uscita

La società degli pneumatici si prepara a mettere sul mercato il suo 1,79% di Piazzetta Cuccia: denari buoni per ripagare il debito in vista del ritorno in Borsa. Si muove così il disegno che vede - nell'arco di un biennio - Unicredit uscire dall'ex salotto della finanza, con effetti a cascata fino alle Generali

Muove i primi passi il progetto di smantellamento dello storico patto di sindacato di Mediobanca, il circolo riservato all'interno del salotto buono della finanza italiana. Ad aprire le danze dovrebbe essere la Pirelli che si prepara a tornare a Piazza Affari, sotto la nuova insegna cinese. Per il momento si tratta dunque di una partecipazione "limitata" all'1,79% di Piazzetta Cuccia, che non minaccia il nocciolo duro degli azionisti (con Unicredit, Bolloré e Mediolanum in testa) di scendere sotto il 25%, livello che garantisce il rinnovo automatico dell'intesa tra i soci storici per il prossimo biennio.

Come ricostruito nelle scorse settimane da Repubblica, infatti, il piano di Unicredit (forte della partecipazione dell'8,46% in Mediobanca) riguarda l'alleggerimento della presenza in Piazzetta Cuccia, una volta che i valori di Borsa saranno allineati a quelli di libro, con un orizzonte di esecuzione che può arrivare a un paio di anni. Ci sarà dunque ancora tempo perché - entro la fine di settembre - arrivino prima il rinnovo automatico del patto e poi quello dei vertici di Mediobanca, nell'assemblea che compilerà l'ultima lista di maggioranza per il consiglio di amministrazione. Dal 2020, a decidere i consiglieri non saranno più gli azionisti ma lo stesso cda uscente.

AFFARI&FINANZA. Galassia del Nord, la ristrutturazione parte con il nuovo cda Mediobanca

Nel lungo periodo, l'alleggerimento della partecipazione in Mediobanca da parte dell'istituto guidato da Mustier si muoverà in parallelo alla discesa della stessa Mediobanca dal 10% in Generali (che è l'obiettivo di partecipazione al 2019, dal 13% di oggi), con una doppia rivoluzione nei due gangli del capitalismo italiano. E' dunque una filiera da Milano a Trieste in movimento, con una lenta rivoluzione che prenderà i prossimi mesi.

Oggi, spiega la Stampa in edicola, emerge che a muovere i primi passi di questo ampio disegno sarà proprio la Pirelli, che per altro potrebbe collocare il suo pacchetto sul mercato rastrellando denari buoni per ripagare l'indebitamento di oltre 4 miliardi. Marco Tronchetti Provera, ad di Pirelli e vicepresidente in Piazzetta Cuccia, non rientrerà di conseguenza nella lista per la prossima governance della banca.

Renzi o Monti? Chi ha fatto davvero aumentare la povertà

C’è polemica fra Monti e Renzi su chi abbia fatto aumentare la povertà assoluta in Italia fino a quasi cinque milioni di persone. Il Fatto quotidiano dà spazio a Monti e critica Renzi: “Al governo c’era lui, ma la colpa è di chi c’era prima. Un’analisi sciorinata con una certa dose di faciloneria a uso dei social network, visto che quelli in questione sono fenomeni causati da una molteplicità di fattori che agiscono sul lungo periodo, la cui corretta interpretazione dovrebbe essere frutto un’osservazione altrettanto estesa nel tempo e che richiederebbero un’analisi più approfondita da parte del leader di quello che resta uno dei maggiori partiti del Paese”.

Se si tratta di fenomeni di lungo periodo, avrebbe ragione Renzi ad attribuire al passato la responsabilità dei trend odierni. Ma partiamo da fatti e dati affinché il lettore, innanzitutto, possa farsi una sua opinione.

Un individuo è “assolutamente povero” se al mese spende cifre inferiori a quelle incluse tra i 550 euro (se vive in un paesino del sud) e i 820 euro (se vive a Milano), e non può permettersi un paniere minimo di beni. Per contestualizzare: nel 1861 il reddito medio pro capite era pari a circa 190 (attuali) euro al mese. I poveri del 2017 sono soprattutto disoccupati, operai, famiglie numerose (quindi molti bambini poveri), gente con titoli di studio bassi (licenza media o meno), che vive in periferia, stranieri. Non c’è dubbio: la crisi l’hanno subita soprattutto i ceti deboli.

Come si vede nel grafico sopra, la povertà ha cominciato la sua salita all’inizio del 2008, subito dopo la prima recessione del 2007. Anche nel 2012 ha reagito subito al crollo del Pil (“Stiamo sottraendo domanda aggregata” dichiarava giulivo Monti). Possiamo dire, quindi, che – almeno in parte – la povertà reagisce entro un anno all’andamento del Pil (occupazione), e alle “liberalizzazioni” del mercato del lavoro.

Per tali motivi, possiamo affermare che a Monti dobbiamo la più grande impennata della povertà della Storia d’Italia in tempo di pace. Fu corresponsabile della crisi finanziaria, in solido con Trichet & Bce/ Berlusconi & Tremonti, rifiutando per mesi l’impostazione (corretta) degli ultimi giorni del governo Berlusconi. Il quale ai primi di Novembre del 2011 propose confusamente all’Europa un “Whatever it takes” offrendo in cambio una dignitosa variante delle future operazioni monetarie, le Outright Monetary transaction (Omt). Monti inoltre aggravò la crisi occupazionale con una non necessaria eccessiva austerità, che schiantò l’economia italiana – in maniera (per lui) imprevista – e gonfiò il rapporto debito/Pil.

Quanto a Renzi, osserviamo nel grafico che – dopo il suo avvento nel 2014 – nel 2015/16 c’è stata una ripresa della povertà. Colpa di Monti? C’è davvero una componente “inerziale” nella povertà, che reagisce in ritardo agli sviluppi dell’economia? È possibile: se uno perde il lavoro (con Monti), è probabile che abbia dei risparmi, grazie ai quali non cade subito in povertà. D’altra parte, se l’economia riprende (con Renzi), quelli che stanno per entrare in povertà (per colpa di Monti) dovrebbero riuscire a evitarlo, oppure il loro ingresso in povertà dovrebbe essere compensato dall’uscita di altri.

Il grafico sotto può essere interpretato, con un po’ di sforzo, come un debole indizio dell’esistenza dell’inerzia: l’intensità della povertà è in continuo aumento. (Misura quanto in percentuale la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà).

In conclusione, il bicchiere di Monti è vuoto. Si può discutere se quello di Renzi sia mezzo vuoto o mezzo pieno. Peccato che lui affermi sia pieno: non ha ridotto la povertà (anzi). Renzi l’audace nel 2014 sembrava l’uomo giusto per rottamare le pessime politiche economiche che hanno impoverito l’Italia; ma è stato imbrigliato da Napolitano, che gli ha imposto una linea economica “ortodossa” e gli ha messo a fianco un guardiano (Padoan). Ora è tardi per riciclarsi come leader alternativo: too little, too late! A meno di non avere molto più coraggio, competenza, intelligenza e sottigliezza di quanto non stia dimostrando.

Monti e Renzi hanno più ragione quando parlano l’uno dell’altro, che di se stessi. Tutti gli altri hanno l’onere di spiegare perché farebbero meglio.

 

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 .La resa di Pier Silvio: il calcio pay ha portato solo perdite a Mediaset

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La banca centrale cinese prende un 2% anche di Unicredit e Monte dei Paschi

 

Investimento da quasi un miliardo, a due settimane dalla stessa puntata su Intesa Sanpaolo. Le blue chip italiane si confermano le preferite di Pechino in Europa, dopo le aziende della City.

Unipol, sciopero nel giorno dell'assemblea,28 aprile 2016

http://www.bolognatoday.it/cronaca/unipol-stalingrado-sciopero-contratto-polizia.html

Unipol non vuole più rating
di S&P. Come il re che per